Il 17 maggio 2016 il presidente della Puglia Michele Emiliano annunciava l’avvio del percorso istituzionale per la redazione del progetto regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. A poco più di un anno dall’importante dichiarazione abbiamo ragginto Titti De Simone, consigliera politica di Emiliano per l’attuazione del programma, per sapere quali sono i passi compiuti in riferimento al pdl

Quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l'omotransfobia che sarà discussa in Puglia? Quali sono, a tuo parere, le prospettive di successo relativamente al varo di questa legge regionale?

Il disegno di legge, in coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, reca un programma quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale o identità di genere. Purtroppo il quadro discriminatorio in Italia è ancora importante e ciò richiede un intervento di politiche attive a ogni livello di governo. 

Anche alla luce di quanto evidenziato dagli organismi europei, la nostra proposta legislativa intende dettare un corpus  di norme (nell'ambito delle politiche del lavoro, della formazione, dell'assistenza sociosanitaria ad esempio) per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010). 

Ricordo che tale iniziativa legislativa è contenuta nel programma di governo del presidente Michele Emiliano, programma costruito dal basso, in modo partecipativo, votato successivamente dal Consiglio regionale.

Quali sono gli elementi di continuità e di frattura tra questa proposta pugliese e la proposta di legge nazionale che presentò Ivan Scalfarotto?

L'iniziativa della Puglia può essere circoscritta a un campo di competenze esclusive su cui la Regione può intervenire direttamente, non su tutto purtroppo, ma è indispensabile agire, dato che non esiste ancora una norma nazionale. Mi pare che la proposta Scalfarotto fosse diventata un pasticcio, partita in un modo ed è finita peggio, poi alla fine arenandosi definitivamente perché è mancata la spinta dello stesso movimento Lgbt che non si è riconosciuto in quel testo. Ma una norma nazionale è necessaria e deve fare leva sul lavoro culturale ed educativo.

Basterebbe modificare la legge Mancino per fare una cosa giusta. La prossima legislatura vedremo. 

A tuo parere, il possibile varo di leggi regionali contro l'omotransfobia porterà a una pressione "virtuosa" anche a livello nazionale circa l'elaborazione di una legge simile?

Me lo auguro. Credo che come per altre norme in passato (infondo i registri comunali delle unioni civili sono nati molto prima della legge) sia un contributo utile e doveroso. Non è la prima volta che una Regione approva norme che mancano a livello nazionale e che poi si rivelano apripista. Noi in Puglia, ad esempio, abbiamo approvato la legge sulla partecipazione come la Toscana e abbiamo istituito il Reddito di dignità. 

Sono passati diversi anni da quando tu hai iniziato le tue battaglie politiche da donna lesbica dichiarata. Com'è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbt? È più o meno omotransfobico?

È un paese ancora molto omotransfobico. Anche se la visibilità delle persone Lgbt è enormemente aumentata e questa è stata la più grande rivoluzione per noi e per la cultura del Paese. Ma la strada è ancora lunga. Siamo un Paese ancora molto sessista con il grande tema del femminicidio e della violenza di genere, che è la radice di tutte le violenze fondate su una cultura dello stereotipo di genere e del machismo. Occorre una grande rivoluzione culturale, una nuova stagione dei femminismi per ripensarci e riaffermare libertà e autodeterminazione. Invece si danno per scontato troppe cose. 

E, infine, in un'intervista rilasciata a Daniela Gambino, ricordo che affermasti di sentirti più "accolta" come lesbica in Sicilia che in alcune terre del Nord Est. Credi ancora che ci sia questa frattura tra un'Italia più inclusiva e una meno inclusiva?

Esiste ovunque un pezzo di Paese retrivo, spaventato e chiuso. Come la storia del parcheggio riservato alle neo mamme ma vietato alle lesbiche. Questo Paese va cambiato e per cambiarlo bisogna lottare, lottare ancora molto. Lo dico sopratutto ai giovani: bisogna tornare all'impegno politico nel movimento, non abbiamo ancora conquistato i nostri diritti. 

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Anche la Regione Abruzzo si prepara a discutere una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di gente. Il testo, preparato da Articolo 1, è stato presentato da Marinella Sclocco, assessora regionale con delega alle Politiche sociali, e da Mario Mazzocca, sottosegretario alla presidenza della Giunta regionale. Il progetto di legge segue l’organizzazione di una serie di tavole e dibattiti, a cui hanno partecipato le associazioni Lgbti abruzzesi e le istituzioni. Esso ricalca sostanzialmente quello presentato e recentemente approvato in Umbria.

