«Un atto di violenza gratuita frutto del clima di odio che pervade il nostro paese. Al di là della matrice che non spetta a noi decidere, è evidente che qualcuno si sente autorizzato a vandalizzare uno spazio importante per la comunità Lgbti+ salernitana. Dobbiamo rispondere con coraggio e determinazione a questi gesti. La migliore risposta sono i colori dei nostri affetti. A breve annunceremo la data del Salerno Pride 2019».

Così Francesco Napoli, presidente d’Arcigay Salerno Marcella Di Folco, ha commentato la devastazione della sede del comitato, in via Pandolfina Fasanella, da parte di ignoti il 18 gennaio. 

La porta di ferro tagliata, distrutta quella in vetri, messi a soqquadro i locali di proprietà comunale ma da tempo dati in gestione ad Arcigay Salerno per attività di contrasto alle discriminazioni. E proprio dal sindaco Vincenzo Napoli e dalla Giunta comunale è stata espressa piena «solidarietà ad attivisti e militanti Lgbt per il grave atto vandalico». Ma anche «ferma condanna per il gesto con l’auspicio di indagini immediate che portino all'individuazione dei responsabili. Salerno è città democratica e rispettosa dei diritti civili».

Ieri mattina Francesco Napoli ha provveduto a sporgere denuncia in Questura. «Speriamo  - ha dichiarato in un comunicato ufficiale - si possa risalire agli autori del gesto. Resta l'amarezza di una triste scoperta e la consapevolezza di dover ancora lottare e resistere per i diritti e le tutele di tutte e tutti».

Laura Boldrini in visita alla sede d'Arcigay

Nel pomeriggio d'ieri la sede del comitato, rimessa in ordine da soci e socie, è stata visitata dalla deputata LeU Laura Boldrini, che ha dichiarato: «Ogni giorno le conquiste in tema di diritti vengono rimesse in discussione. Si devono mettere in campo tutti gli anticorpi. C'è un clima pesante nel Paese, di oscurantismo, di intolleranza e questo clima, purtroppo, può arrivare anche a manifestarsi con questi atti antidemocratici».

L’ex presidente della Camera ha quindi mosso un fermo j’accuse a esponenti del governo e della classe politica di maggioranza, affermando: «Il ministro della Famiglia, al singolare, dice che non esistono altre famiglie se non quella tra uomo e donna. Dunque, nega anche le unioni civili, legge che noi abbiamo approvato nella scorsa legislatura.

Verso le donne c'è ugualmente questo atteggiamento di rimettere in discussione le conquiste delle donne: il disegno di legge Pillon è un disegno di legge oscurantista, che impone la mediazione anche quando c'è la violenza domestica contro la donna, e questo è vietato dalla convenzione di Istanbul che abbiamo ratificato nella scorsa legislatura. Si rimette in discussione il diritto della donna di interrompere la gravidanza.

Quando c'è un vento di restaurazione e le lancette dell'orologio vengono rimandate indietro, tutto questo avviene sempre sulla pelle delle donne e sulle conquiste civili.

Io sono molto preoccupata e penso che sia giusto fare delle battaglie di rivendicazione di questi diritti perché sicuramente non vogliamo ritornare ai tempi in cui le ragazze dovevano morire per un aborto clandestino o ai tempi in cui la violenza domestica era considerata normale o le persone omosessuali venivano messe al bando. Tutti gli italiani e le italiane democratici devono adoperarsi affinché questo non avvenga mai più nel nostro Paese».

La condanna del sottosegretario Vincenzo Spadafora

Sull'atto vandalico è intervenuto, in serata, anche Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Apprendo del gesto vandalico compiuto ai danni della sede di Arcigay Salerno ed esprimo la mia vicinanza al Presidente e a tutti i componenti della associazione. Condanno con forza l'azione compiuta ed auspico che le forze dell'ordine riescano ad individuare rapidamente i responsabili.

Le associazioni sono la linfa vitale del movimento Lgbt, un movimento le cui attività non vengono arrestate da gesti come quello di oggi, come testimoniato dalla ripresa di questo stesso pomeriggio, con gli associati che si sono riuniti per far fronte ai danni. L'augurio che rivolgo alla Arcigay Salerno è di riprendere rapidamente tutte le proprie attività».

Il duro j'accuse di Futura Lgbtqi

Ma contro il sottosegretario Spadafora ha mosso un duro attacco Futura Lgbtqi, «che giusto ieri aveva definito la legge contro l’omotransfobia a malapena "auspicabile anche se non è nel contratto”. Le sue parole pavide come quelle di Don Abbondio rendono ancora più chiaro il perché delle importantissime defezioni dal tavolo proposto alle associazioni Lgbtqi, che hanno capito ben presto che non si trattava altro che di un’operazione di facciata.

