Negli ultimi giorni, da quando i media ne hanno dato notizia, la storia della piccola Alba con sindrome di Down e del suo papà adottivo Luca Trapanese, gay e single napoletano, non smette d’emozionare e colpire l’opinione pubblica italiana.

Alla vigilia dell’uscita del libro autobiografico Nata per te. Storia di Alba raccontata tra noi (Einaudi, Torino 2018, pp. 168) redatto a quattro mani con lo scrittore Luca Mercadante, abbiamo raggiunto il papà di questa splendida bimba di 18 mesi per saperne qualcosa in più.

Luca, ti saresti mai aspettato una tale attenzione mediatica dal momento che sono passati già sei mesi da quando hai adottato Alba?

No, non l’immaginavo di questo tipo. Immaginavo che la mia storia potesse fare notizia essendo straordinaria. Straordinaria non certamente in riferimento alla mia persona ma secondo l’accezione piena del termine: fuori dall’ordinario. Immaginavo che qualcuno ne avrebbe parlato. Ma non certamente questo clamore. La mia pagina Facebook e il mio profilo sono arrivati a oltre 12.000 liker. Mi arrivano 500 messaggi al giorno. È dunque una reazione inaspettata. Ma che fa riflettere sul desiderio di cambiamento da parte di tante e tanti.

Facciamo un passo indietro. Raccontaci i passaggi che hanno portato all’affido e all’adozione

Nel libro che ho scritto con Luca, Nata per te, parlo anche del percorso che ho dovuto fare per ottenere l’adozione definitiva oltre al mio desiderio incondizionato di paternità. Ho prima fatto un'iscrizione al registro dei single presso il Tribunale dei Minori di Napoli, che consente di prendere in affido bambini che non riescono a essere collocati sulla base dell'art. 44 delle legge 184, che ne disciplina i casi particolari.

La richiesta è stata fatta a gennaio 2017 e sono stato convocato a luglio 2017. Alba mi è stata affidata prima per il periodo delle vacanze estive, mentre il tribunale continuava a cercare una coppia disponibile. Poi a settembre, non essendoci stata nessuna coppia (ben sette l'avevano rifiutata), ho iniziato il percorso di affido preadottivo con colloqui periodici con gli assistenti sociali e i giudici. Con essi valutavamo insieme il percorso che facevo con Alba. Ad aprile 2018 ho presentato la domanda di adozione speciale ex lege 184/83, art. 44, comma  C e a giugno 2018 ho avuto il decreto definitivo dell’adozione.

Alla luce della storia di Alba qual è la tua valutazione sulle norme italiane che regolano l’adozione?

Da un lato sono felice, perché ho ottenuto quello che volevo e quindi uno spazio vuol dire che c’è. È chiaro che la 183 è una legge vecchia. È vecchio il concetto di famiglia a essa sottesa. Perché oggi sono moltissimi i single. Ci sono moltissimi conviventi, coppie di fatto e coppie di persone dello stesso sesso. Quindi credo che sia una legge da rivedere. Mi domando inoltre: Un single che vuole adottare un disabile ci può riuscire? Ovviamente ci vuole una certa predisposizione al riguardo. Personalmente io ho sempre considerato la disabilità non un problema ma un’opportunità. Ma un altro single, che ha desiderio di avere un figlio e non è preparato ad avere un figlio disabile – e nessuno si può permettere di giudicarlo –, perché non può adottare un bambino normodotato ed entrare in lista come le coppie cosiddette "tradizionali"?

Tu sei single e gay. Non credi che l’escludere le coppie omosessuali dall'adozione sia un danno per gli stessi bambini? 

Al di là dell'aspetto discriminatorio credo che sia un'ingiustizia. Moltissimi sono in bambini in attesa di trovare famiglia. Nelle coppie etero credo che ci sia un forte desiderio di procreare, di creare insieme da un punto di vista genetico un qualcuno o qualcuna che in un certo qual modo li rispecchi. In una coppia omossessuale questo di base non c’è, anche se si può ricorrere all’estero a pratiche di pma. Pratiche, in ogni caso, che restano  non accessibili a tutte e a tutti e, dunque, non pensate come necessarie dalle coppie di persone dello stesso sesso per realizzare un tale desiderio di genitorialità. Quindi per loro ci sono meno aspettative.

In riferimento alle coppie di persone dello stesso sesso credi che sia sostenibile la tesi di quanti dicono che per una crescita armonica i bimbi hanno bisogno di una mamma e di un papà?

