Il 12 dicembre la senatrice dem Monica Cirinnà è divenuta socia del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ulteriore iscrizione, dunque, a un’associazione Lgbti per la madrina della legge sulle unioni civili, già tesserata ad Arcigay a partire dal 2016 e al Wand di Benevento il 4 dicembre scorso.

A Gaynews così la parlamentare ha spiegato motivi e finalità sottese al gesto: «Sono contentissima di essermi tesserata alla più importante associazione Lgbti della capitale qual è il Mieli. Un onore essere socia di una realtà che nei decenni non ha mai perso di vitalità ma si è sempre distinta per il coraggio delle idee e l’impegno in prima linea nelle battaglie per i diritti.

Mi piace soprattutto ricordare la presentazione del pdl regionale in materia di discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nonché il sostegno a un dialogo serio e sereno sul tema della gestazione per altri. Tema presente nel bel documento politico del Roma Pride 2017, frutto dell’opera di coordinamento svolto appunto dal Mieli e dal portavoce Secci».

E proprio Sebastiano Secci, divenuto da qualche mese presidente dell’associazione romana, ha commentato così il tesseramento di Monica Cirinnà: «È con grande piacere che abbiamo accolto la senatrice Monica Cirinnà fra le socie e i soci del Circolo Mario Mieli.

Il rapporto che il Circolo ha avuto con la senatrice è stato caratterizzato, prima, durante e dopo la discussione della legge sulle unioni civili, da estrema schiettezza e correttezza reciproca. Schiettezza e correttezza che nascono da una profonda consapevolezza e rispetto del diverso ruolo e compito svolto dal movimento Lgbt+ da un lato e dalla politica dall'altro.

Apprezziamo Monica Cirinná, fra le altre cose, anche perché è una delle poche parlamentari che, nonostante la delicatezza dell'attuale fase politica, non esita a parlare liberamente di  matrimonio egualitario, di adozioni ma anche di riconoscimento di figli dalla nascita e di gestazione per altri

Argomento, quest’ultimo, sicuramente complesso ma che noi del Circolo Mario Mieli abbiamo fortemente voluto nella piattaforma rivendicativa dell'ultimo Roma Pride proprio perché simboleggia le sfide culturali e politiche che il movimento Lgbt+ sarà chiamato ad affrontare da oggi in poi».

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L’uscita di Stefano Gabbana sulla questione omosessuale non è né nuova né originale. Si erano già pronunciati in merito persone più o meno ruotanti intorno alla collettività Lgbti.

È un dibattito che si svolge da tempo soprattutto per quanto riguarda i Pride (i Pride fanno bene o meno al movimento? Bisogna rivendicare o no la propria identità?). E ne approfitto per rimarcare un aspetto connesso alla questione. Aspetto che in realtà non ho mai accettato: l’eliminazione, cioè, del qualificativo gay dalla parola Pride in riferimento alle manifestazioni del 28 giugno. Cosa, in realtà, voluta e fatta dal movimento. Gabbana non dev’esserne informato. Altrimenti l’avrebbe potuto utilizzare come argomento. Naturalmente io continuo a parlare di Gay Pride forse perché sono un vecchio militante tradizionalista. Per utilizzare una frase di un film di Ozpetek, «Gay io? No, io sono frocio.

In questo annoso dibattito era intervenuto tempo fa anche Giorgio Armani – sia pur in modo diverso – dicendo: «Un uomo omosessuale è uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale... Un uomo deve essere uomo».

Stupisce questa preoccupazione del maschile a tutti i costi. E stupisce per due ragioni.

In primo luogo uno è quello che è e non dovrebbe avere bisogno di sbandierarlo in giro per il mondo. Il doverlo fare rivelerebbe infatti l’esistenza di un problema. Se io, in riferimento all’identità di genere, sono e mi sento uomo (o donna) ma ho il bisogno di riaffermarlo su una maglietta, vuol dire che ho qualche problemino, e non da poco, al riguardo. Se invece non ho nessun problema, potrò conseguentemente decidere in piena libertà se dire di essere gay o meno.