Non siamo mai stat* e mai saremo quell* di cui vantare l’amicizia per scansare le accuse di omotransfobia. Non siamo vostr* amic* e mai lo saremo.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Sindaco e al Circolo Arcigay di Salerno, mettendoci a disposizione per le iniziative che saranno intraprese a contrasto della violenza omo transfobica che ormai è a un passo dal punto di non ritorno ennesimo.

Siamo stanch* di piangere mort* e ferit*, ma non ci piegheremo. Nel 50esimo anniversario dei moti di Stonewall saremo ovunque a gridare la nostra libertà e il nostro orgoglio».

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Maggiore sostegno economico ai centri antiviolenza. Un incremento del fondo per le vittime della tratta da 22 milioni a 24 milioni di euro. 40 milioni per il 2019 destinati ai giovani fino ai 35 anni, da condividere con le Regioni «non con interventi a pioggia» ma con un progetto unitario, e 200 milioni per il Servizio Civile Universale, che saranno aumentati nel corso del 2019 fino a diventare 300. 

Sono alcune delle linee programmatiche che Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, ha oggi illustrato in relazione al proprio incarico nel corso dell’audizione in Commissioni riunite Affari costituzionali, Lavoro e Affari sociali alla Camera.

Per Spadafora resta il vulnus dell'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar) che «dovrebbe diventare del tutto autonomo e indipendente. Sono convinto che l'autonomia è fondamentale. Sto immaginando questo percorso per renderlo il più possibile conforme a quello che ci chiede l'Europa». 

Tra gli impegni promossi dall'Ufficio, Spadafora ha ricordato quello dei diritti sul fronte Lgbti. «Abbiamo rilanciato un tavolo con 45 associazioni. Rimane l'auspicio sulla legge contro l'omofobia anche se non la prevede il contratto».

Infine, il sottosegratario è tornato a toccare il tema del ddl Pillon, «che, così com'è, non credo che possa essere approvato. In particolare la parte che consente di 'spacchettare', dividere un bambino al 50% tra mamma e papà. Occorre decidere caso per caso. Ribadisco che ci vorrà un approfondimento, che secondo me è nella natura delle cose». 

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Lo spettacolo La Felicità, prodotto dall'associazione culturale Madé per la regia di Nicola Alberto Orofino, andrà in scena, nell’ambito della VII° edizione del Roma Fringe Festival 2019, all’ex-Mattatoio di Roma, nello spazio "La Pelanda" (Piazza Orazio Giustiniani), il 10 gennaio alle ore 22.00, l’ 11 gennaio alle ore 19.00 e il 12 gennaio alle ore 20.30.
 
Si tratta del racconto di tre donne nella Catania del ‘68, donne che fanno cose da femmine. Recluse nei perimetri dei propri ruoli di genere e degli spazi, in cui la società le ha relegate. Una zitella, tutta casa e chiesa, baciapile e bacchettona, intollerante e maschilista. Una donna sposata con un uomo che non c’è mai perché si spacca la schiena, ma non le fa mancare nienteUna donna sposata con un imprenditore e che, a differenza delle altre due, inizia a sentire dentro di sé un desiderio di indipendenza e comincia a non sopportare più la subordinazione nei confronti del marito.
 
Fuori e lontana c’è la Catania che cresce, si allarga, s'allonga, si stira, come un pane in pasta, la Catania dei cantieri edili, con l’ambizione e la speranza di diventare la Milano del SudL’infelicità di queste donne ci appartiene, nonostante la storia sia ambientata nel ‘68, perché ci accorgiamo che dentro quel racconto ci siamo anche noi, qui e ora, in questo 2018, inverno del nostro scontento
 
A poche ore dalla prima messinscena romana incontriamo il regista Nicola Alberto Orofino.
Alberto, quale ragione ti ha spinto a portare in scena questo lavoro?
 
Lo spettacolo nasce da una studio fatto assieme ad un gruppo di attori sul '68 catanese. Anche nel profondo Sud, come del resto in Italia e in Europa, la contestazione, l’occupazione delle università, se pur di breve durata, produssero ragionamenti, immaginari, progetti di cambiamento nei campi della politica, della cultura, dei costumi. Ma interi strati sociali, e in particolare i ceti più popolari e le donne, anche quelle più culturalmente elevate di quelle che a Catania popolano "i quatteri", saggiarono poco o niente dei ragionamenti rivoluzionari che invece occupavano tanto i salotti borghesi. La vita per loro ha continuato a scivolare come sempre dentro le proprie case, gabbie ordinate e pulite. Dividersi tra marito, suoceri, figli e zii, spesso con l’aggravio di angherie, condizionamenti e violenze era percepito come l’unica possibilità per la propria vita. Così tra sofferenze intime e sorrisi finti, la vita “felice” di queste donne continuava a scorrere fino alla fine delle loro esistenze. La Felicità nasce con l’intento di raccontare queste donne, troppo dimenticate nei festeggiamenti, per la verità un po’ grotteschi, dei cinquant’anni dal '68.
 