È una questione assurda e non vera. I bambini hanno bisogno di amore, affetto, equilibrio, di avere un punto di riferimento. Che questo punto di riferimento debba essere contemporaneamente maschio/femmina non credo sia determinante per la felicità di un bambino. Conosco tantissime coppie di amiche e amici omoessessuali, che hanno figli nati a seguito di fecondazione eterologa o gpa: sono bambini assolutamente felici con gli stessi problemi familiari, che hanno tutte le famiglie senza distinzione. Inoltre, nel mio piccolo, posso dire che questi bambini non si sentono né discriminati né diversi: si sentono figli e basta. Fra l’altro di come crescano bene i figli o le figlie di coppie di papà o di mamme ne è riprova il neosenatore dello Iowa Zach Walhs, figlio di due donne lesbiche.

Una tale visione la si ritrova anche nelle parole di Paola Binetti. Pur avendo espresso grandi elogi alla tua persona, la senatrice dell'Udc ha infatti dichiarato, venerdì scorso, che nel tuo caso si è verificato “un combinato disposto difficile che si ripeta un'altra volta”, aggiungendo: "Credo che il supremo interesse di un bambino si declini meglio quando ci siano un padre e una madre, la famiglia nel piu' classico dei modi". Che cosa ne pensi?

In primo luogo ringrazio la senatrice Binetti per le parole molto belle, che mi ha rivolto. Ne sono rimasto profondamente toccato. Mi auguro di essere il primo e non l’ultimo. Non concordo, invece, sulla seconda parte. Per spiegarmi meglio, faccio proprio riferimento alla mia storia personale. Alba vive quotidianamente con la sua tata nelle ore in cui lavoro. Eppure, quando rientro a casa e la tata va via, Alba non piange disperata. Non la chiama né la considera mamma, pur trascorrendo con lei molte ore della giornata. Cosa che non avviene, quando io devo uscire. Lei allora si aggrappa a me, inizia a piangere. Per cui bisogna inventare mille escamotage, come il rassicurarla con le parole: Papà, torna subito.

Alba ha ben chiaro qual è la sua famiglia e quali sono le figure che ruotano intorno alla famiglia: io e lei. Alba non crescerà in maniera diversa da altre bambine, perché figlia di un papà single.

Il fatto che tu sia gay, papà e cattolico come è stato valutato dalla Chiesa napoletana nell’ambito in cui operi?

Non ho avuto problemi. Sono il responsabile dei progetti della fondazione del cardinale Sepe per la Casa di Tonia. Il cardinale sa della mia omosessualità: non ho avuto per questo problemi né con lui né con altri sacerdoti. Mai avuto nessun problema con la Chiesa partenopea.

Ci troviamo in un periodo in cui a farla da padrone è una classe politica xenofoba, razzista e, guarda caso, omofoba. A quanti delle destre vanno parlando di famiglia tradizionale, cosa ti sentiresti di rispondere?

La famiglia “tradizionale”, composta da mamma e papà, legati da un vincolo stabile, con figli e figlie, non esiste più come modello generale e unico. Non esiste più perché sono tramontate le tradizioni dei nostri nonni e dei nostri genitori. Esistono pertanto vari modelli familiari che non collidono con quello cosidetto tradizionale, ma l’accompagnano e lo completano in un ottica di società plurale. Non credo ci sia altro da aggiungere.

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«La sindaca di Roma Virginia Raggi ha richiesto agli uffici competenti la rimozione dei manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro Vita».

Con tali parole una nota del Campidoglio ha reso noto la presa di posizione della prima cittadina M5s in riferimento alle gigantografie che, affisse ieri non solo nella capitale ma anche a Torino e Milano, rappresentano due giovani uomini, indicati come genitore 1 e genitore 2mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato  Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

Una campagna che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) per riaffermare «il diritto dei bambini a una mamma e un papà», ha incassato nella tarda serata d'ieri i plausi del senatore leghista Simone Pillon, della scrittrice Costanza Mirianodella deputata nonché presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

Ciò non ha fatto indietreggiare la sindaca Raggi perché, come si legge nella nota capitolina, «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza, violano le prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali».

Una campagna inaccettabile quella di Pro Vita e Generazione Famiglie agli occhi di Virginia Raggi, che ha dichiarato: «La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto offendono tutti i cittadini».

La posizione della sindaca è stata salutata con soddisfazione a partire dagli organismi rainbow, due dei quali, il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e Famiglie Arcobaleno, nelle persone dei rispettivi presidenti Sebastiano Secci e Marilena Grassadonia, hanno lavorato in prima linea per l'ottenimento di un tale risultato sì da salutarlo come «vittoria delle associazioni Lgbti».

Ieri anche la sindaca pentastellata di Torino Chiara Appendino si era espressa contro la campagna via Twitter: «Ma due persone che si amano fanno una famiglia. Continuerò le trascrizioni e non smetterò di dare la possibilità a questo amore di realizzarsi».

