Questa sera a Firenze, presso il Teatro delle Spiagge di Firenze (via del Pesciolino 26/A), andrà in scena lo spettacolo La rosa del giardino. Lorca e Dalì, l’ultimo ballo a Fuente GrandeScritta da Claudio Finelli e diretta da Mario Gelardi, la pièce inaugurerà la stagione 2018/19 del teatro fiorentino nell’ambito della 2° edizione del Festival Portraits On Stage.

Salvador Dalì e Federico García Lorca, come noto, s'incontrarono nel 1922 a Madrid e intessettero una relazione colma di stima e complicità, della quale rimangono le tracce in una lirica di Lorca e in alcune lettere che il pittore scrisse al poeta.

Finelli ricostruisce, come in un sogno, la storia di un’amicizia, di un’intesa intellettuale, di un desiderio e forse di un amore.

Per saperne di più, contattiamo l'intellettuale partenopeo, collaboratore del nostro quotidiano, delegato cultura di Arcigay Napoli, direttore artistico della rassegna letteraria Poetè.

Claudio, come è nata l’idea di questa pièce?

L’idea, in realtà, è venuta a Mario Gelardi che, quest’estate, mi ha chiesto di scrivere un testo sulla relazione tra Federico García Lorca e Salvador Dalì a partire dalle lettere che l’artista scrisse al poeta. Si tratta di un epistolario molto articolato, in cui Dalì comunica al poeta riflessioni personali sull’arte e sulla poesia ma anche le proprie emozioni, le proprie paure e le proprie paranoie. Non siamo in possesso, purtroppo, delle lettere con cui Lorca rispondeva a Dalì, forse anche per colpa di Gala…

Si può, allora dire, che hai provato a ricostruire la relazione tra questi due geni della cultura del XX° secolo?

Non credo di aver ricostruito la loro relazione dal punto di vista storico. Io non sono uno storico. Credo di aver, invece, operato nel senso di una ricostruzione poetica dei loro sentimenti, dei loro desideri, della loro innegabile attrazione. Si tratta dell’attrazione di due giovanissimi uomini belli e affascinanti, sfacciati e anticonformisti, poco più che adolescenti, con un immaginario e un’emotività straripanti. Il luogo ideale in cui attecchisce il fuoco dell’amore e della passione. Se poi questa passione e quest’amore siano stati concretamente consumati, lo deciderà lo spettatore.

È ancora difficile, secondo te, parlare dell’omosessualità di grandi personaggi della storia della civiltà occidentale?

Direi di sì. Ovviamente, Lorca fu uno dei pochissimi intellettuali della prima metà del '900 la cui omosessualità non fosse un mistero. E, al di là di altre implicazioni politiche, fu ucciso proprio perché era omosessuale. La sua omosessualità lo rendeva meno degno di vivere agli occhi dei franchisti che lo fucilarono. Lo fucilarono, nonostante la mobilitazione in favore di Lorca di grandissimi intellettuali in tutto il mondo. Lo fucilarono e, ad oggi, non sappiamo ancora dove siano state lasciate le sue spoglie mortali. Non ebbe neppure l’onore di una sepoltura e di un luogo certo per i suoi resti. La sua vita – agli occhi dei falangisti che lo uccisero – valeva meno di qualsiasi altra cosa perché era omosessuale.

Ma, secondo te, Lorca e Dalì si amarono?

Secondo me non potevano non amarsi. La differenza tra i due era nel coraggio di amare. Ad amare ci vuole un gran coraggio, sempre. Lorca era un uomo coraggiosissimo. Spesso i poeti sono uomini molto coraggiosi perché sperimentano l’abisso più di qualsiasi altro individuo e l’amore, soprattutto un amore omosessuale negli anni venti del secolo scorso, era una sfida all’abisso. Dalì era un grande artista ma era un uomo superficiale e codardo. Non bisogna mai innamorarsi dei codardi e dei superficiali. Lorca lo capì troppo tardi. 

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La Corte di appello di Firenze ha ieri ridotto a 28 anni di carcere la pena per il pellettiere Mirco Alessi, che il 29 giugno 2016 uccise con 94 coltellate la 45enne Kimberly da Silva, transgender brasiliana, e con altri 18 fendenti la 27enne dominicana Mariela Josefina Santos Cruz.

Il delitto avvenne nell’abitazione delle donne in via Fiume (nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella), dove Alessi, all’epoca dei fatti 42enne, si era recato anche quella mattina di giugno, essendo legato da una relazione sentimentale con Kimberly.

Un rapporto, il loro, caratterizzato però da continui litigi per richieste pressanti di denaro da parte dell’uomo. E una lite furibonda scoppiò anche quel 29 giugno di due anni fa. Nel corso d'essa l’artigiano fiorentino, che aveva precedentemente assunto cocaina, impugnò un coltello da cucina iniziando a colpire ripetutamente la compagna.

Si recò quindi nell’altra camera da letto, dove dormivano Mariela e una sua connazionale, Marlenis, di 25 anni. Mentre quest’ultima riuscì a salvarsi gettandosi dalla finestra (ma riportando fratture multiple agli arti inferiori e superiori), l’amica fu accoltellata per 18 volte.

