Incontrarsi, discutere e rimettere al centro una soggettività lesbica che vuole essere inclusiva di tutte le soggettività considerate marginali come le donne con disabilità, le donne trans, le migranti, le persone non binarie che si riconoscono nel lesbismo.

È l'obiettivo di Lesbicx. Capire il presente per immaginare il futuro. Il punto tra inclusione e intersezionalità su una soggettività in divenire, la tre giorni che, organizzata dall'associazione Lesbiche Bologna, si terrà a partire da oggi fino al 3 febbraio tra il Cassero Lgbt Center e il Centro delle donne (via del Piombo, 5) nel capoluogo emiliano.

Un'iniziativa di rilievo, che nasce dal bisogno della comunità lesbica, e non solo, di ricominciare a parlarsi su un terreno di confronto costruttivo, superando la fase conflittuale degli ultimi due anni della politica lesbo-femminista italiana, monopolizzati dalla discussione sulla gestazione per altri, dal congresso di ArciLesbica con le successive disaffiliazioni e chiusure di circoli nonché dalle posizioni radicali in senso intollerante verso le persone tanto con disabilità, in riferimento all'assistenza sessuale, quanto transgender.

«Siamo talmente tranquille rispetto all'autorevolezza della soggettività lesbica - commenta Carla Catena, presidente dell'associazione - che non temiamo di dissolverci se nominiamo la nostra volontà di apertura alle altre e alle contemporaneità. L'idea è quella di una rinnovata messa in rete delle soggettività Lgbt e lesbiche per riprendere il discorso con serenità, per dare la possibilità a tante di prendere la parola e non fossilizzarsi solo su alcuni temi». 

Presentata ieri in conferenza stampa con la partecipazione dell'assessora comunale alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria, la tre giorni si aprirà oggi pomeriggio, alle 17:30, presso il Cassero con la tavola rotonda BolognaX: giorni di un futuro anteriore che, coordinata da Carla Catena, vedrà intervenire rappresentanti di Associazione di Luki Massa, Associazione Orlando, Cassero Lgbti Center, Famiglie arcobaleno, Gruppo Trans, Laboratorio Smaschieramenti, Mit. Movimento Identità Trans, Non Una Di Meno Bologna, Il Grande Colibrì, Associazione Lesbiche Bologna.

Il 2 febbraio sarà dedicato all'ascolto e al confronto con donne che contribuiscono alla soggettività lesbica. L’intera giornata si svolgerà sempre al Cassero e vedrà interventi di Francesca Talozzi (in sedia a rotelle da dieci anni), Antonia Caruso (attivista transfemminista), Liana Borghi e Lidia Cirillo (intellettuali lesbiche con oltre 50 anni di militanza alle spalle) ma anche di Ilaria Todde, Lucia Leonardi, M. Costanza Di Salvia, Nina Ferrante, Roberta Zangoli, Maya De Leo, Paola Guazzo, Elisa Manici, Carla Catena. Modererà Elena Tebano, giornalista de Il Corriere della Sera.  

Il 3 febbraio, infine, sarà dedicato all'assemblea plenaria che, moderata da Maria Laricchia e Giulia Santoro di Lesbiche Bologna, si terrà al Centro delle donne

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«Daniele Del Pozzo è uno dei protagonisti della storia del Cassero ma anche uno degli operatori più brillanti del sistema culturale bolognese. Siamo orgogliose e orgogliosi del premio Ubu che ieri ha ricevuto: lo festeggiamo come se fosse il nostro, di ciascuno e ciascuna di noi. Da molti anni Daniele ha iniziato con il Cassero e dentro al Cassero un percorso che solo nell’ultima fase, da diciassette anni a questa parte, si è chiamato Gender Bender Festival.

Già prima, e ancora di più durante gli anni del festival, Daniele si è fatto promotore di progetti piccoli, grandi e talvolta grandissimi, con lena quotidiana,  intelligenza vivace, tanta professionalità ma soprattutto una straordinaria capacità di costruire relazioni, con grande cura, all’interno di un circolo, nella città, in tutto il Paese, fino in Europa. Siamo molto grate e grati a Daniele per tutto questo e per l’orgoglio con cui in tutti questi anni ha portato in alto, con sé, la nostra bandiera arcobaleno. Perché è proprio l’arcobaleno il tratto più caratteristico di questa vittoria, che premia un progetto e un curatore cresciuti all’interno del più antico circolo della comunità lgbti in Italia, il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale a un collettivo di gay, lesbiche bisessuali e trans. Di questa storia, e della libertà che esprime, la vittoria di Daniele mostra la traccia. E rende merito perciò anche a tutte le persone che hanno fatto la storia del Cassero e a chi l’ha sostenuta, in particolare nelle istituzioni, anche quando si navigava in acque complicate.

Gender Bender è un progetto sostenuto sin dalla sua prima edizione dal Comune di Bologna e subito dopo dalla Regione Emilia-Romagna che assieme all’ampia rete di partner pubblici e privati che nelle edizioni si è andata costruendo, hanno fatto crescere il festival, nella direzione in cui lo sguardo di Daniele lo ha accompagnato, lasciando che gemmasse nuove idee, come Teatro Arcobaleno e il progetto europeo Performing Gender, e che facesse sempre nuovi incontri. In questo senso la vittoria di Daniele si riflette su tutta la città e ne premia il sistema culturale, il suo pionierismo e la sua libertà».

