36 anni di vita trascorsi insieme. Poi l’unione civile a Londra il 18 settembre 2010 e la celebrazione del matrimonio – una volta divenuto legale nel Regno Unito – il 5 giugno 2015. Infine l’8 novembre dello scorso anno, a pochi mesi dall’approvazione della legge Cirinnà, la formalizzazione del loro sì a Mariano Comasco (Co), comune di residenza.

Ma, l’11 aprile scorso, l’ultratrentennale sodalizio amoroso e artistico di Corrado Spanger e Carlo Annoni s’è interrotto bruscamente per la morte di quest’ultimo. Attore, regista, conoscitore teatrale, pittore, Carlo ha lasciato un vuoto incolmabile in Corrado che, come ha scritto il 21 luglio, ama pensarlo «trasferito nella quinta dimensione dove recita senza peli sulla lingua, come suo costume, i testi che meritate di sentire».

Motivo, questo, per cui ha istituito un premio dedicato al compagno d’una vita e incentrato su «testi teatrali inediti a tematica gay». Motivo per cui ha fatto realizzare nel cimitero di Mariano Comasco una tomba che rispecchiasse la creatività di Carlo: un cubo bicolore (giallo-azzurro: i due colori preferiti rispettiavamente da Carlo e Corrado) a mo’ d’aiuola con tante foto del defunto.

Tomba visitatissima nel camposanto brianzolo, cui Corrado ha fatto riferimento il 1° novembre, vigilia della commemorazione dei defunti, con un post su Fb: «Sto pensando che a Carlo farebbe piacere se i suoi amici andassero a trovarlo».

Parole cariche d’affetto commosso cui si sono contrapposte negli scorsi giorni quelle di Andrea Bellabio, capogruppo locale di Forza Italia, che ha preannunciato una mozione in Consiglio comunale. «Nessuna discriminazione di genere – ha dichiarato il forzista - ma quella tomba è un pugno in un occhio. Quasi un insulto verso gli altri defunti e i loro cari che vanno al cimitero. Comunque il vero problema è che sia stato dato l'ok a un progetto così. C'è stata una falla nei controlli comunali e nel regolamento cimiteriale. Per questo nella mia mozione chiederò che in futuro le tombe rispettino certi canoni di forme e colori, sperando che chi ha voluto quella ci ripensi e magari la modifichi un po': vogliono l'uguaglianza, essere trattati come tutti, quindi si comportino come gli altri».

Un colpo al cuore per Corrado Spanger. Una grave quanto insensata offesa per amici e attivisti di tutta Italia.

Raggiunto telefonicamente, Giovanni Boschini, presidente del comitato d’Arcigay Varese e amico tanto di Corrado quanto del defunto Carlo, ha dichiarato: «Pensiamo che la mozione presentata da Forza Italia sia priva di senso e irrispettosa della volontà di una persona scomparsa. Ognuno deve avere il diritto di commemorare i propri cari come meglio crede. Chiediamo che Forza Italia ritiri la mozione e chiediamo alle forze politiche del territorio di osteggiare la mozione con forza.

Nel frattempo siamo vicini a Corrado e vogliamo ricordare anche il concorso in memoria di Carlo. Si tratta di un concorso per testi inediti teatrali a tematica gay e sulla diversità nella sfera dell'amore. Tutte le info si trovano su premiocarloannoni.eu».

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È iniziata alle 10:00 presso il Palazzo municipale di Gioia Tauro (Rc) la cerimonia in ricordo di Ferdinando Caristena, ucciso nel 1990 dalla ‘ndrangheta in ragione della sua omosessualità. Commemorazione culminante con l’intitolazione d’una strada del Comune gioiese al “martire del pregiudizio”.

La commemorazione previa è stata interessata dagli interventi del sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Di Palma (che ha indagato a più riprese sul clan Molè-Piromalli, mandante dell’omicidio del commerciante gioiese) del prefetto Michele Di Bari, del giornalista della Gazzetta del Sud Arcangelo Badolati (legato da vincoli amicali con Caristena) e del massmediologo Klaus Davi, al cui impegno è soprattutto da ascriversi la realizzazione dello storico evento.

Presente anche Lucio Dattola, presidente del comitato provinciale reggino d’Arcigay, che ha letto il messaggio inviato dall’ex-parlamentare Franco Grillini, direttore di Gaynews e leader storico del movimento Lgbti italiano.

