Non si placano le polemiche sul ddl che, relativo all’affido condiviso, vede come primo firmatario il senatore leghista e “papista” – seconda una di lui stessa autodefinizione – Simone Pillon.

Un disegno di legge che, secondo Linda Laura Sabbadini, «è un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili. Uccide la genitorialità, quella vera, del cuore e della responsabilità. Uniamoci tutti. Indietro non si torna».

Tra le tante persone che hanno mosso un duro j’accuse al ddl Pillon anche l’avvocata Andrea Catizone, responsabile del Dipartimento Pari Opportunità del Pd.

L’abbiamo raggiunta per conoscerne meglio le valutazioni

Avvocata Catizone, la sua è stata una delle prime voci critiche nei riguardi del ddl Pillon. Che cosa non le piace?

È un provvedimento che riesce a violare contemporaneamente una serie di diritti acquisiti dalle varie parti coinvolte nella fase, spesso drammatica per gli adulti e traumatica per i figli, della separazione tra i coniugi. Ma oltre a contenere delle norme che non passerebbero il vaglio di disposizioni di rango superiore, come la costituzione ad esempio, è l’impianto culturale sottostante che non può essere accettato, perché si fonda su un’idea non egualitaria nel rapporto affettivo tra le persone e ripatrimonializza le relazioni umane contro una tendenza che, invece, vuole superare questa concezione e mettere al centro la vita e non il portafoglio tra chi ha avuto un legame di tipo affettivo. Oltre alla pericolosità di certe disposizioni lì contenute è proprio la concezione della famiglia e delle relazioni umane che mi preoccupa maggiormente. Con la separazione vi è un impoverimento di tutto il nucleo familiare e non è certo acutizzando un rapporto conflittuale che si risolve questa situazione di disagio.

Si dovrebbero, al contrario prevedere delle misure fiscali per agevolare la costituzione di nuovi nuclei familiari, soprattutto in presenza di minori, in seguito alla separazione, consentire delle detrazioni fiscali per esempio della somma data come mantenimento dal coniuge economicamente più forte, consentire locazioni agevolate e un accesso alle abitazioni meno faraggionso e che tenga conto della reale situazione economico-patrimoniale delle persone che interrompono un progetto di famiglia e intendono costituirne uno nuovo.

Il senatore leghista ha parlato del suo disegno di legge come finalizzato alla tutela dei minori. Da esperta di tale settore che cosa ne pensa?

I minori sono tutelati nel sistema giuridico al di là e meglio di quanto il ddl Pillon paventi, perché godono oggi di uno statuto giuridico che li fa assurgere a soggetti di diritto svincolati dalla necessaria preminenza delle figure genitoriali. Non è certo facendoli transitare da una casa ad un’altra che li tuteliamo meglio, ma prevedendo delle forme di assistenza che siano in grado di provvedere ai loro bisogni soprattutto in condizioni di conflittualità. Per esempio le decisioni dei giudici non sempre sono in linea con le specificità di quella famiglia e anche il ricorso ai servizi sociali richiede uno sforzo ulteriore da parte dell’autorità giudiziaria, oltreché una necessaria riforma degli attori istituzionali che intervengono in questa materia. Ad esempio la formazione e la composizione dei servizi sociali nel nostro paese era pensata in una società dove le esigenze erano diverse e dove il conflitto era nascosto e risolto mediante l’assunzione di decisioni unilaterali di una società in cui i ruoli dei padri e delle madri e delle famiglie erano differenti

Contro il ddl sono state soprattutto le donne a reagire. Da responsabile del Dipartimento Pari Opportunità del Pd perché, a suo parere, esso danneggerà soprattutto le donne?

Le donne oggi hanno un ruolo molto diverso nella società e nelle famiglie. Resta prevalente la presenza della donna nelle funzioni di cura delle persone e delle cose che riguardano le relazioni e scapito di una progressione professionale che, invece dovrebbe essere agevolata. Non esistono norme giuridiche che dicono di mantenere la donna, sia ben chiaro, ma leggi che prevedono una forma di aiuto per il coniuge economicamente più debole e se i dati dimostrano che ancora oggi questa figura corrisponde con quella femminile dobbiamo allarmarci perché ciò accade ancora e non puntare il dito contro le donne fannullone e mantenute.

Serve un processo di ripensamento del ruolo della donna in tutti gli ambiti e in chiave moderna, anche considerando che gli uomini oggi sono molto più attenti a quello che succede intorno a loro e nel rapporto con la prole e che serve un reciproco patto tra i generi per migliorare le condizioni di vita. Nella mia vita professionale di avvocato di famiglia vedo tante donne che per orgoglio e dignità personale rinunciano all’assegno di mantenimento e fanno crescere rinunciando a tutto, i propri figli. Poi nel mucchio c’è di tutto indubbiamente, ma dipingere oggi la donna come una che vuole necessariamente trarre lucro dal matrimonio non è giusto e non corrisponde alla verità della società.

Nel corso d'un'intervista a La Stampa Pillon ha parlato di aborto come realtà da impedire alle donne. Alla luce anche di dichiarazioni dello stesso attinenti alla fede quale fattore pubblico, che cosa si cela in questo gandolfiniano di ferro da un punto di vista culturale e concettuale?

Sull’aborto c’è una visione del tutto irrealistica, perché non esiste una donna che pratichi l’interruzione volontaria di gravidanza con leggerezza e disinvoltura e i dati dimostrano che diminuiscono sempre di più in termini percentuali. Sono esperienze che restano nella vita e nell’animo di ogni donna che vi ha dovuto ricorrere, ma mettere in discussione leggi che permettono di determinare la propria vita e di assumere autonomamente delle decisioni lo trovo realmente incomprensibile. Oggi non è quello il problema del nostro paese, ma semmai è che nascono sempre meno bambine e bambini e che non esiste un sistema di welfare adeguato a permettere alle famiglie di generare.