La Felicità è uno spettacolo “al femminile” e racconta una storia di emancipazioni ed emancipazioni mancate. Oggi le donne vivono ancora un’urgenza “emancipazione”? Vivono ancora in strutture sociali e familiari maschiliste?
 
Basta fare un giro nella Catania dei “quatteri” e ci si rende immediatamente conto che le vite raccontate dalle nostre mamme o dalle nostre nonne sono ancora lì, immutate bloccate e solidissime. Detto questo però bisogna intendersi su cosa possa significare “urgenza di emancipazione” oggi. Le elaborazioni intellettuali e contestatarie, dal '68 ai nostri giorni, ci hanno lasciato tanto in termini legislativi e culturali. E oggi le possibilità di riscatto ci sono. Ma non possiamo nasconderci che in certe realtà si tratta di un percorso difficile, faticoso, che le donne possono compiere solo attraverso lotte solitarie e poco sostenute. Percorsi che richiedono in certe situazioni veri e propri atti di eroismo. Questa la ragione per cui manca in tante di loro una vera e propria assunzione di responsabilità per un vero riscatto. La conseguenza più immediata è che le strutture familiari e sociali di certi contesti permangono fortemente maschiliste. Mi sembra che sia questo il punto. Un misto di ignoranza e apatia, di solitudine e consuetudini ataviche portano le vite di certe donne di ieri, come di oggi, ad accettare che le loro esistenze siano totalmente gestite dagli uomini. Che forse la ricerca della propria felicità non possa risolversi nel declinare ogni responsabilità sulla propria vita? Si può essere veramente felici così? La felicità è un pensiero di rivoluzione, ma può anche essere un rimedio per evitarla… la rivoluzione.
 
L’emancipazione di cui narra il tuo spettacolo riguarda anche la città di Catania che, alla fine degli anni ‘60, sembrava destinata a diventare la Milano Glam del Sud Italia. Leggendo in prospettiva quel che è accaduto negli anni, Catania è oggi una città emancipata o ha definitivamente perso l’occasione di emanciparsi? E quali sono le responsabilità del fallimento del promesso boom degli anni '70?
 
Catania è una città alla ricerca perenne di felicità. Ma è una felicità di consumo, istantanea, che procura ebbrezze forti e momentanee. Catania è una città semplicemente disinteressata al riscatto. Non mi pare che abbiamo perso occasioni, perché una reale volontà di emancipazione dalla malavita, dal malaffare, da tutto ciò che è brutto e sporco è sempre stata soffocata. Ciclicamente è sembrato (è successo negli anni ‘70, all'inizio degli anni '90) che fermenti di rinnovamento potessero radicarsi. Abbiamo tante volte, troppe, parlato di rinascita, di primavera, di ripresa, di risveglio… Fuochi di paglia. La totale incapacità di una prospettiva lunga impedisce qualsiasi ipotesi progettuale. Catania ha dimostrato di interessarsi solo di felicità a basso costo. Non voglio rassegnarmi a ciò che è sempre stato. Ostinarsi a raccontare la propria comunità, può essere un tentativo piccolo ma concreto di sovvertire decenni di fallimento.
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Già nel 2001 Emi Koyama, attivista transgender e intersessuale, nel suo Manifesto Transfemminista descriveva l’atteggiamento trans-escludente di alcune femministe radicali (Terf) nei confronti delle persone trans in generale e delle donne trans in particolare.  

Lo storico episodio del 1991 presso il Michigan Womyn's Music Festival (MWMF o MichFest) che vide l'espulsione di Nancy Burkholder, in quanto donna trans, destò molto scalpore e determinò una serie di botta e risposta tra la comunità lesbica, organizzatrice dell'evento, e la comunità trans americana, che organizzò una serie di contro-eventi. Tra questi il famoso Camp Transorganizzato proprio fuori dal Michigan Womyn's Music Festival, dalle donne transgender e dalle/dai loro alleati/eper protestare contro la politica della kermesse di escludere le donne trans.

In sintesi, quello che accade da circa trent’ anni è che alcune femministe radicali, parte delle quali lesbiche, forti della loro appartenenza a un'élite di donne bianche, cisgender e benestanti, hanno pensato bene di teorizzare sul percorso di transizione delle persone trans, appropriandosi di una narrazione che non le apparteneva e che non le appartiene, per giustificare a se stesse la decisione di allontanare, dai loro ambienti radicali e separatisti, le persone trans.

Le donne trans, ree di non essere “nate donne”, e gli uomini trans, “nati donne” ma rei di aver tradito “le sorelle lesbiche”, per abbracciare il mondo maschile, scegliendo consapevolmente di poter usufruire di quel “privilegio maschile”, che questa scelta ha comportato. Se da una parte le donne trans vengono quindi ostracizzate per non essere “nate donne”, gli uomini trans vengono addirittura considerati traditori della “matria lesbica”.