Con questo lungo e sentito comunicato, il consiglio direttivo del Cassero, storico centro Lgbti italiano, ha commentato sul sito dell’associazione il prestigiosissimo Premio Ubu 2019 conferito ex aequo, il 7 gennaio, come miglior curatore/curatriceFrancesca Corona, co-curatrice e direttrice generale del festival romano Short Theatre, e a Daniele Del Pozzo per il Gender Bender Festival, che, giunto alla sua 16° edizione, è stato recentemente definito da Flavio Romani, ex presidente di Arcigay, in un suo recentissimo post ha «magnifico tripudio di cultura».

A pochi giorni dal conferimento del riconoscimento abbiamo raggiunto Daniele Del Pozzo, per raccoglierne emozioni e riflessioni.

Che emozioni ha suscitato in te il fatto di aver ricevuto un premio prestigiosissimo come l’Ubu per il tuo lavoro di curatore dello storico Gender Bender Festival del Cassero? Te lo aspettavi?

Sinceramente non me lo aspettavo e riceverlo mi ha reso felice il doppio. Sono felice perché dimostra che si può essere professionisti e attivisti allo stesso tempo. Il Premio Ubu ha dato infatti un riconoscimento importante al mio lavoro come curatore artistico - una categoria introdotta dal Premio Ubu per la prima volta quest'anno - svolto con professionalità, tenacia e lungimiranza in questi anni, pur tra mille difficoltà. Allo stesso tempo ne riconosce in pieno l'impegno per portare i temi delle differenze di genere e di orientamento sessuale all'interno del dibattito e della produzione culturale più istituzionale. Questo doppio riconoscimento ripaga in maniera generosa della fatica e restituisce un senso profondo alle intuizioni ardite avute anni fa e alle scelte, a volte difficili, che vengono prese quotidianamente. Il premio mi fa molto felice anche per un'altra ragione, riconosce a pieno titolo il contributo prezioso dato da un'associazione come Il Cassero Lgbti Center alla cultura e alla società. Credo che fino a poco tempo fa fosse addirittura impensabile che un centro Lgbti ricevesse un tale riconoscimento. In questo senso sono orgoglioso di aver contribuito ad abbattere - con il mio lavoro - un pò di quel muro di luoghi comuni e stereotipi che ancora oggi ci vuole confinati in una dimensione marginale e non dialogante.

Qual è, a tuo parere, il vero punto di forza del Gender Bender Festival? Facendo un bilancio delle edizioni che hai curato, quale scelta trovi esser stata davvero vincente e di quale, invece, sei decisamente pentito?

Gender Bender continua a essere un progetto indipendente, prodotto dal Cassero , associazione senza scopo di lucro che reinveste parte delle sue risorse in progetti no profit. Questa caratteristica permette una grande libertà di manovra sulle decisioni artistiche, che prevedono sempre e comunque dei confronti orizzontali con la squadra composta da chi lavora al festival. Questo punto di forza si sposa poi con il bisogno di interrogarsi continuamente sui bisogni che muovono un'azione di intervento culturale, così come sulla necessità di realizzare un festival, tenendo conto di come mutano continuamente le condizioni sociali e culturali in cui operiamo. Un esempio tra tutti: Gender Bender si è necessariamente evoluto tenendo conto di come è cambiato il bisogno di socializzazione e di cultura della comunità Lgbti prima e dopo l'apparizione dei social network o di come si sono evolute le forme di relazione affettiva con l'introduzione del riconoscimento delle unioni civili. Questa continua capacità di rinnovamento, insieme ad uno sguardo curioso a ciò che accade nel mondo, permettono ancora oggi a Gender Bender di essere un progetto culturale vivo, in cui ogni edizione aggiunge sempre qualcosa in più e di necessario, e del cui senso non mi sono mai pentito.

Infine, la gioia di lavorare a un progetto necessario e fortemente condiviso è certamente un altro elemento vitale che dà forza e significato al nostro progetto.

La cultura - e la cultura Lgbti - possono davvero cambiare la direzione, a dir poco preoccupante, della politica contemporanea? Che ruolo avrà la cultura nell’Italia del 2020?

Nella mia visione credo che la cultura sia soprattutto la capacità tutta umana di tenere aperto un dialogo intellettuale e uno scambio emotivo anche con chi ci può apparentemente apparire come lontano o differente da noi. Credo che solo con questo esercizio di disponibilità - che può addirittura essere un invito a mettersi nelle scarpe degli altri e delle altre - sia possibile riconoscere le qualità di quell'essere sociale complesso e contraddittorio che sono l'uomo e la donna. E' una visione che presuppone la possibilità di trasformare attivamente la realtà intorno a noi, affinché migliorino le condizioni di vita di tutti e tutte noi. Sta alla base del mio lavoro come persona e come operatore culturale ed è qualcosa in cui ripongo la mia fiducia e le mie speranze.

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Il sindaco di Bologna Virginio Merola ha deciso di conferire il Nettuno d’Oro a Franco Grillini, uno dei fondatori del contemporaneo movimento italiano di liberazione omosessuale, presidente di Gaynet nonché di Arcigay a livello onorario, direttore di Gaynews.

Conferito dal Comune ad aziende, cittadini, istituzioni, associazioni culturali che hanno onorato con la propria attività professionale e pubblica la città di Bologna, il prestigioso riconoscimento consiste nella riproduzione del Żigànt, come in dialetto bolognese viene indicata la statua bronzea del Nettuno che, opera del Giambologna e sovrastante la fontana omonima, è simbolo del capoluogo emiliano. 