Allora il governo si preoccupi di attuare misure di tutela dei minori e di aiuti alle famiglie realmente, non alzando sempre polvere per annebbiare l’orizzonte sui problemi reali che la quotidianità solleva. Io come avvocato di famiglia parlo tutti i giorni con i padri e con le madri e dai loro racconti saprei indicare un’agenda di priorità che con questa visione medievale della vita non ha nulla a che vedere.

Il tema dell’omosessualità, declinato in tutte le sue sfumature compresa l’omogenitorialità, è una delle ossessioni di Pillon. Che cosa risponderebbe a chi nega l’esistenza di coppie omogenitoriali e vorrebbe abrogare le unioni civili?

Una delle prime cose che ha detto questo governo è che avrebbe messo mano alla legge sulle unioni civili facendo impallidire ogni essere umano che ogni mattina si sveglia nel ventunesimo secolo. Quella legge non si tocca e non permetteremo che sia messa in discussione in nessun punto perché è già stata il frutto di un compromesso, per certi versi anche al ribasso, di alcuni aspetti di regolamentazione delle relazioni affettive tra gli esseri umani. La mentalità del senatore Pillon genera delle gigantesche violazioni di diritti fondamentali degli esseri umani e peggiora la qualità di vita di ciascuno di noi. Io non voglio vivere in una società e in un paese in cui è di nuovo vietato riconoscere dei diritti a chi si ama e mi spaventa chi afferma, come Pillon che offrirà somme di denaro ingenti per chi rinuncia ad abortire - la libertà non si compra caro senatore!- o che alla domanda sul matrimonio gay risponde “quale matrimonio gay, non esiste perché la famiglia è quella naturale. Se intende le unioni civili, le abolirei” perché vuole disegnare un modello di società dal quale con tanta fatica siamo riusciti ad uscire e che non vorremmo mai, mai, mai più riproporre.

Ci ripensi onorevole Pillon, se vuole andiamo a fare una passeggiata insieme la mattina nei tribunali civili dove la gente si separa, nelle scuole dove vengono educati i nostri figli e nei supermercati… sarà sorpreso da una società più bella e più ricca in cui chi si ama può esprimere liberamente il proprio sentimento senza doversi rinchiudere o vergognare. Di naturale ci sono solo i diritti fondamentali delle persone che lei calpesta ogni giorno.

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Negli ultimi giorni l’attenzione di tante persone sarde è stata attirata da una lettera aperta pubblicata sui social da Maria Alexandra Tronci, che era stata rimproverata dalla proprietaria di un bar di Pirri (frazione di Cagliari) perché si scambiava gesti d’affetto con la sua compagna

Le parole della donna sono in breve tempo rimbalzate al punto tale da interessare anche la stampa regionale L’Unione Sarda.

Contattiamo Maria Alexandra Tronci per sapere qualcosa in più su questa vicenda.

Maria Alexandra, cos’è accaduto di preciso?

Io e la mia compagna frequentavamo il Mondo Bar di Pirri da circa due mesi e infatti chi ci lavora conosceva bene i nostri gusti. Per esempio tutti sapevano che siamo vegane e noi non avevamo nessun problema con la clientela. Comunque io e la mia compagna abbiamo avuto sempre un comportamento tranquillo ed educato senza mai rinunciare ai nostri reciproci gesti d’affetto. Invece, martedì scorso, la proprietaria di Mondo Bar si è avvicinata al tavolino dove eravamo sedute e ci ha richiamato in maniera infastidita sostenendo che i nostri atteggiamenti non erano decorosi e aggiungendo la sua preoccupazione per i bambini che ci avessero visto. Io sono rimasta senza parole perché non avevamo mai avuto problemi in quel posto.

La mia compagna ha provato a risponderle, facendo notare che, se qualche bambino avesse visto, avrebbe osservato due persone che si vogliono bene. Comunque, io ho pagato il conto e, in maniera ironica ma cortese, ho fatto notare che non sarei mai più tornata in quel bar. Poi, una volta rientrata a casa, ho scritto la mia recensione sulla pagina di Mondo Bar, raccontando l’accaduto. Ho notato subito una grande partecipazione e una grande solidarietà verso di me. Però quelli del locale hanno bloccato la possibilità di scrivere commenti. Allora ho scritto una lettera aperta di riflessione su una pagina Facebook che si interessa di recensire Bar e baretti di Cagliari. In seguito, la mia lettera aperta è diventata virale e le testate locali se ne sono rese conto.

Come hai reagito a questo improvviso interessamento della stampa?

Pensa che non me ne ero neppure resa conto! In particolare mi ha dato molto fastidio che la giornalista de L’Unione Sarda, nel primo articolo dedicato dal giornale alla mia vicenda, abbia utilizzato un’immagine tratta dalla videocamera di sorveglianza a circuito chiuso, senza chiedermene l’autorizzazione. Credo proprio sia illegale.

Invece, il secondo articolo uscito sull’Unione Sarda mi è piaciuto molto perché i giornalisti che l’hanno curato hanno messo in evidenza la mia vita in maniera completa, raccontando chi sono, raccontando il mio impegno nel volontariato, poiché curo una colonia felina, raccontando che ho due figlie. Insomma, hanno fatto un lavoro corretto e puntuale.

