Negli ultimi giorni, da quando i media ne hanno dato notizia, la storia della piccola Alba con sindrome di Down e del suo papà adottivo Luca Trapanese, gay e single napoletano, non smette d’emozionare e colpire l’opinione pubblica italiana.

Alla vigilia dell’uscita del libro autobiografico Nata per te. Storia di Alba raccontata tra noi (Einaudi, Torino 2018, pp. 168) redatto a quattro mani con lo scrittore Luca Mercadante, abbiamo raggiunto il papà di questa splendida bimba di 18 mesi per saperne qualcosa in più.

Luca, ti saresti mai aspettato una tale attenzione mediatica dal momento che sono passati già sei mesi da quando hai adottato Alba?

No, non l’immaginavo di questo tipo. Immaginavo che la mia storia potesse fare notizia essendo straordinaria. Straordinaria non certamente in riferimento alla mia persona ma secondo l’accezione piena del termine: fuori dall’ordinario. Immaginavo che qualcuno ne avrebbe parlato. Ma non certamente questo clamore. La mia pagina Facebook e il mio profilo sono arrivati a oltre 12.000 liker. Mi arrivano 500 messaggi al giorno. È dunque una reazione inaspettata. Ma che fa riflettere sul desiderio di cambiamento da parte di tante e tanti.

Facciamo un passo indietro. Raccontaci i passaggi che hanno portato all’affido e all’adozione

Nel libro che ho scritto con Luca, Nata per te, parlo anche del percorso che ho dovuto fare per ottenere l’adozione definitiva oltre al mio desiderio incondizionato di paternità. Ho prima fatto un'iscrizione al registro dei single presso il Tribunale dei Minori di Napoli, che consente di prendere in affido bambini che non riescono a essere collocati sulla base dell'art. 44 delle legge 184, che ne disciplina i casi particolari.

La richiesta è stata fatta a gennaio 2017 e sono stato convocato a luglio 2017. Alba mi è stata affidata prima per il periodo delle vacanze estive, mentre il tribunale continuava a cercare una coppia disponibile. Poi a settembre, non essendoci stata nessuna coppia (ben sette l'avevano rifiutata), ho iniziato il percorso di affido preadottivo con colloqui periodici con gli assistenti sociali e i giudici. Con essi valutavamo insieme il percorso che facevo con Alba. Ad aprile 2018 ho presentato la domanda di adozione speciale ex lege 184/83, art. 44, comma  C e a giugno 2018 ho avuto il decreto definitivo dell’adozione.

Alla luce della storia di Alba qual è la tua valutazione sulle norme italiane che regolano l’adozione?

Da un lato sono felice, perché ho ottenuto quello che volevo e quindi uno spazio vuol dire che c’è. È chiaro che la 183 è una legge vecchia. È vecchio il concetto di famiglia a essa sottesa. Perché oggi sono moltissimi i single. Ci sono moltissimi conviventi, coppie di fatto e coppie di persone dello stesso sesso. Quindi credo che sia una legge da rivedere. Mi domando inoltre: Un single che vuole adottare un disabile ci può riuscire? Ovviamente ci vuole una certa predisposizione al riguardo. Personalmente io ho sempre considerato la disabilità non un problema ma un’opportunità. Ma un altro single, che ha desiderio di avere un figlio e non è preparato ad avere un figlio disabile – e nessuno si può permettere di giudicarlo –, perché non può adottare un bambino normodotato ed entrare in lista come le coppie cosiddette "tradizionali"?

Tu sei single e gay. Non credi che l’escludere le coppie omosessuali dall'adozione sia un danno per gli stessi bambini? 

Al di là dell'aspetto discriminatorio credo che sia un'ingiustizia. Moltissimi sono in bambini in attesa di trovare famiglia. Nelle coppie etero credo che ci sia un forte desiderio di procreare, di creare insieme da un punto di vista genetico un qualcuno o qualcuna che in un certo qual modo li rispecchi. In una coppia omossessuale questo di base non c’è, anche se si può ricorrere all’estero a pratiche di pma. Pratiche, in ogni caso, che restano  non accessibili a tutte e a tutti e, dunque, non pensate come necessarie dalle coppie di persone dello stesso sesso per realizzare un tale desiderio di genitorialità. Quindi per loro ci sono meno aspettative.

In riferimento alle coppie di persone dello stesso sesso credi che sia sostenibile la tesi di quanti dicono che per una crescita armonica i bimbi hanno bisogno di una mamma e di un papà?

È una questione assurda e non vera. I bambini hanno bisogno di amore, affetto, equilibrio, di avere un punto di riferimento. Che questo punto di riferimento debba essere contemporaneamente maschio/femmina non credo sia determinante per la felicità di un bambino. Conosco tantissime coppie di amiche e amici omoessessuali, che hanno figli nati a seguito di fecondazione eterologa o gpa: sono bambini assolutamente felici con gli stessi problemi familiari, che hanno tutte le famiglie senza distinzione. Inoltre, nel mio piccolo, posso dire che questi bambini non si sentono né discriminati né diversi: si sentono figli e basta. Fra l’altro di come crescano bene i figli o le figlie di coppie di papà o di mamme ne è riprova il neosenatore dello Iowa Zach Walhs, figlio di due donne lesbiche.

