Polis Aperta è l’associzione che, fondata nel 2005 e facente parte della rete europea Egpa (European Glbt Police), riunisce persone Lgbt appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine.

Durante l’ultima assemblea generale ordinaria, tenutasi lo scorso 14 Aprile, sono stati rispettivamente eletti alle cariche di presidente e vicepresidente Gabriele Guglielmo e Michela Pascali. Per i prossimi tre anni essi saranno coadiuvati nel Consiglio direttivo da Simone Bragaglia quale tesoriere, Giuseppe Caputo quale consigliere e Daisy Melli quale consigliera e addetta Ufficio stampa

Incontriamo proprio il neopresidente Guglielmo, per avere maggiori ragguagli sulla mission e i prossimi obiettivi di Polis Aperta.

Quali sono gli obiettivi che si propone il nuovo direttivo di Polis Aperta? Quale, invece, l’eredità più preziosa ricevuta dal precedente direttivo?

L'eredità più preziosa che riceviamo dal precedente direttivo, e in particolare dall'ex presidente Simonetta Moro, è la consapevolezza che le cose stanno cambiando, che a volte un attacco è più utile di un applauso. Negli anni siamo passati dall'invisibilità (quasi clandestinità dei primi incontri dei soci fondatori) all'essere ricevuti dai ministri di competenza. Adesso facciamo formazione rivolta ai colleghi di ogni corpo e anche questa è un'eredità del grande lavoro fatto da Simonetta Moro, che ha tradotto e adattato alla situazione italiana il toolkit creato dall'Università di Dublino insieme a G-Force (la Polis Aperta irlandese) e diffuso dopo la VI° conferenza internazionale europea delle polizie Lgbt a Dublino (organizzata dall'Egpa).

Uno degli obiettivi che si propone il nuovo direttivo è la celebrazione tramite conferenze ed eventi del calendario Lgbt, a partire dalla Giornata della memoria del 27 gennaio chiudendo con il World Aids Day del 1° dicembre, passando attraverso Idahot, T-DoR, Bi-Sexuality Day nonché sfilando al più alto numero di Pride in Italia e all'estero.

Il muro di antagonismo, che storicamente oppone le Forze dell'ordine e la comunità Lgbt, può e deve cadere: noi in qualche modo facciamo nostri i moti di Stonewall, li rivendichiamo come esempio di quello che la polizia oggi nel 2018 non può e non deve mai più fare. Gli abusi delle forze di polizia quel 28 giugno 1969 hanno creato quella scintilla da cui è divampata quella fiamma fortissima che è il movimento Lgbt. Quella fiamma che porta oggi gli operatori di polizia Lgbt non solo a non osteggiare i Pride, ma addirittura a sfilarvici e organizzarli.

Secondo lei qual è la criticità più diffusa relativamente alla vita delle persone Lgbt che militano nelle forze armate e nelle forze dell’ordine? Qual è il tasso di omofobia che, secondo lei, persiste nell’ambito di queste categorie professionali? 

La criticità più diffusa per le persone Lgbt in uniforme sta nell'autoaccettazione. Si combatte a testa alta quando, si sa di stare dal lato giusto della storia. Ma quando sei convinto di essere sbagliato non riuscirai a fare nulla e ti nasconderai terrorizzato dalla possibilità di essere scoperto. E qui torniamo in gioco noi, non solo offrendo ai colleghi che lo chiedono quell'orecchio pronto ad ascoltare, a confrontare, a capire. Ma la nostra stessa presenza, esistenza, la tranquillità con cui trattiamo le nostre vite sentimentali, sono un esempio tangibile che si può indossare una divisa e vivere la propria esistenza in assoluta tranquillità.

Questo non significa che l'omofobia nelle forze dell'ordine non esista, anzi, è dura da scardinare. Ma ormai è cominciato quel percorso, o meglio quel meccanismo mentale, che porta i colleghi più beceri a trattenersi, per paura di imbattersi in sanzioni. Non è più tollerabile, e di fatto non è più tollerata, l'omofobia: essa è fonte di imbarazzo per gli alti comandi e si vigila molto affinché chi proprio non vuole comprendere cosa significa riconoscere (e non tollerare, si tollera qualcosa di fondamentalmente sbagliato) e rispettare, si adatti o almeno si trattenga. Oggi non è il collega omosessuale che deve nascondersi ma l'omofobo. Il cammino è lungo ma noi ci siamo.

Consiglierebbe a un suo collega non dichiarato di fare coming out? Se sì, perché?

Prima di tutto, mi piace sottolineare che l'attuale Consiglio direttivo è il primo totalmente "visibile" o se preferite "dichiarato". Io consiglio ai colleghi non dichiarati di venire allo scoperto per due diversi motivi: in primis abbiamo riscontrato che i colleghi dichiarati hanno meno problemi sul posto di lavoro, in secondo luogo il coming out ci rende forti e visibili, ci rende testimoni del cambiamento. Esso è la risposta a quanti ancora oggi (per fortuna sempre meno) sostengono che non esistiamo, che non sono conciliabili uniforme e l'essere Lgbt.

Ribadisco: se ci sono problemi, ditecelo e noi vi aiuteremo, anche e soprattutto grazie all'Oscad. L'Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) fa capo al ministero dell'Interno e vi si appoggiano tanto la polizia di Stato quanto l'arma dei Carabinieri.

Ultimamente assistiamo a una recrudescenza delle violenze omofobiche nel nostro Paese. Quale può essere l’aiuto concreto di Polis Aperta nella lotta alla violenza e all’odio di genere?

Il ruolo di Polis Aperta nella lotta alle discriminazioni è fondamentale, anche in virtù del tremendo fenomeno italiano dell'under reporting: da noi si denuncia molto poco un crimine di natura omo-lesbo-transfobica, per paura di essere giudicati, di essere maltrattati, di essere smascherati. Se avete timore, This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. o This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. e noi vi porteremo da personale formato e preparato che prenderà la vostra denuncia e porterà avanti le indagini al fine di perseguire gli autori di reato (anche se in uniforme).

Ricordiamo anche che non esistendo in Italia una legge specifica contro l'omofobia, è impossibile attraverso il database nazionale riconoscere i crimini di natura omo-lesbo-transfobica. Quindi il ruolo dell'Oscad è anche quello di creare una statistica, affinché non arrivi il politico di turno a dire che non esiste l'omofobia in Italia, perché non ci sono reati registrati. Denunciate, denunciate, denunciate. Come singoli o come associazioni, notiziate Oscad della commissione di un reato nei confronti della comunità Lgbt.

I nostri prossimi appuntamenti saranno la conferenza di Siena il 16 maggio, per l'Idahot, a titolo La violenza legittimata. Gli aspetti ambigui della comunicazione: la costruzione dei pregiudizi attraverso le parole, e soprattutto la IX° conferenza Europea dell'Egpa che porterà a Parigi dal 27 al 30 giugno circa 200 colleghi da 16 Paesi. La delegazione italiana sarà composta da nove persone, della Ps, Cc, Pl, e Ei, 5 ragazzi e 4 ragazze, di diverse parti d'Italia: sei di loro parteciperanno in uniforme, uno (il sottoscritto) sarà in regolare servizio come la maggior parte dei colleghi stranieri.

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Come annunciato il 23 aprile da Arcigay Palermo, presso la locale Università degli studi le persone che hanno intrapreso il percorso di transizione potranno attivare il profilo alias. In esso verrà riportato il nome che più corrisponde al genere percepito.

Come spiegato nel comunicato, «si tratta dell’attuazione dell’articolo 3, comma 3 del Regolamento Generale d’Ateneo varato nel 2013 e finora mai applicato a Palermo ovvero “l’istituzione del cosiddetto doppio libretto di genere rivolto agli studenti in fase di transizione”: una procedura esistente a Torino, Padova, Bologna, Urbino, Pavia, Verona, Bari e Catania. Nonostante nel regolamento sia previsto, per il “doppio libretto di genere” è mancato fino a ora l’impianto attuativo».

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Gabriel, studente FtM e coordinatore del Gruppo Giovani d’Arcigay Palermo.