Molti commenti negativi sono apparsi sotto l’intervista sul network locale YouTg. Come li hai vissuti?

I commenti negativi non mi hanno dato fastidio,:purtroppo ci sono. È triste vedere che alcuni sono anche di persone omosessuali. Ma io so che per portare avanti una lotta, un ideale, bisogna metterci la faccia e rischiare qualcosa. Poi, in questo periodo politico, Salvini ha rinforzato la solita solfa del “fatelo a casa vostra” e quindi molti commenti sono anche il frutto dell’ignoranza di chi non vuol sapere e non vuol conoscere.

La proprietaria del bar, provando a difendere la sua posizione, ha dichiarato che la criticità del vostro comportamento non era dovuto al fatto che eravate due donne ma all’eccesso di “passionalità” del vostro bacio. Cosa ti senti di rispondere alla proprietaria di Mondo Bar?

La signora ha avanzato una serie di scuse che non hanno senso. Ha detto che pensava fossimo turiste. Ha poi detto che sarebbe intervenuta quando le effusioni erano diventate eccessive. E rifiuta di essere definita omofoba. Secondo me è il classico caso in cui la toppa è peggio del buco! Insomma si arrampica sugli specchi in maniera intollerabile.

Ti era già capitato di imbatterti in situazioni simili nel passato? Credi che la Sardegna abbia un serio problema di omofobia sociale?

Non mi era mai capitato di imbattermi in situazioni del genere. Certamente la Sardegna, come tutte le regioni italiane, presenta delle serie criticità relativamente alle discriminazioni omofobiche. Però io considero la Sardegna ancora una terra felice, forse proprio perché non mi erano mai capitate cose del genere.

Cosa ti auguri accada in seguito alla tua denuncia?

Il mio intento era sottolineare che ridurre l’accaduto ad un banale rimprovero è sbagliato perché l’omofobia è una realtà. E far passare un gesto d’amore e tenerezza tra due persone per un atto indecoroso e oltraggioso risponde al medesimo meccanismo mentale per cui si collega omosessualità e pedofilia, omosessualità e pornografia e omosessualità e perversione.

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A nulla sono valse le proteste avanzate da Amnesty International. Come previsto, le due donne d’etnia malese (di età compresa tra 22 e 32 anni), condannate in agosto per rapporti omosessuali, sono state oggi sottoposte alla pubblica fustigazione nel sultanato di Terengannu (uno dei 13 Stati federali della Malaysia).

La pena – che sarebbe dovuta essere inflitta il 28 agosto ma poi differita per motivi tecnici alla giornata odierna – era stata irrogata, all’inizio del mese scorso, da un tribunale della Shari'a.

Condannate anche a una multa di 3.300 ringgit (690 euro), le due giovani donne erano state arrestate ad aprile dopo essere state scoperte insieme in un'auto in una piazza pubblica.

Stamani, vestite di bianco e coperte dal velo, sono state fatte sedere su uno sgabello e, quindi, colpite sei volte con un bastone di rattan. Una di loro è scoppiata in lacrime. Oltre 100 persone hanno assistito alla pubblica fustigazione, cui Amnesty International ha levato ripetutamente la voce quale misura ingiusta e crudele configurabile alla tortura.

Ma per Abdul Rahim Sinwan, vicepresidente nazionale dell’Associazione Avvocati Musulman, la pena inflitta secondo le leggi islamiche non è stata né dolorosa né severa, avendo come scopo quello d’educare le donne perché si pentano. Riprova di ciò, sarebbe l’assenza di pianti e urla da parte delle condannate che, al contrario, «mostravano rimorso. Il pentimento è lo scopo ultimo della punizione per il loro peccato».

Non si può non ricordare come in tutti gli Stati malesi si registri un clima crescente di discriminazione e odio verso le persone Lgbti. Poche settimane fa autorità locali hanno fatto rimuovere i ritratti di due attivisti Lgbti da un pubblico evento.

Il ministro per gli Affari religiosi Mujahid Yusof Rawa ha inoltre dichiarato che il governo non sostiene né sosterrà in alcun modo la promozione della cultura Lgbti nel Paese. Nel mese d’agosto, infine, una donna transgender è stata fortemente picchiata da un gruppo di persone in uno Stato meridionale della Malaysia.

In Malaysia, come noto, quasi i due terzi della popolazione (che si compone di 31 milioni di abitanti) sono musulmani. Su di essi hanno competenza tribunali islamici in materia di famiglia, matrimonio e sessualità.

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«Veni.. ca ti offru n’arancinu. Ecco la frase che ogni amico vorrebbe sentirsi dire appena si “sbarca” a Catania».

Con queste parole l’attore e attivista Lgbti Silvio Laviano ha lanciato ieri su Facebook un’insolita iniziativa di solidarietà per i 177 migranti della nave Diciotti.

«Ecco mi piacerebbe che noi catanesi comprassimo subito 177 arancini... (Facemu ducentu va') - ha scritto Laviano su Facebook - e almeno 600 olivette di Sant'Agata e andassimo tutti insieme al Porto... ad accogliere! Certo! Anche arancini al burro, e anche qualche pasta di mandorla... Su Andiamo! Muvitivi...col cuore!».

Si tratta di «una semplice considerazione che ogni catanese farebbe, di pancia, diretta e senza logiche di partito o analisi economiche/filosofiche, un pensiero di umanità e di moto attivo sociale e civicamente organico. Un desiderio che è stato raccolto velocemente ed emotivamente da Nellina Laganà, attrice e cara amica, e dalla sensibile Giusy Marraro, donne forti e molto attente al sociale».