Giunto alla 45° edizione, il premio è stato assegnato negli anni – per fare qualche esempio – a nomi dal calibro di Ruggero Raimondi, Piera Degli Esposti, Pupi Avati, Cesare Musatti, Norma Mascellani, Alberto Tomba, Alex Zanardi, Martina Grimaldi

La cerimonia di consegna avverrà, mercoledì 5 dicembre, alle 16:00, nella sala Rossa di Palazzo d’Accursio.

«Franco Grillini è stato un protagonista dei cambiamenti che sono avvenuti nella cultura e nella società italiana a proposito delle persone omosessuali – ha detto il sindaco Merola –. Da Bologna ha guidato con grande passione civile una lotta che non si è ancora esaurita, ha portato a importanti provvedimenti legislativi e ci ha resi più europei. Se non ci fosse stata la determinazione di Franco e di tanti altri e altre con lui, l’Italia sarebbe un Paese peggiore».

A Gaynews il suo direttore e fondatore ha affidato le prime dichiarazioni: «Continuo a essere molto emozionato e persino incredulo sin da quando mi hanno detto del conferimento. Credo che sia in riconoscimento di una vita politica nell’interesse del Paese, della città di Bologna, dei diritti civili e della collettività Lgbti

Nel ringraziare di tutto cuore il sindaco di Bologna Virginio Merola, vorrei invitare tutti coloro che mi sono stati accanto e che hanno condiviso la mia attività politica dagli anni '70 a essere presenti il 5 dicembre in Sala Rossa al Comue di Bologna. Perché questo rito si trasformi in una celebrazione collettiva per una storia che è stata mia ma anche di tutti coloro che hanno lottato con me per rendere l’Italia un Paese migliore e più civile al pari degli altri Paesi europei.

Proprio per questo mi piace ricordare il 28 giugno 1982 quando con grande felicità inaugurammo il Cassero di Porta Saragozza, prima sede che un Comune italiano dava in affitto a un’associazione Lgbti»

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Al via ieri sera a Bologna la 16° edizione del Gender Bender Festival che, prodotto dal Cassero Lgbt Center, è quest’anno intitolato Cromocosmi. Più di 100 appuntamenti all’insegna della danza, del teatro, del cinema, di laboratori e dibattiti per esplorare, fino al 3 novembre, i molteplici universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale.  

Nella sezione Danza sono da evidenziare Ignite (25-26 ottobre) di Shailesh Bahoran, versatile coreografo e breakdancer, vincitore nel 2017 del Prize of the Dutch Dance Days Maastricht; Warriors foot del coreografo brasiliano (ma residente nei Paesi Bassi) Guilherme Miotto in prima nazionale il 31 ottobre; AL13FB<3 (31 ottobre – 1° novembre) del performer Fernando Belfiore, anche lui brasiliano ma da anni di casa a Amsterdam; l’immaginifico Filles e Soie (2-3 novembre) dell’attrice, regista teatrale,  marionettista francese Séverine Coulon in prima nazionale il 2 novembre; l’opera satirica per cinque danzatori Le roi de la piste (26-27 ottobre) di Thomas Lebrun, fondatore della Compagnia Illico.

Per la sezione Teatro Alessandro Berti interpreterà, il 29 e il 30 ottobre, le sue Bugie bianche. Capitolo primo: Black Dick, concentrandosi sullo sguardo del maschio bianco sul maschio nero (e in particolare sul suo corpo) e chiedendosi quale rapporto ci sia tra l’oppressione storica del bianco sul nero e la percezione di un’oppressione intima, privata, sessuale, che il bianco sente di subire nel confrontarsi con il nero.

La sezione Cinema prevede, fra l’altro, le proiezioni di Somos tr3s (in prima nazionale il 31 ottobre) dell’argentino Marcelo Briem Stamm; Tinta Bruta (31 ottobre) dei registi brasiliani Marcio Reolon e Filipe Matzenbacher; Diane a les épaules (26 ottobre), commedia irriverente di Fabrice Gorgeart, che affronta con intelligenza il tema della gestazione per altri. 

La presenza di autori e autrici internazionali caratterizzerà la sezione Incontri a partire da quella di Garrard Conley che, il 27 ottobre, a partire dal memoir autobiografico Boy erased – Vite cancellate (da cui è stato tratto l’omonino film con Nicole Kidman e Russell Crowe), parlerà di cosa significhi subire e sopravvivere alle terapie riparative. Da segnalare poi il dibattito (28 ottobre) con la giornalista transgender Juno Dawson, autrice del divertente e dissacrante Questo libro è gay.

Il 29 ottobre è infine previsto il convegno Queer visual culture che, curato da Fruit Exhibition in collaborazione col Master Europeo in studi di genere e delle donne GEMMA dell’Università di Bologna,  vedrà la partecipazione di esperti di pubblicazioni nonché di linguaggio visuale queer e di genere dal calibro di Tori West, Matthew Holroyd, Jacopo Benassi, Erin Reznick e Mike Feswick.

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Da mesi ormai il mondo lesbico femminista italiano è attraversato da un conflitto che ha ridefinito i confini del movimento Lgbti+ e che ha generato un nuovo arcipelago di associazioni femminili e femministe. La radicalizzazione, in chiave neoreazionaria, di ArciLesbica ha determinato la nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiane) che mette in rete tutti quei circoli che si sono autosospesi e si sono dissociati da ArciLesbica. E che a Bologna invece ha trovato concretezza in Lesbiche Bologna, legittime eredi della fu Arcilesbica Bologna e altrettanto legittime assegnatarie della sede del Cassero.

