Con un post pubblicato in tarda mattinata sulla propria pagina Facebook, Russian Lgbt Network ha annunciato di aver avviato il trasferimento delle «persone sopravvissute alla nuova ondata di persecuzione omofoba in Cecenia».

Come precisato dalla stessa ong, presieduta da Igor Kochetkov, le vittime superstiti alla repressione «confermano il carattere su larga scala della persecuzione. Testimoniano anche che la persecuzione era già iniziata all'inizio di dicembre 2018 e che le persone sono trattenute negli uffici di polizia non solo ad Argun, ma anche a Grozny».

Sulla nuova purga anti-Lgbt le autorità cecene continuano ad avere un atteggiamento negazionistico e a puntare il dito contro l’Occidente.

La scorsa settimana il ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov ha infatti liquidato come falsa la notiza che le forze dell'ordine cecene avessero detenuto illegalmente una quarantina di persone omosessuali, uccidendone almeno due.

«È una totale fesseria», così in un’intervista video a Kavkaz Realii, cui ha anche dichiarato: «Non seminate i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso. Non cresceranno come nella pervertita Europa. Lasciate in pace la Repubblica cecena».

Dall’Italia continua invece il pressing sul governo, perché intervenga sull’omologo russo. In prima linea, sin dall’inizio, Certi Diritti, il cui presidente Yuri Guaiana si è fatto promotore, come responsabiwl delle campagne di All Out, di un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai leader mondiali, riuniti da oggi presso il Forum economico mondiale di Davos, perché «denuncino pubblicamente queste atrocità e chiedano alle autorità russe di assicurare i responsabili alla giustizia».

La settimana scorsa, invece, dopo la specifica interrogazione parlamentare, che ha visto Alessandro Zan quale primo firmatario, è stata presentata dal deputato dem Ivan Scalfarotto un’interpellanza parlamentare al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interpellanza, che cofirmata da ben altri 30 parlamentari del Pd, è volta a chiedere «Se il ministro interpellato sia a conoscenza dei fatti descritti nella premessa e quali siano le sue valutazioni sull’argomento;

Quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo - e in quali tempi - perché cessino gli arresti illegali e le violenze e per ristabilire le garanzie dei diritti umani nei confronti delle persone Lgbt che vivono in Cecenia;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, per poter ottenere informazioni e rassicurazioni sulla gravissima situazione in cui versano la comunità Lgbt e, più in generale, i diritti umani in quel Paese;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, perché cessino senza ritardo le violazioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), avuto particolare riguardo ai temi della discriminazione e della violenza di cui sono fatte oggetto le persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere;

Quali iniziative intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine omosessuali nella Repubblica di Cecenia».

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Nelle ultime ore del 17 gennaio veniva affisso a Ferrara, nei pressi dell’abitazione del sindaco Tiziano Tagliani, uno striscione recante la scritta No adozioni gay. Un gesto che ha suscitato un’ampia indignazione nella città estense, nella cui Piazza Municipale, domenica mattina, si è tenuta una manifestazione di solidarietà nei riguardi del primo cittadino.

Sul significato del blitz, subito rivendicato dal locale Dipartimento femminile di Forza Nuova, e della mobilitazione domenicale abbiamo chiesto il parere di Eva Croce, neopresidente di Arcigay Ferrara. 

Eva, ci puoi raccontare qual è il clima in città dopo questo evento?

Ferrara, dal dopoguerra a oggi, è sempre stata una città fortemente antifascista. Certo, negli ultimi anni, il clima si è irrigidito: episodi di intolleranza, nei confronti soprattutto di persone straniere, li viviamo purtroppo anche noi, ma di vere e proprie intimidazioni nei confronti delle persone Lgbti non se ne segnalano. Nel Paese si sta creando un clima di scontro culturale: da una parte i “reazionari” e dall'altra chi desidera un Paese più europeo dal punto di vista dei diritti e della cultura democratica e antidiscriminatoria.