E così, a partire dalle ore 20:30, alla banchina 19 davanti al Molo di Levante Laviano, Laganà e Marraro si sono mescolati con gli annunciati arancini al migliaio di persone ivi presenti, per protestare contro il divieto salviniano di sbarco dei 177 migranti al grido di Catania accoglie.

All'iniziativa ha dato la propria adesione anche Enzo Bianco, sindaco uscente della città etnea e attuale presidente del Consiglio nazionale Anci, che in un post su Facebook aveva  scritto in mattinata: «Questa sera i catanesi porteranno arancini ai migranti segregati! Mi unisco all'appello. Manifestiamo in ogni modo lecito la nostra indignazione e la nostra umanità.

Quella di una città che ha saputo affrontare con dignità l'emergenza immigrazione quando era veramente un'emergenza ed eravamo soli. Non oggi che è soprattutto un'occasione per mostrare i muscoli anziché la testa e il cuore».

Ecco il video con le dichiarazioni di Silvio Laviano per Gaynews

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Un Ennesimo caso di omofobia. Ma questa volta mista a sessismo. Sarebbe successo nella notte (tra le ore 00:05 e l’01:30) a Taranto presso la gelateria Sandrino.

A denunciare l’accaduto su Facebook il presidente d’Arcigay Strambopoli – Queer Town Luigi Pignatelli, che ha definito l’esercizio commerciale in via Niccolò Tommaso d’Aquino «una cloaca. Ho trascorso più di un'ora lì con tre volontarie giunte da Grecia, Portogallo e Spagna e due dei camerieri non hanno fatto altro che trattare loro come oggetti sessuali e apostrofare me "ri**hione". Ho risposto per le rime quando non ne ho potuto più. Spero che i titolari li licenzino al più presto».

Le tre volontarie, Eleni, Mari e Tatiana, erano reduci dal laboratorio di teatro sociale e storytelling con minori provenienti dal Sahara Occidentale. Uno dei tanti organizzati nel periodo agostano dall’attivista tarantino, che è anche direttore della Compagnia teatrale Hermes.

Nella discussione, originatasi al di sotto del post, Pignatelli ha ricordato come in passato avessero lavorato presso Sandrino «diversi/e/* ragazzi/e/* LGBTIQ+, ma ora è diventato quartier generale di sessismo e omobitransfobia».

Quando è intervenuto anche il responsabile di sala della gelateria, difendendo con toni piccati i dipendenti, l’attivista ha risposto: «Dica ai suoi dipendenti/colleghi che io non mi sento a mio agio se vengo apostrofato "Ri**hione" e chieda loro se alle loro sorelle mandano baci, se le scrutano con sguardo famelico, se dicono loro "Sei bellissima, amore mio" da quando si siedono al tavolo a quando pagano il conto.

PS. Una ghirlanda arcobaleno, come quella da Lei sfoggiata con orgoglio stasera, non basta a rendere qualcuno/a/* gayfriendly».

A quel punto si sono susseguite le reiterate richieste di scusa da parte del responsabile di sala in un botta e risposta conclusosi poi pacificamente.

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Un’informazione mirata alle tematiche Lgbti è diventata sempre più importante nel panorama giornalistico dei nostri tempi. Non solo perché la collettività rainbow è riuscita a esprimere in maniera decisa le proprie istanze di rivendicazione. Ma anche perché si è registrata, nel tempo, una graduale e costante richiesta di notizie puntuali e corrette su la vita, la cultura e le politiche relative all’universo Lgbti.

Uno dei massimi riferimenti nazionali per tale informazione è, da qualche anno a questa parte, Francesco Lepore, latinista, saggista ed ex sacerdote: spirito brillante e anticonformista, dal maggio 2017 è caporedattore del quotidiano Lgbti online più “antico” d’Italia, cioè Gaynews.it, diretto da Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano.

A lui Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania e consigliere nazionale di Arcigay nonché figura di spicco della lotta di rivendicazione per i diritti Lgbti in Italia, ha voluto porre alcune domande.

Francesco, com’è nato in te il desiderio di svolgere questo lavoro di informazione?

La passione per il giornalismo mi accompagna dall’adolescenza, trascorsa a Benevento. Scrivevo articoli di cultura per alcuni quotidiani e settimanali locali. Tale passione è stata poi coltivata negli anni di sacerdozio. Sì, perché ho esercitato il ministero presbiterale per sette anni, prima di deporre “la tonaca” nel 2006, per vivere apertamente la mia condizione omosessuale.

Durante il triennio di permanenza in Vaticano (2003-2006), dove sono stato officiale prima della Segreteria di Stato quale latinista poi della Biblioteca Apostolica Vaticana quale segretario del card. Jean-Louis Tauran, sono stato collaboratore della Terza Pagina de L’Osservatore Romano (il cui direttore dell’epoca Mario Agnes mi voleva bene come un figlio) e ho scritto, a volte, recensioni di libri per La Civiltà Cattolica.

Una volta abbandonato il ministero, è stato per me quasi conseguenziale dedicarmi a tempo pieno all’attività d’informazione. Ho fatto il mio praticantato presso la redazione di Sky TG24.it. Quindi il concorso per giornalista professionista, cui sono successivamente seguiti il master in Digital journalism presso la Pul, lo stage presso Huffington Post e l’impegno come caporedattore presso Pride Online.it e, a partire dal maggio 2017, presso Gaynews.it.

Tu non sei associato, crediamo, a nessuna organizzazione politica Lgbti: questo elemento costituisce per te un fattore positivo?

Sì, è così. Ciò costituisce, a mio parere, un fattore enormemente positivo, perché mi permette autonomia e indipendenza valutativa su quanto attiene al variegato universo associativo Lgbti italiano.

