È iniziata oggi con un’ulteriore gigantografia, come quella contro la legge 194, la campagna nazionale che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) «per il diritto dei bambini a una mamma e un papà», durerà 15 giorni.

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano, Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani uomini raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato e individuati quali genitore 1 e genitore 2. Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

La campagna è finalizzata, nella mente degli organizzatori, a reagire all’iniziativa di sindaci e sindache che hanno disposto la registrazione anagrafica di bambini quali figli di due papà (benché si voglia condannare anche quella di figli di due mamme, dimenticando altresì che la gpa è una pratica cui ricorrono al 90% coppie eterosessuali sterili). A novembre toccherà infatti proprio alla Cassazione pronunciarsi sulla trascrizione d'una atto di nascita estero avvenuta a Trento.

Non sono mancate reazioni all'affissione dei manifesti, uno dei quali è stato strappato a Roma. Gesto che Pro Vita ha subito bollato con aria vittimale «l'intolleranza dei "tolleranti"».

L'iniziativa ha riscosso il plauso di Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Massimo Gandolfini, Diego Fusaro, che sono ricorsi ai motivi della «trasgressione non legiferabile», della «compravendita dei bambini», dello «sfruttamento della donna», della «disumanizzazione del nascituro».

«La nostra iniziativa - ha dichiarato Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell'utero in affitto, perché noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono».

Gli ha fatto eco Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia, col dichiarare: «L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano, perché sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l'utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma».

Nel giugno scorso proprio Generazione Famiglia aveva presentato, insieme con Fondazione CitizenGo (con la quale aveva anche chiesto via mail donazioni per «le spese non indifferenti» delle consulenze legali), cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Non senza una confusione terminologica e concettuale - di cui si è dato nuovamente prova oggi nel comunicato stampa della campagna #Stoputeroinaffitto - da parte delle stesse associazioni ricorrenti, dal momento che l'iscrizione anagrafica di figli o figlie di coppie omogenitoriali riguarda unicamente quelli o quelle di due mamme.

Per quanto riguarda figli o figlie di due uomini, invece, si tratta sempre di trascrizione di atti di nascita esteri come nel caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro), che Generazione Famiglia e Fondazione CitizenGo si ostinano ignorantemente a far passare come iscrizione anagrafica.

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Gaynews è stato il primo giornale a raccontare la storia della 17enne Olimpia che, sostenuta dal coraggio della madre Mariella Fanfarillo, ha visto in luglio coronato il suo sogno di sempre grazie a una sentenza del Tribunale di Frosinone. La rettifica, cioè, dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riattribuzione del sesso.

Di Olimpia, ricevuta con la mamma e il caporedattore del nostro quotidiano dai senatori Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà, si è poi interessata la grande stampa nazionale e, in particolare, La Repubblica. Ed è proprio dal titolo della toccante video-intervista, realizzata da Pasquale Quaranta per l’edizione online del quotidiano di Scalfari, che ha preso spunto Diego Fusaro per scrivere su Il Fatto Quotidiano una riflessione dal titolo Cambiare sesso a 17 anni. Coraggio o vile conformismo?.

Pubblichiami di seguito la risposta di Mariella Fanfarillo:

Egregio dr Fusaro,

nel ringraziarla per l’attenzione che ha mostrato al percorso intrapreso da mia figlia Olimpia - per di più in una giornata, domenica, che la tradizione che tanto difende vorrebbe  dedicata alla famiglia e ai rapporti affettivi – mi sento di dover intervenire per fare chiarezza su alcuni punti.

Non userò i suoi tecnicismi semantici e pseudo-filosofici che tanto ama e che crede possano elevarla al di sopra delle povere masse ignoranti. Userò il linguaggio che più mi si addice e che, mi creda, ottiene migliori risultati. Parlerò la lingua di una mamma che ha visto strumentalizzare il dolore, la sofferenza e il dramma esistenziale della propria figlia transessuale per meri scopi di audience mediatica e tornaconto personale.

Ritengo che l’onestà intellettuale sia, ormai, privilegio di pochi e lei, purtroppo, ha dimostrato di non poter essere annoverato tra questi.

Vede, caro Fusaro, se Lei avesse voluto scrivere un'analisi obiettiva per il suo blog, argomentandola con dati oggettivi e imparziali, al fine di fare una giusta informazione – non necessariamente in accordo con il nostro pensiero –, avrebbe dovuto, per deontologia professionale, interfacciarsi con gli attori di questa vicenda. Ma la deontologia vive in simbiosi con l’onestà intellettuale di cui Le parlavo.

A lei non interessa fare informazione: lei è alla continua ricerca di un tornaconto d’immagine, per raggiungere il quale cavalca qualunque onda possa portarla verso chimerici lidi di fama, facendo leva su ideologie fondate sul nulla. Fortunatamente le leggi in questo Paese non le fa lei e la sua rimane una voce che si confonde nella cacofonia dell’ignoranza.

La voglio coinvolgere solo in un momento della nostra vita personale. Un momento di amore e di supporto da parte di un anziano professore di chimica e biologia alla soglia ormai dei 79 anni. Di fronte al mio disorientamento dovuto al coming out di Olimpia mi ha abbracciata e mi ha detto di non aver paura, perchè la transessualità è sempre esistita in natura, di non pensare alle cause che la originano nell’essere umano. Ma, piuttosto, di pensare alla felicità e alla realizzazione di mia figlia in una società composta, molto spesso, da sciacalli.

Quell’anziano, saggio professore è mio padre. Questa è la famiglia di Olimpia, che Lei non conosce, alla stregua del suo percorso di sofferenza e di dolore ma che si permette di strumentalizzare nella maniera più becera.

Gnothi sautòn, era la scritta - come lei ben m’insegna avendola riportata nella sua riflessione dedicata a Olimpia – sul frontone del tempio delfico d’Apollo. Conoscersi e accettarsi, appunto: questo e null’altro fanno le persone in transizione.

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