Ha fatto molto discutere, nei giorni scorsi, la vicenda delle cinque educatrici della Coop Dolce, che a Casalecchio di Reno (Bo) gestisce il centro estivo della scuola d’infanzia Meridiana. Come noto, esse hanno coinvolto i bambini d’età prescolare in attività ludiche ispirate al Pride di Bologna.

Guidati dalle educatrici, i piccoli hanno infatti realizzato disegni con cuori, scritte del tipo Viva l’amore e, dopo essersi colorati il viso coi colori dell’arcobaleno, hanno prodotto un cartellone con la didascalia Oggi ci siamo dipinti la faccia per festeggiare insieme il Gay Pride!!!.

Riportata dal nostro quotidiano e dalle maggiori testate giornalistiche italiane, la vicenda ha sollevato un polverone di critiche e condanne, tra cui quelle del ministro Lorenzo Fontana, del deputato forzista Galeazzo Bignami, del senatore centrista  Pier Ferdinando Casini e di Generazione Famiglia, che è ricorsa al tema bergogliano della colonizzazione ideologica con riferimento alla gender theory.

Proprio per questo, abbiamo deciso di chiedere un parere scientifico al prof. Paolo Valerio, docente ordinario di Psicologia clinica presso l'Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, le attività ludiche ispirate al Gay Pride, proposte dalle educatrici della Coop Dolce, sono davvero un gioco che può definirsi “inadatto” o “pericoloso” per i bambini?

Direi di no. La cosa veramente importante è veicolare ai bambini informazioni corrette affinché possano comprendere il mondo in cui vivono. È giusto che queste informazioni siano trasmesse con un linguaggio idoneo e con le giuste modalità.

Anche il Gay Pride è un fenomeno che esiste nel mondo in cui i bambini vivono e, dunque, è giusto spiegarne ai bambini il significato. Ai bambini non bisogna nascondere nulla.

Il gioco, dunque, può essere un canale per comunicare questi significati ai bambini?

Ovviamente sì. Ricordo che, durante uno dei miei ultimi viaggi, ho trovato in una libreria inglese un volume dal titolo Come spiegare il Gay Pride ai bambini. Il gioco è un buon mezzo per formare i più piccoli alla cultura della differenza e al rispetto per l’altro.

Dunque, sbaglia chi giudica questi metodi pericolosi per l’equilibrio dei bambini?

Non sono certo questi giochi che influenzano il nostro orientamento sessuale. Se è questo il timore di chi ha mosso le critiche alla scuola di Casalecchio, allora esso è del tutto infondato. L’orientamento sessuale degli individui non è influenzato dall’esterno: è una caratteristica del nostro essere.

Del resto, mi piace ricordare che all’ultimo Pride svoltosi a Napoli, sabato 14 luglio, c’era il coloratissimo trenino delle Famiglie Arcobaleno ed era pieno di bambini felici, che erano perfettamente a proprio agio nella folla arcobaleno della parata!

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Simbolo di inclusività, ottimismo e dell’intera collettività Lgbti, l’arcobaleno è il concetto cardine intorno a cui s’impernia la nuova collezione di Burberry, che sarà presentata oggi a Londra (ore 17:00 locali) nell’ambito della settimana della moda. Tema dominante a partire dalla rivisitazione del classico motivo a tartan proprio nei colori rainbow.

Chiude così la sua esperienza di direttore creativo presso la plurisecolare casa di moda, insignita della Royal Warrant, Cristopher Bailey che ha affermato: «La mia ultima collezione per Burberry è dedicata ad alcune delle migliori e più illustri organizzazioni v»otate al sostegno della gioventù Lgbti nel mondo. Non c’è mai stato un momento più importante per dichiarare che la nostra forza e la nostra creatività nascono proprio dalla diversità».

Il 12 febbraio scorso Burberry ha infatti annunciato di aver effettuato donazioni a favore di tre importanti organizzazioni Lgbti: l’Albert Kennedy Trust, il Trevor Project e l’Ilga.

Entrambi britanniche, l’Albert Kennedy Trust e il Trevor Project si occupano rispettivamente di gioventù Lgbti senzatetto e di prevenzione del suicidio tra componenti della collettività rainbow di età inferiore a 25 anni. L'International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (Ilga) è, come ben noto, la federazione mondiale di organizzazioni impegnate sul fronte del riconoscimento della parità dei diritti umani per le persone Lgbti.

L’iniziativa è stata accolta con plauso dai rappresentanti delle tre associazioni. Per Tim Sigsworth, amministratore delegato dell’Albert Kennedy Trust, «la donazione di Burberry ci sosterrà nel nostro lavoro teso a dare ai giovani supporto e una casa sicura, ci consentirà di ampliare il nostro programma di coinvolgimento della gioventù e finanzierà i nostri piani per portare AKT in altre città al fine di aiutare le persone più vulnerabili in tutto il Paese». Si è detto invece entusiasta di una tale partnership Amit Paley, Ceo del Trevor Project, in quanto «attraverso il sostegno di Burberry saremo in grado di continuare a rispondere alla sempre crescente richiesta di assistenza da parte dei nostri servizi».