Peccato che, la decisione, importante e delicata, di intraprendere il percorso di transizione non sia assolutamente legata a un calcolo utilitarista o all’acquisizione di un presunto privilegio. Qualora ci fossero dubbi, chiediamolo a tutte le persone trans che per seguire la loro realizzazione identitaria hanno perso famiglia, affetti, beni e lavoro.

Ricordiamo, che già nel 1949 Simone de Beauvoir nel suo Il secondo sesso aveva affermato che «donna non si nasce lo si diventa».

Il pensiero, quindi, di una delle più importanti letterate francesi, il cui pensiero viene spesso citato da molte femministe storiche, già, aveva in nuce quello di considerare l'essere donna come un processo, non  ancorato e ancorabile all’ essenzialismo biologista, del quale le Terf sono strenue difensore, ma che per millenni ha relegato la donna ad un destino di sottomissione e subalternità.

Sembra, inoltre, surreale che delle femministe, molte delle quali lesbiche, vogliano rispolverare il cattolico dogma del “contro natura” per attaccare e denigrare percorsi diverso dal loro, percorsi che stando allo stesso dogma, per altro, sarebbero analogamente etichettati come “contro natura”.

Negli ultimi anni, in Italia, sono stati pubblicati vari articoli, anche su quotidiani di tiratura nazionale, nei quali alcune femministe hanno lanciato i loro strali contro la comunità trans, quando la maggior parte delle persone trans, presa dalle battaglie quotidiane, quelle sì, contro lo stigma, l'emarginazione e l'isolamento sociale, di rado, hanno avuto il tempo e il modo di rispondere alle loro critiche.

Ciò che mi preme, in primis, precisare è che mai, credo, un attacco gratuito sia stato inoltrato alle femministe radicali lesbiche da parte di attiviste/i trans o di attiviste transfemministe. Quello che, semmai, è successo molto più verosimilmente è che persone trans si siano dovute difendere dagli attacchi di questa elitè accademica o che abbiano fatto le spese della loro transfobia e transmisoginia, come accaduto negli anni ’80, negli Stati Uniti, quando una femminista radicale ha portato il sistema sanitario a non sostenere più i costi della transizione per le persone trans.

Sappiamo bene che il femminismo separatista è stato, in Italia, un'importante esperienza del femminismo della seconda ondata e sappiamo bene che in passato c’è stato il bisogno di “chiudersi” per proteggersi e “sopravvivere”. Sappiamo, altresì, che i tempi sono cambiati non perché sono le mode a essere cambiate. Ma perché sono le persone a essere cambiate; o meglio altre identità subalterne al patriarcato, come quelle Lgbti, hanno deciso di ribellarsi, di prendere la parola e di rivendicare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Orbene, che delle femministe che si sono battute per decenni per l'autodeterminazione delle donne, si impegnino a ostacolare l'autodeterminazione delle persone trans, arrivando perfino a sbeffeggiarle, facendo misgendering e non riconoscendo l'importanza del loro percorso, è paradossale quanto assurdo ed evidenzia la visione ristretta di queste donne.

La pratica femminista dell'autocoscienza, del “partire da sé”, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri.

L’ essenzialismo che riduce tutto al possedere determinati genitali interni ed esterni è riduttivo. Riduttivo non solo in senso classico biologista (vagina=femmina, pene=maschio), ma anche in modo più complesso, perchè si pretende, in modo surreale, che a una vagina o a un pene siano attribuite caratteristiche di personalità, di intelligenza, di sensibilità, che non possono appartenere a un organo genitale. Al contrario, e in maniera indubitabile, appartengono a un organo che si trova un po' più in alto, il cervello, che “si costruisce” e “si plasma” in base alle molteplici interazioni e relazioni dell’individuo con altri individui e con l’ambiente circostante.

Le persone transgender sono un universo di individualità e di modi altri di vivere la propria unicità. Incastrarci in degli stereotipi è veramente difficile se si osserva, realmente, la varietà e la complessità delle situazioni, cosa che qualsiasi sociologa o sociologo dovrebbe fare, se non vuole essere autoreferenziale.

Le donne trans non vogliono invadere gli spazi delle donne cisgender: sono donne e hanno il diritto di stare negli spazi vissuti dalle donne (se lo vogliono).

Chiedo perciò a queste femministe: È più a rischio l'incolumità di una donna cisgender in un bagno frequentato soprattutto da donne cisgender e dove ogni tanto, per caso, può capitare una donna trans, o l'incolumità di una donna trans sola in un bagno frequentato quasi esclusivamente da uomini cisgenderQuale danno reale possono fare poche migliaia di persone trans, in Italia, a milioni di donne e uomini cisgender? Vogliamo veramente far credere che una minoranza storicamente stigmatizzata e oppressa possa diventare oppressore?