Gabriel, raccontaci di te e delle tue emozioni

Sono un semplice e solare ragazzo palermitano di 20 anni che quando era piccolo si faceva chiamare Benji, odiava le gonne (tanto che piangevo quando me le mettevano), il rosa e le bambole. Amava tutto ciò che era maschile e ha capito di essere transgender a 13 anni. Lo ha compreso dopo aver notato durante l’interpretazione di un ruolo maschile, in uno spettacolo teatrale, che si sentiva a suo agio in quella veste. Forse troppo. Quando lo raccontai alla mia migliore amica di allora mi disse di cercare il termine “transessualità”. Lo disse poiché i miei discorsi le ricordavano questo “concetto”.

Da quel momento è stata la svolta della mia giovane vita: mi rispecchiavo nelle testimonianze dei ragazzi transessuali italiani su Youtube e sui blog a tema. Mi rappresentavono nel loro sentirsi ingabbiati: nelle proprie forme morbide (dove non dovevano esserci), nei pronomi e in quel nome totalmente femminile (che nel mio caso non si poteva rendere neutrale in nessun modo), in quella voce troppo acuta e nella pelle del viso troppo liscia.

Dopo molte e lunghe riflessioni ho compreso che dovevo dirlo alla mia famiglia. Ho fatto il primo coming out con mia madre attraverso una lettera, per poi dirlo, successivamente, a mia sorella e a mio padre. Ovviamente non hanno fatto i salti di gioia quando l’hanno saputo, ma non mi hanno voltato le spalle!

Mi sono stati vicini e mi hanno supportato fin da subito. E, grazie al loro consenso ho affrontato un percorso di supporto psicologico presso l’Agedo di Palermo durato dai 15 ai 17 anni di età.

Dai 17 ai 18 anni ho interrotto il percorso di supporto perché ho trascorso un anno veramente buio per colpa del bullismo psicologico che vivevo a scuola a causa di un mio compagno omosessuale (che nei primi anni di scuola consideravo un amico): con la scusa dello scherzo mi chiamava volontariamente per nome anagrafico quattro volte su cinque. Lo scriveva ovunque (sui banchi, su i muri, sulle pagine dei miei libri, ecc) con annesse frasi irritanti e declinate al femminile; mi faceva outing per potermi prendere in giro in pubblico tranquillamente.  Mi accusava di usare il coming out con gli insegnati come arma di vittimismo per avere vantaggi nei risultati scolastici; e altre cose anche più pesanti che è meglio non rammentare. Volevo perdere l’anno pur di allontanarmi da questa persona, anche a costo di sfidare il destino e magari di ritrovarmi con altre persone pronte a farmi soffrire. Ma d’altronde peggio di quello che stavo passando non poteva accadermi. All’inizio del quinto anno però, dopo essermi stancato di questa sofferenza, mi sono ribellato e sono riuscito a debellare questo mostro  che mi perseguitava chiamato: bullismo. Da lì ho ripreso in mano la mia vita e sono ritornato in Agedo, dove ho intrapreso l’iter psicologico per potere, dopo la perizia psicologica, iniziare la terapia ormonale.

Ho iniziato la terapia ormonale a 19 anni, il 15 Marzo 2017, e da quel momento la mia vita è solo migliorata: dal ragazzo sempre un po’ intimorito dalle altre persone e che non amava essere al centro dell’attenzione sono diventato un ragazzo ancora più forte di quanto non fossi già. Divenni energico, socievole molto più di prima e accesi i riflettori su di me senza però risultare egocentrico. Dopo più di un anno la mia autostima è aumentata tantissimo, il mio viso mi piace sempre di più (e di conseguenza piaccio di più), il mio corpo diventa sempre più maschile e col passare del tempo è come se mi dimenticassi che sono nato femmina. Me lo ricordano solo il nome sui documenti, il petto (che adesso vivo come una ginecomastia maschile) e le parti intime (verso cui non provo disforia). Ora attendo di iniziare l’iter giuridico per la rettifica anagrafica e il via alla mastectomia e all’isterectomia. Nel frattempo impiego il mio tempo tra l’università, gli amici migliori del mondo e la lotta per la difesa e la conquista dei diritti per la comunità Lgbti ad Arcigay Palermo.

Hai detto che hai subito bullismo durante l’adolescenza: c’è un’esperienza precisa che ti senti di raccontare?

Sì, un’esperienza di quando avevo 17 anni. Con una mia amica frequentavamo lo stesso gruppo di "amici” del mio compagno bullo. Una sera a casa di uno di loro, per scherzare, dovevano sfilare tutti “da donna”. Il problema fu che mi costrinsero a farlo, nonostante io avessi esplicitamente detto di non volerlo fare perché la cosa mi faceva stare male.

Mi chiusero in una stanza per almeno 20 minuti con l’ordine di farlo, o non mi avrebbero fatto uscire. A quei tempi ero fragilissimo psicologicamente perciò, dopo aver provato ad aprire la porta non so quante volte e notando che era tutto inutile, lo feci: mi vestii da donna pur di uscire da quella stanza chiusa e finire al più presto quest’atto crudele. Mentre mi vestivo loro mi guardavano dallo spiraglio della porta ridendo di gusto. Un gusto, per me, amarissimo.

Mi dovetti mettere un reggiseno di una di loro, una specie di magliette scollata, e delle scarpe alte. Nessuno, nemmeno quella che ai tempi era la mia migliore amica (poiché anche lei era succube e manipolata dal gruppo a cui a capo vi era il bullo) disse qualcosa per difendermi da quella situazione.bÈ il ricordo più terribile che ho. Umiliante. Mi sono sentito come un animale da circo. Quando l’ho raccontato alla mia attuale migliore amica è scoppiata in lacrime, abbracciandomi forte.

Oggi quella dura esperienza di bullismo l’ho ancora dentro di me. Dura così come l’ho vissuta. Raccontarla però serve per dare il senso concreto e doloroso della frustrazione che il bullismo (troppo spesso nascosto dietro frasi come “sono ragazzate”, “si fa per scherzare, non fare la vittima” ecc.) porta alle vittime. Oggi quel dolore ha cambiato aspetto. E’ carburante per voler combattere per gli altri e per non voler perdersi nemmeno un secondo della vita Bella che si può vivere.

Oggi sei più sicuro di te stesso. Chi ti ha sostenuto e ti sostiene maggiormente?

La mia famiglia, che mi è sempre stata vicina, nonostante, le iniziali incomprensioni e paure di una società che alle volte è veramente troppo cattiva; i miei amici al di fuori della scuola, che non mi hanno mai fatto sentire solo e mi hanno sempre dato la carica per andare avanti.  La maggior parte dei miei docenti del liceo, che mi hanno supportato chiamandomi al maschile (anche durante gli esami di maturità) senza nascondersi dietro scuse del tipo “finché non cambi i documenti qui dentro posso chiamarti solo in quel modo” e ideologie bigotte e retrograde; il mio psicologo, che mi ha aiutato a diventare forte e a costruire il mio carattere solare, da guerriero, di chi deve solo viversi senza aver paura del giudizio altrui, e che ancora oggi tifa per me con grande affetto; e adesso anche la famiglia di Arcigay Palermo.

Che cosa significa per te coordinare il gruppo giovani di Arcigay Palermo?

Sono molto felice di far parte del Gruppo Giovani di Palermo e di essere uno dei suoi coordinatori. Quando uscii dalla gabbia del bullismo capii che volevo fare questo nella mia intera vita: essere la voce e il volto di chi non può parlare o di chi non riesce perché troppo fragile. Arcigay Palermo mi permette di farlo attraverso l’attivismo, e allora io mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa, con particolare attenzione alle iniziative che trattano di bullismo omo-transfobico. Questo rende la mia vita una sfida continua, un qualcosa da cui non riesco più a tirarmi indietro perché so che ho la stoffa per farlo, e soprattutto mi fa sentire socialmente utile! Questa del Gruppo Giovani è stata l’opportunità più bella che Palermo potesse mai offrire, e noi partecipanti ne siamo tutti grati.

Qual è la tua esperienza universitaria da persona trans?

Sono al primo anno di Educazione di comunità, dopo un anno di Scienze della comunicazione per media e istituzioni; l’anno scorso vivevo proprio male l’ambiente universitario visto che non ero nemmeno in terapia ormonale. Eravamo 250 studenti in un’aula, e sapere che il mio nome anagrafico potesse uscire per qualche appello davanti tutte quelle persone mi faceva psicologicamente e fisicamente male. Fortunatamente non è mai accaduto, ma il dolore per l’ansia me lo ricordo ancora.

