Giuseppe Lombardo, il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria, non ha bisogno di presentazioni. Due giorni fa il quotidiano tedesco Bild Zeitung ha dedicato al magistrato calabrese un lungo ritratto. Oggi, in esclusiva a Gaynews, Giuseppe Lombardo, torna ad affrontare il tema della lotta alla 'ndrangheta e delle minacce anche alla luce dell'ultima lettera anonima al massmediologo Klaus Davi con tanto di cappio e insulti omofobi.

Minacce verso giornalisti, magistrati, soggetti impegnati della società civile in Calabria sono all’ordine del giorno ma non fanno notizie: perché secondo lei?

Provo la pessima sensazione che negli anni si sia stratificato nel tessuto sociale un pericoloso percorso di accettazione supina, e quindi di sostanziale normalizzazione, dei fenomeni criminali di tipo mafioso. Le grandi mafie hanno capito che senza morti o azioni eclatanti l’attenzione dei media si abbassa, consentendo alle mafie di diventare invisibili e di moltiplicare la loro capacità di infiltrazione negli ambiti strategici. Ecco perché i pochi giornalisti che vanno oltre la cronaca quotidiana diventano nemici da intimidire e minacciare. Le minacce ai magistrati a mio avviso seguono altre logiche, a volte molto raffinate. Si cerca di isolarli facendo terra bruciata intorno a loro.

Chi minaccia sa che i magistrati in questa terra vivono una condizione non semplice, caratterizzata da un carico di lavoro, quantitativamente e qualitativamente, elevatissimo. E quella minaccia serve a creare ulteriori difficoltà. Soprattutto perché le successive manifestazioni di solidarietà e di vicinanza sono puramente di facciata. Non durano nel tempo e, quindi, a mio parere non servono.

Lei vive con una scorta molto consistente da anni. Ha ottenuto condanne pesanti nei riguardi di numerosi boss. Quando ha temuto di più per la sua vita in questi anni?

Dal punto di vista professionale la mia paura più grande è quella di non poter contare sulle risorse necessarie a stabilizzare i risultati processuali che sono stati raggiunti negli ultimi anni. È stato fatto un enorme sforzo per ricostruire fino in fondo la struttura della ‘ndrangheta. Il più ampio sistema criminale di tipo mafioso - di cui la ‘ndrangheta fa parte – ha compreso che le attenzioni investigative sono rivolte verso l’alto, al fine di individuare il livello apicale delle teste pensanti: quelle che decidono le grandi strategie di politica criminale.

In questo complesso percorso antimafia siamo chiamati a convivere con paure di vario genere, che si sconfiggono ogni giorno con il coraggio delle proprie scelte, adottate nell’interesse collettivo. La forza dello Stato si misura con la sua capacità di aggregare, di creare le condizioni migliori per agire in modo coordinato e continuativo. Se ognuno farà il suo dovere fino in fondo, non ci sarà spazio per la paura. Prevarrà la consapevolezza che le mafie non vinceranno mai contro il grande esercito delle persone perbene. Di cui la Calabria è piena.

Anche l’ultima lettera anonima ricevuta da Klaus Davi dalla calabria insiste sugli insulti omofobi. Fa ancora presa questo genere di aggressione seppure verbale? Perche prendere di mira l’aspetto sessuale?

È stata diffusa, anche mediante discutibili prodotti televisivi e cinematografici, la sbagliatissima convinzione che le mafie siano composte da uomini forti e coraggiosi. Vi dico invece che sono un insieme di vigliacchi. Pieni di paure. Non reggono il confronto alla pari e, per questa ragione, si rifugiano nella violenza, fisica e verbale. Negli attacchi gratuiti, volgari, omofobi e senza senso ai giornalisti, che ne raccontano gli aspetti meno conosciuti, si manifesta tutta la debolezza interiore degli uomini di mafia e, quindi, delle organizzazioni di tipo mafioso di cui sono espressione.

Ben venga il lavoro di chi con coraggio racconta e mette a nudo le verità scomode, che le mafie tentano di nascondere da sempre. Chi ha la capacità e la forza di fare questo tipo di giornalismo, sempre più raro avrà sempre il mio sostegno. Che spero sia il sostegno di tutti.

La Calabria non fa notizia, le vostre battaglie non fanno notizia: di chi è la colpa?

C’è in atto una pericolosa tendenza ad abbassare la tensione morale nel contrasto alle mafie. Quale tema di discussione è sostanzialmente sparito dalle cronache. Si percepisce che non è prioritario alimentare percorsi di conoscenza dei moderni fenomeni criminali. Ai risultati che lo Stato raggiunge ogni giorno seguono apprezzamenti che, troppo spesso, durano lo spazio di un comunicato stampa. Noi non abbiamo bisogno di applausi. Abbiamo bisogno di sostegno e vicinanza. Che in Calabria non c’è. Neanche dopo aver dato risposte giudiziarie di assoluto rilievo. La gente osserva da lontano e non partecipa emotivamente alla guerra che si combatte ogni giorno. Purtroppo il grande sforzo fatto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura non basta.

C’è bisogno di partecipazione collettiva, la cui totale assenza agevola il gravissimo disinteresse mediatico nazionale. Non è normale che nel territorio di una città metropolitana come Reggio Calabria, capitale riconosciuta della ‘Ndrangheta nel mondo, non ci sia una sola redazione locale delle grandi testate giornalistiche nazionali. Non è spiegabile che le televisioni parlino di ‘Ndrangheta ripetendo in eterno ricostruzioni antistoriche e superate da decenni. Questo è proprio quello che la ‘Ndrangheta desidera: silenzio e normalizzazione.

