Credeva di poter galvanizzare il Parlamento con l’immancabile papillon e le braccia levate al cielo come aveva fatto col popolo del Family Day al Circo Massimo.

Credeva di poter addomentare l’opinione pubblica, soprattutto quella delle donne, rabbonendole con cantilene come quelle sussurate per la sua ultimogenita a pochi giorni dalla nascita, quando si era fotografato nell’atto di suonare un brano degli Scorpions in ore insonni definite Glory Night.

Ma non è una notte di gloria bensì lunga e tormentata quella che sta affliggendo Simone Pillon, il senatore leghista e per autodefinizione papista (eppur insofferente e aggresivo nei riguardi del quotidiano della Cei L’Avvenire), per il suo progetto di legge sull’affido condiviso.

Perché a dispetto di quella sicumera, a lui connaturale, con cui aveva annunciato che il suo testo sarebbe arrivato in Aula prima di Natale, il braccio parlamentare di Gandolfini si è visto piombare addosso la richiesta di oltre 120 audizioni in Commisione Giustizia al Senato e le critiche, via via più serrate, da parte degli alleati di governo M5s. Per finire a quelle recenti dello stesso vicepremier Luigi Di Maio.

Ma sono soprattutto le donne a essersi ribellate a un progetto di legge che Nonunadimeno ha bollato «come proposta intrisa di violenza. Non vogliamo discuterla o emendarla: noi la respingiamo senza condizioni».

Cosa cha ha portato Nudm, insieme con la rete dei Centri anti-violenza e varie sigle associative (comprese quelle Lgbti) a organizzare per oggi in oltre cento piazze italiane la mobilitazione No Pillon. Contro la modificazione di separazione e affido, «per rispondere a questo attacco patriarcale e reazionario con la forza globale dell'insubordinazione femminista e transfemminista».

A Roma il presidio è iniziato alle 11:00 in piazzale Madonna di Loreto con una presenza altissima di partecipanti. Tantissimi i cartelli e gli striscioni esibiti, recanti scritte del tipo No al Medioevo, Ci volete ancelle: ci avrete ribelli, Decidiamo noi sulle nostre vite, sui nostri desideri, sui nostri affetti.

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Ottimismo era stato espresso dal senatore Simone Pillon in riferimento al ddl sull’affido condiviso, che a suo parere sarebbe arrivato in Aula prima di Natale.

Le massicce reazioni, che hanno accompagnato il disegno di legge e si sono concretate sia in manifestazioni di piazza sia nella costituzione del Comitato No Pillon, hanno indotto la maggioranza a un atteggiamento di cautela e attesa. Atteggiamento, questo, che si è concreteto nel coinvolgimento di esperti e realtà associative di contrapposto orientamento alle audizioni in Commissione Giustizia, la cui calendarizzaione è stata approntata il 2 ottobre. 

Nella tarda mattinata di oggi è stata resa nota la lista delle persone che saranno audite.

Si tratta di 16 nominativi provenienti dall’area legale, 60 da quella associativa, 8 da quella accademica, 13 da quella della magistratura, 9 da quella medico-psicologica, 6 da quella sindacale, 10 da quella di esperte ed esperti in altri settori.

Sono ben 26 quelli indicati dal senatore Pillon, tra cui la scrittrice Costanza Miriano, il leader del Family Day Massimo Gandolfini, il presidente del Tribunale dei Minori di Perugia Sergio Cutrona, la presidente di CamMino Maria Giovanna Ruo, il presidente Genitori separati cristiani Ernesto Emanuele.

La presidente dell’Unione Donne italiane Vittoria Tola è stata invece indicata dalla senatrice M5s Angela Anna Bruna Piarulli, mentre tra i nominativi indicati da Pietro Grasso (Leu) figurano Francesca Koch (presidente della Casa Internazionale delle Donne) e Cristina Corinaldesi. Tanti anche quelli presentati dal senatore del Pd Giuseppe Luigi Cucca, tra cui l'avvocata Antonella Anselmo e la presidente di Rebel Network Luisa Rizzitelli. 

Al M5s va infine il merito di aver indicato un nome autorevole come Linda Laura Sabbadini, esperta di statistica sociale a livello internazionale e pioniera degli studi di genere.

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C’è chi lo demonizza giudicandolo quale conservatore nemico delle donne e dei diritti tout court. Il tutto in nome d'una idea monolitica di famiglia ormai superata.

C’è poi, invece, chi lo considera elemento di svolta per un nuovo diritto di famiglia: l’inizio di un nuovo corso, insomma, in difesa del diritto dei padri a ricoprire il ruolo genitoriale dopo la fine del matrimonio e a non versare più alcun contributo economico all’ex moglie.

Il disegno di legge a firma del senatore gandolfiniano Simone Pillon, che intende rivedere le norme sull’affido condivido dei figli in caso di divorzio e il loro mantenimento, fa già scaldare e dividere gli animi da una parte e dall'altra.

Per capire cosa dice esattamente il ddl, prima di essere pro o contra, abbiamo raggiunto l'avvocato civilista-matrimonialista Mario Melillo, dello studio legale romano Lana-Lagostena Bassi.

Avvocato Melillo, cosa introduce di nuovo il disegno di legge Pillon?