E qui emerge l’altro punto dolente. Perché Gabbana mostra di confondere identità di genere con orientamento sessuale.

È vero che la distinzione al riguardo è recente. Distinzione dovuta alle culture della liberazione sessuale, al riconoscimento delle identità, ai Gay Studies, allo sviluppo degli studi scientifici in materia psicologica, alla militanza della collettività Lgbti. Ma l’errore è grossolano perché, come sappiamo tutti, è proprio su questo che si distingueva la vecchia guardia delle persone omosessuali in Italia.

Da questo punto di vista mi sovviene un ricordo dell’autunno dell’84. Era in corso una riunione con gli amici di Catania per dare vita al locale circolo dell’Arcigay (quello fu un periodo particolarmente importante per la nascita dei circoli, che poi avrebbero aderito, tra marzo e dicembre ’85, all’Arcigay Nazionale). In quell’incontro la metà dei presenti non si definiva omosessuale e sosteneva che l’omosessuale vero non si accompagna mai con un altro omosessuale. L’omosessuale vero, secondo gli intervenuti, sarebbe stato quello che si accompagna con un eterosessuale, aiutandolo a mettere su famiglia e, magari, ad allevare i di lui figli.

Sappiamo che Pasolini affermava più o meno la stessa cosa negli Scritti Corsari. Sappiamo anche che alcuni intellettuali d’orientamento omosessuale, appartenenti alla vecchia generazione, dicono tuttora che si stava meglio quando si stava peggio. Nel senso che nel periodo in cui la questione omosessuale non aveva un nome, non aveva una definizione, non era identificata, era impossibile non trovare un maschio che non fosse disponibile a fare sesso (magari da attivo) con un altro maschio. È noto che in passato (si parla di 40/50 anni fa) il ruolo dell’omosessuale di paese era quello di svezzare i ragazzi in modo che poi potessero finire sulla "retta via" sposandosi e facendo figli. È un’idea che non era solo delle persone omosessuali di vecchia generazione. Era un modo di pensare l’omosessualità condiviso anche dalla Chiesa cattolica che liquidava l’omosessualità quale fase transitoria dell’adolescenza.

In realtà, soprattutto nei piccoli centri, era fortissima la pressione sociale che spingeva a sposarsi e a farsi una famiglia. Al punto che persino molti giovani eterosessuali se ne lamentavano. Ricordo benissimo alcune mie conferenze nel corso delle quali, parlando di un tale argomento, intervenivano spesso 20/30enni etero dicendo: «I miei genitori e i miei amici mi hanno rotto le scatole perché non mi fidanzo». La stragrande maggioranza degli omosessuali finiva, d’altra parte, per sposarsi. Per poi continuare a frequentare i luoghi di battuage secondo una modalità ricorrente in passato e, in misura minore, ancora oggi.

Da un tale quanto complesso contesto deriva la su accennata preoccupazione. Preoccupazione che possiamo anche pensare come sincera. Non tutto, infatti, è sempre complotto, non tutto è sempre cattiveria, non tutto è sempre manipolazione. 

Personaggi come Gabbana od Ozpetek, intervenuti su questa materia, mostrano di essere sostanzialmente feriti da due realtà.

Da una parte, che sia dato finalmente un nome alle cose. Non avendo un nome, infatti, il movimento e la stessa questione omosessuale banalmente non esistevano. Dall'altra, che si siano rese conseguentemente visibili tutte le omosessualità. Perché, giova ricordarlo, non esiste un solo modo d’essere omosessuali. Visibilità emergente soprattutto durante le manifestazioni dei Pride, che - come già detto sopra - continuano a far discutere sulla loro necessità.

Com’è noto, io milito tra coloro che dicono che i Pride fanno benissimo. In primo luogo, perché consentono il ritrovarsi in una manifestazione corale che ci fa vedere in grande quantità. Quest’anno ci sono stati 24 Pride (il massimo della storia in Italia) e quasi dappertutto dominati dalla presenza di giovanissimi, che non troviamo più nelle manifestazioni di partiti o sindacati. I Pride sono anche l’occasione per ribadire le piattaforme locali e le richieste che esse avanzano: da quelle ai servizi socio-sanitari a quelle assistenziali, dalle case d’accoglienza alla lotta contro povertà delle persone Lgbti.

