Il 27 giugno il portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini ha incontrato il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, il suo omologo all’Istruzione Marco Bussetti e il sottosegretario all’Interno Enrico Molteni. Il motivo, come evidenziato il 28 giugno da Filippo Savarese, è da ricercarsi nella presentazione delle «istanze del popolo del Family Day ai tre principali rappresentanti di Governo che se ne dovranno occupare».

Fortemente vicino al medico bresciano e al suo braccio destro Simone Pillon – la cui candidatura ed elezione a senatore promanano direttamente dal sostegno dell’area gandolfiniana del Family Day alla Lega durante le ultime elezioni politiche – il coordinatore delle campagne della Fondazione CitizenGo (a partire dal Bus No Gender) ha quindi dichiarato: «Con tutti e tre il confronto è stato aperto ed estremamente fruttuoso, sui principi e sulla volontà di collaborazione. Il lavoro di contaminazione della politica iniziato dopo il grande Family Day del 30 gennaio al Circo Massimo continua e sta conoscendo oggi la sua forma più alta e diretta».

In realtà il triplice incontro ha visto partecipe non solo Gandolfini ma anche ProVita nella persona del presidente Toni Brandi e Generazione Famiglia nelle persone di Jacopo Coghe, Giusy D’Amico, Maria Rachele Ruiu.

Come chiarito sulla pagina della branca italiana de Le Manif pour tous, «sono stati vari i temi trattati nell’incontro, è emersa infine la proposta di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica».

Espressione, quest’ultima, che, cara a Papa Francesco e presente anche in documenti come l’Amoris Laetitia, fa riferimento all’ideologia gender. Si deve fra l’altro proprio a Generazione Famiglia il successivo tweet del ministro Fontana sulla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora al Pompei Pride.  

Ma un dettagliato resoconto degli incontri è stato offerto il 28 giugno da ProVita sul suo notiziario in una con le valutazioni di Toni Brandi: «Il Comitato Difendiamo i nostri figli, organizzatore dei Family Day di piazza San Giovanni e del Circo Massimo, di cui fa parte anche Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, è stato al ministero della Pubblica istruzione. Gandolfini ha parlato di "incontri fruttuosi con esponenti del governo per tutelare la famiglia".

Lo scopo degli incontri è stato quello di ottenere una "più efficace collaborazione sul fronte della promozione della natalità e della cultura della vita, della libertà educativa e del diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma", ha detto Gandolfini.

Il Comitato ha incontrato Marco Bussetti, ministro della Pubblica istruzione, Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: "È emersa una comunione di vedute sulla necessità di tutelare il diritto dei bambini all’identità e ad avere entrambe le figure genitoriali, di perseguire pratiche di mercimonio di gameti e dei corpi e di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica", ha concluso Gandolfini».

Circolata negli ambiti di tali organizzazioni, la notizia è oggi rimbalzata nuovamente sui social grazie alla parziale narrazione offerta dalla pagina Facebook L’unione falla forsee all’appello congiunto di Marilena Grassadonia e Alessia Crocini su quella di Famiglie Arcobaleno.

Toccata direttamente dalle parole del ministro Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle loro realtà familiari (parole ribadite anche sul palco di Pontida il 1° luglio), l’associazione si ritrova a essere bersaglio dei correlati attacchi concentrici di Generazione Famiglia e CitizenGo per gli esposti presentati alle procure delle Repubbliche presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci».

Operazione per la quale, da giorni, le due associazioni stanno chiedendo attraverso mail dai toni pressanti donazioni di 25, 50 o 100 euro perché «le consulenze legali a cui ci affidiamo per resistere a tutti i tentativi di distruggere la famiglia in Italia hanno un costo non indifferente».

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Non si può infine non ricordare come Generazione Famiglia e CitizenGo si siano fatti promotori anche di una raccolta firme perché il ministro Matteo Salvini dia incarico ai prefetti di annullare le registrazioni anagrafiche dei “bambini” arcobaleno fatte da vari sindaci.

Iniziativa che, presentata in conferenza stampa a Palazzo Madama il 20 giugno, è stata vanificata nel pomeriggio dello stesso giorno dalla risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5s) all'interrogazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Cosa, questa, che non è passata inosservata al Popolo della Famiglia, critico nei riguardi del governo gialloverde e oggetto di passati attacchi da parte del senatore Simone Pillon.

Sulla pagina Fb di Mario Adinolfi è intercorsa, negli scorsi giorni, un’interessante diatriba tra il direttore de La Croce e Filippo Savarese che, come Costanza Miriano chiamata in causa nel relativo post, appare apertamente schierato a difesa dell’area gandolfiniano-leghista.

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Sulla questione famiglie arcobaleno e genitorialità delle persone omosessuali il ministro dell’Interno Matteo Salvini, da consumato animale politico, continua a fare il gioco delle tre carte nel delicato equilibrio tra le istanze dei verdi di partito e quelle dei gialli di cogoverno.

Se, a fronte delle massicce reazioni alle dichiarazioni di Lorenzo Fontana rilasciate il 2 giugno, si era visto costretto a smentire cautamente, poche ore dopo, l’omologo leghista, il 6 giugno a Brindisi non ha esitato a rassicurare il suo elettorato – soprattutto la porzione cattolica legata alle galassie del Family Day e di ProVita – dichiarando: «Farò tutto quello legalmente, umanamente e civilmente possibile perché la mamma continui a chiamarsi mamma e il papà continui a chiamarsi papà. Un bimbo viene al mondo se ci sono una mamma e un papà. E viene adottato se ci sono una mamma e un papà».

Non a caso una salviniana di ferro come la neodeputata 30enne Vania Valbusa, che è in attesa di Anna (o Elena), ha pensato bene di presentarsi il 6 giugno alla Camera, in occasione del voto di fiducia al governo Conte, con una t-shirt rosa recante la scritta Sono una mamma, non sono un utero in affitto e di farsi così fotografare col concittadino Fontana. Una risposta alla senatrice Monica Cirinnà che, il giorno prima, si era recata in Senato. Anche lei con una t-shirt rosa: quella però dell’associazione Famiglie Arcobaleno.