Nonostante fosse riuscita a fuggire fino all’androne dello stabile, Mariela fu trovata agonizzante dagli operatori sanitari accorsi. Sarebbe morta dissanguata poco dopo l'arrivo in ospedale a seguito della recisione dell'arteria femorale provocata da una delle coltellate ricevute su un fianco. Riuscito a fuggire, l'uomo fu arrestato la sera di quello stesso giorno a Monticiano (Si).

Condannato in primo grado a 30 anni per omicidio e tentato omicidio pluriaggravato, Alessi ha successivamente risarcito pecuniariamente le famiglie delle due vittime e, recentemente, anche Marlenis.

Contro la sentenza la procura di Firenze aveva presentato ricorso in appello chiedendo l'ergastolo e l'isolamento diurno di due anni per l'imputato.

Ieri mattina, però, alla luce della confessione di Alessi e dell'atteggiamento sempre collaborativo nonché dell'ultimo risarcimento erogato alla 25enne ferita, il sostituto procuratore generale Filippo Di Benedetto ne ha chiesto la condanna senza contestare l'aggravante della premeditazione. Ha inoltre rinunciato a chiedere l'ergastolo e l'isolamento diurno per due anni. 

A loro volta Massimiliano Manzo e Maria Teresa Pisani, legali di Alessi, hanno rinunciato ad alcuni motivi difensivi.

«La vittoria, direi il miracolo, ci fu già in primo grado – hanno commentato - quando non fu inflitto l’ergastolo. Ma oggi registriamo un ulteriore calo della condanna: ora per il nostro assistito si accende una luce in fondo al tunnel di una vita che potrà riavere il suo corso».

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Sarà presentato questa sera al Florence Queer Festival il documentario Il calciatore invisibile che, scritto e diretto da Matteo Tortora, è stato realizzato grazie alla raccolta fondi per Produzioni dal Basso e al sostegno di Toscana Film Commission, Livorno Film Commission, Regione Toscana e Comune di Livorno. 

Come Rafiki (proiettato il 2 ottobre) Il calciatore invisibile è una delle due anteprime che, nell’ambito dell’importante rassegna giunta alla 16° edizione e diretta da Bruno Casini e Roberta, gode della partnership del Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze. Incentrato sul tema tabù dell’omosessualità nel calcio, il documentario sarà infatti presentato alle 21:30, presso il Cinema La Compagnia, dal regista, dai giocatori della squadra Revolution Team insieme con gli assessori comunali Sara Funaro e Andrea Vannucci.

Saranno proprio i calciatori della Revolution Team a essere i veri protagonisti della serata, dal momento che la pellicola documentale ripercorre la storia della squadra amatoriale fiorentina composta da giocatori omosessuali.

È noto come negli ultimi anni sempre più atleti, anche di fama mondiale, facciano coming out in quei Paesi dove i diritti della minoranza arcobaleno sono tutelati. Nuoto, atletica, tennis, pallavolo, rugby sono tra le discipline sportive col maggior numero di atleti/e Lgbti a differenza del calcio, dove i coming out effettuti si contano sulle dita.

Il documentario racconta l'attuale stato delle cose, ricordando al pubblico la breve ma complessa lista degli episodi legati alla discriminazione, accaduti in campo, negli spogliatoi o in varie occasioni pubbliche.

Con un impianto classico le interviste ad alcuni dei protagonisti della Serie A italiana, tra cui Alessandro Costacurta, Cesare Prandelli, il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro, si alternano alle testimonianze dei calciatori della Revolution Team: una squadra da anni in campo, per dimostrare al pubblico che il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere non possono e non devono rappresentare un limite per lo sport che si ama. 

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Inizierà il 2 ottobre e durerà un’intera settimana la 16° edizione del Florence Queer Festival, prestigiosa manifestazione, che, diretta da Bruno Casini e Roberta Vannucci, è organizzata dall’associazione Ireos - Centro Servizi Autogestiti per la Comunità Queer di Firenze in collaborazione con Arcilesbica FirenzeMusic Pool.

Un’edizione quanto mai ricca di eventi, incontri e presentazioni, che offrirà al pubblico un nutrito programma di film, la selezione di video queer in concorso e ospiti speciali come il regista Gustavo Sanchez o la cantante Adele Bertei.

Importante sarà la partnership con il Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze, con una doppia proiezione in anteprima: Rafiki (martedì 2 ottobre, ore 17:00, Cinema La Compagnia) di Wanuri Kahiu, primo film keniota a raggiungere Cannes (in selezione per Un Certain Regard), storia di un'amicizia che diventa amore, in un paese dove si è costretti a scegliere tra felicità e sicurezza; Il calciatore invisibile di Matteo Tortora (venerdì 5 ottobre, ore 21,30, Cinema La Compagnia), documentario italiano che parla di omosessualità nel mondo del calcio, argomento da sempre tabù, presentato al pubblico dal regista, dai giocatori della squadra “Revolution Team” assieme agli assessori Sara Funaro e Andrea Vannucci del Comune di Firenze.

Per quanto riguarda gli ospiti, la serata di apertura, alle 21, sarà caratterizzata dall’omaggio della cantautrice fiorentina Letizia Fuochi all’indimenticabile personalità artistica di Chavela Vargas, celebrità messicana degli anni Sessanta. Seguirà, poi, la prima proiezione italiana del film 1985 del regista statunitense Yen Tan (martedì 2 ottobre, ore 21,30, Cinema La Compagnia).

