In occasione dell'evento Incontro con il cinema sardo a Roma, che si terrà domani presso il Cinema Trevi a partire dalle ore 17:00, abbiamo intervistato Giovanni Coda. Cagliaritano di nascita, è un regista cinematografico e fotografo con molti anni di attività nelle arti visive. Senza contare i diversi premi ottenuti attraverso la partecipazione a numerosi festival nazionali e internazionali.

Giovanni, qual è il significato della kermesse di domani? 

Questa giornata di sabato 17 Febbraio si inserisce in un percorso consolidato di incontri organizzati dall'associazione Il Gremio in collaborazione con la cineteca nazionale e altre realtà associative. Percorso teso a promuovere il cinema e gli autori della mia terra. È un'occasione di incontro con la città e di promozione del mio lavoro che viene distribuito, prevalentemente, nei circuiti festivalieri.

Domani alcuni tuoi lavori cinematografici quali Il Rosa Nudo, Bullied to Death e infine Xavier saranno proiettati al cinema Trevi. Quale è, se c'è, il filo rosso che unisce queste tre opere? 

Il Rosa Nudo e Bullied to Death sono i primi due capitoli di tre dedicati alla violenza. Il primo film è ispirato alla vita di Pierre Seel, deportato omosessuale durane la seconda guerra mondiale. Bullied to Death è invece ispirato alla triste storia di Jamey Rodemayer e tratta il tema del bullismo a sfondo omofobo. Xavier è dedicato alla figura di Xavier Jugéle, il poliziotto gay deceduto durante l'attentato terroristico dello scorso aprile a Parigi. 

Viste le tematiche affrontate, oltre alle persone Lgbti a chi consiglieresti di venire al Cinema Trevi per vedere le tue opere?

Il mio pubblico è più eterogeneo di quanto si possa immaginare. I miei film sono stati proiettati in tanti istituti scolastici e in parecchie università in particolare all'estero. Sono opere "diverse" dal taglio documentaristico che si fonda in un clima più performativo che di finzione. È una modalità nuova di intendere il cinema Lgbti, che tra l'altro, in Italia, è in grande difficoltà (proattivamente parlando).

L'evento è in collaborazione con la Cineteca Nazionale e altre Associazioni. Per diffondere cultura antidiscriminatoria e sensibilizzare a temi come quelli da te tratttati quanto è importate fare rete?

È importantissimo, indispensabile ormai. Attraverso i social media interagisco con centinaia di persone in contemporanea, molti dei quali sono amici che a loro volta sostengono e promuovono il mio pensiero, il mio lavoro.

Ognuno di noi è il prodotto delle proprie radici culturali, familiari, storiche. Artisticamente parlando, quali sono le tue? E a quali di queste radici devi maggiore riconoscenza per ciò che sei oggi?

Le mie radici come artista (e come uomo) affondano nel terreno della formazione. Arrivo dalla vitalità dei "circoli del cinema" degli anni '80 e '90 passando per maestri quali Aldo Braibanti, Oscar Manesi, Mario Merlino, Peter Greenaway, Gianni Toti, Giovanni Minerba. Recentemente devo molto alla proficua frequentazione con il performer milanese Dino Cataldo Meo per giungere ai miei studi fotografici nel prestigioso Ideep di Barcellona. Il mio cinema è il prodotto di un innesto di anime varie e varie arti.

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Si era ritirato a vivere in provincia di Napoli, dove aveva seguito le ragioni del cuore, dal 1982, e a Napoli è morto, senza clamori, qualche giorno fa, a 95 anni: André Baudry, fondatore e direttore di Arcadie, prima rivista di cultura omosessuale che fu attiva dal 1954 al 1982 e, nonostante l’accanimento della censura, dopo l’approvazione dell’emendamento Mirguet, uscì ininterrottamente con cadenza mensile per ben 344 numeri.

Il ruolo di riviste come Arcadie è stato immenso, soprattutto perché grazie ad audaci pionieri come Baudry si sono gettate le basi del movimento omosessuale, in un periodo precedente ai fatti di Stonewall e, dunque, precedente a un’ufficiale determinazione del movimento di liberazione omosessuale.

