Ripubblichiamo l'intervista realizzata da Elena al direttore di Gaynews.it al direttore Franco Grillini e pubblicata in data odierna sul Corriere della Sera.

Quando apre la porta del suo appartamento nel centro di Bologna, tre stanze ingombre di oggetti e ricordi nello stesso palazzo in cui abita da quarant’anni, Franco Grillini, 62 anni, bolognese, presidente onorario di Arcigay, direttore di Gaynews.it, ex deputato (con i Ds nel 2001 e l’Ulivo nel 2006) e memoria storica del movimento lgbt in Italia, ha il passo incerto e il volto smagrito dalla malattia. «Mieloma multiplo, un tumore che colpisce il midollo osseo, lo sorvegliavo dal 2007 — spiega —. Nel 2016 ho iniziato le cure che però mi hanno stroncato. Ho dovuto prendere un medicinale sperimentale, con una dicitura del Comitato etico dell’ospedale che mi autorizzava “per motivi compassionevoli”. Della serie: gli diamo questo che più male di così non può fargli».

Adesso come sta? 

È stata una guerra totale: mesi e mesi di chemio in cui ero più di là che di qua. Ma mi sono detto: non è tempo di morire. Ho reagito con le unghie e con i denti, ho fatto le cure esattamente come dicevano i medici e per ora ci siamo salvati. Anche se con molti acciacchi e una malattia cronica: sono un uomo che ha bisogno di assistenza. Ma non ho intenzione di nascondermi: ho vissuto tutta l’epoca dell’Aids, quando la malattia era ritenuta una colpa, qualcosa di cui vergognarti, e mi sono detto: io del mieloma parlo ai quattro venti. E mi faccio vedere: mi piazzo sulla carrozzina e mi faccio spingere.

Siamo in campagna elettorale, non le manca? 

Non sono più di nessun partito. Ho dato 23 anni della mia vita alle istituzioni, mi sembrano abbastanza. Mi avevano proposto delle candidature, ma gli ho detto: come la faccio la campagna elettorale, in barella?. 

Quando ha iniziato a far politica?

Alle superiori, con il Pdup nell’estrema sinistra, grazie alla mia professoressa di italiano. Venivo da una famiglia poverissima: padre manovale, madre operaia, in casa parlavamo solo dialetto bolognese. Nei primi mesi di elementari ho dovuto imparare una lingua straniera che era l’italiano. Nel libretto di terza media mi scrissero: si sconsiglia vivamente la prosecuzione degli studi. Fu la professoressa delle superiori, con cui siamo rimasti amici e tuttora ci frequentiamo, a farmi appassionare allo studio e ai classici del marxismo. 

Quali?

Ce li avevo tutti: dal Che fare? di Lenin al Manifesto del Partito Comunista, all’Ideologia tedesca di Karl Marx. E poi Il Capitale e i Grundrisse. Eravamo un gruppo di intellettualini, volevamo mettere le braghe al mondo. Ma almeno noi studiavamo, a differenza di quello che succede oggi.

È ancora marxista? 

Oggi mi definisco un liberale di sinistra. Peraltro Marx ed Engels erano un po’ omofobi. C’è una lettera in cui Engels scrive a Marx commentando i primi movimenti lgbt in Germania e dice: se questi vincono dovremo andare in giro con le mutande di latta.... 

Lei come è arrivato all’attivismo gay? 

È stato il mio modo per accettare la mia omosessualità.

È stato difficile?

Molto. Avevo 6 anni quando mio padre, per prevenire certe “deviazioni”, mi accompagnò al mercato di Bologna a vedere un banchetto gestito da due donne trans . Mi disse in dialetto: “Guarda mo’ du’ buson”. Senza ovviamente sapere la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale. Mi sembrò una scena da zoo, mi lasciò atterrito: per anni ho interiorizzato quel divieto. Ma quando quello che sentivo è diventato così forte che faticavo a gestirlo, ho deciso che potevo trasformarlo in una cosa politica. Ero già responsabile nazionale degli studenti medi del Pdup, segretario organizzativo della federazione di Bologna, era il mio modo.

Si presentò al Cassero, che poi sarebbe diventato la sede di Arcigay...

Mi accolsero dicendo: ce ne hai messo di tempo a capirlo! Noi lo sapevamo già!.

E poi?

Mancavano 20 giorni alla festa di inaugurazione, per la prima volta in Italia un Comune dava uno spazio pubblico a un’associazione gay. C’era da organizzare tutto. Mi dissero: il volantino scrivilo tu, che sei del mestiere. Ci misi 5 minuti, trovai anche lo slogan: “Dalla clandestinità alla liberazione. Verso un nuovo alfabeto dell’amore”. I problemi ci furono con la foto. 

Che problemi?

