A poco più d'un mese dalla drammatica morte di Vincenzo Ruggiero Gaynews ha contattato il tenente Flavio Annunziata, comandante del nucleo operativo e radiomobile dei Carabinieri d'Aversa, per avere notizie relativamente alle indagini. In realtà, da ieri mattina alcune testate locali hanno iniziato a riportare la notizia secondo cui Ciro Guarente - cioè il 35enne reo confesso dell'omicidio del giovane attivista - avrebbe stordito la vittima nell’appartamento di Aversa per poi finirla presso un'abitazione di sua proprietà a Licola. Proprio da ciò iniziamo la nostra intervista al tenente Annunziata.

Tenente, stando a quanto raccontano alcuni giornali, Ciro Guarente avrebbe esploso i colpi di arma da fuoco contro Vincenzo nella casa di Licola e non nell'abitazione che la vittima condivideva con l'amica Heven?

Si tratta solo di speculazioni giornalistiche. In tal senso non ci sono novità. Certamente siamo attendendo le analisi tossicologiche effettuate sul corpo di Vincenzo Ruggiero e probabilmente Guarente è passato per l'abitazione di Licola. Ma al momento non ci sono prove che abbia ucciso la vittima a Licola. Capita che i giornalisti, in assenza di notizie nuove, ne inventino qualcuna.

Al momento chi sono gli indagati?

Al momento solo Guarente. Non ci sono altri indagati.

Lei pensa che Ciro Guarente abbia operato da solo o si sia servito di complici?
Non saprei dire. È una questione di tempo. Se Guarente ha avuto - ad esempio - sei ore per completare il suo crimine, potrebbe aver operato da solo con comodità. Se ha avuto solo un'ora, allora deve aver fruito dell'aiuto di un complice. Al momento, stiamo ancora collocando temporalmente gli eventi. Quando saranno chiari i tempi di realizzazione del crimine, allora avremo maggiori indizi anche su possibili complici. Comunque stiamo investigando a tutto campo.

E Guarente continua a non collaborare?

Sì, Guarente persiste in un comportamento negativo. D'altronde, al momento della confessione ha raccontato molte bugie. Ha depistato gli inquirenti con la speranza di far passare il suo omicidio per assassinio preterintenzionale. Devo dire che non collaborare è una grande sciocchezza perché tanto è solo questione di tempo e le responsabilità del criminale verrano tutte ugualmente a galla.

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Ci sono drammi che aiutano a capire molte cose. Di noi, delle persone che ci sono intorno ma anche della cultura della nostra società. L'omicidio di Vincenzo Ruggiero ci pone di fronte a quella violenza sorda e folle di cui purtroppo siamo costretti a leggere pressoché quotidianamente sulle cronache. Quella violenza sorsa e folle che è alla base dei casi di femminicidio. Il non voler accettare la fine di una relazione o il desiderio altrui di riappropriarsi della propria libertà, quando questa è messa a rischio dall'altra metà della coppia, e la brama di possesso estremo sono i mostri che scatenano queste tragiche reazioni.

Quella di Aversa sarebbe quindi una storia terribile come troppe che si verificano di continuo. Eppure non pochi media ne hanno parlato e ne parlano in termini sensazionalistici e linguisticamente scorretti perché a esserne protagonisti sono delle persone gay e trans. Con dettagli scandalistici e improntati a una ricerca del pruriginoso, che mi fanno rabbia e tristezza. Con titoli sensazionalisticamente inappropriati che suonano quali offese nei riguardi delle persone Lgbti. Titoli veicolanti il messaggio distorto e falsato che il focus della notizia fosse non la morte di un 25enne ucciso forse per gelosia – un fatto di per sé grave, assurdo nonché dai risvolti  impensabili – ma che quel giovane fosse gay come il suo assassino e come questi (elemento però non veritiero) innamorato di una donna trans. Come se l'orientamento sessuale o l’identità di genere di Vincenzo, Ciro e Heven fosse rilevante rispetto all'accaduto. Esistono forse delitti etero? Presentano delle differenze? Assolutamente no.