Nell’arcipelago lesbico italiano però qualcuno si dimentica sempre di noi, donne lesbiche, bisex, pamsex, transex, intersex, asex, queer, che militiamo in Arcigay o in altre associazioni Lgbti+ e che, non per questo, ci sentiamo meno lesbiche, meno femministe, meno donne, meno emancipate. Eppure agli occhi dei più noi non esistiamo.

Non importa se siamo presidenti di circoli territoriali. Non importa se lo siamo anche in città grandi e attive come Torino per citarne un, o se lo siamo state (fino ad alcuni mesi fa) in territori ostici come Salerno tanto per citarne un’altra. Non importa se siamo brave.  Non importa se facciamo parte dei gruppi dirigenti delle nostre associazioni e se siamo parte attiva di un’elaborazione politica che fa dell’acronimo Lgbti+ non un insieme di consonanti, ma un insieme di persone, che lottano per decostruire quegli stereotipi di genere che affliggono la nostra società e di cui ognuno di noi è vittima inconsapevole.

Noi, che ci sporchiamo le mani per ridefinire i confini di genere perché crediamo profondamente nell’autodeterminazione di qualsiasi individuo, non esistiamo. E, quando qualcuna di quelle compagne lesbiche, femministe si ricorda di noi, è per sbeffeggiarci. Noi che "gigioneggiamo con gli uomini” (come disse Cristina Gramolini a Ferrara il 1 dicembre 2018), che siamo le mogli dei gay, complici del loro innato, radicato e insradicabile maschilismo.

Talmente tanto dimenticate o non considerate che, ogni volta che una lesbica femminista muove un’accusa ad Arcigay o ad altra associazione Lgbti+, lo fa rivolgendosi sempre al maschile e sempre e comunque solo ai maschi, ai G di quell’acronimo. Noi donne Lgbti+, militanti di associazioni Lgbti+, non contiamo nulla. Ma non per i nostri compagni di lotte, dai quali abbiamo continue dimostrazioni di stima e rispetto, ma proprio per quelle donne che lottano per la parità e fanno della differenza un plusvalore.

E cosi ancora una volta mi tocca leggere frasi del tipo: La mia solidarietà ad #Arcilesbica che rappresenta la storia del movimento #Lgbt italiano e a cui tutte noi donne #lesbiche dobbiamo essere grate. Il movimento omosessuale italiano dovrebbe riflettere. Non si fa politica così. (Paola Concia, profilo Fb, 14 maggio 2018)

Ecco cara Paola, di cui non ricordo una lunga militanza nel movimento (ma forse sono io ad avere la memoria corta), e care compagne lesbiche femministe, fatevene una ragione! Il “movimento omosessuale” non è fatto di soli uomini. Le decisioni non le prendono solo gli uomini, gli indirizzi politici non sono il frutto di elaborazioni maschili e maschiliste. Il movimento che voi chiamate omosessuale è il movimento Lgbti+ italiano, fatto di persone che la pensano diversamente da voi, fatto di tante donne (cis, trans, queer, gender fluid) che lottano per l’autodeterminazione della donna anche quando questa passa dalla libera scelta di gestare per altri (perché l’utero è mio e me lo gestisco io, non voi).

Donne che si sentono diverse, ma uguali alle compagne trans perché non è quello che abbiamo tra le gambe che fa la differenza ma quello che siamo, quello che sappiamo di essere sin da piccole.

Siamo donne che rivendicano con orgoglio la libertà di fare del sesso un mestiere, senza per questo sentirsi vittime di un sistema patriarcale, ma semplicemente libere di determinare cosa fare del proprio corpo e della propria vagina. Donne che lottano perché le persone disabili tutte, di qualsiasi genere siano, debbano avere il diritto a una sessualità. Donne il cui utero non è un tempio sacro, per cui la genitorialità non passa esclusivamente dalla maternità. Donne libere dai quei meccanismi patriarcali di cui voi siete vittime. Perché il patriarcato è una pratica che voi applicate ogni qualvolta vi erigete a paladine della tutela delle altre donne.

Non ho mai avuto bisogno di essere tutelata da nessuno, uomo o donna che sia: io mi tutelo da sola ed esisto in quanto donna lesbica e femminista, che vi piaccia o no, anche se sono la presidente di un circolo il cui suffisso è gay. E sono favolosa!

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Inaugurata oggi alle 19:00 a Bologna presso Il Cassero Lgbt Center la mostra fotografica e documentaria Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali nel Materano. Si tratta di un progetto di Agedo Torino a cura di Cristoforo Magistro in occasione della Festa di Liberazione.

Fino al 5 maggio sarà possibile ripercorrere, attraverso foto e documenti, le biografie di 28 uomini provenienti da tutta Italia e confinati durante il fascismo nella provincia di Matera con l'accusa di pederastia. Oltre alle 28 storie c’è anche quella di una donna, Gilda, confinata nel 1940 perché tenutaria di una casa di tolleranza nel quale si consumavano rapporti sessuali tra uomini.

In occasione dell'inaugurazione, l'attore e regista bolognese Alessandro Tampieri presenterà in anteprima nazionale il reading Confino. Frammenti per una tragedia mancata, ispirato proprio alle storie raccontate nella mostra.

Poco prima dell’inaugurazione della mostra incontriamo Cristoforo Magistro, curatore della mostra, e il prof. Lorenzo Benadusi, docente associato di storia contemporanea presso l'Università degli studi Roma Tre e massimo esperto della storia delle persone omosessuali durante il regime fascista.

Dr Magistro, quali sono state le difficoltà relative all'allestimento della mostra Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali nel Materano?