Questo gesto intimidatorio, realizzato dai militanti di Forza Nuova nella notte del 17 gennaio, è il primo vero attacco diretto alla nostra comunità in tempi recenti. Quello che preoccupa è che forze di estrema destra e di mentalità fascista vogliono raccogliere consensi. Queste azioni vanno fermate immediatamente. Non sono solo le idee diverse che mi preoccupano: il mio timore è nei riguardi di coloro che agiscono di nascosto e che hanno alla base dei propri comportamenti la violenza e l'intolleranza.

Pur essendo da sempre una città democratica e antifascista, anche Ferrara registra la presenza sempre più consistente di gruppi di estrema destra. Perché, secondo te, queste recrudescenza?

Credo che la crisi economica sia la causa principale di questa recrudescenza. Quando le persone devono fare rinunce, è facile per la politica in cerca di voti lanciare slogan contro coloro che dovrebbero essere la causa dei disagi. Se vuoi è un po' come nel Medioevo, in cui le calamità erano il frutto dell'ira di Dio: oggi si è laicamente sostituito Dio con le minoranze e i più deboli.

Sappiamo che il blitz del 17 gennaio è stato rivendicato dal Dipartimento femminile di Forza Nuova Ferrara. Cosa ti senti di risponde a queste donne?

Sono realmente donne? Hanno agito al buio, di nascosto: non sappiamo nulla di reale nei confronti di chi abbiano compiuto tale azione. Come donna trans faccio veramente fatica ad accettare che ci siano donne, nel XXI° secolo, che sognano un mondo in cui essere sottomesse a una mentalità retrograda e totalmente irrispettosa nei nostri confronti. Ma da attivista mi piacerebbe incontrarle e parlare con loro, per capire meglio cosa le muova ad agire in questo modo.

Quali sono le azioni che avete deciso di mettere in campo dopo quanto accaduto?

Abbiamo aderito a un comunicato stampa di Famiglie Arcobaleno, chiedendo l'adesione di quante più associazioni e gruppi politici della città. E abbiamo organizzato una manifestazione per domenica, alle 11.00 in Piazza Municipale, per respingere con sdegno l'ennesima intimidazione fascista. Manifestazione, cui hanno aderito tante associazioni e tante cittadine e cittadini.

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Il conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale. Pur avendo rilasciato più volte dichiarazioni omofobe, il presentatore è stato giudicato colpevole per aver promosso, con una tale intervista, slogan Lgbti nonché il disprezzo della religione

Come riferito dal suo legale Samir Sabri, ad Al Gheiti è stata anche irrogata una multa di 3.000 sterline egiziane (130 euro). Il conduttore verrà inoltre posto sotto sorveglianza per un altro anno dopo aver finito di scontare la pena.

Il verdetto potrà essere tuttavia soggetto ad appello, in attesa del quale, dietro pagamento di 1.000 sterline egiziane (50 euro), la pena potrebbe essere sospesa.

I fatti risalgono all'agosto 2018, quando il conduttore aveva invitato una persona gay al suo programma televisivo sul canale privato LTC TV e aveva discusso con lui del tema dell'omosessualitàDurante l'intervista, l'ospite, col volto oscurato, aveva confidato di essere un sex worker e di avere una relazione con un altro uomo.

Dopo la trasmissione il Supreme Council for Media Regulation (Scmr) aveva sospeso il canale per due settimane per «violazioni professionali». Secondo una dichiarazione della medesima agenzia statale, LTC TV non avrebbe infatti rispettato il divieto circa la «presenza di persone omosessuali o la promozione dei loro slogan» in televisione.

Tale divieto è stato introdotto dal Supreme Council for Media Regulation dopo che un giovane aveva sventolato, nel 2017, una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila. Fatto che, all'epoca, aveva portato all'arresto del giovane e a una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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Il preside è gay. Questa la scritta comparsa ieri su un muro esterno del Liceo Scientifico Alfredo Oriani di Ravenna.