Ne parliamo nel dettaglio con Leonardo Dongiovanni, presidente di Arcigay L’Aquila.

Leonardo, quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l’omotransfobia che sarà discussa in Regione Abruzzo?

In sostanza, nei limiti delle proprie competenze, la Regione Abruzzo, in ottemperanza agli articoli 2, 3 e 21 della Costituzione e 2 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, discuterà il varo di una legge regionale che vuole rispondere alle esigenze della comunità Lgbti in fatto di tutela e prevenzione relativamente alle aggressioni omotransfobiche. Nella proposta di legge è prevista anche l’introduzione di un Osservatorio regionale sulle discriminazioni di genere e sull’omofobia e la possibilità per la Regione di costituirsi parte civile in casi di violenze omotransfobiche di particolare rilevanza e impatto sociale.

Quali sono gli elementi do continuità e frattura tra questa proposta di legge regionale e quella nazionale firmata da Ivan Scalfarotto?

Il confronto con la proposta di legge Scalfarotto è inappropriato perché non si può paragonare una legge nazionale e una regionale in quanto sono diverse le competenze. Certo, come per l’elaborazione della “Scalfarotto”, dobbiamo tenere conto che, anche nel nostro caso, questa proposta di legge deriva da una serie di incontri con le istituzioni e le forze politiche in modo tale che possa essere approvata da un’ampia maggioranza. Nella proposta di legge Scalfarotto si arrivò però a un livello di mediazione talmente eccessivo che probabilmente è stato meglio che quel ddl non sia mai diventato realtà perché avrebbe costituito soltanto un rallentamento rispetto alle reali esigenze della comunità Lgbti. È singolare che nel 2017, in un Paese europeo, si debba trovare sempre un contentino e si debba sempre ampliare lo specchio dell’approvazione per portare avanti le nostre battaglie.

Credi che il dibattito a livello locale possa accelerare anche una discussione a livello nazionale?

Io sono convinto che, attraverso questa serie di provvedimenti regionali, si possa stimolare il dialogo nazionale. D’altronde è stato così anche per le unioni civili. Si parte dal piano più basso delle amministrazioni locali e si arriva in parlamento.È una strategia vincente. Certo anche per le unioni civili abbiamo dovuto accettare delle mediazioni che hanno abbassato il livello delle nostre aspettative e della nostra soddisfazione. Cioè non abbiamo ancora raggiunto la vera uguaglianza tra persone omosessuali e persone eterosessuali. Detto questo, sollevare un dibattito nazionale è certamente utile, visto l’attuale situazione parlamentare che non è certo  delle più favorevoli. Quindi, le proposte di legge regionali rappresentano un momento importante per dare risposte almeno a livello territoriale.

Di fatto, in assenza di determinati presupposti, queste leggi regionali possono dar voce e dignità a quelle persone Lgbti che vivono in territori più esposti alle violenze e alle discriminazioni.

Sono passati diversi anni da quando hai iniziato le tue battaglie per la comunità Lgbti. Come è cambiato il nostro Paese in questi ultimi anni?

Sono cinque anni da quando ricopro la mia carica in Arcigay e di cambiamenti ne ho visti e vissuti tanti. Quando ho mosso i primi passi nella militanza erano i tempi del berlusconismo, che speriamo non torni. Il Paese è cambiato e, anche rispetto alle unioni civili, abbiamo visto un Paese unito ma diviso al tempo stesso. Tutto il dibattito che abbiamo vissuto in quei giorni, anche all’interno delle associazioni, è stato infarcito – a mio parere – da un eccessivo buonismo e proprio per questo oggi dobbiamo essere motivati a rivendicare le istanze del matrimonio egualitario e di una legge contro l’omotransfobia.

Io non ho una grande fiducia nei confronti della politica istituzionale e ritengo che all’interno di questo percorso tutte le persone Lgbti debbano ricordare le proprie origini e ricordare tutte quelle persone che con la propria lotta ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, evitando di essere troppo blanditi dalle carezze di una politica a cui interessa solo il nostro consenso. Ed è per questo che le persone Lgbti dovrebbero fare fronte compatto contro questa fascistizzazzione dilagante nel nostro Paese. Fascistizzazione che temo possa presto coglierci impreparati.