Numerosi, poi, gli appuntamenti musicali per il Florence Queer Festival, tra cui ricordiamo: la presentazione, in anteprima, del videoclip L’attraverso con Alia, seguito da un assaggio musicale live con Martina Agnoletti e Erika Giansanti del nuovo album Giraffe (sabato 6 ottobre, ore 21, Cinema La Compagnia); la presentazione del videoclip Cambiare idea dei Mondo Candido (mercoledì 3 ottobre, ore 17,45, Cinema La Compagnia), le voci del Choreos, coro Lgbtq* di Ireos (mercoledì 3 ottobre, ore 21, Cinema La Compagnia) e la performance live di Adele Bertei (giovedì 4 ottobre, ore 21, Cinema La Compagnia).

Grandi protagonisti anche i libri: sette presentazioni QueerBook, quattro durante il Festival (3/5/6/7 ottobre, ingresso gratuito, Cinema la Compagnia, ore 19,30) ed altre tre, sempre nel mese di ottobre, tra la sede Ireos e la libreria Il Libraccio. Tra gli autori presenti al Festival Luca Baldoni, Vanessa West, Francesco Gnerre, Matteo B. Bianchi.

Tornano poi i QueerFocus, appuntamenti di approfondimento culturale organizzati al mattino, a ingresso libero (5/6/7 ottobre, ore 11, Cinema La Compagnia): Giacomo Aloigi, assieme a Stefano Mascalchi, cercherà di farci entrare nelle dinamiche culturali di quella Firenze anni Ottanta di cui fu protagonista Pier Vittorio TondelliRiccardo Ventrella omaggerà Mina, mentre la squadra di Luca Locati Luciani, Andrea Meroni, Willy Vaira ci condurrà alla scoperta delle mille vite della scrittrice, artista, giornalista, pittrice, attrice Giò Stajano scomparsa nel 2011.

Tra gli appuntamenti ad ingresso gratuito da non perdere due mostre, entrambe al Cinema La Compagnia. La prima è una “fotografica” di Pia Ranzato, che ha ricucito assieme, dal suo archivio personale, immagini di chi ha amato e vissuto la vita affermando la propria libertà al di fuori degli schemi sociali (Viva la Libbbertà, 2-7 ottobre, Cinema La Compagnia; dal 9 ottobre al 10 novembre a Ireos, via dei Serragli 1). La seconda è Una rivoluzione da sfogliare. Pagine di editoria periodica LGBTQ+ a cura di Luca Locati Luciani, dedicata a Robi Rapp, e realizzata in collaborazione con "Handkerchief Magazine" e Alessio Ponzo.

Per quanto riguarda i film, bisogna ricordare la pellicola di apertura che arriva dagli Stati Uniti (1985Yen Tan, 2/10 ore 21,30, replica 2/10 ore 15,30) che pone l’accento sui periodi bui della pandemia di Aids, come l’altra anteprima vincitrice del Panorama Audience Award al 66°-Festival Internazionale di Berlino, Who’s gonna love me now (mercoledì 3 ottobre, ore 22), mentre la chiusura è affidata al regista spagnolo Gustavo Sanchez e alla sua coraggiosa opera prima, I hate New York (domenica 7 ottobre, ore 21,30, Cinema La Compagnia) che fa emergere quattro storie di passione e attivismo dalla scena underground della New York più affascinante. Sanchez sarà in sala per la proiezione che sarà preceduta dal talk show condotto da Anna Meacci, attrice fiorentina che ha portato alla ribalta “La Romanina”, spettacolo dedicato a Romina Cecconi.

Tra gli altri titoli in programmazione, spicca la presenza di Queerama (sabato 6 ottobre, ore 15,30), un vero e proprio “succo di archivio” sull’attivismo gay realizzato grazie all’immenso materiale video del BFI, Killer Plastic - Tu ti faresti entrare? (mercoledì 3 ottobre, ore 15,30) di Stefano Pistolini, ambientato nella Milano da bere, all’interno della discoteca milanese più famosa che dopo 30 anni di gloria ha chiuso i battenti, Dykes, camera, azione! (sabato 6 ottobre, ore 18,30) diCaroline Berler, tra gli ospiti di questa sedicesima edizione, che ci racconta del lavoro fatto, nel corso dei decenni, da registe come Barbara Hammer, Su Friedrich, Rose Troche, Cheryl Dunye, Yoruba Richen, Desiree Akhavan, Vicky Du.

Il Festival ha scelto di portare a Firenze anche il primo film queer ambientato in Finlandia, realizzato da Mikko Makela, A moment in the Reed (sabato 6 ottobre ore 23), che restituisce una fotografia inedita del Paese scandinavo, toccando il tema dell’omofobia e della migrazione forzata dalla Siria. Ancora una riflessione su quanto l’Aids abbia privato il mondo di incredibili artisti è il medio metraggio uscito quest’anno Unstoppable Feat: The Dances of Ed Mock (domenica 7 ottobre, ore 18,30). Ed Mock, coreografo e ballerino geniale, morto di aids nel 1986: il film di Brontez Purnell narra la storia di Mock e dell’avanguardia sperimentale che ha rappresentato.