Il ddl Pillon si vorrebbe ispirare alla necessità di preservare un ruolo paritario tra i genitori, in caso di separazione e scioglimento del matrimonio, nell’esercizio attivo della responsabilità genitoriale, stimolando un impegno e valorizzando l’apporto comune, sia in termini di frequentazione che in termini economici, alla conservazione, a beneficio del minore, di una “bigenitorialità attiva”.

Come ben saprà, dal momento della presentazione del ddl, il senatore Pillon è stato duramente attaccato soprattutto dalle associazioni femministe perché vedono nella norma (qualora fosse approvata) un attacco alle donne/madri con forti traumi per i figli. Da parte sua, secondo lo stesso relatore proponente, la nuova norma sarebbe tutta a tutela dei figli.

Data la sua esperienza in cause di divorzi, cosa c’è di vero?

In effetti, è proprio il caso di dire “sarebbe”. Ma in realtà, pur non volendo aprioristicamente criticare l’intento della proposta di legge, le nuove norme prospettate sono ben lontane dal tutelare i figli. Anzi, questi ultimi diventano un mero strumento del conflitto genitoriale che, a ben vedere, appare più improntato a un’artificiosa parificazione dei ruoli genitoriali, anziché affrontare e realizzare nel modo meno traumatico possibile la salvaguardia della serenità dei minori, vale a dire delle vere “vittime” del trauma della separazione genitoriale.

Quali sono, a suo avviso, gli aspetti negativi?

Gli aspetti critici, a mio avviso, consistono nell’errore di fondo di voler parificare a tutti i costi ruoli, posizioni e funzioni dei genitori separati, quando la realtà dimostra che essi sono fortemente influenzati dalle condizioni economiche di ciascuno di essi. Esemplificando: si pretende che entrambi i genitori contribuiscano economicamente ciascuno per suo conto al mantenimento dei figli.

Si dimentica che le famiglie sono spesso composte da persone tra i quali vi è una forte, se non incolmabile, differenza di condizione economica. Si pensi al caso tipico di un padre - uomo in carriera, con alta redditività e capacità patrimoniale - e di una madre – casalinga -, che ha dedicato tutta la vita alla famiglia e ai figli, la cui reddituali immediata è pari allo zero. Quale contributo al mantenimento per i figli potrà mai essere assicurato da quest’ultima? Ciò significa che nei periodi di frequentazione materna i figli dovranno vivere di stenti e privazioni, magari costretti a soggiornare in un ambiente domestico ai limiti della decenza?

C’è poi la questione delle due residenze e due abitazioni dei figli…

Quanto poi a questo aspetto, la proposta prevede che i figli convivano, a cadenze regolari, alcuni giorni con il padre, altri con la madre: i figli, in sostanza, diventano fagotti viaggianti al servizio della riaffermazione personale dei genitori. E inoltre: nei periodi in cui i figli soggiornano presso il padre in carriera (si pensi ad un manager tipo Marchionne) quanto in effetti il padre si occuperà di loro? Ogni commento mi pare superfluo.

Cos’altro le sembra discutibile?

Altro aspetto non condivisibile è la mediazione familiare obbligatoria e a pagamento. A parte il fatto che gli strumenti di negoziazione assistita previsti dalla legge vigente ben si inseriscono in un contesto di crisi genitoriale, e sono funzionale ad attenuarne - grazie all’ausilio degli avvocati (nell’ovvio presupposto di professionisti esperti della materia e sensibili alla salvaguardia del supremo interesse della prole minorenne) - derive irragionevoli perché ispirate a intenti vendicativi, anziché collaborativi; a parte ciò, dicevo, prevedere una mediazione obbligatoria laddove al 90% dei casi la crisi è irreversibile si traduce in un’inaccettabile pretesa dello Stato di vessare la parte economicamente più debole, obbligandola a sforzi onerosi ed il più delle volte inutili. A beneficio di chi, poi?

Potendo essere corretto, in quali aspetti dovrebbe essere rivisto il disegno di legge?

Un correttivo all’attuale normativa, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi su una maggiore concentrazione dei tempi dei processi di separazione e divorzio, anziché intervenire su una disciplina sostanziale che deve essere giocoforza adattata caso per caso con criteri chiari, sufficientemente elastici, ma in tempi più rapidi di quelli attuali. Ma questa è un’altra storia.

Che nuovo tipo di famiglia e di responsabilità genitoriale si concretizzerebbe se questo disegno di legge venisse approvato? Migliore o peggiore dell’attuale?

La proposta, a mio avviso, non guarda all’interesse dei minori ma esclusivamente a quello dei genitori. Forse in modo troppo condiscendente rispetto agli input di lobby le cui istanze vanno sì ascoltate, ma nelle sedi opportune. E qui mi appello alla sensibilità, alla professionalità e alla competenza della magistratura. Il quadro che si prospetta dalla proposta, pertanto, è quello di una responsabilità solo apparentemente paritaria, ma in pratica condizionata alle rispettive capacità economiche e gestionali dei genitori. Quanto ai figli, vedo solo grande confusione e sofferenze ulteriori.

