Classe 1970, la palermitana Marilena Grassadonia si è imposta, negli ultimi anni, alla pubblica attenzione quale presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha guidato dall’ottobre 2015 al 13 aprile 2019. Giorno, questo, in cui si è dimessa dall’incarico concomitantemente all’annuncio della sua candidatura alle europee quale capolista de La Sinistra nella circoscrizione Centro.

Marilena, da presidente di Famiglie Arcobaleno a candidata alle europee: che cosa si prova?

È un susseguirsi di emozioni fortissime. Quando mi è arrivata la proposta di candidarmi alle elezioni europee ho avuto poche ore per riflettere e alla fine il mio sì è passato attraverso due riflessioni. Ho pensato subito che in questo momento storico in cui l’avanzata delle destre diffonde odio e intolleranza, provando a metterci gli uni contro gli altri, ognuno di noi deve assumersi la responsabilità di fare la sua parte. Mettere a patrimonio comune la mia storia e le mie idee è il mio contributo.

E poi sono convinta che sia necessario che esperienze che partono dalla piazza e da gente come me che ha fatto dell’attivismo per i diritti civili la propria battaglia, debbano provare a contaminare il più possibile politica e istituzioni.

Bisogna avvicinare la politica alla gente e la gente alla politica. La sinistra mi ha dato la possibilità di farlo come capolista del collegio centro. Credo in questo progetto politico, non potevo tirarmi indietro.

Quali sono stati i punti fermi della sua campagna elettorale?

Una battaglia giusta resta giusta da qualsiasi parte si conduca. Io sto continuando esattamente quello che ho fatto fino a un mese. La battaglia per il riconoscimento di diritti veri e pieni per le persone Lgbtqi, per restituire dignità alle persone che vengono nel nostro Paese attraversando un mare che dovrebbe dargli la speranza di una vita più felice e serena e che invece è oggi luogo di morte e di propaganda elettorale.

In queste settimane ho ribadito più volte come l’obiettivo delle destre sia quello di limitare le nostre libertà individuali e l’attacco alle minoranze fa parte di questa strategia.

Le destre vogliono imporre la loro ideologia alla realtà, difendono una sola tipologia di famiglia patriarcale e misogina relegando le donne in un angolo della società. Abbiamo bisogno di una Europa femminista che contamini il nostro Paese e che dia alle donne la possibilità di scegliere il proprio percorso di vita. La realtà ci consegna una società con una pluralità di situazioni familiari che vanno tutte egualmente tutelate. Penso alle famiglie arcobaleno, alle famiglie adottive, alle famiglie straniere che vivono nel nostro Paese. Non possiamo assistere inermi ad una destra che fa del ddl Pillon la sua bandiera e che attacca quei diritti civili conquistati con forza e determinazione come il diritto al divorzio o all’interruzione volontaria di gravidanza.

Poi c’è la scuola pubblica che oggi resta forse l’ultimo baluardo di resistenza e laicità. Dobbiamo difenderla per fare in modo che i nostri ragazzi e le nostre ragazze possano continuare ad elaborare il proprio pensiero critico. La battaglia contro le discriminazioni deve partire da una forte azione culturale fatta da una scuola libera, laica e che insegni che la differenza è ricchezza.

Quanto i diritti Lgbti sono stati presenti?

Ovviamente tanto, tantissimo. Quello che succede in Ungheria, in Cecenia ci deve far riflettere di come l’attacco alla comunità Lgbtqi sia un attacco diffuso. In Italia le persone omosessuali hanno una legge che ne riconosce alcuni diritti ma che non ha avuto il coraggio di scrivere nero su bianco che gli omosessuali sono anche genitori. Non mi stancherò mai di ripetere che su diritti civili e umani non possono esserci sconti o compromessi.

Vogliamo il matrimonio egualitario, vogliamo poter scegliere se e come diventare genitori, vogliamo poterci assumere i nostri doveri fin dalla nascita dei nostri figli e delle nostre figlie, vogliamo che le istituzioni si assumano la responsabilità di tutelare la dignità delle nostre vite. È inconcepibile che ancora oggi gay, lesbiche e trans siano allontanati da casa da genitori sopraffatti dalla vergogna, dall’omofobia e dall’ignoranza della gente.