Il problema, si badi bene, non è dato dall’impiego di determinate parole come gay o trans. Ma dall'uso strumentale che ne viene fatto quasi a solleticare la morbosa curiosità di lettrici e lettori che in Italia, nonostante gli importanti traguardi raggiunti nel cammino della parità dei diritti, continuano purtroppo - in numero ancora consistente - a nutrire pregiudizi nei riguardi delle persone Lgbti. Una cosa è raccontare la vicenda con tutto il carico umano e i tratti dei protagonisti. Un’altra, invece, è incentrare l’attenzione su elementi per fini che nulla hanno da spartire con un'attenta narrazione cronachistica.

Trovo che questo modo di trattare le notizie e raccontarle non faccia altro che rappresentare e riproporre un grave preconcetto culturale. Non faccia altro che alimentare quel clima di stigma ancora aleggiante intorno alle persone Lgbti, come messo in risalto alcuni giorni fa dalla splendida lettera aperta dell’amico Franco Grillini e dell’intera redazione di Gaynews al direttore de Il Mattino Alessandro Barbano.

Ciò dovrebbe allora comportare la messa in disuso di lemmi quali femminicidio, violenza di genere o atti omotransfobici come taluni hanno nuovamente sostenuto? Nulla di più sciocco e inaccettabile. Nei casi, infatti, in cui si verificano atti criminosi qualificabili nei termini appena indicati, identità sessuale, identità di genere e orientamento sessuale qualificano la fattispecie del delitto e ne indicano tanto le cause quanto gli aspetti specifici. Ciò servirà a meglio prevenire e reprimere, sul piano giuridico e non solo, tali crimini.

Necessaria più che mai allora una lotta senza quartiere all’errore tanto linguistico quanto fattuale, che è alle base di quegli atteggiamenti discriminanti da cui non sono purtroppo esenti neppure i media. Solo quando avremo finalmente rimosso anche le minime incrostazioni di pregiudizio, potremo allora dirci un Paese davvero civile.

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Si sussegguono le notizie che la stampa riporta relativamente alla morte di Vincenzo RuggieroProprio in seguito all’intervista pubblicata da Gaynews, in cui l’escort napoletano Francesco Mangiacapra racconta particolari relativi all’omicida, siamo stati contattati da un ragazzo che, preferendo restare anonimo per chiare e comprensibili ragioni di privacy, ha voluto raccontarci altri particolari dell’assassino Guarente.

Ne raccogliamo a telefono il racconto e nella sua voce leggiamo tutto lo sconvolgimento interiore di chi è sgomento per la morte del 25enne di Parete.

Tu conosci bene Ciro Guarente, l’assassino di Vincenzo Ruggiero?

Sì, lo conosco benissimo. Siamo amici da tanti anni e non riesco a credere che abbia potuto fare una cosa del genere: sono sconvolto.

Tu sei al corrente dei rapporti tra la vittima e Ciro? Ce li puoi descivere?

Certo che ne sono al corrente. Tutti ne siamo al corrente tra le persone legate a Ciro. Ciro nutriva un rancore morboso nei confronti di Vincenzo. Ciro era rancoroso perché – secondo lui - Heven dedicava più attenzioni a Vincenzo che a lui. Un paio di anni fa Ciro già aveva aggredito violentemente Vincenzo perché l’aveva trovato a casa di Heven. Insomma, posso dire che sono almeno due anni che Ciro cova questo risentimento assurdo verso Vincenzo ma nessuno avrebbe mai creduto che potesse arrivare a tanto.

Ciro era gelosissimo di Heven. Perfino nei miei riguardi fu aggressivo perché una volta Heven mi volle vedere da solo per confidarmi dei segreti. Una cosa normale tra amici e io sono amico anche di Heven. Ciro si arrabbiò anche con me.

Ma quali erano i rapporti tra Heven e Vincenzo?

Erano grandi amici. Un rapporto d’amicizia solidissimo. Forse Heven all’inizio era anche infatuata di Vincenzo ma tra loro non c’è mai stato nulla. Era davvero una relazione di profondissima e sincera amicizia.

Quali erano, invece, i rapporti tra Ciro e Heven?

Heven mi ha confidato che spesso Ciro era violento anche con lei. Mi ricordo che mi ha detto che Ciro le ha tenuto la testa sotto l’acqua fino a farla svenire, che l’ha minacciata con un coltello, che la picchiava e che l’ha perfino chiusa in un armadio. Ciro non sopportava la presenza di Vincenzo anche se, devo dire, che la relazione tra Ciro e Heven è una relazione “in crisi” da sempre.