Il lavoro di giornalista richiede una deontologica equidistanza da ogni soggetto “politico” e, quindi, la massima oggettività nel racconto editoriale. Quanto ti impegna questa attività soprattutto nella ricerca delle fonti e dei fatti oggettivi?

Premesso che ognuno è soggetto a condizionamenti di vario tipo, pongo personalmente la massima cura nel garantire un’informazione che si attenga il più possibile all’oggettività. La ricerca è la stessa che attua qualsiasi giornalista innamorato della propria professione. Occupa, dunque, la maggior parte di ogni singola giornata.

Recentemente nell’accesissimo dibattito sulle ben note posizioni di ArciLesbica abbiamo rilevato toni assai forti e posizioni nettamente contrapposte da tutte le parti ivi comprese quelle di chi fa informazione. Quale è la posizione di Gaynews in merito? In particolare, ritieni questa vicenda come un momento dialettico forte dentro il movimento o pensi che ArciLesbica sia e debba essere considerata fuori dal movimento?

La posizione di Gaynews è totalmente scevra da ogni sorta di preclusione alla questione gpa, da cui appare invece ossessionata in maniera unilaterale ArciLesbica Nazionale. La dice lunga che a polarizzare quasi esclusivamente la loro attenzione sia la condanna di quanto, al pari di Lega, Fratelli d’Italia e cattoreazionari, chiamano con toni spregiativi “utero in affitto” – complesso lemmatico che connota negativamente a priori tale pratica di pma – . Condanna che va di pari passo con una visione biologistica non solo della maternità ma anche della femminilità, da cui scaturiscono i ben noti attacchi alle donne transgender non sottoposte a intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Sul resto, da parte loro, ne verbum quidem. Non meraviglia pertanto che, dopo l’ultimo congresso elettivo, molti circoli si siano disaffiliati e abbiano costituito quella nuova realtà che è Alfi.

Contrariamente a quanto vanno dichiarando nei loro comunicati – come l’ultimo sulla nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd – la maggior parte delle donne lesbiche italiane non si sente e non è affatto rappresentata da un’entità sempre più esigua ed esangue, che condivide le proprie vedute con partiti/enti parapolitici di destra e alcune frange conservatrici del femminismo italiano. Quindi più che considerare ArciLesbica al di fuori del movimento, ritengo che sia ArciLesbica ad essersi posta automaticamente fuori dal movimento con tali prese di posizione antilibertarie e antidialogiche.

Hai seguito, durante questa stagione di Onda Pride oramai quasi al termine, tutti i Pride dandone per ciascuno ampie informative senza tralasciarne nessuno. Quale è la tua valutazione di questa stagione?

L’Onda Pride 2018 è stata d’eccezionale importanza non tanto per il numero delle singole marce dell’orgoglio Lgbti e dei rispettivi partecipanti. Elemento, questo, non da poco, se si considera che il Roma Pride con le sue 500.000 presenze ha suscitato una reazione piccata da parte di Salvini. Ma è stato soprattuto d’eccezionale importanza, perché ha ricordato che le persone Lgbti non sono unicamente ricurve su sé stesse. Ma sentono come proprie le battaglie di tutte quelle minoranze, che vedono conculcati i propri diritti e la propria dignità da politiche sempre più fascisteggianti.

Catania e Siracusa sono state da te raccontate nei minimi dettagli prima, durante e dopo i rispettivi Pride. Hai rilevato delle peculiarità in queste due manifestazioni?

I Pride gemellati di Catania e Siracusa mi hanno affascinato per il loro documento politico e la scelta dello slogan quanto mai attuale Mare, Umanità, Resistenza. Quella resistenza, che le forze dell’ordine hanno tentato a Siracusa di arginare con la rimozione di un innocuo cartello contestatorio nei riguardi del ministro dell’Interno. Perché alla fine, ieri come oggi, è la manifestazione del proprio pensiero a suscitare timore. Ma quel gesto ha avuto un solo effetto: la riproposizione dello stesso cartello in molti Pride successivi, per ribadire che niente e nessuno potranno soffocare il dissenso.

Tu non sei siciliano, anche se hai un compagno sicilianissimo. Cosa ti ha spinto a dedicare attenzione così puntuale sia ai Pride siciliani sia alle attività che si svolgono in Sicilia?

L’attenzione è dovuta al fatto che considero la Sicilia un po’ come la mia seconda casa dopo aver conosciuto Michele. Senza dimenticare l’elemento storico, per me sempre fondamentale. La nascita del primo circolo di quella che sarebbe diventata la prima realtà associativa Lgbti italiana, cioè Arcigay, è infatti correlata al tristemente noto delitto di Giarre.

Arcigay andrà a congresso a novembre a Torino. Cosa ti aspetti e cosa vorresti da questo congresso?

Credo che quanto vorrei sia di nessuna importanza. In ogni caso mi aspetto che Arcigay trovi un rinnovato slancio all’indomani del congresso di Torino. Ho notato negli ultimi anni un certo appiattimento a livello centrale – differentemente da quello locale contrassegnato da una forte dinamicità – e una scarsa incidenza sul piano politico rispetto al passato. Colpa non certamente attribuibile ai vertici dell’associazione. Si tratta in realtà di un riflesso delle condizioni generali in cui versa l’intero movimento.

Sarebbe forse opportuna anche una certa “creatività” nella scelta delle cariche. Mutatis mutandis, mi sento di citare, a tal proposito, le parole spesso dette da un vescovo a parroci anziani che, attaccati al privilegio dell’inamovibilità, non volevo essere destinati altrove. «Il ricambio – osservava – farà bene alle realtà in cui siete stati e farà bene a voi stessi. Altrimenti sarebbe la morte per entrambi».