Ma quando alcuni docenti gliel'hanno fatto notare, il dirigente scolastico Gianluca Dradi ha deciso di lanciare un messaggio chiaro contro un inequivocabile atto di bullismo omofobico.

«Ciò che offende - ha scritto sul suo profilo Facebook - non è la falsa attribuzione di una condizione, ma il fatto che uno studente del mio liceo l'abbia pensata come un'offesa. Non la farò cancellare: resti lì come pietra d'inciampo per l'intelligenza umana. #Nonnellamiascuola».

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Il post è divenuto in breve tempo virale. Tantissimi i commenti di plauso,  soprattutto da insegnanti del Liceo.

Emanuela Serri, ad esempio, ha scritto: «Hai ragione preside. Approvo completamente quello che scrivi. Nella mia fantasia dovremmo entrare tutti in classe lunedì e dire IO SONO GAY e da lì approfittare per crescere».

Poche, invece, ma quanto mai significative le parole di Sofia Dradi«Fiera di essere figlia di quest’uomo».

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Raggiunto con colpi di revolver a soli 24 anni, mentre era in sella alla sua motocicletta per le strade di San Juan.

È deceduto così stamani, alle 05:30 (ora locale), presso il Centro Medico di Río Piedras Kevin Fret, primo trapper latinoamericano apertamente gay.

Con la morte di Fret salgono a 22 i casi di omicidio nell'isola di Porto Rico dall'inizio del 2019.

«Kevin era un'anima artistica, un sognatore dal cuore grande - ha commentato Eduardo Rodriguez, menager dell’artista –. La sua passione era la musica e aveva ancora molto da fare. Bisogna fermare questa spirale di violenza.

Non ci sono per descrivere il dolore che proviamo di fronte alla scomparsa di una persona che nutriva così tanti sogni. Dobbiamo restare uniti in questi tempi difficili e pregare per la pace nella nostra amata Porto Rico» 

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Sono stati Green Book e Bohemian Rhapsody ad aggiudicarsi, il 7 gennaio, i premi più ambiti della 76esima edizione dei Golden Globe. Istituito dall'Hollywood Foreign Press Association, il premio riunisce i giornalisti stranieri a Hollywood.  

Incentrato sull'amicizia tra un pianista afroamericano e un buttafuori bianco negli anni ’60 del secolo scorso, la pellicola di Peter Farrelly ha vinto come migliore film commedia o musicale e migliore sceneggiatura. Mahershala Ali, che ha interpretato il pianista Don Shirley, è stato premiato come miglior attore non protagonista.

Il biopic di Bryan Singer, dedicato alla vita di Freddie Mercury e alla carriera dei Queen, si è invece aggiudicato il riconoscimento di migliore film drammatico. Ma prima che ai Golden Globe Bohemian Rhapsody è stato premiato dagli spettatori al box office. Uscito negli Usa il 2 novembre scorso, ha incassato nel mondo 750 milioni di dollari; in Italia, dove è arrivato nelle sale il 29 novembre, è stato il film che ha realizzato il miglior incasso nell'intero 2018: a oggi è arrivato a 23 milioni e 660mila euro

A Rami Malek, che ha interpretato lo storico frontman della band britannica, è andato poi il Golden Globe come miglior attore in un film drammatico.

Dopo aver abbracciato Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista dei Queen, Rami Malek è salito sul palco visibilmente emozionato ed è riuscito a emozionare anche il pubblico durante il discorso di ringraziamento.

«Wow! Wow! Oh, mio Dio. Sono più che commosso. Più che commosso. Il mio cuore – ha esordito Malek – mi sta schizzando fuori dal petto in questo momento. È un profondo onore ricevere questo premio e trovarmi tra attori così straordinari. Mi sento privilegiato d’essere annoverato tra di voi, davvero, e di essere nella sala insieme con tutti voi. Grazie».