Nei giorni in cui si è diffusa la notizia della sparizione di Vincenzo quali sono state le reazioni di Ciro?

Ciro negli ultimi tempi sembrava stravolto, sinceramente.  Sulla sparizione di Vincenzo percepivo che preferiva non soffermarsi troppo. Una volta a un amico che gli chiedeva cosa ne pensasse, Ciro rispose in malo modo che non dovevamo rompere le scatole e che Vincenzo se ne era andato via con qualche uomo pieno di soldi.

Vincenzo aveva sentore di quest’odio nutrito dal Guarente?

Credo di sì. Molti amici gli stavano consigliando di andare via da casa di Heven. Certo nessuno pensava che Ciro arrivasse a compiere un omicidio e in un modo cosi efferato. Ma avevamo paura che in uno scatto d’ira Ciro potesse comunque far male a Vincenzo. Già in passato lo aveva schiaffeggiato e gli aveva dato anche un pugno.

Che reazione hai avuto alla notizia che l’assassino di Vincenzo è il tuo amico Ciro?

Mi sono sentito ferito due volte. La prima perché quello che ha fatto a Vincenzo è assurdo e atroce. La seconda perché questo Ciro non è quello che credevo di conoscere e di cui ero amico. Il Ciro che conoscevo io era un ragazzo disponibile e solare. Aveva tanta voglia di vivere e divertirsi. Non avrei mai creduto che arrivasse a fare certe cose. Ricordo che, tempo fa, andammo tutti e tre, io, Ciro e Vincenzo, a fare delle compere insieme. Non mi sarei mai aspettato un epilogo del genere.

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L'omicidio di Vincenzo Ruggiero, oltre ad aver gettato l'intera comunità in uno stato di prostrazione evidente, ha anche sollevato alcune criticità mediatiche, lasciando tutte e tutti con un grande desiderio di chiarezza e verità. Ecco perché Gaynews ha pensato di chiedere una riflessione sul drammatico caso a uno dei più amati autori italiani di romanzi noir: Maurizio De Giovanni.

Incontriamo lo scrittore all'imbarco dell'aliscafo per Sorrento, dove presenterà il suo nuovo romanzo Rondini d'Inverno. Sipario per il commissario Ricciardi (Einaudi, Torino 2017).

Maurizio, cosa ne pensi del modo in cui molti giornali hanno titolato il tragico omicidio di Vincenzo?

Sia nei titoli dei giornali sia nei commenti dei giornalisti televisivi ho colto un'esasperata intenzione di mettere in evidenza l'orientamento sessuale delle persone coinvolte nell'assassinio. Come se esistesse una natura "gay" del crimine che era stato compiuto. Come se l'orientamento sessuale e affettivo delle persone coinvolte spiegasse il perché di un crimine così atroce. Questo accade perché spesso i giornalisti sembrano essere mossi da una sorta di voyeurismo morboso e scrivono titoli inaccettabili. La fine di Vincenzo mi sembra essersi consumata in un quadro che è probabilmente proprio del crimine passionale, almeno stando alle notizie che sono adesso in nostro possesso. E si è trattato di un delitto efferato. L'orientamento sessuale non c'entra nulla.

Il direttore de Il Mattino Alessandro Barbano, in un editoriale pubblicato ieri in risposta alla lettera aperta della redazione di Gaynews, sostiene che gli stereotipi "scorretti" diffusi da certi titoli sono la ricaduta degli eccessi della comunità Lgbti, quando rivendica diritti in maniera "vistosa" come, ad esempio, durante il Pride. Cosa ne pensi?

Non c'è alcuna relazione tra i titoli voyeuristici e l'aperta rivendicazione di diritti delle persone Lgbti. Titoli come quelli che si sono letti in questi giorni hanno lo scopo di attrarre l'attenzione morbosa del lettore e basta. Non c'è alcuna relazione con la visibilità delle persone gay.

Tornando al delitto di Vincenzo Ruggiero, secondo te si tratta di un delitto passionale o, vista la modalità con cui è stato ucciso, pensi possa trattarsi d'altro?