Questa mostra è nata da una ricerca del curatore presso l'Archivio di Stato di Matera protrattasi per cinque estati poiché ì fascicoli dei confinati omosessuali non sono distinti dagli altri contenuti nel fondo confino ricco di ben novanta pacchi. Quindi una gran fatica e una certa spesa poiché in quegli anni la consultazione costava tre euro a pacco. Ciò detto va precisato che quel materiale e la mostra che ne è nata non avrebbe visto la luce o non avrebbe avuto nessuna circolazione senza il supporto di Agedo  e della rete di associazioni del mondo Lgbt.  Nonostante tutto devo anche dire che questo non sarebbe bastato senza l'aiuto di mia moglie che si occupa dell'organizzazione degli eventi, spedizione dei pannelli, ecc. e senza il supporto di un altro “padre” della mostra, Giovanni Zardini  che ha prestato gratuitamente la sua grande professionalità per realizzarla

Per l'allestimento di Bologna, ci saranno delle novità rispetto alle precedenti realizzazioni della mostra? Nel curare la mostra a quali elementi o significati ha avuto interesse a dare maggiore attenzione e rilevanza?

L'allestimento di Bologna avrà tre pannelli in più rispetto alla precedente, tre pannelli relativi ai tre fascicoli conservati nell'Archivio di Stato di Potenza. Tenendo presente che i confinati nel Potentino (100 comuni) in genere furono più del doppio di quelli nel Materano (31 comuni), il loro numero apparirà estremamente limitato. Ciò è dovuto alla distruzione di gran parte del fondo confinati causato dal bombardamento alleato su Potenza del settembre 1943.

Sul piano della ricerca credo di poter dire che una sistematica esplorazione degli archivi provinciali del Mezzogiorno potrebbe dare un'idea approssimata del confino omosessuale. Approssimata poiché, come si è detto per Potenza, non tutto il materiale è arrivato fino a noi.

Quello che risalta anche in questa mostra è che persino le popolazioni del mezzogiorno più povero e arretrato avevano una concezione più moderna di quella della classe dominante della diversità. Gli omosessuali non furono discriminati dalla gente in Lucania e molti di loro fecero sincere amicizie, alcuni arrivarono al punto di sposarsi con ragazze di quei paesi. Alcuni altri, pochi per fortuna, incapparono in sorveglianti che fecero di tutto per rendere loro la vita difficile nella consapevolezza che nessun loro abuso sarebbe stato punito.  

Prof. Benadusi,  qual è la storia "sconosciuta" che la mostra Adelmo e gli altri finalmente rivela? Quanto lavoro c'è dietro questa interessantissima operazione?

L'aspetto più interessante della ricerca è quello di aver individuato le cartelle biografiche di questi confinati, in modo da ricostruire la loro vita prima e durante il confino. Si tratta di 25 persone provenienti da ogni parte d'Italia, di bassa estrazione sociale (vi è anche un marchese che però evita il confino trasferendosi in Svizzera), tranne poche eccezioni mandati al confino comune. 

La ricerca fornisce un tassello importante per ricostruire la storia dell'omosessualità nell'Italia fascista perché attraverso quest'indagine su scala locale è possibile individuare nuovi documenti che rendono più chiaro il fenomeno della repressione della pederastia, sia a livello numerico, sia nelle strategie messe in atto dalle forze dell'ordine.  

Nei precedenti allestimenti della mostra ha mai riscontrato resistenze e difficoltà? Come è stata accolta la storia delle persone omosessuali durante il fascismo?

La mostra è stata già presentata a Torino, a Parma e a Ragusa Ibla, dove in occasione dell'inaugurazione è stato organizzato, in collaborazione con l'Università di Catania, un convegno specifico sul tema. L'accoglienza da parte del pubblico è stata molto buona, con una partecipazione numerosa e un vivo interesse. Purtroppo proprio a Matera non è stato invece possibile organizzare la mostra e la proposta di creare un evento in occasione del 2019 Matera capitale europea della cultura, non è stata accolta. 

L'interesse mostrato per queste storie "dimenticate" ha inoltre favorito la nascita di una sorta di network con persone, associazioni e società, come quella della Public History, che stanno portando aventi progetti, documentari e ricerche proprio a partire da quanto fatto sui casi dei confinati nel materano.

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Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

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Ripubblichiamo l'intervista realizzata da Elena al direttore di Gaynews.it al direttore Franco Grillini e pubblicata in data odierna sul Corriere della Sera.

Quando apre la porta del suo appartamento nel centro di Bologna, tre stanze ingombre di oggetti e ricordi nello stesso palazzo in cui abita da quarant’anni, Franco Grillini, 62 anni, bolognese, presidente onorario di Arcigay, direttore di Gaynews.it, ex deputato (con i Ds nel 2001 e l’Ulivo nel 2006) e memoria storica del movimento lgbt in Italia, ha il passo incerto e il volto smagrito dalla malattia. «Mieloma multiplo, un tumore che colpisce il midollo osseo, lo sorvegliavo dal 2007 — spiega —. Nel 2016 ho iniziato le cure che però mi hanno stroncato. Ho dovuto prendere un medicinale sperimentale, con una dicitura del Comitato etico dell’ospedale che mi autorizzava “per motivi compassionevoli”. Della serie: gli diamo questo che più male di così non può fargli».

Adesso come sta? 