Una tale visione la si ritrova anche nelle parole di Paola Binetti. Pur avendo espresso grandi elogi alla tua persona, la senatrice dell'Udc ha infatti dichiarato, venerdì scorso, che nel tuo caso si è verificato “un combinato disposto difficile che si ripeta un'altra volta”, aggiungendo: "Credo che il supremo interesse di un bambino si declini meglio quando ci siano un padre e una madre, la famiglia nel piu' classico dei modi". Che cosa ne pensi?

In primo luogo ringrazio la senatrice Binetti per le parole molto belle, che mi ha rivolto. Ne sono rimasto profondamente toccato. Mi auguro di essere il primo e non l’ultimo. Non concordo, invece, sulla seconda parte. Per spiegarmi meglio, faccio proprio riferimento alla mia storia personale. Alba vive quotidianamente con la sua tata nelle ore in cui lavoro. Eppure, quando rientro a casa e la tata va via, Alba non piange disperata. Non la chiama né la considera mamma, pur trascorrendo con lei molte ore della giornata. Cosa che non avviene, quando io devo uscire. Lei allora si aggrappa a me, inizia a piangere. Per cui bisogna inventare mille escamotage, come il rassicurarla con le parole: Papà, torna subito.

Alba ha ben chiaro qual è la sua famiglia e quali sono le figure che ruotano intorno alla famiglia: io e lei. Alba non crescerà in maniera diversa da altre bambine, perché figlia di un papà single.

Il fatto che tu sia gay, papà e cattolico come è stato valutato dalla Chiesa napoletana nell’ambito in cui operi?

Non ho avuto problemi. Sono il responsabile dei progetti della fondazione del cardinale Sepe per la Casa di Tonia. Il cardinale sa della mia omosessualità: non ho avuto per questo problemi né con lui né con altri sacerdoti. Mai avuto nessun problema con la Chiesa partenopea.

Ci troviamo in un periodo in cui a farla da padrone è una classe politica xenofoba, razzista e, guarda caso, omofoba. A quanti delle destre vanno parlando di famiglia tradizionale, cosa ti sentiresti di rispondere?

La famiglia “tradizionale”, composta da mamma e papà, legati da un vincolo stabile, con figli e figlie, non esiste più come modello generale e unico. Non esiste più perché sono tramontate le tradizioni dei nostri nonni e dei nostri genitori. Esistono pertanto vari modelli familiari che non collidono con quello cosidetto tradizionale, ma l’accompagnano e lo completano in un ottica di società plurale. Non credo ci sia altro da aggiungere.

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Il riconteggio dei voti in Florida e il termine dello spoglio ancora in corso in Arizona (lasciando da parte quello relativo ai componenti delle assemblee legislative statali), che assicurerebbe alla fine ai democratici 35 seggi (se non di più) rispetto ai 30 già certi di maggioranza alla Camera, ha spinto oggi la Ccn a titolare 2018 was a way better election for Democrats than most people seem to think.

A interessare, in pari tempo, è il motivo che ha portato all’elezione di nove candidati omosessuali al Congresso secondo Lgbtq Victory Found, l’importante comitato di sostegno elettorale delle persone Lgbti. Determinante, infatti, per il Political Action Commettee presieduto da Annise Parker, sarebbero state le diffuse preoccupazioni per le prese di posizione dell’amministrazione Trump in riferimento alle persone transgender.

«Abbiamo lavorato duramente per ottenere i diritti che abbiamo oggi - ha dichiarato Annise Parker -. Ma ci rendiamo conto di essere ancora in una posizione vulnerabile in molti posti».

Dei nove seggi arcobaleno (senza contare l'elezione del 27enne Zach Walhs, figlio di due mamme, a senatore nello Iowa) cinque sono delle riconferme. Mentre nel Wisconsin è stata rieletta Tammy Baldwin – la prima donna dichiaratamente lesbica a vincere un seggio al Senato nel 2012 –, alla Camera sono risultati nuovamente vincitori i gay Mark Takano (California), Sean Patrick Maloney (New York), David Cicilline (Rhode Island), Mark Pocan (Wisconsin).

A loro si uniranno, a partire dal 3 gennaio, le quattro new entry: Katie Hill (California), Sharice Davids (Kansas), Angie Craig (Minnesota), Christopher Charles Pappas (New Hampshire).

Durante la campagna elettorale Hill, Davids e Craig hanno parlato apertamente della loro vita personale e familiareNelle pubblicità televisive pre-elettorali Angie Craig, ad esempio, è apparsa con moglie e figli. «Dico solo che io e mia moglie – aveva dichiarato – abbiamo quattro figli proprio come qualsiasi altro politico».

Nel New Hampshire, invece, Chris Pappas non aveva inizialmente sottolineato la personale condizione di persona omosessuale. Fino a quando l’avversario repubblicano Eddie Edwards non aveva sollevato dei rilievi su una fotografia, in cui il candidato dem appariva in t-shirt con scritta Resist. «La foto, a cui ti riferisci  - aveva allora ribattuto Chris –, è una maglietta arcobaleno che ho indossato durante un Gay Pride. Sono orgoglioso di quello che sono e di lottare contro l'odio, il fanatismo e l'intolleranza». 

La condizione di uomo dichiaratamente gay, felicemente coniugato e papà di due figli, nati a seguito di tecniche di gpa, non ha invece costituito alcun problema per Jared Polis (che è anche componente della Camera dei Rappresentanti) nella campagna elettorale per il seggio di governatore nel Colorado. Carica, questa, che si è assicurato col 51,1% dei voti.

In Oregon è stata invece rieletta alla carica di governatrice la bisessuale Kate Brown, che ha battuto il repubblicano Knute Buehler.