Al momento gli inquirenti ci dicono che è un omicidio passionale e non abbiamo altri elementi per pensare ad altre motivazioni. Il fatto che il cadavere sia stato sezionato, sciolto nell'acido e murato con il cemento, rimanda a modalità camorristiche ma la modalità è una cosa e il movente è un altro. Se il soggetto criminale ha assunto modalità camorristiche nel modo in cui ha ridotto il corpo del povero 25enne di Parete, ciò non toglie che possa aver agito per motivi passionali. Gli omicidi passionali non sono sempre frutto di raptus, sono anche costruiti e premeditati come questo compiuto da Ciro Guarente. 

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Francesco Mangiacapra non necessita di presentazioni. Il giovane napoletano di buona famiglia, che si è lasciato alle spalle toga e tribunali per intraprendere la libera professione di escort, si è raccontato in una sorta di memoriale autobiografico che, scritto in collaborazione col regista Mario Gelardi e intitolato Il numero uno. Confessioni di un marchettaro, è divenuto un caso nazionale.

Avendo conosciuto Vincenzo Ruggiero e il suo assassino, Gaynews ha deciso di raccogliere in merito il suo parere.

Francesco, tu hai conosciuto Ciro Guarente. Quando lo incontrasti la prima volta che impressione ne avesti?

Ero venuto in contatto con Guarente già molti anni fa ma volutamente - e fortunatamente – lo avevo sempre tenuto a distanza: aveva dei modi di fare volgari e violenti. Ad esempio, parcheggiava sempre la sua decappottabile in divieto di sosta e si vantava ripetutamente di aver avuto in passato una relazione con la figlia di un camorrista. Quando ho appreso che l'assassino fosse lui, non me ne sono affatto meravigliato. Una tragedia che già aveva avuto qualche avvisaglia quando, tempo addietro, lo stesso Ciro aveva schiaffeggiato Vincenzo pubblicamente. 

Evitarlo mi divenne più difficile quando, circa tre anni fa, iniziai a notare delle sue inserzioni dove si proponeva come escort sugli stessi siti dove anche io da tempo già mi proponevo. Me ne sorpresi – non certamente per la sua scelta di vendersi –, piuttosto per il fatto che lui stesso, pochi anni prima, aveva discriminato e criticato il fatto che io, pur laureato in giurisprudenza, preferissi prostituirmi. Fu curioso notare come proprio lui che per questo mi aveva vilipeso, avesse iniziato a prostituirsi in coppia con un ragazzo che aveva da poco iniziato il suo percorso di transizione e che io avevo conosciuto prima di ciò. Una persona dolce: quella che oggi conosciamo come la bellissima Heven Grimaldi. Negli annunci lui si faceva chiamare Lino, lei Eva Petrova. Nel corso degli anni notai anche delle inserzioni separate dei due: non saprei dire se Ciro abbia indotto o favoreggiato la sua compagna a prostituirsi prima che rinascesse come Heven. Certamente gli oltre dieci anni di differenza avranno avuto un peso nell'impostazione del rapporto e nella fiducia reciproca. 

Come valuti il fatto che proprio chi ti aveva criticato avesse poi deciso di fare l'escort?

Si tratta di quell'ipocrisia legata al moralismo  di chi, essendo mentalmente poco strutturato, stigmatizza la prostituzione soltanto per assecondare quello stesso sentire comune di cui poi ogni minoranza diventa vittima. E i titoli dei giornali in questi giorni ci fanno riflettere proprio su quanto possano essere pregiudizievoli talune etichette. Parlo di ipocrisia perché, come ho affermato anche nel mio libro, molte sono le persone che, segretamente perseguono e ambiscono ciò che pubblicamente tanto vilipendono. Ciro resta per me un esempio emblematico.

Quando anche lui iniziò a prostituirsi, mi cercò con l'intento di reclutarmi perché un suo cliente avrebbe voluto organizzare un'orgia con più ragazzi a pagamento. Ma mi rifiutai, non volendo avere nulla a che fare con lui e con le persone che orbitavano intorno al suo mondo. Per mia fortuna abbiamo sempre avuto un target di clientela totalmente diversa: le persone che cercavano la mia compagnia non avrebbero avuto interesse in una persona di quel livello. Anzi mi ha meravigliato leggere commenti sui social di suoi ex-amici che hanno la leggerezza di affermare che lo avevano conosciuto come "persona di sani principi": addirittura qualcuno ha trovato il coraggio di giustificare il suo gesto come preterintenzionale.

Sui social si sta puntando molto sul fatto che Guarente facesse l'escort. Ciò ha suscitato una reazione perbenistica nel giudicare il fenomeno della prostituzione. Qual è il tuo parere?