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«Il ddl Pillon vuole caricare tutto il peso di un'eventuale separazione sulle spalle delle donne. Per questo ritengo doveroso essere qui a manifestare. Anzi ci dovrebbe essere tutta Bologna».

Queste le parole che Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, ha rilasciato a commento della manifestazione tenutasi in mattinata nel capoluogo emiliano per protestare contro il disegno di legge sull’affido condiviso. Testo, il cui primo firmatario è, per l’appunto, il senatore leghista Simone Pillon, noto alle cronache per le dichiarazioni su aborto, unioni civili, fede papista.

Per non parlare della credulità nella stregoneria, imposta – secondo Pillon – in una scuola primaria del Bresciano e perciò oggetto d’una sua specifica interrogazione parlamentare nel marzo scorso. Aspetto, questo, che Franco Grillini non ha esitato a richiamare in una piazza Nettuno gremita da varie centinaia di persone.

«Con una tale legge – così l’ex parlamentare – si vorrebbe che l'Italia tornasse ai fasti del Medioevo, quando si bruciavano le streghe. Ora, se a volte si è portati a sorridere di queste cose per quanto sono ridicole, bisogna stare molto attenti perché i vari Pillon si stanno moltiplicando.

Viviamo in un mondo fatto di libertà e di diritti. Ma, paradossalmente, ci sono questi personaggi che, portati dalla Lega di Salvini in Parlamento, vorrebbero farci sprofondare nella barbarie più totale con danni inimmaginabili».

Gli ha fatto eco il deputato dem Luca Rizzo Nervo, per il quale «è necessaria una mobilitazione civile contro un progetto di legge retrogrado che ci vuole riportare ai tempi di Alberto da Giussano, quel personaggio di fantasia che i leghisti si appongono sulla giacchetta. Noi lotteremo in Parlamento con grande determinazione contro un ddl che mette in discussione diritti che sono patrimonio di tutti».

Durissima anche l’ex senatrice del Pd Francesca Puglisi, che ha dichiarato: «Questa legge va nella direzione opposta a quello che dice il rapporto della Commissione sul femminicidio e contraddice la Convenzione di Istanbul», prevedendo tra l'altro che "i bambini siano dati in affido condiviso anche se hanno assistito alla violenza sulla madre e anteponendo gli interessi economici degli adulti ai bambini".

Un’occasione, quella bolognese, per invitare "le donne del Movimento 5 stelle e della Lega a scendere in piazza con noi, perché questa è una lotta trasversale con cui vogliamo difendere i diritti di tutti".

Puglisi ha inoltre contestato "la balla secondo cui solo i padri sono impoveriti nel momento della separazione: è tutto il nucleo famigliare che viene impoverito, e come se non bastasse nessuno dice che solo un quarto dei padri paga l'assegno di mantenimento, anche se il giudice che stabilisce la cifra ha ovviamente guardato il 730 prima".

Accanto all'ex senatrice anche la consigliera comunale Roberta Li Calzi e Susanna Zaccariaassessora comunale alle Pari Opportunità e ai Diritti Lgbt, nonché moltissime donne del mondo associazionistico e sindacale.

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«In ottobre saremo in Commissione e, se tutto va bene, prima di Natale in Aula». Risponde così un ottimista Simone Pillon nel corso dell’intervista rilasciata oggi a La Stampa sul ddl che, relativo all’affido condiviso, lo vede primo firmatario.

Un disegno di legge che, eliminando l’assegno di mantenimento e imponendo la mediazione familiare obbligatoria nei casi di separazione con minori, sta suscitando ovunque una levata di scudi.

Per Linda Laura Sabbadini c’è una volontà – come scrive, sempre sul quotidiano torinese, l'insigne studiosa di statistica sociale a commento dell’intervista - «a farci tornare al matrimonio indissolubile. E così le violenze contro le donne più facilmente continueranno, i conflitti esploderanno tra i separati in casa, e chi ci rimetterà? I bambini sempre meno sereni, e le madri e i padri più responsabili.

Non votate questa legge, è un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili. Uccide la genitorialità, quella vera, del cuore e della responsabilità. Uniamoci tutti. Indietro non si torna».

Colpisce nel segno Sabbadini, dal momento che il senatore leghista non esita a dichiarare: «Vorrei introdurre in Italia il convenant marriage americano: una forma di matrimonio indissolubile».

È vero che si tratta di una risposta a una serie di domande sulla base della premessa «Facciamo un gioco: Pillon dittatore d’Italia». Ma è indicativa del modo di pensare dell’avvocato bresciano vicino a Gandolfini ed esponente del Family Day, anche se visto come una sorta di traditore e opportunista dagli adinolfiani del Popolo della Famiglia.

In questo gioco sull’agire di un Pillon quale ipotetico dittatore non mancano le dichiarazioni sull’aborto: «Noi sosteniamo la vita e dunque dobbiamo convincere ogni donna a tenere il suo bambino» fino all’extrema ratio: «Glielo impediamo». Come quelle sul matrimonio egualitario: «Matrimonio gay? Non esiste, perché la famiglia è quella naturale. Se intende le unioni civili, le abolirei».

Non per niente, prima delle risposte al “gioco del dittatore”, Pillon afferma: «Per me, esistono mamma e papà. Genitore 1 e genitore 2 sono una vergogna; l’utero in affitto, un abominio».

