Regista, sceneggiatrice, fotografa, studiosa di storia lesbica ma innanzitutto donna. Donna dalla straordinaria umanità e cultura eclettica, al cui entusiasmo inventivo si deve il Some Prefer Cake – Bologna Lesbian Film Festival. Luki Massa era tutto questo e molto più di questo.

A un anno dalla scomparsa, avvenuta lo stesso giorno di quella d’un’altra figura di spicco del movimento Lgbti quale Marcella Di Folco, era perciò doveroso che le fosse dedicata la IX edizione del  festival internazionale di cinema lesbico. Sotto la direzione artistica di Marta Bencich la kermesse cinematografica si svolgerà a Bologna dal 21 al 24 settembre presso il Nuovo Cinema Nosadella (Via dello Scalo 21, Via Lodovico Berti 2/7).  

Tanti i titoli in cartellone ripartiti in cinque sezioni:

1) Lungometraggi narrativi: The Misandrists (Germania, 91’), A Date for Mad Mary (Irlanda 82’), Women Who Kill (Usa, 93’), Awol (Usa, 85’), The Book of Gabrielle (Uk, 80’).

2) Documentari: Chavela (Usa, 90’), Donna Haraway: Story Telling for Earthly Survival (Francia – Belgio, 81’), Jewel’s Catch One (Usa, 85’), The F Word (Usa, 60’), Lina Mangiacapre artista del femminismo (Italia, 45’), Man for a Day (Germania, 96’).

3) Corti: BobbyAnna (Usa, 20’), Pussy (Polonia, 8’), Era ieri (Italia 15’), De Amores Libres (Argentina, 1’,57’’), Chromosome Sweetheart (Giappone, 5’), Open Recess (Usa, 2’,56’’), Carole Support Groupe (Usa, 7’,50’’), Etages (Germania, 14’), Blind Sex (Francia, 31’, 26’’).

4) Serie web: 10percento (Italia, 27’53’’), Wonders Wander (Spagna, 62’), Guapa (Itali, 4’43’’).

5) Sperimentali: The Ladies Almanack (Usa, 87’),.

Sabato 23, infine, un particolare omaggio a Luki con una tavola rotonda di ricordo politico, la proiezione dei suoi corti, letture di poesie e musica dal vivo.  

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Eravamo verso la fine degli anni '80 del secolo scorso. Mi accingevo, dopo la laurea in medicina e chirurgia e le specializzazioni in pediatria e in igiene e medicina preventiva conseguite presso l'università di Padova, a iniziare un nuovo percorso accademico per conseguire la terza specializzazione. Quella, cioè, in psicologia e sessuologia presso la scuola per la Formazione e la Ricerca in sessuologia diretta a Genova dalla didatta formatrice professoressa Jole Baldaro Verde, prima donna in Italia allora sessuologa e psicoterapeuta.

In quel periodo ero ancora un "velato" e pur non "esprimendomi" mai in termini ortodossamente eterosessuali nel linguaggio e nei gesti, cercavo comunque di far trasparire il meno possibile di me stesso e delle mie inclinazioni ovvero della mio vero orientamento sessuale. La mia didatta formatrice mi aveva perfettamente capito ma aspettava che fossi io stesso a manifestarmi. Pensò di agevolare il mio coming out affidandomi, come allievo della scuola in questione, la collaborazione nello stilare le perizie per rendere attuabile la correzione chirurgica del sesso (Ccs), come allora si chiamava la serie di interventi medico-chirurgici cui venivano sottoposte le persone in transizione.

Fu in quel periodo che ebbi modo di parlare più volte con Marcella Di Folco, che a noi, come scuola per la Ricerca e la Formazione in sessuologia, si rivolgeva per vari motivi. Vale a dire:

- per cercare, come Presidente del Mit, di trovare nuove attività e nuove energie innovative per il Movimento da rifondare; 

- per trovare idee e conferme in vista dell'apertura del Consultorio per l'identità di genere, che, a Bologna, sarà il primo consultorio al mondo coordinato da persone trans. 

Marcella, però, inviava soprattutto al nostro centro persone "in transito" per la perizia che avrebbe loro permesso il successivo iter chirurgico.

Con me Marcella è stata sempre una persona estremamente distinta ed educata. Forse fin troppo riservata (mi vedeva troppo maschio!!?? ) ma comunque sempre pronta al sorriso discreto e direi a volte malizioso, che mi faceva sussultare non poco. Mentre con la mia didatta formatrice, che conosceva da parecchio tempo, Marcella era molto più loquace e disinvolta.