Il fatto che lui si prostituisse, è ovviamente ininfluente ai fini della ricostruzione del suo identikit di omicida. Nonostante ciò anche molte persone della comunità Lgbti hanno voluto vedere nella sua scelta di vendere il corpo un comprova di degenerazione: questo è fuorviante perché così non solo si rischia di accomunare a un delinquente chi invece fa del proprio corpo e della propria vita una scelta libera e autodeterminata, ma soprattutto è deleterio perché distrugge anni di battaglie fatte anche dalla stessa comunità Lgbti a sostegno di quella emancipazione sessuale che è alla base di qualunque libertà.

Diverso, e più giusto, invece, fare emergere il fatto che Guarente si prostituisse come tassello utile alla ricostruzione del suo movente, soprattutto per chi non ha conosciuto questa persona: se la circostanza di prostituirsi è irrilevante ai fini della dignità personale e dello spessore morale e umano,può tuttavia risultare un cogente fattore di valutazione delle circostanze e della ricostruzione dei fatti quando si parla di un delitto avvenuto per gelosia. Un’occasione, dunque, per poterci interrogare su quanto e come una persona con una vita sessuale promiscua possa vivere la gelosia in coppia, a maggior ragione se uno o entrambi i partner si prostituiscono. E un modo per riflettere su come la gelosia in alcuni casi, più che temperamentale, sia un alibi per conservare quell'atteggiamento da bullo che porta alcune persone a rovinare sé stesse e chi le circonda in un vortice dove amore e morbosità si confondono: ricordo un suo video emblematico girato a Capodanno in cui accoglieva il nuovo anno sparando dei colpi di pistola. Questo mi sembra molto più significativo del fatto che si prostituisse.

Credi anche tu che Ciro abbia avuto dei complici come anche i quotidiani importanti stanno evidenziando? 

La mia idea è che ci sia molto di più dell'impeto passionale di un amante geloso del migliore amico della propria compagna. Quello che immagino è piuttosto la frustrazione e l'ossessività di un uomo che si stava rendendo conto come la crisalide che aveva conosciuto – grazie all'incontro con una persona come Vincenzo e a una ritrovata consapevolezza delle proprie sembianze fisiche – stesse scoprendo forti stimoli aspirativi ad accompagnarsi a qualcuno di più civile e stava per volare via in libertà come una farfalla. Ma non mi convince che sia così semplice commettere da solo tante efferatezze con modalità così simili a quelle della criminalità organizzata. Di certo, scavare nel passato d’una persona capace di arrivare a compiere gesta così disumane è difficile anche per gli inquirenti.

E a ciò non contribuisce l'omertà di chi sa e non parla, di chi anche con poco, potrebbe fornire un tassello utile alla ricostruzione di questo puzzle dell’orrore che ha reso vittima non soltanto un giovane ragazzo che non ha potuto reagire, ma un'intera comunità che oggi giustamente reagisce al suo posto. Quell'omertà complice del conformismo di chi non vuole mai esporsi, che io da sempre combatto mettendoci la faccia e prendendomi la responsabilità delle mie dichiarazioni, come faccio anche in questa sede. 

La rabbia per una vita spezzata mi tiene attonito da giorni. Ora desidero solo verità e giustizia per Vincenzo.

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Gentile Direttore,

     Le scrivo a nome mio personale e dell’intera redazione di Gaynews, quotidiano online Lgbti da me fondato nel 1998, in riferimento ai numerosi articoli che Il Mattino ha dedicato alla morte di Vincenzo Ruggiero. Fa piacere constatare l’attenzione e la solerzia con cui i giornalisti di codesta testata hanno seguito e continuano a seguire una vicenda così dolorosa, di cui restano ancora da chiarire numerosi aspetti.

Nello stesso tempo non si può non rilevare con preoccupazione e rammarico la scelta adottata nel titolare i relativi articoli. Si va da “delitto gay” a “delitto a sfondo omosessuale”, dal “giallo del gay ucciso per gelosia” a “uccide un gay e lo butta in mare. «Stava con la mia ragazza trans» fino a “raptus della gelosia, gay ucciso. L’assassino è l’amante di una trans”.