Ha ricevuto attacchi social da parte di qualche associazione Lgbti ma anche tanti attestati di solidarietà. Quale la sua valutazione?

Io vado avanti per la mia strada, per la nostra strada. La solidarietà dei tanti amici e delle tante compagne mi da la carica per continuare. Gli attacchi sono strumentali e hanno lo stesso sapore ideologico dell’attacco alla stepchild durante l’iter della legge sulle unioni civili. Quando qualcuno o qualcuna vuole imporre il suo pensiero ideologico allora perdiamo tutti e tutte un pezzo di democrazia.

Se eletta, quali saranno i suoi impegni prioritari?

Mi impegnerò senza risparmiarmi per fare in modo che le minoranze sotto attacco e le donne possano avere restituita quella dignità oggi messa in discussione da destre populiste e sovraniste. Bisogna lavorare affinché questa Europa metta al centro i reali bisogni dei popoli e non la logica dei mercati.

Dobbiamo costruire un’Europa dove i diritti di tutte e tutti vengano tutelati e riconosciuti e dove il tema della tutela ambientale venga affrontato in maniera globale. Un’Europa in cui le famiglie possano spostarsi senza perdere diritti e in cui i lavoratori possano trovare uguale possibilità di crescita e di occupazione. Insomma il mio slogan #dirittisenzaconfini racchiude tutto questo.

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Dopo il caso delle due mamme di Fidenza la procura di Parma torna a opporsi al riconoscimento della bigenitorialità per coppie di persone dello stesso sesso.

Questa volta il procuratore capo Alfonso D'Avino e il sostituto procuratore Umberto Ausiello hanno presentato ricorso nei confronti di quattro atti di riconoscimento di bambini, compiuti, il 21 dicembre, da donne unite civilmente o conviventi con le madri naturali. I riconoscimenti erano stati fatti dinanzi al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in qualità di ufficiale dello Stato civile. 

A darne notizia, anche questa volta, D'Avino in un comunicato che per uno dei casi parmensi ha espressamente richiamato la somiglianza con quello relativo al Comune di Fidenza, pur rilevando che l'ufficiale di Stato civile aveva rifiutato di ricevere l'atto di riconoscimento. Cosa che aveva portato le due donne fidentine a presentare ricorso al Tribunale e a spingere la Procura a intervenire, chiedendo il rigetto del ricorso.

Anche la vicenda di Parma si inserisce, secono la Procura, «nel solco del delicato problema della possibilità che un bambino, riconosciuto alla nascita soltanto dalla madre, venga poi riconosciuto come proprio figlio anche dalla donna, convivente o unita civilmente con la madre naturale». Possibilità «che, nell'ordinamento italiano, ad oggi - viene osservato - nessuna norma consente o prevede».

Nonostante lo sbarramento normativo i sindaci di alcuni Comuni hanno ritenuto di poter ricevere le dichiarazioni di riconoscimento successivo, mentre in altri casi, quando la richiesta non è stata accolta dal Comune, alcuni Tribunali hanno ordinato all'ufficiale di Stato civile di ricevere gli atti di riconoscimento. «La Procura di Parma, invece, rifacendosi ai principi della separazione dei poteri e del rispetto della legge - si legge ancora nel comunicato di D'Avino - ha sostenuto l'illegittimità degli atti di riconoscimento in questione».

Nel ricorso la Procura ha infatti evidenziato che, secondo le norme del Codice civile e dell'ordinamento dello Stato civile, «l'atto di riconoscimento successivo è previsto solo per il figlio nato fuori dal matrimonio e può essere effettuato esclusivamente dalla madre e dal padre che non lo abbiano riconosciuto al momento della nascita». Pertanto, visto che nei quattro casi in questione il riconoscimento originario del bambino era stato effettuato solo dalla madre, quello «successivo poteva essere effettuato esclusivamente dal padre e non da un'altra donna, che ovviamente non è madre né tantomeno può essere padre».

A sostegno della tesi contraria al riconoscimento, la Procura ha prodotto anche una relazione tecnica da parte dell'Ufficio di Stato civile di Parma, «che si è espresso nel senso di ritenere non accoglibile il riconoscimento richiesto dalle coppie omosessuali, proprio perché non previsto dal nostro ordinamento (tanto che il sindaco è dovuto personalmente intervenire per ricevere gli atti di riconoscimento successivo)».