In conclusione, io credo che noi attivisti Lgbti abbiamo una grande responsabilità: arginare i processi di normalizzazione  e volgarizzazione delle nostre battaglie. Questo è ciò che dobbiamo evitare a tutti i costi, sperando in tempi migliori.

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Il caso della coppia di giovani napoletani, respinti dalla Casa Vacanze Ciufo di Ricadi (VV) perché gay, è stato uno dei primi di una lunga serie di atti discriminatori che, attuati da strutture turistiche da un capo all'altro dell'Italia, hanno caratterizzato l'estate 2017. Un segnale positivo sembra però arrivare proprio dalla Calabria, dove in giugno è stato depositato un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. 

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente l'avvocato Lucio Dattola, presidente del comitato provinciale di Arcigay I Due Mari di Reggio Calabria.

Lucio, il caso di Casa Vacanze Ciufo, di cui a livello giornalistico ha parlato per primo Gaynews, ha portato all’attenzione l’emergenza omotransfobia in Calabria. Che cosa ne pensi?

Penso che si tratti di una dimensione esistente ma né più né meno che nelle altre regioni. Il primo incontrovertibile dato relativo al territorio di Vibo Valentia e di Ricadi, in particolare, è che questa è una realtà nella quale si deve lavorare costantemente, seriamente, con competenze specifiche e obiettivi chiari. Ma c’è anche da dire che in questi ultimi mesi Ricadi, Vibo Valentia e la Calabria tutta sono state descritte al mondo per come era più facile vederle e non per la ricchezza e le potenzialità che hanno. E questo, lo dico da calabrese, è svilente. Sono tanti i punti dolenti della nostra Calabria ma sono infinitamente di più i segni di onestà, accoglienza e legalità.

Come si è caratterizzato l’impegno contro l’omotransfobia da parte del comitato reggino di Arcigay, di cui sei presidente?

Tante le iniziative promosse. Mi piace però menzionare il Progetto Armellini che, conclusosi nel giugno scorso e incentrato sui temi del bullismo omofobico, della discriminazione e della violenza causate da orientamento sessuale e identità di genere, ci ha dato la possibilità di realizzare nove laboratori, lavorando con 20 insegnanti per l’organizzazione specifica della formazione diretta agli studenti. Abbiamo incontrato e ci siamo confrontati con circa 400 studenti durante le 60 ore svolte. Proprio a Vibo Valentia abbiamo lavorato nella scuola media Garibaldi.

Un segnale importante arriva anche dalla Regione Calabria che, come la Campania e la Puglia (per restare al Sud), ha intrapreso l’iter per giungere a una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. Che cosa ne pensi?

Sì, indubbiamente è un segnale importante. La proposta di legge calabrese n. 251/10 (X legislatura) è stata depositata il 22 giugno 2017 alla terza Commissione del Consiglio Regionale. Spiace però rilevare come si sia venuti a conoscenza del fatto dai giornali. Inutile dire che nessuno dei proponenti ha sentito la necessità di confrontarsi con tutta la base prima di depositare il testo, peccando di presunzione o di leggerezza. Infatti, differentemente da quanto è avvenuto o sta avvenendo in ogni regione italiana che sta lavorando a una legislazione interna contro l'omotransfobia, qui in Calabria non è stato valutato necessario il confronto con tutta la realtà Lgbti. Quella realtà, cioè, che quotidianamente lavora nel settore e che è l'unica a poter consegnare e chiarire i dati raccolti sulla realtà calabrese, in modo da poter arrivare a una legge che risponda alle esigenze di questa terra.

Dalla lettura del testo depositato che idea te ne sei fatto?

Ritengo che ci siano punti poco chiari. Come, ad esempio, l'indicazione dei centri per l'impiego chiamati al monitoraggio delle discriminazioni sul lavoro, non includendo invece l'Ufficio della Consigliera di Parità Regionale; l'ampliamento delle competenze dell'osservatorio regionale sulla violenza di genere senza la previsione di un componente  formato sulle discriminazioni diverse da quelle di genere e nemmeno la formazione dei componenti dell'osservatorio sulla specifica tematica; la previsione economico-finanziaria, minima e diretta in maggior parte alla sponsorizzazione della legge a discapito di formazione e continuità. Tante, poi, le azioni concrete che potrebbero essere previste e che mancano: dalla difesa processuale delle vittime al risarcimento danni, dall’accoglienza al sostegno.