È vero che espressioni similari sono state adottate anche da agenzie di stampa e da altri quotidiani nazionali. Ma, nel caso dell’omicidio d’un ragazzo campano, Il Mattino assurge a un ruolo principale nel servizio d’informazione in quanto storico giornale napoletano.

Ora non è ammissibile che nel 2017 la testata fondata da Scarfoglio e Serao riproduca nella titolatura un lessico scandalistico e discriminatorio degno d’una narrazione giornalistica degli anni ’50 del secolo scorso. Non esiste un delitto gay o a sfondo omosessuale come non esiste un delitto etero o a sfondo eterosessuale, di cui d’altra parte nessun giornale si sognerebbe mai di parlare. Le persone omosessuali e transessuali non possono continuare a essere considerate un mero oggetto per alimentare la morbosa curiosità dei lettori o per ottenere un numero maggiore di click. Né tanto meno è accettabile che si parli genericamente d’un gay e al contempo d’una trans sì da favorire quel clima d’omotransfobia purtroppo ancora imperante. Per di più parlare di “delitto gay” fa passare il messaggio che la vittima in qualche modo se l’è cercata, che è comunque corresponsabile di ciò che è successo con un sottofondo di omofobia nemmeno tanto velato.

Ben diverso e giustissimo è invece ricordare l’appartenenza della vittima alla collettività omosessuale al pari del suo attivismo Lgbti ma mettendone primariamente in luce la sua identità. A essere stato ucciso non è un gay ma Vincenzo Ruggiero, attivista gay. Una scelta lessicale come quella operata da Il Mattino è non solo un’offesa alla memoria del 25enne di Parete ma quasi una seconda uccisione attraverso le parole. Uccisione morale che coinvolge ciascuno e ciascuna di noi, in cui Vincenzo vive e continua a lottare.

Nell’attesa d’un suo riscontro, la salutiamo cordialmente.

 

Franco Grillini, direttore di Gaynews

Francesco Lepore, caporedattore

Redazione

Elisabetta Cannone

Rosario Coco

Claudio Finelli

Alessandro Grieco

Valerio Mezzolani

Alessandro Paesano

Rosario Murdica

Michele Sacco

Marco Tonti

 

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Negli ultimi giorni si sta assistendo a un ampio quanto immaginabile clamore mediatico intorno all’omicidio di Vincenzo Ruggiero. La rete è stata investita da un vero e proprio tsunami di solidarietà per il 25enne di Parete e indignazione nei riguardi dell’assassino Ciro Guarente. Soprattutto in riferimento alle modalità con cui l'ex militare ha massacrato e nascosto il corpo del giovane attivista Lgbti napoletano. 

Anche i giornali si sono preoccupati di raccontare in maniera costante e capillare le evoluzioni delle indagini, narrando talora in tempo reale e in modo costante i diversi passaggi dell'azione criminale. Al di là dei titoli scorretti e inaccetabili di alcuni quotidiani, a partire da Il Mattino - in cui morbosità e lessico inappropriato hanno raggiunto vette imbarazzanti –, una certa polemica ha diviso la rete tra il comportamento che si dovesse adottare nei confronti del fatto di sangue. E su come si dovesse presentare.

Ecco, se da un lato è comprensibile lo strazio degli amici e di chi gli era vicino – strazio che suggerisce di associare al dolore una forma di contegnoso silenzio –, dall'altro è indispensabile ricordare che proprio in virtù dell'attenzione mediatica sollevata da associazioni come Arcigay Napoli e quotidiani come Gaynews, si è riusciti a operare una sorta di pressione sugli inquirenti e si è riusciti a penetrare il mistero in cui era avvolto, fino a qualche giorno fa, la drammatica storia di Vincenzo. Pressione operata da Arcigay Napoli e Gaynews non perché si volesse ricondurre il caso Ruggiero a un caso di omofobia o perché fosse importante marcare l'orientamento sessuale della vittima, ma perché Vincenzo era conosciuto, stimato e amato dalla collettività Lgbti napoletana di cui era fieramente parte. Ed è proprio dalla collettività Lgbti che è giustamente arrivato un input decisivo alle indagini. 

Dunque si dovrebbe riconoscere come non sia possibile chiedere ai media di far calare il silenzio – foss'anche per ragioni di dolore – sulla morte di Vincenzo. Se ciò fosse avvenuto, oggi Ciro Guarente non sarebbe in stato di arresto e, se ciò dovesse avvenire nell'imminente futuro, non sapremmo né il vero movente dell'omicidio né possibili complicità.

