Antonello Dose, vero mattatore radiofonico con Il ruggito del coniglio su Rai Radio2, ha pubblicato da alcuni mesi una sua interessante autobiografia in cui, con la leggerezza e l’intelligenza che lo contraddistinugono, entra nelle pieghe anche più dolorose e sofferte della sua vita.

La rivoluzione del coniglio, pubblicato per Mondadori, è un vero e proprio talismano di consapevolezza in cui, anche attraverso il filtro della fede buddista secondo la pratica di Nichiren Daishonin, Dose si racconta e si mette a nudo, narrando anche la propria esperienza da omosessuale e da sieropositivo.

Incontriamo Antonello Dose qualche giorno dopo la presentazione del suo libro al Village di Padova.

Antonello, come mai hai deciso di scrivere La rivoluzione del coniglio? La parola scritta arriva più lontana di quella parlata alla radio?

Diciamo che un libro può arrivare a persone che non ascoltano il programma alla radio.

Qual è stata la rivoluzione più importante di Antonello Dose? Scrivere e raccontarsi, in un periodo di diffusa virtualità, può considerarsi un gesto rivoluzionario?

Il termine “rivoluzione” usato nel titolo del libro vuol essere una citazione dal romanzo La rivoluzione umana del mio maestro di vita, il leader buddista Daisaku Ikeda, che racconta di una vita spesa a propagare in tutto il mondo il buddismo di Nichiren Daishonin. Nella prefazione al romanzo Ikeda scrive: «Il cambiamento nel carattere di una singola persona, porterà al cambiamento di un intero Paese e alla fine dell’intera umanità»

La rivoluzione umana è qualcosa che avviene all’interno della mente e dei cuori delle persone. Se cambiano le menti e i cuori delle persone cambiano le società. La mia rivoluzione, negli anni, è stata trovare il coraggio di raccontarmi. Nella "diffusa virtualità" in genere ci si rappresenta molto ma ci si racconta poco.

La tua affettività e il coming out sono tra i cardini del libro. Il coming out è un gesto rivoluzionario? Cosa diresti a un adolescente che ha paura di vivere alla luce del sole il suo amore?

Questa estate italiana è stata così ricca di omofobia da far paura. In questo senso direi a un adolescente di andarci cauto. Magari, all’inizio consigliere di parlarne a persone fidate. Per il buddismo noi e l’ambiente siamo un fenomeno unico. Personalmente, ho sperimentato che se hai paura e resti nascosto, l’ambiente percepisce questo come una tua debolezza e tende a infierire. Crescendo, ho scoperto che nel momento che tu stabilisci con coraggio la tua libertà di essere, l’ambiente, al contrario, si inchina e ti rispetta.

Anche la sieropositività è un argomento che affronti nel libro. Nel nostro Paese, a proposito di rivoluzioni, quanto è rivoluzionario raccontare la propria vita da sieropositivo? C'è, a tuo parere, ancora un grande stigma verso le persone hiv+ e, soprattutto, esiste una buona informazione sulla necessità di usare il preservativo o prevale un atteggiamento superficiale?

Parlando della mia sieropositività mi sono reso conto di aver scoperchiato un tombino. Semplicemente, in Italia negli ultimi lustri non si è parlato affatto di hiv. Non capisco come le nostre autorità sanitarie abbiano potuto essere così superficiali. L’effetto è che sono in grande aumento i contagi tra giovanissimi e nelle coppie eterosessuali. #viveresereniconhiv è l’hashtag che mi sono scelto per rappresentarmi su Twitter. Attualmente, un paziente in terapia, controllato dai medici, è teoricamente non più contagioso. Questo dovrebbe far crollare quell’aura drammatica delle campagne sanitarie degli anni ’90 che hanno fatto passare la sensazione che anche i rapporti umani potessero essere contagiosi. Con le cure attuali è una sciocchezza, per sé e per gli altri, non farsi il test. Da tempo è disponibile un test salivare che dà il risultato in 15 minuti. Raccontando di me ho ricevuto dall’ambiente affetto, incoraggiamento e calore umano. È stato molto liberatorio. Ai ragazzi dico di continuare a usare il preservativo che resta il presidio più sicuro insieme alla PrEP (andatevi a informare online). Eviterete tutta una serie di altre seccature.

La parte dedicata alla tua fede buddista ha grandissima rilevanza nel tuo libro. Che posizione ha il buddismo rispetto all’omosessualità?

Nel buddismo si afferma che ogni persona è degna del massimo rispetto e che ha già in sé tutte le potenzialità della Buddità, che può ottenere in questa vita, nella forma presente. Questa premessa include ogni genere di persona a prescindere dal gender, la classe sociale e l’età. Ho trovato un grande conforto in questo insegnamento che mi ha donato dignità spirituale nell’incoraggiarmi nel fatto che ognuno di noi va bene così com’è.

Infine, sei stato recentemente ospite del Padova Pride Village. Che impressione hai ricevuto da questa che è, senza dubbio, una delle realtà più attive nella diffusione della cultura lgbt?

Ci si sente coccolati quando il gruppo che organizza lavora in unità. Padova è anche un piccolo miracolo nella cultura religiosa del Nord-Est. È aperta all’Europa, è ariosa. Credo che questo bel Village sia anche espressione delle nuove generazioni, più libere, più espresse. Una bella festa la fanno gli organizzatori ma anche la gente che ci partecipa.