È stata una guerra totale: mesi e mesi di chemio in cui ero più di là che di qua. Ma mi sono detto: non è tempo di morire. Ho reagito con le unghie e con i denti, ho fatto le cure esattamente come dicevano i medici e per ora ci siamo salvati. Anche se con molti acciacchi e una malattia cronica: sono un uomo che ha bisogno di assistenza. Ma non ho intenzione di nascondermi: ho vissuto tutta l’epoca dell’Aids, quando la malattia era ritenuta una colpa, qualcosa di cui vergognarti, e mi sono detto: io del mieloma parlo ai quattro venti. E mi faccio vedere: mi piazzo sulla carrozzina e mi faccio spingere.

Siamo in campagna elettorale, non le manca? 

Non sono più di nessun partito. Ho dato 23 anni della mia vita alle istituzioni, mi sembrano abbastanza. Mi avevano proposto delle candidature, ma gli ho detto: come la faccio la campagna elettorale, in barella?. 

Quando ha iniziato a far politica?

Alle superiori, con il Pdup nell’estrema sinistra, grazie alla mia professoressa di italiano. Venivo da una famiglia poverissima: padre manovale, madre operaia, in casa parlavamo solo dialetto bolognese. Nei primi mesi di elementari ho dovuto imparare una lingua straniera che era l’italiano. Nel libretto di terza media mi scrissero: si sconsiglia vivamente la prosecuzione degli studi. Fu la professoressa delle superiori, con cui siamo rimasti amici e tuttora ci frequentiamo, a farmi appassionare allo studio e ai classici del marxismo. 

Quali?

Ce li avevo tutti: dal Che fare? di Lenin al Manifesto del Partito Comunista, all’Ideologia tedesca di Karl Marx. E poi Il Capitale e i Grundrisse. Eravamo un gruppo di intellettualini, volevamo mettere le braghe al mondo. Ma almeno noi studiavamo, a differenza di quello che succede oggi.

È ancora marxista? 

Oggi mi definisco un liberale di sinistra. Peraltro Marx ed Engels erano un po’ omofobi. C’è una lettera in cui Engels scrive a Marx commentando i primi movimenti lgbt in Germania e dice: se questi vincono dovremo andare in giro con le mutande di latta.... 

Lei come è arrivato all’attivismo gay? 

È stato il mio modo per accettare la mia omosessualità.

È stato difficile?

Molto. Avevo 6 anni quando mio padre, per prevenire certe “deviazioni”, mi accompagnò al mercato di Bologna a vedere un banchetto gestito da due donne trans . Mi disse in dialetto: “Guarda mo’ du’ buson”. Senza ovviamente sapere la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale. Mi sembrò una scena da zoo, mi lasciò atterrito: per anni ho interiorizzato quel divieto. Ma quando quello che sentivo è diventato così forte che faticavo a gestirlo, ho deciso che potevo trasformarlo in una cosa politica. Ero già responsabile nazionale degli studenti medi del Pdup, segretario organizzativo della federazione di Bologna, era il mio modo.

Si presentò al Cassero, che poi sarebbe diventato la sede di Arcigay...

Mi accolsero dicendo: ce ne hai messo di tempo a capirlo! Noi lo sapevamo già!.

E poi?

Mancavano 20 giorni alla festa di inaugurazione, per la prima volta in Italia un Comune dava uno spazio pubblico a un’associazione gay. C’era da organizzare tutto. Mi dissero: il volantino scrivilo tu, che sei del mestiere. Ci misi 5 minuti, trovai anche lo slogan: “Dalla clandestinità alla liberazione. Verso un nuovo alfabeto dell’amore”. I problemi ci furono con la foto. 

Che problemi?

Avevo scelto quella di due ragazzi abbracciati. Fino ad allora l’idea nel movimento gay era che più facevi sesso più eri rivoluzionario. Io mi opposi: “Si è esaurita la fase propulsiva della scop... — dissi — ora tocca alla rivoluzione dei sentimenti”. Mi accusarono di riproporre il modello tradizionale della famiglia borghese, che bisognava abbattere e non cambiare. Le decisioni andavano prese all’unanimità: rimasi fino alle 5 del mattino, finché i contrari non se ne andarono. Passò il mio manifesto. E venne elogiato da tutta la città, segno che erano maturi i tempi per dire che la rivoluzione si faceva con l’amore. 

A proposito di sentimenti: lei chi ha amato? 

«Massimo, Vanni, Andrea, Giancarlo, Henry, Valerio. A cui sia aggiunge Antonio, l’ultimo». 

Il suo attuale compagno?

Sì, anche se adesso ci vediamo poco: sta al Sud e i genitori, integralisti cattolici, gli hanno vietato di raggiungermi finché non si laurea. Ha 33 anni meno di me, oltre al tabù dell’omosessualità c’è quello dell’età. Però ci scriviamo lettere bellissime, tutte le sere. 

Cos’è cambiato per un ragazzo che si scopre gay oggi? 

Tutto. 

Quarant’anni fa per molti giovani vivere l’omosessualità significava spesso solo frequentare i cosiddetti “battuage”, luoghi appartati di incontri anonimi... 

Io li ho frequentati poco, un po’ perché non mi piaceva la modalità, un po’ perché ci vedo male e prendevo delle cantonate! Arrivavo a mezzo metro e mi accorgevo che quello che avevo di fronte proprio non era il mio tipo... Preferivo il fermo posta.

Il fermo posta?

Sì: mettevi un annuncio con il numero della carta d’identità sui giornali locali, spiegando chi cercavi, poi aspettavi una settimana. Loro rispondevano: vorrei incontrarti, ci vediamo giovedì sotto le Due Torri, a quest’ora. Funzionava! Era di una lentezza esasperante, ma funzionava: ho iniziato storie bellissime col fermo posta.... 