Eccone il testo:

27 anni fa Ferdinando Caristena, appena 33enne, veniva trucidato a Gioia Tauro dalla ‘ndrangheta. Una morte tragica subita per il fatto di essere gay. O meglio, per il fatto d’essere prossimo a stringere legami familiari con un componente del  clan Molè. Un’assurdità per il mondo criminale calabrese dove, come ebbe giustamente a rilevare lo scorso anno il sostituto procuratore Roberto Di Palma, «l’omosessualità è considerata una sorta di lebbra da fuggire perché capace di contaminare le famiglie e minarne onore e rispettabilità, come se essere mafiosi fosse onorevole e rispettabile».

Oggi, intitolando una strada a Ferdinando Caristena, la cittadinanza di Gioia Tauro e la Calabria tutta ribadisce, anche con un gesto ufficiale, un deciso no alla ‘ndrangheta. Un deciso no alla strategia ‘ndranghetista del terrore. Un deciso no al sistema ‘ndranghetista d’illegalità poggiato su i bagni di sangue, la violenza, la sopraffazione, il pregiudizio. Quel pregiudizio di cui, come ha scritto giustamente il procuratore Federico Cafiero de Raho, Ferdinando fu “vittima e martire”. Pregiudizio – che è opportuno rimarcarlo – è di matrice omofobica.

Nel ringraziare quanti si sono impegnati perché si realizzasse un tale pubblico riconoscimento, in primo luogo l’amico Klaus Davi, voglio augurarmi che la Calabria si attesti sempre nella lotta senza quartiere alla discriminazione da orientamento sessuale e identità di genere, iniziando dall'approvazione di una specifica legge regionale. Si proceda senza tentennamenti e ritardi.

Lo dobbiamo soprattutto ai giovani e alle giovani Lgbti calabresi. Lo dobbiamo soprattutto alla memoria di Ferdinando, che vive in ciascuno e ciascuna di noi.

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Domenica 5 novembre a Gioia Tauro (Rc) sarà intitolata una via a Ferdinando Caristena, ucciso dalla n’drangheta nel 1990 in ragione della sua omosessualità. O meglio, per il fatto che il noto commerciante gioiese, dopo aver convissuto per anni con un concittadino, avesse stretto una presunta relazione con Gaetano Mazzitelli, appartenente a una famiglia imparentata col clan Molè, e si fosse innamorato della di lui sorella Donatella. Un invaghimento tale da far presagire un imminente matrimonio.

Cosa, questa, inaccettabile per il mondo n’dranghetista e, nello specifico, per i Molè che non potevano tollerare l’instaurazione di legami familiari con una persona gay. Perché l’omosessualità – come ha dichiarato il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Di Palma - «è per loro un peccato, una specie di lebbra da cui tenersi lontano potendo contaminare le famiglie».

Dopo 27 anni da quella tragica morte il Comune calabrese renderà giustizia a Ferdinando riconoscendolo ufficialmente quale “vittima del pregiudizio”. Prima volta, fra l’altro, d’un odonimo per tale motivazione. Primato che Gioia Tauro conseguirà grazie soprattutto all’impegno del massmediologo Klaus Davi, primo firmatario della petizione che ha portato al pubblico riconoscimento gioiese.

L’impegno di Davi è stato ampiamente rilevato dal procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho – che con ogni probabilità dovrebbe essere nominato, l’8 novembe, procuratore nazionale Antimafiain una lettera a lui indirizzata nei giorni scorsi:

Caro Klaus,

desidero manifestarti il mio convinto sostegno per l’iniziativa che avrà luogo il 5 novembre a Gioia Tauro, in cui sarà intitolata una strada a Ferdinando Caristena, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1990. La manifestazione nasce dal lodevole intento di ricordare chi è stato vittima della ‘ndrangheta e martire del pregiudizio. La manifestazione è di straordinaria importanza perché si svolge a Gioia Tauro, ove è profondo il radicamento della ‘ndrangheta. 

Sul porto di Gioia Tauro la ‘ndrangheta, che svolge un ruolo centrale nel traffico internazionale di cocaina, anche per i privilegiati rapporti con i cartelli colombiani, esercita un capillare e penetrante controllo:  proprio da quel porto passa almeno la metà della cocaina importata in Italia. Nel porto di Gioia Tauro negli ultimi tre anni  sono state sequestrate più di 4 tonnellate di cocaina. L’affare della cocaina coinvolge e arricchisce tutta la ‘ndrangheta. 

