Nell’ambito dell’Onda Pride 2018 la Campania ospiterà addirittura cinque marce dell’orgoglio Lgbti. Di cui quattro rispettivamente a Napoli, Avellino, Caserta, Salerno (resterà purtroppo scoperto, tra i capoluoghi di provincia, solo Benevento) e una a Pompei.

Quella nella cittadina vesuviana – fissata al 30 giugno –  costituirà una novità assoluta non solo nella regione ma in tutta Italia. Per la prima volta, infatti, un Pride avrà luogo in un piccolo centro non capoluogo di provincia.

Il Pompei Pride avrà come logo il Fauno danzante, uno dei simboli della città romana distrutta dall’eruzione del 79 d. C. Come spiegato da Luciano Correale, ideatore e creatore del manifesto grafico, «nel logo del Pompei Pride abbiamo pensato di unire elementi esplicitamente classicheggianti – il fauno, la corona d’alloro, il carattere del font e la data in numeri romani – a quelli dell’immaginario contemporaneo Lgbti. Vale a dire le strisce di colore arcobaleno e la t-shirt con il cuore rainbow».

Il graphic designer ha quindi rilevato come «in tale prospettiva il logo tenti di rievocare i caratteri inclusivi, eterni e internazionali della città di Pompei e della collettività Lgbti, fusi in un abbraccio artistico e ideale, al di là della storia, del tempo, dei divieti e dei pregiudizi».

Sui motivi sottesi alla scelta di Pompei quale luogo del Pride regionale campano  abbiamo raggiunto Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Avevamo scelto da tempo Pompei, una città piccola ma dall’eco enorme. Pompei è una delle città italiane più conosciute al mondo ma con la mentalità di una città di 30mila abitanti. Andiamo a Pompei perché Pompei, volendo usare una metafora attualizzante, era un po’ l’Amsterdam dell’antichità. Senza dimenticare che, poco prima della convocazione del Pridde, era stato scoperto nella cittadina vesuviana un calco di due uomini. Due uomini probabilmente travolti dall’eruzione del Vesuvio mentre erano in atteggiamento amoroso»

«Pompei – ha continuato il presidente di Arcigay Napoli – è una grande sfida in un momento delicatissimo per l’Italia e l’Europa in cui c’è un forte rigurgito delle destre, dei populismi e c’è una forte paura per tutto ciò che può essere differenza. Pompei sarà perciò anche il Pride della laicità, il Pride della tutela delle istanze laiche e democratiche di questo Paese. Perché il Paese sappia andare oltre».

Sull’attuale stato organizzativo della manifestazione Sannino ha affermato: «Dopo la dichiarazione del Sindaco, che non aveva concesso l’autorizzazione al Pride e sembrava non volerla concedere, si è tenuta alcuni giorni fa un’assemblea a Torre Annunzionata nella sede di Arcigay Vesuvio Rainbow. In quell’occasione Francesco Gallo, presidente del Consiglio comunale di Pompei, ha dichiarato che l’amministrazione è pronta a sostenere e patrocinare il Pride. Anche se siamo ancora in attesa di un comunicato ufficiale»

E sul percorso del corteo? «Abbiamo incontrato, il 5 febbraio – così Sannino –, il capogabinetto della questura di Napoli. Ci si rivedrà, lunedì 12, a Pompei per un incontro con addetti del locale Ufficio tecnico e con agenti della polizia comunale. Restano infatti alcuni nodi da sciogliere.

Primo tra tutti quello relativo il passaggio in piazza Bartolo Longo dove si trova il santuario della Madonna di Pompei. Dinanzi al quale si dovrebbe passare tanto più che, come diceva lo slogan del Pride nazionale di Napoli nel ’96 secondo un’affermazione dell’artista Ciro Cascina, La Madonna di Pompei vuole bene a tutti i gay».

 

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Quella alla Madonna di Montevergine è una delle devozioni più sentite tra le genti campane. E il 2 febbraio, giorno della Candelora e della prima delle quattro grandi festività mariane – secondo una classificazione che risale al VII secolo ai tempi di Sergio I – si apre il pellegrinaggio tradizionale al santuario sul Partenio.

In questa occasione cade anche la cosiddetta “juta dei femminielli”: realtà collettiva propria del milieu partenopeo e delle zone limitrofe, essi possono definirsi quali uomini "che vivono e sentono come donne". Realtà, questa, quanto mai antica e in via d’estinzione, che, secondo categorie attuali, può essere accostata all’universo del transgenderismo

Ma perché i femminielli superstiti e, con loro, gay, lesbiche, transessuali si recano ogni 2 febbraio a venerare l’icona medievale della Vergine in trono, chiamata popolarmente “Mamma Schiavona”? La motivazione è da ricercarsi in una narrazione orale secondo la quale nel 1256 la Madonna di Montevergine avrebbe miracolosamente liberato due amanti omosessuali, legati a un albero tra lastre di ghiaccio. Il giorno dell’intervento prodigioso sarebbe stato appunto il 2 febbraio. 

Al di là della veridicità o meno dell’accaduto, che conserva però la bellezza ingenua dei fioretti agiografici, le antiche cronache sono concordi nell’attestare la juta a Montevergine in relazione a quel fenomeno che oggi sarebbe qualificato come crossdressing.

L’abate Gian Giacomo Giordano, ad esempio, nelle sue Croniche di Montevergine (1642) narra dell’incendio avvenuto, nel 1611, dell’ospizio annesso al santuario e riservato all’accoglienza dei pellegrini. «Alla notte nella quale successe l’incendio – così scrive l’autore che, divenuto in seguito vescovo di Lacedonia, considera quanto avvenuto come un castigo divino -, mentre al miglior modo possibile si seppellivano quei tanti cadaveri, nel lavarli le vesti di prezzo che portavano, per restituirli alli loro parenti, furono ritrovati alcuni corpi di huomini morti vestiti da donne, e alcune donne morte vestite da huomini». Priva invece di fondamento documentale e archeologico, benché affascinante, la prosecuzione del culto della dea Cibele sul Partenio in quello della Madonna di Montevergine.

A restare intatto è l’attaccamento dei femminielli e delle persone Lgbti campane a Mamma Schiavona. Anche quest’anno si sono confuse agli altri pellegrini e hanno caratterizzato la giornata di Candelora coi loro abbigliamenti, i loro atti di pietà popolare e gli struggenti canti in napoletano.

Tra i presenti Ciro Cascina, presidente dell’Afan (Associazione femminelle antiche napoletane), l’artista gender fluid italo-americana Minerva Summer, un’ampia delegazione di Atn (Associazione transessuale Napoli) con la presidente Loredana Rossi e di Arcigay Napoli col presidente Antonello Sannino. Non poteva poi mancare l’attore e cantante folk Marcello Colasurdo che ha guidato con la sua voce inconfondibile l’ingresso in santuario.

Dopo l’omaggio all’icona mariana tutti indistintamente si sono riversati sul sagrato antistante al santuario, per partecipare alle danze tradizionali al suono di tammorre e castagnette infiocchettate.

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