Perché, parliamoci chiaro, davvero si può credere all'omicidio passionale? Davvero si può credere che Ciro fosse geloso dell'amicizia tra Vincenzo e Heven? Davvero si può credere che Ciro Guarente, ragazzo esile e alquanto basso di statura, abbia caricato da solo valigie e corpo, abbia ordito da solo l'agguato a Vincenzo (perché di questo si tratta, no?), abbia da solo premeditato il fitto del box auto a Ponticelli dal 7 al 9 luglio per nascondervi il corpo di Vincenzo, abbia da solo sezionato il cadavere, labbia da solo ricoperto il tombino di cemento e da solo vi abbia versato l'acido per nascondere ogni traccia? 

E si può credere che nessuno abbia aiutato Ciro Guarente in queste operazioni decisamente complicate? Nessuno abbia visto? Nessuno abbia sentito? Nessuno abbia subodorato alcunché? E si può credere che tutto ciò sia avvenuto in una situazione pacificata, in cui un picco di gelosia scatena violenze inaudite gestite con inaudita freddezza?

Come invece non immaginare scenari differenti e ancora sconosciuti? Perché Ciro Guarente ha premeditato in maniera così atroce l'omicidio di Vincenzo? Perché ha depistato gli inquirenti con la storia del cadavere gettato nel mare? Perché ha utilizzato una modalità camorristica per disfarsi dello stesso? Perché la simulazione dell'allontanamento volontario è stata avallata anche in sede di denuncia? Dove sono le valigie con cui Vincenzo si sarebbe allontanato? E cosa è stato rinvenuto dei suoi effetti personali? E nell'abitazione, in cui è avvenuto l'agguato e in cui la vittima ha certamente già trovato il suo assassino (da solo o con un complice) è possibile che non ci sia alcuna traccia di colluttazione o di violenza? I vicini che cosa hanno sentito? Cosa hanno visto? 

Queste sono solo alcune delle domande che mi vengono in mente. Che vengono in mente a tutte e tutti. Ecco, senza i media che danno risalto a casi come questo, queste stesse domande resterebbero probabilmente soffocate nel silenzio. Senza risposte concrete.  Allora ben vengano appelli, lettere aperte e denunce all'Ordine dei giornalisti per quelle testate che offrono una narrazione morbosa delle storie Lgbti, utilizzando un lessico inaccettabile, offensivo e "preistorico". Ma mai, mai e poi mai chiedere ai media di tacere

Chi tace è sempre complice del più forte. Del violento. Di chi occulta la verità. Di chi, in maniera reticente, vive nel crimine. E al crimine, al proprio crimine, cerca di sopravvivere con la menzogna e la falsità. Quella falsità e quella menzogna, il cui velo dobbiamo  definitivamente sollevare da questa storia assurda. Perché Vincenzo non può e non deve morire una seconda volta nelle bugie e nei segreti di una società che, nel silenzio, continua a generare molti, troppi, insospettabili mostri.

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«Un film horror - così esordisce Lia Zeta, amica di Vincenzo Ruggiero che ha assistito al recupero del corpo dell'amico -, un film horror di cui dobbiamo sapere ancora tutta la verità».

Dopo ore di lavoro le forze dell'ordine sono riuscite a recuperare i resti del corpo di Vincenzo Ruggiero. Ciro Guarente, reo confesso dell'omicidio del 25enne di Parete, aveva provato a depistare gli inquirenti sostenendo di aver gettato in mare il cadavere. Invece il corpo, sezionato barbaramente, era occultato in un box che l'ex militare aveva preso in affitto dal 7 al 9 luglio, in un parco di Ponticelli tra via Botteghelle e via Edoardo Scarpetta.

«Purtroppo la testa e un braccio non sono stati recuperati - aggiunge Lia Zeta sconvolta e provata dall'epilogo macabro della vicenda -. Guarente aveva prima sezionato il cadavere e poi lo aveva occultato in una buca presente nel box coprendo tutto con rifiuti e cemento e gettandoci poi dell'acido per coprire il cattivo odore. Una storia orribile di cui siamo tutti spettatori sgomenti».

È stato lo stesso proprietario del box a chiamare le forze dell'ordine insospettito dai movimenti di Ciro Guarente, che si era presentato la prima volta con delle valigie, e allarmato dalla notizia del suo arresto.