Un grazie rivolto, innanzitutto, «all'Hollywood Foreign Press Association per questo incredibile riconoscimento. Devo ringraziare tutti quelli che hanno lavorato instancabilmente per far sì che questo film è ciò che è e in questo processo mi hanno fatto sentire parte di una grande famiglia. Questo insieme di attori. E ovunque voi vi troviate ora a festeggiare sappiate che vi raggiungerò a breve e vi salterò addosso, ragazzi!».

Quindi il suo pensiero è andato ai produttori «Graham King e Denis O’ Sullivan: avete lavorato più di un decennio per far sì che questa storia fosse raccontata. Grazie, uomini, Grazie. Grazie alla 20th Century Fox, alla New Regency: avete creduto in noi quando erano in pochi a farlo e lo apprezzo davvero tanto. Devo ringraziare la mia mamma, la mia famiglia. Devo ringraziare Doug Luchterhand, Cynthia Pett, Annabel Gualazzi, Ben Curtis, Melissa Martins, Michelle Margolis per tutto questo».

Ma è stato al termine del discorso che Malek ha autenticamente galvanizzato e commosso la platea.

«E, ovviamente, grazie ai Queen – ha detto -. A te, Brian May. A te, Roger Taylor: per assicurarvi che l’autenticità e l’inclusività esistono nella musica, nel mondo e in tutti noi.

Grazie a te, Freddie Mercury, per avermi regalato la gioia di una vita. Ti amo, uomo bellissimo. Questo è per te ed è merito tuo, meraviglia».

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Da ieri Blued, l’app per incontri più utilizzata in Cina da un target maschile gay e bisessuale, ha interrotto per una settimana la registrazione di nuovi utenti. La decisione è finalizzata a un'indagine interna, volta a chiarire se minorenni abbiano contratto l’Hiv a seguito di rapporti non protetti con persone conosciute attraverso l’applicazione.

A sollevare la polemica nei giorni scorsi la rivista finanziaria Caixin che, citando uno studio del sessuologo Zhang Beichuan, ha osservato come gli utenti di Blued siano, in gran parte, minorenni e come molti di essi siano divenuti sieropositivi dopo essere stati con persone contattate in chat.

A essere sotto accusa proprio il sistema di controllo del social network, facilmente eluso dal momento che non è consentita la registrazione ai minori di 18 anni.

Blued ha quindi promesso d’avviare un «controllo completo dei contenuti» per cancellare i profili degli utenti, che si fanno passare per maggiorenni pur non essendolo, nonché testi, immagini e gruppi che coinvolgono minori.

«Blued proibisce sempre ai minori di accedere e utilizzare l'app»: così in una dichiarazione ufficiale che la società, con sede a Pechino, ha lanciato su Weibo, il Twitter cinese.

Lanciata nel 2012 dall’ex poliziotto Geng Le, Blued è una delle app per incontri tra persone gay e bisessuali più grandi al mondo. Vanta 40 milioni di utenti registrati, di cui la maggior parte vive in Cina.

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È dal 7 maggio 2018 che il Dipartimento di Stato Usa non fornisce risposte a ispettori delle Nazioni Unite su eventuali violazioni dei diritti umani nel Paese. A cadere così nel vuoto ben 13 richieste avanzate da esperti che, facenti parte della rete Onu, monitorano situazioni legate a povertà, immigrazione, libertà di espressione, giustizia sociale, discriminazioni.

Gli unici due ispettori a essersi recati nell'ultimo biennio negli Usa (già, dunque, durante la presidenza Trump iniziata a gennaio 2017) lo hanno però fatto sulla base di un invito precedentemente avanzato dall’amministrazione Obama. Durante il proprio mandato l'ex presidente accolse gli esperti in 16 diverse occasioni.

Da quando invece Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, non è stato formulato alcun invito agli ispettori Onu per verificare personalmente, all'interno dei confini statunitensi, l'esistenza di eventuali situazioni da monitorare.