Quest’anno invece, nella nuova facoltà, mi sono messo molto più in gioco sia durante le lezioni che con i colleghi, anche grazie ai docenti con i quali ho coming out via email che mi hanno sempre dato al maschile quando dovevano rivolgersi a me. Una frase molto significativa che mi è stato detta da un mio collega è stata “non hai bisogno di un microfono per parlare, la tua voce rimbomba”. Sono sempre stato un ragazzo molto silenzioso e timido prima della terapia ormonale, e sentirmi dire una frase del genere è stata una gioia incredibile. Per la prima volta mi sono sentito Presente nel mondo.

Negli scorsi giorni l’Università di Palermo ha avviato l’attivazione del profilo alias. Come consideri questo risultato?

Appena mi è stato comunicato ho esultato come i tifosi dell’Italia ai mondiali del 2006. Per colpa di questo maledetto nome femminile che purtroppo ancora persiste nella mia carta d’identità ho il portale universitario al femminile, e di conseguenza anche la tessera unicard (che ha sostituito il libretto da due anni). Per evitare di mostrare o scrivere il mio nome anagrafico non ho prenotato determinati esami per paura dell’appello, non ho firmato petizioni utili, non mi sono iscritto ad una associazione studentesca e non sono mai andato a mensa. Ho perso tante piccole cose che per gli altri sono di una normalità che per noi persone trans con i documenti non rettificati è impensabile. E come me, tutti gli studenti e tutte le studentesse transessuali, che magari vivono anche il disagio dell’appello obbligatorio ad ogni lezione per via della frequenza obbligatoria (che io fortunatamente non ho).

Questa opportunità della carriera alias è un vero e proprio abbraccio immaginario in cui tutti noi ci stringiamo e ci confortiamo. Arcigay Palermo, l’associazione UniAttiva e il Magnifico rettore Fabrizio Micari hanno fatto qualcosa che cambierà totalmente l’esperienza universitaria delle persone transessuali. Cambierà anche i rapporti umani con colleghi e docenti: non avremo più il timore di dover fare coming out ,“venire scoperti” e non essere più chiamati ogni giorno con un nome che ci sta stretto! È una vera rivoluzione!

La città di Palermo e la comunità trans sono due realtà che si toccano o si ignorano?

Palermo è per natura una città abituata alle diversità ed è da sempre stata dalla parte della comunità LGBT. Non è di certo la città perfetta e non è esente a casi di omo-transfobia, questo no, però rispetto ad altre città è molto più tranquilla e tollerante. Io personalmente non sono mai stato aggredito né insultato. Sarà capitato tre volte in nove anni di utilizzo dei mezzi pubblici qualche domanda inopportuna fatta per prendere in giro, ma nulla di ché alla fine dei conto. Stessa cosa anche altri miei amici e altre mie amiche transessuali (al massimo queste ultime soffrono per il catcalling, ma quella è una cosa che subiscono anche le donne biologiche, quindi è tutto un altro discorso).

In conclusione, direi che Palermo “si lascia toccare” dalla comunità trans e poi la ignora lasciandola vivere come vuole senza disturbarla. Chi la disturba è sempre un caso su cento… ma educheremo anche quel caso isolato in qualche modo!

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Con poco meno di 3.000 abitanti Torrazza Piemonte è un comune della città metropolitana di Torino. Uno di quei piccoli centri abitati dove la vita sembra scorrere uguale tutti i giorni.

Ma qui, la scorsa settimana, si è consumata una delle peggiori aggressioni omofobe. Quella d’un padre nei riguardi del proprio figlio 20enne, colpevole soltanto di aver fatto coming out in famiglia. Tante le botte ricevute che il giovane, sanguinante e coperto di lividi, ha deciso di trasferirsi in casa di amici.

«Eravamo a tavola – così ha ricostruito la vittima quei momenti drammatici nel racconto fatto a La Nuova Periferia – con mia madre e i miei fratelli. Ho semplicemente detto: Mamma, papà, vi devo dire una cosa: sono gay.

Mia madre è rimasta in silenzio, come i miei fratelli. Mio padre, invece, si è alzato di scatto facendo cadere il piatto. Poi ha iniziato a urlare: Fuori da casa mia. Quelli come te non li voglio. Io ho reagito, dicendo che era la mia vita e che non facevo male a nessuno. E lui prima mi ha scagliato addosso una sedia e poi ha iniziato a prendermi a schiaffi e pugni fino a quando non sono caduto a terra.

Era fuori di sé, ha continuato a colpirmi fino a farmi sanguinare. Poi mi ha detto di prendere le mie cose ed andarmene, che per lui ero morto, di non provare a tornare».

Le parole dell'assessore Marco Giusta

Gaynews, Marco Giusta, assessore alle Politiche giovanili e alle Pari opportunità del Comune di Torino, ha così commentato l’accaduto: «Tutta la mia personale solidarietà a questo giovane che ha subito un così violento pestaggio da parte del papà. È veramente difficile ancora oggi in provincia crescere serenamente come persone Lgbti.

Occorre moltiplicare i canali d’informazione e occorre che le istituzioni diano ancora di più una mano alle associazioni che sono dei presidi di libertà e democrazia sui territori e soprattutto lontano dalle grandi città.

È altresì importanete avviare insieme dei percorsi per costruire degli spazi come case d’accoglienza perché questi giovani possano trovare una realtà di pace e ripartire per la costruzione del percorso identitario, lavorativo e sociale.

Anche su questo come Comune di Torino stiamo iniziando a impegnarci con lo sguardo rivolto verso quei beni sottratti alle mafie in collaborazione col Coordinamento Torino Pride affinché si possa aprire una prima casa di accoglienza in Piemonte per queste persone».

Monica Cirinnà: Solo la cultura può migliorare l'inclusione delle persone nei contesti più periferici

Contattata telefonicamente, la senatrice Monica Cirinnà, che sarà in serata a Torino per ricevere il Premio Milk nell’ambito della 33esima edizione del Lovers Film Festival, ha dichiarato: «La notizia dell’aggressione omofoba a Terrazza Piemonte mi riempie il cuore di particolare tristezza, pensando al dramma che ha vissuto e sta vivendo quel giovane massacrato di botte e cacciato di casa dal proprio padre solo perché gay. A lui esprimo tutta la mia vicinanza affettuosa e solidale.

Allo stesso tempo non posso non rilevare come siano proprio eventi quali il Lovers Film Festival di Torino, cui parteciperò stasera, a contribuire in maniera primaria al progresso del livello sociale. Solo la cultura e l’educazione al rispetto possono migliorare in contesti periferici e più remoti l’inclusione delle persone rispetto a tutte le loro diversità.

Credo che sia importante guardare a eventi di promozione dell’educazione alle differenze attraverso la cultura e l’arte, come il Lovers Film Festival, quali esempi da seguire anche nei piccoli Comuni. Non possiamo pensare di fermarci alle grandi città.

La cultura dell’inclusione va portata e radicata ovunque attraverso una spirale virtuosa coinvolgente tanto i capoluoghi quanto i piccoli centri di provincia».

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Ci sono libri che mi scelgono. Capita di trovarli sugli scaffali di una libreria, tra le pagine di un giornale, nel passaparola di amici, in una voce alla radio. Bruised (Triskell, Brescia 2018, pp. 309) è uno di quei libri.

Ne sentivo parlare da un po': l’opera prima di una giovane donna ferrarese, come me. La storia di un adolescente omosessuale che si dipana tra il Castello Estense e le mura rinascimentali della mia città non poteva che incuriosirmi. Ancor di più il fatto che ad affidare le proprie emozioni e i propri sentimenti a quel diciottenne scarruffato fosse una donna, adulta ed eterosessuale.

Conosco Federica Caracciolo, l’autrice di questo romanzo. Conosco il suo impegno quotidiano per la causa Lgbti, il suo metterci la faccia, sempre. La nostra battaglia la combattiamo fianco a fianco da un po', convinte che una società fatta di diritti possa essere una società migliore per tutti.

Non conoscevo però la sua parte più intima, quella che ha raccontato nelle pagine di questo romanzo e che ha affidato a Lele, Raffaele il protagonista di questa storia. Diciotto anni, un’amica del cuore che è sempre stato il suo scudo, la sua famiglia, la sua forza, un mondo intero da scoprire senza di lei, quando alla fine della maturità, quella scolastica, le loro strade si dividono. Incontri virtuali e reali che si trasformano in nuove avventure, che fanno uscire Lele da quelle mura cittadine oltre le quali Ludovico Ariosto non aveva mai avuto il coraggio di spingersi, se non nelle fantasie del suo Orlando.