Tra i collaboratori della rivista, Maurizio Bellotti ha fornito un continuo e importante contributo dall’Italia con la rubrica Nouvelles d’Italie dal 1960 al 1982.

Ed è proprio Maurizio Bellotti che contattiamo per avere una testimonianza preziosa dacché il sodalizio lavorativo tra Baudry e Bellotti è durato ben 22 anni.

Maurizio, come incontrò Baudry e come diventò collaboratore di Arcadie?

La storia è veramente molto strana. Io, all’epoca, ero giovane e nella mia famiglia c’era un parente che acquistava Il Borghese, un giornale decisamente anti-gay. In un numero di questo periodico, però, apparve un articolo in cui si denunciava la presenza di una rivista francese, Arcadie appunto, che diffondeva contenuti osceni, cioè contenuti omofili. Quest’articolo-denuncia forniva tutti i dettagli sulla rivista Arcadie, compreso l’indirizzo della sede parigina e come contattarla. Quell’articolo mi fu molto utile e quella stessa estate, mi feci regalare da mio nonno un viaggio a Parigi e mi recai a conoscere Baudry!

E come andò l’incontro?

Direi che andò molto bene. Baudry rimase colpito dal mio interesse per gli argomenti della rivista e mi propose di collaborare con una rubrica che offrisse un report dall’Italia. Avrei dovuto parlare di letteratura, spettacolo, cronaca. Mi appassionai subito all’idea! Sono stato l’unico collaboratore italiano fisso della rivista.

Si ricorda qualche suo articolo?
Uno dei primi articoli, raccontava la vicenda della messinscena della commedia di Testori, L’Arialda, commedia venata di tematiche omosessuali che fu portata in scena da Luchino Visconti nel 1960 e reputata tanto scandalosa da subire addirittura il divieto alla rappresentazione. Fu poi rimessa in scena, dopo poco, ma ampiamente purgata, con Umberto Orsini e Pupella Maggio nel cast. A proposito di teatro, ho spesso raccontato anche i progetti drammaturgici portati a compimento da Paolo Poli che toccava sempre, in qualche modo, l’immaginario culturale omosessuale.

Qualche vicenda di cronaca, invece, di cui ricorda di aver scritto nella rivista francese?
Ricordo di aver trattato l’omicidio Lavorini, che mosse l’opinione pubblica contro la comunità omosessuale, e soprattutto ricordo di aver raccontato il terribile Congresso Internazionale contro le devianze sessuali che ebbe luogo a Sanremo nel 1972, in cui si presentavano le terapie psicologiche per “debellare” l’omosessualità!


Che ruolo ha avuto Baudry e Arcadie nella diffusione della cultura omosessuale?

Un ruolo enorme! Baudry amava molto la sua rivista e cercava di darle prestigio coinvolgendo grandi intellettuali dell’epoca ma era un’impresa difficile perché avevano paura di esporsi. Per esempio, Francois Mauriac rifiutò di essere coinvolto, perché lui era cattolico e molto moralista e rifiutò anche Marcel Jouhandeau, autore più noto in Francia che in Italia, anche lui omosessuale ma fervente cattolico e antisemita.

Invece, si deve ricordare l’appoggio dato alla rivista dal raffinatissimo intellettuale francese Roger Peyrefitte, uno degli autori che parlò apertamente della propria omosessualità e che scrisse il bellissimo libro L’esule di Capri dedicato alla vita e agli amori del Conte Fersen.

Che distribuzione aveva Arcadie?

