Qualche giorno fa è accaduto un episodio di bullismo omofobico presso l’azienda sanitaria Cotugno di Napoli. Protagonisti un medico chirurgo e un giovane omosessuale, socio del locale comitato d’Arcigay.

Durante una visita di controllo finalizzata alla valutazione del decorso post-operatorio del militante Lgbti, il medico avrebbe prima ironizzato volgarmente sull'utilità dei genitali del socio Arcigay. Poi, alterandosi e sospendendo bruscamente la visita, si sarebbe rifiutato di rispondere a domande sull’eventuale ripresa delle attività sessuali del paziente, definendo l'omosessualità una patologia.

Avendo il Cotugno attivato da tempo un protocollo di collaborazione sulle malattie sessualmente trasmissibile proprio con Arcigay Napoli, il presidente Antonello Sannino ha inviato al direttore sanitario una formale richiesta di chiarimenti.

Ma per comprendere meglio quanto accaduto, raccogliamo la testimonianza del giovane socio Arcigay che, per opportune ragioni di privacy, ha preferito non rivelare la sua identità. 

Dunque, raccontaci come si è svolto l'incontro con il chirurgo...

Dopo le festività natalizie, mi sono recato nell'ambulatorio di chirurgia dell'ospedale Cotugno di Napoli per sottopormi a un controllo necessario, essendo stato operato il 7 dicembre scorso di fistola perianale. Dopo la rimozione del punto di sutura, chiedo al medico notizie circa un lipoma, già diagnosticatomi, che dalla natica destra arriva fino ai testicoli. Il chirurgo, dopo aver palpeggiato la zona interessata, mi spiega che non è un intervento semplice ma che ritiene di essere in grado di eseguirlo. A questo punto gli ho espresso il timore che l'intervento potesse comportare rischi per i miei organi genitali. Lui allora, ironizzando, ha detto che tanto io non so cosa farmene dei testicoli. Ovviamente, gli ho chiarito che - al contrario di quanto supponesse - il piacere sessuale mi interessa e dunque mi sta a cuore l'uso dei genitali. 

E poi?

Ho subito notato che si è leggermente incupito. Poi ha preso un foglio per la prenotazione dell'operazione di asportazione del lipoma. Mentre compila il foglio per la prenotazione, io ne approfitto per chiedergli quando avrei potuto ricominciare ad avere rapporti sessuali. Il dottore alza un attimo gli occhi verso di me e mi chiede: "Dove?". Io, con discrezione, gli indico la parte posteriore con il dito. A questo punto lui si arrabbia e in maniera arrogante mi dice: Credo 10 ,15 o 20 giorni. Ma poi io che ne capisco di queste patologie". 

Quindi per il tuo medico essere omosessuali è una patologia?

Esatto! Io ho sgranato gli occhi e gli ho fatto notare che l'omosessualità non è una malattia e che certe risposte, dopo l'operazione che avevo subito, potevo averle solo da lui che è il mio chirurgo.  Lui si è stizzito ancora di più, ha sbattuto la mano sul tavolo appallottolando il foglio dell'impegnativa per la prenotazione dell'intervento ed urlando mi ha detto: "Ma insomma basta. Come  si permette? Tanta confidenza chi gliela dà? M chi si crede di essere? Se ne vada". Ed è uscito sbattendo la porta.

E come hai reagito?

Al momento ho avuto solo la forza di alzarmi e uscire accompagnato da un infermiere. Ero allibito e mi veniva da piangere. Mi aveva trattato da "malato". Secondo quel medico essere gay è una malattia. La sensazione è di profondo vuoto. Un vuoto che mano mano si riempie. Ma rimane l'amaro in bocca. Poi ho pensato che se fosse successo a una persona fragile o a un ragazzo più giovane, sicuramente ne avrebbe sofferto moltissimo. Parole del genere sono pesanti da digerire. 

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Stilista, produttore di vini, attivista Lgbti. Bruno Tommassini è tutto questo e anche di più. Gaynews ha deciso d’intervistarlo tra memorie e prospettive future all’inizio del nuovo anno

Ciao, Bruno. Tu sei da sempre un militante per i diritti Lgbti. Raccontaci un po’ di te e della tua storia...

La mia storia è quella di un uomo libero, che si è sempre battuto contro il conformismo. Fin da ragazzo ho sentito l’esigenza, prima ancora che il dovere, di dire al mondo che “amare” è bello e che la discriminazione e l’omofobia sono un veleno per la società tutta. Ecco perché ho cominciato, assieme a Franco Grillini e a a tanti amici, l’esperienza dell’Arcigay fin dall’inizio, negli anni '80 del secolo scorso, quando in Italia anche solo parlare di omosessualità era un tabù. Pensare poi alle unioni civili era un sogno rrealizzabile: la politica all’epoca sosteneva che non si potesse legiferare in materia. Oggi sono legge dello Stato. Per arrivare qui migliaia di noi hanno contribuito chi con l’impegno politico, chi con la testimonianza quotidiana. Oggi viviamo in un’Italia migliore. Non perfetta. Ma meno male, altrimenti per quali battaglie dovremmo batterci adesso?

Hai una storia d'amore importante: cosa hanno significato per te le unioni civili e come vedi il futuro? Si andrà avanti fino al matrimonio egualitario?