Anche nel caso di Valbusa un messaggio chiaro alla falange elettorale gandolfiniana, che a Palazzo Madama ha il suo rappresentante in Simone Pillon e, fedele alla linea del caro leader bresciano, correla artatamente (o forse ignorantemente) la gestazione per altri alle coppie omosessuali maschili sottacendone il ricorso maggioritario da parte di coppie eterosessuali sterili.

E proprio Pillon, che di Gandolfini è legale nella causa intentagli da Arcigay per diffamazione continuata, è stato uno dei senatori della Lega a prendere la parola, in occasione del voto di fiducia al governo nell’aula di Palazzo Madama, dichiarando fra l’altro: «Bene avete fatto a prevedere un ministro, e quel ministro, quale titolare del dicastero della famiglia e della disabilità

Benissimo avete fatto a proporre una giustizia a misura di famiglia prevedendo l’affido materialmente condiviso per i figli delle coppie separate, perché è sacrosanto diritto dei bambini, previsto dalla convenzione Onu, crescere con la loro mamma e il loro papà».

Non senza un finale impetratorio misto a osservazioni di sapore wojtyliano: «Mi permetto infine di ricordare le vere radici culturali e sociali del nostro Paese, perché non si può pensare, come fa qualcuno, di mantenere i valori cristiani recidendo, con assurde pretese ideologiche, le nostre radici cristiane. Lo dico ai colleghi del PD: lo Stato è laico, non laicista. Signori del governo, saremo felici di collaborare con voi. Buon lavoro! E che Dio benedica l’Italia».

Ma tali dichiarazioni dal sapore naturalfamilistico e clericale iniziano a stare strette e a suscitare disappunto, se non malumore, nelle file del M5S. Dopo l’iniziale silenzio dei pentastrali, rotto nella tarda serata del 2 giugno da alcune affermazioni calibrate di Morra e dell’ex parlamentare Di Battista, sembra che qualcosa inizi a muoversi.

Ieri sera, intervistato a Piazzapulita su La7, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, pur ribadendo che si tratta d'una sua «opinione personale», ha dichiarato: «Per me le famiglie arcobaleno esistono».

Ma è soprattutto a livello regionale e locale che la discrepanza di vedute è ancor più netta.

Sempre ieri, ad esempio, la capogruppo Roberta Lombardi alla Regione Lazio, ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari, ha dichiarato senza troppi giri di parole: «Secondo Fontana le famiglie arcobaleno non esistono? Consigliamo al nostro alleato Fontana di aprire gli occhi. E vedere la realtà intorno a lui».

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Matteo Salvini anche stamane è tornato a ribadire, ai microfoni di RTL105 il suo pensiero sulle dichiarazioni naturalfamilistiche del neoministro della Famiglia e della Disabilità: «Lorenzo Fontana è libero di pensarla come ritiene. Altro paio di maniche sono gli atti di governo e non c'è all'ordine del giorno nulla su questi temi».

Ma il leghista veronese, che si sente sotto attacco perché cattolico (nel grave silenzio della Cei che dovrebbe richiamare chichessia a non arrogarsi tale qualifica in senso esclusivo e con fini politici), non ha esitato a esprimersi sempre oggi nel merito in una lettera aperta a Gian Marco Chiocci, direttore del quotidiano Il Tempo. E, come se non bastasse, peggiorando la situazione.

«Abbiamo affermato cose che pensavamo fossero normali, quasi scontate: che un Paese per crescere ha bisogno di fare figli, che la mamma si chiama mamma (e non genitore 1), che il papà si chiama papà (e non genitore 2) - ha scritto -. Abbiamo detto che gli ultimi e gli unici che devono avere parola su educazione, crescita e cura dei bambini sono proprio mamma e papà, principio sacrosanto di libertà».

Secondo argomentazioni ricorrenti in chi veleggia nei mari di CitizenGo, Reazione Identitaria e Family Day, la colpa delle contestazioni montate contro di lui sarebbe tutta di «certi ambienti che fanno del relativismo la loro bandiera».

Da qui le conseguenze tratteggiate con querula retorica vittimale: «La furia di certa ideologia relativistica – scrive – travalica i confini della realtà, arrivando anche a mettere in dubbio alcune lampanti evidenze, che trovano pieno riscontro nella nostra Costituzione.

'La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio', recita l'articolo 29, che sarà il principio della mia azione da ministro. Detto questo: la rivolta delle élite non ci spaventa e non ci spaventa affrontare la dittatura del pensiero unico. Andiamo avanti, con grande motivazione, abbiamo tanti progetti da attuare».

Dopo aver richiamato le parole di San Pio X - il flagellatore del modernismo e, non a caso, il pontefice cui amano sempre richiamarsi, da Marcel François Lefebvre in poi, tutti i cattoreazionari -: «Vi chiameranno papisti, retrogradi, intransigenti, clericali: siatene fieri», ha aggiunto: «Noi siamo fieri di non aver paura di dirci cristiani, di dirci madri, padri, di essere per la vita». 

Ha quindi concluso: «Abbiamo le spalle abbastanza larghe per resistere agli attacchi gratuiti rispondendo con l'evidenza dei fatti, la forza delle idee e la concretezza delle azioni. Mai come in questo momento battersi per la normalità è diventato un atto eroico».

Gandolfini in difesa di Fontana vs Grillini

A sostegno del ministro Fontana è sceso in campo, sempre sulle colonne del quotidiano romano fondato da Renato Angelillo, il leader del Family Day Massimo Gandolfini che, dopo aver affermato di non sapere se esista o meno una lobby gay ma d'essere sicuro di «una pressione da parte della cultura gay internazionale in Europa e fuori dall'Europa per introdurre una cultura all'identità di genere» - tesi, questa, sconfessata dal direttore di Gaynews Franco Grillini sempre su Il Tempo di oggi - ha dichiarato: «Siamo molto contenti che il nuovo esecutivo abbia scelto come ministro della Famiglia e disabilità una persona con cui abbiamo avuto modo di collaborare e che ci trova d'accordo sulle vedute del tema.

Detto questo, il neoministro Fontana non ha affermato nulla di discriminatorio perché si è attenuto al dettato costituzionale. Chi dice il contrario è solo accecato dall'ideologia».  