Così si sono infine espresse Ruth Baldacchino e Helen Kennedy, co-Segretarie Generalu dell’Ilga: «Questa generosa donazione – hanno dichiarato – permetterà di sostenere i nostri sforzi costanti volti a dare voce e a mobilitare la comunità Lgbti. Ci aiuterà a supportare gli attivisti impegnati a promuovere il rigetto delle leggi discriminatorie presso le Nazioni Unite, a fornire risorse e formazione ai promotori dei diritti umani Lgbti in Africa, Asia e America Latina affinché supportino i movimenti in queste regioni, a promuovere il cambiamento della società e a indagare sulle leggi e gli atteggiamenti che hanno ricadute concrete sulle nostre comunità, mettendo in luce la disparità di trattamento a cui vanno incontro le persone Lgbti nel mondo. Per tutte queste ragioni, vogliamo esprimere la nostra gratitudine».

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Grazie all’amministrazione del sindaco Andrea Manzi Casamarciano, piccolo centro della provincia di Napoli, si è distinto negli ultimi tempi come Comune gay friendly. A identificarlo come tale la promozione di un importante progetto di contrasto alle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere nelle scuole – (progetto Hope) - con il supporto del comitato provinciale Arcigay di Napoli.

Purtroppo proprio in una scuola del territorio casamarcianese, l’Istituto comprensivo Costantini, si è verificato un atto di omofobia “istituzionale”. Il dirigente scolastico del Costantini ha infatti deciso di rimuovere lo striscione arcobaleno con la scritta La scuola ripudia l’omofobia che gli alunni avevano realizzato.

Al gesto, senza dubbio gravissimo, ha fatto seguito un’immediata risposta del sindaco Andrea Manzi che, sottolineando la vocazione inclusiva e gay friendly del Comune, ha scritto alla ministra Fedeli e all’Ufficio scolastico regionale per chiedere urgenti sanzioni disciplinari nei confronti dello staff dirigenziale della scuola.

Quanto accaduto è stato fortemente stigmatizzato dal presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino che ha ribadito l’inaccettabilità di messaggi tanto negativi proprio in luoghi istituzionali volti alla formazione e all’educazione delle nuove generazioni.

D’altronde, bisogna anche sottolineare che gesti clamorosamente omofobi e intrinsecamente discriminanti, come quello del dirigente scolastico del Costantini, sembrano essere totalmente avulsi anche dal contesto giurisprudenziale al quale fa riferimento oggi la gestione e la direzione dell’istituzione scolastica.

Infatti, è necessario ricordare al riguardo la legge 107/2015. Legge che, di fatto, ha portato a compimento un graduale processo di trasformazione e rinnovamento della scuola nonché del rapporto tra la stessa e territorio. In essa si afferma il ruolo centrale della scuola nel contrasto alle diseguaglianze socio-culturali e nella promozione della partecipazione e della cittadinanza attiva.

In particolare, il comma 16 dell’art. 1, indica alle istituzioni scolastiche, e dunque ai dirigenti che sono garanti della gestione unitaria della singola scuola, di promuovere l’educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni. Un comma che - come si può facilmente comprendere - dà attuazione ai principi fondamentali di pari dignità e non discriminazione presenti nell’art. 3 della Costituzione italiana, ma altresì ribaditi dall’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’art.14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Dunque, l’educazione contro ogni tipo di esclusione e la promozione della rispetto delle differenze sono ormai ritenute una competenza chiave che i discenti devono acquisire nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza. Educazione, connessa ai contenuti di tutte le discipline, e dunque priorità del curricolo degli alunni già a partire dalla scuola primaria (si veda il documento di indirizzo di Cittadinanza e costituzione del 4/3/2009).

Insomma, onore al merito al Sindaco di Casamarciano che ha tempestivamente allertato la ministra Fedeli perché è inammissibile, nel 2018, in spregio ai valori condivisi della Comunità Europea e alle indicazioni di legge nazionali, essere così insensibili alle esigenze di una società che cambia e dice no ai pregiudizi e alle diseguaglianze.

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Arcobaleno, tacchi a spillo, una persona che invita a una festa chiamata What is love.  E’ così che nei giorni scorsi ci eravamo imbattuti nel video promozionale dell’evento che si è svolto venerdì scorso in Sapienza, organizzato da diverse realtà studentesche e sociali.

E così, io e un paio di amici abbiamo deciso di andare. 

“Vivi con noi una notte libera, senza distinzioni, senza etichette, in cui scatenarti fino alle luci dell’alba tra le mura della Facoltà di Lettere, che al nostro ritmo di danza si tingeranno di mille colori”.  Questa la descrizione su Facebook 

Arriviamo e troviamo l'ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia di Piazza Aldo Moro illuminato con i colori arcobaleno. Entriamo e iniziamo a vedere un vero e proprio mosaico. Diversi modi di vestire, diversi look, diversi modi di fare, diversi modi di guardarsi e di sorridersi. Diversità ovunque, come raramente se ne vede nello stesso luogo. Lo spazio è l’atrio della Facoltà, riempito oltre le aspettative da alcune centinaia di persone. 