Se penso a Marcella, la ricordo, attraverso i sensi, come un soffio di profumatissima cipria Coty, come una dolce soave melodia sulle note della celebre Anonimo Veneziano di Stelvio Cipriani, come una luminosa stella cadente ricca di sogni e di promesse. Provo forti emozioni nell'evocare questi ricordi nello struggente tentativo di riesperimentare le stesse vaghe ed intense emozioni che mi facevano trasalire e sussultare quando parlavo con lei. Quando parlavo con te, Marcella.

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In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

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«Forza Italia Bologna denuncia la convenzione per il Cassero con il circolo Arcigay perché non si sarebbe fatto il bando. Ma la storia non si mette al bando». Con queste parole il direttore Franco Grillini ha commentato il duplice esposto presentato dai consiglieri forzisti comunale e regionale (rispettivamente Marco Lisei e Galeazzo Bignami) contro la riassegnazione della Salara al Cassero in via Don Minzoni al locale comitato di Arcigay. Il primo all’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) per la violazione del codice degli appalti, il secondo alla Procura per abuso d’ufficio in nome d’una «affinità politica» tra il sindaco Virginio Merola e l’associazione Lgbti.

Ma Franco Grillini, memoria storica del movimento, sa bene che la realtà è diversa. Egli era presente quel 28 giugno 1982 quando in via Don Minzoni, nei pressi di Porta Saragozza, fu inaugurato il primo circolo omosessuale italiano.

Da allora l’assegnazione degli spazi della Salara al Cassero ad Arcigay è stata sempre riconfermata, senza bando alcuno, dalle varie amministrazioni che si sono succedute. Cosa che è nuovamente avvenuta nei giorni scorsi quando il Comune ha rinnovato per quattro anni (rinnovabili per un altro quadriennio) la convenzione con Arcigay. L’associazione dovrà pagare il 20% di affitto e utenze in cambio di quel riconosciuto e ampio servizio pubblico sempre offerto nel corso di ben 35 anni. Servizio che va dall’assistenza ai disagiati alla consulenza legale per le persone Lgbti. Senza contare l’importantissimo archivio storico, che si compone di oltre 120mila unità tra opere a stampa e faldoni manoscritti.

Sereno relativamente ai due eposti è soprattutto Vincenzo Branà, presidente del circolo Arcigay Il Cassero. Raggiunto telefonicamente, ha così commentato l’accaduto: «Gli esposti che Forza Italia ha presentato sulla convenzione, con la quale il Comune affida al Cassero la sua sede, fanno evidentemente parte di una strategia di radicalizzazione della destra di cui da tempo cogliamo numerosi sintomi.

Le persone Lgbti, proprio come i migranti, diventano bersaglio di quella classe politica che vuole assicurarsi il voto degli omofobi e dei razzisti. Una classe politica che purtroppo va perfino oltre i confini di Forza Italia e del centrodestra italiano, trovando pericolose sponde a sinistra.

Nel merito, gli esposti, oltre a puntare il dito sullo strumento amministrativo utilizzato per l'assegnazione della sede, stigmatizzano la libertà del Cassero di intervenire nel dibattito pubblico della città. Argomentazione assurda che va contro non solo ai fondamenti della nostra Repubblica ma perfino al buonsenso.

Così la politica oggi sistema i conti con il dissenso, così si aggira il confronto e si cerca di reprimerlo con lo spauracchio dei procedimenti legali. Infine: la polemica sull'assegnazione della Salara è ormai un romanzo a puntate in cui troviamo capitoli amari scritti da molte forze politiche. E soprattutto questo dibattito sta dentro una dimensione più ampia che è quella che riguarda la politica degli spazi nelle città.

A Bologna questo è il grande nodo irrisolto e il vuoto politico è terreno facile per chi, come Forza Italia, vuole usare queste vicende per fare campagna elettorale»

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Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

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Sesto sabato dell’Onda Pride il 1° luglio. A celebrare la marcia dell’orgoglio Lgbti saranno domani Bari, Cosenza, Genova, Palermo e una città simbolo per il movimento come Bologna. Al riguardo Gaynews ha intervistato Vincenzo Branà, presidente del Cassero.

Nel logo del documento politico del Pride l’astronauta osserva e non sappiamo chi è. Perché non dobbiamo saperlo? 

L’astronauta rilancia la vocazione esplorativa dei movimenti, la loro attitudine a adottare punti di vista e prospettive inedite e plurali. Non sappiamo chi si cela dietro allo scafandro ma possiamo scoprirlo: questa è la scommessa. Perché l’identità è una scoperta e non un presupposto, perché esistono nel tessuto sociale zone che sfuggono alle regole e alle regolarità e che non vanno necessariamente ricondotte o forzate dentro a uno schema. Svestirsi dai pregiudizi, da tutti i pregiudizi, è uno sforzo quotidiano, una pratica costante che non va banalizzata e che richiede un impegno preciso anche a chi nei movimenti opera da molto tempo. 