Secondo te, oltre a una specifica legge regionale, che cosa c’è da fare contro l’omotransfobia in Calabria?

Credo che siano principalmente quattro le cose da fare: 1) attuazione di politiche che possano agevolare l’emersione delle persone gay e di sostegno al coming-out; 2) formazione e partecipazione vera: insomma, la presenza, il metterci la faccia della classe politico-istituzionale calabrese, ancora troppo timida nelle azioni non certo nelle dichiarazioni perché possa comprendere la realtà Lgbti presente in Calabria; 3) costruzione di reti trasversali tra il mondo della cultura, del turismo, del lavoro dedicate e formate in modo da tutelare i soggetti a rischio di discriminazione; 4) implementazione e consolidamento dei rapporti tra mondo della formazione, università e scuola a tutti i livelli e realtà Lgbti.

In conclusione i dati ci sono, le competenze anche, gli operatori non mancano e le proposte sono chiare e contribuiscono a creare una Calabria, forse anche un’Italia migliore. Abbiamo il diritto/dovere oggi più di prima, di sentirci orgogliosi del nostro essere persone Lgbti e calabresi.  

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Depositata e prossima all’approvazione durante la mia passata consiliatura (2010-2014), la nuova proposta di legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere è stata presentata a fine agosto a Reggio Emilia. Giovedì se ne parlerà a Bologna nel corso della Festa dell’Unità.

Ma che cosa prevede nello specifico questa proposta di legge che - è bene ribadirlo - non è di natura penale in quanto le misure di contrasto all’eventuale reato di omo-transfobia sono di competenza del Parlamento?

In coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, il progetto di legge reca un programma-quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale e dalla loro identità di genere.

A livello europeo, l’articolo 10 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), da leggere in combinato disposto con gli artt. 1 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, vieta qualsiasi discriminazione basata, tra l’altro, sull’orientamento sessuale.

Oltre alla stigmatizzazione dei comportamenti a stampo discriminatorio contenuta nelle citate carte europee fondamentali, il Parlamento europeo è intervenuto con diverse risoluzioni al fine di condannare i fenomeni di avversione e odio irrazionale nei confronti delle persone omosessuali, transessuali, transgender e intersessuate: segnatamente, le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere “si manifesta[no] nella sfera pubblica e privata sotto diverse forme, tra cui incitamento all’odio e istigazione alla discriminazione, scherno e violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e uccisioni, discriminazioni a violazione del principio di uguaglianza e limitazione ingiustificata e irragionevole dei diritti, e spesso si cela[no] dietro motivazioni fondate sull’ordine pubblico, sulla libertà religiosa e sul diritto all’obiezione di coscienza” (risoluzione n. 2657 del 24 maggio 2012).

Sulla base di tale presupposti, il Parlamento europeo, anche censurando le leggi penali ed amministrative che in alcuni Paesi sanzionano la libera autodeterminazione ed espressione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere (Russia, Ucraina, Moldova, Lituania, Lettonia, Ungheria), ha “condanna[to] con forza tutte le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” (risoluzione cit.), auspicando che gli Stati membri garantiscano l’effettiva libertà di espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere quale esplicazione del pieno sviluppo della persona umana.

Nonostante la normativa internazionale ed europea, nonché alcuni eterogenei interventi a livello nazionale soprattutto in materia di politiche del lavoro e inserimento professionale, la situazione sociale risulta particolarmente preoccupante a livello internazionale, nazionale, regionale e locale: episodi di violenza fisica, incitamento all’odio (spesso tramite la rete) anche da parte di rappresentanti istituzionali, dichiarazioni di intolleranza da parte di esponenti religiosi rappresentano segnali inequivocabilmente allarmanti sulla diffusione delle discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, specie contro persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, transgender e intersex (Lgbti).