I calabresi però hanno anche le loro responsabilità..

Mi pare di averne già dato atto. E questo a me, da calabrese, dispiace oltremisura. A Reggio Calabria ci sono volute le bombe del 2010 per far sorgere movimenti spontanei di cittadini, che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza. Erano pochi e pochissimi sono rimasti. A tutti gli altri dico: cosa aspettate? Altre bombe? Altri morti? Non è matura una comunità che vive dell’emotività di un momento. Il contrasto alle mafie è impegno quotidiano, è partecipazione. Tutto questo qui non c’è. Perché a mio parere le iniziative isolate, assolutamente meritevoli, lasciano il tempo che trovano.

A che punto è la lotta contro la 'ndrangheta?

Oggi siamo più avanti rispetto a ieri e più indietro rispetto a domani.

Al Nord i clan sembrano silenti: sono stati sconfitti?

La filosofia cinese insegna che “Il silenzio è una fonte di grande forza”. Per le mafie è esattamente così. Impariamo a riconoscere dal loro silenzio quello che sono diventate oggi. La ‘ndrangheta più di altre ha sempre utilizzato una strategia di basso profilo, che le ha consentito di interloquire indisturbata con numerosi centri di potere. Mi pare evidente che è il silenzio a dover preoccupare, non il rumore.

Il Sud è spacciato?

Le mafie sono la perfetta sintesi del concetto di “glocalizzazione”, vista la loro capacità di replicare globalmente un modello locale in grado di generare un indotto mafioso di impressionanti dimensioni. In presenza di questo evidente glocalismo mafioso continuare a parlare di “sud” non solo non ha più senso ma genera percorsi informativi altamente depistanti. Mi permetta di darle un consiglio. Esca per strada e faccia una lunga passeggiata: osservi con attenzione. Noterà tante situazioni che non hanno alcuna logica. Al sud come al nord. In Italia come all’estero. Si interroghi sulle tante anomalie che riuscirà a percepire. Quando non sarà in grado di trovare una risposta convincente, non si giri di spalle per proseguire il suo cammino, cercando di autoconvincersi che tanto di stranezze è pieno il mondo.

Le garantisco che gran parte di quelle anomalie incomprensibili nascondono una insidia: la più pericolosa delle quali si chiama mafia. Questa è la ricerca che va fatta oggi. Da cittadini consapevoli siamo tutti chiamati a cambiare i nostri occhi ed il nostro modo di osservare i fenomeni criminali di tipo mafioso. Non è un percorso semplice, ma lo dobbiamo a tutti quelli che ci hanno creduto prima di noi e sono morti per questo. Il nostro debito di riconoscenza va saldato con la partecipazione e l’impegno. Costi quel che costi.

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Una lettera con insulti omofobi e minacce di morte. Il tutto corredato d’una foto di due uomini con cappio al collo pronti per essere impiccati. Questa la missiva che, indirizzata al noto massmediologo Klaus Davi (opinionista del programma tv L’Arena condotto da Massimo Giletti su La7) e recapitata nella sede della sua agenzia milanese, viene pubblicata in esclusiva da Gaynews.

Il giornalista è da tempo bersaglio di lettere minatorie e aggressioni fisiche. Episodi sui quali pendono inchieste della Dda di Reggio Calabria e della Procura di Vibo Valentia. Recante il timbro di Lamezia Terme, l’ultima lettera è stata recapitata al suo staff nei giorni scorsi. Tra i vari insulti, anche, Hai rotto il cazzo brutto pezzo di merda frocio

È noto come tra i temi più volte affrontati da Davi ci sia anche la spinosissima questione dell’omosessualità nella 'ndrangheta. A questo proposito il massmediologo si è battuto per fare intitolare a Gioia Tauro una via a Ferdinando Caristena, ucciso nei primi anni '90 del secolo scorso per aver avuto una lunga relazione con l’esponente di una famiglia ndranghitista e per aver tentato di sposarne la sorella. L’inaugurazione è avvenuta il 5 novembre a Gioia Tauro alla presenza dell'attuale procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che ha pubblicamente ringraziato il giornalista.

Davi ha anche pubblicato un’intervista a un ragazzo gay che ha rivelato di essersi prostituito nel quartiere di Archi a Reggio Calabria, regno dei boss.

Minacce di morte e insulti omofobi sono all’ordine del giorno. Molti commenti si possono leggere tranquillamente  sulle bacheche dei filmati di Davi e non lasciano adito a dubbi: uno vero e proprio stillicidio di insulti, ingiurie, attacchi omofobi e minacce alla sua incolumità. Interpellato, il  giornalista preferisce non commentare: “Sono all’ordine del giorno per chi fa questo lavoro. Sarò presto a Rosarno e nella Locride per continuare le mie inchieste.” 

Proprio in questi giorni sta per iniziare un processo a Vibo Valentia per le percosse subite da Davi ad opera di esponenti d'un clan locale dopo che aveva tentato di intervistare la mamma di un pentito. 

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È iniziata alle 10:00 presso il Palazzo municipale di Gioia Tauro (Rc) la cerimonia in ricordo di Ferdinando Caristena, ucciso nel 1990 dalla ‘ndrangheta in ragione della sua omosessualità. Commemorazione culminante con l’intitolazione d’una strada del Comune gioiese al “martire del pregiudizio”.