La nostra storia d’amore era già un matrimonio, non aveva bisogno di una legge. Ma non appena il governo Renzi ha messo la fiducia sulle unioni civili e sono diventate legge, abbiamo deciso di sposarci. Dopo 40 anni era giusto – anche nei confronti di chi si è battuto per la legge – che fossimo lì a dire “sì”. C’è poi anche un aspetto pratico, di diritti negati, di una vita in comune anche dal punto di vista delle cose fatte insieme, costruite insieme, che rischiavano di disperdersi e che adesso sono davvero nostre, nel senso di entrambi. Decidemmo di fare una cerimonia senza troppi invitati, solo qualche amico. Ma quando arrivammo alla torre di Marciano, dove il sindaco ci ha sposati, ci siamo ritrovati in sala tutto il paese. I nostri amici di sempre, i vicini, la gente che incontriamo al mercato. E lì ho avuto la conferma che l’Italia è più avanti della sua classe politica.

Sei stilita e imprenditore. I tuoi prodotti hanno un buon successo: quale la formula?

Lottare contro il pregiudizio significa lottare contro il luogo comune, il conformismo. La moda è anti-conformismo per natura. La creatività pretende di uscire dall’ordinario. Quindi la spinta a creare è simile alla spinta che ti viene dalle battaglie per migliorare il mondo. L’amore per ciò che faccio, ovviamente, è l’ingrediente necessario. Nessuno lavora per trent’anni nel campo creativo senza amare quello che fa. Oggi ho deciso di impegnarmi anche per gli altri in questo settore. E ho accettato di diventare presidente della Federmoda, nella Cna, il posto dove ho cominciato a lavorare. Siamo di fronte a un momento storico per l’artigianato, l’arte del fare con le mani, un momento in cui il Made in Italy può mettere insieme la creatività, i grandi marchi e la loro attrattività mondiale, con la capacità unica che abbiamo in Italia di realizzare prodotti artigianali. La politica deve cogliere anche questa sfida se ama l’Italia. Io ora combatto anche per questa.

Sei stato oggetto di attacchi omofobi, per i quali ti esprimiamo la nostra solidarietà. Qual è oggi la pista da percorrere per  lottare contro tutte le discriminazioni soprattutto nel mondo del lavoro?

Denunciare senza paura questi attacchi e restare uniti con un solo grido: basta! Il mondo è più avanti di queste persone, ma in effetti il clima nel nostro Paese e in Europa è pesante. Il ritorno delle destre populiste, la xenofobia, l’omofobia sono tornati a tenere banco anche nel dibattito politico. Una regressione gravissima. Io non ho paura per me, mi so difendere, ma per le migliaia di persone che non possono farlo. Con Edoardo, mio marito, da anni producevamo un vino con le nostre uve che avevamo chiamato “Vinocchio”. Era un modo divertente per parlare di diritti con gli amici. A fronte di quanto sta succedendo, abbiamo deciso di trasformarlo in una vera e propria attività di solidarietà: adesso produciamo Vinocchio e Uvagina, rosso, bianco e frizzante. Sono tre etichette per i diritti, con i cui introiti sosteniamo le associazioni gay, i Pride, chi si batte per i diritti civili e la cultura in generale, perché è con la cultura che vinceremo noi, non con l’ignoranza e la paura.

Vivi ad Arezzo, città meravigliosa, piena  di storia e di cultura. La scorsa estate un  Pride di successo. Una grande onda piena di emozioni che si è alzata non solo sulla Toscana ma sul tutto il Paese. Cos’è per te questa  città e cosa bisogna ancora fare? 

Tutta l’Italia è piena di storia e cultura. Arezzo ha delle potenzialità enormi ma ancora da esprimere appieno. Io ci sono e lavoro ogni giorno per farlo. Rispetto alla metropoli, penso a Milano e Roma, la campagna ci mostra fra l’altro un modello di integrazione magari più lento o meno visibile, ma più profondo, più autentico, dove i legami fra le persone si intrecciano e si autostengono in modo molto vero. Credo che da città come Arezzo possa venire molto. Ma a una condizione: chi fa la cosiddetta politica – o l’associazionismo – deve mettere al primo posto gli altri e non se stesso, la comunità e non la carriera. Altrimenti saremo noi a ghettizzare i gay e le lesbiche e diventare i primi omofobi dell’era moderna, quella che credevamo fosse libera e democratica.

Da ultimo ma non da ultimo. Arcigay che cos’è per te?

Arcigay è una casa. Lo è stata per molti anni. Oggi è cambiata. A volte stento a riconoscerla. Ma quella parola che tanrti anni fa era difficile anche solo da pronunciare mi riempie ancora di emozioni. Quelle di una battaglia durata come la mia vita. Quindi ci sono tornato e cerco di dare una mano. E qualche pacca sul culo a chi interpreta troppo quella casa come un trampolino: è un errore enorme. Noi sobbiamo lavorare perché l’Arcigay un giorno non serva più. Perché sia stato un grande sogno di libertà, finalmente realizzato.

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Il 12 dicembre la senatrice dem Monica Cirinnà è divenuta socia del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ulteriore iscrizione, dunque, a un’associazione Lgbti per la madrina della legge sulle unioni civili, già tesserata ad Arcigay a partire dal 2016 e al Wand di Benevento il 4 dicembre scorso.

A Gaynews così la parlamentare ha spiegato motivi e finalità sottese al gesto: «Sono contentissima di essermi tesserata alla più importante associazione Lgbti della capitale qual è il Mieli. Un onore essere socia di una realtà che nei decenni non ha mai perso di vitalità ma si è sempre distinta per il coraggio delle idee e l’impegno in prima linea nelle battaglie per i diritti.