Ultimo titolo che segnaliamo è l’anteprima assoluta di Alfredo D’Aloisio, in arte (e in politica) Cohen di Enrico Salvatori e Andrea Meroni che saranno in sala domenica 7 ottobre alle 17,30 per presentare il loro documentario dedicato alle molteplici vite di Alfredo “Cohen” D’Aloisio: professore di lettere con l’ambizione del teatro educativo, pioniere del movimento LGBT, cabarettista e cantautore dichiaratamente gay, attore abruzzese che tenta di trasformare il proprio dialetto in lingua. Un mosaico restituito da testimonianze e materiali audiovisivi rari.

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Luca Baldoni, poeta napoletano di nascita e fiorentino d’adozione, è certamente uno dei maggiori specialisti italiani di poesia a tematica omosessuale e la sua antologia Le parole tra gli uomini (Robin, Torino 2012) è un’opera indispensabile per la definizione di un canone della poesia gay italiana dal '900 ai nostri giorni.

Qualche mese fa, per la casa editrice LietoColle, Baldoni ha dato alle stampe una nuova raccolta poetica che si intitola Sale del ricordo: una silloge che, attenendosi a quanto lo stesso autore dichiara nella nota introduttiva, costituiva il primo volume di una trilogia poetica, a cui lo stesso aveva lavorato per dieci anni fino al 2011.

baldoni

Incontriamo, dunque, Luca Baldoni per saperne di più su questa raccolta, in cui il recupero memoriale si esprime attraverso un verso vibrante, asciutto e attento alla registrazione dell’universo fisico ed emotivo dell’autore.

Luca, la memoria è certamente l’elemento cardine ispiratore della silloge. Che ruolo ha il ricordo nella tua riflessione e nella tua elaborazione poetica? Nella nota introduttiva, presentando i tuoi versi, parli di “reperti di una fase conclusa”: cosa intendi?

Sale del ricordo fa parte di una trilogia poetica di cui avevo date alle stampe il primo volume, Territori d’oltremare, nel 2008. Nel complesso l’opera (con una terza parte ancora inedita), vuole restituire la traiettoria di una gioventù engagée e peripatetica. Ognuno di noi nutre verso le “gesta” della propria gioventù un atteggiamento in parte narcisista, ma alla base del mio recupero c’è un’affermazione di Marguerite Yourcenar in cui la scrittrice sottolinea come veniamo alla luce due volte: la prima per volontà e meriti altrui quando nasciamo e la seconda, in un periodo che va grosso modo dall’adolescenza alla prima età adulta, quando abbiamo l’occasione di darci una vita veramente nostra che può esulare da quello che saremmo divenuti per fatalità di condizioni sociali e familiari. Ho voluto esplorare questo passaggio in cui, se si ha fortuna e coraggio, si può tentare di diventare ciò che veramente siamo (o almeno avvicinarvisi). Dunque il ricordo non vuole essere elegiaco o consolatorio ma strumentale alla messa a fuoco di un’autogenesi del sé.

Considero i testi della trilogia “reperti di una fase conclusa” perché penso di aver arato questo campo in maniera esaustiva. Si cresce, si muta, e la nostra attenzione si rivolge altrove. Oggi – salvo imprevisti – non avrei più interesse a scrivere una poesia così soggettiva, realistico-prosaica e militante in senso esplicito. Non la rinnego assolutamente e non disdegno questi tratti se li ravviso in testi altrui. Ma il problema che ormai maggiormente mi assilla è il nostro rapporto miserabile e distruttivo con la natura e l’universo in generale. Per questo nell’ultima raccolta che ho scritto, ancora inedita, l’io è scomparso e i protagonisti sono le piante, gli animali, le costellazioni, il cambiamento climatico, le interazioni tra le varie parti del kosmos dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

Dublino, Berlino, la Grecia: queste sono alcune stazioni ben riconoscibili del viaggio “memoriale” che compi all’interno di Sale del ricordo. Se dovessi scegliere, per ciascuno di questi luoghi, un’immagine iconica della tua formazione di giovane omosessuale e di poeta, quale sceglieresti?

Forse più che di immagini iconiche parlerei di atmosfere. Nella Dublino dei primi anni '90 che descrivo iniziava a essere evidente a più livelli il crollo di un regime sociale tradizionale che ha poi portato a una nuova Irlanda, a un Paese che, a differenza dell’Italia, si è pienamente sottratto alla tutela della Chiesa cattolica, ha approvato a larga maggioranza il matrimonio egualitario per via referendaria, e in cui la nomina di un primo ministro gay è stato un non evento. Come ho scritto in una poesia dedicata a Oscar Wilde, in quegli anni “crollavano statue dai piedistalli, ai vecchi pariah/ si rendevano onoranze.”

A Berlino incontrai una realtà ancora più avanzata e radicale. Qui forse c’è un’immagine, o meglio un luogo, simbolicamente centrale, lo Schwules Museum (Museo gay) “che preserva e trasmette/ storia esperienze e sogni/ contributi al vasto mondo/ di una comunità di uomini e di donne/ più volte nel corso della storia/ minacciata di estinzione.” Scoprire che esisteva un’istituzione del genere, e che la città nel suo complesso accoglieva e celebrava l’esperienza Lgbtqi come parte importante della propria identità, fu come vedere uno squarcio di futuro che vorremo fosse facile replicare anche altrove.

A Mykonos – che è l’isola non direttamente nominata ma facilmente riconoscibile della sezione greca – non andavo ovviamente per fare politica. Il binomio era sesso e sole, e il luogo simbolo la straordinaria chiesa di Paraportiani, attrazione turistica e soggetto di infinite cartoline, una colata di calce bianchissima piena di anfratti e di rientranze, affacciata da un lato direttamente sul mare, che al calar della notte diventava magico luogo di cruising e di incontri umani della più svariata natura.