Difficile dirlo. Sembrava una rivista semiclandestina, eppure mi è capitato di trovarla tranquillamente esposta in libreria al centro di Bari o a piazza Duomo a Milano. E proprio a Milano, ho incontrato Baudry per l’ultima volta. Mi comunicò che era stanco, chiudeva la rivista e andava a vivere a Napoli con il suo compagno. Chissà perché scelsero di vivere in provincia di Napoli, nel paese del suo compagno, e non a Parigi...forse perché a Napoli il senso della famiglia è più forte che a Parigi. Ci ripromettemmo di restare in contatto ma in realtà ci siamo sentiti in maniera sporadica. Qualche volta ci siamo sentiti al telefono ma visti mai. E mi comunicò, in una telefonata di qualche anno fa, che la maculopatia da cui era affetto aveva ormai invaso totalmente la sua vista, che avrebbe voluto incontrami per rivedermi ma che ormai distingueva solo ombre.

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Un libro per raccontare, in versi, la libertà faticosamente conquistata, nel nostro Paese, da quanti sono stati per anni vittime di discriminazione e stigma. Così nasce la silloge poetica del giovanissimo autore Alessandro Reda, studente alla facoltà di Giurisprudenza di Salerno, già distintosi per la sua militanza in difesa dei diritti delle persone Lgbti.

La poesia che ci introduce nella raccolta poetica Libero di essere me stesso è un vero e proprio manifesto di lotta alla società disumanizzante, cioè la  società in cui viviamo, che neutralizza i caratteri distintivi e peculiari dell’essere umano: Numeri: questo siamo/ per una Società che non ci considera,/ per una Società che vuole solo sfruttarci,/ per una Società dove non ha più/ alcuna importanza l’esistenza umana.

In effetti, nei versi di Reda l’entusiasmo palpabilmente giovanile della creazione poetica si unisce a un genuino sentimento di rivendicazione della propria personale dimensione emotiva e sentimentale. E così, per esempio, allo slancio del riscatto che si avverte nei versi dedicati a Monica Cirinnà, “guerriera dei diritti”, si unisce il ricordo dello stigma dolorosamente patito da tanti ragazzi che, tra i banchi di scuola, sono costretti a subire “parole crudeli” che trafiggono l’animo e li distruggono come persone.

In questa prospettiva, la poesia di Reda è, soprattutto, una poesia militante che sollecita alla “ribellione”. Alcuni componimenti, in particolare, hanno la temperatura di vere e proprie esortazioni che, facendo leva sia sull’altrui cuore che sull’altrui ragione, si configurano quali via di mezzo tra appello accorato e affettuoso consiglio: Non confondetevi tra la gente./ Non scegliete il compromesso./ Non optate per la via larga./ Scegliete di essere voi stessi:/ Voi unici in un mondo di fotocopie.

Le parole e i versi di Reda, significativamente dotati di questa chiara immediatezza giovanile, attraversano e misurano con appassionata perentorietà tutte le situazioni relazionali più intime e peculiari dell’essere umano. Soprattutto quelle che caratterizzano l’iniziazione alla vita consapevole e alla cosiddetta “età della ragione”: dal rapporto con la madre all’amore per il compagno, passando per il senso di solitudine, l’amicizia, la sofferenza e l’amore per se stessi - “la cosa più importante”-.

Ecco perché Libero di essere me stesso è un singolare e accattivante racconto di formazione in versi. Un racconto sincero che nasce dalla voglia di condividere la propria esperienza con i lettori ma soprattutto dall’urgenza di fare qualcosa per gli altri, dalla necessità di essere utile e di trasformare la poesia in balsamo taumaturgico: Cerco il potere di poter fare qualcosa/ per gli altri,/ il potere di migliorare le cose,/ il potere di aiutare gli ultimi e gli indifesi,/ il potere di fare qualcosa per il mio Paese.

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Giovane scrittore e sceneggiatore, Emiliano Reali si racconta in quest’intervista a Gaynews.

Chi è Emiliano Reali nella vita di tutti i giorni? Più scrittore, sceneggiatore o libero pensatore?

Nella vita di tutti i giorni sono una persona semplice, che ama la spontaneità del pensiero che si manifesta in azioni e passioni. Adoro la natura, pratico qi gong e amo leggere: la lettura di altri autori è fonte inesauribile di scoperte e inoltre rappresenta la possibilità di vivere tante altre vite! Nei periodi di ispirazione mi chiudo in casa e lascio fluire le emozioni attraverso la scrittura. Indifferentemente che si tratti di romanzo, sceneggiatura, racconto. Non ho preferenze: è un atto per me salvifico che mi fa sentire bello e a posto con tutto il resto.