La Procura ha poi passato in rassegna alcune pronunce giudiziarie precedenti (che avevano ritenuto ammissibili i riconoscimenti), criticandone le motivazioni, proprio per lo stridente contrasto con l'attuale normativa. Infine D'Avino è tornato, come già fatto per il caso fidentino, a dichiarare: «Neppure la legge Cirinnà, che ha introdotto le unioni civili tra coppie dello stesso sesso, ha inteso legiferare in materia di filiazione di coppie omosessuali». Il Tribunale dovrà ora fissare l'udienza per la decisione sui ricorsi.

Non si è affatta attendere la risposta di Pizzarotti, che su Fb ha scritto: «La procura di Parma ha annunciato ricorso contro il nostro riconoscimento di 4 bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Donne che si amano con semplicità, e che al mondo chiedono soltanto di poter amare, curare e crescere i loro bambini.

Rispetto le idee e le opinioni di tutti, ma sui diritti è necessario essere coraggiosi e andare avanti. Se la politica nazionale non ha coraggio, e anzi spesso fomenta odio su questi temi creando leggi lacunose e interpretabili, sta ancora una volta ai sindaci porsi come frontiera dei diritti dei propri cittadini.

In Italia sono stati fatti decine di riconoscimenti in questi anni, ma evidentemente un confronto in punta di legge doveva vedere Parma come la prima città a dover difendere un dirittoLo faremo ancora una volta perché Parma era, è e resterà la Città dei Diritti».

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Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti hanno presentato un esposto ad Antonello Soro, Garante per la tutela della privacy, chiedendo di attivarsi contro il decreto, che firmato dai ministri Matteo Salvini (Interno), Giulia Bongiorno (Pubblica Amministrazione) e Giovanni Tria (Economia), prevede sulla carta d’identità di minori il reintegro della dicitura 'padre' e 'madre' al posto di quella di ‘genitori’.

La richiesta invita nello specifico l’Autorità Garante a impugnare - sulla base dei nuovi poteri attribuitigli dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdrp) - dinanzi all’autorità giudiziaria il provvedimento ministeriale, che viola più disposizioni del Codice in materia di tutela dei dati personali. Tali violazioni erano state già rilevate, in parte, dallo stesso Garante nel parere negativo, da lui espresso il 31 ottobre 2018, sull'ipotesi di decreto che il Governo gli aveva sottoposto.

Le due associazioni hanno deciso di contrastare così l’iniziativa del ministro dell'Interno, che ritengono essere stata adottata con l'unico scopo di discriminare i bambini e le bambine che hanno genitori dello stesso sesso, costringendo questi ultimi a dichiarare il falso nella compilazione dei moduli per richiedere la carta d’identità elettronica.

«Ci siamo rivolti al Garante della Privacy - così l'avvocato Mario Di Carlo, socio di Rete Lenford - in quanto è l’Autorità preposta a garantire il corretto trattamento dei dati personali e quindi anche quelli della carta d'identità. L’illecito trattamento dei dati personali commesso da un ministero non può infatti essere trattato in maniera meno rigorosa di quello commesso da un’impresa o da un’agenzia».

Inoltre «le norme primarie di riferimento, come il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps), già quasi dieci anni fa - continua Di Carlo - recavano l'indicazione di 'genitori', incorporando una visione inclusiva che prende atto dell'evoluzione del diritto di famiglia e del ruolo genitoriale. E non si capisce perché oggi la prassi, contro il dettato normativo, debba imporre nomenclature che non riconoscono correttamente l'identità e le relazioni sociali dei minori».

Gianfranco Goretti, neopresidente di Famiglie Arcobaleno, e Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, hanno dichiarato: «Questo esposto è solo il primo passo di una battaglia che porteremo avanti per abbattere un decreto che il ministro dell’interno sa benissimo essere illegittimo.

Proviamo profonda disistima nei confronti di un Governo incapace di rispondere alle reali esigenze di tutte le famiglie e che concentra invece le proprie energie nell'adozione di atti discriminatori che non migliorano la vita di nessuno, ma alimentano odio ed esclusione».