Il tuo libro è anche un libro di formazione sentimentale in versi. Quale esperienza, tra quelle che emergono all’interno dell’opera, ti ha maggiormente “cambiato la vista”?

La raccolta, senza voler cadere in un banale “pensare positivo”, descrive numerose esperienze che, nutrendosi l’una dell’altra, si amplificano in un quadro che in inglese definiremmo di self-empowerment.  È il discorso di Yourcenar che ho citato all’inizio. Ciò detto, l’esperienza cruciale arriva nell’ultima sezione, e si tratta di un drammatico crollo interiore di cui feci esperienza dopo la fine dell’università. Crollo necessario a dare uno spessore, una seconda dimensione, agli slanci, ai narcisismi, all’innato ottimismo e al senso d’onnipotenza dei vent’anni. Semplifico drasticamente, ma tramite quel crollo fui obbligato a prendere contatto con la mia Ombra, col senso del limite e della sofferenza. A questo proposito amo ricordare a me stesso un aforisma shakesperiano tratto dal King Lear, usato da Pavese ne La luna e i falò come dedica alla sua amata Constance Dowling: Ripeness is all (“la maturità è tutto”). Ecco, in questo senso tutta la trilogia ripercorre l’attraversamento di una gioventù in vista di un difficile approdo a un più pieno e sfrangiato senso di sé.  

La tua poesia è - come sempre - anche una poesia consapevole e rivendicativa: dal racconto dell’amore giovanile dublinese alle memorie greche della Diva-chanteuse che “aveva cantato clandestinamente nelle bettole di Atene sotto i Colonnelli”, dal ricordo del Museo di storia gay di Berlino alle passeggiate romantiche e inquiete sull’Isola dei Pavoni. Quanto è importante e quanto è presente, secondo te, la cifra civile e rivendicativa nella poesia contemporanea? 

Ho spesso l’impressione di un atteggiamento supercilioso verso la poesia civile da parte della critica. Lo trovo molto irritante. Nel discorso accademico si tende a sminuire la poesia civile come parola impoverita perché messa al servizio di una causa, e si preferisce rifugiarsi in una concezione aristocratica secondo la quale la poesia sarebbe ipso facto sempre politica, in quanto segno di una rottura epistemologica col pensare maggioritario. In verità i poeti continuano grazie al cielo a scrivere testi apertamente civili senza alcun detrimento della qualità poetica. Per rimanere nel nostro contesto penso all’opera di Franco Buffoni, ormai imprescindibile nel panorama italiano attuale (e non solo poetico). Ma anche a quella di autori della mia generazione come Marco Simonelli o Eleonora Pinzuti, tra i primi ad articolare in Italia una poetica gay e lesbica pienamente contemporanea anche sotto il profilo delle rivendicazioni.

Certamente nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una crescita di poesia politica declinata dalla prospettiva dei diritti civili, dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Ma si continua anche a scriverne di ottima su temi più “tradizionali”; e qui vorrei citare due altri miei coetanei, Fabiano Alborghetti che nel romanzo in versi Maiser ripercorre una storia di emigrazione italiana verso la Svizzera, e Matteo Fantuzzi col poema corale La stazione di Bologna sull’attentato del 2 agosto 1980. Sono entrambi opere che hanno ricevuto riconoscimenti e attenzione e che dimostrano come il pubblico dei lettori richieda e abbia bisogno di questo tipo di riflessione.

Infine, l’ultima sezione, Il mio custode, è senza dubbio la più drammatica e “atemporale”. Quale è il demone che, nel mondo contemporaneo, incombe - sotto le mentite spoglie del custode - nella vita di un intellettuale dichiaratamente omosessuale?

Capisco il senso della tua domanda – e potrei rispondervi – ma percepisco anche un minimo fraintendimento. Non c’è dubbio che nella crisi della sezione finale possano essere fatte rientrare esperienze traumatiche comuni alla crescita di molti omosessuali. Ma non è questo che tematizzo. Le poesie rappresentano un succedersi di crolli, di incubi vissuti a occhi aperti, di prepotenti somatizzazioni, una sintomatologia enigmatica e sovradeterminata di natura segnatamente psichica. Il lessico e l’immaginario cambiano – sono, come dici tu, più “atemporali”, quasi araldici – e segnalano qualcosa che va al di là di tutto ciò di cui si è fatta esperienza prima. Ma insieme al dramma interiore cerco anche di esprimere la consapevolezza del carattere necessario, e forse nel futuro fruttuoso, di questa fase.

Per questo ho intitolato la sezione Il mio custode, non in senso ironico o straniante, ma perché chiunque sia in cerca di se stesso deve accogliere il carattere ultimamente salvifico delle più improbabili discese agli inferi. L’Ombra, per quanto imprevedibile e dolorosa, ci salva dall’unilateralità, dall’egotismo e dalla piattezza. Paradossalmente, può agire come il nostro miglior custode.     

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L’aveva annunciato la scorsa settimana e oggi ha concretato la sua promessa. A Palazzo Vecchio il sindaco di Firenze Dario Nardella ha proceduto, nel pomeriggio, alla firma degli atti relativi al riconoscimento del secondo genitore di bambini nati in una famiglia ‘arcobaleno’, cioè formata da due persone dello stesso sesso.