Perché Ferrara è così, ti avvolge nelle sue nebbie, ti tiene stretto tra le sue forti mura che resistono nei secoli e proteggono i suoi cittadini dalle intemperie dei tempi. Ferrara è come la famiglia di Lele, tutto sembra perfetto e tranquillo anche quando tutto va a rotoli, anche quando la parola frocio brucia sulle labbra di un gruppo di adolescenti che non si fanno scrupoli a menar le mani se non si è disposti a subire, a piegare la testa. Ma oltre le sue case dai mattoni rossi, oltre i vicoli le cui pietre costringono a continui giochi di equilibrio, esiste un mondo nuovo nel quale conoscersi e riconoscersi.

Bruised parla di sentimenti, di desideri, di passione. Di amicizia, di scoperte e rivelazioni. Di paura e coraggio. Bruised parla di ognuno di noi, non importa se uomo o donna o trans o gender fluid. Non importa se etero o omo o bisex.

Bruised è un romanzo destinato a un pubblico giovane come il suo protagonista, ma che sa parlare a tutti. Perché Lele è l’adolescente che siamo stati e che ancora incontriamo nei nostri ricordi o in quei momenti nei quali ci dimentichiamo che il tempo sia passato. Quei momenti nei quali vorremmo avere diciotto anni e guardare una volta ancora il mondo con gli occhi della prima volta, gli occhi delle prime volte, quando tutto è ancora “per sempre”

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti.

Oggi è la volta del 26enne Francesco Vetica. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out e l’impegno quotidiano nella lotta alle discriminazioni in un territorio difficile qual è quello di Latina. Al cui riguardo con un pizzico d’ironia ha detto: Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

Francesco, che cosa significa essere e dichiararsi gay a Latina?

È estremamente liberatorio, quasi rivoluzionario. Durante il mio percorso di accettazione il sogno è sempre stato quello di poter essere gaiamente felice a Latina, parlare delle mie esperienze con qualcuno, parlare di autodeterminazione, del movimento Lgbti o di transfemminismo. Le solite cose, insomma. È difficile essere sé stessi nella mia città (ancora chiamata Littoria da molti dei suoi cittadini): è possibile che si trovino delle sacche di resistenza, dei rigurgiti fascisti che minano la tua stabilità ma ogni volta cammino a testa alta. Ho fatto coming out con parenti e amici quando vivevo a Torino (dove ho iniziato i miei studi universitari).

Per vari motivi sono tornato nella mia città natale e all’inizio è stato difficile. Torino è una città molto aperta dove non ho mai trovato difficoltà ad essere accettato negli ambienti che frequentavo. Latina era tutta un’altra storia. Essere dichiarato e fiero a Latina mi fa sentire in dovere di non provare paura e di resistere per chi non è nella mia stessa condizione, per chi soffre come ho sofferto io quando rinnegavo me stesso anche per colpa di una città che non ti accetta (ancor meno del resto d’Italia!). Adesso mi trovo a essere libero, felice e soprattutto fiero di quello che sono.

C'è un comunità di giovani Lgbti a Latina?

Quando sono tornato a Latina ho notato una totale assenza di giovani Lgbti. Mi sembrava di essere l’unico! La comunità in generale non sembrava esserci: non solo i giovani. Con il tempo ho scoperto la loro esistenza, nella clandestinità. Per la prima volta ho scoperto una serata gay-friendly (Popcorn). Poi pian piano ho conosciuto altre ragazze e ragazzi e da lì la visione si è fatta più serena. Adesso inizio realmente a vedere, a conoscere e a legare con la comunità di giovani, connessi soprattutto alla SEIcomeSEI, al locale circolo Arci e alla nuova serata gayfriendly Matrioska. Con la fondazione, nel novembre del 2017, del gruppo giovani Le Rospe sto finalmente riscontrando che la comunità è viva, attiva, avida di crescere e di avere anche un ruolo politico. Ci sono ancora alcuni di noi che hanno paura ma stiamo lavorando proprio per far saldare le connessioni che ci legano e permettere a tutti di esprimere il proprio orientamento o la propria identità di genere.

Attualmente nutro molte speranze su una “rivoluzione culturale” nel territorio pontino: sempre più giovani si avvicinano al gruppo. Gli argomenti che affrontiamo (che sono quasi sempre i componenti del gruppo a trovare) diventano di volta in volta più interessanti e stimolanti. Abbiamo voglia di condividere e trasformare la nostra esperienza di autocoscienza in pratiche giornaliere. Stiamo entrando prepotentemente nello scenario latinense: resistiamo alle coatte repressioni con l’intento di scardinare l’educastrazione e dare senso e significato frocio alla vita, nostra e della nostra città. Sfondiamo piano piano le barriere dell’eteronormatività e ne usciamo favolose!

Come sono i rapporti con le istituzioni e, in particolare, con le scuole?

Il Comune ci è vicino, ha patrocinato moltissimi dei nostri eventi ed è sempre pronto ad ascoltarci. Per quanto riguarda le scuole, ci stiamo lavorando. Per ora siamo entrati solo in pochi istituti e i primi semi sono stati piantati: dal prossimo anno scolastico sicuramente raddoppieremo gli sforzi ma riusciremo a essere presenti in molte più scuole.

C’è da dire che il muro dell’intolleranza è stato eretto da parecchi professori che non accettano la nostra presenza e quella di determinati temi nelle aule scolastiche. A Latina non si parla di tematiche Lgbgti, soprattutto nelle scuole. Grazie però ad alcuni docenti, e soprattutto ad una delle pioniere che mi aiutò molto nel mio percorso di autoaccettazione e a cui sarò eternamente grato, i progetti vengono accolti e caldamente richiesti in situazioni di bullismo.

Quali sono le iniziative che proponete ai vostri concittadini sulle tematiche Lgbti?

L’associazione opera sul territorio dal 2014. Piano piano è cresciuta e lo sta ancora facendo. Lo scorso anno, ad esempio, è stata realizzata una rassegna cinematografica, che a breve ripeteremo. Pensiamo che tramite il grande schermo o con presentazioni di libri si possa coinvolgere un numero elevato di persone e instillare fortemente la cultura del rispetto.

Ci impegniamo quotidianamente per far sì che si parli di tematiche Lgbti, con piccole campagne (come abbiamo fatto noi Rospe, ad esempio, distribuendo cioccolatini e cartoline raffiguranti baci tra persone dello stesso sesso in occasione di San Valentino) o con grandi manifestazioni (come, ad esempio, il recente sciopero generale dell’8 marzo con altre associazioni). Il lavoro importante però, prima che su tutta la popolazione, va fatto sulla comunità Lgbgti. Il problema dell’omofobia interiorizzata è radicato e spaventosamente importante. Per questo nasceranno a breve altri gruppi, che insieme a quello giovani, creeranno la base (anche associativa) con cui lavorare sulla città.

Latina: regno della destra. Eppure voi siete riusciti a trovare uno spazio o più spazi. Ci racconti questa esperienza?

Una delle mie caratteristiche è avere un forte approccio intersezionale e così anche la mia associazione. Facciamo rete con altre realtà (Non una di meno, il Centro Donna Lilith, il Collettivo Cigno rosso antifascista e molte altre) e insieme al loro aiuto stiamo creando una solida base di accettazione all’interno della città. I momenti di debolezza sono molti. Le minacce sui social network (e paradossalmente anche su chat di incontri per persone omosessuali) sono praticamente all’ordine del giorno.

Latina può considerarsi una città con un fascismo ancora particolarmente radicato. L’ondata nera, che sta travolgendo l’Italia e l’Europa, a Latina è arrivata già da parecchio tempo ed è particolarmente importante. È una città difficile: per la prima volta dopo anni è stata eletta una Giunta non di destra ma le resistenze da parte della componente della destra estrema sono ancora preponderanti e pericolose. Non è una destra con cui si può dialogare: gli atti intimidatori sono il loro modus operandi. Quando è stata cambiata la toponomastica dei giardini comunali, prima dedicati ad Arnaldo Mussolini e ora a Falcone e Borsellino, sono arrivate minacce e intimidazioni alla Giunta comunale. Ogni cosa che vada fuori dalla norma estremamente destrorsa e conservatrice è vista come un attacco all’identità italiana e storica della città.