Mi piace soprattutto ricordare la presentazione del pdl regionale in materia di discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nonché il sostegno a un dialogo serio e sereno sul tema della gestazione per altri. Tema presente nel bel documento politico del Roma Pride 2017, frutto dell’opera di coordinamento svolto appunto dal Mieli e dal portavoce Secci».

E proprio Sebastiano Secci, divenuto da qualche mese presidente dell’associazione romana, ha commentato così il tesseramento di Monica Cirinnà: «È con grande piacere che abbiamo accolto la senatrice Monica Cirinnà fra le socie e i soci del Circolo Mario Mieli.

Il rapporto che il Circolo ha avuto con la senatrice è stato caratterizzato, prima, durante e dopo la discussione della legge sulle unioni civili, da estrema schiettezza e correttezza reciproca. Schiettezza e correttezza che nascono da una profonda consapevolezza e rispetto del diverso ruolo e compito svolto dal movimento Lgbt+ da un lato e dalla politica dall'altro.

Apprezziamo Monica Cirinná, fra le altre cose, anche perché è una delle poche parlamentari che, nonostante la delicatezza dell'attuale fase politica, non esita a parlare liberamente di  matrimonio egualitario, di adozioni ma anche di riconoscimento di figli dalla nascita e di gestazione per altri

Argomento, quest’ultimo, sicuramente complesso ma che noi del Circolo Mario Mieli abbiamo fortemente voluto nella piattaforma rivendicativa dell'ultimo Roma Pride proprio perché simboleggia le sfide culturali e politiche che il movimento Lgbt+ sarà chiamato ad affrontare da oggi in poi».

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Avevano scelto di festeggiare il Capodanno e le giornate seguenti fino all’Epifania con due amiche rispettivamente di Peschiera del Garda (Vr) e Mozambano (Mn). E per farlo avevano puntato su una villetta in località Ca' di Sotto a Ferrara di Monte Baldo (Vr). Ma quello che sarebbero dovuto essere l’inizio d’un 2018 carico di aspettattive s’è invece risolto in un tragico epilogo per i 21enni Luca Bortolaso e Alex Ferrari.

Sono morti insieme avvelenati dal monossido di carbonio esalato da un rudimentale braciere, che i giovani fidanzati avevano acceso per riscaldare la loro camera da letto.

Indenni, invece, le due amiche che dormivano in un’altra stanza, riscaldata con fornello elettrico. Sono state loro a rendersi conto dell’accaduto al momento del risveglio, sentendo un forte odore provenire dalla camera di Luca e Alex. E sono state loro ad aiutare i carabinieri di Caprino Veronese a ricostruire la vicenda.

Nato a Soave (Verona) e residente a Lonigo (Vi), Luca era fidanzato con Alex (originario di Arzignano nel Vicentino) dal 13 luglio 2016, come lui stesso aveva riportato con orgoglio sul proprio profilo Fb. Tanti i post romantici pubblicati nel tempo, di cui certamente il più significativo resta quello del 31 gennaio 2017.

Una foto in cui si vede Luca chino su Alex, l’uno totalmente preso dall’altro. E poche parole a commento che appaiono adesso come l’epigrafe per due giovani passati abbracciati dal sonno alla morte: Questo amore è per te.

Realtà che, invece, alcuni media - compresi tg nazionali - tendono invece a edulcorare come fatto notare con fermezza da Thomas Tedesco e dal comitato di Arcigay Vicenza, di cui è presidente. 

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L’uscita di Stefano Gabbana sulla questione omosessuale non è né nuova né originale. Si erano già pronunciati in merito persone più o meno ruotanti intorno alla collettività Lgbti.

È un dibattito che si svolge da tempo soprattutto per quanto riguarda i Pride (i Pride fanno bene o meno al movimento? Bisogna rivendicare o no la propria identità?). E ne approfitto per rimarcare un aspetto connesso alla questione. Aspetto che in realtà non ho mai accettato: l’eliminazione, cioè, del qualificativo gay dalla parola Pride in riferimento alle manifestazioni del 28 giugno. Cosa, in realtà, voluta e fatta dal movimento. Gabbana non dev’esserne informato. Altrimenti l’avrebbe potuto utilizzare come argomento. Naturalmente io continuo a parlare di Gay Pride forse perché sono un vecchio militante tradizionalista. Per utilizzare una frase di un film di Ozpetek, «Gay io? No, io sono frocio.

In questo annoso dibattito era intervenuto tempo fa anche Giorgio Armani – sia pur in modo diverso – dicendo: «Un uomo omosessuale è uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale... Un uomo deve essere uomo».

Stupisce questa preoccupazione del maschile a tutti i costi. E stupisce per due ragioni.

In primo luogo uno è quello che è e non dovrebbe avere bisogno di sbandierarlo in giro per il mondo. Il doverlo fare rivelerebbe infatti l’esistenza di un problema. Se io, in riferimento all’identità di genere, sono e mi sento uomo (o donna) ma ho il bisogno di riaffermarlo su una maglietta, vuol dire che ho qualche problemino, e non da poco, al riguardo. Se invece non ho nessun problema, potrò conseguentemente decidere in piena libertà se dire di essere gay o meno.

E qui emerge l’altro punto dolente. Perché Gabbana mostra di confondere identità di genere con orientamento sessuale.