Tornando alla questione del nome, confesso di essere molto affezionato alla parola gay come a quella in parte sinonimica di omosessuale. Sono affezionato perché è un mezzo fondamentale per rendere visibile l’omosessualità. Perché, piaccia o non piaccia, noi abbiamo una religione civile che è quella della visibilità. Veniamo da un mondo dove sono vissuti i nostri critici, compresi alcuni militanti. Un mondo dove ci si doveva nascondere. Dove ci si vergognava di essere omosessuali. Dove l’essere gay significava il perdere lavoro o gli affetti più cari. La doppia vita e la clandestinità sono state le cifre che hanno caratterizzato per troppo tempo la vita delle persone omosessuali. Frutto di quel compromesso concretatizzatosi in Italia in quella che Giovanni Dall’Orto ha chiamato “tolleranza repressiva”, creando quella sofferenza aggiuntiva che Vittorio Lingiardi ha definito come “Minority Stress”.

Ci si deve infatti sempre chiedere quali sono i costi sociali del negare se stessi o se stesse. Quale livello di infelicità domini ancora in milioni di donne e uomini omosessuali che continuano a non “dirlo” a se stessi prima ancora che alla famiglia e agli amici.

È sufficiente per tutte queste persone dire "Io sono uomo” o "Io sono donna” per determinare un processo di liberazione e di vivibilità? Io direi di no.

Per non parlare, e qui torniamo alla preoccupazione di molti nel sottolineare la propria mascolinità, del rischio di un pericoloso ritorno del maschilismo anche in campo gay. Sappiamo bene che questa cultura incistata fin dalla nascita nei nostri cervelli e coltivata dalla scuola, dallo sport, dalla famiglia, ha prodotto i danni più rilevanti, i conflitti più dolorosi. Ha prodotto l'esercizio del potere escludente, il bullismo, la violenza verso la diversità (proprio quella che Trump vuole cancellare dai report dell’Acdc, l'agenzia sanitaria di Stato Usa).

Stiano attenti, quindi, alcuni amici: mettendosi controvento e obiettivamente dalla parte di tutti i nostri avversari storici, essi scherzano col fuoco. Si può essere - e, in non pochi casi, si deve essere - critici verso il movimento Lgbti. Ma senza toccare mai il fondamento della nostra esistenza e della nostra lotta.

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A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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Stefano Gabbana annuncia il lancio di una nuova t-shirt prodotta dal suo marchio con la frase I am a man, I am not a gay. La ragione che ha spinto Gabbana a una tale decisione è stata così spiegata: «La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». «Sono un maschio - ha aggiunto Gabbana - il resto non conta».

La t-shirt promessa dallo stilista gay Stefano Gabbana, dunque, recherà in maniera inequivocabile la scritta Io sono un uomo, non sono gay.

Qualcuno probabilmente potrebbe pensare che dietro questa rivendicazione d'umanità emerge la voglia di spazzare via presunte "etichette" e conseguenti discriminazioni.

In realtà, dietro dichiarazioni del genere, scorgiamo piuttosto una dose massiccia di omofobia interiorizzata e l'assoluta mancanza di consapevolezza e responsabilità di chi, come Stefano Gabbana, vive la propria omosessualità in una situazione di agio e privilegio.

Infatti, quello che Gabbana vuole spazzare via non sono le discriminazioni ma, al contrario, il senso di orgoglio e d'appartenenza che, con fatica e coraggio, la comunità Lgbti si è costruita e si sta costruendo negli ultimi anni.

L'indifferenziazione, a cui aspira lo stilista, non ha nulla a che fare con la libertà ma è solo il tentativo di conformarsi e omologarsi a un sistema politico e sociale in cui la parola gay desta ancora riprovazione e fastidio.

Gabbana, dicendo I am a man, I am not a gay, nega implicitamente che si possa essere fieri e felici di essere uomini gay.