La manifestazione, in Gioia Tauro, esprime l’affermazione dei principi costituzionali di libertà e di uguaglianza di tutti davanti alla legge, con riconoscimento di pari dignità sociale. È l’espressione della condanna del pregiudizio e, al tempo stesso, l’occasione per affermare in modo forte e chiaro che la libertà, in qualunque sua manifestazione, è incoercibile, non è comprimibile, è un diritto fondamentale che nessuno, né tanto meno la criminalità organizzata, potrà elidere dal codice genetico del cittadino democratico.

Manifestazioni come questa fanno memoria, ma, al tempo stesso, contrastano l’anticultura della sopraffazione, della violenza e dell’arroganza da qualunque parte venga. I segnali che si colgono in Calabria verso il cambiamento sono univoci e ne è esempio eclatante anche questa importante celebrazione Nel salutarti, ti ringrazio per il tuo impegno sul territorio e per dare quotidianamente voce a questa terra.

Un evento, dunque, di particolare importanza quello del 5 novembre, al cui riguardo così si è espresso ai nostri microfoni Lucio Dattola, presidente del comitato Arcigay di Reggio Calabria: «Ferdinando Caristena da oggi non rappresenta l'amore gay, ma rappresenta la libertà di amare in un mondo in cui non esiste alcun tipo di libertà.

Questa intitolazione, in un momento in cui ancora la Regione Calabria tentenna rispetto alla legge di contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere, è l'ennesima conferma della necessità di un cambiamento sociale e politico, che prenda le mosse dalla base, da tutti quei calabresi che non hanno consentito a regole 'ndranghetiste, a pregiudizi e convenzioni sociali di offendere la propria dignità.

È vero: Ferdinando Caristena conosceva bene le conseguenze che avrebbe subito, ma non ha mai rinunciato a essere se stesso».



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A Milano non si placa la polemica sui progetti scolastici previsti per le classi medie dell’Istituto comprensivo Sandro Pertini in via Thomas Mann. Progetti che prevedono un ciclo d’incontri su educazione alle differenze, all'inclusione e alla cittadinanza, tenuti da volontari del Gruppo Scuola d’Arcigay e dalla consigliera comunale dem nonché scrittrice Sumaya Abdel Qader.

Dopo la levata di scudi da parte delll'assessora alla Scuola di Zona 9 Deborah Giovanati e del consigliere comunale Massimiliano Bastoni è oggi sceso in campo il deputato della Lega Stefano Borghesi, esponente della Commissione Cultura, che ha annunciato un'interrogazione parlamenate alla ministra Fedeli.

«È inaccettabile - ha dichiarato - che associazioni come Arcigay ed esponenti di un singolo partito vengano invitati a tenere intere lezioni ai ragazzi, senza alcun contraddittorio e quindi nella presunzione di essere nel giusto, su temi tanto delicati come la cittadinanza e le 'identità sessuali'. Queste non sono lezioni, ma vera e propria propaganda politica sulla pelle dei nostri giovanissimi studenti. Presenterò immediatamente un’interrogazione al ministro Fedeli affinché chiarisca queste vicende che di didattico non hanno nulla. Perché le aule scolastiche non sono luogo per fare politica».

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Pensavamo a una svolta in Sicilia con la candidatura di una donna transessuale sia pure tra le file dell’Udc. Invece ci sbagliavamo e, ancora una volta, dobbiamo tristemente verificare quanto diffuso sia lo stigma omotransfobico proprio tra le stesse persone Lgbti.

È il caso di Roberta Giulia Mezzasalma, candidata trans dell’Udc alle prossime regionali, che ieri mattina, ai microfoni di Radio Cusano Campus, non ha perso occasione per definire la condizione delle persone Lgbti una “disgrazia” che le rende infelici. Come se non bastasse, la ristoratrice di Vittoria ha definito il Pride un fenomeno da baraccone e ha rifiutato di essere accostata a Vladimir Luxuria, sostenendo che lei, a differenza di quest’ultima, si è sempre comportata correttamente e non ha mai dato scandalo.

Insomma, un vero e proprio florilegio di luoghi comuni e pregiudizi che, come tutti sanno, sono le fondamenta su cui si radica, nella nostra società, la sofferenza e l’esclusione sociale delle persone Lgbti. Luoghi comuni e pregiudizi ancora più odiosi se a esternarli è una persona transessuale, che ha compiuto il percorso di transizione da quasi vent’anni e che, dunque, sa bene come sia mortificante confrontarsi col subdolo pregiudizio e la palese discriminazione della società.