Circa i seggi delle assemblee legislative statali (benché, come accennato, il conteggio dei voti in alcuni Stati non sia ancora terminato) sono risultate elette Gerri Cannon e Lisa Bunker, due donne transgender nel New Hampshire, la bisessuale Megan Hunt nel Nebraska, Derek Kitchen nell'Utah. Kitchen, già consigliere comunale di Salt Lake City, è noto perché la sua causa davanti alla Corte Suprema Federale portò al riconoscimento del matrimonio egualitario nello Stato del Sud-ovest.

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La Knesset ha respinto ieri, in lettura preliminare, un progetto di legge sull’estensione dei programmi statali di gpa a uomini single e coppie di persone gay. Presentata dai  deputati dell'opposizione Itzik Shmuli (Unione sionista) e Yael German (Yesh Atid), la proposta è stata bocciata con 49 voti contrari su 41 favorevoli

Tra i sì anche quelli di quattro deputati della coalizione: Merav Ben-Ari e Tali Ploskov di Kulanu, Sharren Haskel e Amir Ohana di Likud. Lo stesso Ohana che, il 18 luglio, si è visto respingere un suo emendamento alla legge, approvata in quel giorno, in favore del ricorso alla surrogacy da parte di uomini single e coppie di persone gay. Respingimento su cui è pesato anche il voto contrario del premier nonché compagno di partito Benyamin Netanyahu, tanto da spingere le opposizioni ad accusare Ohana di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

In luglio è stata infatti approvata la norma che ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 in Israele alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici. Legge che è stata subito bollata da attivisti e attiviste quale discriminatoria e omofoba, portando, il 22 luglio, alle grandi manifestazioni di piazza con lo sciopero nazionale Lgbti.

Nel progetto di legge ieri respinto si contemplavano inoltre delle modifiche alla normativa in vigore, volte ad ampliare i requisiti richiesti alle donne gestanti per altre o altri e introdurre, al contempo, restrizioni per proteggere la loro salute. Inoltre si proponeva un limite di 160.000 shekel sull'importo totale dei pagamenti da effettuare alla donna gestante: attualmente non vi è alcun limite al riguardo e la somma erogata si aggira intorno ai 200.000 shekel.

Le note esplicative al progetto di legge rilevavano, infine, come a causa delle restrizioni all’accesso ai programmi statali di gpa «negli ultimi anni si sia sviluppato un determinato fenomeno: gli israeliani viaggiano all’estero per diventare genitori, ricorrendo alla gpa grazie a donne residenti in un Paese straniero». Processo, questo, che «solleva molte difficoltà legali ed etiche». 

Durissimo in aula Itzik Shmuli, primo firmatario del pdl e attivista gay, che ha dichiarato: «Il diritto a una famiglia è un diritto fondamentale: uno degli elementi centrali dell'esistenza umana, la realizzazione suprema della natura umana e del desiderio di continuità di una persona. Questo diritto naturale occupa un posto importante nei diritti umani. Ma da più di 20 anni è negato a un'intera comunità, la mia. La legge consente solo alle coppie di un tipo specifico di esercitare il diritto di essere genitori».

Ha quindi aggiunto: «Per il governo eravamo di seconda classe e restiamo di seconda classe. Ma è arrivato il momento delle azioni, non delle parole. La nostra richiesta è basilare e riguarda l'uguaglianza».

Ha cercato di smorzare i toni in un’aula surriscaldata il premier Netanyahu, che ha dichiarato: «Sostengo la surrogacy per la comunità Lgbti ma finora non abbiamo una maggioranza nella coalizione per emanare la legge». Ha quindi aggiunto che il suo governo sta lavorando a una normativa analoga, spiegando che essa deve essere però elaborata in maniera tale da ricevere il sostegno di tutti i partiti della coalizione, inclusi i due ultra-ortodossi.

Secondo Netanyahu una tale disegno di legge potrebbe arrivare al vaglio della Knesset entro un mese. «Quando avremo la maggioranza necessaria - ha concluso -, la presenteremo».

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Utero in affitto, ideologia gender, sottomissione gay. Sarebbero questi per il deputato forzista Galeazzo Bignami i temi esaltati e propagandati dal Gender Bender Festival che, giunto quest’anno alla 16° edizione, è in corso a Bologna fino al 3 novembre. 

Motivo per cui il parlamentare, figlio di Marcello che fu volto storico della destra bolognese quale componente della segreteria nazionale del Movimento sociale italiano (e lui stesso con trascorsi di militanza nel partito di Almirante e poi in Alleanza nazionale), ha depositato un’interrogazione indirizzata al ministro per i Beni e le Attività culturali Alberto Bonisoli perché «il Governo si esprima su questo festival e ripensi con serietà alla opportunità di erogare finanziamenti pubblici».

Per Bignami «anche quest'anno dobbiamo assistere alla solita sfilza di spettacoli messi in scena con la giustificazione di promuovere la libertà sessuale: una scusa utilizzata ormai da anni per propinare la propaganda Lgbt e l'ideologia gender che vorrebbe annullare le differenze tra uomo e donna». Secondo il parlamentare il programma del festival, infatti, «si muove sui soliti temi cari a questo tipo di propaganda: smontare la sessualità maschile e femminile, irridere la religione ed esaltare le forme di dominio e di sottomissione gay». 