Avevo scelto quella di due ragazzi abbracciati. Fino ad allora l’idea nel movimento gay era che più facevi sesso più eri rivoluzionario. Io mi opposi: “Si è esaurita la fase propulsiva della scop... — dissi — ora tocca alla rivoluzione dei sentimenti”. Mi accusarono di riproporre il modello tradizionale della famiglia borghese, che bisognava abbattere e non cambiare. Le decisioni andavano prese all’unanimità: rimasi fino alle 5 del mattino, finché i contrari non se ne andarono. Passò il mio manifesto. E venne elogiato da tutta la città, segno che erano maturi i tempi per dire che la rivoluzione si faceva con l’amore. 

A proposito di sentimenti: lei chi ha amato? 

«Massimo, Vanni, Andrea, Giancarlo, Henry, Valerio. A cui sia aggiunge Antonio, l’ultimo». 

Il suo attuale compagno?

Sì, anche se adesso ci vediamo poco: sta al Sud e i genitori, integralisti cattolici, gli hanno vietato di raggiungermi finché non si laurea. Ha 33 anni meno di me, oltre al tabù dell’omosessualità c’è quello dell’età. Però ci scriviamo lettere bellissime, tutte le sere. 

Cos’è cambiato per un ragazzo che si scopre gay oggi? 

Tutto. 

Quarant’anni fa per molti giovani vivere l’omosessualità significava spesso solo frequentare i cosiddetti “battuage”, luoghi appartati di incontri anonimi... 

Io li ho frequentati poco, un po’ perché non mi piaceva la modalità, un po’ perché ci vedo male e prendevo delle cantonate! Arrivavo a mezzo metro e mi accorgevo che quello che avevo di fronte proprio non era il mio tipo... Preferivo il fermo posta.

Il fermo posta?

Sì: mettevi un annuncio con il numero della carta d’identità sui giornali locali, spiegando chi cercavi, poi aspettavi una settimana. Loro rispondevano: vorrei incontrarti, ci vediamo giovedì sotto le Due Torri, a quest’ora. Funzionava! Era di una lentezza esasperante, ma funzionava: ho iniziato storie bellissime col fermo posta.... 

È stato il primo gay dichiarato eletto in Parlamento... 

Non il primo eletto, il primo a metterci piede, nel 2001 insieme a Titti De Simone di Arcilesbica. Negli anni 70 era stato eletto con i radicali Angelo Pezzana, uno dei fondatori del “Fuori!”, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, ma si è dimesso subito senza mai entrare in aula perché nel partito facevano a rotazione. 

Di certo lei ha presentato più di una proposta di legge per riconoscere le unioni gay.

Prima di tutte quella sul matrimonio, l’8 luglio del 2002. Non me la voleva firmare nessuno; allora a ottobre, dopo i Pacs celebrati all’ambasciata francese di Roma, presentai quella sui patti civili di solidarietà, che ne raccolse 170 e fu un elemento di rottura. La mia idea era che bisognava prima trovare un consenso ampio su una legge che riconoscesse i diritti delle coppie per arrivare poi al matrimonio: come è successo quasi dappertutto.

Sono passati oltre dieci anni e siamo ancora lì.

Ma la legge attuale è di fatto un matrimonio. C’è pure l’adozione dei figli del partner.

Non proprio uguale.... E la stepchild adoption non era stata tolta affinché la votasse il partito di Alfano?

Quando il governo Renzi ha posto la fiducia è stato chiamato a Roma un tecnico, un magistrato bolognese, per riformulare la legge in fretta e furia nella notte. Ha scritto l’articolo sulle adozioni in modo da soddisfare Alfano perché non c’era più la stepchild adoption, ma dando ai magistrati la possibilità di concederla ogni volta che una coppia la chiede. 

Non le è mai scocciato fare il gay di professione? 

No, l’ho fatto orgogliosamente: visto che qualcuno ci deve rappresentare, è necessario che sia al meglio. Io per 25 anni sono stato un di sacerdote della politica, non avevo né sabati né domeniche. Qualche mio fidanzato me l’ha anche rimproverato: il tuo vero grande amore è Arcigay. Però le rivoluzioni si fan così: tenendo botta, tenacemente e senza demordere un attimo. E noi, a differenza dei marxisti della mia gioventù, la rivoluzione l’abbiamo fatta: una rivoluzione gentile.

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Di seguito vi proponiamo una  nota di Sergio Rovasio sul significato degli anni ’70 alla luce della propria esperienza. Anni che lui indica come quelli della Stonewall italiana a partire dalla nascita del Fuori nel 1971. In questo breve excursus Rovasio tocca alcuni momenti in cui il Paese rispose positivamente alle molte sollecitazioni politiche che venivano dal basso pur in presenza di una classe politica omofoba e con una Dc con pieni poteri sul paese. 

Si è sempre detto che gli anni ’70 del secolo scorso sono stati gli anni della liberazione sessuale, dell’affermazione del libero pensiero, dei diritti, della protesta, della contestazione (di ogni tipo: figli contro genitori, studenti contro preside, operai contro Agnelli, cittadini contro il sistema) ma quello che non si è mai detto abbastanza è che noi, che quel periodo l’abbiamo vissuto e che eravamo persone impegnate nella militanza politica, eravamo legate da uno spirito libertario che ci ha indicato poi la strada per continuare anche in altre forme la lotta per l’eguaglianza.