Cosa vorresti e ti aspetti dalla Sicilia Lgbti?

Un impegno fedele alle linee delle tante e tanti attivisti del passato. La Sicilia ne annovera veramente tante e tanti. Sarebbe poi auspicabile che le tante persone omosessuali – che ancora per diversi motivi celano la propria condizione – abbiano il coraggio di spezzare il muro dell’omertà personale, fare coming out e collaborare per rendere questa terra sempre più libera da ogni forma di discriminazione.

Tu sei un latinista: sappiamo che scrivi anche in latino e, avendoti letto anche in questa lingua, abbiamo visto che scrivi correttamente e con stile latino diremmo perfetto. Raccontaci qualcosa di questa tua passione.

La mia passione per la lingua latina è la più bella eredità che mio padre mi ha lasciato. Sin da piccolo mi ha educato all’amore non solo per i classici ma anche per il latino medievale. Da seminarista e, poi, da sacerdote – a fronte di una progressiva ignoranza del sermo patrum da parte dei chierici – ho coltivato una tale passione per il desiderio di andare direttamente alle fonti e comprenderne il genuino significato.

C’è poi stata l’accennata quanto proficua esperienza presso la Sezione Lettere Latine in Segreteria di Stato, accompagnata da pubblicazioni e cura di edizioni critiche come quella data alle stampe nel 2003 e relativa a un sermone di Davide di Benevento (fine VIII° secolo). Uno dei miei hobby è tuttora quello di “andare a caccia” di epigrafi sepolcrali in latino come anche quella di comporne su commissione. Infine curo su Huffington Post un blog in latino, Gaia Vox. Un passatempo piacevole, che mi permette di scrivere ironicamente e provocatoriamente di questioni Lgbti in quella che di fatto resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Spesse volte hai toccato il tema della fede e omosessualità, tema abbastanza delicato e forse anche divisivo. Quale è la tua posizione in merito e quanto in essa influisce la tua esperienza personale?

La mia posizione è quella di un osservatore della realtà ecclesiale che, piaccia o no, non si può altezzosamente liquidare come di nessun rilievo. Ritengo di non essere più credente – o, almeno, non nel senso cattolico del termine – ma questo non mi porta a condannare aprioristicamente quanto dicono o fanno papa, vescovi e preti. I tunicati hanno pieno diritto di dire la loro su ogni questione. Noi, però, abbiamo pieno diritto di valutare tutto e, all’occorrenza, criticare. Soprattutto, quando, in ambiti, squisitamente attinenti alla vita privata degli individui e alla laicità dello Stato, si nota una volontà di condizionare l’azione degli uomini e delle donne delle istituzioni.

Resto, comunque, sempre del parere che, se ciò avviene, la colpa non è tanto di Oltretevere quanto di parlamentari proni ad Petri pedes e pronti a rendere più vicine quelle rive che, invece, dovrebbero sempre restare ben distanziate.

E, infine, qual è il tuo rapporto con Franco Grillini e quanto la figura di questo gigante del movimento influisce sulla tua attività?

Il mio rapporto con Franco è quello di reciproca stima e affetto. Per me è punto di riferimento quotidiano. Ci sentiamo e scriviamo via WhatsApp più volte al giorno. Anche perché lui è il direttore di Gaynews. Resto piacevolmente sorpreso della pressoché totale comunanza di vedute. Aspetto, questo, che ha permesso al quotidiano di affermarsi sempre più sul piano dell’informazione Lgbti italiana. Non è un caso che, a fronte dei reiterati proclami giustizialistici a seguito della ben nota vicenda della Locanda Rigatoni, la linea del dialogo e del confronto sia stata e resti quella condivisa da entrambi sin dal primo momento.

Franco costituisce poi per me un punto di riferimento quale memoria storica degli ultimi decenni di attività del movimento. Da parte sua noto, invece, un grande interesse per il latino e questioni ecclesiali con quesiti e valutazioni, che costituiscono momenti veramente piacevoli delle nostre conversazioni

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Un caso di discriminazione omofobica, ancora una volta attuato in un esercizio commerciale, si è verificato oggi a Napoli. È successo presso il McDonald’s di Via Merliani nel cuore del Vomero.

Una coppia di ragazze, Vittoria e Myriam – come denunciato dalle dirette interessate sui social –, è stata infatti ripresa da un dipendente perché, mentre sedevano a un tavolo e consumavano quanto ordinato, si stavando baciando.

L’uomo ha chiesto loro di conservare il “contegno” all’interno del locale, pur non rivolgendo la medesima richiesta alla coppia etero che continuava a baciarsi al tavolo accanto.

Nonostante la rabbia e l’indignazione le due ragazze hanno deciso di non lasciare il McDonald's e hanno continuato ad abbracciarsi per rimarcare con fierezza la dignità della loro storia d’amore e la legittimità dei loro sentimenti.

Per Gaynews, abbiamo contattato Chiara Piccoli, presidente Nazionale di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana), mentre stava partecipando a Campobasso al Molise Pride.

«L’Onda Pride 2018 – ha dichiarato – si avvia al termine con quasi 30 città invase dai nostri colori e dalle nostre voci. Quasi 50 anni di Storia sono stati scritti dalla comunità Lgbti, ma ogni giorno c’è chi ci ricorda che la strada da percorrere è tanta.