Si tratta di quattro iscrizioni anagrafiche di bimbi nati in Italia e registrati quali figli di due mamme e della trascrizione d’un atto di nascita estero di un bambino quale figlio di due papà sulla base di una sentenza della Corte superiore di giustizia di Toronto.

«Questo è un tema reale - ha sottolineato il sindaco Nardella durante l'incontro con le famiglie, che si è svolto alla presenza dell'assessora alle Pari opportunità Sara Funaro e dell'assessore all'Anagrafe Federico Gianassi - sul quale la legge italiana non ha dato ancora strumenti certi su come intervenire. Il sindaco può assumersi responsabilità senza violare la legge ma cercando di coniugare il rispetto delle norme con i diritti di questi bambini.

Ho fatto di tutto per rimanere nei confini della legge ma allo stesso tempo per dare loro la possibilità di vivere come tutti gli altri bambini, all'interno della loro famiglia. Guardiamo a questi piccoli con comprensione, affetto e senso di responsabilità. Questi sono atti che non si fanno per una battaglia politica ma riguardano temi delicati e profondi che mi auguro la legge possa disciplinare presto, così da consentire a noi sindaci di muoverci con più tranquillità».

Plauso è stato espresso da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che, presente a Torino a un incontro ufficiale con la sindaca Chiara Appendino, ha detto: «Ringraziamo il sindaco e l'amministrazione per questo importante atto che dà pieno riconoscimento alle nostre famiglie, nel rispetto della legge italian e nel solco di sentenze e decisioni analoghe di altri Comuni che già hanno messo in chiaro come il principio guida da seguire sia l'interesse dei minori.

Lo Stato, grazie al sindaco, ora riconosce quello che i nostri figli e la società già sanno: le famiglie arcobaleno nel nostro Paese esistono e vanno tutelate». Non si contano oramai più i sindaci che stanno riconoscendo i bimbi arcobaleno.

Ieri è stata la volta di Francavilla a Mare e nuovamente a Bologna.

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Il Comune di Firenze nega il patrocinio al Toscana Pride ma dice sì alla registrazione anagrafica dei figli di coppie omosessuali col riconoscimento della doppia genitorialità riconoscimento dei figli delle coppie omosessuali. Ad annunciarlo il sindaco Dario Nardella a margine del congresso della Uil regionale a Palazzo Vecchio.

«Credo che questo atto, come quello di molti altri colleghi sindaci, sia il segno di riconoscere prima di tutto di attenzione verso le persone – ha detto il primo cittadino di Firenze –, perché la realtà della società civile ci pone davanti responsabilità dalle quali non possiamo scappare».

Dopo aver raccontato di aver ricevuto negli scorsi giorni «lettere molto significative e toccanti di coppie omosessuali che hanno figli e che chiedono il loro riconoscimento», Nardella ha aggiunto: «Visto che io credo che la nostra attenzione debba essere prima di tutto rivolta a questi bambini, mi sono convinto a procedere già a partire da oggi al riconoscimento dei figli di coppie omosessuali attraverso la trascrizione nei registri dell'anagrafe con l'indicazione di tutti e due i genitori, qualunque sia il tipo di pronuncia giudiziaria alla base. Ovvero qualunque sia il giudice, italiano o straniero».

Il sindaco, pur avendo trovato «davvero inaccettabili le parole del ministro Fontana e anche curiosa la precisazione in merito al fatto che il tema trattato non facesse parte del contratto di governo”, ha però precisato che la sua scelta non è stata comunque condizionata da quelle parole. «Credo – ha aggiunto- che sia semplicemente una coincidenza, non mi sono mai sognato di decidere l'iscrizione in risposta al ministro Fontana. Non do cosi tanta importanza al ministro Fontana».

Ha quindi comunicato la sua decisione via Twitter: «Ho deciso di firmare per il Comune di Firenze la trascrizione nei registri dell'anagrafe dei figli di coppie omosessuali. Rispondiamo alle ideologie con la concretezza dei fatti, proprio come accaduto con la nostra legge sulle unioni civili. I diritti delle persone prima di tutto».

Sul mancato patrocinio al Toscana Pride Anna Paola Concia, assessora al turismo di Firenze, preferisce non parlare spostando l'attenzione sulle dichiarazioni odierne di Nardella. «Non commento. Io andrò al Pride - ha dichiarato - ma certo il riconoscimento dei figli di coppie omosessuali da parte del Comune annunciato oggi dal sindaco è una notizia molto positiva».

Spera, invece, in un ripensamento di Palazzo Vecchio sulla questione del patrocinio Paola Galgani, segretaria della Camera del Lavoro di Firenze. «Apprezziamo le dichiarazioni del sindaco - ha affermato -. Ora aspettiamo gli atti concreti che devono seguire. Perché i diritti o sono per tutti o non sono. E la famiglia è quella in cui ci si vuole bene: con questa convinzione come Cgil Firenze saremo il 16 giugno a Siena al Toscana Pride.

Ora ci auguriamo che Palazzo Vecchio ci ripensi e riconosca il patrocinio del Comune al Toscana Pride».