Do loro la mia risposta laconica: è impossibile.

Non sarà, molto più semplicemente, che le persone trans, dopo secoli di negazione e sopraffazione, vogliono riappropriarsi della parola negata e vivere serenamente la loro vita senza avere costantemente puntato addosso il dito del pregiudizio di una elitè privilegiata? Chiedo, pertanto, alle stesse di piantarla con le strumentalizzazioni dei nostri vissuti. Altrimenti, congedatevi, una volta per tutte, dal mondo femminista perché è chiaro che non ne fate più parte

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I bulgari sono moderatamente aperturisti in tema di relazioni familiari.

È quanto emerge dai dati d’un sondaggio dell'agenzia demoscopica Gallup International Association, pubblicati a Sofia il 17 dicembre. La ricerca è stata condotta dal 30 novembre al 7 dicembre in prossimità delle festività natalizie, vissute nel Paese dell’Europa centro-orientale, a forte maggioranza cristiano-ortodossa, quale periodo di vacanze familiari per antonomasia.

Su divorzio, aborto, convivenze la popolazione bulgara appare a favore mentre mostra una netta contrarietà al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Solo il 12% delle persone intervistate approva la possibilità di una relazione coniugale tra uomo e uomo o tra donna e donna. Il 78% si oppone categoricamente a tale possibilità.

Quasi tre quarti, invece, degli intervistati e intervistate ritengono accettabile convivere senza matrimonio, anche quando nascono dei figli. Appena il 15% si è dichirato contro il divorzio e solo l'11% ritiene che gli aborti vadano proibiti.

Mutamento radicale d’opinione anche nei riguardi di matrimonio tra persone appartenenti a differenti etnie o credo religiosi. La maggioranza di circa due terzi (69%) si è dichiarata favorevole al riguardo.

Novità anche in riferimento alla violenza contro le donne, stigmatizzata dalla maggior parte della popolazione bulgara. Solo il 7% ritiene che un uomo possa colpire una donna. Bisogna tuttavia notare come il 7% in questione equivalga a oltre 300.000 persone e come, secondo la Gallup, possano «esserci risposte "nascoste”»: il che significa che la preoccupazione rimane alta.

In un tale contesto a sorprendere è la concezione stereotipica dell’uomo quale responsabile del reddito familiare: il 75% sostiene, infatti, che i soldi in famiglia devono essere prevalentemente prevalentemente portati dall'uomo. E a pensarla così sono sia gli uomini sia le donne intervistate. 

sondaggio

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Il Comune di Milano ha accolto il riconoscimento del nascituro, comunemente detto riconoscimento “in pancia”, per una coppia di gemelli con due mamme.

A portare all’attenzione degli ufficiali di Stato civile il caso della 43enne Marica Zanolin e della 38enne Irene Gualtieri, unite civilmente, l'associazione Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford, che ha avviato una procedura, ai sensi dell’art. 44 del decreto 396 del presidente della Repubblica (3 novembre 2000), prevista per le coppie eterosessuali non sposate.

La dichiarazione di nascita di norma deve farsi presso l’Ufficio anagrafe dell’ospedale entro tre giorni dalla nascita o, in Comune, entro dieci giorni. Nel caso i genitori siano sposati, la dichiarazione può essere fatta anche da uno solo dei genitori in quanto vige la presunzione di genitorialità per entrambi. Nel caso in cui, invece, i genitori non siano sposati, la dichiarazione di nascita deve essere resa dai due genitori contestualmente. Tale riconoscimento avviene con il consenso della madre che ha partorito.

L’ordinamento giuridico italiano prevede anche la possibilità per i genitori non sposati di riconoscere il nascituro prima del parto, in modo da agevolare le coppie in tutte le situazioni nelle quali al momento della nascita uno dei genitori non possa esserci, come ad esempio quando il padre viva all’estero per lavoro, o in caso di parto a rischio. Per il riconoscimento prima del parto i genitori devono presentare all’ufficiale di Stato civile un certificato di gravidanza e rilasciare una dichiarazione di riconoscimento di nascituro, che avrà efficacia solo dopo la nascita.

Nel caso un questione Marica era finita in rianimazione, il 2 ottobre, per problemi durante il parto.

«I nascituri hanno corso il rischio – così Valentina Pontillo e Maria Grazia Sangalli, legali della coppia – tanto di perdere la madre biologica, tanto quello di non poter essere riconosciuti dall’altra mamma, in quanto il consenso della gestante non era stato raccolto dall’ufficio di stato civile prima della nascita». Fortunatamente la situazione è migliorata e la coppia ha potuto riconoscere tardivamente i figli presso l’anagrafe del Comune.

Il riconoscimento “in pancia” ora è possibile anche per le coppie di madri presso il Comune di Milano e presso un altro comune lombardo che ha accolto un’identica richiesta.