A tale proposito, raccogliamo lo sfogo accorato di Marco Igor Garofalo, presidente del comitato Arcigay di Ragusa che, indignato e deluso dalle esternazioni di Roberta Mezzasalma, le si è rivolto ricordandole che «non siamo qui per esprimere giudizi né epiteti sul transessualismo e sull’identità di genere. Stiamo a condividere lotte e diritti comuni che "altro" sono dallo stereotipo da te citato e cioè che essere omosessuali o transessuali sia una vera disgrazia». Rispetto ai Pride, aggiunge Garofalo, «siamo certamente lontano dai tempi di Sylvia Rivera che lanciò la bottiglia a Stonewall. Ma, se in passato non ci fossero state persone che con la loro visibilità o "baracconata", come asserito da Roberta Mezzasalma, fossero scese in piazza, oggi molti diritti, compresa la legge 164 del 1982, non avrebbero avuto modo di esistere».

Lo stesso Marco Igor Garofalo, pur augurandosi una rapida smentita della candidata dell’Udc, invita, infine, tutte e tutti a riflettere maggiormente prima di enfatizzare o generalizzare in situazioni pubbliche e mediatiche quelle che sono, casomai, semplici elucubrazioni personali sulla propria esperienza soggettiva.

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Si è aperto martedì 5 settembre presso il tribunale di Verona il processo a carico di Massimo Gandolfini, leader del Family Day, con l'accusa di diffamazione nei riguardi di Arcigay. La seconda udienza si è tenuta giovedì 21 settembre. Per saperne di più abbiamo raggiunto Flavio Romani, presidente della storica associazione rainbow.

Flavio, perché hai deciso di sporgere denuncia a nome di Arcigay contro Gandolfini?

Perché Arcigay è stata infangata da un'accusa infamante, che offende il nostro lavoro quotidiano come associazione e l'onorabilitá di ogni socio e socia. Come ben sappiamo, da ormai vari anni è stata montata contro le persone gay, lesbiche e trans una guerra che chiama i cittadini a lottare contro quella colossale bufala della cosiddetta "ideologia gender". Il tutto è iniziato con la discussione della legge contro l'omofobia, che secondo loro limitava la loro libertà di offendere e discriminare le persone Lgbtim e ha avuto il suo culmine nei mesi della discussione della legge Cirinnà. Gruppi di cattolici integralisti si sono saldati con movimenti di estrema destra e hanno messo in piedi iniziative di tutti i tipi nell'intero Paese dalle Sentinelle in piedi al Family Day fino a centinaia di convegni in cui si spiegava quanto noi fossimo una minaccia per la società.

In alcuni di questi incontri il professore Gandolfini ha affermato che Arcigay approva la pedofilia. È stato subito chiaro che era stato passato il segno e che il contrasto non era più di tipo culturale e politico ma si  scadeva nella denigrazione e nell'accusa infamante. E questo per me era intollerabile come presidente di Arcigay e rappresentante legale di questa associazione ma anche e direi soprattutto anche come socio di Arcigay da tantissimi anni. Ho ritenuto che l'unica risposta possibile fosse quella delle vie legali: non si trattava più di una battaglia culturale o politica, ma era diventata una battaglia a cui solo un tribunale può dare risposta.

La pedofilia è un reato colpito giustamente con leggi molto severe ma prima ancora è un atto orrendo e devastante che distrugge la vita dei bambini e delle bambine che ne sono vittime. Poteva forse Arcigay tollerare tutto questo? Io credo di no. Gandolfini ci ha accusato davanti a centinaia di persone di approvare la pedofilia e ora (aggiungerei) deve rispondere davanti a un giudice di diffamazione aggravata.

Ti aspettavi che fosse istruito un processo o pensavi a un'archiviazione?

Ovviamente quando si presenta una querela non si è mai certi dell’esito. Però nel nostro caso abbiamo prodotto i video delle conferenze del professore Gandolfini che erano stati messi online. Questi video documentano che a un certo punto Gandolfini estrae dalla sua cartella una pagina di Repubblica del luglio 2014. Si tratta di un articolo che parla di Facebook e della introduzione nella piattaforma italiana della possibilità di scelta fra 58 opzioni identitarie, iniziativa per la cui realizzazione Facebook aveva chiesto ad Arcigay una collaborazione

Gandolfini tira fuori l'articolo di Repubblica e ne legge titolo e sottotitolo: Da oggi il social network permette di optare tra 58 identità diverse
Tutte “approvate” dall’Arcigay, inclusa una destinata a suscitare dibattitiE questo è in effetti il titolo di Repubblica. Poi però Gandolfini dice alle centinaia di persone presenti: “E sapete qual è questa categoria destinata a suscitare dibattito? La pedofilia!”. Ovviamente questo provoca una reazione di sconcerto e di profonda indignazione fra chi lo sta a sentire. In pratica alle centinaia di persone che sono presenti alle sue conferenze e alle migliaia di persone che hanno in seguito visto il video online, Gandolfini fa credere che Repubblica si riferisca alla pedofilia e che Arcigay approvi la pedofilia. Ovviamente nell'articolo la parola pedofilia non viene neanche menzionata e la categoria destinata a suscitare dibattito a cui fa riferimento il titolo è quella dei femminielli. Alla querela noi abbiamo allegato vari video in cui si mostra tutto questo e il pm ha deciso di esercitare l’azione penale.