Ciò che è ancora più drammatico e preoccupante è che tale contesto discriminatorio induce le persone colpite a condotte suicidiarie o comunque all’adozione della strategia della “invisibilità” come forma di sopravvivenza che però si traduce in un annullamento fisico, psichico e sociale della persona. In tal senso, ricerche condotte in numerosi Paesi europei (Polonia, Portogallo, Malta, Lituania, Regno Unito, Italia, Slovenia, Lettonia, Germania, Slovacchia, e Francia) evidenziano che un numero significativo di persone cela il proprio orientamento sessuale addirittura ai propri familiari e parenti per evitare di subire forme di discriminazione in famiglia, con tutte le conseguenze emotive ed economiche (su tutte, l’allontanamento dall’abitazione) che ne possono derivare.

Il panorama discriminatorio sommariamente delineato, richiede un intervento di politiche attive ad ogni livello di governo, cogliendo l’esortazione contenuta nel report del 2009 Omofobia e discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere negli Stati membri dell’Unione europea: “Per combattere in modo efficace le violazioni dei diritti fondamentali occorre in primo luogo un fermo impegno politico nei confronti dei principi della parità di trattamento e della non discriminazione. I leader politici (…) devono adottare una posizione ferma contro l'omofobia e la discriminazione nei confronti delle persone LGBT e dei transgender, contribuendo in tal modo a un cambiamento positivo degli atteggiamenti e dei comportamenti pubblici.”. L’Agenzia europea individua, altresì, i settori maggiormente sensibili nei quali è necessario attivare programmi e interventi correttivi delle “storture discriminatorie”: lavoro, istruzione, cura e assistenza sanitaria, cultura e mass media.

Anche alla luce di quanto evidenziato dall’organismo europeo, con il progetto di legge in esame si intende dettare un corpus  di norme a carattere principalmente programmatico per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione (articolo 1).

Ciò, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Piemonte (legge regionale n. 12 del 2016), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017).

L’articolo 2 promuove specifiche politiche del lavoro, di formazione e riqualificazione professionale nonché  per l’inserimento lavorativo, oltre che istituti volti a garantire la parità di accesso al lavoro.

L’articolo 3 prevede che la Regione promuova attività di formazione e aggiornamento per gli insegnanti e per tutto il personale scolastico, nonché per i genitori, in materia di contrasto degli stereotipi e dei ruoli di genere e di prevenzione del bullismo motivato dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.

L’articolo 4 prevede che la Regione promuova, nell'ambito dell'attività di formazione del personale dei suoi uffici ed enti, l'adozione di modalità comportamentali ispirate al rispetto per ogni orientamento sessuale o identità di genere.

L’articolo 5 prevede la promozione, anche mediante la collaborazione con le associazioni e le organizzazioni del “terzo settore”, di eventi socio – culturali che diffondano la cultura dell’integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare i cittadini al rispetto dei diversi stili di vita così come caratterizzati anche dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

L’articolo 6 dispone interventi in materia socio - assistenziale e socio – sanitaria di informazione, consulenza e sostegno in favore delle persone omosessuali, transessuali, transgender e intersessuate, nonché delle loro famiglie.

L’articolo 7 prevede la sensibilizzazione delle aziende operanti sul territorio regionale affinché si dotino delle certificazioni di conformità agli standard di responsabilità sociale.

L’articolo 8 prevede che la Regione promuova il soccorso, la protezione, il sostegno e l’accoglienza alle vittime di discriminazione o di violenza commesse in ragione del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere.

La Regione persegue tale obiettivo anche mediante l’istituzione sul territorio regionale di centri e case anti - discriminazione e anti - violenza, inclusi punti di accoglienza qualificati nonché di punti di ascolto e di emersione della discriminazione o della violenza, in coerenza con la normativa regionale vigente.

L’articolo 9 prevede che la Regione operi per garantire a ciascuna persona parità d'accesso ai servizi tanto pubblici quanto privati e per il principio in base al quale le prestazioni erogate da tali servizi non possono essere rifiutate in ragione dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere

L’articolo 10 disciplina le funzioni di osservatorio demandate alla Regione, consistenti: nella raccolta ed elaborazione delle buone prassi adottate nell’ambito del lavoro pubblico e privato; nella raccolta dei dati e nel monitoraggio dei fenomeni legati alla discriminazione dipendente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

Da precisare che la disposizione in esame disciplina e devolve alla Regione una funzione, non prevede invece l’istituzione di nessun nuovo organismo: ciò, per evitare ulteriori costi a carico del bilancio regionale con l’istituzione dell’ennesimo organismo ad hoc.