A finire poi nel mirino dell’azzurro Diane a les épaules (proiettato il 26 ottobre), l’irriverente commedia di Fabrice Gorgeart, che, pur affrontando con intelligenza il tema della gestazione per altri, viene presentato – ma senza essere stato visto dall’interrogante – come «una bella forma pubblicitaria all'utero in affitto, che è illegale nel nostro Paese». Un danno, fra l’altro, ai cittadini «perché il festival ha contributi pubblici del Comune, della Regione e del ministero».

Gli ha fatto eco il consigliere regionale forzista Andrea Galli, per il quale «la Cittaà Metropolitana di Bologna e la Regione non dovrebbero promuovere kermesse in cui si lede la nostra identità culturale di matrice cristiano-cattolica e che coinvolgono età estremamente delicate e sensibili come l'adolescenza e l'infanzia».

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Giuseppe Sala dovrà registrare sul certificato di nascita della piccola Anna, nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa, anche il nome del papà non biologico.

A deciderlo il Tribunale Civile di Milano che ha oggi accolto il ricorso presentato, in maggio, da Gianni Tofanelli e Andrea Simone contro il Comune, i cui Ufficiali di Stato civile avevano sospeso la richiesta di trascrizione e correzione dell’atto di nascita statunitense della loro figlia con esplicita menzione della doppia paternità. 

La sentenza, dunque, riconosce e tutela il supremo interesse della bambina ad avere il legame di filiazione con entrambi i papà.

A sostenerne le parti legalmente gli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano di Rete Lenford. I due papà hanno espresso la loro soddisfazione a Gaynews, che proprio dal nostro giornale avevano mosso un duro j'accuse al doppiopesismo di Sala e un appello a riconoscerli entrambi come papà di Anna.

E, a distanza d'un giorno, è stato pubblicato sulla pagina Fb di Rete Lenford un comunicato, in cui fra l'altro si dice: «Il Tribunale, all’esito di una puntuale ricostruzione del concetto di ordine pubblico nell’evoluzione della giurisprudenza italiana e transnazionale, ha aderito al principio espresso dalla Corte di Cassazione nella importante sentenza n. 19599/2016 e ha confermato che non è contraria all’ordine pubblico la trascrizione dell’atto di nascita con due padri. Il provvedimento si colloca sulla scia di quanto già sancito dai Tribunali di Livorno, Pisa, Roma e ne ribadisce le motivazioni.

Per Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, «la decisione dei giudici di Milano è ricca di spunti interessanti e ribadisce come la rettificazione dell’atto di nascita corrisponda al best interest del bambino rispetto alle conseguenze giuridiche ad essa connesse.

Tra queste conseguenze, il Collegio cita i ‘diritti alla bigenitorialità, alla certezza giuridica, all’unicità della propria condizione giuridica e sociale e dunque all’identità personale, nonché alla stabilità dei legami acquisiti fin dalla nascita nel contesto familiare’. Il decreto di Milano, infatti, ribadisce un sentire diffuso nella nostra società: non conta come si diventa genitori ma quanto affetto e cura si riesce a dare ai bambini».

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Al termine della tre giorni congressuale, tenutasi a San Vincenzo (Li), è stato eletto, domenica 21 ottobre, il nuovo direttivo di Famiglie Arcobaleno – Associazione di Genitori omosessuali.

Riconfermata alla carica di presidente ad triennium Marilena Grassadonia, che col suo dinamismo e combattività ha contribuito a imporre l’organizzazione alla pubblica attenzione e a conferirle un ruolo di rilievo nel dibattito su famiglia e omogenitorialità.

Ad affiancarla nel nuovo mandato Giancarlo Goretti quale vicepresidente, Roberta Zangoli ed Elisa Dal Molin, invece, nei rispettivi ruoli di tesoriera e  segretaria. Sono infine risultate elette come componenti del Consiglio  Delfina Alongi, Gabriella Giarratano, Laura Giuntini, Ryan Luca Spiga, Francesco Zaccagnini.

Come dichiarato da Grassadonia su Facebook, «dopo 13 anni di storia è arrivato per noi il momento della maturità: vogliamo crescere come interlocutore delle istituzioni e come associazione di rilievo nel mondo Lgbtqi. Per questo, tra le altre cose, lanceremo una campagna per attirare nuovi sostenitori che accompagnino i soci ordinari, genitori e aspiranti, nel nostro cammino».

La stessa presidente ha poi così enumerato gli obiettivi politici di Famiglie Arcobaleno per i prossimi anni: «Il riconoscimento alla nascita di entrambe le madri ed entrambi i papà, anche attraverso una campagna che sottolinei la responsabilità di tutti e due i genitori indipendentemente dalla relazione che li lega: single all’anagrafe, uniti civilmente, separati o divorziati.

La revisione della legge 40 per il pieno accesso alla pma per le donne single e le coppie lesbiche. Una campagna informativa e culturale sulla gestazione per altri e la promozione di una proposta di legge per una Gpa etica. Il matrimonio egualitario, la revisione della legge sulle adozioni, perché sia accessibile a single e coppie gay o lesbiche.

Un rinnovato e rafforzato impegno nelle scuole per la piena applicazione della legge contro le discriminazioni e per l’ingresso della nostra associazione nel Fonags, il forum delle famiglie consulente del Miur».

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Un libro denso di spunti di riflessione e di interessanti considerazioni sulle diverse possibilità di essere e di relazionarsi, che affronta il nodo esistenziale dell’identità in maniera antidogmatica e ironica. Potremmo presentare così in sintesi il libro 100 Punti di ebraicità (secondo me) di Anna Segre, pubblicato dalla casa editrice romana Elliot.