La commemorazione previa è stata interessata dagli interventi del sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Di Palma (che ha indagato a più riprese sul clan Molè-Piromalli, mandante dell’omicidio del commerciante gioiese) del prefetto Michele Di Bari, del giornalista della Gazzetta del Sud Arcangelo Badolati (legato da vincoli amicali con Caristena) e del massmediologo Klaus Davi, al cui impegno è soprattutto da ascriversi la realizzazione dello storico evento.

Presente anche Lucio Dattola, presidente del comitato provinciale reggino d’Arcigay, che ha letto il messaggio inviato dall’ex-parlamentare Franco Grillini, direttore di Gaynews e leader storico del movimento Lgbti italiano.

Eccone il testo:

27 anni fa Ferdinando Caristena, appena 33enne, veniva trucidato a Gioia Tauro dalla ‘ndrangheta. Una morte tragica subita per il fatto di essere gay. O meglio, per il fatto d’essere prossimo a stringere legami familiari con un componente del  clan Molè. Un’assurdità per il mondo criminale calabrese dove, come ebbe giustamente a rilevare lo scorso anno il sostituto procuratore Roberto Di Palma, «l’omosessualità è considerata una sorta di lebbra da fuggire perché capace di contaminare le famiglie e minarne onore e rispettabilità, come se essere mafiosi fosse onorevole e rispettabile».

Oggi, intitolando una strada a Ferdinando Caristena, la cittadinanza di Gioia Tauro e la Calabria tutta ribadisce, anche con un gesto ufficiale, un deciso no alla ‘ndrangheta. Un deciso no alla strategia ‘ndranghetista del terrore. Un deciso no al sistema ‘ndranghetista d’illegalità poggiato su i bagni di sangue, la violenza, la sopraffazione, il pregiudizio. Quel pregiudizio di cui, come ha scritto giustamente il procuratore Federico Cafiero de Raho, Ferdinando fu “vittima e martire”. Pregiudizio – che è opportuno rimarcarlo – è di matrice omofobica.

Nel ringraziare quanti si sono impegnati perché si realizzasse un tale pubblico riconoscimento, in primo luogo l’amico Klaus Davi, voglio augurarmi che la Calabria si attesti sempre nella lotta senza quartiere alla discriminazione da orientamento sessuale e identità di genere, iniziando dall'approvazione di una specifica legge regionale. Si proceda senza tentennamenti e ritardi.

Lo dobbiamo soprattutto ai giovani e alle giovani Lgbti calabresi. Lo dobbiamo soprattutto alla memoria di Ferdinando, che vive in ciascuno e ciascuna di noi.

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27 anni fa moriva a Gioia Tauro (Rc) il commerciante Ferdinando Caristena, ucciso dalla ‘ndrangheta perché omosessuale. Allo storico evento parteciperanno, fra gli altri, il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, il sostituto procuratore Roberto Di Palma, il presidente del locale comitato d’Arcigay Lucio Dattola e, soprattutto, il massmediologo Klaus Davi. Già, perché è grazie al suo impegno se per la prima volta al mondo sarà intitolata una via, e per giunta nel Reggino, a una vittima gay delle mafie.

Per saperne di più, lo abbiamo raggiunto alla vigilia del suo viaggio in Calabria.

Klaus, domani sarà finalmente intitolata a Gioia Tauro una strada a Ferdinando Caristena. Quale sentimento ha provato a tale notizia?

Il mio sentimento è di gioia perché il Sud Italia e, più specificamente, la Calabria conseguono un primato mondiale. Si tratta infatti della prima via intestata a una vittima Lgbti di mafia. Di vittime di mafia ce ne sono migliaia al mondo e molte di esse hanno ricevuto pubblici riconoscimenti. Ma nessuna vittima omosessuale ne aveva finora ricevuto uno. Questo dimostra come le cose siano profondamente cambiate al Sud e come per certi versi il Sud sia all’avanguardia. E poi parliamo di un Comune come Gioia Tauro.

Proprio a Gioia Tauro lei fu aggredita lo scorso anno...

Sì, sotto la casa dell’avvocato Gioacchino Piromalli, che è stato fra l’altro arrestato circa un mese fa. Devo dire che l’aggressione non c’entra nulla con la gente di Gioia Tauro. È stato un gesto di Piromalli per dimostrare al suo interlocutore una prova di forza. Un’aggressione legata al mio impegno nel fare luce sulla morte di Caristena, ucciso in quanto gay.

Nell’ambiente mafioso l’omosessualità è ancora tabù. Una vera e propria ipocrisia se si tiene conto che l’omosessualità è incompatibile solo sulla carta con la “morale” mafiosa della famiglia, poggiata sul concetto di clan. Poi però nella pratica molte volte in questi ambienti si vive, purché in maniera nascosta, con una doppia o tripla morale. Rispetto alla camorra e a Cosa Nostra bisogna indubbiamente dire che la ‘ndrangheta è la struttura criminale più omofoba.

Ha avuto modo di conoscere familiari o amici di Caristena?

No. Loro hanno anzi comunicato – non a me ma i giornali – la propria contrarietà al fatto che si parlasse di Ferdinando come gay. Una cosa assurda. Anche se Ferdinando non fosse stato gay – cosa invece certa –, è stato comunque ucciso per questo motivo. Lui è stato vittima di un pregiudizio.

Parlando di pregiudizio, sa benissimo che la via sarà intitolata a Ferdinando Caristena quale “vittima del pregiudizio”. Secondo lei basta una tale qualifica? O non sarebbe stato meglio parlare di “vittima del pregiudizio omofobico” o “vittima gay della ‘ndrangheta”?