 

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È iniziata oggi con un’ulteriore gigantografia, come quella contro la legge 194, la campagna nazionale che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) «per il diritto dei bambini a una mamma e un papà», durerà 15 giorni.

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano, Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani uomini raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato e individuati quali genitore 1 e genitore 2. Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

La campagna è finalizzata, nella mente degli organizzatori, a reagire all’iniziativa di sindaci e sindache che hanno disposto la registrazione anagrafica di bambini quali figli di due papà (benché si voglia condannare anche quella di figli di due mamme, dimenticando altresì che la gpa è una pratica cui ricorrono al 90% coppie eterosessuali sterili). A novembre toccherà infatti proprio alla Cassazione pronunciarsi sulla trascrizione d'una atto di nascita estero avvenuta a Trento.

Non sono mancate reazioni all'affissione dei manifesti, uno dei quali è stato strappato a Roma. Gesto che Pro Vita ha subito bollato con aria vittimale «l'intolleranza dei "tolleranti"».

L'iniziativa ha riscosso il plauso di Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Massimo Gandolfini, Diego Fusaro, che sono ricorsi ai motivi della «trasgressione non legiferabile», della «compravendita dei bambini», dello «sfruttamento della donna», della «disumanizzazione del nascituro».

«La nostra iniziativa - ha dichiarato Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell'utero in affitto, perché noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono».

Gli ha fatto eco Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia, col dichiarare: «L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano, perché sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l'utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma».

Nel giugno scorso proprio Generazione Famiglia aveva presentato, insieme con Fondazione CitizenGo (con la quale aveva anche chiesto via mail donazioni per «le spese non indifferenti» delle consulenze legali), cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Non senza una confusione terminologica e concettuale - di cui si è dato nuovamente prova oggi nel comunicato stampa della campagna #Stoputeroinaffitto - da parte delle stesse associazioni ricorrenti, dal momento che l'iscrizione anagrafica di figli o figlie di coppie omogenitoriali riguarda unicamente quelli o quelle di due mamme.

Per quanto riguarda figli o figlie di due uomini, invece, si tratta sempre di trascrizione di atti di nascita esteri come nel caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro), che Generazione Famiglia e Fondazione CitizenGo si ostinano ignorantemente a far passare come iscrizione anagrafica.

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Sindaca arcobaleno. Potrebbe definirsi così Stefania Bonaldi, la prima cittadina di Crema, che, dopo aver registrato anagraficamente, il 9 maggio, due fratellini quali figli di due uomini e, il 2 agosto, una bambina quale figlia di due mamme, ha provveduto a riconoscere, il 12 ottobre, la genitorialità di due donne in riferimento alla lora piccola nata alcuni giorni fa.

Come se non bastasse, Stefania Bonaldi ha ieri presieduto la celebrazione dell'unione civile di «altre due mamme  alla presenza della loro bimba di qualche mese, fortemente voluta e cercata», annunciandone al più presto l’ufficiale riconoscimento quale «figlia della coppia».

La sindaca di Crema, che è fra l’altro candidata alle imminenti elezioni provinciali a Cremona nella lista Insieme per il territorio, ha poi dichiarato sempre su Facebook con chiaro riferimento al ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana: «Ditemi se questi non sono legami veri, solidi, spontanei, che meritano di essere riconosciuti e riempiti di diritti. Ditemi se queste non sono famiglie, il cui unico, vero, stupefacente fondamento sono l'amore e il rispetto. E un supplemento di coraggio.

Non sarò mai abbastanza grata dei miei privilegi di sindaco».

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Una coppia di donne ha avuto ieri la gioia di vedere riconosciuta dal Tribunale dei minori di Venezia l’adozione coparentale per la madre non biologica.

Nel 2017 la medesima corte si era già espressa allo stesso modo in riferimento a Silvia e Miriam, due giovani donne che, unitesi nel 2016 e residenti a Marghera, hanno una figlia di sei anni. Un sospirato traguardo, coronatasi poi, nel giugno scorso, con l’anteposizione del cognome di Silvia a quello di Miriam sull'atto di nascita della loro figlia, cui è stato conseguentemente assegnato il doppio cognome

Ma quello d’ieri rappresenta un unicum, essendo il primo caso di adozione coparentale in riferimento a una coppia di gemelli.

Viva soddisfazione è stata espressa da Umberto Saracco e Valentina Pizzol (la quale è anche componente di Rete Lenford), legali della ricorrente, per la sentenza emessa dal collegio presieduto da Maria Teresa Rossi e composto da Alessandra Maurizio, Giorgio Mattei, Antonella Pietropoli. In essa è rilevato come «la ricorrente e la madre dei minori costituiscaono una coppia coesa, con un legame solido che si protrae da più di vent’anni» e «come entrambe vivano la relazione genitoriale con i bambini in modo adeguato». 