Per la precisione si tratta di un campionario di voci legate a una forma di ebraismo laico e dissacrante, restituite ai lettori da Anna Segre, cattolica per gli ebrei, ebrea per i cattolici, medico per gli psicoterapeuti, psicoterapeuta per i medici, non proprio connotata come omosessuale, ma abbastanza lesbica per gli eterosessuali. In equilibrio instabile, comunque, sulle etichette sociali.

Un libro, in ogni caso, che non può essere compreso appieno senza la lettura di 100 Punti di lesbicità (secondo me), pubblicato anch’esso, in contemporanea, dalla Elliot. 

Contattiamo Anna Segre e proviamo a capire con lei qualcosa in più di queste opere gemelle.

Dottoressa Segre, che cosa significa per una persona laica come lei questo sentimento di ebraicità e com’è nata l’esigenza di scrivere un tale libro?

L’ebraismo, per come lo vedo io (c’è anche nel sottotitolo), più che una religione, è un sistema: etico, morale, comportamentale, sociale, cognitivo. Anche senza fede, se sei nata da madre ebrea e sei stato educata in una famiglia ebraica, potresti, sì (o anche non), sapere le preghiere, ma di certo hai un senso di ebraicità, di differenza, di letterarietà, di eventualità di persecuzione. Hai una memoria collettiva di strage, una memoria familiare di leggi razziali tali da rendere l'‘essere ebrea’ un’identità a tutto spessore che coinvolge ogni sistema motivazionale. L’ebraismo non chiede fede, chiede di attenersi alla legge. Il tuo rapporto con Dio è personale; il tuo rapporto con la comunità, invece, ci riguarda ed è normato da regole condivise e non baipassabili. Ecco perché, sempre nel mio specifico caso, essere ebrea filtra l’essere cittadina, condomina, professionista, amica, donna, essere umano. 

L’esigenza di scriverlo? Mi sono accorta che questi aspetti, forse, di origine ebraica del mio comportamento sono talmente intrinseci da diventare identitari. Salvo che il discorso dell’identità è proprio quello su cui sono ambivalente, critica e nevrotica.

Tra i 100 Punti di ebraicità ce n’è uno che riporta al senso della precarietà e all’idea dei confini. Oggi, in epoca di migrazioni, il tema sembra riguardare più popoli. Cosa è per lei il senso della precarietà? Cosa ne pensa dei confini?

I confini sono appannaggio degli Stati e dei governi. I governi, per quanto necessari, sono spaventosi nella loro possibilità di chiudere o aprire, di legiferare pro o contro. Con questa questione gli ebrei della diaspora si confrontano da millenni (le migrazioni ci sono da sempre); c’è una quantità di letteratura e di testimonianze sull’essere respinti al confine o buttati fuori confine. Una brava mamma ebrea ti educa a viaggiare leggera, a essere pronta a cambiare casa, paese, lingua, scuola, moneta, vita. Per rimanere viva. La condizione di migrante mi riguarda, suscita in me una forte empatia, un neurone specchio forse anche più identitario dell’ebraismo, anche se sono nata e vissuta in Italia a Roma e il mio massimo spostamento è stato da Cassia a Ostiense.

Se dovesse individuare il punto di ebraicità più importante, in questa sua campionatura, quale individuerebbe?

L’ebraismo come nevrosi minoritaria.

Un altro punto, che in realtà poi tratta ampiamente nell’altro libro, è relativo al lesbismo. C’è un conflitto tra la propria condizione omosessuale e il senso d’appartenenza alla cultura ebraica, sia pure laica? Le è capitato di vivere più lo stigma omofobico o quello antisemita?

Essere lesbica mi ha portato innanzitutto un conflitto interno, rispetto a quanto io ritenevo che la mia famiglia, il mio mondo si aspettassero da me e che io stessa mi aspettavo da me. Ma che il mio desiderio e naturale propensione contraddicevano nettamente.

La domanda sospesa era: Potrò ancora far parte di voi (famiglia, comunità, mondo) anche se amo solo donne? O dovrò rinunciare a quell’amore, per conservare il vostro?

Ed è probabile che io fossi così impegnata a cercare una mediazione (che allora mi pareva impossibile) da non accorgermi forse degli sguardi maliziosi e di quanto l’essere lesbica condizionasse la mia carriera o la mia socialità. Ma, ecco, cercavo di tagliare la testa al toro presentandomi così: Piacere, Anna Segre, ebrea, lesbica. A chi non fosse piaciuto, si sarebbe allontanato subito: una sorta di selezione.

Essere lesbica condiziona fortemente ogni tuo movimento interpersonale, anche se sembra di no. Non è una condizione agile, non è prevista, non è agevolata dalle banche, dalle leggi notarili, dalle offerte di viaggio, dalle logiche sociali. È una salita. Non serve violenza, vengono ‘solo’ frapposti innumerevoli piccoli ostacoli da niente che rendono la vita degli altri un percorso, la tua giochi senza frontiere. Gli ebrei hanno tutti i diritti civili, gli omosessuali no.