Indubbiamente l’avrei scritto ma io non sono la Prefettura. Lo avrei fatto perché Ferdinando conviveva con un uomo poi deceduto per complicanze da Aids. Successivamente ebbe una presunta relazione con un uomo imparentato col clan Molè-Piromalli e, in contemporanea, con la sorella di lui che voleva sposare. Ciò fu la causa del suo omicidio: perché un omosessuale non poteva entrare in una  famiglia d’onore.

È ovvio che per evitare lo scontro coi parenti di Caristena la Prefettura abbia adottato una soluzione di mediazione. Ma attraverso i media è passato il vero messaggio.

L’intitolazione d’una via a Ferdinando è indubbiamente un suo successo. Coronamento di quell’impegno da lei profuso anche col lancio d’una specifica petizione. Chi ha aderito a questa iniziativa?

Gente comune. Soprattutto tanti e tante giovani calabresi. Abbiamo raccolto 5mila firme. Ma in realtà il Comune di Gioia Tauro aveva deciso l’intitolazione d’una strada a Ferdinando già dopo le mille firme. Non abbiamo trovato nessuna resistenza da parte dell’amministrazione locale e della Prefettura di Reggio Calabria.

In una recente dichiarazione ha ringraziato anche il ministro Minniti per l’intitolazione della strada a Caristena. Perché?

Minniti si è espresso favorevolmente al riguardo col Prefetto. Essendo lui calabrese, ha espresso un suo parere. Non che il suo parere sia stato determinante, perché la decisione era stata già assunta. Però una presa di posizione del ministro dell’Interno è certamente una cosa importante.

Per non parlare poi della splendida lettera del procuratore Federico Cafiero de Raho, in cui si parla di Ferdinando “quale vittima della ‘ndrangheta e martire del pregiudizio”. Credo che questo grandissimo magistrato, che ha combattuto i Casalesi e che sarà nominato a breve a capo della Procura nazionale Antimafia, si sia positivamente stupito della rapidità con cui si è giunti alla decisione di intitolare una via a Caristena.

Per concludere. Sono stati recentemente depositati due progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere in Calabria. Che cosa ne pensa?

Sono totalmente favorevole. Credo che si tratti di una cosa molto importante non tanto per noi adulti, che sappiamo maggiormente difenderci, quanto per i più giovani, vittime di bullismo e pregiudizi a scuola e, spesso, anche nelle famiglie.

Mi auguro che la Regione Calabria si doti quanto prima di una tale normativa. Un ulteriore segnale di avanzamento nel cammino del rispetto, dell’inclusione e dell’abbattimento dell’omotransfobia. 

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Domenica 5 novembre a Gioia Tauro (Rc) sarà intitolata una via a Ferdinando Caristena, ucciso dalla n’drangheta nel 1990 in ragione della sua omosessualità. O meglio, per il fatto che il noto commerciante gioiese, dopo aver convissuto per anni con un concittadino, avesse stretto una presunta relazione con Gaetano Mazzitelli, appartenente a una famiglia imparentata col clan Molè, e si fosse innamorato della di lui sorella Donatella. Un invaghimento tale da far presagire un imminente matrimonio.

Cosa, questa, inaccettabile per il mondo n’dranghetista e, nello specifico, per i Molè che non potevano tollerare l’instaurazione di legami familiari con una persona gay. Perché l’omosessualità – come ha dichiarato il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Di Palma - «è per loro un peccato, una specie di lebbra da cui tenersi lontano potendo contaminare le famiglie».

Dopo 27 anni da quella tragica morte il Comune calabrese renderà giustizia a Ferdinando riconoscendolo ufficialmente quale “vittima del pregiudizio”. Prima volta, fra l’altro, d’un odonimo per tale motivazione. Primato che Gioia Tauro conseguirà grazie soprattutto all’impegno del massmediologo Klaus Davi, primo firmatario della petizione che ha portato al pubblico riconoscimento gioiese.

L’impegno di Davi è stato ampiamente rilevato dal procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho – che con ogni probabilità dovrebbe essere nominato, l’8 novembe, procuratore nazionale Antimafiain una lettera a lui indirizzata nei giorni scorsi:

Caro Klaus,

desidero manifestarti il mio convinto sostegno per l’iniziativa che avrà luogo il 5 novembre a Gioia Tauro, in cui sarà intitolata una strada a Ferdinando Caristena, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1990. La manifestazione nasce dal lodevole intento di ricordare chi è stato vittima della ‘ndrangheta e martire del pregiudizio. La manifestazione è di straordinaria importanza perché si svolge a Gioia Tauro, ove è profondo il radicamento della ‘ndrangheta. 

Sul porto di Gioia Tauro la ‘ndrangheta, che svolge un ruolo centrale nel traffico internazionale di cocaina, anche per i privilegiati rapporti con i cartelli colombiani, esercita un capillare e penetrante controllo:  proprio da quel porto passa almeno la metà della cocaina importata in Italia. Nel porto di Gioia Tauro negli ultimi tre anni  sono state sequestrate più di 4 tonnellate di cocaina. L’affare della cocaina coinvolge e arricchisce tutta la ‘ndrangheta. 

La manifestazione, in Gioia Tauro, esprime l’affermazione dei principi costituzionali di libertà e di uguaglianza di tutti davanti alla legge, con riconoscimento di pari dignità sociale. È l’espressione della condanna del pregiudizio e, al tempo stesso, l’occasione per affermare in modo forte e chiaro che la libertà, in qualunque sua manifestazione, è incoercibile, non è comprimibile, è un diritto fondamentale che nessuno, né tanto meno la criminalità organizzata, potrà elidere dal codice genetico del cittadino democratico.