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Lo scorso 19 maggio si è tenuto al cinema Aquila di Roma la conferenza Percorsi di Spiritualità LGBTQI dove cattolici, cattolici cristiani, ebrei, musulmani e buddisti si  sono raffrontatisul tema Fede e Omosessualità

A seguito dell’incontro mi fermo a parlare con i ragazzi buddisti scoprendo ancora di più la loro filosofia di vita, o meglio, la loro fede e religione come tengono a precisare; sì perché quando pensiamo al buddismo subito la nostra idea va verso una dimensione prettamente filosofica o ad un modo quasi aureo di vivere e interpretare la vita. Il buddismo invece è una religione vera e propria con propri principi, precetti e aspetti mistici ossia aspetti e fenomeni della vita che si verificano grazie alla preghiera, fuori da una logica razionale o dalla concezione della mente.

Grazie ad un amico in comune ceno insieme a loro ed entro quasi subito in contatto con lo shakubuku ossia il momento in cui un fedele buddista parla per la prima volta della pratica buddista ad una persona nuova: ne rimango affascinato. Semplice come una chiacchierata tra amici davanti ad una birra senza sentire il peso di un qual si voglia proselitismo, mi descrivono la loro religione e ciò in cui credono facendo crollare uno stereotipo su di loro: non vestono di arancione e non fanno vita monacale, sono tutti laici e non puntano all’eliminazione dei desideri terreni per essere felici e per raggiungere l’illuminazione (come insegnano molte altre scuole buddiste) anzi, sono proprio i desideri essi stessi illuminazione ossia il carburante verso la felicità attraverso la loro trasformazione.

Il loro è il buddismo di Nichiren Daishonin un monaco giapponese vissuto nella seconda metà del XIII secolo che dopo una vita di studio e preghiera proclama che la preghiera Nam Myoho Renge Kyo è la legge dell’universo e che la sua recitazione conduce alla felicità e all’illuminazione di tutti gli esseri viventi ora e in questa vita ma soprattutto esattamente così come siamo indipendente dalla nostra condizione sociale, vitale, sessuale o di genere.

Il discorso torna subito sul rapporto tra fede buddista e omosessualità e la conferma è che nel buddismo esiste un profondo rispetto della dignità e natura di ogni essere vivente e che non esiste né alcuna differenza ma neanche alcuna forma di accettazione o accoglienza perché il punto di osservazione non guarda alla persona in sé ma alla sua buddità (anima) indipendentemente da qualsiasi altra cosa, dal sesso, dall’età, dalla diversità di genere o dalle preferenze sessuali. Questo spostamento dall’individuo e dai suoi comportamenti verso l’interiorità di ognuno permette di guardare all’umanità della persona e alla cosiddetta, rivoluzione umana verso la felicità. È una religione fortemente umanistica dove l’uomo e la donna sono al centro della vita e godono di profondo rispetto indipendentemente dalla loro natura e condizione.

Mi fanno leggere l’estratto di un gosho (scritto) del monaco Nichiren preparato per la conferenza. Esso recita: «I fiori del ciliegio, del pesco e del susino selvatico hanno ognuno le proprie qualità, e manifestano le tre proprietà della vita del Budda originale senza cambiare le loro caratteristiche» senza cambiare le loro caratteristiche significa proprio che andiamo bene così come siamo e che fioriremo nella vita ognuno con le proprie caratteristiche in maniera naturale, serena e appropriata alle proprie identità uniche di genere.

Raccontano quanto sia importante nel buddismo il valore della diversità e di quanto questo principio riguardi tutti, esseri viventi senzienti e insenzienti tutti preziosi e indispensabili nelle loro differenze e che risposte come quella di ritirarsi e isolarsi nel proprio mondo protetto senza aprirsi al diverso, oppure quella di uniformarsi a una serie di valori imposti per piacere agli altri, sono risposte assolutamente inadeguate e dannose per la vita ed escludono il principio che ogni singolo essere vivente è una manifestazione unica di vita e che il carattere unico e peculiare di ognuno rappresenta un aspetto necessario all’universo vivente. 

Questo buddismo fondato da Nichiren Daishonin è oggi portato avanti dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e dalla Soka Gakkai Internazionale in 192 paesi nel mondo. Il loro presidente (sensei ovvero maestro) è Daisaku Ikeda è un fervido 90 enne che ancora oggi porta avanti messaggi di pace, educazione e cultura e che ogni anno invia alle Nazioni Unite per la Soka Gakkai Internazionale, una Proposta di Pace per il disarmo e umanizzazione del mondo.

I ragazzi buddisti della Soka Gakkai Italia, gay, lesbiche, bisex e transgender da ormai più di vent’anni fanno attività all’interno del loro Istituto religioso come Gruppo Buddista Arcobalena e questo pomeriggio saranno in parata al Pride con uno loro striscione e magliette personalizzate che riporteranno proprio un estratto dall’ultima Proposta di Pace 2017 di Daisaku Ikeda:

Lo scopo dell'eguaglianza di genere serve a far sì che ogni persona, indipendentemente dal genere, possa far risplendere la luce della sua dignità e umanità intrinseca in modo aderente al suo proprio e unico sé.

 

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