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Noi con te. Contro il liberismo, contro il razzismo.  Questo lo slogan de La Sinistra, che, composta soprattutto da Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista, correrà alle prossime elezioni europee. I lavori per la composizione delle liste sono agli sgoccioli ma a essere certa è la volontà di restituire il senso delle lotte per i diritti portati avanti in questi anni dalla galassia della sinistra: dal lavoro ai migranti, dalle donne al mondo Lgbti. Marcata inoltre l’impronta femminile soprattutto tra i nomi capilista nelle cinque circoscrizioni.

Le candidature saranno ufficializzate domani nel corso d’un evento elettorale al Teatro Quirino di Roma ma circolano già alcuni nomi.

Oltre allo Spitzenkandidat Nico Cuè, leader del sindacato dei metalmeccanici in Belgio, ci sarà Argyris Panagopulos, rappresentante di Siryza in Italia. Ci sarà lo storico Piero Bevilacqua mentre sarà candidata l’europarlamentare uscente Eleonora Forenza.

Il mondo Lgbt sarà rappresentato da Marilena Grassadonia, che, dimessasi in mattinata da presidente delle Famiglie Arcobaleno (le subentra nell’incarico Gianfranco Goretti), correrà come capolista per la Circoscrizione Centro. Contattata telefonicamente da Gaynews, la pasionaria rainbow d’origine palermitana ha dichiarato: «Sono contenta e onorata di tale candidatura in piena continuità con 15 anni di lotte a sostegno soprattutto dei diritti delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno. Le battaglie sono sempre le stesse al di là di dove si combattano. Altri particolari saranno resi noti domani al Teatro Quirino».

Spazio inoltre ai territori con la giornalista ed ex sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio, e il presidente del consiglio comunale di Napoli, Sandro Fucito.

Scrittrice, editrice, traduttrice e saggista e insegnante italiana è Ginevra Bompiani, figlia del fondatore della nota casa editrice. Infine, dal mondo associazionistico a favore dei migranti proviene Paolo Narcisi, medico e presidente di Rainbow for Africa, che a Bardonecchia ha soccorso in questi anni migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, che hanno tentato di passare il confine con la Francia.

Sicura anche la candidatura di Nicola Fratoianni, segretario di Si, che nel presentare il simbolo ha dichiarato: «Siamo l'unica lista di sinistra alle prossime elezioni europee».

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Come già successo agli inizi di marzo, il Comune di Milano ha riconosciuto in via amministrativa – senza cioè un ordine in tal senso da parte dei giudici – una famiglia con due padri. 

Alcune settimane fa, infatti, il Tribunale civile del capoluogo lombardo ha ordinato di provvedere entro trenta giorni alla trascrizione integrale del certificato di atto di nascita estero di un bambino che, nato tre anni fa tramite gpa, risultava registrato unicamente quale figlio del solo padre biologico. In ogni caso s'era era lasciata agli uffici competenti piena libertà di decidere per l’accettazione o il diniego.

Senza attendere un pronunciamento del Tribunale nel merito, a Palazzo Marino si è così deciso di procedere, giovedì 4 aprile, al riconoscimento della doppia genitorialità.

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Alcune associazioni Lgbt hanno scritto una lettera aperta a Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, in merito al decreto, che firmato dai ministri Matteo Salvini (Interno), Giulia Bongiorno (Pubblica Amministrazione) e Giovanni Tria (Economia), prevede sulla carta d’identità di minori il reintegro della dicitura 'padre' e 'madre' al posto di quella di ‘genitori’. E questo in barba al parere negativo che Antonello Soro, Garante per la Protezione dei dati personali, aveva espresso al riguardo il 15 novembre scorso.

Le associazioni firmatarie sono «componenti del tavolo sulle questioni Lgbtqi da lei instaurato e nel suo ruolo di titolare delle pari opportunità all’interno del Governo che La esprime».