Affermazioni che per Pillon discendono dall'essere «cattolico, apostolico e romano. Anzi, papista». Perché per lui «la fede non è un fatto privato, ma ha una dimensione pubblica».

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La Corte di Appello di Perugia ha messo fine la parola fine sul caso del piccolo Joan, che il Comune di Perugia si era rifiutato di riconoscere perché figlio di due donne, e ha ordinato al sindaco Andrea Romizi di trascrivere immediatamente l'atto di nascita con entrambe le madri. A riferirlo in un comunicato Omphalos Lgbti in merito alla vicenda della mancata trascrizione dell’atto spagnolo di nascita di Joan.

«La magistratura – così Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos Lgbti – è dovuta intervenire ancora una volta in pochi mesi per tutelare i diritti fondamentali del piccolo Joan; diritti che il sindaco Romizi ha costantemente ignorato nel corso di tutta questa lunga vicenda».

La Corte di Appello ha ritenuto infondato il ricorso presentato dal sindaco Romizi e dal ministro Salvini contro la precedente decisione del Tribunale arrivata lo scorso marzo. L'ordine del tribunale di trascrivere integralmente l'atto di nascita di Joan non è mai stato attuato dal Comune, che invece ha fatto ricorso in appello, perdendo ancora una volta.

A difendere Joan e le sue mamme durante il lungo iter giudiziario sono stati gli avvocati Vincenzo Miri e Martina Colomasi dell'associazione Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbt che hanno dichiarato: «Siamo molto soddisfatti per il decreto, che ricostruisce con precisione un quadro giuridico della genitorialità a tutela di tutti i figli, senza che rilevi l'orientamento sessuale dei genitori e il modo in cui i bimbi vengono al mondo».

Bucaioni non ha mancato d’augurarsi «che il sindaco Romizi abbia finalmente compreso che non esistono famiglie di serie A e famiglie di serie B. L’attività amministrativa del primo cittadino impone la tutela di tutti i bambini, indipendentemente dalla tipologia di famiglia in cui sono nati, amati e cresciuti. Romizi riconosca i suoi errori, altrimenti farà bene a dimettersi».

A reagire contro il decreto il senatore leghista Simone Pillon, per il quale «la Corte d’Appello di Perugia ha fatto male ad assecondare l'offensiva delle lobby gay».

In una nota il braccio destro di Massimo Gandolfini ha dichiarato: «I giudici non possono sostituirsi alla realtà dei fatti senza calpestare il diritto naturale. I bambini nascono da un uomo e una donna e non possono essere comprati all'estero mediante la pratica delittuosa del traffico di gameti umani o dell'utero in affitto.

Manifesto tutta la mia solidarietà a questo bambino artificialmente privato della figura paterna e confido nella volontà del Comune di Perugia di ricorrere per Cassazione contro una decisione tanto erronea; continuando su questa strada rischiamo di legittimare i delitti e ancor peggio di privare i bambini delle loro radici e di una delle due figure genitoriali».

Per Pillon, «nello specifico, sulla interpretazione del concetto di ordine pubblico su cui si poggia la normativa italiana in distinguo con quella di diritto internazionale ed il principio in essa affermato dell'interesse superiore del minore (sul quale poggiano alcune sentenze di alcuni giudici italiani), non è stata ancora detta l'ultima parola.

La materia è attualmente ancora sub iudice ovvero in attesa di un pronunciamento definitivo delle Sezioni unite della Cassazione, alla quale si sono rivolti altri giudici italiani ed alla quale si dovrà rivolgere, con apposito ricorso, il Comune di Perugia».

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Il 27 giugno il portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini ha incontrato il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, il suo omologo all’Istruzione Marco Bussetti e il sottosegretario all’Interno Enrico Molteni. Il motivo, come evidenziato il 28 giugno da Filippo Savarese, è da ricercarsi nella presentazione delle «istanze del popolo del Family Day ai tre principali rappresentanti di Governo che se ne dovranno occupare».

Fortemente vicino al medico bresciano e al suo braccio destro Simone Pillon – la cui candidatura ed elezione a senatore promanano direttamente dal sostegno dell’area gandolfiniana del Family Day alla Lega durante le ultime elezioni politiche – il coordinatore delle campagne della Fondazione CitizenGo (a partire dal Bus No Gender) ha quindi dichiarato: «Con tutti e tre il confronto è stato aperto ed estremamente fruttuoso, sui principi e sulla volontà di collaborazione. Il lavoro di contaminazione della politica iniziato dopo il grande Family Day del 30 gennaio al Circo Massimo continua e sta conoscendo oggi la sua forma più alta e diretta».

In realtà il triplice incontro ha visto partecipe non solo Gandolfini ma anche ProVita nella persona del presidente Toni Brandi e Generazione Famiglia nelle persone di Jacopo Coghe, Giusy D’Amico, Maria Rachele Ruiu.

Come chiarito sulla pagina della branca italiana de Le Manif pour tous, «sono stati vari i temi trattati nell’incontro, è emersa infine la proposta di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica».