È stato il primo gay dichiarato eletto in Parlamento... 

Non il primo eletto, il primo a metterci piede, nel 2001 insieme a Titti De Simone di Arcilesbica. Negli anni 70 era stato eletto con i radicali Angelo Pezzana, uno dei fondatori del “Fuori!”, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, ma si è dimesso subito senza mai entrare in aula perché nel partito facevano a rotazione. 

Di certo lei ha presentato più di una proposta di legge per riconoscere le unioni gay.

Prima di tutte quella sul matrimonio, l’8 luglio del 2002. Non me la voleva firmare nessuno; allora a ottobre, dopo i Pacs celebrati all’ambasciata francese di Roma, presentai quella sui patti civili di solidarietà, che ne raccolse 170 e fu un elemento di rottura. La mia idea era che bisognava prima trovare un consenso ampio su una legge che riconoscesse i diritti delle coppie per arrivare poi al matrimonio: come è successo quasi dappertutto.

Sono passati oltre dieci anni e siamo ancora lì.

Ma la legge attuale è di fatto un matrimonio. C’è pure l’adozione dei figli del partner.

Non proprio uguale.... E la stepchild adoption non era stata tolta affinché la votasse il partito di Alfano?

Quando il governo Renzi ha posto la fiducia è stato chiamato a Roma un tecnico, un magistrato bolognese, per riformulare la legge in fretta e furia nella notte. Ha scritto l’articolo sulle adozioni in modo da soddisfare Alfano perché non c’era più la stepchild adoption, ma dando ai magistrati la possibilità di concederla ogni volta che una coppia la chiede. 

Non le è mai scocciato fare il gay di professione? 

No, l’ho fatto orgogliosamente: visto che qualcuno ci deve rappresentare, è necessario che sia al meglio. Io per 25 anni sono stato un di sacerdote della politica, non avevo né sabati né domeniche. Qualche mio fidanzato me l’ha anche rimproverato: il tuo vero grande amore è Arcigay. Però le rivoluzioni si fan così: tenendo botta, tenacemente e senza demordere un attimo. E noi, a differenza dei marxisti della mia gioventù, la rivoluzione l’abbiamo fatta: una rivoluzione gentile.

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«Forza Italia Bologna denuncia la convenzione per il Cassero con il circolo Arcigay perché non si sarebbe fatto il bando. Ma la storia non si mette al bando». Con queste parole il direttore Franco Grillini ha commentato il duplice esposto presentato dai consiglieri forzisti comunale e regionale (rispettivamente Marco Lisei e Galeazzo Bignami) contro la riassegnazione della Salara al Cassero in via Don Minzoni al locale comitato di Arcigay. Il primo all’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) per la violazione del codice degli appalti, il secondo alla Procura per abuso d’ufficio in nome d’una «affinità politica» tra il sindaco Virginio Merola e l’associazione Lgbti.

Ma Franco Grillini, memoria storica del movimento, sa bene che la realtà è diversa. Egli era presente quel 28 giugno 1982 quando in via Don Minzoni, nei pressi di Porta Saragozza, fu inaugurato il primo circolo omosessuale italiano.

Da allora l’assegnazione degli spazi della Salara al Cassero ad Arcigay è stata sempre riconfermata, senza bando alcuno, dalle varie amministrazioni che si sono succedute. Cosa che è nuovamente avvenuta nei giorni scorsi quando il Comune ha rinnovato per quattro anni (rinnovabili per un altro quadriennio) la convenzione con Arcigay. L’associazione dovrà pagare il 20% di affitto e utenze in cambio di quel riconosciuto e ampio servizio pubblico sempre offerto nel corso di ben 35 anni. Servizio che va dall’assistenza ai disagiati alla consulenza legale per le persone Lgbti. Senza contare l’importantissimo archivio storico, che si compone di oltre 120mila unità tra opere a stampa e faldoni manoscritti.

Sereno relativamente ai due eposti è soprattutto Vincenzo Branà, presidente del circolo Arcigay Il Cassero. Raggiunto telefonicamente, ha così commentato l’accaduto: «Gli esposti che Forza Italia ha presentato sulla convenzione, con la quale il Comune affida al Cassero la sua sede, fanno evidentemente parte di una strategia di radicalizzazione della destra di cui da tempo cogliamo numerosi sintomi.

Le persone Lgbti, proprio come i migranti, diventano bersaglio di quella classe politica che vuole assicurarsi il voto degli omofobi e dei razzisti. Una classe politica che purtroppo va perfino oltre i confini di Forza Italia e del centrodestra italiano, trovando pericolose sponde a sinistra.

Nel merito, gli esposti, oltre a puntare il dito sullo strumento amministrativo utilizzato per l'assegnazione della sede, stigmatizzano la libertà del Cassero di intervenire nel dibattito pubblico della città. Argomentazione assurda che va contro non solo ai fondamenti della nostra Repubblica ma perfino al buonsenso.

Così la politica oggi sistema i conti con il dissenso, così si aggira il confronto e si cerca di reprimerlo con lo spauracchio dei procedimenti legali. Infine: la polemica sull'assegnazione della Salara è ormai un romanzo a puntate in cui troviamo capitoli amari scritti da molte forze politiche. E soprattutto questo dibattito sta dentro una dimensione più ampia che è quella che riguarda la politica degli spazi nelle città.

A Bologna questo è il grande nodo irrisolto e il vuoto politico è terreno facile per chi, come Forza Italia, vuole usare queste vicende per fare campagna elettorale»

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Sesto sabato dell’Onda Pride il 1° luglio. A celebrare la marcia dell’orgoglio Lgbti saranno domani Bari, Cosenza, Genova, Palermo e una città simbolo per il movimento come Bologna. Al riguardo Gaynews ha intervistato Vincenzo Branà, presidente del Cassero.