È difficile trovare uno spazio ma noi stiamo creando le condizioni adatte per la comunità. Per farla crescere e vivere in maniera serena. Forse gli anni ’70 a Latina non sono ancora arrivati: la paura di tutto ciò che vada al di fuori dell’eteronorma bigotta, imborghesita e stantìa è forte. Siamo stati salvati, in un certo senso, dall’arrivo delle femministe negli anni del "Processo del Circeo” che ci hanno introdotto alle pratiche del femminismo e che hanno portato gli strumenti di lotta adatti a sradicare i “pariolini” fascisti dalla città. Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il suo nome è legato quasi indissolubilmente a quello di altri. Le sue parole e le sue emozioni hanno dato voce ad altre voci. La prossima canzone del cuore, che racconterà un amore, la sua nascita o la sua fine, che farà scendere una lacrima o storcere la bocca con un sorriso, quasi sicuramente l’avrà partorita lui. Vincenzo Incenzo è uno degli autori di canzoni italiane più prolifici e con le collaborazioni artistiche tra i più alti livelli. Basta fare qualche nome: Patty Pravo, Pfm, Lucio Dalla, Venditti, Zarrillo e poi Renato Zero al quale lo lega una collaborazione ormai ventennale.

Una delle sue creature più amate da un pubblico vastissimo e quanto mai eterogeneo, fenomeno più unico che raro nel nostro Paese, è il musical Romeo e Giulietta ama e cambia il mondo che continua ad andare in scena anche quest’anno, dal debutto nel 2013.

Negli anni, oltre ai fiumi di parole travasate nei testi delle canzoni, nei libri, ha collezionato molti premi ritirati con lo stesso stupore e meraviglia con cui un bambino vede per la prima volta un dolce alla vetrina di una pasticceria.

L’ultima fatica che lo vede ancora una volta al fianco di Renato Zero come co-sceneggiatore e co-regista è il film Zerovskij – solo per amore. Seduti al tavolo di un bar, sorseggiando un succo di frutta, Vincenzo Incenzo racconta il suo lavoro, i suoi progetti e tra una citazione di Dante e una riflessione su Shakespeare dice anche la sua sui diritti e la libertà di amore per le persone lgbti.

Come ti sei approcciato all’ultimo lavoro di Zero?

Tutto è cominciato in maniera molto informale. È un lavoro che aveva sedimentato nel tempo, per cui ci siamo arrivati preparati. Quando abbiamo iniziato a parlare di Zerovskij avevamo già tracciato un percorso che ci avrebbe portato a uno spettacolo che prevedesse canzoni, ma anche una ricca parte di prosa, un’orchestra, attori. L’idea era creare qualcosa in cui Renato non fosse l’unico protagonista.

Abbiamo costruito passo dopo passo la storia, partendo dall’umanizzazione dei sentimenti, e non volendo fare il remake di qualcosa abbiamo inventato una storia nuova, con dei personaggi nuovi.

Quando abbiamo pensato alla location ci è venuto subito in mente la stazione, luogo culto di qualunque partenza, arrivo, abbandono, ritrovamento, aspettativa, speranza, illusione. La stazione, per Renato che non voleva cimentarsi con una vera e propria cronistoria, era una situazione in cui tutto era compresente: le vite passavano senza bisogno di uno sviluppo narrativo, anche se alla fine c’è stato perché Renato ha iniziato a pensare a tutti i personaggi e all’asse verticale: Dio - Adamo ed Eva.

Dell’idea iniziale è rimasto un progetto ambizioso con più di 100 persone sul palco, una scena ricca, una band che si aggiunge all’orchestra con la possibilità di switchare dal classico al pop continuamente. Io ho costruito i monologhi e man mano è stato più facile perché abbiamo cominciato a concepire una storia.

Renato poi ha iniziato a far gravitare Adamo ed Eva come viaggiatori atemporali, di oggi così come quelli mitologici, in questa fantomatica stazione con i problemi attuali: le tasse da pagare, gli abusi a cui ancora la donna purtroppo è costretta a sottostare e poi ha messo anche questo figlio di nessuno, questo NN, che è un po’ il loro figlio rifiutato, una figura che rappresenta tutti gli abbandoni e le persone emarginate. Una sorta di icona che possa comprenderli e abbracciarli tutti. Infine Dio, che dice “sono un uomo mancato”, ammette i suoi errori e pensa addirittura a un secondo progetto avendo fallito il primo.

Qual è la parte che senti tua?

Nei monologhi c’è tanto del mio. Alcune parti del Tempo sono mutuate da un romanzo che ho scritto Romeo e Giulietta nel duemilaniente, dove si racconta l’omologazione, la resa senza violenza a un sistema che ci ha tolto tutto: la libertà, il tempo, la sensibilità visiva e uditiva, relegandoci a caselle di un mosaico che giostra secondo gli imperativi produttivi di questo sistema. Tutta quella parte, digerita nel romanzo, ritorna in una veste nuova.

Il fatto che Renato mi abbia dato tanta fiducia di scrivere liberamente, senza una supervisione e accettando incondizionatamente questi monologhi – forti di un rapporto che va in automatico – mi ha fatto lasciare andare parecchio. Ad esempio, con il monologo di NN con la sua eutanasia della morte, il confronto di odio-amore in una veste completamente ribaltata dove l’amore è quello sconfitto e l’odio vince, sovvertendo un cliché, un plot narrativo universale.

Più che in tante canzoni, ho avuto la possibilità di mettere me stesso.

Hai mai pensato di scrivere una canzone che parli di una storia d’amore di persone omosessuali?

Ci sono canzoni che lo hanno già fatto anche se in maniera molto filtrata, con una metafora sull’impossibilità, o meglio difficoltà, molte volte di accettare una condizione, dichiarare un amore, sentirsi legittimato a una storia d’amore così come la si vuole vivere. Uso spesso la metafora perché credo che la canzone debba operare un salto, un’astrazione dalla realtà, liricizzarla, ma mantenendo tutto il disagio e la bellezza di una condizione.

Nella canzone L’elefante e la farfalla (cantata da Michele Zarrillo, ndr) si racconta la differenza. Sentirsi prigionieri di un retaggio culturale e familiare che indirizza le scelte è una cosa che mi affascina molto raccontare, perché la vivo personalmente con situazioni familiari. Questo tema c’è ancora di più in Ama e cambia il mondo, quando si dice con parole molto precise: “Ama senza confine, ama non c’è peccato”. Secondo me quella di Romeo e Giulietta è una storia che può essere metafora di tante altre, anche di persone dello stesso sesso. In fondo è la storia di due persone che attraverso l’amore cercano il loro posto nel mondo, al di là di qualunque condizionamento, di retaggi, sovvertendo i loro codici, la loro cultura, vanno contro le loro famiglie. Quale metafora più attuale di questa? Penso che Shakespeare abbia pensato in maniera cosciente a questa possibilità e al valore aggiunto di una storia come questa. In Romeo e Giulietta i ruoli di genere vengono poi scavalcati. Giulietta è di fatto l’uomo, per quel periodo, prendendo in mano la situazione. Lei per prima va contro le regole della famiglia a costo di morire.

C’è il rischio di banalizzazione nel raccontare una storia d’amore Lgbti?

L’unica paura che ho, ogni volta che sento parlare i grandi movimenti su questo argomento, è di irretire il mondo omosessuale in una categoria economica. Il rischio è che diventino strumento di un percorso che è prima economico e poi di valore. Un pericolo che c’è ogni volta che si crea ghettizzazione. Sono poche le canzoni che ho sentito sull’argomento e hanno dato un contributo serio alla causa. Il più delle volte hanno colorito in maniera insoddisfacente un tema che non ha bisogno di essere difeso. Già nel concetto di tollerare c’è per me un insulto. È tempo di sdoganare definitivamente il punto di osservazione di chi parla, di chi ascolta altrimenti siamo sempre agli Uomini sessuali di Checco Zalone che ha avuto l’intelligenza, secondo me, in quella canzone di mettere a fuoco un modo di pensare paternalistico, della carezza, che francamente mi sembra offensivo.

Oggi c’è voglia di essere rappresentati il più possibile e nella propria “banale quotidianità”? Tu che ne pensi?