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Per il quarto anno consecutivo l’assemblea consiliare di Palazzo Vecchio ha respinto, il 4 giugno, la richiesta di patrocinio comunale sottoscritta da Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista, Firenze Riparte da Sinistra, Movimento Cinque Stelle, La Firenze Viva. A votare ancora una volta contro il Pd col sostegno di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Tommaso Grassi, capogruppo consiliare di Firenze Riparte a Sinistra, formato da Sinistra italiana, Firenze a sinistra, Rifondazione Comunista.

Consigliere Grassi, come valuta l’esito della votazione del 4 giugno?

È Una scelta priva di qualunque senso politico. Il Pd, mentre al Governo un Ministro si permette di parlare di normalità contro la 'diversità' di chi vorrebbe sposarsi e creare una famiglia crescendo dei figli, non trova altro da fare che opporsi per il quarto anno consecutivo a chi, come noi, ha proposto che al prossimo Toscana Pride fosse concesso il patrocinio del Comune di Firenze.

Che cosa è successo a Palazzo Vecchio?

L’altroieri in Consiglio comunale è andata in scena la peggiore politica che potessimo aspettarci dalla maggioranza. Un Pd, con qualche pregevole distinguo ma inutile ai fini dell'esito, che, da una parte, vota contro il nostro atto rivendicando di aver fatto già tanto in Parlamento per i diritti – ma certo non troppo diciamo noi – per le unioni civili, dall’altra attacca il M5s che, dopo aver definito come poca cosa la legge Cirinnà, si sarebbe apprestato a votare la fiducia a un Governo dove il Ministro Fontana è il peggior profilo politico che potesse esser scelto per occuparsi dei diritti delle famiglie. Ministro che – e questo è innegabile –  ha già dato prova di ottusità e di voler imprimere una regressione in materia di diritti.

Fra l’altro le consigliere del M5s hanno votato a favore della concessione del patrocinio…

Sì, ma hanno votato come se fossero altra cosa e altro movimento rispetto al livello romano. Rivendicando come un vanto il patrocinio concesso da molti Comuni a guida grillina, hanno in realtà fatto questo per attaccare il Pd fiorentino. Ieri, nessuno escluso, avremmo avuto l'opportunità di mandare da Firenze un messaggio chiaro e determinante al Governo: non un passo indietro sui diritti. Un atto per dire che non accettiamo la politica di Fontana, che è lontana anni luce dal sentire della cittadinanza. Un atto per dire che il prossimo Pride sarebbe stato il primo appuntamento per arginare questa pericolosa e bigotta deriva che vorrebbe togliere diritti alle coppie omosessuali e cancellare dal vocabolario della politica le famiglie arcobaleno.

Nel suo intervento ha fatto riferimento, in particolare, a qualche dichiarazione sulla questione Fontana, tra le tante che sono state rilasciate

Sì, ho citato l’onorevole Brambilla che, pur essendo anni luce lontana dal mio pensiero politico, ha avuto parole sagge e intelligenti per dire che il ministro e questo Governo sta sbagliando di grosso. «Il ministro Fontana si deve occupare delle famiglie arcobaleno, è il ministro della Famiglia. Che cosa sia una famiglia non ce lo dicono le parole. La famiglia è lì dove c'è amore e si crescono i figli e che ci sono diritti garantiti dalla legge  che vanno salvaguardati, senza riserve». Sono le parole della deputata forzista ma le faccio mie, perché i diritti sono un fatto di civiltà e di crescita della società: non devono essere certo un campo di scontro politico che risenta delle divisioni partitiche.

E Nardella?

Sarebbe proprio il caso di sapere se la scelta di bocciare l'atto da parte della maggioranza targata Pd sia arrivata direttamente dal sindaco Nardella, che ha nella sua Giunta chi queste battaglie le ha condotte in prima fila e per anni durante il Governo Berlusconi. Parlo dell'assessora Anna Paola Concia, troppo spesso in silenzio quando si parla di questi temi nelle aule dove fa l'assessora.

Capisco che, dopo le ultime uscite pubbliche di Nardella annuncianti un nuovo assessore – quando non lo potrebbe nominare avendo già riempito tutte le caselle –, le poltrone siano precarie per ogni componente della sua Giunta. Ma uno scatto di orgoglio su un tema, su cui ha speso tanto impegno, me lo sarei senza dubbio aspettato. Anche perché non va dimenticato che all'ultima Assemblea nazionale del Pd è stato votato all'unanimità un documento che impegna sindaci e politici del partito ad aderire convintamente ai Pride: che cosa è successo? Un dietrofront o un cortocircuito davvero inspiegabile alla cittadinanza?

Un Pd, quello fiorentino, che ricalca, insomma, posizioni di destra?

La lotta nelle prossime settimane, mesi e anni – se questo governo andrà avanti – sarà ancor più dura del passato. Il rischio reale è quello di andare indietro, di corrodere diritti conquistati e dover rinunciare quanto permetterebbe il matrimonio egualitario e l'accesso alle adozioni da parte di coppie omosessuali come quelle etero. Tra pochi giorni mi sposerò. Non riesco a capire come possa esistere qualcuno che non vuol permettere a chiunque di godere di una così gran gioia e di poter formare una famiglia vera e piena. E di godere, così, d’avere diritti e doveri uguali a tutte e tutti. Avremmo pensato che Firenze fosse senza dubbio al fianco di chi viene definito da un ministro della Repubblica non normale. Che fosse pronta a condannare chi si crede eroe nel difendere la famiglia di un uomo e una donna, per il quale esiste una mamma e un babbo, ritenendo che due mamme o due babbi non siano in grado di dare e ricevere lo stesso amore dai figli.