Manifestazioni come questa fanno memoria, ma, al tempo stesso, contrastano l’anticultura della sopraffazione, della violenza e dell’arroganza da qualunque parte venga. I segnali che si colgono in Calabria verso il cambiamento sono univoci e ne è esempio eclatante anche questa importante celebrazione Nel salutarti, ti ringrazio per il tuo impegno sul territorio e per dare quotidianamente voce a questa terra.

Un evento, dunque, di particolare importanza quello del 5 novembre, al cui riguardo così si è espresso ai nostri microfoni Lucio Dattola, presidente del comitato Arcigay di Reggio Calabria: «Ferdinando Caristena da oggi non rappresenta l'amore gay, ma rappresenta la libertà di amare in un mondo in cui non esiste alcun tipo di libertà.

Questa intitolazione, in un momento in cui ancora la Regione Calabria tentenna rispetto alla legge di contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere, è l'ennesima conferma della necessità di un cambiamento sociale e politico, che prenda le mosse dalla base, da tutti quei calabresi che non hanno consentito a regole 'ndranghetiste, a pregiudizi e convenzioni sociali di offendere la propria dignità.

È vero: Ferdinando Caristena conosceva bene le conseguenze che avrebbe subito, ma non ha mai rinunciato a essere se stesso».



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Il caso della coppia di giovani napoletani, respinti dalla Casa Vacanze Ciufo di Ricadi (VV) perché gay, è stato uno dei primi di una lunga serie di atti discriminatori che, attuati da strutture turistiche da un capo all'altro dell'Italia, hanno caratterizzato l'estate 2017. Un segnale positivo sembra però arrivare proprio dalla Calabria, dove in giugno è stato depositato un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. 

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente l'avvocato Lucio Dattola, presidente del comitato provinciale di Arcigay I Due Mari di Reggio Calabria.

Lucio, il caso di Casa Vacanze Ciufo, di cui a livello giornalistico ha parlato per primo Gaynews, ha portato all’attenzione l’emergenza omotransfobia in Calabria. Che cosa ne pensi?

Penso che si tratti di una dimensione esistente ma né più né meno che nelle altre regioni. Il primo incontrovertibile dato relativo al territorio di Vibo Valentia e di Ricadi, in particolare, è che questa è una realtà nella quale si deve lavorare costantemente, seriamente, con competenze specifiche e obiettivi chiari. Ma c’è anche da dire che in questi ultimi mesi Ricadi, Vibo Valentia e la Calabria tutta sono state descritte al mondo per come era più facile vederle e non per la ricchezza e le potenzialità che hanno. E questo, lo dico da calabrese, è svilente. Sono tanti i punti dolenti della nostra Calabria ma sono infinitamente di più i segni di onestà, accoglienza e legalità.

Come si è caratterizzato l’impegno contro l’omotransfobia da parte del comitato reggino di Arcigay, di cui sei presidente?

Tante le iniziative promosse. Mi piace però menzionare il Progetto Armellini che, conclusosi nel giugno scorso e incentrato sui temi del bullismo omofobico, della discriminazione e della violenza causate da orientamento sessuale e identità di genere, ci ha dato la possibilità di realizzare nove laboratori, lavorando con 20 insegnanti per l’organizzazione specifica della formazione diretta agli studenti. Abbiamo incontrato e ci siamo confrontati con circa 400 studenti durante le 60 ore svolte. Proprio a Vibo Valentia abbiamo lavorato nella scuola media Garibaldi.

Un segnale importante arriva anche dalla Regione Calabria che, come la Campania e la Puglia (per restare al Sud), ha intrapreso l’iter per giungere a una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. Che cosa ne pensi?

Sì, indubbiamente è un segnale importante. La proposta di legge calabrese n. 251/10 (X legislatura) è stata depositata il 22 giugno 2017 alla terza Commissione del Consiglio Regionale. Spiace però rilevare come si sia venuti a conoscenza del fatto dai giornali. Inutile dire che nessuno dei proponenti ha sentito la necessità di confrontarsi con tutta la base prima di depositare il testo, peccando di presunzione o di leggerezza. Infatti, differentemente da quanto è avvenuto o sta avvenendo in ogni regione italiana che sta lavorando a una legislazione interna contro l'omotransfobia, qui in Calabria non è stato valutato necessario il confronto con tutta la realtà Lgbti. Quella realtà, cioè, che quotidianamente lavora nel settore e che è l'unica a poter consegnare e chiarire i dati raccolti sulla realtà calabrese, in modo da poter arrivare a una legge che risponda alle esigenze di questa terra.

Dalla lettura del testo depositato che idea te ne sei fatto?

Ritengo che ci siano punti poco chiari. Come, ad esempio, l'indicazione dei centri per l'impiego chiamati al monitoraggio delle discriminazioni sul lavoro, non includendo invece l'Ufficio della Consigliera di Parità Regionale; l'ampliamento delle competenze dell'osservatorio regionale sulla violenza di genere senza la previsione di un componente  formato sulle discriminazioni diverse da quelle di genere e nemmeno la formazione dei componenti dell'osservatorio sulla specifica tematica; la previsione economico-finanziaria, minima e diretta in maggior parte alla sponsorizzazione della legge a discapito di formazione e continuità. Tante, poi, le azioni concrete che potrebbero essere previste e che mancano: dalla difesa processuale delle vittime al risarcimento danni, dall’accoglienza al sostegno.