È vero che la distinzione al riguardo è recente. Distinzione dovuta alle culture della liberazione sessuale, al riconoscimento delle identità, ai Gay Studies, allo sviluppo degli studi scientifici in materia psicologica, alla militanza della collettività Lgbti. Ma l’errore è grossolano perché, come sappiamo tutti, è proprio su questo che si distingueva la vecchia guardia delle persone omosessuali in Italia.

Da questo punto di vista mi sovviene un ricordo dell’autunno dell’84. Era in corso una riunione con gli amici di Catania per dare vita al locale circolo dell’Arcigay (quello fu un periodo particolarmente importante per la nascita dei circoli, che poi avrebbero aderito, tra marzo e dicembre ’85, all’Arcigay Nazionale). In quell’incontro la metà dei presenti non si definiva omosessuale e sosteneva che l’omosessuale vero non si accompagna mai con un altro omosessuale. L’omosessuale vero, secondo gli intervenuti, sarebbe stato quello che si accompagna con un eterosessuale, aiutandolo a mettere su famiglia e, magari, ad allevare i di lui figli.

Sappiamo che Pasolini affermava più o meno la stessa cosa negli Scritti Corsari. Sappiamo anche che alcuni intellettuali d’orientamento omosessuale, appartenenti alla vecchia generazione, dicono tuttora che si stava meglio quando si stava peggio. Nel senso che nel periodo in cui la questione omosessuale non aveva un nome, non aveva una definizione, non era identificata, era impossibile non trovare un maschio che non fosse disponibile a fare sesso (magari da attivo) con un altro maschio. È noto che in passato (si parla di 40/50 anni fa) il ruolo dell’omosessuale di paese era quello di svezzare i ragazzi in modo che poi potessero finire sulla "retta via" sposandosi e facendo figli. È un’idea che non era solo delle persone omosessuali di vecchia generazione. Era un modo di pensare l’omosessualità condiviso anche dalla Chiesa cattolica che liquidava l’omosessualità quale fase transitoria dell’adolescenza.

In realtà, soprattutto nei piccoli centri, era fortissima la pressione sociale che spingeva a sposarsi e a farsi una famiglia. Al punto che persino molti giovani eterosessuali se ne lamentavano. Ricordo benissimo alcune mie conferenze nel corso delle quali, parlando di un tale argomento, intervenivano spesso 20/30enni etero dicendo: «I miei genitori e i miei amici mi hanno rotto le scatole perché non mi fidanzo». La stragrande maggioranza degli omosessuali finiva, d’altra parte, per sposarsi. Per poi continuare a frequentare i luoghi di battuage secondo una modalità ricorrente in passato e, in misura minore, ancora oggi.

Da un tale quanto complesso contesto deriva la su accennata preoccupazione. Preoccupazione che possiamo anche pensare come sincera. Non tutto, infatti, è sempre complotto, non tutto è sempre cattiveria, non tutto è sempre manipolazione. 

Personaggi come Gabbana od Ozpetek, intervenuti su questa materia, mostrano di essere sostanzialmente feriti da due realtà.

Da una parte, che sia dato finalmente un nome alle cose. Non avendo un nome, infatti, il movimento e la stessa questione omosessuale banalmente non esistevano. Dall'altra, che si siano rese conseguentemente visibili tutte le omosessualità. Perché, giova ricordarlo, non esiste un solo modo d’essere omosessuali. Visibilità emergente soprattutto durante le manifestazioni dei Pride, che - come già detto sopra - continuano a far discutere sulla loro necessità.

Com’è noto, io milito tra coloro che dicono che i Pride fanno benissimo. In primo luogo, perché consentono il ritrovarsi in una manifestazione corale che ci fa vedere in grande quantità. Quest’anno ci sono stati 24 Pride (il massimo della storia in Italia) e quasi dappertutto dominati dalla presenza di giovanissimi, che non troviamo più nelle manifestazioni di partiti o sindacati. I Pride sono anche l’occasione per ribadire le piattaforme locali e le richieste che esse avanzano: da quelle ai servizi socio-sanitari a quelle assistenziali, dalle case d’accoglienza alla lotta contro povertà delle persone Lgbti.

Tornando alla questione del nome, confesso di essere molto affezionato alla parola gay come a quella in parte sinonimica di omosessuale. Sono affezionato perché è un mezzo fondamentale per rendere visibile l’omosessualità. Perché, piaccia o non piaccia, noi abbiamo una religione civile che è quella della visibilità. Veniamo da un mondo dove sono vissuti i nostri critici, compresi alcuni militanti. Un mondo dove ci si doveva nascondere. Dove ci si vergognava di essere omosessuali. Dove l’essere gay significava il perdere lavoro o gli affetti più cari. La doppia vita e la clandestinità sono state le cifre che hanno caratterizzato per troppo tempo la vita delle persone omosessuali. Frutto di quel compromesso concretatizzatosi in Italia in quella che Giovanni Dall’Orto ha chiamato “tolleranza repressiva”, creando quella sofferenza aggiuntiva che Vittorio Lingiardi ha definito come “Minority Stress”.

Ci si deve infatti sempre chiedere quali sono i costi sociali del negare se stessi o se stesse. Quale livello di infelicità domini ancora in milioni di donne e uomini omosessuali che continuano a non “dirlo” a se stessi prima ancora che alla famiglia e agli amici.

È sufficiente per tutte queste persone dire "Io sono uomo” o "Io sono donna” per determinare un processo di liberazione e di vivibilità? Io direi di no.