Certo, qualcuno obietterà che Gabbana non nasconde affatto il proprio orientamento sessuale e, dunque, la sua esigenza non è quella di velarsi e nascondersi. Eppure, se Gabbana non fosse ricco e famoso, se fosse un ragazzo come tanti, uno di quelli che in questo Paese stentano ancora a vivere con serenità e orgoglio il proprio amore alla luce del sole, un'espressione come I am a man, I am not a gay non potrebbe che essere fonte di dolore e solitudine: dolore per il fatto di essere gay e solitudine per il fatto che - secondo Gabbana - bisogna rinunciare alla bellezza e alla rivendicazione culturale della propria differenza.

Affermazioni del genere sono veri e propri attentati al lavoro di crescita e progresso che stiamo provando a compiere in questo Paese. In nome di questo progresso e in memoria dei tanti ragazzi che si sono vergognati a tal punto di essere ragazzi gay da preferire la morte (cioè l'apice dell'indifferenziazione) GayNews riprende e fa sua la campagna #BoycottDolceeGabbana, che il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino ha tempestivamente lanciato sulla sua pagina Facebook.

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Susanna Ceccardi, la sindaca leghista di Cascina (Pi), torna a far parlare di sé. E non tanto per i post su Facebook in cui si sdilinquisce per il “capitano” Salvini – con l’augurio Magari si candidasse in Toscana – ma per l’istituzione ufficiale sul territorio cascinese di un Osservatorio per le politiche della famiglia.

Associazione che, sotto la presidenza del consigliere comunuale Vittorio Lago, promuove – come recita lo statuto – un’«azione d'intervento per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di indottrinamento e proselitismo all'ideologia gender e a tutte quelle politiche propagandate volte alla disgregazione della famiglia naturale e a favore di quella Lgbt. Si propone inoltre come organo consultivo, propulsivo, di raccordo, di partecipazione e di confronto tra l'amministrazione comunale e la comunità cittadina al fine di raggiungere efficacemente lo scopo sociale».

Presentato ieri mattina nel corso d’una conferenza stampa presso la sede del Municipio, l’Osservatorio – secondo quanto sottolineato dal presidente Lago – «prende le mosse da una mozione approvata a maggioranza dal Consiglio comunale cascinese in cui si chiedeva esplicitamente di contrastare la propaganda gender nelle scuole, alla quale siamo nettamente contrari: l'educazione dei bambini spetta alle famiglie e non ad associazioni ideologizzate».  

Già, perché a temi chiamanti in causa la tutela dei bambini «l'amministrazione comunale – ha osservato la sindaca - è molto sensibile. C'è una circolare del ministero dell'Istruzione che è molto chiara al riguardo: 'Nell’ambito delle competenze che gli alunni devono acquisire, fondamentale aspetto riveste l’educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione, e la promozione ad ogni livello del rispetto della persona e delle differenze senza alcuna discriminazione. Si ribadisce, quindi, che tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né ideologie gender né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo'.

Ciò che vogliamo ribadire è che c'è differenza tra i sessi, che deve essere tutelata la parità tra i sessi ma non devono esserci equivoci. Il rispetto delle scelte altrui è fondamentale, ma altra cosa è propagandare una deriva omosessualista».

Ma Susanna Ceccardi non è nuova a certe dichiarazioni su ideologia gender e omosessualismo in una con conseguenti atti volti a un loro contrasto. Il 21 giugno spalancò entusiasta le braccia a Povia che si esibì a Cascina in un contesto per il quale protestò anche Arci nazionale. Quel Povia che con Gianfranco Amato (fondatore dei Giuristi per la vita e segretario del Popolo della Famiglia) promuove in tutta Italia le conferenze-concerto Invertiamo la rotta. Contro la dittatura del pensiero unico! per arrestare, appunto, la presunta deriva omosessualista e genderista.