Espressione, quest’ultima, che, cara a Papa Francesco e presente anche in documenti come l’Amoris Laetitia, fa riferimento all’ideologia gender. Si deve fra l’altro proprio a Generazione Famiglia il successivo tweet del ministro Fontana sulla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora al Pompei Pride.  

Ma un dettagliato resoconto degli incontri è stato offerto il 28 giugno da ProVita sul suo notiziario in una con le valutazioni di Toni Brandi: «Il Comitato Difendiamo i nostri figli, organizzatore dei Family Day di piazza San Giovanni e del Circo Massimo, di cui fa parte anche Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, è stato al ministero della Pubblica istruzione. Gandolfini ha parlato di "incontri fruttuosi con esponenti del governo per tutelare la famiglia".

Lo scopo degli incontri è stato quello di ottenere una "più efficace collaborazione sul fronte della promozione della natalità e della cultura della vita, della libertà educativa e del diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma", ha detto Gandolfini.

Il Comitato ha incontrato Marco Bussetti, ministro della Pubblica istruzione, Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: "È emersa una comunione di vedute sulla necessità di tutelare il diritto dei bambini all’identità e ad avere entrambe le figure genitoriali, di perseguire pratiche di mercimonio di gameti e dei corpi e di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica", ha concluso Gandolfini».

Circolata negli ambiti di tali organizzazioni, la notizia è oggi rimbalzata nuovamente sui social grazie alla parziale narrazione offerta dalla pagina Facebook L’unione falla forsee all’appello congiunto di Marilena Grassadonia e Alessia Crocini su quella di Famiglie Arcobaleno.

Toccata direttamente dalle parole del ministro Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle loro realtà familiari (parole ribadite anche sul palco di Pontida il 1° luglio), l’associazione si ritrova a essere bersaglio dei correlati attacchi concentrici di Generazione Famiglia e CitizenGo per gli esposti presentati alle procure delle Repubbliche presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci».

Operazione per la quale, da giorni, le due associazioni stanno chiedendo attraverso mail dai toni pressanti donazioni di 25, 50 o 100 euro perché «le consulenze legali a cui ci affidiamo per resistere a tutti i tentativi di distruggere la famiglia in Italia hanno un costo non indifferente».

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Non si può infine non ricordare come Generazione Famiglia e CitizenGo si siano fatti promotori anche di una raccolta firme perché il ministro Matteo Salvini dia incarico ai prefetti di annullare le registrazioni anagrafiche dei “bambini” arcobaleno fatte da vari sindaci.

Iniziativa che, presentata in conferenza stampa a Palazzo Madama il 20 giugno, è stata vanificata nel pomeriggio dello stesso giorno dalla risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5s) all'interrogazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Cosa, questa, che non è passata inosservata al Popolo della Famiglia, critico nei riguardi del governo gialloverde e oggetto di passati attacchi da parte del senatore Simone Pillon.

Sulla pagina Fb di Mario Adinolfi è intercorsa, negli scorsi giorni, un’interessante diatriba tra il direttore de La Croce e Filippo Savarese che, come Costanza Miriano chiamata in causa nel relativo post, appare apertamente schierato a difesa dell’area gandolfiniano-leghista.

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Sulla questione famiglie arcobaleno e genitorialità delle persone omosessuali il ministro dell’Interno Matteo Salvini, da consumato animale politico, continua a fare il gioco delle tre carte nel delicato equilibrio tra le istanze dei verdi di partito e quelle dei gialli di cogoverno.

Se, a fronte delle massicce reazioni alle dichiarazioni di Lorenzo Fontana rilasciate il 2 giugno, si era visto costretto a smentire cautamente, poche ore dopo, l’omologo leghista, il 6 giugno a Brindisi non ha esitato a rassicurare il suo elettorato – soprattutto la porzione cattolica legata alle galassie del Family Day e di ProVita – dichiarando: «Farò tutto quello legalmente, umanamente e civilmente possibile perché la mamma continui a chiamarsi mamma e il papà continui a chiamarsi papà. Un bimbo viene al mondo se ci sono una mamma e un papà. E viene adottato se ci sono una mamma e un papà».

Non a caso una salviniana di ferro come la neodeputata 30enne Vania Valbusa, che è in attesa di Anna (o Elena), ha pensato bene di presentarsi il 6 giugno alla Camera, in occasione del voto di fiducia al governo Conte, con una t-shirt rosa recante la scritta Sono una mamma, non sono un utero in affitto e di farsi così fotografare col concittadino Fontana. Una risposta alla senatrice Monica Cirinnà che, il giorno prima, si era recata in Senato. Anche lei con una t-shirt rosa: quella però dell’associazione Famiglie Arcobaleno.

Anche nel caso di Valbusa un messaggio chiaro alla falange elettorale gandolfiniana, che a Palazzo Madama ha il suo rappresentante in Simone Pillon e, fedele alla linea del caro leader bresciano, correla artatamente (o forse ignorantemente) la gestazione per altri alle coppie omosessuali maschili sottacendone il ricorso maggioritario da parte di coppie eterosessuali sterili.