Fingendomi un po’ ‘neofita’ chiedo a un ragazzo: "Ma questa è una festa gay?" 

"Beh mi sembra sia una festa per tutti. Io sono etero, lui è gay – indicando un amico a fianco – ma qui importa poco“.

Quando si indicano le feste in cui si ritrova la comunità lgbti, comunemente si usa l’espressione “feste o serate gay”. Anche se è più corretto scrivere “feste gayfriendly” o lgbti, perché si tratta comunque di eventi aperti al pubblico e non di riserve indiane, nel dialogare con i presenti abbiamo continuato a parlare di “serate gay”

“Andiamo spesso alle serate del sabato e del venerdì, oggi siamo venuti qui perché è la prima volta che all’Università si questo tipo di serata”. Questa la risposta di Federico, un ragazzo che è venuto alla festa con il suo compagno a cui abbiamo chiesto se frequentava anche le serate gay.

“Un altro ragazzo poco fa ci ha detto che non va nei locali gay perché non vuole ‘ghettizarsi’, rispondiamo.

“Provate a rimorchiare un ragazzo, se siete ragazzi, alla festa del liceo, oppure a fare lo stesso con una ragazza se siete ragazze. Difficile. Quasi impossibile. Le serate gay storicamente esistono per questo. Anche se adesso per fortuna le discriminazioni sono relativamente meno rispetto a prima. E comunque sono eventi rivolti a tutti, basta avere una mentalità aperta”

Tra la gente troviamo anche un ragazzo di 39 anni, intento a scherzare con degli amici. “Quando andavo all’Università io, una situazione del genere era fantascienza – ci dice Piero. Eri gay solo in certi luoghi, ben circoscritti, dove entravano a volte quelli che gli americani definiscono gli allies, gli alleati. Adesso qui sto prendendo in giro un ragazzo etero appena conosciuto perché millanta di andare con tante ragazze dicendo che io invece ho più ragazzi di lui. Una scena del genere, a 20 anni, era come immaginare un volo intergalattico.

Ci spostiamo ancora un po’, tra la musica e l’impianto piazzati in fondo all’atrio e scorgiamo una ragazza che balla a centro pista insieme ad altre due persone.

“Sono qui con la mia ragazza e un’amica. Considerando che ho finito di studiare due anni fa, torno volentieri qui in Sapienza. Devo dire che si respira una bella aria. Non è una festa gay, ma non è nemmeno una festa universitaria come le altre. E’ una cosa nuova. Forse il futuro delle “serate gay” è che quella parolina ‘gay’ diventi rottura degli schemi per tutti.

“Insomma - chiediamo infine a Riccardo, che fa parte dell’organizzazione – avete fatto una festa gay senza chiamarla gay?”

What is love è una festa gay, una festa antifascista, una festa antisessista. È una festa in cui tutte e tutti possono ritrovare sé stesse e andare oltre i ruoli che vengono loro imposti dalla società! È una festa gay nel senso più bello del termine gay: non solo un target di persone di riferimento, ma soprattutto un modo di vivere la vita, senza confini, favoloso, libero, senza costrizioni...tutte e tutti possono venire alla festa e divertirsi, perché è una festa di tutte e tutti. Uno spazio sicuro, uno spazio libero, uno spazio irriverente”.

 Mentre completavo questo articolo, in questi giorni è nata la querelle intorno alle frasi pronunciate da Stefano Gabbana: “basta con l’etichetta gay, io sono un uomo”. Gabbana è stato seguito a ruota persino da Ozpetek, che ha detto di essere infastidito quando chiamano il suo compagno "marito". 

Ci mancherebbe che non sei un uomo caro Gabbana. Però ci piacerebbe sapere cosa ne pensi di questa nuova generazione, che al Pride come a queste feste inizia socializzare, a conoscersi e a fare l’amore dicendo con una risata “io sono gay, etero, bisex” o semplicemente “mi va di andare con te”. Senza conoscere alcuna vergogna. Perché la vera differenza è che la frase che scriverai su quelle magliette, I’m a man, not a gay, trasuda imbarazzo, vergogna e machismo. Forse la migliore risposta te l’hanno già data loro: non serve mettere in soffitta la parola “gay”, bensì riappropriarsi del suo vero significato di liberazione offrendolo a tutti e tutte. Tradotto: il famoso tacco a spillo di Silvia Rivera non significa che “i gay fanno le donne”. Significa che rompono gli schemi di genere, ironizzano sugli stereotipi e si sentono uomini ognuno a modo proprio (o al di là del genere assegnato, nel caso delle persone trans). Significa una rivoluzione, insomma, perché grazie a tutto questo anche gli eterosessuali stanno uscendo dalla gabbia del maschio per eccellenza che non deve mai chiedere, non deve mai piangere e così via.  

Di certo resta vero un fatto: senza quella storia di orgoglio e lotta che tu chiami “etichetta”, quello che vediamo oggi non ci sarebbe mai stato.

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