«In questo modo - sottolineano Pontillo e Sangalli - viene garantito l’interesse del nascituro alla formazione dello status di figlio di entrambi i genitori anche in presenza di genitori dello stesso sesso, per i quali, anche se uniti civilmente, non sussiste alcun automatismo nel riconoscimento, come invece avviene per le coppie coniugate».

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Tensione altissima a Veronetta, storico quartiere del Comune scaligero, dopo l’apertura della sede di Forza Nuova in via San Nazaro e la celebrazione del primo anniversario di quella di CasaPound in via Mazza. Tenutesi entrambe nel pomeriggio di sabato 22 dicembre, le due manifestazioni hanno visto la partecipazione dei rispettivi presidenti Roberto Fiore e Gianluca Iannone.

A esse, nella serata dello stesso giorno, ha fatto seguito presso The Firm Club (locale legato all'estrema destra), in viale dell'Industria, il concerto Merry Xmas del gruppo musicale nazirock dei Gesta Bellica.

Proprio per reagire a tali eventi le associazioni antirazziste, antifasciste, antisessite operanti sul territorio veronese (Assemblea 17 dicembre, Circolo Pink, Non Una Di Meno Verona, Potere al Popolo Verona, Cub, Paratodos, Anpi Verona, Aned Verona, Pink Refugees, Libre Verona, Veronetta 129, Social Street Abitanti di via XX settembre e dintorni, Rifondazione ComunistaVeronetta, Azione antifascista Verona) hanno organizzato la manifestazione Teniamoci stretta Veronetta con l’apertura straordinaria delle sedi di alcuni di esse, reading di poesie e storie di migranti, mercatini di libri fino al corteo collettivo, partito alle 15:00 da piazza Santa Toscana.

Ma purtroppo ciò non è bastato ad arginare l’immediata ripresa di violenze e minacce xenofobe, sessiste e omotransfobiche nel quartiere.

Come denunciato da L'Assemblea 17 Dicembre - Veronesi aperti al mondo, «una signora rumena, che parlava al telefono nella sua lingua camminando lungo via XX Settembre, è stata apostrofata come "straniera di merda" e presa a calci, finendo sotto shock al Pronto Soccorso.

E una ragazza che camminava sola lungo via Mazza in abbigliamento non consono all'estetica casapoundina si è presa una violenta spallata, ed ha scelto di non reagire neanche a parole, temendo di peggio».

Per cui «non diteci che esageriamo – conclude l’Assemblea -: è davvero tempo di tenere gli occhi aperti».

Come se non bastasse, nella notte è apparsa sul muro di fronte all'Università la scritta Pink Merda contro il Circolo Pink di via Cantarane, da tempo oggetto di messaggi sempre più minatori.

Gesti che, però, non hanno intimorito i vertici dell’associazione che hanno dichiarato: «Non sarà certo una miserabile scritta a spaventarci. Siamo a Veronetta da più di vent’anni e abbiamo intenzione di restarci ancora per molto».

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Parlando delle donne nel mondo del calcio e dando voce a un sentimento comune, l’ex europarlamentare romeno nonché proprietario della Steaua Bucarest, George (detto Gigi) Becali, ha dichiarato, il 20 dicembre, a una tv locale: «Se la Uefa obbligherà tutti i club ad avere una squadra femminile, io lascerò il mondo del calcio. Le donne possono praticare altri sport come il basket o la pallamano, ma non sono fatte per giocare a pallone: non hanno il fisico adatto, è una cosa contro natura». 

Il 60enne uomo d’affari, noto per l’ardente adesione al cristianesimo ortodosso, ha immancabilmente fatto poi ricorso a motivi religiosi, dicendo che, nonostante abbia commesso numerosi peccati in vita propria, non farà mai «il volere di Satana contro le forme che Dio ha dato alle donne per attirare l'uomo».

Un caso che ricorda, mutatis mutandis, quello del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, che nel 2015 dichiarò: «Basta dare soldi a queste 4 lesbiche»

Per quanto le dichiarazioni abbiano una portata diversa, riassumono molto bene una rappresentazione ancora molto diffusa in tutta Europa sullo sport e sul calcio femminile: la donna calciatrice è contro natura o, al massimo, lesbica. 

Che non si tratta di battute isolate lo dimostrano i dati. Secondo il rapporto dell'European Institute for Gender Equality (Eige) del 2015, a livello europeo, in media, le donne costituiscono il 14% delle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici in Europa.  Dallo stesso report si evince che le donne nel ruolo di allenatrici sono tra il 20 e il 30% nei vari Paesi Ue rispetto ai colleghi uomini. 

In questo quadro l'Italia ha un ulteriore gap unico nell'Europa occidentale. Quello, cioè, di non riconoscere il professionismo sportivo: le donne in Italia sono considerate formalmente delle dilettanti, incluse le nostre campionesse Pellegrino, Bruni, Vezzali. Ciò significa che possono avere solo rimborsi spese e non possono accedere a tutte le tutele dei contratti sportivi professionali come normato dalla legge 91/1981. Non a caso, molte donne scelgono la carriera militare per poter praticare sport. 