E proprio Pillon, che di Gandolfini è legale nella causa intentagli da Arcigay per diffamazione continuata, è stato uno dei senatori della Lega a prendere la parola, in occasione del voto di fiducia al governo nell’aula di Palazzo Madama, dichiarando fra l’altro: «Bene avete fatto a prevedere un ministro, e quel ministro, quale titolare del dicastero della famiglia e della disabilità

Benissimo avete fatto a proporre una giustizia a misura di famiglia prevedendo l’affido materialmente condiviso per i figli delle coppie separate, perché è sacrosanto diritto dei bambini, previsto dalla convenzione Onu, crescere con la loro mamma e il loro papà».

Non senza un finale impetratorio misto a osservazioni di sapore wojtyliano: «Mi permetto infine di ricordare le vere radici culturali e sociali del nostro Paese, perché non si può pensare, come fa qualcuno, di mantenere i valori cristiani recidendo, con assurde pretese ideologiche, le nostre radici cristiane. Lo dico ai colleghi del PD: lo Stato è laico, non laicista. Signori del governo, saremo felici di collaborare con voi. Buon lavoro! E che Dio benedica l’Italia».

Ma tali dichiarazioni dal sapore naturalfamilistico e clericale iniziano a stare strette e a suscitare disappunto, se non malumore, nelle file del M5S. Dopo l’iniziale silenzio dei pentastrali, rotto nella tarda serata del 2 giugno da alcune affermazioni calibrate di Morra e dell’ex parlamentare Di Battista, sembra che qualcosa inizi a muoversi.

Ieri sera, intervistato a Piazzapulita su La7, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, pur ribadendo che si tratta d'una sua «opinione personale», ha dichiarato: «Per me le famiglie arcobaleno esistono».

Ma è soprattutto a livello regionale e locale che la discrepanza di vedute è ancor più netta.

Sempre ieri, ad esempio, la capogruppo Roberta Lombardi alla Regione Lazio, ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari, ha dichiarato senza troppi giri di parole: «Secondo Fontana le famiglie arcobaleno non esistono? Consigliamo al nostro alleato Fontana di aprire gli occhi. E vedere la realtà intorno a lui».

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Matteo Salvini anche stamane è tornato a ribadire, ai microfoni di RTL105 il suo pensiero sulle dichiarazioni naturalfamilistiche del neoministro della Famiglia e della Disabilità: «Lorenzo Fontana è libero di pensarla come ritiene. Altro paio di maniche sono gli atti di governo e non c'è all'ordine del giorno nulla su questi temi».

Ma il leghista veronese, che si sente sotto attacco perché cattolico (nel grave silenzio della Cei che dovrebbe richiamare chichessia a non arrogarsi tale qualifica in senso esclusivo e con fini politici), non ha esitato a esprimersi sempre oggi nel merito in una lettera aperta a Gian Marco Chiocci, direttore del quotidiano Il Tempo. E, come se non bastasse, peggiorando la situazione.

«Abbiamo affermato cose che pensavamo fossero normali, quasi scontate: che un Paese per crescere ha bisogno di fare figli, che la mamma si chiama mamma (e non genitore 1), che il papà si chiama papà (e non genitore 2) - ha scritto -. Abbiamo detto che gli ultimi e gli unici che devono avere parola su educazione, crescita e cura dei bambini sono proprio mamma e papà, principio sacrosanto di libertà».

Secondo argomentazioni ricorrenti in chi veleggia nei mari di CitizenGo, Reazione Identitaria e Family Day, la colpa delle contestazioni montate contro di lui sarebbe tutta di «certi ambienti che fanno del relativismo la loro bandiera».

Da qui le conseguenze tratteggiate con querula retorica vittimale: «La furia di certa ideologia relativistica – scrive – travalica i confini della realtà, arrivando anche a mettere in dubbio alcune lampanti evidenze, che trovano pieno riscontro nella nostra Costituzione.

'La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio', recita l'articolo 29, che sarà il principio della mia azione da ministro. Detto questo: la rivolta delle élite non ci spaventa e non ci spaventa affrontare la dittatura del pensiero unico. Andiamo avanti, con grande motivazione, abbiamo tanti progetti da attuare».

Dopo aver richiamato le parole di San Pio X - il flagellatore del modernismo e, non a caso, il pontefice cui amano sempre richiamarsi, da Marcel François Lefebvre in poi, tutti i cattoreazionari -: «Vi chiameranno papisti, retrogradi, intransigenti, clericali: siatene fieri», ha aggiunto: «Noi siamo fieri di non aver paura di dirci cristiani, di dirci madri, padri, di essere per la vita». 

Ha quindi concluso: «Abbiamo le spalle abbastanza larghe per resistere agli attacchi gratuiti rispondendo con l'evidenza dei fatti, la forza delle idee e la concretezza delle azioni. Mai come in questo momento battersi per la normalità è diventato un atto eroico».

Gandolfini in difesa di Fontana vs Grillini

A sostegno del ministro Fontana è sceso in campo, sempre sulle colonne del quotidiano romano fondato da Renato Angelillo, il leader del Family Day Massimo Gandolfini che, dopo aver affermato di non sapere se esista o meno una lobby gay ma d'essere sicuro di «una pressione da parte della cultura gay internazionale in Europa e fuori dall'Europa per introdurre una cultura all'identità di genere» - tesi, questa, sconfessata dal direttore di Gaynews Franco Grillini sempre su Il Tempo di oggi - ha dichiarato: «Siamo molto contenti che il nuovo esecutivo abbia scelto come ministro della Famiglia e disabilità una persona con cui abbiamo avuto modo di collaborare e che ci trova d'accordo sulle vedute del tema.

