Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha presentato la candidatura per organizzare il World Pride del 2025 a Roma. La storica associazione Lgbti, che da anni promuove importanti manifestazioni ed è stata promotrice di eventi come il World Pride del 2000 e l’Europride del 2011 con la partecipazione di Lady Gaga, ha diffuso la notizia in un comunicato.

Per saperne di più, abbiamo incontrato il presidente Mario Colamarino.

Come mai candidare proprio Roma per il World Pride del 2025 e che prospettive di successo ha la candidatura?

Il World Pride è nato a Roma nel 2000 su iniziativa del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ha rappresentato uno spartiacque nella storia del movimento Lgbti italiano e mondiale. Vogliamo perciò che il 2025 possa diventare un’altra tappa storica nel cammino della nostra comunità. Il comitato InterPride si è dimostrato favorevole alla nostra idea di riportare il World Pride a Roma. La candidatura è stata appena presentata: c'è un iter da seguire ma in poche ore è già arrivato il sostegno di tante realtà Lgbti e non. C'è tanto entusiasmo e non solo in Italia all'idea che il World Pride ritorni a Roma per celebrare un anniversario così importante.

È mera coincidenza che sia stato proposto proprio il 2025, anno in cui ricorrerà nuovamente il Giubileo?

Il World Pride è nato nel 2000: è normale che il 2025 rappresenti un anniversario importante. A noi non interessa un'inutile polemica con la Chiesa cattolica. Anche se è vero che l'attuale Chiesa non ha la stessa ostilità di quella del 2000, a noi interessa piuttosto realizzare un 'giubileo' per la nostra comunità. Una celebrazione di 25 anni di lungo lavoro per l'equiparazione dei diritti che, si spera, per allora pienamente raggiunta anche in Italia.

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Oggi presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti a dieci anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità

Una delle primarie attività a sostegno dei migranti e richiedenti asilo Lgbti è svolta dagli sportelli assistenziali, gestiti a livello territoriale dalle varie associazioni. Tra questi è da segnalare su Roma il Gruppo internazionale del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, della cui esperienza Gaynews pubblica la sintesi curata da Mario Colamarino e Tiziano De Masi.

Il gruppo internazionale al Mieli nasce nel novembre del 2014 a seguito della presenza sempre più frequente di persone migranti all'interno dell'associazione. Lo sportello nacque all'epoca con la principale finalità di soddisfare a esigenze di natura giuridica. Si provò con il direttivo del tempo e alcuni volontari ad andare oltre l'aiuto legale ai singoli e a creare uno spazio sicuro per rifugiati, richiedenti asilo e migranti Lgbti, che si trovavano a Roma e avevano bisogno di un aiuto, di socializzare, di parlare e stare insieme.

Da allora, a cadenza settimanale, il gruppo si è riunito presso il Circolo senza mai fermarsi negli anni. In un primo momento ognuno che passava da noi si è raccontato, aperto, iniziando un percorso di consapevolezza della propria sessualità che nel proprio Paese era negato. Abbiamo organizzato eventi, corsi e workshop sulle maggiori tematiche Lgbti: dall'Hiv all'omofobia fino al Pride. I migranti sono stati sempre insieme con noi, in prima linea, ai presidi per la legge sulle unioni civili l'anno scorso, a sventolare le bandiere del Circolo al Pride, a fare i banchetti in strada. 

Ognuno di loro, venendo al Mieli, ha trovato una famiglia, un sostegno, un posto dove poter essere se stessi senza paure e timori. In quest'ultimo anno, a fianco alle iniziative prima accennate, abbiamo avviato un corso di italiano per migranti fatto grazie alla collaborazione di volontari esperti sul tema. 

Da quando esiste il Gruppo migranti, saranno passate orientativamente un'ottantina di persone, di cui alcune spesso solo di passaggio, altre, invece, fisse a Roma e presenti ancora al Mieli. La maggior parte di loro proviene da Paesi africani o dall'ex Urss, dove essere gay può essere pericoloso o addirittura portare all'arresto a causa di un'omofobia dilagante e stratificata nella società. Alcuni di loro hanno trovato lavoro e l'amore in Italia: il primo migrante gay rifugiato, che si è  unito civilmente, è Maxim, scappato dal Crimea anni fa. Unitosi civilmente col compagno un mese fa circa a Civitavecchia, Maxim è stato tra le colonne portanti in questi anni del gruppo rifugiati del Mieli. Di questo siamo fieri nonché felici che abbia trovato l'amore e una vita migliore qui in Italia.