Negli ultimi mesi, con il tema dell'immigrazione sotto i riflettori, gli Stati Uniti hanno evitato di rispondere a una serie di sollecitazioni relative, in particolare, alla separazione di famiglie di migranti al confine meridionale. Inevase anche le richieste valutative sulle minacce a Danni Askini, nota attivista transgender di Seattle. Stessa sorte per il fascicolo che ipotizza pregiudizi anti-gay nella sentenza di condanna a morte di Charles Rhines in South Dakota. 

Jamil Dakwar, direttore del programma dei diritti umani nell'ambito dell'American Civil Liberties Union, ha dichiarato: «Stanno mandando un messaggio estremamente pericoloso agli altri Paesi: se non cooperate con l'Onu, gli esperti semplicemente se ne andranno. È un duro colpo per il sistema creato dopo la seconda guerra mondiale, per garantire che le violazioni dei diritti umani, nell'ambito di uno stato, non vengano più considerate come una semplice questione interna».

Sollecitato da The Guardian, il Dipartimento di Stato Usa non ha fornito alcuna spiegazione. Un portavoce si è limitato ad affermare che gli Stati Uniti rimangono «profondamente impegnati per la promozione e la difesa dei diritti umani nel mondo» senza alcun riferimento alla situazione interna.

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Prima calci, pugni, insulti di ogni genere nel cortile interno dell’abitazione da parte d’una decina di giovani condomini. Poi la stessa scena sul pianerettolo del proprio appartamento a opera di altri due, che gli hanno gridato: «Brutto ricchione, ti ammazziamo». Con l’eventualità d’essere accoltellato se il proprio compagno non l’avesse trascinato in casa e allontanato con uno spintone i due aggresori, che l’hanno comunque derubato del borsello e delle chiavi di casa.

A essere vittima d’una tale violenza omofoba il 53enne Leonardo Raineri, invalido civile, che in novembre ha subito un delicato intervento chirurgico al cuore.

L’aggressione è avvenuta tra le 17:30 e le 18:00 del 2 gennaio alla periferia di Torino. Il tutto per aver detto di non avere una sigaretta a uno del gruppo, che gliel’aveva chiesta. 

Come se non bastasse, il pestaggio è avvenuto nella totale indifferenza dei vicini. Anzi, uno nel chiudere le imposte ha persino gridato: «La gente matta e pericolosa come voi va bruciata».

Condotto al vicino ospedale Le Molinette, Leonardo è stato dimesso con una prognosi di trenta giorni. Gli sono state riscontrate lesioni multiple, ecchimosi, frattura del setto nasale. Nel frattempo il compagno ha sporto regolare denuncia ai carabinieri.

Contattato da Gaynews, Leonardo ha dichiarato: «Sono sotto shock, barricato in casa. Gli attacchi di panico mi stanno attanagliando. Come se non bastasse, ieri una decina di persone, per lo più madri e familiari dei miei aggressori, hanno iniziato a urlare nel cortile dello stabile: ‘Ricchione, scendi. Te la facciamo vedere noi’. Un incubo, che spero possa presto terminare».

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Classe 1985 e d’origine triestina, Andrea Ciarlatano o Ciarla (come ama farsi chiamare) è un artista al di fuori degli schemi. Ciarla è un personaggio barbuto, atletico e mezzo nudo. Il suo motto è mettersi le cose in testa, oppure stare a testa in giù, e così facendo mettersi in testa il mondo. I suoi riferimenti sono il barbone, l'idiota, lo scemo del vilaggio, il genio e la Santona. 

La sua prima mostra Clutter è stata allestita il 17 giugno 2018 a Milano presso la Galleria Lanteri. Per il 2019 ha realizzato un calendario con le sue opere intitolato Ciarlendar.

Lo abbiamo raggiunto per saperne qualcosa di più.

Andrea, come nasce Ciarla?