Secondo te, oltre a una specifica legge regionale, che cosa c’è da fare contro l’omotransfobia in Calabria?

Credo che siano principalmente quattro le cose da fare: 1) attuazione di politiche che possano agevolare l’emersione delle persone gay e di sostegno al coming-out; 2) formazione e partecipazione vera: insomma, la presenza, il metterci la faccia della classe politico-istituzionale calabrese, ancora troppo timida nelle azioni non certo nelle dichiarazioni perché possa comprendere la realtà Lgbti presente in Calabria; 3) costruzione di reti trasversali tra il mondo della cultura, del turismo, del lavoro dedicate e formate in modo da tutelare i soggetti a rischio di discriminazione; 4) implementazione e consolidamento dei rapporti tra mondo della formazione, università e scuola a tutti i livelli e realtà Lgbti.

In conclusione i dati ci sono, le competenze anche, gli operatori non mancano e le proposte sono chiare e contribuiscono a creare una Calabria, forse anche un’Italia migliore. Abbiamo il diritto/dovere oggi più di prima, di sentirci orgogliosi del nostro essere persone Lgbti e calabresi.  

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Una serata di grande spettacolo nel ricordo di Dalida si è svolta ieri, sabato 5 agosto, presso l’Anfiteatro Dalida di Serrastretta (Cz), paese d’origine dell'artista che, da diversi anni, promuove in Italia e in Europa la memoria di quest'icona della scena internazionale grazie all’Associazione culturale Dalida.

Dalida, in effetti, era iscritta all’anagrafe di Serrastretta con il suo nome di battesimo, cioè Cristina Iolanda Gigliotti. Entrambi i genitori erano originari di questa terra anche se il nonno Giuseppe Gigliotti emigrò poi da Serrastretta alla volta de Il Cairo.

Alla kermesse dedicata a Dalida presenti Cristiano Malgioglio (artista ma anche amico di Bruno Gigliotti, fratello e manager di Dalida); Maria Letizia Gorga, interprete che da anni ha in repertorio uno spettacolo davvero molto intenso su Dalida; Carol Lauro, giovane attrice e cantante che ha recentemente portato a termine un importante progetto musicale su Dalida; Silvia Mezzanotte, che ha chiuso la serata con un concerto estremamente suggestivo. Importante segnalare anche la presenza del presidente della Regione Calabria Gerardo Mario Oliviero e del nipote della cantate Luigi Gigliotti.

Mentre fervono i preparativi per la grande kermesse, incontriamo Angelo Aiello, segretario dell’Associazione culturale Dalida.

Angelo, da cosa nasce la vostra attenzione per Dalida?

Certamente la nostra attenzione nasce dal fatto che la cantante era originaria di queste terre. Dalida stessa ha sempre rivendicato con orgoglio le sue origini e la sua calabresità. D’altronde documenti relativi a Dalida sono conservati presso il Municipio di Serrastretta e qui è anche ubicata la Casa Museo Dalida, unica casa-museo dedicata alla grande interprete. Neppure Parigi ne ha una.

Secondo lei da cosa deriva invece il grande amore del pubblico per Dalida?

Dalida è un fenomeno intramontabile della storia dello spettacolo. Infatti è amata anche dai giovani, nati dopo la sua morte. Quando abbiamo fondato l’associazione culturale, credevamo di essere in pochi ad amare Dalida e invece abbiamo scoperto che c’è tantissima gente che segue tutto quanto accade relativamente alla diva.

Ci racconta qualcosa in più relativamente alla serata organizzata in onore di Dalida?

La serata Dalida è un appuntamento fisso che si ripete dal 2002. D’altronde, la nostra azione di promozione dell’opera di Dalida è ormai un fatto noto: il sindaco di Serrastretta e alcuni rappresentanti dell’associazione sono stati accolti a Parigi. Al raduno dei fan di Dalida abbiamo portato l’omaggio alla tomba che si trova a Montmartre. Quest’anno, al raduno svoltosi ad aprile, abbiamo portato una targa e un mazzo di fiori da parte del Governatore della Calabria.

Quindi c’è una grande attenzione anche della Regione Calabria circa la memoria di Dalida?

Sì, la Regione Calabria ci ha sostenuto, quest’anno, nella realizzazione di una serata spettacolo di respiro nazionale ed è stata accettato il nostro progetto per la costruzione di un auditorium dedicato a Dalida che, ovviamente, ingloberà il già esistente anfiteatro Dalida. 

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Sollevato da Gaynews, il caso della coppia napoletana, respinta dalla Casa Vacanza Ciufo in Ricadi (VV) perché gay, è divenuto di rilevanza nazionale. E ieri è intervenuta sulla sua pagina fb anche la presidente della Camera Laura Boldrini che ha cosi commentato l’accaduto: «Credo che vietare una prenotazione alberghiera a categorie di persone in base ai loro orientamenti sessuali sia inaccettabile dal punto di vista della dignità umana oltre che contrario al principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione. Per questo ritengo doveroso stigmatizzare episodi di discriminazione che ci riportano alle peggiori pratiche della storia recente del nostro Paese e che non possono trovare spazio in una società aperta come vuole essere la nostra».

Sempre nella giornata d’ieri Michele Catania, presidente della Confcommercio di Vibo Valentia, si è sentito in dovere di porgere le proprie scuse a nome di tutti gli imprenditori dell’area territoriale, condannare l’operato di Filippo Mondella e dichiarare: «Molte sono le criticità ed i limiti di questa nostra terra, ma molte di più sono le virtù e le eccellenze, tra queste certamente c’è una naturale attitudine all’accoglienza e alla solidarietà, senza alcun tipo di discriminazione».