Sta suscitando invece reazioni, a partire da quelle di Mattia Galdiolo (presidente di Arcigay Padova), il seguente inciso: «Consapevoli che dovranno avere un atteggiamento aperto verso la loro identità di genere per permettere loro uno sviluppo adeguato e l’opportunità di relazionarsi con persone ad orientamento non omosessuale». Una tale frase, è in ogni caso, un virgolettato nel testo della sentenza ed è stata tratta dalla relazione redatta dall’Equipe Adozioni.

Sul caso veneziano abbiamo raggiunto il deputato Alessandro Zan (Pd), che ha dichiarato: «La prima stepchild adoption di due gemelli da parte di una coppia omosessuale di Venezia è una notizia storica. Ancora una volta una sentenza ha sostituito il vuoto lasciato dalla politica sul tema dei figli di coppie omogenitoriali: questo caso deve ricordare al Parlamento che è urgente riconoscere gli stessi diritti a tutte le famiglie, e garantire uguali tutele a tutti i bambini. La realtà è più forte di qualche dichiarazione omofoba del ministro della medievalità Fontana.

Trovo però insensato e discriminante che il Tribunale dei Minori di Venezia abbia dovuto specificare – pur rimandando a un passo della relazione dell’Equipe Adozioni – l’obbligo di frequentare persone eterosessuali, come se l’orientamento sessuale possa modificarsi in base all’ambiente in cui vive una persona: è una visione retrograda e priva di basi scientifiche. Questi due bambini vivranno la loro vita, cresceranno e frequenteranno i loro compagni di scuola, di sport, di giochi esattamente come tutti gli altri. Congratulazioni a queste due madri, a questa splendida famiglia, sapranno crescere i propri figli nel migliore dei modi».

Non sono mancate, in giornata, le voci critiche contro la sentenza del Tribunale dei Minori di Venezia.

Se il senatore Antonio De Poli (Udc) ha parlato di «decisione creativa che viola il principio della Costituzione secondo cui una famiglia è formata da un uomo e una donna», il suo omologo forzista Maurizio Gasparri ha detto «basta con le adozioni da parte di coppie omosessuali a colpi di sentenze. A Venezia un'altra decisione temeraria apre alla stepchild adoption, approfittando dell'ambiguità della legge voluta dalle sinistre, che non la prevede ma lascia spazio a iniziative assurde.

Occorre un'azione politica e legislativa che proponga l'abolizione dell'utero in affitto ovunque e che vieti le adozioni gay. Chiedo alla Lega, che condivide queste posizioni, di associarsi a una decisa iniziativa parlamentare.

Chiedo al ministro della Famiglia Fontana di prendere posizione e di assumere iniziative. Ha fatto un paio di interveniste apprezzabili e poi? Scenda in campo con chiarezza e coraggio e dica cosa vuole fare. Non taccia»

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Il sindaco di Agrigento Lillo Fioretto (Udc) ha ieri registrato anagraficamente un bambino quale figlio di di due mamme nella sede municipale del Servizio Anagrafe e Stato civile in piazza Gallo. 

Nato alcuni giorni fa presso il locale ospedale, il piccolo era stato concepito all’estero a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo.

Si tratta del primo caso di riconoscimento della doppia genitorialità di due persone dello stesso sesso ad Agrigento. Un atto, cui ha voluto presenziare lo stesso sindaco dopo il rifiuto opposto dal responsabile del Servizio Anagrafe e Stato civile alla richiesta delle due donne.

Il primo cittadino ha così motivato la sua decisione su Facebook: «È nostra preoccupazione assicurare una piena tutela dei bambini della nostra città, anche di quelli nati da genitori dello stesso sesso. Per tale ragione ho ritenuto di dare seguito alla registrazione della nascita e al successivo riconoscimento di un bambino nato ad Agrigento in questi giorni da due donne.

Nel farci carico di questa richiesta abbiamo espresso la volontà di non rivolgere lo sguardo dall’altra parte. Scegliamo di affermare il preminente interesse del bambino, nei confronti del quale abbiamo sentito di dover dimostrare di saper andare oltre, in sintonia con l'orientamento seguito dalle maggiori città italiane».

Al termine della registrazione la coppia ha offerto confetti alle persone presenti, ringraziando sindaco e impiegati comunali per l'impegno manifestato.

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Fondata nel 2005 e facente parte della rete europea Egpa (European Glbt Police), Polis Aperta è l’associzione che riunisce persone Lgbti appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine.

Il Consiglio direttivo ha ieri lanciato un appello alle rappresentanze sindacali di settore perché siano velocizzate le procedure di rilascio del passaporto di minori, figli di coppie omogenitoriali.