In quest'anno il gruppo fisso di ragazzi gay e ragazze lesbiche è stato composto da circa 15 persone, provenienti da Pakistan, Uganda, Senegal, Bielorussia, Georgia, la maggior parte dei quali sono arrivati da pochissimi mesi qui in Italia e non parlano italiano. Tra questi almeno una decina si è rivolto al Mieli come prima fonte di aiuto e sostegno alla socializzazione e all'incontro con altre persone Lgbti prima ancora di comparire davanti alla commissione per l'ottenimento dello status di rifugiati.

 

 

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Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

In preparazione di tale appuntamento Gaynews pubblica la testimonianza di Farzan Farzanegan che, fuggito dall'Iran, ha ottenuto lo status di rifugiato grazie anche al supporto del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Mi chiamo Farzan e sono iraniano. Come saprete, l'Iran è uno di quei 79 Paesi in cui le persone omosessuali possono essere condannate a morte o subire altre forme punitive. Spesso ragazzi omosessuali sono perciò costretti a dichiararsi transessuali e intraprendere un percorso sanitario. La transessualità è infatti considerata una malattia e, come tale, nel mio Paese è possibile solo essere operati così da essere accettati.

Non sono qui per parlare della mia storia personale, di cosa mi sia accaduto o dell'Iran. Voglio invece dirvi alcune cose che hanno riguardato la mia vita come richiedente asilo e, ora, come rifugiato. Condizioni che, credo, tanti altri come me hanno sperimentato e sperimentano in questo percorso che porta a fuggire dal proprio Paese fino a quando non si ottiene - anche con un po' di fortuna, se nel nostro percorso troviamo persone, associazioni, istituzioni competenti - il diritto di poter rimanere nel nuovo Paese.

Molti di noi lasciano il proprio Paese probabilmente con una consapevolezza di chi si è, della possibilità di andare altrove e chiedere protezione (anche se non si sa bene come funziona e quali siano le regole, i diritti, i doveri) ma senza sapere come realmente sarà, chi incontreremo, quali possibilità si avranno. In Iran, pur non essendoci un associazionismo gay visibile e ufficiale, vi sono però diverse persone che in qualche modo e con attività diverse, cercano di portare avanti le richieste delle persone Lgbti.

Per quanto mi riguarda, avevo paura di venire in Italia. Sapevo che non ci sono leggi che proteggono i gay e che non ci sono leggi che riconoscono i matrimoni delle persone Lgbti. Avevo sentito dire che l'Italia non ha buone politiche per i richiedenti asilo e i rifugiati. Che molto probabilmente la mia domanda sarebbe stata rifiutata e mi avrebbero rimandato in Iran. Queste paure le abbiamo in tanti. Ma io ho avuto la fortuna di essere messo in contatto con un'associazione che mi ha spiegato come sarebbe stata la procedura della mia domanda di asilo e che avrei avuto un aiuto per questa. Un'associazione, che mi ha dato una mano per trovare un posto dove stare e che mi ha dato l'occasione di frequentare altre persone Lgbti.

Ma questo non accade sempre. Molti di coloro che scappano dal proprio Paese non sanno nulla della possibilità della domanda di asilo in quanto persone Lgbti. Molti hanno paura di dichiararsi tali. Spesso non sono in grado di entrare in contatto con chi potrebbe aiutarli e restano molto isolati. In questo modo la loro domanda può essere rifiutata proprio perché non sono stati in grado di spiegare bene cosa è successo. Entrare in contatto con le associazioni Lgbti non è poi sempre facile. Sia per problemi linguistici sia per problemi organizzativi in quanto non sono sempre aperte o hanno orari particolari. Molte non sono neppure preparate ad accogliere migranti Lgbti e non sembra abbiano neppure l'interesse a farlo.

A Roma, fortunatamente, c'è un progetto del Mario Mieli, che dà la possibilità d'incontrarsi un giorno alla settimana. Questo permette di entrare in contatto con l'associazione, conoscere persone ed avere anche eventualmente un aiuto per la domanda di asilo. Le associazioni possono essere molto importanti per i richiedenti asilo e rifugiati gay. Offrono la possibilità di conoscere nuovi amici a chi non ha altri contatti in Italia. Noi che scappiamo dal nostro Paese, difficilmente abbiamo nel nuovo Paese dei connazionali disposti ad aiutarci se sanno che siamo gay. Poter frequentare le associazioni aiuta a toglierci dall'isolamento, che per tanto tempo abbiamo avuto. 

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