Sulla questione ha voluto far sentire la sua voce anche l’amministrazione del Comune di Napoli, da sempre vicina alle questioni Lgbti grazie all'operato del sindaco Luigi De Magistris. A esprimersi al riguardo la professoressa Simonetta Marino, delegata comunale alle Pari Opportunità, che senza giri di parole ci ha detto: «Sembra assurdo, eppure è accaduto di nuovo. Nel 2017 una coppia di ragazzi in cerca di una meta per le loro ferie, si sono visti negati l'accesso in una casa vacanza in Calabria, a Vibo Valentia, dove il proprietario ritiene legittimamente di poter vietare l'ingresso a persone omosessuali e animali. Anche in questo caso, dietro un'assurda idea di decoro e rispettabilità, si tentano di celare le più mefitiche ipocrisie e l'odio più recondito e atavico che l'essere umano possa coltivare: l'odio verso il diverso, per tutto ciò che è altro dal sè, esercitato in maniera ottusa e spietata. Auspichiamo che episodi del genere non accadano più anche perché offuscano il senso di umanità e di ospitalità di una terra meravigliosa come la Calabria, ed esprimiamo la piena solidarietà ai protagonisti della vicenda nonché apprezzamento per la cancellazione dell'account, decisa dalla piattaforma di prenotazione dove veniva pubblicizzata la casa vacanza».

Non placandosi la polemica – tanto più che anche ai nostri microfoni il gestore della casa-vacanze ha difeso rabbiosamente la sua posizione -, abbiamo ascoltato il parere del vicesindaco di Ricadi Patrizio Cuppari: «Ricadi è una comunità di persone semplici ma evolute. Noi ci siamo sempre battuti contro ogni forma di discriminazione – così ha perentoriamente dichiarato Cuppari –. Il nostro Comune è stato tra i primi a porre in essere il regolamento della legge Cirinnà e con grande gioia abbiamo recentemente unito una coppia di persone omosessuali. Mi infastidisce persino commentare quanto accaduto che è lontano dal nostro modo di vivere e dalla nostra tradizionale accoglienza. Come si può commentare l’esternazione di una persona che assimila esseri umani e animali nello stesso assurdo rifiuto? Il rispetto, ancor prima che la tolleranza, alimenta il nostro modo d’agire e rispettiamo le persone, a prescindere dal modo in cui legittimamente realizzano la propria felicità».

Gli fa eco il consigliere comunale Albino Mollo che, raggiunto telefonicamente, ha detto: «Come già dichiarato dalla nostra sindaca e dal vicesindaco, né come amministrazione né come comunità abbiamo alcun pregiudizio verso le coppie omosessuali. Io e mia moglie abbiamo una struttura di ricezione turistica e abbiamo ospitato in diverse occasioni coppie di persone dello stesso sesso: mai avremmo pensato di avere un comportamento del genere, in quanto riteniamo che nel 2017 non debbano esserci pregiudizi in merito. Siamo dell'idea che ognuno debba vivere la propria vita come meglio crede. In merito a ciò abbiamo avuto delle recensioni molto positive dai nostri ospiti. Ricordo inoltre che la nostra amministrazione è stata la seconda amministrazione locale nel Vibonese ad aver celebrato un’unione civile. Quindi io personalmente mi dissocio sia come consigliere di maggioranza sia come uomo libero da questi pregiudizi. Mi sento mortificato come albergatore e come cittadino e spero che ciò non si verifichi mai più. Spero inoltre che questo caso isolato venga valutato per quello che è, cioè gravissimo, ma isolato nella nostra terra».

Di particolare rilievo e significato la dichiarazione rilasciataci da Michela Calabrò che, come militante Lgbti e presidente della Commmisione Pari Opportunità del Comune di Reggio Calabria, si è sentita doppiamente coinvolta e ferita dalla vicenda. «Trovo assolutamente grave – così ha commentato - quanto accaduto nella provincia di Vibo Valentia. Da donna lesbica mi sento profondamente offesa ed è per questo che esprimo la più profonda solidarietà alla coppia sia da parte mia che delle componenti della Commissione Pari Opportunità del Comune di Reggio Calabria. Diventa importante di fronte a questi fatti che le istituzioni prendano posizione. La Calabria è fatta di tanti cittadini e cittadine che non la pensano come il gestore di Casa Vacanza Ciufo e credono nella cultura della non discriminazione. Basta ricordare la grande partecipazione che ha accompagnato il Calabria Pride quando, l’anno scorso, i colori dell’arcobaleno Lgbti hanno sfilato, nella stessa provincia, per le strade di Tropea. Io facevo parte del comitato organizzativo e ho visto l’entusiasmo di tantissima gente. In circostanze come questa si sente la mancanza di una legge contro l’omotransfobia».

Decisa condanna anche da parte di Lucio Dattola, presidente del Comitato Arcigay di Reggio Calabria, che ci ha detto: «Appena abbiamo appreso la notizia, tutto il Comitato Arcigay di Reggio Calabria si è mobilitato sia per individuare sul territorio quale fosse questa casa-vacanze, ricercando maggiori informazioni; sia contattando i vertici istituzionali (Regione, Comune e tutti gli organi che si occupano di pari opportunità e di lotta alle discriminazioni in Calabria): la risposta unanime é stata una condanna netta del comportamento discriminatorio del proprietario della struttura. L'esclusione della comunità lgbti, peggio ancora l'accostamento tra gay ed animali, mi indigna profondamente e non merita di essere nemmeno commentato. Non è questa la Calabria che ho conosciuto: questa rimane espressione di un'ignoranza gretta che rappresenta la parte peggiore della nostra terra, così come in altre realtà italiane. Oggi non é più ammissibile confondere i piani: questo è un atto di omofobia che offende tutti, quantomeno tutti i calabresi».