Sull’antisemitismo, che è arrivato negli ultimi anni travestito da antisionismo, invece, sfuggo come un’anguilla. Io, in quanto ebrea, dovrei rispondere degli atti di un governo di uno Stato in cui non abito e che non ho votato. Come se i cittadini di uno Stato fossero tutti responsabili e dovessero dare ragione degli atti del loro governo, oltretutto. E sono considerata, in quanto ebrea, sostenitrice di governo, esercito, guerra e, presuntivamente, atti politici. Beh, mi ribello: non mi farò mettere addosso etichette e non credo di dover dare ragione delle mie idee in proposito poiché sono ebrea. È un ring da rifiutare.

D’altra parte, dopo la Shoà, in quanto ebrea, mai nessuno mi ha apostrofato malamente. E credo che sia nodale, la Shoà, per questa mia vita fortunata. 

(Mi chiedo inoltre: Le librerie ebraiche compreranno anche 100 punti di lesbicità? Le librerie femministe Lgbt vorranno leggere anche 100 punti di ebraicità? E tu come mai ti riferisci solo a ebraicità? In fondo, in ebraicità si parla di omosessualità e in lesbicità di ebraismo: come mai si decide per l’uno o l’altro?)

Alla luce di quanto ha appena dichiarato, come si integrano i 100 punti di ebraicità coi 100 punti di lesbicità

Vorrei dire con questo lavoro: Ti rendi conto di quanto siamo simili, anche se sto parlando di ebraismo e tu non sei ebreo? Ti rendi conto che l’omosessualità è una delle possibili sessualità ed è analoga alla tua? Vorrei chiamare i lettori a una coralità, che non significa intonare una sola nota, ma capire che cantiamo la stessa canzone.

I due libri sono connessi poiché esprimono lo stesso concetto sovraordinato. Ebraismo e omosessualità in copertina negano nel testo le parole stesse della stigmatizzazione: vogliono usare l’etichetta per sovvertirla in quanto tale. Siamo tutti gli ebrei di qualcuno, siamo tutti froci perseguitati in quanto innamorati della persona ‘sbagliata’. Nulla è più scespiriano di un amore osteggiato e noi siamo tutti figli di Romeo e Giulietta. Tu, cattolico eterosessuale, sai perfettamente cosa vuol dire, malgrado le tue facilitazioni sociali. Eppure (o forse di conseguenza), le parole lesbicità e ebraicità in copertina hanno  un effetto identitario: i libri sono spesso acquistati separatamente con logiche di appartenenza.

Sarebbe stato meraviglioso, un goal da cannoniere, se i miei amici maschi ebrei eterosessuali si fossero fotografati con il libro 100 punti di lesbicità in libreria. Ma l’hanno fatto con 100 punti d'ebraicità, affettuosi e sostenitori della mia pubblicazione. Capisco perché e so aspettare la loro lettura: forse, dopo, la penseranno diversamente. Se così non fosse, posso comunque dire che ci ho provato: ci ho provato fino all’ultimo, fino a dire una parola così difficile - lesbica, ebrea - in copertina. 

Come giudica, da donna lesbica, l’attuale frattura esistente tra le donne lesbiche italiane relativamente a temi come la gpa e l’inclusione d'istanze specifiche nel quadro dei quelle dell’intero movimento Lgbti?

Le dico cosa pensodi questa questione, anche se, leggendomi, l’avrà già capito. In una società patriarcale, l’utilizzo dell’utero è normato da leggi che garantiscono, appunto, i padri. Per essere certi della paternità, la società umana è basata sul matrimonio. Lo sa che il contratto di matrimonio ebraico è un contratto di acquisto della sposa? Si chiama Ketubà. Sulla compravendita sarei interlocutoria, se permetti, visto che la mercificazione del corpo della donna è di legge da 5.000 e rotti anni.

Ecco. Io credo che, se mai avessi voluto usare il mio utero per fare figli (e non è stato così per scelta), l’avrei fatto partendo dall’assunto che si trattava del mio corpo. E, metti che io volessi portare avanti una gravidanza per dare un figlio a una coppia sterile, di qualsiasi coppia si trattasse, sarebbe stata una mia insindacabile scelta. Perché? Perché l’utero è mio e me lo gestisco io, anche se non vorrei sembrarle troppo anni ‘70.

La frattura c’è perché la chiesa, tutte le chiese, patriarcali e garantiste del sistema così com’è, imbeve le nostre coscienze con etica e morale tuonanti sulla sacralità e unica possibilità della maternità. Io sono per la gpa, ovviamente.

Infine, quale tra i 100 punti di lesbicità le sta più a cuore?

Mi permetto di rispondere con la poesia Fuori che è nel libro:

Fuori.

All'addiaccio dell'altrui sguardo.

Rivèlati. Dì la verità.

Che non è la vera verità,

Ma l'acqua in cui tutti hanno sciacquato i piatti sporchi del loro pregiudizio,

E poi il laido sei tu.

Dillo a mamma, dillo a Dio, dillo agli amici.

Fai un atto politico,

Véndicati dell'esilio nella discrezione

Con una postura scandalosa: a testa alta.

Fai un atto di coraggio,

Porgi la faccia agli schiaffi,

Che l'ha già fatto un maestro del contropiede:

Il prezzo è alto,

Ma sappiamo che il messaggio potrebbe passare.

A un metro da te quell'ultimo confine

Di ombra:

Fai il passo.

Non lasciargli la scusa dell'ignoranza,

Non lasciargli la manovra del 'non sapevo',

Trascinalo nella piena luce di te,

In fondo cosa è la co-scienza,

Se non il sapere insieme?

Il coraggio è contagioso

Quanto la paura.

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«La sindaca di Roma Virginia Raggi ha richiesto agli uffici competenti la rimozione dei manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro Vita».