Da molti anni scrivi su temi Lgbti e lo fai con grazia e senso ironico senza lasciare indietro emozioni. Quali sono per te gli elementi che uniscono le storie e i vissuti che racconti?

L'elemento che vorrei si evincesse dai miei scritti è l'autenticità che ricerco nella scrittura. Narro di vite, nelle quali spesso mi sono immerso o personalmente o di riflesso. Credo che il mestiere di scrivere rappresenti una grossa responsabilità oltre che un'occasione, quindi tento di farlo avendo cognizione di ciò che racconto. L'elemento che unisce i miei lavori è senza dubbio il 'fattore vita'.

Bambi. Molti di noi fin da piccini lo hanno negli occhi. Rimane l'archetipo del cammino nel bosco della vita e degli incontri che stupiscono, che ti fanno pensare, che ti danno dolore o amore. Ma per Emiliano Reali c'è un Bambi tutto suo ?

Credo che ognuno debba proteggere il bambino dentro di sé, la voglia di stupirsi, la curiosità, l'ingenuità, la freschezza. Questo è possibile non cedendo alla staticità, all'assenza di stimoli, all'abitudine: questo è quello che cerco di fare ogni giorno e che serve a tenere in vita il mio Bambi.

Qual è il ruolo del romanzo e della letteratura nel mondo Lgbti? C'è qualche autore che ti ha maggiormente colpito e perché ?

La letteratura - e, ampliando il discorso, la cultura tutta - dovrebbe aprire le menti, abbattere steccati e barriere, rendere noto lo sconosciuto privandolo di quell'alone di pericolo e stranezza che scioccamente si conferisce a ciò che non si conosce. Un buon romanzo può aiutare chi si sente solo, facendogli capire che quello che sta affrontando è stato già superato da altri, asserendo che non c'è nulla di sbagliato nel non essere omologati alla massa. Le lettere di ragazzi che dopo aver letto uno dei miei romanzi mi dicono di aver trovato il coraggio per fare coming out, o che hanno deciso di fare d'ora innanzi sesso protetto, sono la migliore ricompensa al mio lavoro. Un precursore, un'icona della letteratura Lgbti e non solo è stato il grande Gore Vidal che ho ammirato in molti dei suoi libri (La statua di sale e Myra Breckinridge per esempio). Un altro scrittore che apprezzo molto e che ho avuto la fortuna di conoscere è Edmund White.

La scrittura e l’impegno politico per i diritti si parlano tra loro secondo te?

Secondo me si parlano troppo poco, perché il mercato editoriale è maggiormente centrato e attento a ciò che è commerciale, che garantisca vendite, mettendo spesso in secondo piano il valore sociale e l'utilità pubblica di un testo. L'etichetta 'letteratura di genere' ne è una triste conseguenza.

Lgbti è un acronimo molto importante: uno scrittore quale Emiliano Reali come vive i molteplici colori di questo arcobaleno?

Adoro l'arcobaleno, amo la varietà, soprattutto sogno un mondo in cui l'alterità non abbia più bisogno di essere proclamata perché naturale elemento costitutivo della collettività.

Prossimo lavoro in stampa?

Al momento sono impegnato nella promozionale di Ad ogni costo (Meridiano Zero), uscito da appena un paio di mesi, romanzo che completa la Trilogia di Bambi. Sono in attesa di alcune risposte per il mio nuovo romanzo, ma per ora non posso dire di più!

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Torna finalmente sulle scene Gennaro Cosmo Parlato, grandissima voce e interprete originale e poliedrico del panorama musicale e teatrale italiano.