Fontana come Gesù: l'interpretazione di Simone Pillon  

Nulla d'inatteso in tali asserzioni tanto più che, proprio il giorno delle prime dichiarazioni di Fontana sulle famiglie arcobaleno, il senatore leghista Simone Pillon - il fedelissimo di Gandolfini che, in campagna elettorale, aveva sputato tale veleno sul Popolo della Famiglia e Mario Adinolfi da causare una vera e propria volata di stracci tra i due - aveva postato su Facebook parole di solidarietà al ministro della Famiglia con toni predicatori d'altri tempi.

A partire dalla citazione lucana in esergo: Affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. Parole, come si sa, pronunciate dal profeta Simeone a Maria di Nazareth con riferimento al figlio.

«Si può fingere molto bene, ma alla fine la verità viene sempre a galla - scrive il senatore -. Sono sicuro che tutti i coraggiosi e generosi attivisti pro family sono con Lorenzo Fontana e con noi. Le buone politiche per la famiglia saranno la miglior risposta gli attacchi degli ex renziani, degli attivisti lgbtqyz, delle varie Cirinnà e soprattutto ai velenosi post di chi, come lupo travestito da agnello, da ormai troppo tempo fomenta nel nostro mondo lo spirito di divisione, mettendo fratelli contro fratelli. 

Credo che i veri intenti di questo gioco al massacro siano ormai chiari ad ognuno. Cominciamo dal principio. Cominciamo dalla natalità. E il resto pian piano verrà. Sta partendo la #ripresavaloriale   Non ve ne accorgete?».

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La Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia, presieduta dal leghista Massimiliano Fedriga, non ha fatto a tempo a insediarsi che ha subito proceduto a recedere dalla Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Re.a.dy).

Lo ha comunicato Alessia Rosolen, assessora a Lavoro, Formazione, Istruzione, Famiglia, Ricerca e Università, su cui proposta è stato ieri deliberato in merito a Palazzo del Lloyd Triestino. «Le istituzioni scolastiche e le famiglie hanno strumenti sufficienti per insegnare e trasmettere i valori del rispetto e della diversita – così l’assessora –. Ogni altra iniziativa sul tema rischia di essere solo un indebito indottrinamento».

Come spiegato in una nota ufficiale della Regione, si tratta di posizione assunta «nel quadro di un complessivo riesame delle politiche regionali relative ai temi dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione. Ciò anche in considerazione del fatto che la Rete Re.a.dy, fondata nel 2006 su iniziativa dei Comuni di Torino e Roma, ha approvato nel 2017 un documento dichiarato vincolante per i partner che prevede una serie di attività, anche amministrative, aventi a oggetto esclusivamente le tematiche attinenti a Lgbti.

La Giunta ritiene invece che le categorie da tutelare attraverso l'azione delle strutture regionali siano molteplici e che debba avviarsi una riflessione in merito al bilanciamento delle azioni a beneficio delle categorie più vantaggiate verso il conseguimento delle pari opportunità. L'amministrazione regionale si riserva quindi di prendere in considerazione anche nuove e diverse istanze sociali per porre in essere un piano di intervento che assicuri la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini».

Sulla decisione della Giunta della XII° legislatura si sono levate inevitabilmente voci critiche dall’opposizione. L’affondo più duro quello di Debora Serracchiani, ex presidente regionale, che senza giri di parole ha ricondotto la decisione alle pressioni del network CitizenGo di Filippo Saverese, noto ai più per l’organizzazione del Bus No-Gender e la promozione dei manifesti su aborto quali causa principale di femminicidi.

«È sconcertante – così l’attuale deputata del Pd - la prontezza con cui Fedriga si fa dettare da fuori l'agenda delle sue delibere. Un mese esatto per aderire alla richiesta che già il 30 aprile scorso gli è arrivata via Twitter da Filippo Savarese, che gli scriveva: Ci aspettiamo l'uscita della Regione dalla #ReteReady controllata dalla Lobby Lgbt! #StopGender.

Questi è il portavoce di Generazione Famiglia e direttore della piattaforma CitizenGo Italia, l'associazione che ha tappezzato Roma dei manifesti con le scritte L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. Se questo è uno dei compagni di viaggio o degli ispiratori di Fedriga e della sua Giunta possiamo attenderci quello che già sappiamo: un colpo stridente sul fronte dei diritti civili».

Fedriga ha invece incassato lo scontato plauso panegiristico di Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli e organizzatore dell'ultimo Family Day. L’ultraconservatore medico bresciano, che è sotto processo per diffamazione nei riguardi di Arcigay, ha infatti affermato in una nota: «Siamo grati al neo governatore Massimiliano Fedriga per la decisione di ritirare l'adesione della Regione Friuli Venezia Giulia dalla Rete Ready, la rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Realtà eterodiretta dalle organizzazioni Lgbt e che, di fatto, propugna modelli d'indottrinamento nelle scuole, volti anche a normalizzare pratiche vietate dalla legge italiane come l'utero in affitto e le adozioni gay.

Per educare al rispetto delle diversità le pubbliche amministrazioni devono semplicemente attenersi all'articolo 3 della Costituzione, che sancisce la pari dignità sociale di ogni cittadino a prescindere dall'etnia, dal sesso e dal credo religioso. Non servono le controverse iniziative dal sapore ideologico promosse dalla Rete Ready, che in alcuni comuni hanno creato solo inutili tensioni dopo aver esautorato il ruolo educativo delle famiglie. Né è tanto meno necessario sostenere con patrocini e agevolazioni economiche queste associazioni che promuovono una visione ideologica dell'identità, completamente svincolata dal sesso biologico di nascita».

E Gandolfini, che, dopo gli stracci volati con Adinolfi durante la scorsa campagna elettorale, ha visto l’elezione di un fedelissimo al Senato quale Simone Pillon, ha aggiunto: «Nel rispetto degli accordi presi durante la campagna elettorale, ci auguriamo ora che il governatore Fedriga tenga fede al programma della sua coalizione che mette al centro delle politiche sociali la famiglia naturale. In questo senso potrà contare nella convita collaborazione del popolo del Family Day».

Durissimo, invece, il comunicato congiunto delle associazioni Lgbti regionali che, reso noto dopo le 13:00 di oggi, reca le firme di Yuuki Gaudiuso (Associazione Universitaria Iris), Antonella Nicosia (Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia), Nacho Quintana Vergara (Arcigay Friuli), Angela Cattaneo (Lune), Maria Grazia Sangalli (Rete Lenford).