Con tali parole una nota del Campidoglio ha reso noto la presa di posizione della prima cittadina M5s in riferimento alle gigantografie che, affisse ieri non solo nella capitale ma anche a Torino e Milano, rappresentano due giovani uomini, indicati come genitore 1 e genitore 2mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato  Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

Una campagna che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) per riaffermare «il diritto dei bambini a una mamma e un papà», ha incassato nella tarda serata d'ieri i plausi del senatore leghista Simone Pillon, della scrittrice Costanza Mirianodella deputata nonché presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

Ciò non ha fatto indietreggiare la sindaca Raggi perché, come si legge nella nota capitolina, «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza, violano le prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali».

Una campagna inaccettabile quella di Pro Vita e Generazione Famiglie agli occhi di Virginia Raggi, che ha dichiarato: «La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto offendono tutti i cittadini».

La posizione della sindaca è stata salutata con soddisfazione a partire dagli organismi rainbow, due dei quali, il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e Famiglie Arcobaleno, nelle persone dei rispettivi presidenti Sebastiano Secci e Marilena Grassadonia, hanno lavorato in prima linea per l'ottenimento di un tale risultato sì da salutarlo come «vittoria delle associazioni Lgbti».

Ieri anche la sindaca pentastellata di Torino Chiara Appendino si era espressa contro la campagna via Twitter: «Ma due persone che si amano fanno una famiglia. Continuerò le trascrizioni e non smetterò di dare la possibilità a questo amore di realizzarsi».

 

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È iniziata oggi con un’ulteriore gigantografia, come quella contro la legge 194, la campagna nazionale che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) «per il diritto dei bambini a una mamma e un papà», durerà 15 giorni.

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano, Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani uomini raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato e individuati quali genitore 1 e genitore 2. Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

La campagna è finalizzata, nella mente degli organizzatori, a reagire all’iniziativa di sindaci e sindache che hanno disposto la registrazione anagrafica di bambini quali figli di due papà (benché si voglia condannare anche quella di figli di due mamme, dimenticando altresì che la gpa è una pratica cui ricorrono al 90% coppie eterosessuali sterili). A novembre toccherà infatti proprio alla Cassazione pronunciarsi sulla trascrizione d'una atto di nascita estero avvenuta a Trento.

Non sono mancate reazioni all'affissione dei manifesti, uno dei quali è stato strappato a Roma. Gesto che Pro Vita ha subito bollato con aria vittimale «l'intolleranza dei "tolleranti"».

L'iniziativa ha riscosso il plauso di Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Massimo Gandolfini, Diego Fusaro, che sono ricorsi ai motivi della «trasgressione non legiferabile», della «compravendita dei bambini», dello «sfruttamento della donna», della «disumanizzazione del nascituro».

«La nostra iniziativa - ha dichiarato Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell'utero in affitto, perché noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono».

Gli ha fatto eco Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia, col dichiarare: «L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano, perché sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l'utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma».

Nel giugno scorso proprio Generazione Famiglia aveva presentato, insieme con Fondazione CitizenGo (con la quale aveva anche chiesto via mail donazioni per «le spese non indifferenti» delle consulenze legali), cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Non senza una confusione terminologica e concettuale - di cui si è dato nuovamente prova oggi nel comunicato stampa della campagna #Stoputeroinaffitto - da parte delle stesse associazioni ricorrenti, dal momento che l'iscrizione anagrafica di figli o figlie di coppie omogenitoriali riguarda unicamente quelli o quelle di due mamme.

Per quanto riguarda figli o figlie di due uomini, invece, si tratta sempre di trascrizione di atti di nascita esteri come nel caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro), che Generazione Famiglia e Fondazione CitizenGo si ostinano ignorantemente a far passare come iscrizione anagrafica.

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Anna è nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa. Andrea Simone e Gianni Tofanelli, i due papà, hanno racconto il loro progetto e la successiva prima esperienza di genitorialità nel libro Due uomini e una culla, edito lo scorso anno per i tipi torinesi Golem.

Benché sull’atto di nascita californiano siano entrambi registrati come papà, per l’anagrafe italiana non è così. Anna risulta avere un solo padre, quello biologico, mentre l’altro non ha ufficialmente in Italia né diritti né doveri nei suoi riguardi. I tentativi di Andrea e Gianni per superare una tale situazione presso l’Ufficio Anagrafe di Milano, dove risiedono, sono purtoppo caduti nel vuoto.

Giuseppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo, ha deciso di sospendere la trascrizione di atti di nascita esteri di bambini e bambini con due papà. Presa d’atto che, al contrario, non ha applicato nei riguardi di figli e figlie di coppie di donne lesbiche, come ha dimostrato anche con la solenne cerimonia del 6 giugno a Palazzo Marino

Il doppiopesismo attendista di Sala in tale materia è stato oggi stigmatizzato da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha dichiarato in un comunicato: «Da mesi i nostri soci attendono invano una risposta e se ci siamo infine decisi a un appello pubblico è perché siamo ancora convinti che la situazione si possa sbloccare. Basta però rinvii e incontri interlocutori: il mancato riconoscimento sta rendendo la vita di molte famiglie difficile. Ci è stato detto che gli uffici aspettano un parere dell'Avvocatura di Stato, e quindi la sentenza della Cassazione a sezioni unite sul cosiddetto 'caso Trento'.