Quali i momenti salienti della due udienze?

Le prime due udienze sono state a carattere essenzialmente tecnico e procedurale come normalmente succede nei processi. Il difensore di Gandolfini, l'avvocato Simone Pillon, ha presentato due eccezioni: la prima eccezione riguardava la competenza territoriale del tribunale di Verona, la seconda la costituzione di parte civile del sottoscritto oltre che dell’Associazione Arcigay. Entrambe sono state respinte. La difesa Gandolfini, ai fini dell’istruttoria da svolgere, ha chiesto l’esame di un teste e due consulenti tecnici, nella persona della professoressa Chiara Atzori che dovrebbe illustrare l'ideologia gender e dell'ex magistrato Roberto Thomas che ha affrontato nella sua carriera vari casi di pedofilia.

Noi, attraverso il nostro legale, l’avvocata Rita Nanetti, ci siamo inizialmente opposti anche perché secondo il nostro parere tutto è documentato. Sia il teste che i consulenti sono stati ammessi dal giudice, che ha poi però anche ammesso i nostri consulenti tecnici: persone tre le autorevoli e competenti rispetto alle questioni Lgbti che abbiamo in Italia. Si tratta del professore Paolo Valerio dell'università Federico II di Napoli e del professor Vittorio Lingiardi dell'università La Sapienza di Roma. Queste persone saranno sentite in una delle prossime udienze.

Quale la posizione dei legali di Gandolfini e quale quella del pm?

Non siamo in grado di anticipare quelle che potranno essere le difese del prof. Gandolfini, anche perché non ha rilasciato dichiarazione nel corso delle indagini. Il pubblico ministero esercitando l’azione panale ha ritenuto che vi fossero i presupposti per lo svolgimento del processo a carico di Gandolfini per diffamazione aggravata. Il giudice ha già fissato un fitto calendario di udienze.

Che cosa speri da questa causa?

Da questo processo noi ci aspettiamo che la giustizia dia un segnale forte e faccia capire che non si può usare la menzogna per screditare una associazione come Arcigay, composta da migliaia di persone che tutti i giorni cercano di lavorare per migliorare la vita delle persone gay lesbiche e trans. Non si può usare la menzogna e pensare di farla franca. Spesso in passato siamo stati insultati. Siamo stati derisi. Siamo stati offesi e discriminati. Con questa campagna contro l'ideologia gender si vuole attivare una psicosi collettiva su una cosa che non esiste per far tornare un clima di odio contro le persone gay lesbiche e trans. E non è solo Gandolfini.

Sono decine e decine le associazioni, i gruppi, le persone che si attivano a tutti i livelli, dalle piazze ai social ai media. Abbiamo visto anche in questi giorni la loro capacità organizzativa e la grande disponibilità economica che ha permesso loro di realizzare quell'autobus arancione che ha fatto il giro dell'Italia, cercando di portare nelle piazze la bufala antigender. Questa operazione non è riuscita molto: le piazze sono rimaste praticamente vuote. Però ci riproveranno. Come Arcigay ci siamo attrezzati per contrastare il più possibile questa psicosi. Abbiamo fatto un sito dove vengono spiegate in maniera riassuntiva tutte le questioni che riguardano questa crociata che è fatta contro di noi: il sito è www.maqualegender.it. Nel sito ci sono le spiegazioni essenziali, ci sono dei contributi culturali su tutto quello che serve per essere pronti a rispondere alle loro argomentazioni e c'è anche la possibilità di aiutare Arcigay economicamente attraverso una donazione che aiuti la nostra associazione ad affrontare le spese legali nel processo Gandolfini e in tutti i processi che andremo a intraprendere se ce ne saranno presupposti e necessità. E in generale un aiuto per tutte le iniziative che metteremo in piedi. Vorrei che fosse chiaro a tutti che si tratta di una battaglia insidiosa e importante contro questi gruppi, che vogliono riportare indietro le lancette della storia e ci vogliono ricacciare nel buio e nella vergogna.