Torino era una delle città protagoniste di questo spirito libertario che ci ispirava. Facevamo una lotta militante con il Gruppo Abele che aveva piantato un tendone nella piazza centrale della città per una legge sulla droga che non fosse punizionista verso i tossicodipendenti oppure andavamo al primo Pride che fu organizzato dal Fuori in Via Garibaldi fino ai Giardini Cavour con tanti palloncini colorati, famiglie e varia umanità allegra e divertente. E poi c’erano i concerti di Bob Marley, di Guccini, degli Inti Illimani, di De Gregori, di De Andrè che erano il contorno di quell’impegno, di quelle emozioni.

La contestazione riguardava anche la politica più conservatrice dell’epoca. Basti ricordare che negli anni ’70 furono approvate dal Parlamento, grazie persino a una parte della Dc, evidentemente pressata fortemente dai fenomeni della contestazione, leggi d’avangaurdia sul diritto di famiglia, sulla droga - la famosa legge 685/75 - che mezza Europa prese a modello per quanto era innovativa. La stessa legge Basaglia sui manicomi è di quegli anni, così come la legge sul divorzio e la vittoria dei no alla richiesta di abrogazione referendaria richiesta dai clerico-fanfaniani, e ancora la legge sull’aborto e quella sugli obiettori di coscienza contro il servizio militare obbligatorio. Nel 1980 venne approvata la legge sul cambio di identità per le persone transessuali che all’epoca fu considerata una legge d’avanguardia. Tutti temi che caratterizzavano l’impegno dei Radicali che erano protagonisti politici di quelle battaglie: basti pensare che furono loro a fondare la Loc (Lega degli obiettori di coscienza), e che ospitarono nelle loro sedi in tutta Italia il Fuori, il primo movimento gay italiano. Furono sempre loro a fondare la Lid (Lega italiana per il divorzio).  Era sicuramente l’organizzazione politica più libertaria che operava in Italia in quegli anni ispirandosi ai valori della nonviolenza, mentre il terrorismo e le violenze politiche si diffondevano a macchia d’olio.

Non si ripeté ma più un decennio con così grandi innovazioni legislative moderne come in quel periodo. Anzi, abbiamo visto semmai degli obbrobri giuridici diventare leggi: basti pensare a quella elettorale Porcellum o a quella degli anni '90 sulla droga (una legge punizionista e dannosa firmata Fini-Giovanardi), per non parlare delle leggi spot sulla famiglia, fino alla recente legge monca sulle unioni civili che è stata fatta ad hoc per le persone gay (altro obbrobrio giuridico). Essere marchiati per legge sul proprio orientamento sessuale seppur a fin di bene non è proprio un grande traguardo moderno e libertario. Il  merito della legge è certamente positivo ma la sua costruzione fatta su compromessi ignobili non è accettabile (stepchild adoption, adozioni, matrimonio egualitario, ecc).

Lo spirito degli  anni '70 e parte degli ‘80 era caratterizzato da una visione libertaria, che sicuramente influenzava con forza anche la classe politica che non aveva certo personaggi xenofobi o clerico-fascisti così tanto di moda oggi. La nostra formazione nasce lì ed è grazie a quelle visioni, a quell’impegno e a quella forza se oggi continuiamo, seppur con strade diverse, a sperare in un mondo che vada verso l’eguaglianza e la tolleranza.

Quelli sono stati gli anni della Stonewall italiana: dalla nascita del Fuori nel 1971 ad opera di un gruppo di ragazzi coraggiosi e determinati guidati da Angelo Pezzana fino alle prime discoteche gay e i primi Gay Pride, e poi la presa del Cassero di Porta Saragozza a Bologna, i campeggi gay organizzati da Felix Cossolo che fondò Babilonia il primo mensile gay e la prima guida gay italiana, con indicati anche i luoghi di battuage. Di quegli anni anche la nascita a Torino della prima rassegna del cinema Lgbti, diventata oggi la più importante d’Europa fondata da Giovanni Minerba. Forse ciò che ancora oggi rimane come lo strumento simbolo libertario della lotta contro la violenza omofoba del ‘potere precostituito’ era il Manuale di autodifesa del Travestito, realizzato dal Collettivo travestiti radicali che spiegava come difendersi e ribellarsi alla violenza delle autorità quando lavoravano si marciapiedi, realizzato in formato ciclostile ridotto nell’A.D. 1976 nella mitica sede storica di Via Garibaldi, 13 a Torino.

Purtroppo oggi ci sono segnali che non fanno ben sperare. Sicuramente fra 30/50 anni quelli di oggi non verranno ricordati per aver lasciato un segno così positivo purtroppo. Ciò significa che i tempi futuri non fanno ben sperare anche se la strada per l’uguaglianza e l’affermazione dei diritti è ormai in un punto di non ritorno.

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