Ed a parlare di «teoria gender e colonizzazioni ideologiche» - con inequivocabile riferimento a un frasario bergogliano – sarà proprio Gianfranco Amato in un incontro fissato il 18 dicembre a Sesto San GiovanniPatrocinato in un primo momento dall’amministrazionale comunale (che ha fatto poi marcia indietro a seguito di contestazioni), l’evento vedrà la partecipazione del sindaco di Forza Italia Roberto Di Stefano.

E così dopo l’uscita in ottobre del Comune lombardo dalla Rete RE.A.DY. (col conseguente passaggio  alla Rete Comuni Amici della Famiglia, promossa dall’Associazione delle Famiglie Italiane) il primo cittadino di Sesto San Giovanni presenzierà quale ospite d’onore alla conferenza di chi, propagatore delle teorie riparative, è autore di testi quali Gender (d)istruzione e Omofobia o eterofobia?

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Prima unione civile a Camerino, Comune del Maceratese, retto da un’amministrazione di centrodestra. A dire il loro sì il 40enne Marco Dolci, originario di Civitanova Marche e impiegato presso un’azienda di Corridonia, e il 60enne Franco Verdarelli, addetto storico all’Ufficio Anagrafe del Municipio carmerte.

A celebrare il rito presso un gremito Salone Contram, sede provvisoria comunale, il sindaco Gianluca Pasqui (FI) visibilmente emozionato. Commosse le testimoni Monica Dolci e Patrizia Verdarelli, rispettive sorrelle dei festeggiandi. Raggiante Clara, la 96enne madre di Franco.

Il primo cittadino di Camerino, che ha donato alla coppia due bouquet di rose azzurre e fiori bianchi, ha rivolto loro un significativo augurio dopo la rituale firma sul registro di stato civile.

«Caro Franco – così ha detto il sindaco di Forza Italia -, sono veramente contento per voi, per tutti noi e per quello che rappresentate. È stata un’emozione vera e vi ringrazio per avermi permesso di viverla, soprattutto in questo momento storico per un territorio che ha tremendamente bisogno di simboli di speranza nel futuro. È un giorno di festa per un’intera comunità. Un'emozione per tutti, tanto affetto e una famiglia che nasce in un territorio che rinasce».

E ha poi aggiunto: «Franco è una persona che stimo, un amico da tanto tempo, e conosco i valori personali e professionali che esprime anche nel suo lavoro».

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Il 26 novembre Giuseppe Povia, il cantante del verbo delle teorie riparative e compagno inseparabile di Gianfranco Amato (fondatore dei Giuristi per la vita, le cui posizioni contro le persone omosessuali sono ben note) nelle conferenze-concerto Invertiamo la rotta. Contro la dittatura del pensiero unico!.

Il 2 dicembre la presentazione del libro di Filippo Burla Il corporativismo del III millennio a opera di Michele Iozzino, rappresentante regionale di Casa Pound per le Marche. A ospitare i due eventi il complesso anconitano Auditorium Ex Fiera della Pesca che, di proprietà dell’Autorità Portuale del Comune marchigiano, è stata concessa in gestione, lo scorso anno, all’associazione di promozione culturale e sociale Accademia di Babele.

La cosa non è passata inosservata all’onlus Ambasciata dei Diritti che, fondata nel 2006 ad Ancona con lo scopo di promuovere i diritti di cittadinanza, ha ieri diffuso il comunicato di condanna La Casa dei razzisti.

«Ancona, come molte altre città italiane - si legge nella nota -, non è immune al clima di intolleranza e discriminazione che tanti seminatori di odio stanno alimentando. Se fino a qualche giorno fa l'inventiva di omofobi e razzisti si era limitata ad incursioni sui social cittadini ora ha trovato casa.

Dove una volta sorgeva il centro congressi della Fiera della Pesca, ha sede l'associazione l'Accademia di Babele, che ospita e promuove personaggi ed associazioni estremiste ed intolleranti. A calendario infatti ci saranno prima l'esibizione di Giuseppe Povia e poi una iniziativa di Casa Pound. Qualcuno conosce Povia per avere scritto un paio di canzonette, pochi conoscono il suo lato di propaganda contro i migranti e contro i gay

Basta scorrere un po’ i suoi blog per farsene un’idea: “Adesso ho capito. Che per caso fate tutti parte dell'Arcigay? Ma se siete nati così non è colpa mia. Prendetevela con i vostri genitori e con la musica di merda che ascoltate. Però se vi serve una mano ditelo eh, posso darvi qualche supposta di Eterox”.