Per esse il provvedimento è «odiosamente discriminatorio» in quanto, al di là degli «orientamenti politici e legislativi per il futuro, le famiglie omogenitoriali già esistono ed esistono i figli e le figlie di quelle famiglie che, grazie alla giurisprudenza o all’azione degli uffici anagrafe dei Comuni più lungimiranti, sono oggi, anche per la legge, figli e figlie di entrambe le figure genitoriali. Figure genitoriali che invece, al di là del genere di appartenenza, sarebbero oggi costrette a rientrare nella categoria inflessibile di “padre“ e “madre”, dando luogo a un’invisibilità, a uno stigma e a un marchio che ricordano periodi bui della storia».

Alla luce di tali elementi «l’attuale Governo – continua il testo della lettera aperta –  non si dimostra un interlocutore affidabile perché al di là delle dichiarazioni non appare in grado di mettere in sicurezza i diritti delle persone Lgbtqi, non ne migliora le condizioni di vita e anzi le peggiora.

Crediamo che, al di là della insostenibilità legale di un’impostazione odiosamente discriminatoria, come già confermava il parere del Garante della privacy, e dunque degli esiti dei ricorsi, sia essenziale un chiarimento politico del Governo di cui entrambi, Lei e il Ministro dell’Interno, con le rispettive forze politiche, siete espressione affinché questa pagina odiosa venga cancellata. Ad oggi possiamo solo valutare i fatti».

A firmare la lettera sono state Agedo, Alfi, Arc, Arcigay, Arcigay Antinoo Napoli, Arcigay Arcobaleno degli Iblei Ragusa, Associazione di volontariato Libellula, Associazione Esedomani Terni, Associazione Lgbt Quore, Certi diritti, Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, Di’Gay Project – DGP, Edge Excellence & diversity by LGBT executives, Famiglie Arcobaleno, I Ken, Iglbc Italian GLBT Business Chamber, Polis Aperta, Rain Arcigay Caserta, Rete Genitori Rainbow, Stonewall Glbt, Torino Pride, Ufficio Nuovi Diritti Cgil.

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La Procura di Parma si è opposta al riconoscimento genitoriale di un bimbo da parte di una donna unita civilmente alla madre biologica del minore. A farlo sapere in una nota lo stesso procuratore capo Alfonso D'Avino.

La vicenda riguarda una procedura avviata davanti al Tribunale di Parma dall'avvocato della coppia di donne al fine di ottenere l'annullamento del rifiuto dell'ufficiale di Stato civile del Comune di Fidenza al riconoscimento del piccolo.

Il procuratore si è opposto alla richiesta «evidenziando che essa non sarebbe prevista dal nostro ordinamento giuridico, per cui - allo stato dell'attuale legislazione - il riconoscimento del figlio di una donna, da parte di una persona dello stesso sesso (sia essa convivente o unita civilmente alla madre del bambino), sarebbe vietata».

Il bambino, concepito con la tecnica della procreazione medicalmente assistita, è nato in Italia ed è stato riconosciuto dalla madre con regolare dichiarazione di nascita all'ufficio di Stato civile. Poi la compagna della donna, con il suo consenso, si è rivolta al Comune, chiedendo di effettuare il «riconoscimento successivo» come seconda madre e di aggiungere il proprio cognome al bambino. La richiesta però è stata respinta, «evidenziando come la normativa vigente non consenta il riconoscimento di figli da parte di coppie omosessuali». Contro tale provvedimento il difensore della coppia ha presentato ricorso al Tribunale, sottolineando che, in altre situazioni, il riconoscimento era stato consentito. Il Tribunale si è riservato di decidere.

«La vicenda si inserisce nell'ambito del delicato problema della possibilità che un bambino venga riconosciuto come figlio di una coppia omosessuale - ha dichiarato D'Avino - possibilità che, nell'ordinamento italiano, ad oggi nessuna norma consente o prevede». In considerazione del fatto che la richiesta di riconoscimento, rigettata dall'autorità amministrativa, è stata poi rivolta all'autorità giudiziaria, il procuratore ha evocato «il fondamentale principio della separazione dei poteri» con il richiamo alla distinzione tra il potere legislativo e quello giudiziario.

Inoltre, secondo la Procura, non potrebbe valere il richiamo alla legge 76/2016 su le unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze di fatto (la cosiddetta legge Cirinnà). A questo proposito, infatti, il procuratore ha evidenziato che «trattandosi di una legge recente (del 2016) che ha introdotto le unioni civili, se il legislatore avesse voluto, avrebbe legiferato anche in materia di filiazione; non lo ha fatto, per cui il giudice non può - a parere dell'ufficio requirente - intervenire lì dove il titolare del potere legislativo (ovvero il Parlamento) non ha inteso intervenire».

