Esclusione di due donne dalla pma e non riconoscimento dell'omogenitorialità: i Tribunali di Bolzano e Venezia si rimettono alla Consulta

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La legge Cirinnà (76/2016) presenta aspetti di incostituzionalità perché discriminerebbe le coppie omogenitoriali. A sollevare la questione i giudici del Tribunale di Venezia, che hanno rimesso il giudizio alla Corte Costituzionale.

Il caso è quello di una coppia di donne veneziane, unite civilmente. Due anni fa una di loro si è sottoposta a fecondazioni assistita (con donatore anonino) a Copenhagen, grazie alla quale è nato un bimbo, partorito nel novembre 2018 all'ospedale di Mestre. 

Ma al momento di rivolgersi al Comune di Venezia per l’iscrizione anagrafica del piccolo, l'ufficiale di Stato civile lo ha registrato come «nato dall'unione naturale con un uomo, non parente nè affine» con la partoriente, dandogli solo il cognome di quest'ultima. La coppia ha quindi fatto ricorso al tribunale di Venezia chiedendo che venisse dichiarato illegittimo il rifiuto opposto dal Comune e ordinasse all'ufficiale giudiziario di rettificare l'atto di nascita.

Il collegio ha deciso di rinviare gli atti alla Consulta, ritenendo che la legge Cirinnà e il decreto del presidente della Repubblica, disciplinante l'ordinamento dello stato civile, contengano disposizioni incostituzionali. Non andando a disciplinare il contenuto dell'atto di nascita, non si realizzerebbe «il diritto fondamentale alla genitorialità dell'individuo» previsto dalla Costituzione. Diritto, scrivono i giudici, «inteso come aspirazione giuridicamente qualificata a mettere al mondo e crescere dei figli, avendo costituito un legame di coppia formalizzato».

Alcuni giorni fa, invece, a rivolgersi alla Consulta è stato il Tribunale di Bolzano con la richiesta che i togati di piazza del Quirinale s’esprimano sulla costituzionalità del divieto, contenuto nella legge n. 40/2004, di accesso alla fecondazione assistita per coppie formate da due donne. L’ordinanza del giudice bolzanino, Francesco Laus, è stata iscritta al n. 60 del registro della Consulta.

A darne notizia ieri un comunicato dello studio legale Schuster, in cui si spiega: «Un simile dubbio di costituzionalità era stato sollevato dal Tribunale di Pordenone l’estate scorsa. Tuttavia, la situazione è qui diversa. Le donne, non residenti in Regione Trentino Alto Adige Südtirol, soffrono entrambe di patologie riproduttive: l’una può produrre ovociti, ma non è in grado di sostenere una gravidanza; l’altra, al contrario, non è in grado di produrre gli ovociti, ma può sostenere una gravidanza. Oltre ai condivisibili dubbi sollevati dal giudice di Pordenone, si assommano considerazioni ulteriori per criticare il divieto assoluto di accesso alle coppie dello stesso sesso, che appare un divieto irragionevole e sproporzionato.

Accogliendo gli argomenti delle ricorrenti, il Tribunale di Bolzano ha ritenuto che il divieto di cui alla legge n. 40/2004 si ponga in contrasto non solo con alcuni precetti costituzionali, ma anche con la Convenzione europea per i diritti umani, Patto internazionale dei diritti civili e politici adottato a New York, nonché la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità».

L’avvocato Alexander Schuster, che è il legale della coppia, ha dichiarato: «Appare chiaro che l’espatrio riproduttivo delle coppie lesbiche imposto dal divieto susciti dubbi sempre più evidenti e diffusi. Nel caso delle mie assistite, poiché esiste un divieto di gestazione per altri e altre, la donna in grado di produrre ovociti può divenire madre (genetica) solo grazie alla relazione con una donna, che si farà carico della gravidanza. Pur nella sfortuna di patologie diverse, loro trovano nell’aiuto dell’altra la complementarietà per divenire madri entrambe. Tuttavia, il divieto di accesso alle tecniche preclude completamente alla prima la possibilità di divenire madre. Si comprende allora bene quanto sproporzionato e grave sia il divieto della legge 40».

La causa è sostenuta, per la sua rilevanza per tutte le coppie di donne, dall’Associazione radicale Certi diritti. Per il segretario nazionale Leonardo Monaco, «anche questo divieto deve ora cedere il passo, come già successo con altri divieti irragionevoli negli anni scorsi, per ridare la libertà alle persone di costruire le loro famiglie».

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