Dato che al peggio non c'è mai fine, l’Accademia di Babele ospiterà la settimana successiva Casa Pound, nota organizzazione di estrema destra che la stessa wikipedia definisce neofascista. L'aggressione al giornalista che ad Ostia chiedeva spiegazioni dell'alleanza tra Casa Pound e il clan mafioso degli Spada è solo l'ultimo degli episodi violenti che hanno visto la formazione di ultradestra protagonista. 

Delle nefandezze di questi personaggi ci sorprendiamo poco quello che più ci sorprende è come un luogo di proprietà della comunità (Autorità Portuale) possa dare ospitalità ad eventi promossi da razzisti e antidemocratici. Suona male che lo stesso luogo sia stato scelto per ospitare eventi della rassegna cittadina Adriatico Mediterraneo (AdriaticoMediterraneo Festival), che fa della tolleranza e dell'accoglienza la sua bandiera.

Tra i tre “mi piace” su Facebook per l'evento di Povia spicca quello di Giovanni Seneca, direttore artistico di Adriatico Mediterraneo. Chissà cosa ne pensano Daniele Sepe o Moni Ovadia di questo appoggio, solo per citare gli ultimi artisti ospitati dalla manifestazione.

Siamo anche curiosi di sapere il parere del presidente dell'autorità portuale Rodolfo Giampieri e del sindaco del comune di Ancona Valeria Mancinelli, se sono soddisfatti di avere creato le condizioni per lo sdoganamento dei fascisti del terzo millennio, offrendo loro ospitalità e svendendo la storia della resistenza e della tolleranza degli anconetani».

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Probabilmente si tratta di pura coincidenza ma certamente fa riflettere il fatto che Antonio Amoretti, partigiano e presidente provinciale dell’Anpi di Napoli riceverà l’Antinoo d’Oro oggi, alle 18:00, presso la sede del Comitato Arcigay di Napoli. Cioè solo qualche giorno dopo che su L’Espresso online Luigi Mastrodonato ricordasse l’eroismo, troppo spesso dimenticato, dei femminielli partenopei durante le Quattro Giornate che condussero Napoli a liberarsi, in maniera autonoma e prima dell’avvento degli Alleati, dal giogo nazifascista.

L’Antinoo d’oro è il riconoscimento che Arcigay Napoli conferisce, ogni anno, a una personalità che nel corso della vita si è distinta per la difesa e la tutela dei diritti delle persone Lgbti.

Antonio Amoretti, che è l’ultimo partigiano ancora in vita ad aver preso parte a quel capitolo importantissimo della storia italiana, da tempo si prodiga a ricordare l’impegno dei femminielli napoletani che, nei giorni delle lotte e delle barricate a Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, scesero per le strade al fianco dei partigiani, imbracciando le armi e difendendo la città con coraggio e con onore.

È già da alcuni anni, d’altronde, che il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli collabora in maniera sinergica e costruttiva con l’Associazione Partigiani Italiana. A tal proposito Antonello Sannino, che, oltre a essere presidente di Arcigay Napoli, è anche membro dell’Anpi, ha dichiarato ai nostri microfoni: “C’è un denominatore comune che assimila la nostra storia, cioè la storia del movimento di liberazione Lgbti, a quella dei partigiani ed è l’assoluta adesione ai valori dell’antifascismo e della libertà. Ed è proprio in virtù di questi valori irrinunciabili e sempre vivi nel nostro percorso di rivendicazione di diritti e affermazione della legalità che siamo fieri di consegnare ad Antonio Amoretti, memoria della nostra Resistenza, l’Antinoo d’oro 2017”.

L’edizione 2016 dell’Antinoo d’oro vide il riconoscimento attribuito a Colombia Barrosse, allora console generale degli Usa a Napoli.

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