L'autopsia dovrà adesso rivelare nuovi particolari sulla drammatica morte di Vincenzo Ruggiero. Certamente un omicidio premeditato e non accidentale, costruito con ferocia e realizzato con una crudeltà senza pari. La domanda che ci si pone, ancora increduli, è se Ciro Guarente abbia potuto fare davvero tutto da solo o se non ci fosse un complice ad aiutarlo.

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Ha mentito fino alla fine Ciro Guarente, l'omicida di Vincenzo Ruggiero, il cui cadavere, stando alle sue confessioni, doveva essere nel mare di Licola«Sì, l'ho ucciso io Vincenzo - così il 35enne di San Giorgio a Cremano nella confusa confessione resa ieri ai carabinieri di Aversa -,  perché aveva una relazione con la mia compagna: poi dopo ho caricato il cadavere in auto e l'ho gettato in mare a Licola»

Invece, i resti di Vincenzo, barbaramente ucciso dall'ex militare Guarente, sono stati ritrovati in queste ore a Ponticelli, in un tombino all'incrocio tra via Eduardo Scarpetta e via Botteghelle. Sul posto continuano a essere presenti i carabinieri dei reparti territoriali di Aversa e di Ponticelli.

E mentre sono ancora nei nostri occhi le centinaia di candele e di volti che ieri sera, a Napoli, in Piazza Bellini, hanno salutato commossi e sconvolti l'amico che non c'è più, ci chiediamo per quale ragione Ciro Guarente provasse a depistare le forze dell'ordine. Quale altro orrore stava tentando di nascondere, nascondendo il corpo di Vincenzo? O voleva coprire un eventuale complice nel trasferimento di Vincenzo da Aversa a Ponticelli?

Ciro Guarente è attualmente in carcere a Santa Maria Capua Vetere e verrà sentito dal gip, per la conferma del provvedimento di fermo, nella giornata di domani. L'esame autoptico dovrebbe invece confermare a breve - salvo smentite - l'ipotesi identificativa.

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«Piazza Bellini, stasera, brillerà di luce per l’amico Vincenzo». Così recitava il comunicato lanciato nel tardo pomeriggio da Arcigay Napoli e da La Mamada per annunciare una fiaccolata in ricordo di Vincenzo Ruggiero nella nota piazza partenopea. Così è stato.

Alle 22.00 del 29 luglio oltre 200 persone si sono ritrovate nel luogo prefissato per stringersi intorno alla madre e alla sorella del 25enne, ucciso ad Aversa da Ciro Guarente. Portavano con sé il solo bagaglio d’una candela e dell’affetto per un giovane bello, dolce, sempre impegnato in difesa dei diritti Lgbti. Per un giovane, la cui scomparsa nel nulla, il 7 luglio, non aveva dato pace alla collettività Lgbti napoletana. Tale premura si era concretata in reiterati appelli alla ricerca che, sollevati per prima da Arcigay Napoli e rilanciati dal nostro giornale, hanno dato una spinta notevole alle indagini. Indagini che hanno portato al provvedimento di fermo di Ciro Guarente – che ha poi confessato d’aver ucciso Vincenzo e d’averne gettato il corpo in mare a Licola - per omicidio e occultamento di cadavere.

Ad aprire gli interventi in ricordo di Vincenzo Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha ribadito la «difficoltà del momento ma la necessità d’abbandonare ogni forma di retorica. Vogliamo essere vicino alla famiglia, vicino agli amici». Componente del direttivo di Arcigay Napoli, Daniela Falanga ha rilevato l’importanza del sentirsi famiglia in momenti così difficili e ha aggiunto: «Vincenzo era un ragazzo di pace. Vincenzo era un ragazzo di bontà. I tanti cartelli che leggo qui lo testimoniano».

Particolarmemte commossa Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione transessuale Napoli), che ha dato di Vincenzo un ricordo personale, interrotto poi dall’emozione. Emozionatissimo anche Giovanni Angelo Caccavale, coordinatore del gruppo La Mamada (delle cui serate Vincenzo era presenza fissa), che, tracciando un toccante ricordo dell’amico Mamador, ha sottolineato come questa vicenda sia denotativa d’una preoccupante perdita d’umanità. Ovviamente, la prevista serata discoteca de La Mamada è stata annullata.

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