Sabato 13 gennaio, infatti, nei suggestivi spazi della Galleria Borbonica di Napoli, andrà in scena, con una doppia replica, il concerto straordinario L’Araba Felice (usignoli, spalline e polvere di stelle), con le canzoni italiane e internazionali in rilettura originale e una rosa di classici. Da Maledetta primavera a Core ’ngrato, Cosmo Parlato proporrà le sue istrioniche esecuzioni. Quelle stesse che l’hanno reso celebre anche in tv, ospite fisso nel programma Markette di Piero Chiambretti.

Incontriamo Gennaro Cosmo Parlato durante le prove del suo nuovo spettacolo.

Gennaro perché questo tuo ritorno alle scene con uno spettacolo che si chiama L’Araba Felice?

L’Araba Felice è uno spettacolo in cui ripercorro tutto il repertorio artistico dei miei ultimi anni e tra un’esibizione e l’altra racconto episodi e situazioni che mi sono accadute. Il titolo e l’idea de L'Araba Felice nacque una sera che scesi da casa della mia amica Pietra Montecorvino e salii su un autobus molto affollato e rimasi colpito da una ragazza che era totalmente velata da un burka. A parte la questione religiosa, le chiesi subito se non avesse caldo, perché l’autobus era strapieno. Lei si alzò il velo e mostrandomi un elegantissimo e costosissimo Chanel, mi rispose: Io sono araba, mica scema! Tra me e Ivana Trump non c’è differenza: abbiamo entrambi dei mariti coglioni! E da questo episodio e dalla chiacchierata che ne seguì, è nata la storia de L'Araba Felice che racconto durante lo spettacolo.

Qual è la canzone del tuo repertorio che ami di più?

La mia canzone del cuore, nel repertorio, è Maruzzella perché ha tagliato il mio percorso artistico. Prima di Maruzzella non avevo mai cantato in napoletano. Per cantare in napoletano devi essere un grande interprete, perché una cosa è fare la versione bolero di Comprami, altra cosa è cantare dei capolavori come quelli del repertorio classico napoletano portati al successo da mostri sacri come Angela Luce o Sergio Bruni.

C’è invece un brano che avresti voluto interpretare ma non hai osato farlo?

Sì e si tratta di un pezzo scritto da me, Fragile che ho scritto per Mina. Ma sai, dopo che l’ha cantata quell’Alieno della Signora Mazzini, è complicato interpretarla…

Tu sei un interprete che si diverte con l’infrazione e il ribaltamento di ruoli e identità. Secondo te, l'Italia è un Paese libero o è ancora legato a pregiudizi e preconcetti?

Ma perché noi abbiamo un Paese? Esistono delle persone che si impegnano ma non abbiamo più un vero Paese. Se tu calcoli che negli anni ‘80 nel mondo della musica c’erano personaggi come Boy George o Jimmy Sommerville e c’era spazio per l’energia e il colore di tutti! Secondo me, c’è stata una regressione paurosa e una semi-repressione nebulosa: forse la paura, da parte di alcuni, di voler ammettere il proprio desiderio sessuale?  Viviamo in un ventennio di semioscurità: le leggi da sole non servono, se non cambia la mentalità delle persone, per mandare a quel paese i pregiudizi. Il mondo Lgbti si è dato molto da fare in questi anni, è vero, però mi chiedo se in Italia valga ancora la pena sprecare il fiato. Un tempo, l’arte di grandi artisti omosessuali, come Leonardo o Michelangelo, veniva sostenuta e riconosciuta. Oggi, invece, non c’è più alcun riconoscimento. E comunque, e nonostante tutto, noi continuiamo a combattere e una maledetta primavera sarà sempre dietro l’angolo!

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L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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A ridosso della Giornata mondiale di lotta all’Aids si è tenuto a Napoli presso la  Federico II un seminario di studi promosso dal locale Osservatorio Lgbt di Scienze sociali.

A volere l’incontro Fabio Corbisiero, coordinatore dello stesso organismo universitario e ordinario di sociologia nell’ateneo federiciano, che ne ha così spiegato le finalità: «Attraverso la ricerca sociale possiamo ripensare all’identità della comunità Lgbt del nostro Paese in modo nuovo, a partire dal vocabolario, dalle pratiche e dalle politiche mediante le quali si assiste oggi a un vero e proprio meticciato tra ricerca e militanza che implica un coinvolgimento della soggettività e della capacità di “narrazione empatica” del ricercatore che non può essere raggirata con un semplice richiamo all’oggettività scientifica».