Lo stesso articolo disciplina le funzioni del Corecom, prevedendo che tale organismo di garanzia effettui la rilevazione sui contenuti della programmazione televisiva e radiofonica regionale e locale, nonché dei messaggi commerciali e pubblicitari, eventualmente discriminatori rispetto alla pari dignità riconosciuta ai diversi orientamenti sessuali o all’identità di genere della persona.

L’articolo 11 prevede che, nei casi di violenza commessa contro una persona a motivo dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere, la Regione possa costituirsi parte civile, devolvendo l’eventuale risarcimento a sostegno delle azioni di prevenzione contro la violenza.

L’articolo 12 dispone che l'Assemblea legislativa regionale eserciti il controllo sull'attuazione della legge e ne valuti i risultati ottenuti per il superamento delle discriminazioni e per la prevenzione e il contrasto alla violenza, motivate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere.

L’articolo 13 cristallizza la norma finanziaria.

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Enzo Cucco è il presidente  dell’Associazione Certi Diritti. Associazione che ha al centro la laicità, la libertà, la democrazia ed è da da sempre impegnata per i diritti di tutti  coloro che hanno sofferto abusi, discriminazioni e violenze a causa della propria sessualità. 

Enzo, credi che tra ciò che accade in Cecenia alle persone Lgbti e ciò che accade nel nostro Paese sulla grande questione dello ius soli ci sia un filo rosso preoccupante?

Il filo rosso lo vedo soprattutto nell’atteggiamento che hanno i rappresentanti istituzionali del nostro Paese. Presidente della Repubblica, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri hanno avuto modo di vedere Putin in questo periodo e nessuna parola è stata pronunciata sui diritti umani calpestati dalla Russia o sulla situazione dei gay in Cecenia. Macron, Merkel e la stessa Mogherini si sono comportati in modo diverso: almeno glielo hanno ricordato a Putin. O, almeno, così hanno affermato pubblicamente in conferenza stampa pubblicamente. I nostri no. Ed è facile immaginare che dietro le grandi questioni politiche, che di solito si sollevano in queste situazioni, si celano interessi economici precisi. Come se i diritti umani possano essere barattati con un po’ di petrolio. Sono scandalizzato da questo atteggiamento ma non stupito. È la politica estera italiana in generale che usa il doppio registro: voce grossa con i deboli (vedasi il Messico) ed afonia nei confronti dei potenti. Eccolo il filo rosso più pericoloso.

Ogni anno si apre il dibattito sui Pride. C’è chi afferma che soni finiti i tempi  dei Pride colorati e delle piume al vento. Che cosa ne pensi?

Si tratta d'un'enorme falsità. Sono le stesse persone che dicevano che il Pride fosse superato anche allora. Anche, quando lo facevano in splendida solitudine alla fine degli anni ‘70 e all’inizio degli anni ’80. Falso, perché è ancora essenziale il tema che era ed è al centro dei Pride: l’orgoglio ovvero la possibilità di vivere apertamente la propria sessualità senza che venga considerata peccato o malattia. O, peggio ancora, un “costume diverso che non ha bisogno di ostentazione”. Contro tutti i conformismi. Ma tutti tutti, compresi quelli dei gay e delle lesbiche.

Son  passati  molti anni dalle prime  manifestazioni degli anni ’70 per i diritti delle persone Lgbti. Oggi quei messaggi hanno ancora  un  valore o sono superati dalla storia, soprattutto, con l’emanazione della legge sulle unioni civili? 

Lo abbiamo detto sempre. La legge sulle unioni civili è solo un passo avanti verso la piena uguaglianza che è, e non può che essere, il nostro obiettivo finale. Uguali di fronte alla legge, perché le differenze di fronte alla legge su questi temi non sono giustificate dalla scienza, dalla società, dalla cultura. E non parliamo sulla morale che in quanto tale, per chi è liberale, è sempre e soltanto individuale e non può essere imposta per legge. Ogni posizione contraria giustifica, consapevolmente o no, la discriminazione. Sembra un controsenso ma questa legge, pur essendo un passo avanti, sancisce una differenza di trattamento, una discriminazione. Meno sensibile per le coppie omosessuali senza figli, più grave per quelle che li hanno. Ma sempre di differenza immotivata, quindi di discriminazione, stiamo parlando.