«A pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la lesbo-omo-bi-transfobia dello scorso 17 maggio - si legge in essa -, la Giunta della Regione Friuli Venezia Giulia ha deciso ieri di abbandonare la Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Rete Re.a.dy), come affermato dall’Assessora al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca e Università, Alessia Rosolen.

Le associazioni che firmano il presente comunicato intendono esprimere la loro indignazione per una decisione ideologica, del tutto aliena dalla realtà. Dinanzi alla drammatica situazione italiana in cui le persone Lgbti+ si trovano a vivere, occorrerebbe aumentare gli strumenti di contrasto della discriminazione e non ridurli.

L’indagine, presentata lo scorso 8 aprile, da Amnesty International Gli italiani e le discriminazioni, realizzata in collaborazione con Doxa, ci descrive una realtà preoccupante. Secondo questo studio, il 40,3% delle persone Lgbti+ afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro. Una ragazza o un ragazzo su due, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Secondo i dati Istat, il 22% delle ragazze e dei ragazzi che utilizzano internet e smartphone (oltre il 90%) sono derisi e umiliati in rete. Questa è la realtà che le persone Lgbti+ e soprattutto gli adolescenti si trovano a vivere, come constatiamo quotidianamente attraverso le numerosissime segnalazioni che giungono ai nostri sportelli. Evidentemente le istituzioni e le famiglie non sono in grado da sole di dare risposte risolutive.

Le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, l’espressione e l’identità di genere, figlie di una tradizione culturale che per essere modificata ha bisogno del lavoro congiunto di tutti i possibili attori sociali al fine di creare un circolo virtuoso di collaborazione e di buone prassi: esattamente quello che negli anni ha fatto la Rete Re.a.dy.

Prima di prendere un’iniziativa tanto incomprensibile quanto affrettata sia l’assesora Rosolen sia gli altri componenti della Giunta Regionale avrebbero dovuto meglio conoscere la realtà di cui parlano, partecipando ad alcune delle numerose iniziative che realizziamo sul territorio. Avrebbero verificato in prima persona quali e quante sono le esperienze negative che hanno vissuto e che vivono gran parte delle persone Lgbti+ (soprattutto adolescenti).

Non si può fare una graduatoria delle discriminazioni: non ci sono discriminazioni peggiori o più comuni di altre. Le ragioni per discriminare spesso si sovrappongono. Eppure solo cercando di riconoscer ogni violenza e discriminazione nella sua specificità, senza approssimazioni generalizzanti, si può elaborare una strategia d’intervento efficace. Il principio di uguaglianza espresso nella nostra Costituzione non ha colore politico ed è un dovere porre in essere politiche antidiscriminazione a prescindere dall’appartenenza partitica.

L’Amministrazione Regionale ha pertanto il dovere costituzionale di garantire il benessere di tutti gli abitanti del territorio.

In questo quadro la decisione di uscire dalla Rete Re.a.dy appare ancor di più incomprensibile e pericolosa, dal momento che chi discrimina e perpetra ogni tipo di violenza nei confronti delle persone Lgbti+ si sentirà ancora più legittimato a perseverare in pratiche aggressive e discriminatorie. Sappiamo, a questo punto, chi sarà il responsabile morale del prossimo attacco violento ai danni delle persone Lgbti+ che la cronaca purtroppo ci racconterà presto».

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Quella del patrocinio ai Pride sta diventando, nelle ultime settimane, una questione all’ordine del giorno. Anche perché i casi di mancata concessione da parte delle amministrazioni locali sono da registrarsi tanto a destra quanto a sinistra.

Se, infatti, il Dolomiti Pride e il Toscana Pride hanno rispettivamente incassato il no secco da parte del presidente della Provincia autonoma di Trento Ugo Rossi e del renzianissimo sindaco di Firenze Bruno Nardella (non certamente una novità per Palazzo Vecchio, che mantiene la stessa linea per il terzo anno consecutivo), à droite è il primo cittadino di Genova, Marco Bucci, a essersi espresso negativamente in riferimento al Liguria Pride.

A lui si è aggiunto ultimamente il leghista Attilio Fontana, neopresidente della Regione Lombardia, che nel corso d’un’intervista rilasciata a Lettera43 ha dichiarato al riguardo: «Non l'ho dato a Varese e non credo lo daremo nemmeno qui. Ma ne dobbiamo parlare con gli alleati». Motivo?

«Io credo – ha spiegato - che sia una manifestazione divisiva e che quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere. Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato».

Non appare invece divisiva per Fontana una manifestazione quale la Giornata della Famiglia, al cui riguardo intende, come il predecessore Roberto Maroni, far illuminare il Pirellone con la scritta Family Day. «Lo rifaremo – ha soggiunto – e non credo sia una scelta divisiva. Tutti riconoscono il valore della famiglia. È nella Costituzione, è uno dei fondamenti della nostra civiltà».

Affermazioni, queste, che al di là di convinzioni personali sono l’inevitabile scotto da pagare all’aperto sostegno dato da Massimo Gandolfini alla Lega nel corso delle ultime elezioni tanto regionali quanto politiche. Quelle elezioni politiche che hanno visto arrivare a Palazzo Madama un fedelissimo del neochirurgo bresciano quale Simone Pillon, divenuto subito noto per le sue dichiarazioni in merito a unioni civili e stregoneria. Che, non a caso, in un post di oggi ha espresso «un grande plauso al governatore» e ha detto  «basta con le carnevalate gender».

 

Monica Cirinnà all'attacco

Com’era prevedibile, non si sono fatte attendere le reazioni alle dichiarazioni di Attilio Fontana, su cui sono piovute critiche anche per la risposta relativa alle sole cinque donne nella Giunta regionale: «Non ne ho trovate di più, ho trovato tanti uomini che mi davano sicuramente delle garanzie».

La senatrice Monica Cirinnà ha mosso un duro j’accuse via Twitter: «La Lombardia nel Medioevo dei diritti grazie ad Attilio Fontana. E questa sarebbe la parte più progredita del Paese?»

Le reazioni del Pd lombardo

Le ha fatto ieri eco Diana De Marchi, delegata per i Diritti della Segreteria regionale lombarda del Pd, che in una nota ha affermato: «Vorrei ricordare a Fontana che, contrariamente a quanto lui sostiene, la maggioranza eterosessuale di cui fa parte è già accreditata e dominante, perciò non ha bisogno di manifestare per affermare la propria esistenza e consapevolezza di essere, perché si dà per scontato (e tacitamente approvato) che una persona nasca e cresca etero, se non dichiara il contrario.