Detto questo, il neoministro Fontana non ha affermato nulla di discriminatorio perché si è attenuto al dettato costituzionale. Chi dice il contrario è solo accecato dall'ideologia».  

Fontana come Gesù: l'interpretazione di Simone Pillon  

Nulla d'inatteso in tali asserzioni tanto più che, proprio il giorno delle prime dichiarazioni di Fontana sulle famiglie arcobaleno, il senatore leghista Simone Pillon - il fedelissimo di Gandolfini che, in campagna elettorale, aveva sputato tale veleno sul Popolo della Famiglia e Mario Adinolfi da causare una vera e propria volata di stracci tra i due - aveva postato su Facebook parole di solidarietà al ministro della Famiglia con toni predicatori d'altri tempi.

A partire dalla citazione lucana in esergo: Affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. Parole, come si sa, pronunciate dal profeta Simeone a Maria di Nazareth con riferimento al figlio.

«Si può fingere molto bene, ma alla fine la verità viene sempre a galla - scrive il senatore -. Sono sicuro che tutti i coraggiosi e generosi attivisti pro family sono con Lorenzo Fontana e con noi. Le buone politiche per la famiglia saranno la miglior risposta gli attacchi degli ex renziani, degli attivisti lgbtqyz, delle varie Cirinnà e soprattutto ai velenosi post di chi, come lupo travestito da agnello, da ormai troppo tempo fomenta nel nostro mondo lo spirito di divisione, mettendo fratelli contro fratelli. 

Credo che i veri intenti di questo gioco al massacro siano ormai chiari ad ognuno. Cominciamo dal principio. Cominciamo dalla natalità. E il resto pian piano verrà. Sta partendo la #ripresavaloriale   Non ve ne accorgete?».

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La Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia, presieduta dal leghista Massimiliano Fedriga, non ha fatto a tempo a insediarsi che ha subito proceduto a recedere dalla Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Re.a.dy).

Lo ha comunicato Alessia Rosolen, assessora a Lavoro, Formazione, Istruzione, Famiglia, Ricerca e Università, su cui proposta è stato ieri deliberato in merito a Palazzo del Lloyd Triestino. «Le istituzioni scolastiche e le famiglie hanno strumenti sufficienti per insegnare e trasmettere i valori del rispetto e della diversita – così l’assessora –. Ogni altra iniziativa sul tema rischia di essere solo un indebito indottrinamento».

Come spiegato in una nota ufficiale della Regione, si tratta di posizione assunta «nel quadro di un complessivo riesame delle politiche regionali relative ai temi dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione. Ciò anche in considerazione del fatto che la Rete Re.a.dy, fondata nel 2006 su iniziativa dei Comuni di Torino e Roma, ha approvato nel 2017 un documento dichiarato vincolante per i partner che prevede una serie di attività, anche amministrative, aventi a oggetto esclusivamente le tematiche attinenti a Lgbti.

La Giunta ritiene invece che le categorie da tutelare attraverso l'azione delle strutture regionali siano molteplici e che debba avviarsi una riflessione in merito al bilanciamento delle azioni a beneficio delle categorie più vantaggiate verso il conseguimento delle pari opportunità. L'amministrazione regionale si riserva quindi di prendere in considerazione anche nuove e diverse istanze sociali per porre in essere un piano di intervento che assicuri la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini».

Sulla decisione della Giunta della XII° legislatura si sono levate inevitabilmente voci critiche dall’opposizione. L’affondo più duro quello di Debora Serracchiani, ex presidente regionale, che senza giri di parole ha ricondotto la decisione alle pressioni del network CitizenGo di Filippo Saverese, noto ai più per l’organizzazione del Bus No-Gender e la promozione dei manifesti su aborto quali causa principale di femminicidi.

«È sconcertante – così l’attuale deputata del Pd - la prontezza con cui Fedriga si fa dettare da fuori l'agenda delle sue delibere. Un mese esatto per aderire alla richiesta che già il 30 aprile scorso gli è arrivata via Twitter da Filippo Savarese, che gli scriveva: Ci aspettiamo l'uscita della Regione dalla #ReteReady controllata dalla Lobby Lgbt! #StopGender.

Questi è il portavoce di Generazione Famiglia e direttore della piattaforma CitizenGo Italia, l'associazione che ha tappezzato Roma dei manifesti con le scritte L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. Se questo è uno dei compagni di viaggio o degli ispiratori di Fedriga e della sua Giunta possiamo attenderci quello che già sappiamo: un colpo stridente sul fronte dei diritti civili».

