Si terrano domani alle 14.30 presso la chiesa di San Giovanni Battista in Arzignano i funerali di Alex Ferrari e Luca Bortolaso, i fidanzati 21enni morti, martedì scorso, per le esalazioni di monossido di carbonio a Ferrara di Monte Baldo (Vr).

Esequie congiunte che, volute espressamente dai genitori dei due giovani, saranno concelebrate dai curati di Bagnolo di Lonigo e San Bortolo di Arzignano, rispettive parrocchie di provenienza di Luca e Alex.

Così ha commentato tale decisione don Roberto Castegnaro, parroco in solidum moderatore della parrocchia di Bagnolo S. Maria: «C’è rispetto per quella che stata la loro relazione: non li consideriamo di certo pubblici peccatori. La Chiesa condanna l’omosessualità esibita. Io non ho conosciuto direttamente nessuno dei due, ma non mi sembra fosse questo il caso».

A fronte del contenuto ambiguo di una tale dichiarazione colpiscono invece quelle della mamma di Luca che ieri, sulla pagina Fb di Arcigay Vicenza, ha scritto i seguenti commenti a un post relativo alla tragica morte dei due fidanzati e alla relativa narrazione giornalistica: Erano fidanzati… E lo saranno per sempre e Mio figlio non si è mai nascosto. I sentimenti li ha sempre dimostrati a faccia alta, e Alex idem.

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Non sono purtroppo mancate parole offensive con riferimento al post da parte di Daniele Beschin, coordinatore di Forza Nuova Vicenza e componente del Veneto Fronte Skinheads, che ha parlato di polemiche pretestuose e ha ripetutamente attaccato il presidente Thomas Tedesco.

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Avevano scelto di festeggiare il Capodanno e le giornate seguenti fino all’Epifania con due amiche rispettivamente di Peschiera del Garda (Vr) e Mozambano (Mn). E per farlo avevano puntato su una villetta in località Ca' di Sotto a Ferrara di Monte Baldo (Vr). Ma quello che sarebbero dovuto essere l’inizio d’un 2018 carico di aspettattive s’è invece risolto in un tragico epilogo per i 21enni Luca Bortolaso e Alex Ferrari.

Sono morti insieme avvelenati dal monossido di carbonio esalato da un rudimentale braciere, che i giovani fidanzati avevano acceso per riscaldare la loro camera da letto.

Indenni, invece, le due amiche che dormivano in un’altra stanza, riscaldata con fornello elettrico. Sono state loro a rendersi conto dell’accaduto al momento del risveglio, sentendo un forte odore provenire dalla camera di Luca e Alex. E sono state loro ad aiutare i carabinieri di Caprino Veronese a ricostruire la vicenda.

Nato a Soave (Verona) e residente a Lonigo (Vi), Luca era fidanzato con Alex (originario di Arzignano nel Vicentino) dal 13 luglio 2016, come lui stesso aveva riportato con orgoglio sul proprio profilo Fb. Tanti i post romantici pubblicati nel tempo, di cui certamente il più significativo resta quello del 31 gennaio 2017.

Una foto in cui si vede Luca chino su Alex, l’uno totalmente preso dall’altro. E poche parole a commento che appaiono adesso come l’epigrafe per due giovani passati abbracciati dal sonno alla morte: Questo amore è per te.

Realtà che, invece, alcuni media - compresi tg nazionali - tendono invece a edulcorare come fatto notare con fermezza da Thomas Tedesco e dal comitato di Arcigay Vicenza, di cui è presidente. 

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Le analisi sul dna del cadavere murato nel garage degli orrori di Ponticelli  non danno più adito a dubbi: il corpo martoriato è quello del giovane Vincenzo Ruggiero, vittima della ferocia di Ciro Guarente.

A gennaio saranno consegnati alla Procura di Napoli Nord tutti gli esiti e le rilevazioni medico-scientifiche che sono state portate a termine in questi mesi.

Resta da capire chi abbia aiutato materialmente Ciro Guarente a sezionare e murare il corpo di Vincenzo che, come appurato dagli inquirenti, era stato ucciso ad Aversa nella casa che abitava con l'amica Heven Grimaldi. Ucciso con la pistola procurata a Guarente dal reo confesso Francesco De Turris.

Struggente la dichiarazione della madre di Vincenzo che, sulla sua pagina Facebook, ha scritto: Non è Natale senza te.

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«Se mi lasci rivelo la tua omosessualità». Questa la frase che Congliang Hu, detto Leo, avrebbe rivolto al giovane cui era legato sentimentalmente. Questo il motivo, dunque, che l’avrebbe portato alla morte per soffocamento a opera del compagno e di quattro complici. Tutti minorenni.

Avvenuto sabato a Modena, il delitto è stato consumato nella centrale Piazza Dante dove il 20enne d’origine cinese abitava con la madre e il padre adottivo, l’avvocato Andrea Giberti. I genitori erano in un’altra stanza mentre Leo veniva ucciso e poi «riposto ancora caldo, maneggevole – come ha dichiarato la procuratrice capo di Modena Lucia Musti –, dentro una valigia subito dopo il fatto. E lì rinvenuto dalla madre».

Nella notte del 27 novembre tre dei cinque presunti assassini sono stati sottoposti a fermo giudiziario: uno a Modena e due a Prato. Perché è dalla Chinatown del capoluogo toscano che provengono i cinque minorenni, indagati per omicidio volontario pluriaggravato. Un quarto è stato arrestato nella giornata di oggi mentre l'ultimo si è costituito presso la questura di Prato.

Ma la vicenda resta estremamente intricata e non sono esclusi altri sviluppi nelle indagini coordinate dalla sostituta procuratrice Katia Marino e svolte dalla squadra mobile del vicequestore aggiunto Marcello Castello. Ovviamente, data la minore età dei tre fermati nonché dei due ricercati, la competenza è passata alla Procura dei minori di Bologna.

Nell’attesa che si faccia luce sulla morte di Leo sembra profilarsi ancora una volta lo spettro del pregiudizio. Pregiudizio, invero, ancora molto radicato presso la comunità cinese nei riguardi delle persone omosessuali.

In una nota Alberto Bignardi e Francesco Donini, rispettivamente presidente e vicepresidente del comitato Arcigay Modena Matthew Shepard, hanno rilevato come «a uccidere Leo non sia stata solo la mano del ragazzo con cui aveva una relazione e di eventuali complici. È stato quel complesso di paura, rifiuto e disprezzo, per Leo ma anche per se stesso e ciò che è, che ha divorato la coscienza di questo ragazzo, un complesso chiamato omofobia interiorizzata.

E l'omofobia, dentro di lui, è frutto di quella in cui ha vissuto ed è cresciuto, la stessa omofobia che tutte e tutti noi abbiamo vissuto e viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Tutte e tutti noi piangiamo Leo, e chiediamo giustizia per questo crimine, di cui l'assassino o gli assassini devono rispondere nella maniera prevista dalla legge».

 

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