Le persone Lgbt, invece, sono ancora vittime di discriminazioni e violenze, solo per il fatto di essere tali. Ben vengano, quindi, manifestazioni come il Pride perché tengono alta l'attenzione su quanto resta da fare sul piano della piena eguaglianza e su quanto ancora c'è da lavorare per fermare la violenza omotransfobica, come le cronache degli ultimi giorni informano».

Ma De Marchi ha anche espresso «profondo imbarazzo per quanto dichiarato dal neo governatore della Regione Lombardia, esempio lampante di quella mentalità maschilista e retrograda che ancora domina la nostra società» in riferimento alle asserzioni sul numero limitato delle assessore.

Nella stessa nota Alessandro Alfieri, segretario regionale del Pd, ha sottolineato: «Che molte candidate 'non abbiano una grande volontà di impegnarsi' e che lui sia 'un grande sostenitore dell'importanza delle donne' tanto che nella sua 'Segreteria sono tutte donne (sic!)', sono frasi che fanno rabbrividire da quanto sono discriminatorie. Siamo di fronte ad un personaggio che ci vuole riportare indietro nel tempo cancellando in un colpo solo, anni di lotta e di sofferenza, con quell' atteggiamento paternalistico e colpevolizzante che conosciamo fin troppo bene!

Un uomo così non può che fare dichiarazioni altrettanto inaccettabili quando parla di Pride, al quale la Regione Lombardia non darà, ovviamente, il patrocinio».

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Presidio stamani davanti alla sede dell’Unar in Via della Ferratella a Roma per protestare contro la recente nomina a coordinatore del senatore Luigi Manconi. A organizzare il raduno il Comitato Difendiamo i nostri figli che ha lanciato a tal fine una petizione popolare raccogliendo, in pochi giorni, 10.465 firme. Presenti alla manifestazione anche rappresentanti di altre associazioni di famiglie e genitori tra cui Comitato Art. 26, Non Si Tocca La Famiglia, CitizenGo Italia e Generazione Famiglia.

Secondo Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli e organizzatore dell'ultimo Family Day, «piuttosto che un'altra ondata di attivismo ideologico nelle scuole da parte dell'Unar, a causa della nomina del nuovo coordinatore Luigi Manconi, è meglio chiudere del tutto quest'ente che evidentemente non ha più niente a che fare col contrasto alle discriminazioni su base razziale, etnica e religiosa».

L’ultraconservatore medico bresciano, che è sotto processo per diffamazione nei riguardi di Arcigay, ha poi dichiarato: «L'Unar è finito una prima volta nell'occhio del ciclone quando nel 2013 finanziò con 10 milioni di euro la Strategia Nazionale Lgbt: un piano di sponsorizzazione delle istanze politiche Lgbt in tutti i settori della società, a partire dalle scuole.

L'attività dell'ente dipendente dalla presidenza del Consiglio dei ministri è stata poi travolta l'anno scorso dallo scandalo che ha riguardato il suo ex direttore Francesco Spano, sotto l'amministrazione del quale passò un finanziamento di oltre 50mila euro a un'associazione Lgbt di cui lui stesso era tesserato. Un servizio del programma Le Iene mostrava che nei locali di questa associazione avvenivano orge con spaccio di droga e prostituzione».

Poi l’affermazione finale, formulata in assoluta ignoranza del carattere governativo e non partitico della nomina di coordinatore dell’Unar. «Se il Partito Democratico – ha infatti affermato Gandolfini – non revocherà entro breve la nomina di Manconi dalla prossima legislatura condurremo una grande azione popolare per portare alla chiusura dell'Unar. E certamente a queste elezioni sosterremo chi si proporrà di aiutarci a farlo con successo».

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Presentato ieri presso l’auditorium del Maxxi di Roma il libro L’Italia che non c’era. Unioni civili: la dura battaglia per una legge storica (Fandango, Roma 2017) di Monica Cirinnà. Una platea nutrita e attenta ha seguito la conversazione tenuta da Bianca Berlinguer con colei che è stata ribattezzata la “senatrice dei diritti”.

Una narrazione conquidente quella di Monica Cirinnà che ripercorre in 304 pagine, suddivise in 14 capitoli, l’iter di una delle più discusse leggi degli ultimi anni, la cui approvazione è soprattutto da ascriversi proprio alla testardaggine e determinatezza dell’autrice. Una legge, la 76/2016, la cui previa discussione in Senato e alla Camera è stata accompagnata da reazioni talora parossistiche di cattoparlamentari, gerarchie e movimenti ultraconservatori. Non senza l’evocazione di scenari genesiaci proprio durante l’esame del ddl in Commissione Giustizia al Senato. Ecco come la stessa senatrice Cirinnà ne parla con parresia in alcuni passaggi del capitolo Conservatori e riformisti.

Mons. Paglia e la nuova Babele  

Secondo molti autorevoli esponenti del Pd sarebbe stato uno sgarbo troppo grosso votare le unioni civili prima o durante il Sinodo, mentre subito dopo, in ottobre, il calendario dei lavori era comunque occupato dalla manovra di bilancio, come ogni anno. Oltre a essere anche impegnati su una delle varie e ripetute letture della riforma costituzionale.

Questo allungamento dei tempi non mi piaceva affatto. Temevo ciò che si è poi chiaramente verificato: l'organizzazione e la mobilitazione delle aree ultra-cattoliche contro la legge. Non mi servivano prove perché vedevo i movimenti dei cattodem nel Gruppo Pd del Senato, ma ne ebbi la certezza quando l'agenzia Adnkronos il 3 giugno 2015 pubblicò alcune frasi di monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia: "Da che mondo è mondo la famiglia è formata solo da un uomo e una donna con i loro figli. Bisogna evitare una nuova Babele". E ancora: "Dobbiamo prendere coscienza che su questo punto siamo chiamati a una battaglia radicale. È questa famiglia, marito e moglie con figli, a creare e formare la società, la cultura, la storia e, in definitiva, un popolo. Ed è questa la famiglia che non va discriminata[...] Purtroppo la società sembra votata al culto dell'egolatria, sul cui altare si è pronti a sacrificare tutto, in nome di un esasperato individualismo".