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«La Casa Vacanza Ciufo è un’abitazione privata. Su Booking si mettono anche le case private per cui si decide chi ospitare e chi no. Io i gay non li ospito per motivi religiosi». Sono queste le parole pronunciate telefonicamente con rabbia da Filippo Mondella, rintracciato da Claudio Finelli in casa della moglie Francesca Mercatante a Jonadi (VV).

Frasi che, pur prive di valore argomentativo qualora si consideri il carattere commerciale dell’ospitalità offerta, cozzano alquanto nei toni dai precedenti messaggi inviati alla coppia napoletana non "compatibile" con le condizioni d'alloggio perché gay: Grazie a lei per aver prenotato. (È il primo anno che fittiamo) e la depandanza è nuova nuova… finita a maggio. Importante e mi scuso se posso sembrare troglodita. Non accettiamo gay e animali. Mi perdoni ancora. Per quanto scioccanti e in parte erronee da un punto di vista grammaticale, le espressioni utilizzate da Filippo Mondella apparivano comunque improntate a una qual certa cortesia e a una tacita richiesta di scusa. Un’immagine in realtà illusoria e artatamente delineata nella speranza d’evitare quel clamore mediatico, che invece Arcigay Napoli e Gaynews hanno per primi congiuntamente sollevato.

Già, perché come dimostra chiaramente il suo profilo fb, Filippo Mondella - già coinvolto nel processo al clan Mancuso e prosciolto per prescrizione del reato dall'accusa di intestazione fittizia di beni in concorso - non rifugge nella realtà da posizioni omofobe nonché qualunquisticamente discriminatorie nei riguardi dei migrantiClasse 1973, il sistemista calabrese è ammaliato dalle figure di Donald Trump e Vladimir Putin. E proprio nei riguardi del presidente russo la venerazione è tale da aver scelto come frase programmatica l’espressione in caratteri cirillici Бесплатный сыр бывает только в мышеловке! (Il formaggio gratuito è solo in una trappola per topi).

Nello scorrere i post pubblicati c’è l’imbarazzo della scelta. Si va da quello in cui si bolla Alitalia quale un tumore a quello esaltante Trump come un mito. Si va da quello irridente la preparazione culturale della ministra Fedeli (salvo poi leggere gli strafalcioni del postante quali reggina per regina o il se col condizionale) fino al video che, tratto dal docufilm di Oliver Stone e relativo alle dichiarazioni di Putin sui gay, è così presentato: Ascoltate leggendo!!! Questa è civiltà!.

Le persone omosessuali sembrano essere un’ossessione per Filippo Mondella come dimostrano molti dei suoi post. Ma a lasciare scioccati è quello del 13 giugno scorso che, nell’introdurre un articolo de La Repubblica sulla prima famiglia poliamorosa in Colombia, così recita: Bene ! Adesso ditemi che sono "omofobo", ma a breve non ci sarà piu la famiglia .... ci sarà " l'ammucchiata ". Fucilazione subito !!! Parole, quest’ultime, usate come un ritornello nei commenti e che si commentano da sé.

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Sei gay? Niente vacanze da noi. Questo in sintesi il messaggio espresso via mail a una coppia di giovani napoletani che aveva prenotato per agosto un mini-appartamento presso la Casa Vacanza Ciufo in provincia di Vibo Valentia. Ubicata nella frazione Santa Maria del Comune di Recadi a meno di due km dall’incantevole Capo Vaticano, la struttura era stata individuata da Gennaro Casalino e dal suo compagno tramite il sito Booking.com.

Effettuata la prenotazione, la coppia è stata contattata tramite WhatsApp dal proprietario della Casa Vacanza. Dopo uno scambio di messaggi improntati alla cortesia e relativi alle modalità di pagamento, l’uomo si è sentito in dovere di inviare ai giovani clienti la seguente chiarificazione: Grazie a lei per aver prenotato. (È il primo anno che fittiamo) e la depandanza è nuova nuova… finita a maggio. Importante e mi scuso se posso sembrare troglodita. Non accettiamo gay e animali. Mi perdoni ancora.

Stupore e indignazione da parte della coppia che non ha replicato nulla. «Quando ho letto questo messaggio – così ai nostri microfoni Gennaro Casalino -, mi è cascato un silos di acqua gelata. Nella mia mente si è allora materializzata l’immagine drammaticamente famosa dei cartelli nazisti esposti fuori ai negozi, coi quali si proibiva l’ingresso ai cani e agli ebrei. Ma da allora sono passati 70 anni e questa storia non può essere ignorata».

Immediata la condanna del Comitato Provinciale Arcigay di Napoli che in un comunicato di solidarietà alla coppia ha chiesto «l’esclusione della Casa Vacanza Ciufo di Santa Maria dal sito www.booking.com e da tutti i siti di prenotazione turistica che non vogliano – nel 2017 – rinnovare logiche commerciali razziste e antidemocratiche. Ci auguriamo inoltre un intervento deciso da parte del Comune di Vibo, della Regione Calabria e delle autorità predisposte alla vigilanza e al contrasto alle discriminazioni»

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