Per non parlare, e qui torniamo alla preoccupazione di molti nel sottolineare la propria mascolinità, del rischio di un pericoloso ritorno del maschilismo anche in campo gay. Sappiamo bene che questa cultura incistata fin dalla nascita nei nostri cervelli e coltivata dalla scuola, dallo sport, dalla famiglia, ha prodotto i danni più rilevanti, i conflitti più dolorosi. Ha prodotto l'esercizio del potere escludente, il bullismo, la violenza verso la diversità (proprio quella che Trump vuole cancellare dai report dell’Acdc, l'agenzia sanitaria di Stato Usa).

Stiano attenti, quindi, alcuni amici: mettendosi controvento e obiettivamente dalla parte di tutti i nostri avversari storici, essi scherzano col fuoco. Si può essere - e, in non pochi casi, si deve essere - critici verso il movimento Lgbti. Ma senza toccare mai il fondamento della nostra esistenza e della nostra lotta.

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Sei associazioni, dieci città, informazioni essenziali sulla prevezione delle infezioni sessualmente trasmissibili, test rapido Hiv in maniera anonima e gratuita. Questi i punti cardine della campagna WE TEST – Mettiamo la salute in circolo realizzata in occasione della Giornata mondiale di lotta all’Aids, celebrata il 1° dicembre a partire dal 1988.

Una campagna che, voluta da AnddosArcigayASA – Associazione Solidarietà AIDS MilanoIreosCircolo Mario MieliPlus Onlus, si rivela di primaria importanza alla luce anche dei dati ultimamente forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in riferimento alle nuove diagnosi d’infezione da Hiv nel 2016: 3.451 pari a 5,7 nuovi casi per ogni 100mila residenti.

Negli anni si è osservato un aumento dell’età mediana alla diagnosi nonché un cambiamento delle modalità di trasmissione: diminuisce la proporzione di consumatori di sostanze per via iniettiva ma aumenta la proporzione dei casi a trasmissione sessuale in particolare tra maschi che fanno sesso con maschi (MSM) e maschi eterosessuali. Nel 2016 la maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da HIV, attribuibile a rapporti sessuali non protetti, ha costituito l’85,6% di tutte le segnalazioni così suddivisibili: eterosessuali 47,6%; MSM 38,0%. Si è così passati dal 2014, in cui la detta suddivisione era tra il 43,2% di rapporti etero e il 40,9% di rapporti MSM, al 2016 con uno stacco di quasi 10 punti di percentuale.

L’incidenza più alta è stata registrata tra le persone nella fascia 25-29 anni (14,7 nuovi casi per ogni 100.000 residenti). Dato, questo, che ha indotto la ministra della Salute Beatrice Lorenzin ad affermare il 27 novembre scorso: «Si è abbassata la percezione del pericolo proprio tra i più giovani. Per questo, sono ricomparse anche malattie che sembravano dimenticate, come sifilide e gonorrea. La priorità è quindi innalzare immediatamente il livello di attenzione su Aids e malattie sessualmente trasmesse, perché c'è poca consapevolezza». Già, perché dal 2000 a oggi la sifilide è aumentata del 400% senza dimenticare l’emergenza epatite A nell’anno in corso. Circa, infine, i casi di Aids conclamato 778 quelli registrati nel 2016.

«Il dato maggiormente preoccupante – è dato leggere nel comunicato di presentazione della campagna We Test – riguarda tuttavia la non conoscenza del fenomeno tra la popolazione: nell’ultimo decennio è aumentata la proporzione delle persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere Hiv positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di Aids conclamato: si è passati dal 20,5% del 2006 al 76,3% del 2016. Un aumento impressionante che ci dà la misura di come si sia abbassata la guardia in termini di investimenti nelle politiche di prevenzione».

Ecco dove si potrà effettuare il test rapido Hiv nei prossimi giorni:

Torino, 3 e 10 Dicembre presso Sauna 011 (Via Messina, 5d)

Milano, 1 Dicembre presso Company Milano (Via Benadir, 14)

Padova, 2 Dicembre presso Hot Dog (Via Turazza, 19)

       - - -, 3 Dicembre presso Sauna Metro (Via Turazza, 19)

Verona, 1 Dicembre presso Pianeta Milk Lgbt* Center (Via Scuderlando, 137)

Desenzano sul Garda (Bs), 3 Dicembre presso Splash Club (Via Faustinella, 1)

Bologna, 3 Dicembre presso Black Sauna (Via del Tipografo, 2)

Rimini, 1 Dicembre presso Live Stronger against Aids (Piazza Cavour)

Firenze, 2 Dicembre presso Circolo Fabrick (Calenzano - Via del Lavoro, 19)

Roma, 30 Novembre presso Europa Multi Club (Via Aureliana, 40)

    - - -, 5 Dicembre presso Skyline (Via Pontremoli, 36)

Napoli, 30 Novembre presso Arcigay (Via San Geronimo, 17)

     - - -, 30 Novembre e 1 Dicembre presso Depot (Via della Veterinaria, 72)

     - - -, 1 e 2 Dicembre presso Sauna Blue Angels (Centro Direzionale, isola A/7)

     - - -, 2 Dicembre presso Mamada (Via Piave, 183)

     - - -, 2 Dicembre presso Macholato (Via Abate Minichini, 62)

Catania, 1 Dicembre presso Codice Rosso (Via Conte Ruggero, 48)

        - - -, 1 Dicembre presso Terme di Achille (Via Tezzano, 13).