«La battaglia contro l'oscurantismo – così nel relativo comunicato – passa anche dalla rimozione delle pastoie burocratiche che attanagliano le famiglie mono e omogenitoriali».

Invocando le «medesime tempistiche previste per tutti i cittadini», Polis Aperta parte da una chiara premessa: il rilascio degli estratti di nascita di bambini, indicati quali figlie di coppie di persone dello stesso sesso, rende necessario l'inserimento di entrambi i genitori sul passaporto del minore.

«Il software in dotazione alle Questure attualmente non permette tale inserimento - continua Polis Aperta – e, all'interno degli uffici dove si provvede al corretto rilascio del passaporto del minore, gli ostacoli informatici sono stati superati solo grazie alla buona volontà degli operatori. Con un notevole allungamento dei tempi.

Il mancato aggiornamento di una procedura informatica è una cecità burocratica, che ignora diritti già esistenti, nella quotidianità della famiglia e per la legge italiana, perché riconosciuti dall'atto di nascita. Far rispettare le leggi rimuovendo gli ostacoli che impediscono ai cittadini di essere tutti uguali di fronte alla legge è il nostro lavoro, la missione scritta sulla divisa che indossiamo tutti i giorni, impossibile, dunque, tacere al cospetto di una tale inutile vessazione burocratica».

Spirito, questo, con cui l’associazione, nella persona della vicepresidente Micaela Pascali, ha «preso parte al primo tavolo ufficiale tra le associazioni del modo Lgbt e il sottosegretario del Consiglio dei ministri con delega alle pari opportunità, Vincenzo Spadafora, che si è svolto lo scorso martedì a palazzo Chigi.

All'interno dell'incontro, Polis aperta ha portato la specificità del lavoro che gli operatori di polizia e delle forze armate svolgono sul territorio. Un potenziale enorme che potrebbe aiutare notevolmente le istituzioni fungendo da anello di congiunzione fra la comunità Lgbt e la governance per una corretta prevenzione dei crimini d'odio, di episodi di bullismo e violenza».

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Delle famiglie arcobaleno si sta ripetutamente parlando da mesi, grazie soprattutto a quei sindaci che registrano anagraficamente bambine e bambini quali figli di coppie omogenitoriali. Ma si deve alle recenti affermazioni del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ne ha negato l’esistenza, l’innalzamento della pubblica attenzione su di esse.

Per fare un punto della situazione, abbiamo raggiunto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – Associazione di genitori omosessuali.

Sono trascorsi due anni dall'approvazione della legge sulle unioni civili. Secondo lei, da allora, si sono registrati mutamenti in riferimento ai diritti delle famiglie arcobaleno?

Come sappiamo, la legge sulle unioni civili ha lasciato fuori i diritti dei nostri figli. La legge è stato un passo importante: su questo non c'è alcun dubbio. È arrivata dopo 40 anni di battaglie ed è un provvedimento che molti nostri compagni e compagne di lotte aspettavano con ansia e con la paura di non arrivare in tempo. Ed è per loro che noi di Famiglie Arcobaleno eravamo comunque in Piazza Montecitorio il giorno dell'approvazione. Ma con le lacrime agli occhi, perché sapevamo che avevamo tutti perso una grande occasione. Purtroppo la situazione attuale ci ha dato ragione.

In quei mesi le nostre famiglie sono state al centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. Attenzione spesso morbosa, in cui tutti si sentivamo autorizzare a emettere sentenze e giudizi. Eravamo diventati l'argomento da bar e da salotto: tutti parlavano di noi e questa situazione ha comunque portato alla presa di coscienza della nostra realtà. Abbiamo sempre pensato che la visibilità è la nostra arma più importante e in quel momento non potevamo che raccogliere la sfida ed esserci. Ci siamo resi conto che con una sola intervista televisiva raggiungevamo più persone che durante un intero corso di studi di uno dei nostri figli.

La visibilità aveva anche un altro lato della medaglia. Quello, cioè, di concentrare l'attenzione sulle nostre famiglie per far passare lontano dai riflettori tutti gli altri argomenti. Siamo stati il capro espiatorio: sono stati sacrificati i diritti dei bambini per portarsi a casa la legge. Questa è storia. Ed è anche per questo che ritengo sia un dovere del movimento Lgbti e della politica tutta il fatto di ripartire sui diritti dai nostri figli e dalle nostre figlie. Glielo dobbiamo.

Dopo le lacrime e la delusione, non ci siamo mai fermati. Da allora siamo andati avanti instancabilmente seguendo la via giudiziaria. Ma, anche in questo caso, abbiamo portato a casa poche sentenze a fronte di una disomogeneità di trattamento tra i vari Tribunali. Sentenze arrivate dopo percorsi faticosi e onerosi, che ti mettono nelle condizioni di chiedere di volere essere genitore di quelli che sono già i tuoi figli.