Strutturato in due sessioni (1° L’Osservazione militante. I rischi della circolarità nella ricerca sui movimenti di liberazione sessuale. Seminario di studi e ricerche Lgbt; 2° L’accesso ai servizi sanitari dei migranti e della popolazione Lgbt), il seminario ha visto la partecipazione dei docenti Amalia Caputo, Gabriella Grassia, Marina Marino, Pietro Maturi, Dario Minervini, Eugenio Zito, dell’infettivologo Rosario Ferro e del presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino.

Di particolare rilievo la relazione Tecniche e metodi della ricerca partecipativa in contesto militante Lgbt: dall’osservazione sul campo alla pubblicazione scientifica di Massimo Prearo, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Scienze umane dell’Università di Verona.

Lo studioso ha così dichiarato a Gaynews: «Una delle questioni a cui tento di rispondere attraverso il mio lavoro di ricerca è “Che cosa sono i movimenti Lgbt?”, “Cos’è il lavoro militante?”. E per rispondere a questa domanda mi sono orientato verso un lavoro fondato sugli archivi della militanza per ricostruire la traiettoria storica di questi movimenti, ossia la traiettoria di costruzione di quello che oggi identifichiamo come movimento Lgbt e che è al contempo prodotto e produttore della militanza Lgbt. Dal punto di vista di una sociologia politica quello che mi interessa è identificare gli spostamenti intervenuti nel momento politico della svolta riformista del movimento, e nel mettere in evidenza una trasformazione cruciale per la comprensione delle politiche dell’omosessualità degli ultimi trent’anni, da un lato, e di proporre un modello analitico del movimento sociale come spazio della militanza, dall’altro».

Ha quindi concluso: «L’ipotesi centrale su cui si sviluppa il mio lavoro è che la politicizzazione delle soggettività Lgbt è il risultato di una volontà di affermazione pubblica dell’orgoglio di una minoranza, attraverso un faticoso e quotidiano lavoro di militanza. Le interazioni fra gruppi, collettivi e associazioni danno forma a un fitto reticolato di organizzazioni che nell’immaginario collettivo e militante prende il nome di movimento Lgbt».

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Intellettuale controcorrente. Figura di spicco del movimento liberazione omosessuale italiano. Componente del Mit, Valérie Taccarelli è stata anche la musa di Alfredo Cohen, che in suo onore scrisse il brano Valery. Poi trasformato da Franco Battiato nel celebre Alexanderplatz. Nel Transgender Day of Remembrance l’attivista per i diritti Lgbti ripercorre per Gaynews la genesi d’una canzone divenuta famosa in tutto il mondo grazie all’interpretazione di Milva.

 

Conobbi Alfredo Cohen nel 1977 a Napoli in occasione del suo recital Come barchette dentro un tram. Sapevo benissimo chi fosse: era uno dei fondatori del F.U.O.R.I. Quindi un mio idolo, un mio padre al quale ero grata.

Avevo 15 anni quando lui cominciò a prendersi cura di me, a proteggermi come una figlio/a. L'anno dopo mi fece andare da lui a Roma. Continuavo a girovagare: Bologna, Napoli, Roma. La sua casa in Via della Pace era al quanto disordinata. Iniziai quindi a prendermene cura e lui mi descrisse così: Ti piace di più lavare i piatti poi startene in disparte come vera principessa che aspetta all'angolo come Marlene. Fu allora, infatti, che scrisse Valery. Brano che, musicato da Battiato e Pio, fu inciso sul lato a dell’omonimo 45, il cui lato b fu costituito da Roma. Canzone, questa, bellissima dedicata alla città eterna e a Pier Paolo Pasolini

A onor del vero Valery non ebbe molto successo. Battiato, poi, nel 1981 scrisse un lp per la “pantera di Goro” dal titolo Milva e dintorni, il primo d'una trilogia. Chiese allora ad Alfredo di poter usare Valery, informandolo però che avrebbe cambiato titolo e ritornello.