 

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Riunitosi a Bologna il 25 e 26 novembre, il Consiglio nazionale di Arcigay ha votato all'unanimità un ordine del giorno a sostegno della legge sullo ius soli. Sul relativo ddl, com’è noto, si dovrebbe votare la fiducia nella prima settimana di dicembre.

«Sosteniamo compattamente e con convinzione questa iniziativa – ha dihiarato il presidente di Arcigay Flavio Romani - che corrisponde in pieno al nostro impegno e alla nostra battaglia per i diritti civili.

Non solo. Respingiamo con forza gli allarmi di chi usa temi come omofobia e misoginia per far leva sulla paura dello straniero e affossare questa iniziativa di legge: è incredibile che la politica italiana, una delle più misogine e omofobe d'Europa, usi questi argomenti. Si tratta di una grave mistificazione, che tenta di associare femminicidi e omofobia alla popolazione immigrata, mentre i dati raccontano clamorosamente tutt'altro.

Arcigay, vogliamo ribadirlo, è assolutamente a favore del riconoscimento della cittadinanza italiana a tutti i ragazzi e le ragazze che sono nati nel nostro Paese, che qui hanno frequentato le scuole, parlano la nostra lingua, e sono di fatto parte integrante e preziosa del nostro tessuto sociale.  In questo senso annunciamo sin d'ora il nostro sostegno a tutte le iniziative e le mobilitazioni che in ogni parte d'Italia alzeranno la voce per chiedere il riconoscimento di questo diritto fondamentale».

Flavio Romani torna così a parlare di un tema a lui caro, sul quale si era già espresso alla vigilia della manifestazione romana #NONèREATO del 21 ottobre. Manifestazione cui, grazie anche alla sollecita opera di sensibilizzazione promossa da Antonello Sannino, aderì Arcigay Nazionel con Gaynet e il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.

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Francesco Napoli è il nuovo presidente del comitato provinciale di Arcigay Salerno. Succede così alla consigliera nazionale Ottavia Voza, che si è spesa in questi anni nella lotta contro le discriminazioni sul territorio locale. Avvenuta sabato 18 novembre, l’elezione ha visto altresì il rinnovo dell’intero direttivo. Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Francesco Napoli.

Neo presidente di Arcigay Salerno. Te lo aspettavi?

Come molti sanno il mio impegno nel comitato territoriale inizia nel 2010 quando insieme ad altri abbiamo deciso di ridare vita ad un presidio locale di tutela dei diritti delle persone Lgbti. Nel tempo il mio impegno è proseguito e prosegue in Consiglio Nazionale. Dunque dare la mia disponibilità alla presidenza in questa fase di rinnovamento è stata frutto, da un lato, della continuità del mio impegno e, dall'altro, dell'entusiasmo di innovare quanto è stato fatto fin qui prima di me.

La mia esperienza nell'associazionismo e nel volontariato mi porta a leggere questo momento come una fase storica in cui serve coraggio, determinazione, strumenti e idee chiare. Credo di poter interpretare questa responsabilità al meglio soprattutto con una squadra di amiche e amici, alcuni anche molto giovani, che saprà dare tanto per Arcigay e per Salerno.

Il tuo mandato si porrà in continuità col precedente?

Certamente ci sono note di continuità. Ma, come ovvio, anche note di profonda diversità, fosse solo per esperienza e carattere personale. Chi mi ha preceduto ha dato davvero tanto al nostro territorio. Tuttavia credo che questa fase imponga uno slancio politico e culturale. Una presa di parola radicale e coraggiosa, forse diversa da quanto è stato fatto fin qui. Il mio approccio è sempre stato quello di inquadrare le questioni delle comunità Lgbti dentro il più ampio quadro delle questioni politiche, culturali ed economiche dei contesti. Un approccio intersezionale, se vogliamo, che deve tenere conto e costruire alleanze fondate su una lotta alle precarietà, tutte le precarietà. Solo in questo modo, credo, si potranno ottenere successi come quelli ottenuti oramai molti decenni addietro dalla comunità Lgbti italiana ed internazionale.

Penso alle questioni del lavoro, al diritto alla salute, alla difesa della scuola pubblica e dell'accesso all'università, all'ambiente e alla legalità. Penso al tema dei migranti e dei lavoratori stranieri, tema molto sentito nel nostro territorio. Arcigay Salerno deve costruire alleanze con tutto quel tessuto sociale e culturale alternativo ai meccanismi e a logiche troppo cristallizzate e che, forse, è tempo di ridefinire dentro il dibattito pubblico

Qual è la situazione delle persone Lgbti nel Salernitano?

La provincia di Salerno è un territorio vasto e complesso, caratterizzato da pochi grandi centri e da ampi territori fatti di piccoli e piccolissimi comuni, spesso lontani e isolati socialmente, culturalmente e geograficamente. Questo determina condizioni di grande sofferenza per le persone Lgbti che vivono quei contesti. Omofobia e bullismo omofobico sono una vera piaga, nelle scuole e nei contesti di lavoro, anche nei centri urbani più grandi e forse socialmente più evoluti. A questo si aggiunga la condizione di vita delle persone transessuali: anche in questo caso abbiamo criticità e urgenze da affrontare a partire dai servizi, dal lavoro e dall'incisione sociale e culturale. Di fatto la priorità in questo momento credo siano i contesti scolastici e aggregativi. Da lì si deve partire per costruire una comunità più sana per il futuro.

Quali saranno le tue priorità come presidente?