Mi chiedo: oggi gli omosessuali hanno bisogno di essere difesi? Evidentemente ancora sì, perché la libertà resta un fatto non previsto o non automatica. Io lavoro da vent’anni con persone omosessuali e non mi sono mai accorto di persone diverse da me: da Lucio Dalla a Peparini e altri ancora, tutte persone serenamente omosessuali, Arias (Alfredo Arias regista, ndr) quando abbiamo fatto Dracula, così come tanti attori che sono in Zerovskji. Mi fa piacere che ci sia questa serenità in tante persone oggi. Perché non dovrebbe essere così, insomma? Sono convinto che il bisogno di questa costante rappresentazione venga dal volersi sentire in una moltitudine, costruirsi una massa anche quando non c’è.

Chi è omosessuale dovrebbe dirlo?

Bisognerebbe vedere qual è la forma di gratifica che scatta in ognuno dopo aver fatto coming out. Io non sento la necessità di saperlo e lo dico da persona che vive "il problema", nell’accezione nobile del termine, avendo amici e parenti. Se può essere un fatto che aiuta… Penso a tante persone che conosco che non vivono bene la propria omosessualità, non l’accettano. Credo che ci debba essere la libertà di dirlo o meno, tutto qui. Se libertà ci deve essere, libertà ci sia. In tutto. Anche perché a volte non si è solo omosessuali, si è bisessuali, trisessuali e quindi è un discorso complesso. Ciascuno deve vivere come sente. Io non dichiaro di essere eterosessuale e se qualcuno pensa che sia omosessuale non mi infastidisce. Sono stato forse fortunato a vivere in una famiglia molto aperta. Mi rendo conto però che in realtà provinciali, nei paesi, ci può essere una condanna, una sorta di prevaricazione.

Nei tuoi progetti futuri c’è anche quello di scrivere per te?

Ci penso, ci sto pensando seriamente… Non è detto che non accada. Con il tempo sento sempre di più il fatto che con gli altri puoi dire tanto, ma non tutto. Ed è anche giusto. Penso alla metafora dantesca che ognuno ha il suo posto, si riempie di quello che è. Non importa che il bicchiere sia grande o piccolo, quanto sia pieno. Quindi alla fine non ce n’è uno più pieno, lo sono entrambi. Sono supergratificato di riempire grandi bicchieri come Renato Zero, Lucio Dalla, Pfm. Però sento spesso il bisogno di riempire un bicchiere più piccolo: il mio che molte volte rimane a metà.

Tra tutte le tematiche che hai scritto quale ti manca?

Credo che la canzone abbia un valore terapeutico. Anche quando parla d’amore può essere fortemente politica, sociale o viceversa. Modugno, ad esempio, ha fatto bene a questo Paese. Così Orietta Berti quando ha raccontato un’Italia rassicurante. Probabilmente utile quanto un buon amministratore, un politico. Credo che la canzone diventi sociale per necessità, anche se scrivi una canzone prettamente d’amore.

Io ho sempre cercato di scrivere in maniera trasversale: parlare d’amore con dei sottotesti, oppure di politica con delle seconde chiavi di lettura, in modo che tutto si contaminasse. L’elefante e la farfalla può essere una canzone d’amore, sociale, ma anche di guerra. L’importante è avere la capacità, come diceva Lucio Dalla, di scrivere il giornale di domani, scrivere canzoni particolari e universali. Dalla con Futura ha parlato di tutti i figli, anche quelli che non verranno mai. Con L’anno che verrà di tutti gli anni che verranno. Le grandi canzoni raccontano il presente sempre, anche fra venti – trent’anni.

Qual è la tua canzone, quella che ti rappresenta?

Forse come approccio e manifesto L’acrobata di Zarrillo, un pezzo che è andato a Sanremo. È un po’ la rilettura dell’Albatro del poeta maledetto (C. Baudelaire, ndr): la nostra condizione di sentirci vivi solo quando sogniamo e di sentire la caduta quando torniamo a terra. La necessità di stare sempre in equilibrio su qualcosa. Lucio Dalla diceva che le canzoni sono una pagina da mettere sotto i piedi per cercare di sembrare più alti. Un’illusione. Però è il soffio che ti dà l’arte, il bisogno di creare e ristabilire un equilibrio, un’armonia con un vuoto che si ha, che si è vissuto, che forse si avrà sempre. L’acrobata racconta questo grande sogno di essere migliore, il conflitto costante tra ciò che siamo e quello che vorremmo essere e il grande aiuto che ci dà l’arte quando, come l’amore, ci rende migliori. Ci mette le ali…

 

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Con quest’intervista al perugino Hakim vogliamo raccontare le storie di quei giovani impegnati nella lotta contro ogni forma di discriminazione. In particolare contro le discriminazioni a danno delle persone Lgbti. Sono storie semplici ma ricche di significato  personale e collettivo. C’è un tempo nel quale si prende coscienza  della propria capacità  di libertà e del voler vivere sostenendo i diritti perché nessuno ne sia escluso. Come diceva Sandro Penna: Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune.

Ciao, Hakim? Questo nome da dove viene?

Sono uno dei famosi immigrati di seconda generazione: nato e cresciuto in Italia, ma figlio di due stranieri, e per questo divenuto effettivamente di nazionalità italiana solamente dopo il compimento dei 18 anni (e una lunga serie di pratiche). Padre tunisino, madre belga. È un nome arabo: i miei volevano mantenere un richiamo alle mie origini. O forse suonava bene e basta.

Conosco il tuo impegno a favore delle persone Lgbti. Quali sono le emozioni, i successi e le delusioni affrontate? 

Nonostante io sia un ragazzetto (25 anni a maggio) gravito attorno alla causa per i diritti da già quasi dieci anni. Sono stato fortunato: a 14 anni ho conosciuto un gruppo di amici, per la quasi totalità composto da altre persone Lgbti della mia età. La loro amicizia mi ha aiutato. Abbiamo potuto percorrere una strada non sempre semplice facendoci forza a vicenda. Ciò ha fatto sì che ci avvicinassimo tutti assieme all’associazione locale solo pochi anni dopo, permettendoci di costruire una coscienza sociale e politica sulle nostre identità che, una volta acquisita, è divenuta a un certo punto una parte fondamentale nella propria vita quotidiana. E oggi sono il coordinatore del gruppo giovani dell’associazione.

A livello emotivo? Un’urgenza impellente di sensibilizzare, di portare avanti temi e battaglie spesso socialmente scomodi, ricercando anche uno scontro – qualora costruttivo – con le barriere più spesse erette da anni e anni permeati di un bigottismo di facciata. Barriere che frequentemente trovano voce anche all’interno della nostra stessa comunità.

È una risposta necessaria in un’era storica in cui ci troviamo sempre più circondati da una crescente tolleranza – o, peggio ancora, una glorificazione – verso pensieri discriminatori e populismi vari.

Cos’è significato per te fare coming out?

Fare coming out è un atto politico. So che un pensiero simile spesso spaventa. Ma nel mondo attuale corrisponde a una rottura con anni e anni di dettami con i quali cresciamo. Insomma, un primo vero e proprio sovvertimento dell’ordine costituito. Il mio coming out è stato particolare, ma sereno. I miei trovarono per puro caso dei materiali dell’Omphalos (l’associazione locale) nel sellino del mio motorino. Mi fecero capire con piccoli indizi che l’avevano letti. Ma lasciarono passare qualche giorno, in attesa che fossi io ad andare da loro.

Poi una mattina in cui eravamo soli a casa, mio padre decise di affrontare la faccenda di petto. E da lì fiumi di parole – e di lacrime – ma il tutto con una certa tranquillità. Quel pomeriggio, quando lo dissi a mia madre tornata dal lavoro, lei rispose candidamente: “Sì, ma ricordati che io i nipotini li voglio comunque”. Mio fratello maggiore mi chiese subito se avessi un ragazzo, perché era ora di portarlo a casa. Ma non sono mai stato granché fortunato in amore.

Bullismo, violenza contro le donne e le persone Lgbti. Quali sono a tuo parere le azioni più urgenti da mettere in campo al riguardo?

Leggi, leggi e ancora leggi. Non fa piacere pensare che, a meno che non si costruisca una situazione di “minaccia punitiva” delle violenze, chi attua discriminazioni più o meno violente verso una fetta di popolazione non si fermerà mai. Ma mi chiedo spesso se non sia la triste realtà dei fatti.