Negli ultimi mesi alcuni sindaci hanno riconosciuto la doppia genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso nel registrarne anagraficamente i loro bambini. Quale è il suo pensiero in proposito?

Che non dobbiamo mai fermarci e che il lavoro di questi anni sta portando i suoi frutti. Sempre più sindaci si stanno schierando dalla parte dei diritti dimostrando di volere essere attori, insieme a noi, nella costruzione di un Paese sempre più civile e inclusivo.

Ci sono le strade normative e giuridiche per fare questo. Ma è indubbio che un sindaco, che trascrive un certificato con due mamme o due papà, fa anche un atto politico Vuole così dire al Parlamento che è ora di legiferare affinché tutti i nostri figlie e le nostre figlie abbiamo gli stessi diritti, ovunque abbiano la fortuna di vivere.

Il 2 giugno scorso il neoministro Fontana ha dichiarato che le famiglie arcobaleno non esistono. Qual è la sua risposta?

La risposta al ministro Fontana non la do io, la da la realtà. Le famiglie arcobaleno esistono sia a livello sociale che giuridico grazie a numerose sentenze di Corti europee e nazionali. Un ministro non può permettersi di nascondersi dietro ideologie e pregiudizi per imporre il proprio pensiero. Un ministro ha la responsabilità di prendere atto dei bisogni dei suoi cittadini e di fare in modo che questi bisogni siano soddisfatti.

Sono inaccettabili i toni utilizzati: essi non fanno altro che diffondere odio, intolleranza e razzismo. Tutte cose ben lontane dalle nostre vite e dalla nostra Costituzione antifascista e laica.

Non pochi parlamentari della corrente legislatura stanno nuovamente agitando lo spauracchio dell’"ideologia gender" a danno delle persone Lgbti. Secondo lei come dovrebbe reagire il movimento?

Penso ai Pride da poco iniziati. I Pride, che inonderanno le strade delle nostre città, hanno la responsabilità di essere le prime manifestazioni laiche e di piazza subito dopo l'insediamento di questo governo. Quello di Roma è stata una risposta di civiltà che ha portato nelle piazze la voce di cittadini e cittadine (di qualunque orientamento sessuale o identità di genere) che hanno a cuore il nostro Paese. E abbiamo vinto la sfida sfilando a fianco dei partigiani e di tutti coloro che si riconoscono nei valori più belli della nostra Costituzione: l'antifascismo e l'inclusione. Non abbiamo paura ma dobbiamo tenere alta l'attenzione e vigilare su tutte le eventuali iniziative.

Dobbiamo continuare a fare cultura nelle scuole, a raccontare le nostre storie alla gente e a metterci la faccia. La gente ha solo bisogno di conoscerci e poi scenderà in piazza al nostro fianco come sta già accadendo. Continuiamo a camminare mano nella mano dei nostri figli e delle nostre compagne con orgoglio e gioia, per dimostrare al mondo che ci siamo con i nostri sorrisi e le nostre vite e che pretendiamo rispetto.

In conclusione, intravede uno spazio di dialogo tra Framiglie Arcobaleno e Lega-M5s?

Siamo come tutti immersi in questa società e, quando portiamo i nostri figli a scuola, non ci chiediamo se abbiamo di fronte un educatore o un genitore che ha votato Lega o M5s. Il dialogo è aperto quando da entrambe le parti c'è interesse, voglia di approfondire e soprattutto rispetto.

Se davvero - come viene spesso sottolineato e se non si tratta di mera strumentalizzazione - questo governo e il suo ministro della Famiglia hanno al centro il benessere dei bambini e delle bambine, saranno loro i primi a volerci incontrare per colmare questa inaccettabile discriminazione.

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«Finalmente abbiamo chiuso il cerchio: e per ora non mi viene altro da dire. Me lo devo solo godere questo momento».

Queste le parole postate su Fb da Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno, a commento della  storica sentenza della Corte di Cassazione che, dopo quattro anni di cause, ha confermato il verdetto della Corte d’Appello di Napoli sulla legittimita di trascrizione del provvedimento emesso nel 2014 dal Tribunal de Grande Instance di Lille. Provvedimento, questo, che ha consentito a lei e alla consorte Raphaëlle Hoedts di adottare ciascuna il figlio biologico dell’altra.

I particolari della vicenda sono stati ricostruiti dal noto avvocato trentino Alexander Schuster, legale delle due donne che, sposatesi nel 2013 in Francia, vivono dagli anni ’90 del secolo scorso in provincia di Avellino. Fra l'altro solo la settimana scorsa è stato pubblicato il libro di Giuseppina La Delfa Peccato che non avremo mai figli (Aut Aut Edizioni, Palermo 2018), in cui la professoressa universitaria di lingua francese racconta le sue vicende familiari.