Le priorità, come abbiamo anche esplicitato nella nostra mozione, "L'alternativa delle uguaglianze", sarà l'attenzione alle socie e ai soci, ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani. Un’associazione è tale se rispetta il mandato statutario nei confronti dei propri associati. Dunque potenziamento dei servizi dedicati alle persone Lgbti tra cui lo sportello psicologico, già operativo ma da ampliare, lo sportello legale e lo sportello migranti. Sono i servizi che ritengo prioritari. Poi bisognerà potenziare i percorsi formativi, anche questi già in essere, anche con l'ipotesi di avere a Salerno una formazione regionale e interregionale di Arcigay. Questa esperienza è già stata fatta con successo e ritengo che vada replicata nel breve. Sul versante dell'impegno politico dell'associazione bisognerà sicuramente convocare una conferenza per condividere percorsi di rivendicazione di diritti e dignità con tutte le associazioni del territorio che vorranno partecipare. Penso alle associazioni studentesche, al circuito di Libera, di Legambiente, Arci, laboratori politici e culturali, associazioni universitarie e mondo della cooperazione. In questo senso credo che sia importante anche una apertura al mondo dell'impresa e del profit dove sappiamo esserci imprenditrici ed imprenditori di grande valore che potrebbero dare un contributo a questo percorso. Dobbiamo poi affrontare contestualmente il tema dell'accesso ai servizi e alla carriera alias per le persone trans.

Credo sia importante spingere per ottenere un protocollo con i servizi sanitari territoriali, ospedali compresi, per dare dignità e diritti alle persone trans che dovessero affrontare per tante ragioni percorsi ospedalieri e/o ambulatoriali. Lo stesso vale per l'accesso all'università con la richiesta di ratificare la possibilità del libretto alias, cosa per la quale siamo una delle ultime università in Italia a non averlo ancora fatto. Sempre sul tema dei servizi, visto che siamo anche a ridosso del primo dicembre, giornata mondiale di contrasto all'Hiv/Aids, il comitato continuerà la battaglia già intrapresa da qualche anno, per capire ed ottenere chiarezza sull'accesso ai servizi dedicati alle persone sieropositive. Un tema grande visto l'aumento delle infezioni. Su questo un impegno chiaro sento di poterlo e doverlo prendere: dobbiamo assolutamente potenziare gli spazi di informazione e sensibilizzazione delle nuove generazioni che sembrano davvero molto a rischio soprattutto a causa della scarsità di informazioni e consapevolezze.

Di contro alle offensive genderiste dei gruppi cattolici come pensi di regolarti?

Credo che rispetto a questo tema dovremmo armarci di pazienza e intelligenza. Di fatto queste idee sono largamente minoritarie sia nel sentire comune che all'interno del mondo laico cattolico. Talvolta siamo anche noi, forse ingenuamente, a dare visibilità a queste idee quando, nel divulgare e dare visibilità al nostro dissenso e alle nostre contrarietà, di fatto offriamo a queste idee uno spazio di visibilità e diffusione che altrimenti non avrebbero. Questo sul piano della comunicazione. Su altri piani, credo che il miglior modo per contrastarne la diffusione sia lavorare per una comunità più sana, più consapevole, più inclusiva.

Credo che dovremo affrontare difficoltà nel mondo della scuola, cosa che sta già avvenendo, ma è proprio lì che ci giochiamo la partita delle uguaglianze. Una associazione sana e consapevole dialoga con tutti quelli con cui è possibile dialogare: sicuramente no ad un dialogo con gruppi oltranzisti, fascisti, razzisti, ma sicuramente disponibilità a dialogare con quanti, anche nella chiesa cattolica, abbiano idee di rispetto della dignità e dei diritti. Non sono molti, ma probabilmente ci sono.

Un Pride a Salerno per il prossimo anno?

Sì, un Pride a Salerno già nella primavera del 2018. È uno degli obiettivi che ho posto nell'accettare questo mandato. Sarà una festa per i diritti e le libertà; una festa per dare visibilità e voce alle nostre vite e ai nostri affetti. Sarà una festa che condivideremo con tutte e tutti quanti vorranno animare il Pride e riempirlo di contenuti. Sarà un Pride del lavoro e dei migranti, delle donne e delle famiglie arcobaleno, degli studenti e degli anziani, delle persone che portano una fragilità e di quanti si sentono esclusi e messi al margine. Un Pride per la legalità e la tutela dell'ambiente e del benessere nelle nostre periferie e città. Insomma cercheremo di incarnare lo spirito di rivendicazione dello spazio pubblico che ha dato vita a questa manifestazione quasi cinquanta anni fa. Faremo memoria, come sempre, di quel momento, proiettandoci i nell'attualità delle questioni di vita emergenti per tutte e tutti.

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36 anni di vita trascorsi insieme. Poi l’unione civile a Londra il 18 settembre 2010 e la celebrazione del matrimonio – una volta divenuto legale nel Regno Unito – il 5 giugno 2015. Infine l’8 novembre dello scorso anno, a pochi mesi dall’approvazione della legge Cirinnà, la formalizzazione del loro sì a Mariano Comasco (Co), comune di residenza.

Ma, l’11 aprile scorso, l’ultratrentennale sodalizio amoroso e artistico di Corrado Spanger e Carlo Annoni s’è interrotto bruscamente per la morte di quest’ultimo. Attore, regista, conoscitore teatrale, pittore, Carlo ha lasciato un vuoto incolmabile in Corrado che, come ha scritto il 21 luglio, ama pensarlo «trasferito nella quinta dimensione dove recita senza peli sulla lingua, come suo costume, i testi che meritate di sentire».