Nel logo del documento politico del Pride l’astronauta osserva e non sappiamo chi è. Perché non dobbiamo saperlo? 

L’astronauta rilancia la vocazione esplorativa dei movimenti, la loro attitudine a adottare punti di vista e prospettive inedite e plurali. Non sappiamo chi si cela dietro allo scafandro ma possiamo scoprirlo: questa è la scommessa. Perché l’identità è una scoperta e non un presupposto, perché esistono nel tessuto sociale zone che sfuggono alle regole e alle regolarità e che non vanno necessariamente ricondotte o forzate dentro a uno schema. Svestirsi dai pregiudizi, da tutti i pregiudizi, è uno sforzo quotidiano, una pratica costante che non va banalizzata e che richiede un impegno preciso anche a chi nei movimenti opera da molto tempo. 

Bologna è la città storica del movimento Lgbti ed è la città che, per prima, ha creduto nel valore delle differenze. È ancora  cosi?

Bologna è una città che in passato ha saputo far crescere sguardi critici: questo è il tratto più caratteristico del suo dna. Dalle radio libere, ai centri sociali alla “presa” del Cassero, il filo rosso è quello di una cessione di una parte dello spazio politico alle comunità dal basso. Il punto è che la politica – o meglio: i partiti – oggi reprimono il dissenso per reagire alla loro evidente crisi di consenso: su questo, a Bologna come altrove, bisogna tenere alta la guardia. 

La realtà transessuale è un punto rilevante del  documento politico del Pride.  Su questo mondo i pregiudizi e gli stereotipi costruiscono  culture violente di sfruttamento e  di disprezzo. Come educare i più giovani e con quali strumenti? 

Per parlare ai giovani bisogna innanzitutto raggiungerli nei loro luoghi, condividere tratti di strada con loro, includerli nei nostri ragionamenti. Non è un processo indolore: nelle nuove generazioni categorie come “destra” e “sinistra”, chiare e irrinunciabili per le generazioni precedenti, hanno perso di senso e di nitidezza. Incolpare i giovani di questo è evidentemente un’ingiustizia. Diciamo sempre che la riproduzione non è solo un fatto biologico o genetico: a chi sostiene la sterilità degli omosessuali, abbiamo sempre risposto non solo con le nostre (s)famiglie ma anche con il nostro riprodurre cultura, idee, pratiche. I giovani oggi sono figli di quella riproduzione, che è anche nostra: se li sentiamo distanti tocca alle generazioni precedenti farsi carico di quella distanza.

Omofobia e transfobia nel mondo del lavoro. Quali gli strumenti per contrastarle?

Servono leggi, innanzitutto, tanto sul piano nazionale quanto su quello locale. Servono cioè strumenti che definiscano con chiarezza i contorni di un fenomeno, che lo rendano leggibile, del tutto visibile. E che mettano in moto percorsi efficaci di risposta a quei bisogni. E poi servono reti, capaci di attraversare mondi diversi e che non si accontentino di costruire relazioni solo tra “simili”, escludendo ciò che percepiscono come diverso. 

Unioni civili e concetto di famiglia che muta. Cosa c'è di valore aggiunto  per  la comunità sociale  e cosa non c'è?

Il valore aggiunto è senza dubbio la visibilità, il riconoscimento delle relazioni nello spazio pubblico. Non è l’esito di una legge, sia ben chiaro, ma di un percorso che parte da molto più lontano e che di certo nella legge trova uno dei suoi snodi più importanti. Uno snodo, però, e non un traguardo. La coppia non è l’unica dimensione di vita che persone lgbti scelgono e dobbiamo essere consapevoli dell’egemonia che quel modello esercita, con tutto ciò che comporta in termini di esclusione. 

Anche in Emilia  Romagna si chiede  una legge  contro l'omotransfobia. C'è già un testo?

Il testo esiste: fu depositato da Franco Grillini durante il passato mandato amministrativo. Ora finalmente qualcosa si sta muovendo: è in corso un lavoro di costruzione del percorso che potrà portare all’approvazione di quel testo. Per la prima volta, su questo tema, possiamo essere ottimisti.

Molto dibattito su gpa e autodeterminazione. Cosa manca  alla discussione aperta in questi  giorni?

Manca innanzitutto il riconoscimento reciproco e il superamento di una contrapposizione che riduce questo dibattito a due sole posizioni. Nel documento del Bologna Pride c’è un richiamo esplicito a questo aspetto. E non ci sono invece categorie che in questo dibattito vanno per la maggiore: abbiamo scelto deliberatamente ad esempio di non usare la parola “etica”, molto abusata in questa discussione e utile solo a tracciare un discrimine – del tutto discutibile – tra gestatrici accettabili o non accettabili. Una definizione dall’alto, che poco ha a che fare con l’autodeterminazione delle donne – altra formula inflazionatissima – che deve necessariamente riguardare tutte le donne, non sono quelle bianche, occidentali, ricche. 

Il 28 giugno è ricorso il 35° anniversario dell’inaugurazione del Cassero. Ora l'astronauta che cosa sta vedendo?  

La storia del Cassero è ogni giorno una sorpresa anche per chi la attraversa nella propria quotidianità. Oggi di quella storia fanno parte tanti e tante giovani, che sono la garanzia (e l’augurio) di una lunga storia, che è ancora tutta da scrivere. 

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