Insomma, quando parliamo di uguaglianza di genere, lo sport si conferma ancora oggi lo specchio dei pregiudizi più profondi della nostra società. Emergono stereotipi e false rappresentazioni che sono alla base tanto del sessismo quanto dell'omofobia: il principale motivo per cui una persona omosessuale non dovrebbe giocare a calcio è proprio legato al fatto che si tratta di "uno sport da uomini". 

Inoltre lo sport non è solo quello del campo da gioco. Ma è anche quello della tv accesa nelle nostre case, del commento sessista di chi guarda la partita, della notizia di Becali letta su Facebook da una ragazza che magari sta lottando con il padre per iscriversi a una squadra femminile. Lo sport è, di fatto, la terza gamba dell'educazione insieme con scuola e genitori. 

Che il calcio femminile sia qualcosa di estremamente "naturale" ci hanno pensato a ribadirlo le azzurre della Nazionale di Calcio femminile. Quelle azzurre che, quest’estate si sono qualificate ai mondiali al contrario dei loro colleghi più blasonati. 

Ora, per rimanere in tema, "naturale" sarebbe, in pari tempo, che l'Uefa procedesse con pesanti sanzioni. Sanzioni da irrogare prima ancora che Gigi Becali sia costretto a lasciare il calcio pur di non far vedere la luce alla Steaua Bucarest femminile.

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Nel corso del Congresso territoriale del 15 dicembre il comitato Arcigay Antinoo di Napoli ha eletto il nuovo direttivo e la nuova presidente.
 
A risultare eletta Daniela Lourdes Falanga, componente di spicco della collettività trans italiana, che, da almeno un decennio, svolge un’importante attività di militanza e volontariato a favore delle persone Lgbti e  delle minoranze in generale.
 
L’elezione di Daniela alla guida di un comitato Arcigay di particolare importanza, qual è quello di Napoli, è senza dubbio una notizia positiva anche perché la comunità transessuale/transgender più numerosa d’Europa (seconda al mondo, dopo Rio de Janeiro) risiede proprio a Napoli. 
 
Contattiamo la neopresidente per sapere qualcosa in più del suo progetto politico e delle connesse aspettative .
 
Daniela, quale eredità raccogli dalla precedente gestione e quali saranno le priorità della tua presidenza? 
 
Il passato direttivo ha prodotto molto in sei anni: ha sviluppato un numero tale di reti di collaborazione e azioni sul territorio da renderlo uno dei più attivi in Italia. Siamo stati capofila di numerosi progetti, abbiamo attivato buone prassi e garantito fruibilità e capillarità su tutto il territorio. Abbiamo incontrato migliaia di ragazze e ragazzi nelle scuole. Siamo entrati nelle carceri non dimenticandoci che la dignità è un bene prioritario e non distinto.
 
Ci siamo occupati di tanti migranti Lgbti per sostenerli attraverso permessi speciali e restituirli a una vita più serena. Almeno un po’ più serena. Abbiamo anche acquisito la capacità di realizzare test per Hiv in sede Arcigay, per ovviare ai timori che, a volte, condizionano ragazzi e ragazzi rispetto a contensti e dinamiche sensibili.
 
Sarà prioritario portare avanti tutto questo e quanto ancora dovremo realizzare, rispetto a temi quali il lavoro, la condizione delle persone anziane, la prostituzione. I destinatari sono le persone “rese” fragili per inadempienze istituzionali e discriminazione. Sono numerosi ragazzi e ragazze che, vivendo il disagio della colpa, della solitudine, desiderano realizzare un percorso di consapevolezza e fierezza della propria identità.
 
Una persona trans alla presidenza di un comitato Arcigay. Una vera rivoluzione? 
 
Forse una rivoluzione in atto, ma non la prima. Diverse compagne e compagni in questo momento vivono l’esperienza della presidenza. Non è facile. Arcigay rimane un’associazione prevalentemente maschile, per quanto se ne voglia dire, con dinamiche annesse. Prima di essere una persona trans, sono una donna. Forse la più grande rivoluzione ancora da compiersi: è abbattere dall’interno una politica di genere prioritariamente maschile.
 
Ti trovi a guidare il comitato di Napoli in un momento di evidente criticità politica nazionale per le persone Lgbti. Cosa credi che sia opportuno fare? 
 