Alfredo, prima di dire sì, venne a trovarmi a Napoli per chiedermi di dare il brano a Battiato. Io ero ricoverata in ospedale in quel momento. Con me il quel momento c'era il mio "fidanzato" d'allora, che potrebbe testimoniarlo. Alfredo mi spiegò i cambiamenti.  

Io dissi subito sì, aggiungendo che sarei stata onorata che la Divina Milva cantasse la mia canzone. Ecco com’è nata la canzone Alexanderplatz. Milva ne ha poi fatto un suo cavallo di battaglia, portandola in mezzo mondo, cantandola e incidendola in molte lingue.

Ascolta il brano originale Valery

 

 

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Sabato 21 ottobre a Firenze, nella modernissima struttura del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino di Piazza Gui, si è inaugurata con un vernissage a inviti la prima grande mostra dedicata a Paolo Poli, genio dello spettacolo italiano scomparso da poco più di un anno. Realizzata in collaborazione con il Mibact, il Comune di Firenze e il Maggio Musicale Fiorentino, la mostra-album è curata dal critico teatrale Rodolfo di Giammarco e dal compositore Andrea Farri, nipote di Paolo Poli.

Ed è proprio il curatore Rodolfo di Giammarco a proporre, durante la breve presentazione del vernissage, un paragone suggestivo tra Paolo Poli e David Bowie sottolineandone la similarità del sorriso, prova inconfutabile di un medesimo "linguaggio dell'identità". Articolata in 40 monitor come fossero 40 quadri viventi e tecnologici, che restituiscono ai visitatori momenti teatrali ed estratti della storia della carriera di Paolo Poli, la mostra presenta un allestimento davvero contemporaneo che consente al visitatore di percorrere una piacevole maratona lungo l'intera carriera del grande artista fiorentino.

Nel corso della presentazione della mostra, icoordinata dal responsabile della comunicazione del Teatro del Maggio Musicale, Paolo Klun, ha preso la parola anche il sindaco di Firenze Dario Nardella, che, salutando il direttore di Gaynews Franco Grillini seduto in prima fila, ha ricordato l'importanza di Poli anche nell'azione di scardinamento di pregiudizi e stereotipi.

Interessante anche la testimonianza del musicista Stefano Bollani che ha ricordato l'eccezionale personalità del grande artista: "Paolo Poli era uno che faceva esattamente quello che voleva fare - ha sottolineato Bollani -. Non faceva nulla per rompere le scatole, faceva quello che voleva fare senza pensare a quello che bisognava o non bisognava fare"

“Questa è la prima grande mostra dedicata a Paolo a Firenze, e la scelta della città non è casuale - dichiara per Gaynews Lucia Poli - e la particolarità è che tutto il materiale è stato digitalizzato ed è possibile vederlo nel quaranta monitor del percorso. Paolo è stato una grande personalità perché scandalizzava e veniva prima dei suoi tempi. Ha fatto Santa Rita a teatro e, all’epoca, c'è stata un'interpellanza parlamentare. Ha precorso i tempi e molti l'hanno imitato ma non si può imitare Paolo Poli perché lui aveva mille maschere. Dice Nietzsche, se le illusioni e le maschere ci consentono di vivere, liberiamo tutte le illusioni e indossiamo tutte le maschere e lui l'ha fatto"

“Paolo Poli era un maestro e come molti maestri non lascia dietro di sè nessuno. Era unico e non può essere sostituito - aggiunge lo scrittore Stefano Benni, ospite dell'inaugurazione della mostra - questa mostra serve a non dimenticarlo perché non c'è un altro Paolo Poli".

Sarà possibile visitare la mostra “Paolo Poli è…” fino al 6 gennaio 2018 presso il Teatro del Maggio Musicale Fiiorentino, in piazza Vittorio Gui, 1 a Firenze.

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