Mangiare qualcosa insieme, e poi abbracciarsi e baciarsi, guardarsi negli occhi e baciarsi ancora è troppo. È davvero troppo. Al punto che qualcuno segnala l’increscioso gesto a un dipendente, che intima “contegno”.

Tutto questo è avvenuto nella città in cui Alfi è nata: Napoli, una città la cui storia parla di contaminazione di culture, di accoglienza, di crescita.

Vogliamo affermare con forza che sì, la strada è tanta, ma non abbiamo paura di percorrerla. In salita, sotto al sole cocente di Napoli e di qualunque altra città italiana. Perché siamo il cambiamento, siamo Stonewall e siamo Miry e Vittoria.

Siamo tutte le persone coraggiose che hanno calcato queste strade e in anni non hanno mai smesso di lottare e di amarsi e di baciarsi per le strade. Senza contegno».

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Verona, 14 Luglio 1995. 23 anni fa in Consiglio comunale veniva approvata la mozione 336, che rigettava la Risoluzione A3-0028/94 sui diritti delle persone omosessuali nella comunità europea.

Mozione che, prima e dopo l’approvazione, fu accompagnata da ampio dibattito, nel corso del quale non mancarono frasi omofobe di diversi consiglieri della maggioranza nei confronti di attivisti dell'allora circolo Arcigay-Arcilesbica Verona. Famosa fu quella del consigliere della Lega Nord Romano Bertozzo che, il 22 giugno 1995, chiese di «castrare i gay».

Ieri, giovedì 26 luglio, nello stesso luogo, cioè la Sala del Consiglio comunale a Palazzo Barbieri, è andato in scena un remake dei fatti di 23 anni fa. Le attiviste di Non una di meno – Verona sono state accolte dal saluto romano del consigliere Andrea Bacciga.

In quel momento era in previsione la discussione delle mozioni 434 e 441 che, proposte da due consiglieri della Lega, prevedono una più ampia libertà d’azione alle associazioni cattoliche per contrastare l’aborto libero e gratuito nonché l’attuazione di di un programma di “sepoltura dei bambini mai nati”, anche senza il consenso della donna coinvolta e a carico della sanità pubblica.

La vicenda, cui hanno assistitito numerose persone, è stata così riportata sulla pagina Fb di Nudm – Verona.

«Nei giorni scorsi – si legge – il movimento Non una di Meno ha scelto di contrastare l’approvazione delle due mozioni attraverso un’azione di pressione sui social network con l'hashtag #194nonunpassoindietro e via mail.

Durante la discussione, dal loggione, abbiamo deciso di mettere in scena, così come già avvenuto in molte altre città e paesi, una protesta silenziosa e pacifica, il cui messaggio era trasmesso dall’abbigliamento: alcune attiviste si sono presentate nell’aula indossando vestiti simili a quelli della serie tv The Handmaid’s Tale, cioè tuniche e mantelli rossi e copricapi bianchi. Nella serie, le donne vestite in questo modo vivono come schiave sessuali e incubatrici viventi.

La discussione sulle due mozioni non era ancora iniziata, quando il consigliere di maggioranza Andrea Bacciga (che appartiene al movimento Battiti, fondato dall’attuale sindaco di Verona Federico Sboarina a sua volta sostenuto dai movimenti integralisti cattolici e di estrema destra), poco dopo aver varcato la soglia dell’aula, ha rivolto provocatoriamente alle attiviste il saluto romano che, ricordiamo, è punito dal nostro Codice penale. Inutile aggiungere che il gesto risulta ancor più grave se commesso da un rappresentante delle istituzioni che ha giurato sulla Costituzione italiana, costituzione antifascista, e all’interno di una sede istituzionale.

A quel punto sia tra le persone che assistevano al consiglio sia tra i consiglieri di minoranza si sono sollevate immediate proteste accompagnate dalla richiesta di una presa d’atto del gesto gravissimo di Bacciga da parte del presidente del consiglio Ciro Maschio di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale.

Ciro Maschio, tra le proteste generali, ha dichiarato di non aver visto nulla, di non poter interrompere la seduta “per fare l’esegesi dei gesti altrui”, rispondendo inoltre a un consigliere di minoranza che aveva fatto notare come ci fossero decine di testimoni che lui non poteva dare credito a una sua personale interpretazione. Ciro Maschio ha inoltre posto sullo stesso piano il “disturbo” creato dalla presenza delle silenziose attiviste al “disturbo” eventualmente creato dal gesto di un consigliere che lui non aveva visto.

Nel frattempo il loggione si era riempito di forze dell’ordine che hanno filmato le attiviste, hanno intimato loro di togliersi i mantelli rossi (nonostante il regolamento comunale non li vieti) e hanno trattenuto alcune per l’identificazione.

Il Consiglio comunale è stato interrotto per una ventina di minuti. Quando è ripreso, il consigliere Bacciga - sollecitato da un quesito della minoranza - ha dichiarato: “Io stavo entrando, ho salutato in questa maniera qua delle persone con la mano destra, ma se è proibito salutare con la mano destra ditemelo, evidentemente siamo in un regime che dovrò salutare con il pugno chiuso”.

(…) Io ho salutato con la mano destra, se volete tagliarmi la mano destra fatelo”.

Dopo le sue parole, il presidente del consiglio Ciro Maschio, ha ritenuto sufficienti queste poche e vaghe spiegazioni e si è augurato che l’equivoco potesse essere così chiarito.

Ciò che è successo ha causato un notevole ritardo e le due mozioni in questione non sono state discusse: sono dunque state rinviate a settembre. Ora, dopo il grave gesto intimidatorio, Non Una di Meno – Verona ha chiesto pubblicamente le immediate dimissioni del consigliere Andrea Bacciga».