Poi, che la sensibilizzazione ai temi citati sia necessaria e fondamentale sin dai primi anni di età, per me è indubbio. Ma un solido impianto legale a riguardo è un passo altrettanto imprescindibile.

Vivi a Perugia. Qual è la realtà locale in riferimento alle persone Lgbti?

L’Umbria è sempre stata la celebre isola rossa d’Italia. Ma negli ultimi anni il bombardamento di pensieri intolleranti, a cui siamo sottoposti quotidianamente, ha purtroppo iniziato ad attecchire. L’ultimo sindaco eletto a Perugia è stato il primo di centro-destra a ottenere la carica dal Secondo dopoguerra. E emmeno un mese fa è stata inaugurata la sede di Casapound locale nei pressi del centro storico.

Omphalos, la nostra associazione, ha una storia lunga (25 anni) e importante: essa rappresenta una realtà stimata e fortemente radicata nel territorio. Ma eventi, come quelli citati, non possono lasciarci indifferenti. Solo l’anno scorso, giunti alla quinta edizione del Perugia Pride Village, per la prima volta ci siamo visti togliere il patrocinio dal sindaco per una locandina dell’evento raffigurante una nostra drag vestita da Madonna, giudicata offensiva e blasfema. Però, ciò che ne è seguito è stato un sostegno massiccio nei nostri confronti su tutte le piattaforme, social e non, da parte di cittadini e altre associazioni.

Il che, se non altro, ci restituisce il celebre segnale che spesso la società sia effettivamente più avanti di quanto le istituzioni vogliano credere.

Essere giovane e tendere al futuro. È uno sguardo sereno o preoccupato il tuo?

Non so. Mi piacerebbe dire di avere una qualche forma di ottimismo a riguardo. Mi sono appena laureato alla magistrale e mi affaccio al mondo del lavoro: è un momento di grandi cambiamenti personali.

Ma ecco, i risultati delle scorse elezioni del 4 marzo non è che ci abbiano restituito un ritratto particolarmente roseo della forma mentis maggioritaria italiana. Quantomeno, se vogliamo cercare qualcosa di positivo, la lotta per i diritti Lgbti è divenuta un argomento dibattuto a molte riprese nei mass media italiani. Molto più di quanto lo fosse anche solo dieci anni fa. Poi, il tipo di comunicazione che si instaura solitamente sull’argomento, o il silenzio assordante dell’ultima campagna elettorale, quello è tutto un altro paio di maniche. Però non sono del tutto pessimista: momenti fondamentali nella storia della comunità hanno preso piede nei periodi più bui. Abbiamo saputo (o, a volte, dovuto) reagire con forza a momenti storici di discriminazione della nostra comunità. E proprio da lì sono nati alcuni degli eventi più significativi della vita del movimento.

Magari, un Salvini al governo è proprio la spinta di cui necessitavamo per risvegliarci dalla quiete che ha pervaso la comunità nel periodo post-unioni civili.

Hiv, Ist e prevenzione. Qual è il vostro impegno al riguardo sul territorio perugino?

In quanto coordinatore giovani di Omphalos Lgbti, spesso durante gli incontri si instaurano conversazioni sulla sfera sessuale. C’è un misto di timore e curiosità, perché la maggior parte di essi fa conoscenza di tali argomenti di nascosto, tramite il web, dopo che le scuole si rifiutano di costruire programmi solidi di educazione sessuale. Abbiamo casi di presidi che hanno vietato che venisse affrontato l’argomento a scuola. Forse anche per mettersi preventivamente al riparo da gruppi di genitori poco numerosi ma estremamente rumorosi, terrorizzati che i propri, angelici figli possano scoprire che far sesso fuori dal matrimonio non sia un’onta irrecuperabile.

Credo che l’aumentare di casi di Ist sia un’immediata conseguenza di questa atmosfera di terrorismo psicologico sull’argomento. Le nuove generazioni crescono pensando che l’Hiv si prenda bevendo dallo stesso bicchiere di una persona sieropositiva. Ma poi non sanno elencare nemmeno altre tre infezioni o pensano che il preservativo abbia una mera funzione di contraccettivo.

Per quanto riguarda l’associazione, oltre ai canonici incontri di formazione sull’argomento interna ai gruppi che la compongono, distribuiamo materiale informativo, promuoviamo azioni di sensibilizzazione sull’argomento tramite conferenze, incontri con scuole e università e banchetti nelle piazze principali. Abbiamo attivato da un anno a questa parte il Peg checkpoint, in collaborazione con il reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Perugia, che ci permette di offrire test gratuiti e anonimi per Hiv e sifilide a tutta la cittadinanza una volta al mese presso la nostra sede.

Per te Omphalos è?

Per me è stata innanzitutto una salvezza, l’acquisizione della coscienza di poter vivere ed esprimere liberamente la mia identità. Oggi è una seconda casa, un luogo sicuro e accogliente, dove ho potuto costruire una seconda famiglia e sentirmi circondato da affetto. Grazie ad Ha ho acquisito talmente tanto che forse il mio stesso mettermi in gioco personalmente come attivista non è altro che un restituire tutto il bene ricevuto. Ma non come resa dei conti, più come una reiterazione di qualcosa di talmente bello da cambiarti la vita.

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Il 5 febbraio 1994 venivano inaugurati a Catania il Pegaso’s Club e il locale comitato d’Arcigay, il primo della Sicilia.

Una giornata che è rimasta impressa nella mente di Franco Grillini che così la ricorda: «24 anni fa ero all’inaugurazione del Pegaso di Catania. Naturalmente ero molto contento di un circolo a Catania: esso rappresentava un elemento di grande importanza. Per l’Arcigay, di cui ero allora presidente nazionale, si aggiungeva una nuova realtà con una bella struttura: questo non solo arricchiva l’associazione ma di fatto contribuiva ad aumentarne ruolo e importanza.

Il clima era ovviamente molto festoso: il successo degli anni successivi è la dimostrazione che quanto avviato a Catania era giustissimo. L’apertura del circolo di Catania era soprattutto indicativa per tutta la Sicilia, in cui non esistevano allora altre organizzazioni Lgbti».

Per saperne qualcosa di più di queste due realtà, l’una strettamente correlata all’altra, abbiamo raggiunto telefonicamente Giovanni Caloggero, presidente del comitato Arcigay Catania.

Giovanni, cosa succedeva 24 anni fa nel capoluogo etneo?

In Via Canfora apriva il Pegaso's Club, circolo affiliato ad Arcigay in omaggio al cui logo veniva scelto proprio il nome del cavallo alato Pegaso a testimoniare la stretta relazione con l'associazione nazionale di riferimento.nDopo circa un decennio di assoluto indiscutibile monopolio della vita notturna Lgbt siciliana concentrata a Taormina, alcuni tentativi erano stati posti in essere già nel 1993 con l'organizzazione di alcune serate nei locali messi a disposizione dalla Comunità Valdese e poi nella sala Neva.

Ma è proprio il 5 febbraio del 1994 quello che segna formalmente e sostanzialmente  la nascita a Catania del Pegaso e del primo circolo Arcigay aprendo  una fase nuova e diremmo anche storica fatta non solo di eventi ludici ma da molto altro ancora.

Quali sono le direttrici lungo le quali il Pegaso ha articolato la sua attività?

In primo luogo quella ludica con l’organizzazione d’eventi e spettacoli. Il Pegaso, dopo i primi sei anni trascorsi interamente nella location di Via Canfora, è stato il primo e, sino a ora, l'unico a concepire e realizzare una discoteca sotto uno chapiteau, cioè sotto un tendone (tensostruttura) solitamente adibita a spettacoli circensi. Superate le prime diffidenze, questa soluzione si è rivelata innovativa generando un vasto consenso per la sua originalità, ripetiamo unica. Anche nel settore dell'animazione il Pegaso è stato pioniere producendo gruppi come i Five Essence Ballet e gli Ekubartgroup.

C’è poi l’attività imprenditoriale…

Diverse sono le iniziative da segnalare, intraprese oltre quella caratteristica della discoteca, proprio per voler fare di Catania un polo Lgbt particolarmente attrattivo e incentivante anche il turismo.