Come spiegato da Schuster, on la sentenza n. 14007 depositata in data odierna la Prima sezione civile della Corte di cassazione ha rigettato il ricorso di due sindaci irpini e del ministero dell’Interno contro l’ordinanza del 30 marzo 2016 della Corte di appello di Napoli che dava piena esecuzione in Italia a due adozioni incrociate dei minori delle coniugi La Delfa e Hoedts. È l’occasione per la Cassazione di ribadire la piena efficacia in Italia del primo matrimonio trascritto come tale fra due persone dello stesso sesso.

In una sentenza lungamente attesa dalla famiglia La Delfa e Hoedts la Cassazione conferma l’esito positivo a cui era giunta la Corte partenopea. È l’occasione per la Corte di ribadire che le due signore godono del riconoscimento di un matrimonio a pieno titolo trascritto anche in Italia, il primo (ed unico) nella storia italiana. Sottolinea la Corte che il riconoscimento pieno delle due sentenze francesi è dovuto, anche nell’interesse del minore, e che la nozione di ordine pubblico deve essere considerata nel suo nucleo essenziale e questo comunque sempre valutato in concreto. Spetta, quindi, anche il diritto al doppio cognome per entrambi i minori, come stabilito in Francia.

La Corte nel rigettare le tesi dell’Avvocatura di Stato richiama «quanto già chiarito da questa Corte, in ordine all'ininfluenza di meri pregiudizi (Cass. 601/2013; Cass. 4184/2012) ed in ordine alla non incidenza dell'orientamento sessuale della coppia sull'idoneità dell'individuo all'assunzione della responsabilità genitoriale».

Per Giuseppina La Delfa e sua moglie Raphaëlle, fondatrici di Famiglie arcobaleno, «finalmente i nostri figli sono tutelati e, soprattutto, sono figli di entrambe e sono fratello e sorella. Siamo contente che tutte queste cause siano state vinte e si siano concluse. Ci spiace che per ora l’adozione piena sia possibile in Francia e non in Italia, in cui in nostri figli, con l’adozione in casi particolari, non sarebbero nemmeno fratelli».

Per il legale di Trento «considerati gli sviluppi recenti di Torino e altri comuni appare importante l’accento posto dalla Cassazione sul fatto che la legge sulle unioni civili ha volutamente lasciati impregiudicati i profili sulle adozioni da parte di persone dello stesso sesso. Questa avalla la nostra posizione per cui la legge Cirinnà tutela la coppia e non è di ostacolo alla piena tutela di minori in carne ed ossa, tutela che è dal Parlamento lasciata ai giudici e che è loro compito garantire».

La vicenda, tuttavia, potrebbe non essere conclusa. Infatti, per l’ennesima volta lo Stato utilizza i propri potenti mezzi per ostacolare la tutela di diritti fondamentali fino in Cassazione. Perde sempre, ma non viene condannato alle spese. Se le questioni sono «nuove, complesse, inedite» non è certo colpa dei cittadini. Compensare le spese significa porre ingenti costi in capo a queste famiglie e consentire che la giustizia sia patrimonio solo di chi se la può permettere.

«Valuteremo di rivolgerci alla Corte di Strasburgo – afferma l’avv. Alexander Schuster – perché vincere in tutti i gradi, ma poi consentire allo Stato di farla franca diviene di fatto la nuova strategia dell’Amministrazione: diritti sì, ma al prezzo di ingenti spese legali ».

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Poco più di un mese fa si concludeva a Torino la 33° edizione del Lovers Film Festival. Alla luce del grande successo di critica e di pubblico abbiamo chiesto una valutazione a Giovanni Minerba, fondatore e presidnete della rassegna cinematrografica Lgbti.

Il 24 aprile scorso terminava il Lovers Film Festival del 2018: quali sono le tue riflessioni sull'edizione di quest'anno?

Più che riflessioni le chiamerei sensazioni o emozioni. Come sappiamo l’edizione dello scorso anno, con nuova direzione, quindi nuovo progetto artistico, collocazione a giugno, è stata un’edizione di “traghettamento” verso quella di quest’anno in cui abbiamo rivisto con piacere l’atmosfera degli anni passati. Anche i numeri sono aumentati: il pubblico è cresciuto del 20%, e questo è molto importante, perché ti dà energia, ti fa capire quanto il nostro pubblico sia affezionato al festival.

Il Lovers ha registrato, quest’anno, la presenza di artisti importanti come Rupert Everett e Valeria Golino. Quale il loro impatto sul pubblico?