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Il 6 ottobre Omphalos celebrerà il suo venticinquesimo anno di attività. L’associazione Lgbti perugina ha deciso di farlo in grande, con una serie di eventi che culmineranno in un gran gala la sera del 6 ottobre alla Sala dei Notari, all’interno della sontuosa cornice di Palazzo dei Priori.

Insieme all’associazione, ai suoi dirigenti e volontari ci saranno a celebrare il primo quarto di secolo alcune delle persone che hanno contribuito a rendere Omphalos la grande associazione Lgbti che è oggi: dall’ex sindaco di Perugia, Wladimiro Boccali, che è stato uno dei fondatori dell’associazione nel 1992, a Maria Pia Serlupini, che nel suo ruolo di consigliera comunale agli inizi degli anni 2000 fu determinante, insieme ad Andrea Maori dei Radicali, per permettere l’approvazione del registro comunale delle coppie di fatto, facendo di Perugia una delle prime città italiane a dotarsi di questo strumento.

Oggi Omphalos conta oltre 1200 soci attivi e svolge nel corso dell’anno tantissime attività, sia nella sede di via della Pallotta che sul territorio perugino e umbro. Il culmine è la tre giorni del Perugia Pride Village. Si tiene a fine giugno, all’interno della cornice nazionale dell’Onda Pride e attrae migliaia di persone da tutta l’Umbria e dalle regioni vicine, per parlare di diritti e uguaglianza e celebrare l’orgoglio Lgbti.

L’associazione ha un centro d’ascolto, uno sportello legale e un servizio per i migranti Lgbti, uno sportello antiviolenza per le donne lesbiche e bisessuali, un centro di documentazione. Offre ogni mese l’opportunità di fare un test Hiv rapido e anonimo, sostiene le persone transessuali con un gruppo dedicato e svolge decine di altre attività per promuovere la visibilità e il benessere delle persone Lgbti.

Ha un nutrito gruppo giovani, una squadra di pallavolo che partecipa a tornei in giro per l’Italia e un coro di circa 30 persone, che fa da sfondo agli eventi più importanti della città, compresa la giornata della lotta all’omo-transfobia il 17 maggio.

Ci sono voluti molti anni, molto lavoro e molto impegno per arrivare ai risultati attuali. L’associazione nacque alla fine degli anni ‘80 come gruppo informale, chiamato Solidarietà Totale. L’idea venne a Saverio Tersigni, che lanciò prima il gruppo e poi nel 1992 lo trasformò in associazione, che si affiliò ad Arcigay. Saverio ne rimase alla guida fino al 1996, anno in cui morì a causa dell’Aids.

Alla morte di Saverio, ci furono molti mesi di inattività finché un gruppo di volontari guidati da Patrizia Stefani e Gian Pietro Bucciarelli si rimboccò le maniche per rimettere in piedi l’associazione. Dalle ceneri di Solidarietà Totale nacque nel 1999 Arcigay Arcilesbica Omphalos, che a partire dal 2016 si chiama, più semplicemente, Omphalos. Emidio Albertini si affiancò a Patrizia Stefani alla guida dell’associazione negli anni 2011-2013 come co-presidente. Dal 2016 ha assunto la presidenza unica lo scrivente, che è anche vicepresidente nazionale di Arcigay.

L’associazione ha portato avanti numerose battaglie per la comunità Lgbti umbra, tra cui quella per l’introduzione di una legge regionale contro l’omo-transfobia. Si è trattato di un percorso lungo e accidentato, durato ben dieci anni, dal momento in cui Omphalos supportò la prima proposta di legge regionale nel 2007. Si è concluso quest’anno ad aprile con l’approvazione della legge, dopo molti mesi di tergiversare della politica nonostante il suo via libera in commissione, vari tentativi di affossamento della legge e manifestazioni di piazza.

L’associazione partecipò nel 2016 anche alla mobilitazione in favore dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Fu un evento estremamente partecipato, tanto che ci fu chi parlò di una delle manifestazioni più partecipate in città nell’ultimo decennio e oltre. Di questo e tanti altri eventi della lunga storia di Omphalos si è occupato anche il libro Rivoluzione Arcobaleno. Il movimento LGBT a Perugia dalle origini a Omphalos, che verrà presentato il pomeriggio del 6 ottobre all’interno della cornice di Umbria Libri.