Tra le considerazioni che la difesa della coppia ha portato dinnanzi al Tribunale per chiedere l'annullamento del provvedimento, figura anche il «superiore interesse del minore». Su questo punto «dopo aver evidenziato l'assoluta condivisibilità di tale principio», il procuratore ha osservato come "tale concetto non possa essere piegato al punto tale da far ritenere (come qualche provvedimento giudiziario ha motivato) che esso verrebbe irrimediabilmente leso se non si consentisse il riconoscimento da parte della seconda madre».

L'Avvocatura dello Stato, intervenuta nel giudizio, ha eccepito l'incompetenza del Tribunale di Parma «e, comunque, ha chiesto il rigetto della istanza della difesa».

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Era stato presentato il 7 settembre 2018 da Gianfranco Acri, capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio comunale di Brescia. A distanza precisa di sei mesi è stato discusso e votato, giovedì scorso, a Palazzo della Loggia l’ordine del giorno (17) relativo al riconoscimento della genitorialità per coppie di persone dello stesso sesso. 

Il gruppo consiliare meloniano aveva chiesto al sindaco Emilio Del Bono, alla Giunta e al Consiglio comunale di «esprimersi in modo chiaro, inequivocabile, netto in merito al non riconoscimento della qualifica di genitore nelle coppie omosessuali al soggetto senza vincoli di consanguineità con il bambino».

Ma con 20 voti contrari, 9 favorevoli e nessun astenuto il Consiglio comunale bresciano ha respinto l'ordine del giorno contro l'omogenitorialità. A esprimere il proprio sì all’odg 17 Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega mentre per il no si sono schierati M5s, Sinistra a Brescia, Brescia per passione, Civica del Bono (a esclusione del consigliere Guido Galperti, assente in aula) e Pd (a esclusione del consigliere Giuseppe Ungari, assente in aula). Tra i voti contrari anche quello del sindaco Del Bono.

Nel discutere l’ordine del giorno Fdi, Fi e Lega ne hanno presentato il carattere a tutela della famiglia naturale come presuntamete sancito dall’art. 29 della Costituzione. Tra i contrari all’odg 17, invece, mentre il Pd si è trincerato dietro a un parere tecnico, liquidando la questione come di non competenza del Consiglio comunale, M5s e le alte liste hanno motivato la loro opposizione in termini di inclusività.

In particolare, Donatella Albini (Sinistra a Brescia) ha parlato di umanità da portare in politica nonché di diritti dei minori da rispettare così come previsto dalla Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia.

Raggiunto telefonicamente da Gaynews, così si è espresso il noto attivista bresciano nonché componente d’Arcigay Orlando Luca Trentini: «È sicuramente una pagina positiva dell'amministrazione di centrosinistra che governa Brescia. Si è superato un tentativo regressivo da parte della destra che al di là delle dichiarate posizioni liberali ha rivelato tutto il suo clericalismo reazionario. Tuttavia molti ostacoli vanno ancora superati. A Brescia le richieste di trascrizione anagrafica, tre fino ad ora, sono state rifiutate.

Le felici prese di posizione espresse in aula vanno sostanziate con atti concreti e amministrativi che vadano verso l'inclusione e la tutela dei diritti fondamentali dei figli delle coppie omosessuali, che devono vedere pienamente riconosciuta la natura materna e paterna del genitore sociale.

Arcigay, insieme alle altre associazioni, alle cittadine e ai cittadini presenti numerosi in sala, continuerà a sollecitare l'amministrazione perché si abbatta ogni ostacolo e si garantisca piena tutela e protezione sociale ai figli delle famiglie arcobaleno. Nell'esclusivo interesse del minore».

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Dopo ben cinque provvedimenti emessi dal Tribunale civile di Milano perché l'Anagrafe comunale procedesse alla trascrizione di atti di nascita esteri di figlie/i di due papà (la prima a ottobre del 2018), da Palazzo Marino finalmente un segnale di svolta.