Come dicevo, l’atmosfera era caratterizzata dall’entusiasmo. Rupert è stato delizioso accettando di venire a Torino per presentare l’anteprima del suo The Happy Prince. Per me un film bellissimo, che ha superato addirittura le mie aspettative. La madrina Valeria Golino, poi, è stata fantastica oltre ogni misura con quello che ha raccontato nell’incontro con Concita De Gregorio. Ma, soprattutto, perché ha scelto di essere con noi nonostante i suoi impegni per ultimare il film che ha poi portato a Cannes. Ne approfitto per ricordare come il tutto sia stato possibile grazie al contributo del Museo nazionale del Cinema.

Se dovessi proporre alcuni film del Lovers, quali citeresti per il loro impatto sulla comunità Lgbti e non solo?

Per me è sempre difficile citare alcuni dei film in un vasto e variegato programma. Ma lasciando da parte i concorsi, ne menziono due per me necessari: Mario dello svizzero Marcel Gisler, che affronta un tema importante ma ancora tabù come l'omosessualità nel mondo dello sport, in questo caso il calcio. Poi A Graça e a Gloria (film brasiliano di Flàvio R. Tambellini), in cui si affronta con “normalità”, senza necessarie rivendicazioni, la vita, la quotidianità di una persona trans: sono rimasto folgorato da questo film e dalla bravura e bellezza delle sue attrici.

Jo Coda ha presentato Xavier, un corto dal forte impatto emotivo nonché culturale e politico. Non scorgi in esso un legame con la storia di fondazione del festival?

Il festival nasce con queste intenzioni ma chiaramente legate alla parte artistica. Il film di Jo Coda, come i suoi precedenti, ha tutto insieme. Io ho fortemente voluto questo corto di Jo per la serata di apertura del festival e la direttrice Irene Dionisio ha accolto con piacere la mia proposta, perché il 20 aprile, come sappiamo, era l’anniversario dell’attentato parigino agli Champs-Élysées dove morì Xavier Jugelé, a cui è ispirato il film di Coda. Il festival deve continuare ad avere questa missione.

La rassegna ha oggi un nome diverso rispetto al passato: Festival del cinema omosessuale (Lgbt) di Torino. Sei d’accotdo? 

Rispondo con franchezza come sono abituato a fare. Non sento ancora del tutto mio questo nome ma non per una questione “nostalgica”. Rispetto, comunque, chi ha scelto Lovers.

La città di Torino è da decenni in prima linea nella lotta alle discriminazioni verso le persone Lgbti: come ha risposto all’ultima edizione del festival? 

Come mi è capitato di dire, è storia. A Torino è nato il movimento italiano di liberazione omosessuale con il F.U.O.R.I., è nato il primo “Festival del Cinema Omosessuale” d’Europa. Nel 1982 c’è stato il primo Gay Pride. Nel 2015 è stata inaugurata una via intitolata a Ottavio Mario Mai, mio compagno e fondatore del festival. Nel 2016 la Giunta di Torino ha istituito l’Assessorato alle Famiglie (non più alla famiglia) per l’inclusione di ogni tipo di famiglia comprese quelle omogenitoriali. È stato poi creato lo spazio dedicato ai diritti Lgbti, curato dal Coordinamento Torino Pride, all’interno dello stand della Regione Piemonte al Salone del libro di Torino. Questo per citare solo alcuni dei passi compiuti.

Poi, il 23 aprile 2018 Mentre era in corso la 33° edizione del Lovers, ha ricevuto il Premio Milk Monica Cirinnà, paladina della legge sulle unioni civili che porta il suo nome. Al Dams dell’Università di Torino è stato inaugurato il “Corso di Storia dell’omosessualità”. In Comune la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha trascritto gli atti di nascita esteri di figli di tre coppie omogenitoriali e ha iscritto all’anagrafe il piccolo Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni. Bisogna dire che qui a Torino, in Piemonte la Politica ha sempre dato il suo importante contributo.

Negli ultimi mesi si sono registrati Paese numerose aggressioni a persone Lgbti. Secondo te che cosa favorisce una tale violenza? 

È inutile dire che, quando succedono questi casi, io rimango ancora estereffatto. Ripenso ai miei 40 anni di “militanza”. Ripenso a tutti quelli come noi che hanno fatto di tutto per cercare di arginare questa aggressività. Purtroppo però mi tocca sottolineare il “tutti quelli come noi”: non bastiamo solo noi o forse non lo facciamo bastare. Forse la “schizofrenia” della politica non è stata messa abbastanza alle strette perché si decidesse a fare una legge contro l’omotransfobia? Potrebbe bastare questa legge? Sì, se all’interno ci fosse un esplicito riferimento alla scuola, all’”educazione” scolastica.

Hai altre iniziative in programma? 

Idee ovviamente molte anche se, in questo momento complicato, è difficile realizzarle. Ma mai arrendersi. Prossimamente su questi schermi!

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