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Probabilmente si tratta di pura coincidenza ma certamente fa riflettere il fatto che Antonio Amoretti, partigiano e presidente provinciale dell’Anpi di Napoli riceverà l’Antinoo d’Oro oggi, alle 18:00, presso la sede del Comitato Arcigay di Napoli. Cioè solo qualche giorno dopo che su L’Espresso online Luigi Mastrodonato ricordasse l’eroismo, troppo spesso dimenticato, dei femminielli partenopei durante le Quattro Giornate che condussero Napoli a liberarsi, in maniera autonoma e prima dell’avvento degli Alleati, dal giogo nazifascista.

L’Antinoo d’oro è il riconoscimento che Arcigay Napoli conferisce, ogni anno, a una personalità che nel corso della vita si è distinta per la difesa e la tutela dei diritti delle persone Lgbti.

Antonio Amoretti, che è l’ultimo partigiano ancora in vita ad aver preso parte a quel capitolo importantissimo della storia italiana, da tempo si prodiga a ricordare l’impegno dei femminielli napoletani che, nei giorni delle lotte e delle barricate a Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, scesero per le strade al fianco dei partigiani, imbracciando le armi e difendendo la città con coraggio e con onore.

È già da alcuni anni, d’altronde, che il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli collabora in maniera sinergica e costruttiva con l’Associazione Partigiani Italiana. A tal proposito Antonello Sannino, che, oltre a essere presidente di Arcigay Napoli, è anche membro dell’Anpi, ha dichiarato ai nostri microfoni: “C’è un denominatore comune che assimila la nostra storia, cioè la storia del movimento di liberazione Lgbti, a quella dei partigiani ed è l’assoluta adesione ai valori dell’antifascismo e della libertà. Ed è proprio in virtù di questi valori irrinunciabili e sempre vivi nel nostro percorso di rivendicazione di diritti e affermazione della legalità che siamo fieri di consegnare ad Antonio Amoretti, memoria della nostra Resistenza, l’Antinoo d’oro 2017”.

L’edizione 2016 dell’Antinoo d’oro vide il riconoscimento attribuito a Colombia Barrosse, allora console generale degli Usa a Napoli.

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È terminato a Palazzo Chigi l’incontro tra la sottosegretaria Maria Elena Boschi e i rappresentanti di Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Raimbow. Tema del colloquio l’esclusione delle due associazioni Lgbti dalla Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia, che si terrà da domani a venerdì 29 settembre in Campidoglio

Un confronto che, svoltosi in clima di serenità, è stato nondimeno caratterizzato dalla chiarezza e fermezza dei toni con cui i presidenti dei due enti di famiglie omogenitoriali hanno ribadito tutto il loro disappunto per il mancato coinvolgimento nel congresso capitolino.

All'uscita da Palazzo Chigi Marilena Grassadonia ha dichiarato: «La sottosegretaria Maria Elena Boschi ci ha spiegato i criteri seguiti per la scelta delle associazioni invitate a partecipare alla Conferenza Nazionale sulla Famiglia  e ci ha garantito che nella stessa si terrà conto di tutte le realtà familiari. 

Abbiamo comunque ribadito che siamo noi le uniche associazioni titolate a parlare delle nostre realtà e che in una conferenza, in cui si tratta di bisogni concreti, non servono criteri burocratici ma la volontà di fare cultura affrontando situazioni reali oltre schemi e ideologie.

Auspichiamo che realmente gli interventi previsti alla Conferenza prendano pertanto in considerazione le diverse tipologie di famiglie e che le conclusioni possano portare ad un pieno riconoscimento delle nostre realtà associative attraverso la nostra presenza ai tavoli istituzionali (compreso l'Osservatorio nazionale della famiglia)».

La sottosegretaria ha preso atto delle richieste di Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow e ha garantito che le porterà all'attenzione delle sedi istituzionali competenti.

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Il 28 e il 29 settembre si terrà in Campidoglio la Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia. Un’iniziativa che, promossa dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del consiglio dei Ministri, è stata preclusa a due importanti associazioni Lgbti quali Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno.

Per saperne di più Gaynews ha intervistato Gabriele Faccini, co-presidente e responsabile Comunicazione di Rete Genitori Rainbow.

Gabriele, a lanciare l'allarme sul mancato invito di alcune associazioni Lgbti alla Terza Conferenza sulla Famiglia è stata Rete Genitori Rainbow. Puoi spiegare cos'è successo?

A fine giugno ci hanno segnalato l'organizzazione di questa Conferenza e abbiamo immediatamente inviato una mail per essere coinvolti. Tre mesi dopo, cioè pochi giorni fa, ci è stata inviata la seguente risposta standard, destinata a tutti coloro a cui la richiesta è stata rifiutata:

Gentile Presidente,

grazie per la sua richiesta di partecipazione alla prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia, prevista il 28 e 29 settembre a Roma. Qui la notizia circa l’evento.