Era chiaro, quindi, che lo "stato maggiore" dei vescovi italiani, guidati dal cardinale Bagnasco, ben noto per le sue posizioni ultraconservatrici, avrebbe utilizzato ogni mezzo, dentro e fuori il Parlamento, per fermare il mio lavoro.

Il Family Day del 2015 e il Vietnam in Commissione Giustizia

Il 20 giugno del 2015 torna il Family Day  in piazza San Giovanni a Roma, proprio mentre è in corso in commissione Giustizia il Vietnam. Parteciparono non soltanto movimenti cattolici, ma anche l'imam della moschea di Centocelle che disse: "Siamo qui tutti insieme, mussulmani e cristiani, per difendere la famiglia".

Lo slogan della manifestazione era "Difendiamo i nostri figli". Ma da cosa? Questa era la domanda più diffusa tra le persone favorevoli alla legge. Da cosa? Dal gender! "Per riaffermare - dissero gli organizzatori - il diritto di mamma e papà a educare i figli e fermare la colorazione ideologica della teoria gender nelle scuole e nel Parlamento, oltre a bloccare sul nascere il ddl Cirinnà che costituirebbe in prospettiva adozione, utero in affitto per le coppie dello stesso sesso".

Quel giorno il presidente della Cei riprese il concetto esplicitato all'Ansa il 17 gennaio, pienamente ascrivibile nella categoria "benaltrismo". Infatti affermò, in merito alle unioni civili, che "ci sono diverse considerazioni da fare, ma la più importante è che mi sembra una grande distrazione da parte del Parlamento rispetto ai veri problemi dell'Italia: creare posti di lavoro, dare sicurezza sociale, ristabilire il welfare [...] Noi vediamo nelle nostre parrocchie una grandissima coda di disoccupati, di gente disperata [...] Di fronte a questa situazione tanto accadimento su determinati punti che impegnano il governo e lo mettono in continua fibrillazione mi pare che sia una distrazione grave e irresponsabile". [...]

L'attivismo di Bagnasco aveva come contraltare il silenzio del Vaticano e del Papa sul tema della legge. Questo mi faceva ben sperare e ovviamente divideva al suo interno l'area cattodem, tra i tifosi del Papa emerito Benedetto, fautore della guerra al relativismo etico, e quelli di Papa Francesco, famoso tra l'altro per il "chi sono io per giudicare un gay?" e grande sostenitore di una Chiesa accogliente e inclusiva.

Monica Cirinnà ossia la mangiapreti?

Esterino mi definisce una “mangiapreti” e molto spesso mi rimprovera posizioni ideologiche o laiciste. Forse ha ragione, ma sono convinta che chi siede in Parlamento lo fa per rispettare la Costituzione e applicarla. Poi ognuno in privato può professare o meno la propria fede. La nostra Costituzione dice, all’art.7 “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Questo principio, che stabilisce la netta separazione tra ordine religioso e ordine temporale, fa sì che la nostra Repubblica possa definirsi laica e che non ci debbano essere intromissioni e interferenze tra i due poteri. Purtroppo, troppo spesso, questo principio è stato violato. Un esempio per tutti è la richiesta della Curia di astenersi sul referendum sulla legge 40 e i numerosi tentativi di intervenire anche sulla legge sulle unioni civili, influenzando il voto dei parlamentari cattolici.

Un inedito in esclusiva per Gaynews

I toni minatoriamente apocalittici da parte di alcune frange estremiste cattoliche sono ravvisabili non solo nel ben noto monito di p. Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ma anche nelle innumerevoli mail indirizzate alla senatrice Cirinnà. Molte di queste sono state pubblicate nel volume a differenza di altre che per ovvie ragioni di spazio sono state espunte. Di una di queste pubblichiamo in esclusiva il testo in una con quello del mittente. Una riprova di come Monica Cirinnà sappia rispondere con competenza anche a chi ricorre ad argomentazioni di tipo dottrinario.

On. Monica Cirinnà, le prego di rispondere a questa mia lettera. 

Come spiegare alla legittima e innocente curiosità dei bambini quel ripugnante e sporco atto sessuale che già gli adulti, nell’immaginarlo, si vergognano? Non voglio immaginare, al di la delle personali sensibilità etiche, l’imbarazzante situazione degli insegnati di scienze delegati a spiegare alla lecita e curiosa intelligenza dei nostri adolescenti, l’anomalo motivo, già di per se assai igienicamente schifoso e ripugnante al solo pensarlo, dell’infecondo atto sessuale dell’unione tra esseri dello stesso sesso se non per belluino godimento contro natura. In Luca 9-42 è scritto: “ ma chi scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una macina d’asino e lo si getti nel mare”!

Altre e più devastanti iniziative, grazie a Lei, ci attendono come, ad esempio, il diritto dei gay di adottare figli non loro con l’uso dell’utero in affitto che, se fosse riconosciuto, comporterebbe un sicuro ed imponderabile disagio sociale e danno psicologico su innocenti che Lei e i suoi promotori negano. Un peccato ben più grave della sodomia in quanto trattasi di uno sporco mercimonio d'anime innocenti in corpi d’altrui persone pagate e prestate a tal fine.

C'è da esserne fieri?

Attendo risposta.

 

Gentile Signore,

     vorrà perdonarmi se le rispondo solo oggi ma impegni istituzionali mi hanno impedito di farlo prima. Non volendo però in alcun modo apparire scortese, do con piacere riscontro alla sua mail del 4 luglio u. s.

Non le nascondo che resto perplessa di fronte ai toni e alle parole da lei utilizzate che nulla hanno da spartire con un atteggiamento e un linguaggio improntati alla correttezza nonché a quei valori cristiani, cui vorrebbe rifarsi. Lei parla di rapporti sessuali in termini di ripugnanza, sporcizia, belluinità con specifico riferimento alle persone dello stesso sesso, il cui relazionarsi è altresì bollato come “infecondo”. Ma se l’atto sessuale dov’essere di per sé fecondo a questo punto dovrebbe essere ripugnante – secondo la sua logica – anche quello tra due personee di sesso diverso ma sterili. Eppure lei dovrebbe ben sapere che ne è passata di acqua sotto i ponti dalla Casti Connubii di Pio XI e che sulla morale di coppia il magistero stesso ha abbandondato da oltre 50 anni la mera visione riproduttivistica del rapporto sessuale.