Negli ultimi mesi c’è stata una grande polemica sollevata dalla trasmissione Le Iene per un progetto approvato dall’Unar in tema di lotta alle discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale. Insomma, il caso Andoss. È per te solo una questione scandalistica o ci racconta altro?

Non voglio tornare sulle questioni relative al tipo di comunicazione che fanno Le Iene. Mi sembrano gravi due cose, però, di cui quasi nessuno parla apertamente: il perché ci siano associazioni che ritengono che Anddos non abbia diritto ad accedere ai finanziamenti di Unar e il futuro di Unar stesso.

Del primo nessuno ha mai spiegato perché gestire saune sia disdicevole per chi chiede di accedere ai fondi Unar. Ma vale solo per le saune affiliate ad Anddos? La stesso Anddos, comunque, sembra aver fatto un passo indietro, avendo scelto di ritirare il progetto a suo tempo finanziato per togliere dall’imbarazzo l’Unar che non aveva motivi formali per ricusarlo, se non ritirando tutto il bando nazionale e facendo incavolare (con qualche ragione in verità) tutte le altre associazioni.

Sul secondo: nessuno più parla realmente dei compiti dell’Unar, dei suoi mezzi e delle sue potenzialità. Nessuno è realmente preoccupato da questo immobilismo che ormai dura da mesi, ben da prima delle dimissioni dell’ultimo direttore. Nessuno dice più che la Rete nazionale antidiscriminazioni è paralizzata da un Governo che dopo il caso Meloni e quell’insulto all’intelligenza che è la guerra al gender, si è talmente impaurito che ha bloccato tutto. Ho sentito poche voci e, anche molto generiche, su questo tema. Insomma, le solite generiche dichiarazioni. Mentre invece le associazioni mi sembrano molto interessate a sapere chi siederà su quella poltrona.

Se dovessi  fare una critica al mondo dell’associazionismo Lgbti, quale  approccio ne rappresenta la maggior debolezza sul piano della lotta alle discriminazioni?

Credo che la cosa più significativa che stia capitando è il sostanziale abbandono della politica di qualche anno fa che metteva insieme le associazioni che, a diverso titolo, si occupano di diritti umani in Italia. Cild è un esempio molto positivo e interessante su questo terreno o su specifiche questioni (il Rapporto Italia per l’Onu) ma vedo grande timidezza e autoreferenzialità delle associazioni. Potrei sbagliare, e spero di farlo, ma vedo che alla prova dei fatti le associazioni sono riluttanti nel delegare interamente a Cild quei poteri di cui ha bisogno. Faccio un esempio per farmi capire: per discutere del futuro di Unar, per esempio, al ministero sono stati molto più sensibili alle posizioni espresse da alcune associazioni. Che senso ha? Che conseguenze ha questa frammentazione per un Paese che fa un sacco di difficoltà a costituire e rispettare realtà di secondo livello? Posso anche essere più esplicito, giusto per farmi capire: se il ministro chiedesse alle associazioni cosa ne pensano del futuro di Unar, chi delle associazioni italiane è in grado di rispondere che esiste una posizione comune nella quale ci si riconosce, che è quella di Cild? E, incontrando Cild, al ministero hanno incontrato tutti?

Questo Paese sembra aver messo da parte da tempo l’idea della costituzione di un’agenzia indipendente per la lotta alle discriminazioni. Secondo te è problema  più culturale o una  scelta  dei policy makers, che su  questi  temi preferiscono avere campo  libero ?

Esiste una situazione italiana specifica su questo tema: la sostanziale non volontà di costituire un’agenzia indipendente per i problemi che essa può creare. E l’interesse personale di alcuni dei nomi più noti nell’ambito dei diritti umani, che ritiene di dover disegnare sui propri destini personali il Progetto di agenzia indipendente. Ovviamente la prima causa è di gran lunga la più pesante sulla nostra situazione, ma non sottovaluterei la seconda. Io che sono un inguaribile ottimista penso che dalle crisi possa sempre nascere un guizzo di novità positiva. E quindi non ho smesso di sperare che dalla crisi dell’Unar, che stiamo tutti vivendo, possa nascere qualcosa di nuovo. Ma non vedo segnali. O gli stessi sono talmente impalpabili e poco verificabili che non me ne sono accorto.

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