Ma il Comune, se c'è la volontà politica, può muoversi da subito. Chiediamo a Sala di dirci chiaramente se questa volontà politica c'è. Lo abbiamo ringraziato e lo ringraziamo ancora per i riconoscimenti delle famiglie con due madri, ma come associazione chiediamo che i diritti siano diritti per tutti. I bambini e le bambine non possono essere discriminati sulla base di come sono nati».

Nell’attesa d’una risposta concreta da Palazzo Marino, abbiamo raggiunto Gianni e Andrea, per conoscere meglio la loro situazione e raccogliere valutazioni sulla posizione di Sala.

Gianni e Andrea, qual è al momento la situazione anagrafica di Anna?

Dal nostro rientro in Italia nel settembre 2014 Anna anagraficamente risulta avere un solo padre (Gianni) in una famiglia che è riconosciuta come unita civilmente dal 29 marzo 2013… Questo miracolo “anagrafico” accade perché abbiamo trascritto il nostro matrimonio, che è antecedente all’entrata in vigore della legge sulla unioni civili. Ha doppio passaporto. Ma per la legge un solo papà, perché sul suo certificato di nascita compare solo il nome di uno dei due padri e l’altro non ha ufficialmente alcun diritto e alcun dovere nei confronti della bimba.

Che cosa vi è stato detto all’Ufficio Anagrafe, quando avete chiesto che vi fosse riconosciuta la doppia paternità?

Ci siamo rivolti all’Anagrafe del Comune di Milano non appena è uscita la notizia che avevano trascritto e corretto l’atto di nascita di due gemelli – anche loro nati in California con gpa –, permettendo ai due bambini di avere sui documenti i nomi di tutti e due i loro genitori. Abbiamo presentato la documentazione completa e seguito l’iter che, per un limitato numero di casi, aveva sortito l’effetto positivo della trascrizione. Ma dopo circa un mese abbiamo ricevuto una raccomandata dall’Anagrafe del Comune di Milano che ci informava che la richiesta era sospesa, in quanto si era deciso di richiedere chiarimenti al ministero dell'Interno. Si era quindi chiusa quella breve finestra temporale in cui l’ufficiale di Stato Civile si era dimostrato favorevole.

Vogliamo far notare che la sospensione è illegittima, in quanto il Comune di fronte alla nostra richiesta avrebbe potuto solo accettare (come ha fatto fra dicembre e gennaio per quell’esiguo numero di casi) o rifiutare la trascrizione, ma non lasciarci in un limbo che dura da quasi un anno. 

Come spiegate il diniego del sindaco Sala ad effettuare le trascrizioni degli atti di nascita esteri per le coppie dei soli papà?

Non riusciamo a spiegarci questa discriminazione. Nel mese del Pride abbiamo visto il sindaco Sala farsi paladino dei diritti delle famiglie omogenitoriali e riconoscere il diritto di tante mamme ma, parallelamente, ignorare del tutto le situazioni come le nostre. Situazioni che ormai riguardano decine di bambini, alcuni dei quali, come nel caso delle gemelle di cui hanno parlato i media alcuni giorni fa, sono trattati come dei fantasmi dal Comune e conseguentemente dallo Stato.

Credete che pesi la battaglia contro la gpa condotta in area milanese da certe femministe della differenza e da ArciLesbica?

Sicuramente non ha aiutato e sta impedendo che ci possa essere una posizione forte anche all’interno del Consiglio comunale. In esso, una ventina di giorni fa, è stato presentato un ordine del giorno a favore della trascrizione degli atti di nascita dei papà arcobaleno da parte di Angelo Turco e Diana De Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune), che chiedeva di porre fine  alla discriminazione in atto rispetto alle famiglie composte da due donne. Ma anche questa richiesta sembra essere al momento ignorata.

Da Palazzo Marino è stato detto che si aspetta la decisione della Cassazione a Sezioni Unite. Ma questo attendismo non sembra riguardare figli e figlie di coppie lesbiche...

Come abbiamo già detto, da luglio 2018 alcune coppie di mamme ottenuto da Palazzo Marino - e con grande visibilità mediatica del Sindaco Sala - la formazione di atti di nascita con l’indicazione di entrambe le genitrici. Quindi pare evidente che questa sospensione in attesa del 9 novembre non le riguardi.

Come giudicate la posizione delle associazioni Lgbti sul tema gpa? Sono attente o le avvertite lontane?

Ci pare che le associazioni Lgbti stiano lasciando sempre più sola Famiglie Arcobaleno nel condurre questa battaglia a favore dei nostri figli e figlie. A loro viene pregiudicato l’esercizio di numerosi diritti fondamentali, tra cui il diritto all’identità personale e al rispetto della vita privata e familiare.

Cosa pensate di femministe e attiviste che in riferimento alla gpa usano lo stesso armamentario lessicale di esponenti di estrema destra?

Abbiamo letto e sentito dire parole di una violenza inaudita - addirittura più forti di quelle pronunciate dall’estrema destra -, che hanno offeso non solo le nostre famiglie ma anche coloro che in questi anni hanno combattuto contro la discriminazione e per l’emancipazione delle donne. Riportiamo come battuta - ma testimonia come certi personaggi abbiano un visione poco chiara della realtà - l’accusa che ci è stata rivolta su un social network da una delle paladine più agguerrite contro la gpa, che ha scritto:  Voi siete abituati a sfruttare le donne in quanto clienti delle prostitute. Evidentemente l’odio nei confronti degli uomini le rende cieche e poco lucide.

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