La sessuofobia, di cui la sua mail è riprova, è il vero pericolo da combattere. Se ne faccia una ragione: se due persone dello stesso sesso o di sesso opposto hanno una serena vita sessuale, ciò avviene non per istinto belluino o per una presunta sporcizia ontologica ma per libera volontà e per amore. Ecco, come si può spiegarlo ai bambini che più di noi adulti sanno percepire la bellezza dell’amore.

Stia attento all’utilizzo delle Scritture e a far dir a esse quello che ci aggrada. Lo scandalizzare i piccoli, di cui parla il versetto di Luca da lei citato (fra l’altro in maniera erronea perché la citazione correttà è Lc 17, 1-2), non è affatto in riferimento a una condotta sessuale e meno che mai omosessuale. Cristo non sta affatto parlando di tutto ciò ma della grave responsabilità che hanno coloro che scandalizzano “uno di questi piccoli”. Scandalo che può avvenire attraverso la violenza, il furto, la bugia, ecc. Insomma, attraverso ogni attegiamento eticamente non corretto.

Sorvolando sull’utilizzo del termine sodomia (non più utilizzato dai pontefici da tempo ma che, soprattutto, è inadatto per stigmatizzare il rapporto tra due persone dello stesso sesso quando sono proprio le Scritture a specificare quale fu il grave atto degli abitanti di Sodoma: Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero [Ez. 16, 49]), mi permetto infine di farle notare che il concetto di peccato e il ricorso ai testi sacri vanno bene per un credente e sono utilizzabili in un ambito di fede. Ma sono categorie estranee e inappropriate all’ambito laico e politico che, per quanto rispettoso dei diversi credo a partire da quello cristiano, deve tutelare le esigenze di tutte e tutti i cittadini e, conseguentemente, muoversi secondo i presupposti del retto pensiero e delle umane leggi.

Cordialmente

Monica Cirinnà

 

 

 

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Si è aperto martedì 5 settembre presso il tribunale di Verona il processo a carico di Massimo Gandolfini, leader del Family Day, con l'accusa di diffamazione nei riguardi di Arcigay. La seconda udienza si è tenuta giovedì 21 settembre. Per saperne di più abbiamo raggiunto Flavio Romani, presidente della storica associazione rainbow.

Flavio, perché hai deciso di sporgere denuncia a nome di Arcigay contro Gandolfini?

Perché Arcigay è stata infangata da un'accusa infamante, che offende il nostro lavoro quotidiano come associazione e l'onorabilitá di ogni socio e socia. Come ben sappiamo, da ormai vari anni è stata montata contro le persone gay, lesbiche e trans una guerra che chiama i cittadini a lottare contro quella colossale bufala della cosiddetta "ideologia gender". Il tutto è iniziato con la discussione della legge contro l'omofobia, che secondo loro limitava la loro libertà di offendere e discriminare le persone Lgbtim e ha avuto il suo culmine nei mesi della discussione della legge Cirinnà. Gruppi di cattolici integralisti si sono saldati con movimenti di estrema destra e hanno messo in piedi iniziative di tutti i tipi nell'intero Paese dalle Sentinelle in piedi al Family Day fino a centinaia di convegni in cui si spiegava quanto noi fossimo una minaccia per la società.

In alcuni di questi incontri il professore Gandolfini ha affermato che Arcigay approva la pedofilia. È stato subito chiaro che era stato passato il segno e che il contrasto non era più di tipo culturale e politico ma si  scadeva nella denigrazione e nell'accusa infamante. E questo per me era intollerabile come presidente di Arcigay e rappresentante legale di questa associazione ma anche e direi soprattutto anche come socio di Arcigay da tantissimi anni. Ho ritenuto che l'unica risposta possibile fosse quella delle vie legali: non si trattava più di una battaglia culturale o politica, ma era diventata una battaglia a cui solo un tribunale può dare risposta.

La pedofilia è un reato colpito giustamente con leggi molto severe ma prima ancora è un atto orrendo e devastante che distrugge la vita dei bambini e delle bambine che ne sono vittime. Poteva forse Arcigay tollerare tutto questo? Io credo di no. Gandolfini ci ha accusato davanti a centinaia di persone di approvare la pedofilia e ora (aggiungerei) deve rispondere davanti a un giudice di diffamazione aggravata.

Ti aspettavi che fosse istruito un processo o pensavi a un'archiviazione?

Ovviamente quando si presenta una querela non si è mai certi dell’esito. Però nel nostro caso abbiamo prodotto i video delle conferenze del professore Gandolfini che erano stati messi online. Questi video documentano che a un certo punto Gandolfini estrae dalla sua cartella una pagina di Repubblica del luglio 2014. Si tratta di un articolo che parla di Facebook e della introduzione nella piattaforma italiana della possibilità di scelta fra 58 opzioni identitarie, iniziativa per la cui realizzazione Facebook aveva chiesto ad Arcigay una collaborazione

Gandolfini tira fuori l'articolo di Repubblica e ne legge titolo e sottotitolo: Da oggi il social network permette di optare tra 58 identità diverse
Tutte “approvate” dall’Arcigay, inclusa una destinata a suscitare dibattitiE questo è in effetti il titolo di Repubblica. Poi però Gandolfini dice alle centinaia di persone presenti: “E sapete qual è questa categoria destinata a suscitare dibattito? La pedofilia!”. Ovviamente questo provoca una reazione di sconcerto e di profonda indignazione fra chi lo sta a sentire. In pratica alle centinaia di persone che sono presenti alle sue conferenze e alle migliaia di persone che hanno in seguito visto il video online, Gandolfini fa credere che Repubblica si riferisca alla pedofilia e che Arcigay approvi la pedofilia. Ovviamente nell'articolo la parola pedofilia non viene neanche menzionata e la categoria destinata a suscitare dibattito a cui fa riferimento il titolo è quella dei femminielli. Alla querela noi abbiamo allegato vari video in cui si mostra tutto questo e il pm ha deciso di esercitare l’azione penale.

Quali i momenti salienti della due udienze?