Dobbiamo ripartire dalla storia del nostro Movimento, ricordarci delle battaglie per i diritti acquisiti, ricordarci di essere ancora di quella parte che la voce la deve alzare per raggiungere l’uguaglianza. Bisogna rivivere le piazze: farlo concretamente come adesso ci stiamo ricordando e ricordano soprattutto le donne. Dobbiamo attraversarci in maniera complessa, attraverso analisi politiche profonde e di massa, e concentrarci in un fronte comune, maturo, che sappia fronteggiare la politica dei moralismi. Che sappia far crescere la consapevolezza che un diritto negato è una battaglia di tutti, perché la libertà è un diritto inalienabile umano.
 
I confini reggono le politiche attuali e hanno provocato troppa morte e disumanità. Allora dobbiamo essere migranti, donne. Bisogna essere persone trans, disabili, omosessuali: bisogna aver chiaro che la storia si cambia quando non ci sentiamo diversi per le battaglie dei diritti.
 
Cosa significa per te l’impegno nel volontariato? Quanto dedica della propria vita, una donna impegnata come te, all’azione nel sociale?
 
Per me il volontariato è una missione, una vocazione. È prioritario il bene comune prima di qualsiasi bene che possa toccare la mia persona. Trovo egoistico non pensare in questi termini. Incontriamo persone che vogliono ritrovare speranza. Vederli sorridere è ciò che mi preoccupa più di tutto. Il sociale è la mia vita e non smetti di viverlo mai, neppure la notte, perché non ha confini, appunto.
 
Un tema sensibile per tutte quelle persone, che scelgono di viverlo, anche da professionisti, e rimangono precari a vita, nell’ingiusta incuria dello Stato che invece dovrebbe prendersi cura di innumerevoli risorse che portano avanti, con pochi mezzi e grandi responsabilità, emergenze continue. Ma se muoiono bambini in mare, come si può pensare che ci siano risorse umane? Resistenza.
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Quasi 6 giovani su 10 (58,9%) considerano un gesto fisico violento, come uno schiaffo o uno spintone, motivo sufficiente per interrompere una relazione sentimentale. Appare tuttavia significativo che per gli altri 4 su 10 il gesto di violenza è “tollerabile”. Sono più numerose le donne che considerano il gesto violento ragione sufficiente per interrompere una relazione (69,2% contro il 45,5% degli uomini), mentre quasi un terzo delle intervistate (30,8%) non porrebbe necessariamente fine al rapporto

È quanto emerge dal nuovo lavoro dell'Eurispes Amore malato: dinamiche disfunzionali di coppia che, dopo quello di fine novembre su Sesso, erotismo e sentimenti: i giovani fuori dagli schemi, ha deciso di indagare, tra individui di un'età compresa tra i 18 e i 30 anni, le dinamiche e i meccanismi disfunzionali della coppia. 

Il Nord-Ovest appare quale l'area più "intransigente": oltre 7 su 10 (71,2%) ritengono il gesto di violenza motivo per porre fine a una storia d'amore (57,9% al Sud, 53,3% al Centro, 50,5% al Nord-Est, 49,5% nelle Isole). A un titolo più alto di studio corrisponde poi una più netta insofferenza alla violenza: interromperebbe la relazione il 64,3% dei laureati, il 63% di specializzati e dottori di ricerca a fronte di un 54,2% dei diplomati e del 52,3% dei possessori di licenza media. 

Un quarto dei giovani (24,2%) si è sentito dire dal partner che se lo avesse lasciato avrebbe compiuto gesti estremi contro se stesso. A sorprendere, come rileva l’Eurispes, il dato che ai giovani questa circostanza è capitata più spesso che alle ragazze (26,5% contro il 22,5%). Il picco di risposte affermative è stato riscontrato nel Nord-Est (39,2%) e tra i separati/divorziati è più elevata la quota di chi ha vissuto questa situazione (57,1%).

Un dato ancora più allarmante è che, secondo i risultati del sondaggio, oltre un giovane su cinque (22,5%) è stato minacciato di gesti estremi dal partner, qualora lo avesse lasciato. E, inaspettatamente, i maschi sono vittime di minacce più delle donne. Il 26,1% dei ragazzi ha infatti dichiarato di essere stato minacciato di gesti estremi, contro il 18,8% delle ragazze.

Il picco di conflittualità si rileva tra le persone omosessuali di sesso maschile: addirittura il 34,7% si è sentito minacciare in caso di abbandono (contro il 30% dei bisessuali e il 20,2% degli eterosessuali).

La netta maggioranza delle coppie sulle quali ha pesato una minaccia di violenza è arrivata alla separazione ma non subito: in una minoranza dei casi, meno di un quinto (19,9%) ciè è venuto come immediata conseguenza; nel 30,8% dei casi si è aspettato un po' di tempo prima di chiudere, nel 15,5% ci si è lasciati di comune accordo. Mentre quasi due su dieci (18,6%) stanno ancora insieme. 

«Si può, quindi, dedurre – osserva Eurispes – che è tutt'altro che trascurabile la percentuale di chi non prende troppo sul serio le parole violente e non le ritiene motivo sufficiente per interrompere la relazione». 

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