Purtroppo così facendo il Pd, che certo e per fortuna non ha le posizioni della Lega e del ministro Fontana, non rimarca le distanze e dà maggior spazio a quella parte del partito che, nello scorso mandato, ha chiesto e ottenenuto lo stralcio della stepchild adoption.

Lei e il suo gruppo consiliare cosa farete adesso in tema di diritti?

Non rinunceremo mai a darci per vinti sul terreno dei diritti e saremo sempre presenti alle iniziative delle associazioni, delle organizzazioni e dei singoli che vogliono andare avanti in questo difficile cammino verso il riconoscimento di diritti pieni e completi. Porteremo, quindi, le proposte e i casi dentro le istituzioni.

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In mattinata Mika ha ricevuto a Palazzo Vecchio dal sindaco Dario Nardella l’onorificenza delle chiavi della città di Firenze.

Al termine della cerimonia la popstar, nel rispondere alle domande dei giornalisti, ha parlato del cambiamento del finale della Carmen di Bizet, del desiderio di poter cantare nella Cappella Brancacci e della conduzione del festival di Sanremo, per il quale si è detto non ancora pronto. Si è poi espresso sulla questione delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso a seguito d’una domanda sull’eventuale introduzione d’una specifica norma in Italia.

«Quando una persona dice: Ti amo, voglio passare la mia vita con te, se noi diciamo di no, o se noi blocchiamo tutte le altre conseguenze di questo patto, il no può provocare solamente conseguenze negative». Quindi ha proseguito: «Invece se diciamo sì, possiamo provocare solo cose belle. L'amore si provoca con l'amore e la tolleranza. L'intolleranza, l'odio e anche la violenza si provoca solamente con il no e l'intolleranza. La matematica di questo principio è abbastanza chiara. Però ci vuole un po' di tempo». Per il cantante dunque occorre fare «tutto quello che può aiutare a incoraggiare questa idea che è l'investimento tra una persona l'altra: una donna e un uomo, due donne, due  uomini non importa».

Sull’argomento si è anche espresso in giornata Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, al programma KlausCondicio di Klaus Davi

«Considero molto probabile - così ha dichiarato - che il centrodestra non consentirà le adozioni per i gay se dovesse andare al governo. Io mi sono battuto contro la stepchild adoption. Sono favorevole alla regolamentazione della convivenza fra persone dello stesso sesso su alcuni piani, come il patrimonio, la casa. Sono stato perplesso anche sulla legge per le unioni civili perché penso che ci fossero già contenuti elementi sufficienti nella vecchia legge. Una cosa è sicura: sulle adozioni tutto il centrodestra è contrario».

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Ricorre quest’anno il decimo anniversario di fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford. Un’associazione che, grazie alla visione pioneristica e lungimirante di Antonio Rotelli, Francesco Bilotta e Saveria Ricci, ha contribuito all’ottenimento d’importanti traguardi per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali in Italia. Un’associazione che, anche grazie all'oculata presidenza di Maria Grazia Sangalli, è altresì cresciuta a vista d’occhio (al momento sono circa 180, tra soci e aderenti, i componenti) imponendosi per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico nazionale soprattutto nel contrasto alle dicriminazioni.

Il 1° dicembre Rete Lenford celebrerà i primi due lustri di attività col convegno Dieci anni di avvocatura Lgbti. Le conquiste e le prospetttive. Sede dell’incontro Palazzo Vecchio a Firenze, laddove, cioè, nacque l’associazione prima che la sede operativa fosse trasferita a Bergamo nel 2009.

Ad aprire i lavori convegnistici Francesco Bilotta, ricercatore di Diritto privato presso l’Università di Udine, che terrà una laudatio in memoriam di Stefano Rodotà. Cinque i relatori, i cui interventi di natura squisitamente giuridica saranno preceduti dalla testimonianza di chi s’è pubblicamente impegnato nello specifico ambito di volta in volta trattato: Claudio Rossi Marcelli introdurrà la relazione di Susanna Lollini, Camilla Vivian quella di Maria Acierno, Ivan Cotroneo quella di Antonio Rotelli, Lyas Laamari quella di Cristina Franchini e Diego Passoni di quella di Luciana Goisis.

Sul significato di un tale convegno, patrocinato dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana e dall’Università degli studi di Udine, così s’è espresso ai nostri microfoni il penalista Stefano Chinotti, coordinatore del comitato scientifico dell’associazione: «Il decennale dalla fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford costituirà senza dubbio un’occasione per celebrare i risultati che si è riusciti a raggiungere in questi dieci anni ma anche un momento di riflessione su quello che ancora manca.

Le legge sulle unioni civili ha certamente contribuito a riconoscere visibilità a una realtà, quella delle coppie omoaffettive, fino ad allora, di fatto, ignorata dal legislatore ma anche da ampi settori della società civile. Resta ancora molto da fare in tema di riconoscimento dell’omogenitorialità e della lotta contro i crimini d’odio. Il nostro obiettivo primario resta sempre e comunque quello del matrimonio egualitario.

Al convegno di Firenze si parlerà, dunque, di questi argomenti in una prospettiva più orientata sul da farsi piuttosto che sul già fatto».

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