Le prime due udienze sono state a carattere essenzialmente tecnico e procedurale come normalmente succede nei processi. Il difensore di Gandolfini, l'avvocato Simone Pillon, ha presentato due eccezioni: la prima eccezione riguardava la competenza territoriale del tribunale di Verona, la seconda la costituzione di parte civile del sottoscritto oltre che dell’Associazione Arcigay. Entrambe sono state respinte. La difesa Gandolfini, ai fini dell’istruttoria da svolgere, ha chiesto l’esame di un teste e due consulenti tecnici, nella persona della professoressa Chiara Atzori che dovrebbe illustrare l'ideologia gender e dell'ex magistrato Roberto Thomas che ha affrontato nella sua carriera vari casi di pedofilia.

Noi, attraverso il nostro legale, l’avvocata Rita Nanetti, ci siamo inizialmente opposti anche perché secondo il nostro parere tutto è documentato. Sia il teste che i consulenti sono stati ammessi dal giudice, che ha poi però anche ammesso i nostri consulenti tecnici: persone tre le autorevoli e competenti rispetto alle questioni Lgbti che abbiamo in Italia. Si tratta del professore Paolo Valerio dell'università Federico II di Napoli e del professor Vittorio Lingiardi dell'università La Sapienza di Roma. Queste persone saranno sentite in una delle prossime udienze.

Quale la posizione dei legali di Gandolfini e quale quella del pm?

Non siamo in grado di anticipare quelle che potranno essere le difese del prof. Gandolfini, anche perché non ha rilasciato dichiarazione nel corso delle indagini. Il pubblico ministero esercitando l’azione panale ha ritenuto che vi fossero i presupposti per lo svolgimento del processo a carico di Gandolfini per diffamazione aggravata. Il giudice ha già fissato un fitto calendario di udienze.

Che cosa speri da questa causa?

Da questo processo noi ci aspettiamo che la giustizia dia un segnale forte e faccia capire che non si può usare la menzogna per screditare una associazione come Arcigay, composta da migliaia di persone che tutti i giorni cercano di lavorare per migliorare la vita delle persone gay lesbiche e trans. Non si può usare la menzogna e pensare di farla franca. Spesso in passato siamo stati insultati. Siamo stati derisi. Siamo stati offesi e discriminati. Con questa campagna contro l'ideologia gender si vuole attivare una psicosi collettiva su una cosa che non esiste per far tornare un clima di odio contro le persone gay lesbiche e trans. E non è solo Gandolfini.

Sono decine e decine le associazioni, i gruppi, le persone che si attivano a tutti i livelli, dalle piazze ai social ai media. Abbiamo visto anche in questi giorni la loro capacità organizzativa e la grande disponibilità economica che ha permesso loro di realizzare quell'autobus arancione che ha fatto il giro dell'Italia, cercando di portare nelle piazze la bufala antigender. Questa operazione non è riuscita molto: le piazze sono rimaste praticamente vuote. Però ci riproveranno. Come Arcigay ci siamo attrezzati per contrastare il più possibile questa psicosi. Abbiamo fatto un sito dove vengono spiegate in maniera riassuntiva tutte le questioni che riguardano questa crociata che è fatta contro di noi: il sito è www.maqualegender.it. Nel sito ci sono le spiegazioni essenziali, ci sono dei contributi culturali su tutto quello che serve per essere pronti a rispondere alle loro argomentazioni e c'è anche la possibilità di aiutare Arcigay economicamente attraverso una donazione che aiuti la nostra associazione ad affrontare le spese legali nel processo Gandolfini e in tutti i processi che andremo a intraprendere se ce ne saranno presupposti e necessità. E in generale un aiuto per tutte le iniziative che metteremo in piedi. Vorrei che fosse chiaro a tutti che si tratta di una battaglia insidiosa e importante contro questi gruppi, che vogliono riportare indietro le lancette della storia e ci vogliono ricacciare nel buio e nella vergogna.

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La stagione dei Pride è appena iniziata e, come da copione, presunti vip fanno a gara con persone omosessuali nel contestare la validità delle marce dell’orgoglio gay e, soprattutto, la modalità di partecipazione in nome d'un ambiguo e non meglio precisato concetto di normalità. A queste geremiadi inconsistenti si vanno ad aggiungere le schermaglie in sedi consiliari sui patrocini comunali da concedere ai Pride. Fa ancora molto discutere la decisione negativa presa dalla giunta Nardella in riferimento al Toscana Pride. Tanto più che simili delibere riscuotono ampio plauso da movimenti d’estrema destra e del convervatorismo cattolico come, ad esempio, il Comitato Difendiamo i nostri figli - Family Day 2015/2016.

E così - forse complice la mancata risposta dell’amministrazione di centrosinistra del Comune di Brescia alla richiesta di adesione e patrocinio al locale Pride del 17 giugno prossimo, avanzata dal Comitato Brescia Pride - la falange gandolfiniana ha pensato bene d’inviare a tutti i sindaci della Provincia un appello di respingimento con tanto di testo d’eventuale delibera in allegato. La mozione, nella mente degli estensori, sarebbe necessaria per la salvaguardia del «diritto originale per ogni bimbo ad avere una mamma e un papà”. Diritto che sarebbe conculcato dai Pride, il cui «messaggio è da sempre in contrasto con questi principi e valori».

A sollevare non poco sconcerto è l’ultimo capoverso della premessa della bozza di delibera che, nel motivare il “respingimento” della richiesta d’adesione/patrocinio al Brescia Pride, recita: «La sacrosanta salvaguardia dei diritti fondamentali non può divenire un mezzo per vulnerare la libertà di espressione camuffando e contrabbandando fascismi di varia natura sotto etichette variopinte e slogan apparentemente liberali».

Immediata la reazione dell’attivista Luca Trentini, segretario provinciale di Sinistra Italiana per l’area bresciana e componente del comitato Arcigay Orlando, il quale ha dichiarato ai microfoni di Gaynews:  «Quella di Gandolfini è un’iniziativa legittima, per carità, ma che dà il polso di quanto certe organizzazioni avversino temi come l'uguaglianza, la libertà, la laicità delle istituzioni e l’autodeterminazione che sono le parole d'ordine con cui si scende in piazza per il Pride. Mi auguro che i sindaci rigettino queste argomentazioni e che vi sia un sussulto di dignità da parte di un centro sinistra troppo timido quando si tratta di schierarsi dalla parte di principi che dovrebbero essere universalmente riconosciuti perchè garantiti dalla nostra Carta costituzionale».

 

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