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È morto il 22 luglio, all’età di 96 anni, in una casa di cura a Helena (Montana) – dove risiedeva col fratello sacerdote Jack – Raymond Gerhardt Hunthausen, arcivescovo emerito di Seattle, il cui esplicito sostegno al disarmo nucleare, ai diritti delle persone Lgbti e a un maggior connvolgimento delle donne nel ministero ecclesiale lo hanno reso uno dei presuli statunitensi più controversi.

«Era uno - ha dichiarato lunedì il nipote Denny Hunthausen al Seattle Times –, grazie al cui esempio molte persone hanno visto che c'era un posto per loro nella chiesa».

Nato ad Anaconda il 21 agosto 1921 e ordinato presbitero il 1° giugno 1946, Hunthausen fu nominato, l’8 luglio 1962, da Giovanni XXIII vescovo di Helena. In tale veste partecipò a tutte e quattro le sessioni del Concilio Vaticano II.

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L'allora vescovo di Helena Raymond Hunthusen a Roma durante il Vaticano II (3° da sinistra)

Nel 1975 Paolo VI lo promosse arcivescovo metropolita di Seattle, sede che guidò fino al 1991 quando Giovanni Paolo II ne accettò le dimissioni cinque anni prima del limite canonico prescritto.

Ma qui Hunthausen assunse tali prese di posizioni da finire nel mirino dei tradizionalisti, che lo accusarono di deviare dalla dottrina cattolica. A essere soprattutto criticate l’ammissione di fedeli divorziati e risposati ai Sacramenti, l’imponente celebrazione nella cattedrale di San Giacomo per i partecipanti di un meeting Lgbti e le sue dichiarazioni a favore degli stessi, il permesso di sterilizzazioni contraccettive negli ospedali cattolici dell’arcidiocesi.

Ciò mise in allarme Giovanni Paolo II che, nel 1983, affidò a Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, l’istruzione di un’indagine e nominò visitatore apostolico l’allora arcivescovo di Washington James Aloysius HickeyA conclusione della visita apostolica Hunthausen indirizzò una lettera a Ratzinger in cui riaffermava la sua fedeltà al magistero e al Papa

In ogni caso Giovanni Paolo II, il 30 novembre 1985, decise di affiancargli Donald William Wuerl (attualmente cardinale arcivescovo di Washington) come ausiliare con facoltà straordinarie.

Ma la mancanza di chiarezza nelle comunicazioni ufficiali rese la situazione così insostenibile da spingere lo stesso Wojtyla, meno di due anni dopo, a promuovere Wuerl vescovo di Pittsburgh e a nominare, il 26 maggio 1987, coadiutore di Hunthausen, cum iure successionis, Thomas Joseph Murphy.

Per una piena valutazione di questo periodo di tensioni col Vaticano non vanno dimenticate le proteste condotte nel 1982 dall’arcivescovo di Seattle contro lo stoccaggio delle armi nucleari e il programma di missili Trident che aveva una base a Puget Sound. Per questo motivo Hunthausen trattenne metà della sua imposta sul reddito invitando i fedeli a fare lo stesso. Celebri le sue parole: Trident è l'Auschwitz di Puget Sound.

Sotto la guida di Hunthausen Seattle divenne, a partire dal 1988, una delle prime diocesi statunitensi ad attuare serie misure per contrastare gli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti e a versare somme ingenti a favore delle vittime. Precedentemente il presule aveva invece adottato l’allora linea comune con la politica del trasferimento d’ufficio di presbiteri gravati di tali accuse.

Ma Hunthausen ha ammesso ripetutamente tali errori. Cosa che ha spinto le associazioni e i legali delle vittime di abusi sessuali ad affermare che, pur avendo potuto l'arcivescovo fare di più al riguardo, si è comunque distinto rispetto ai suoi predecessori o ad altri presuli in ​​tutto il Paese.

Hunthausen lascia soprattutto il ricordo di un vescovo vicino ai poveri e ai bisognosi. Basti ricordare la fondazione da lui istituita  presso la cattedrale di San Giacomo a Seattle a favore dei lavoratori indigenti e dei senzatetto

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Migliaia di attivisti e attiviste Lgbti sono scesi oggi nelle strade in diverse città di Israele per protestare contro la legge che, approvata il 18 luglio dalla Knesset, ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici.

Legge a loro parere discriminatoria e omofoba, dal momento che esclude dalla possibilità di fruire della surrogacy gli uomini single e le coppie di uomini gay.

A Tel Aviv centinaia di dimostranti si sono dati appuntamento alle 10:00 (ora locale) lungo Rotschild Boulevard e hanno invaso la superstrada Ayalon, bloccando il traffico. Altri dimostranti si sono raccolti a Gerusalemme, a breve distanza dalla residenza del premier Benyamin Netanyahu.

Le loro proteste - che proseguiranno per l'intera giornata - sono sostenute fra l'altro dal sindacato centrale Histadrut nonché da decine di aziende che hanno deciso di concedere oggi una giornata di libertà a tutti i dipendenti Lgbti.

Ma non solo. Microsoft Israel, ad esempio, erogherà 60.000 shekel come contributo ai suoi impiegati che desiderano ricorrere alla gpa e non possono farlo nel Paese.

È il primo sciopero rainbow nella storia di Israele ed è una significativa prova di forza del movimento di fronte alle istituzioni politiche del Paese.

Alle manifestazioni israeliane hanno aderito componenti della comunità ebraica in varie parti del mondoParticolarmente significativa quella in corso a New York su Times Square.

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