Fedriga ha invece incassato lo scontato plauso panegiristico di Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli e organizzatore dell'ultimo Family Day. L’ultraconservatore medico bresciano, che è sotto processo per diffamazione nei riguardi di Arcigay, ha infatti affermato in una nota: «Siamo grati al neo governatore Massimiliano Fedriga per la decisione di ritirare l'adesione della Regione Friuli Venezia Giulia dalla Rete Ready, la rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Realtà eterodiretta dalle organizzazioni Lgbt e che, di fatto, propugna modelli d'indottrinamento nelle scuole, volti anche a normalizzare pratiche vietate dalla legge italiane come l'utero in affitto e le adozioni gay.

Per educare al rispetto delle diversità le pubbliche amministrazioni devono semplicemente attenersi all'articolo 3 della Costituzione, che sancisce la pari dignità sociale di ogni cittadino a prescindere dall'etnia, dal sesso e dal credo religioso. Non servono le controverse iniziative dal sapore ideologico promosse dalla Rete Ready, che in alcuni comuni hanno creato solo inutili tensioni dopo aver esautorato il ruolo educativo delle famiglie. Né è tanto meno necessario sostenere con patrocini e agevolazioni economiche queste associazioni che promuovono una visione ideologica dell'identità, completamente svincolata dal sesso biologico di nascita».

E Gandolfini, che, dopo gli stracci volati con Adinolfi durante la scorsa campagna elettorale, ha visto l’elezione di un fedelissimo al Senato quale Simone Pillon, ha aggiunto: «Nel rispetto degli accordi presi durante la campagna elettorale, ci auguriamo ora che il governatore Fedriga tenga fede al programma della sua coalizione che mette al centro delle politiche sociali la famiglia naturale. In questo senso potrà contare nella convita collaborazione del popolo del Family Day».

Durissimo, invece, il comunicato congiunto delle associazioni Lgbti regionali che, reso noto dopo le 13:00 di oggi, reca le firme di Yuuki Gaudiuso (Associazione Universitaria Iris), Antonella Nicosia (Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia), Nacho Quintana Vergara (Arcigay Friuli), Angela Cattaneo (Lune), Maria Grazia Sangalli (Rete Lenford).

«A pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la lesbo-omo-bi-transfobia dello scorso 17 maggio - si legge in essa -, la Giunta della Regione Friuli Venezia Giulia ha deciso ieri di abbandonare la Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Rete Re.a.dy), come affermato dall’Assessora al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca e Università, Alessia Rosolen.

Le associazioni che firmano il presente comunicato intendono esprimere la loro indignazione per una decisione ideologica, del tutto aliena dalla realtà. Dinanzi alla drammatica situazione italiana in cui le persone Lgbti+ si trovano a vivere, occorrerebbe aumentare gli strumenti di contrasto della discriminazione e non ridurli.

L’indagine, presentata lo scorso 8 aprile, da Amnesty International Gli italiani e le discriminazioni, realizzata in collaborazione con Doxa, ci descrive una realtà preoccupante. Secondo questo studio, il 40,3% delle persone Lgbti+ afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro. Una ragazza o un ragazzo su due, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Secondo i dati Istat, il 22% delle ragazze e dei ragazzi che utilizzano internet e smartphone (oltre il 90%) sono derisi e umiliati in rete. Questa è la realtà che le persone Lgbti+ e soprattutto gli adolescenti si trovano a vivere, come constatiamo quotidianamente attraverso le numerosissime segnalazioni che giungono ai nostri sportelli. Evidentemente le istituzioni e le famiglie non sono in grado da sole di dare risposte risolutive.

Le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, l’espressione e l’identità di genere, figlie di una tradizione culturale che per essere modificata ha bisogno del lavoro congiunto di tutti i possibili attori sociali al fine di creare un circolo virtuoso di collaborazione e di buone prassi: esattamente quello che negli anni ha fatto la Rete Re.a.dy.

Prima di prendere un’iniziativa tanto incomprensibile quanto affrettata sia l’assesora Rosolen sia gli altri componenti della Giunta Regionale avrebbero dovuto meglio conoscere la realtà di cui parlano, partecipando ad alcune delle numerose iniziative che realizziamo sul territorio. Avrebbero verificato in prima persona quali e quante sono le esperienze negative che hanno vissuto e che vivono gran parte delle persone Lgbti+ (soprattutto adolescenti).

Non si può fare una graduatoria delle discriminazioni: non ci sono discriminazioni peggiori o più comuni di altre. Le ragioni per discriminare spesso si sovrappongono. Eppure solo cercando di riconoscer ogni violenza e discriminazione nella sua specificità, senza approssimazioni generalizzanti, si può elaborare una strategia d’intervento efficace. Il principio di uguaglianza espresso nella nostra Costituzione non ha colore politico ed è un dovere porre in essere politiche antidiscriminazione a prescindere dall’appartenenza partitica.

L’Amministrazione Regionale ha pertanto il dovere costituzionale di garantire il benessere di tutti gli abitanti del territorio.

In questo quadro la decisione di uscire dalla Rete Re.a.dy appare ancor di più incomprensibile e pericolosa, dal momento che chi discrimina e perpetra ogni tipo di violenza nei confronti delle persone Lgbti+ si sentirà ancora più legittimato a perseverare in pratiche aggressive e discriminatorie. Sappiamo, a questo punto, chi sarà il responsabile morale del prossimo attacco violento ai danni delle persone Lgbti+ che la cronaca purtroppo ci racconterà presto».

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