Bologna è la città storica del movimento Lgbti ed è la città che, per prima, ha creduto nel valore delle differenze. È ancora  cosi?

Bologna è una città che in passato ha saputo far crescere sguardi critici: questo è il tratto più caratteristico del suo dna. Dalle radio libere, ai centri sociali alla “presa” del Cassero, il filo rosso è quello di una cessione di una parte dello spazio politico alle comunità dal basso. Il punto è che la politica – o meglio: i partiti – oggi reprimono il dissenso per reagire alla loro evidente crisi di consenso: su questo, a Bologna come altrove, bisogna tenere alta la guardia. 

La realtà transessuale è un punto rilevante del  documento politico del Pride.  Su questo mondo i pregiudizi e gli stereotipi costruiscono  culture violente di sfruttamento e  di disprezzo. Come educare i più giovani e con quali strumenti? 

Per parlare ai giovani bisogna innanzitutto raggiungerli nei loro luoghi, condividere tratti di strada con loro, includerli nei nostri ragionamenti. Non è un processo indolore: nelle nuove generazioni categorie come “destra” e “sinistra”, chiare e irrinunciabili per le generazioni precedenti, hanno perso di senso e di nitidezza. Incolpare i giovani di questo è evidentemente un’ingiustizia. Diciamo sempre che la riproduzione non è solo un fatto biologico o genetico: a chi sostiene la sterilità degli omosessuali, abbiamo sempre risposto non solo con le nostre (s)famiglie ma anche con il nostro riprodurre cultura, idee, pratiche. I giovani oggi sono figli di quella riproduzione, che è anche nostra: se li sentiamo distanti tocca alle generazioni precedenti farsi carico di quella distanza.

Omofobia e transfobia nel mondo del lavoro. Quali gli strumenti per contrastarle?

Servono leggi, innanzitutto, tanto sul piano nazionale quanto su quello locale. Servono cioè strumenti che definiscano con chiarezza i contorni di un fenomeno, che lo rendano leggibile, del tutto visibile. E che mettano in moto percorsi efficaci di risposta a quei bisogni. E poi servono reti, capaci di attraversare mondi diversi e che non si accontentino di costruire relazioni solo tra “simili”, escludendo ciò che percepiscono come diverso. 

Unioni civili e concetto di famiglia che muta. Cosa c'è di valore aggiunto  per  la comunità sociale  e cosa non c'è?

Il valore aggiunto è senza dubbio la visibilità, il riconoscimento delle relazioni nello spazio pubblico. Non è l’esito di una legge, sia ben chiaro, ma di un percorso che parte da molto più lontano e che di certo nella legge trova uno dei suoi snodi più importanti. Uno snodo, però, e non un traguardo. La coppia non è l’unica dimensione di vita che persone lgbti scelgono e dobbiamo essere consapevoli dell’egemonia che quel modello esercita, con tutto ciò che comporta in termini di esclusione. 

Anche in Emilia  Romagna si chiede  una legge  contro l'omotransfobia. C'è già un testo?

Il testo esiste: fu depositato da Franco Grillini durante il passato mandato amministrativo. Ora finalmente qualcosa si sta muovendo: è in corso un lavoro di costruzione del percorso che potrà portare all’approvazione di quel testo. Per la prima volta, su questo tema, possiamo essere ottimisti.

Molto dibattito su gpa e autodeterminazione. Cosa manca  alla discussione aperta in questi  giorni?

Manca innanzitutto il riconoscimento reciproco e il superamento di una contrapposizione che riduce questo dibattito a due sole posizioni. Nel documento del Bologna Pride c’è un richiamo esplicito a questo aspetto. E non ci sono invece categorie che in questo dibattito vanno per la maggiore: abbiamo scelto deliberatamente ad esempio di non usare la parola “etica”, molto abusata in questa discussione e utile solo a tracciare un discrimine – del tutto discutibile – tra gestatrici accettabili o non accettabili. Una definizione dall’alto, che poco ha a che fare con l’autodeterminazione delle donne – altra formula inflazionatissima – che deve necessariamente riguardare tutte le donne, non sono quelle bianche, occidentali, ricche. 

Il 28 giugno è ricorso il 35° anniversario dell’inaugurazione del Cassero. Ora l'astronauta che cosa sta vedendo?  

La storia del Cassero è ogni giorno una sorpresa anche per chi la attraversa nella propria quotidianità. Oggi di quella storia fanno parte tanti e tante giovani, che sono la garanzia (e l’augurio) di una lunga storia, che è ancora tutta da scrivere. 

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