È stata infatti riconosciuta in via amministrativa – senza cioè un ordine in tal senso da parte dei giudici – una famiglia con due padri, seguiti dall'avvocata nonché socia di Rete Lenford Susanna Lollini.

A darne notizia in una nota Famiglie Arcobaleno, che ha informato come i genitori avessero «avuto due figli concepiti tramite gestazione per altri negli Stati Uniti, oggi di 1 e 5 anni. Per il primo figlio la coppia aveva avuto un provvedimento giudiziario favorevole al riconoscimento della doppia paternità nel 2018.

Nel secondo caso invece la Giunta aveva deciso di sospendere le trascrizioni per i bambini e le bambine figli di coppie gay, decisione che Famiglie Arcobaleno ha denunciato come discriminatoria.

La coppia di padri, dopo lungo confronto con l’amministrazione, ha formalizzato la richiesta allo Stato civile per il riconoscimento del secondo figlio ai primi di novembre. Non ricevendo risposta dopo i canonici 30 giorni, i genitori si sono rivolti al Tribunale che con una pronuncia del 20 febbraio, pur lasciando libertà agli uffici di decidere per l’accettazione o il diniego, ha ordinato di provvedere entro trenta giorni, “riservando all’esito ogni determinazione". Il Comune ha deciso di trascrivere senza attendere la pronuncia del Tribunale, del quale comunque è noto l'orientamento favorevole».

Al riguardo così si è espressa Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno: «Per noi è un’importante passo in avanti in una città dove sono numerose le famiglie con due padri.

Avremmo sperato che il sindaco Giuseppe Sala si muovesse in questa direzione prima, ma oggi quello che conta è che sia stato raggiunto un importante risultato che, ci auguriamo, indichi un cambio di rotta di cui potranno beneficiare altre coppie, senza dover più intraprendere la lunga strada dei ricorsi legali».

Raggiunta telefonicamente, Diana De Marchi, consigliera comunale (Pd) e presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, ha espresso viva soddisfazione dichiarando a Gaynews: «Condivido e apprezzo la scelta del nostro sindaco di procedere senza aspettare il Tribunale come avevamo chiesto a maggioranza».

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Ennesimo richiamo da parte del Tribunale di Milano al sindaco Giuseppe Sala, che, ha ricevuto, nel giro di pochi mesi, l’ordine di trascrivere i certificati di nascita esteri d’una coppia di gemelli, figli di due papà. Si tratta per l’esattezza della quinta volta.

Divenuto definitivo il 26 febbraio scorso, il provvedimento emesso rileva come, senza l’immediata trascrizione, vengano così negati a bambini e bambine diritti fondamentali quali l’identità personale, la bigenitorialità, «la vita privata, la sicurezza del mantenimento dei legami con la propria famiglia (intesa in senso sociale e non biologico - genetico)».

Il caso in questione presenta un indubbio elemento di novitas dal momento che il ricorso è stato presentato in assenza di un formale rifiuto del Comune di Milano di trascrivere il certificato di nascita integrale, formato negli Stati Uniti. Il Comune - nonostante i solleciti della coppia di padri - non ha provveduto ad adottare alcun provvedimento entro il termine stabilito dalla legge. Pertanto, il Tribunale ha sottolineato che il silenzio del Comune equivale, di fatto, a un rifiuto.

I legali dei genitori, Giacomo Cardaci, Manuel Girola, Luca Di Gaetano, soci di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbti, hanno affermato al riguardo: «La decisione del Tribunale di Milano, arrivata dopo 13 giorni dal deposito del ricorso, dimostra che per garantire i diritti fondamentali, specie dei bambini, servono decisioni rapide e che esiste ormai un orientamento consolidato». 

Sulla questione è intervenuta anche l'avvocata Myriam Camilleri, presidente di Rete Lenford, che ha dichiarato: «Le molteplici decisioni del Tribunale di Milano rendono chiaro che il rifiuto, così come il silenzio del Comune di Milano sono diventati incomprensibili. Non vogliamo entrare in conflitto con l’Amministrazione, ma è necessario farle arrivare chiaro il messaggio che non può più costringere le coppie di padri a dover ricorrere alla magistratura per garantire i diritti fondamentali dei loro figli e delle loro figlie».

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