Motivo, questo, per cui ha istituito un premio dedicato al compagno d’una vita e incentrato su «testi teatrali inediti a tematica gay». Motivo per cui ha fatto realizzare nel cimitero di Mariano Comasco una tomba che rispecchiasse la creatività di Carlo: un cubo bicolore (giallo-azzurro: i due colori preferiti rispettiavamente da Carlo e Corrado) a mo’ d’aiuola con tante foto del defunto.

Tomba visitatissima nel camposanto brianzolo, cui Corrado ha fatto riferimento il 1° novembre, vigilia della commemorazione dei defunti, con un post su Fb: «Sto pensando che a Carlo farebbe piacere se i suoi amici andassero a trovarlo».

Parole cariche d’affetto commosso cui si sono contrapposte negli scorsi giorni quelle di Andrea Bellabio, capogruppo locale di Forza Italia, che ha preannunciato una mozione in Consiglio comunale. «Nessuna discriminazione di genere – ha dichiarato il forzista - ma quella tomba è un pugno in un occhio. Quasi un insulto verso gli altri defunti e i loro cari che vanno al cimitero. Comunque il vero problema è che sia stato dato l'ok a un progetto così. C'è stata una falla nei controlli comunali e nel regolamento cimiteriale. Per questo nella mia mozione chiederò che in futuro le tombe rispettino certi canoni di forme e colori, sperando che chi ha voluto quella ci ripensi e magari la modifichi un po': vogliono l'uguaglianza, essere trattati come tutti, quindi si comportino come gli altri».

Un colpo al cuore per Corrado Spanger. Una grave quanto insensata offesa per amici e attivisti di tutta Italia.

Raggiunto telefonicamente, Giovanni Boschini, presidente del comitato d’Arcigay Varese e amico tanto di Corrado quanto del defunto Carlo, ha dichiarato: «Pensiamo che la mozione presentata da Forza Italia sia priva di senso e irrispettosa della volontà di una persona scomparsa. Ognuno deve avere il diritto di commemorare i propri cari come meglio crede. Chiediamo che Forza Italia ritiri la mozione e chiediamo alle forze politiche del territorio di osteggiare la mozione con forza.

Nel frattempo siamo vicini a Corrado e vogliamo ricordare anche il concorso in memoria di Carlo. Si tratta di un concorso per testi inediti teatrali a tematica gay e sulla diversità nella sfera dell'amore. Tutte le info si trovano su premiocarloannoni.eu».

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È iniziata alle 10:00 presso il Palazzo municipale di Gioia Tauro (Rc) la cerimonia in ricordo di Ferdinando Caristena, ucciso nel 1990 dalla ‘ndrangheta in ragione della sua omosessualità. Commemorazione culminante con l’intitolazione d’una strada del Comune gioiese al “martire del pregiudizio”.

La commemorazione previa è stata interessata dagli interventi del sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Di Palma (che ha indagato a più riprese sul clan Molè-Piromalli, mandante dell’omicidio del commerciante gioiese) del prefetto Michele Di Bari, del giornalista della Gazzetta del Sud Arcangelo Badolati (legato da vincoli amicali con Caristena) e del massmediologo Klaus Davi, al cui impegno è soprattutto da ascriversi la realizzazione dello storico evento.

Presente anche Lucio Dattola, presidente del comitato provinciale reggino d’Arcigay, che ha letto il messaggio inviato dall’ex-parlamentare Franco Grillini, direttore di Gaynews e leader storico del movimento Lgbti italiano.

Eccone il testo:

27 anni fa Ferdinando Caristena, appena 33enne, veniva trucidato a Gioia Tauro dalla ‘ndrangheta. Una morte tragica subita per il fatto di essere gay. O meglio, per il fatto d’essere prossimo a stringere legami familiari con un componente del  clan Molè. Un’assurdità per il mondo criminale calabrese dove, come ebbe giustamente a rilevare lo scorso anno il sostituto procuratore Roberto Di Palma, «l’omosessualità è considerata una sorta di lebbra da fuggire perché capace di contaminare le famiglie e minarne onore e rispettabilità, come se essere mafiosi fosse onorevole e rispettabile».

Oggi, intitolando una strada a Ferdinando Caristena, la cittadinanza di Gioia Tauro e la Calabria tutta ribadisce, anche con un gesto ufficiale, un deciso no alla ‘ndrangheta. Un deciso no alla strategia ‘ndranghetista del terrore. Un deciso no al sistema ‘ndranghetista d’illegalità poggiato su i bagni di sangue, la violenza, la sopraffazione, il pregiudizio. Quel pregiudizio di cui, come ha scritto giustamente il procuratore Federico Cafiero de Raho, Ferdinando fu “vittima e martire”. Pregiudizio – che è opportuno rimarcarlo – è di matrice omofobica.

Nel ringraziare quanti si sono impegnati perché si realizzasse un tale pubblico riconoscimento, in primo luogo l’amico Klaus Davi, voglio augurarmi che la Calabria si attesti sempre nella lotta senza quartiere alla discriminazione da orientamento sessuale e identità di genere, iniziando dall'approvazione di una specifica legge regionale. Si proceda senza tentennamenti e ritardi.

Lo dobbiamo soprattutto ai giovani e alle giovani Lgbti calabresi. Lo dobbiamo soprattutto alla memoria di Ferdinando, che vive in ciascuno e ciascuna di noi.

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