Ciarla è una creazione spontanea con un funzionamento elementare. In primo luogo, usare ciò che ho: tecniche rudimentali e materiali di scarto, il proprio corpo, le mani, la testa. In secondo luogo, mettersi le cose in testa è prendere un posto nell'universo, addentare il mondo, fare esperienza del reale in prima persona. Oggi c’è una passività dilagante. C’è un abisso tra autore e pubblico, tra creatore e consumatore. Tutti si accontentano di materiali pronti e preconfezionati: non solo cibo e vestiti, ma esperienze, sentimenti, sessualità, relazioni. Ciarla incarna il desiderio di scardinare questo sistema attraverso la parodia e l’assurdo, con strumenti semplici usati in prima persona. 

Pur rifuggendo da incasellamenti, ti senti molto vicino al pensiero queer. Perché?

Essere queer è un buon vaccino contro il sistema. Siamo cresciuti in un mondo in cui non venivamo rappresentati: al massimo, se proprio c’era un frocio in tv, era un eccentrico, un esteta. Ognuno di noi ha dovuto fare uno strappo, almeno in parte, con quel modello per rivendicare la propria presenza. Oggi siamo maggiormente riconosciuti, ma finché restiamo nell’ottica del consumo siamo solo l’ennesimo “client profiling”: l’omosessuale bello, la lesbica in carriera, con reddito medio-alto e buona disponibilità di spesa, possibilmente inquadrati in modelli di comportamento tradizionali. Se questi sono i modelli in cui ci vogliono appiattire, allora va fatto un’altro strappo. Che senso ha essere riconosciuti, se per farlo devo uscire dalle darkroom, comprare una mini, vestire Armani, votare Salvini? La visibilità è importante, ma i diritti sono un altra cosa: bisogna partire dai diritti dei più deboli, che per i grandi resteranno sempre invisibili. Per fortuna dal mondo Lgbti continuano a partire forti iniziative sui diritti: I Sentinelli, ad esempio, o i Pride, che sono diventati un movimento di solidarietà civile. E forse questi movimenti diventeranno una vera forza politica. 

Cosa conta veramente per Ciarla?

Per me il punto non è essere queer o gay o etero. È pensare con la propria testa. Molti non fanno che parlare, ad esempio, di famiglia. Ma alla fine intendono un modello di consumo. La vera famiglia è un luogo spirituale: basti vedere quanti tipi ne esistono nelle tradizioni del mondo, tutte attraversate da eventi sacri e rituali. Mentre l’unico rito della nostra “famiglia moderna tradizionale”, che tradizionale non lo è più da tempo, è andare al centro commerciale. Così come quando dicono “Arte”, intendono l’arte commerciale: ti spiegano nero su bianco chi è bravo e chi vale cosa. È facile fare distinzioni culturali, perché la cultura la puoi impacchettare e mettere su un piedistallo e dire: Questa è cultura. Molto più difficile fare distinzioni creative: la creatività è grezza, primordiale, non si impacchetta e non sta su un piedistallo. Chi è più creativo: chi espone nei musei o chi dipinge le madonne sui marciapiedi? Chi scolpisce il marmo o chi fa le statuine dei presepi? Queste sono alcune delle distinzioni che la gente ha dimenticato. Per questo dico che non sono un artista ma un creativo. 

A chi ti ispiri per le tue opere?

Mi ispirano Caravaggio, ma anche gli ex voto che si vedono in certe chiese, disegnati con tecniche rudimentali da gente qualunque. Le statue di Bernini come quelle di Bomarzo. Riconosco in queste opere un offerta creativa e riconoscente, e questo mi basta. 

Insomma, che cos’è l’arte per Ciarla?

L’arte dev'essere generosa, catartica, non stitica come in certi spazi dell’arte contemporanea. Questi spazi mi annoiano a morte. Molti invece mi dicono che le mie foto li fanno ridere e questa, per me, è una cosa buona. C’è molto dolore nel mondo: perché quello che facciamo non può avere una funzione consolatoria? Uno degli usi della creatività potrebbe essere proprio questo: creare un riparo che sia alla portata di tutte e tutti.

Guarda le foto del Ciarlendar 2019

 

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