La informiamo che la manifestazione, anche alla luce del numero limitato dei posti disponibili, sarà riservata ai soggetti istituzionali e ai rappresentanti delle organizzazioni nazionali della società civile presenti negli organismi collegiali a supporto delle politiche in materia di famiglia.

Sarà in ogni caso possibile seguire i lavori in diretta streaming sulle pagine del sito internet del Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’indirizzo www.politichefamiglia.it.

Con l’occasione, comunichiamo che è possibile far pervenire eventuali contributi scritti a questa Segreteria.

Cordiali saluti.

La Segreteria

Come evincibile dal testo, non è stata data un'esplicita spiegazione del perchè la nostra associazione non avesse i criteri per essere inclusa. Subito ci siamo attivati per capire se anche altre associazioni avessero avuto questo trattamento. Da lì la scelta e necessità di un comunicato che denunciasse l'accaduto.

Si è poi saputo che Agedo e Arcigay avevano in realtà ricevuto l'invito già in giugno. Qual è il tuo parere in merito?

Agedo e Arcigay sono realtà nazionali importanti nel movimento Lgbti. Ma invitare solo loro  non permette di focalizzare sulla realtà specifica delle famiglie omogenitoriali nelle loro tantissime sfaccettature, escludendo così scientemente tutte quelle realtà del mondo Lgbti dove sono presenti dei bambini. In tal modo non è possibile avere un quadro completo della società, che invece è l'obiettivo dichiarato dell'Osservatorio sulla Famiglia (che già nel nome porta una pecca, in quanto sarebbe più corretto parlare di famiglie).

Nella scheda informativa della Conferenza, uno dei gruppi di lavoro (il primo peraltro) è focalizzato sulla centralità del ruolo delle famiglie come risorse sociali ed educative. Nella premessa del documento si riconosce infatti come «la struttura delle famiglie si è profondamente modificata e ci troviamo di fronte a un panorama nuovo e per molti aspetti complesso (nuclei sempre più piccoli, spesso instabili, famiglie di origine straniera, ricomposte, monogenitoriali, omogenitoriali, adottive, affidatarie,...)». Ma come è possibile riconoscere questa molteplicità di forme e poi non voler ascoltare la voce di chi le rappresenta?

Domani mattina la sottosegretaria Maria Elena Boschi riceverà i rappresentanti di Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno. Prima che fosse fissato quest’appuntamento, si è saputo che Lo Giudice, Cirinnà e Viotti avevano minacciato un duro comunicato. Come giudichi una tale presa di posizione di politici d'area orlandiana?

Ogni azione politica a sostegno delle nostre istanze è senz'altro ben accolta. Ci auguriamo che possa costituire l'inizio di un dibattito costruttivo e non si riduca a un mero scontro tra le parti. L'importante è non fare finta che il problema non esista e apprezziamo la maggior sensibilità di alcuni politici su queste tematiche.

Siamo a poche ore dall’incontro a Palazzo Chigi. Cosa ti aspetti da questo meeting?

Questa convocazione è stata ovviamente una conseguenza del comunicato, un atto dovuto, ma poteva anche non essere organizzato. Mi aspetto in primis delle spiegazioni, anche se dubito avremo la possibilità di prendere parte alla conferenza arrivati a questo punto.

Ma soprattutto, visto che il lavoro dell'Osservatorio è costante, mi aspetto un impegno politico preciso da parte della sottosegretaria e un coinvolgimento all'interno di quest'organo, dove è necessaria la rappresentanza di tutte le forme di famiglia, comprese quelle omogenitoriali di Famiglie Arcobaleno e quelle "omoricomposte", specificità rappresentata da Rete Genitori Rainbow, dove un compontente della coppia omosessuale ha avuto figli da precedenti relazioni eterosessuali.

Non credi che l'esclusione di associazioni come Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno dalla Conferenza Nazionale possa essere ravvisata come conseguenza della legge sulle unioni civili. Legge, cioè, che non riconosce formalmente lo status di famiglia alle coppie che accedono a un tale istituto giuridico?

No, non trovo relazioni. Come dicevo prima, nel documento informativo stesso della Conferenza si parla di molteplicità di famiglie, tra cui quelle omogenitoriali. Posso però aggiungere che da un anno a questa parte c'è la percezione che l'attenzione del governo sul campo dei diritti delle persone Lgbit si sia affievolita. Bisogna avere il coraggio politico di portare avanti un cammino troppo timidamente intrapreso.

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