Nel 2005 nasce il Pegaso's Beach, un lido attrezzato completo di cabine, bar e risto-point, dove al mattino e al tramonto si assisteva al rito dell’alzabandiera e dell’ammainabandiera ovviamente rainbow e rigorosamente Arcigay. Il lido rappresenta il primo autentico esperimento di stabilimento balneare attrezzato e completo in Italia, atteso che altri lidi in realtà erano solo spiagge frequentate e fornite solo di qualche bar, almeno all'epoca.

Nel 2007 apre il Neva Cafè il primo ristorante, pub, american bar a Catania, luogo di incontro e degustazione in una delle piazze centrali più belle di Catania, attività anche questa che ha dato possibilità di lavoro a numerose persone.

Decisamente orientati alla innovazione, sia pure in un'area ancora un attimino indietro rispetto a altri paesi e città, abbiamo realizzato una struttura pubblica di dimensioni e concezioni tali che è stata da alcuni definita “berlinese” per le sue caratteristiche, la quale, per dimensioni e soprattutto per la assoluta conformità alle vigenti norme di legge e sicurezza, non teme alcun confronto sia a Catania che nel resto d’Italia.

Quale invece l’operato sociale e di sensibilizzazione verso la collettività Lgbt?

Il Pegaso, memore anche delle proprie origini, non si è mai proposto come una discoteca tout-court ma ha da sempre inteso proporsi e proporre un luogo. Il luogo dell’accoglienza, degli spazi di libertà, dell'amicizia e perchè no anche degli incontri, ma tutto questo entro un contesto di consapevolezza e coscienza politica e culturale.

In tale contesto mi piace ricordare le numerosissime iniziative di contrasto alla diffusione dell'Hiv, la solidarietà fornita alla Tenda di S. Camillo (che ospita malati terminali di Aids) mediante la devoluzione di somme raccolte in serate dedicate, ben nove delle quali in collaborazione con Lila Catania compensata economicamente per la sua presenza in numerose serate, le azioni di informazione su tutte le malattie a trasmissione sessuale Mst, la distribuzione gratuita di profilattici e i test in loco, le informazioni sugli effetti delle droghe e il contrasto alla relativa assunzione

E, da ultimo ma non da ultimo, c’è l’attività politica svolta in questi 24 anni dal Pegaso...

Quanto sopra è considerabile anche sotto il profilo politico, poiché politica non è solo quella dei partiti bensì tutti i comportamenti atti a favorire lo sviluppo delle persone, le loro libertà e idee. In tale contesto ci piace ricordare un evento storico e decisamente innovativo cioè il primo Gay Mediterranean Expo nel 2004 che ha visto a Catania Paesi come Grecia, Israele, e città mediterranee esporre le rispettive attività, esperimento di grande rilevanza e ancor oggi meritevole di attenzione e riproposizione.

Il Pegaso ha inteso e intende essere anche da questo profilo un riferimento per un modo di essere ludico ma in un contesto di consapevolezza e promozione della parità dei diritti umani e civili, operando in stretta connessione con le linee guida di Arcigay in cui si riconosce pienamente.

Fondamentale la attiva e fattiva collaborazione alla realizzazione dei diversi pride: la partecipazione al primo Pride Nazionale 1994 a Roma, realizzazione a Catania del primo Pride in Italia a tema la sieropositività nonché l’unico Pride invernale tenutosi a dicembre 2016 per pressare sul Comune per l’approvazione del registro delle unioni civili.

Non voglio tralasciare un aspetto importante del Pegaso quello della accoglienza e assistenza. Aspetto che ci ha permesso di ospitare e far lavorare persone cacciate o fuggite dalle famiglie dopo il loro coming-out.

Le nostre prospettive già sono nelle mani di una nuova e decisamente più giovane generazione sulla quale ricadono le nostre speranze che sappiano proseguire in questo percorso di lavoro e orgoglio seguendo il modello Pegaso: divertimento e socializzazione coniugati all’impegno soci.

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Presentato giovedì pomeriggio 25 gennaio al Coming Out di Roma il libro Come me non c'è nessuno di Anton Emilio Krogh

L'iniziativa, promossa da Agedo Roma, ha visto la presenza dell'autore, della presidente Roberta Mesiti, dell'attore Enrico Lo Verso, di Vanni Piccolo e di Rosario Coco, rispettivamente testimone storico del movimento Lgbti e coordinatore del progetto Outsport. 
 
«Un libro - secondo Roberta Mesiti - che racconta senza filtri una vita e un coming out in un epoca lontana, dove di omosessualità nemmeno si parlava, in cui ogni genitore può trovare spunti preziosi per comprendere meglio le difficoltà dei figli e delle figlie Lgbti, purtroppo ancora oggi presenti in molte realtà».
 
L'autore, avvocato di Napoli con la passione per la musica, ha scritto questo libro dieci anni fa a seguito di una lunga conversazione con Rita Pavone, la sua vera fonte di ispirazione che indirizza anche il titolo del libro. «Ognuno di noi dovrebbe avere la serenità e la sicurezza di poter celebrare la propria unicità - dice Krogh - Il titolo è pensato affinché ogni lettore e lettrice possa trovare la forza di dirlo di sé». 
 
Secondo Rosario Coco «il testo è una bella testimonianza storica per comprendere le origini della battaglia di visibilità prima, e di diritti poi, condotta dalla collettività Lgbti». Per Vanni Piccolo, infine, «vi sono alcuni passaggi che raccontano un'epoca di sessualità rubata, intensa e segreta che probabilmente appartengono solo a chi ha vissuto gli anni '70 e '80 e che proprio per questo vanno sempre più raccontati e discussi anche ai giorni nostr»i.
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«Quando ho vissuto a Milano per l'Erasmus, a 21 anni, ho avuto prima un fidanzato, Paolo, e poi una fidanzata, Elena. La storia con lei è durata due anni ed è stata molto importante per me». Ieri sera in diretta tv, la sindaca di Barcellona Ada Colau – ospite di una trasmissione di Telecinco che lei stessa ha ammesso di non aver mai seguito – ha raccontato così, implicitamente, di essere bisessuale e ha aggiunto di aver avuto in seguito relazioni con altre donne, anche se meno importanti di questo amore dei tempi dell'università.

Ada Colau, che è la prima donna alla guida della capitale catalana, adesso ha 43 anni, ha un compagno (Adrià Alemany) e due figli, Luca nato nel 2011, e Gael nato quest'anno. Era ben noto il suo legame affettivo con l'Italia e il sostegno al movimento Lgbti. Ma nessuno mai prima d'ora aveva fatto menzione a questa ragazza che era diventata «parte della famiglia».

La sindaca, infatti, ha raccontato che la relazione è durata due anni e che i suoi genitori ne erano perfettamente al corrente: «Era la prima volta - così ha detto - che mi innamoravo di una donna. In casa mia era qualcosa di perfettamente naturale. Avevamo tanti amici gay e la possibilità di avere una storia con una persona del tuo stesso sesso era la normalità nel nostro ambiente». Alla fine la storia finì, per il passare del tempo e anche a causa della distanza. E dopo Elena ci furono anche altre donne, ma «nessuna fu così importante come quella».

Colau – la donna forte di Catalunya en Comù che fa parte della galassia di Podemos – non è il primo personaggio politico spagnolo che “esce dall'armadio”. Prima di lei ci furono esponenti del partito socialista come Pedro Zerolo, che però entrò in politica proprio in rappresentanza delle persone omosessuali, o come Francesc Lopez Guardiola – che era assessore a Badalona e fu il primo politico eletto a fare coming out – e l'attuale segretario del Partito socialista catalano, Miquel Iceta, che adesso è candidato alla presidenza della Catalogna.

Il caso della sindaca di Barcellona, però, è nuovo sia perché si tratta di una donna sia perché riguarda la bisessualità sia perché arriva da un personaggio politico che ha costruito la sua popolarità non tanto sulla rappresentanza delle minoranze ma su battaglie sociali. In particolare, la lotta contro gli sfratti, una piaga a Barcellona e in tutto la Spagna negli anni della crisi economica.

«I tuoi consiglieri non si arrabbieranno per questa rivelazione?», le ha chiesto il conduttore di Sálvame Deluxe, Jorge Javier Vázquez. «Non credo - ha risposto Ada -. Magari nemmeno lo sapevano. Viviamo in una società moderna: viva l'amore e che ognuno ami chi vuole».

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