Una grande novità estiva sta per travolgere le notti della costiera amalfitana. Giovedì 19 luglio, presso il club Music On The Rocks di Positano, arriva la serata Beefcake, presentata da Alessandro Cecchi Paone con il drag queen show di Tiffany Romano & The Divas, la musica live degli Sha’Dong e la selezione musicale di Max Zanotti e Mario Iovieno +Lill8.

Special guest dell’evento sarà Vittoria Schisano, attrice nota, tra l’altro, per essere stata la prima donna ad aver compiuto un percorso di transizione di genere ad apparire sulla copertina dell’edizione italiana di PlayboyUn progetto davvero nuovo che intende offrire, nell’esclusiva e raffinata cornice di Positano, una serata gay-friendly.

Per saperne di più, abbiamo contattato per Gaynews Vittoria Schisano.

Vittoria, come definiresti la serata Beefcake che vi apprestate a inaugurare a Positano?

Credo si tratti di una serata che ha il vanto di essere italiana e internazionale, con un pubblico molto vario che arriva da qualsiasi parte del mondo. L’Italia è un Paese conservatore, questo è vero, ma talora è capace di elaborare progetti e prodotti di livello internazionale.

Beefcake è un progetto gay-friendly?

Mi sembra riduttivo dire solo che è gay-friendly. Beefcake vuole essere una serata in cui tutti possono stare bene senza alcuna forma di esclusione e separazione. Io solo lì anche per questo: io sono l’esempio vivente del superamento di ogni stereotipo di ruolo e di genere.

Pensi che serate del genere abbattano i pregiudizi?

Credo proprio di sì perché il nostro intento è creare un luogo estremamente inclusivo, in cui si possano incontrare persone che esprimono culture e valori diversi. L’incontro tra culture diverse procura arricchimento reciproco. Procura crescita e, inevitabilmente, abbatte il tasso di omotransfobia presente nella società.

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Ha inaugurato la nuova edizione del Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture e sarà al cinema solo il 25, 26 e 27 giugno, come evento speciale. Stiamo parlando, ovviamente di Favola, adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo scritto e interpretato da Filippo Timi per la regia di Sebastiano Mauri.

Distribuito da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio Deejay, MYmovies.it e Arcigay, è una commedia queer, brillante e dissacrante sul tema dell’identità, che racconta l’amicizia tra due casalinghe nella provincia americana degli anni ’50. Protagonista nel ruolo di Mrs Fairytale è Filippo Timi, mentre Lucia Mascino interpreta il ruolo di Mrs Emerald.

Rievocando allegramente il grande cinema hollywoodiano e recuperando il ritmo del Carosello, con le note alla Nat King Cole dei jingle pubblicitari e delle carole natalizie, Favola suggerisce allo spettatore che nessuna favola è perfetta come sembra: per quanto ognuno possa provare a resistere, imbalsamato dietro la bugia di un sorriso, la vita, brutale e spietata, busserà alla porta, stravolgendo convinzioni e certezze.

Nel primo giorno dell’uscita nelle sale, incontriamo Filippo Timi, protagonista e co-sceneggiatore con Sebastiano Mauri della pellicola.

Filippo, Favola è una commedia queer. Puoi spiegarci in che senso è queer e quanto la queerness può avere un valore politico e liberatorio oggi in Italia?

Queer, che letteralmente vuole dire ‘stravagante’, indica tutto ciò che sfugge, felicemente, a una definizione. E Favola, il film, che ricalca il carattere della nostra eroina, Mrs Fairytale, risponde perfettamente a questa parola. Il vero obiettivo non è avere un nome per ogni possibile colore dell’arcobaleno, ma immaginare un giorno dove non ci sarà bisogno di dare nomi, definire, separare. Esseri umani, dalle mille meravigliose sfumature, tutti diversi e quindi tutti uguali.

Ci racconti, brevemente, il tuo personaggio di Mrs. Fairytale? A quali personaggi ti sei ispirato nel costruirla?

Non c’è stato un personaggio o un’attrice in particolare cui mi sono ispirato, piuttosto a un bouquet di personaggi: le interpreti del film Donne di George Cukor. Un centinaio di attrici e neanche un attore in tutto il film. Tutte le possibili sfumature della femminilità di quegli anni, tenuto conto che le donne erano strizzate dai corsetti, avvolte da gonne gigantesche, con delle acconciature sempre perfette e al contempo condannate alle faccende di casa. Ho studiato molto la dolcezza vellutata e artificiale delle voci delle doppiatrici di quegli anni. Per dire compleanno, ci mettevano sei enne.

Il tuo personaggio è anche un modello di infrazione all’ordine e all’idea borghese dei ruoli di genere. Secondo te, la società italiana è ancora ancorata a un’immagine maschilista e sessista dei ruoli di genere?

Non c’è dubbio. C’è ancora molta strada da fare prima di arrivare alla parità, prima di poter promettere alle nostre figlie le stesse opportunità che già promettiamo ai nostri figli.  L’altra faccia del sessismo è l’omofobia, perché anche le coppie dello stesso sesso sfidano i tradizionali ruoli di genere, invitano a un’interpretazione più paritaria della coppia. Lo scoglio da superare è la società patriarcale, per arrivare a una società dove le donne e gli uomini, il maschile e il femminile, siano realmente e armonicamente sullo stesso piano.

Oggi, l’Italia ti sembra un Paese che si sta emancipando, relativamente alla vita e al benessere delle minoranze, o un Paese che vive un momento di pericolosa regressione?

Vorrei tanto poter rispondere che la strada verso l’uguaglianza e il rispetto delle minoranze (compresa l’unica che è in realtà una maggioranza numerica, le donne) sia ormai spianata, ma i recenti avvenimenti portano a pensare il contrario. Purtroppo la storia si muove per contrazione ed espansione, non tira sempre dritto nella stessa direzione. Siamo in un momento molto critico del nostro paese, è fondamentale non abbassare la guardia, essere pronti a difendere non solo gli ideali cui aspiriamo, ma anche gli obiettivi che abbiamo già conquistato.

Cosa ti aspetti da quest’originale e interessante progetto cinematografico che sarà nelle sale, come evento speciale, solo il 25, 26 e 27 giugno?

Che serva, attraverso la risata, ad aprire, anche solo un po’, la parte più profonda di noi stessi verso un’accettazione sincera e incondizionata di sé, al di là di ogni definizione.

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Venerdì 1° giugno al Teatro Astra di Torino la Trilogia sull’identitá | Peter Pan guarda sotto le gonne; Stabat Mater e Un eschimese in amazzonia  - in prima nazionale come trilogia -  di Liv Ferracchiati inaugura il Festival delle Colline Torinesi giunto alla sua 23° edizione. 

Il Festival della Colline Torinesi, diretto da Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla, propone appuntamenti internazionali di rilievo con una rinnovata attenzione alla drammaturgia contemporanea, ha come tema il viaggio, in tutte le sue declinazioni e da sempre è attento al tema dell’identità di genere. Alcuni spettacoli riflettono sulle migrazioni storiche o contemporanee, altri sui viaggi della mente o sui tragitti verso la definizione di una identità sessuale, altri sul flusso di memoria e di esperienze tra le generazioni.

Ventitrè gli spettacoli, otto le prime nazionali, tante le collaborazioni fra le quali quelle con Teatro Stabile di Torino, Piemonte dal Vivo, Casa del Teatro Ragazzi e con altre istituzioni non teatrali come il Museo Nazionale del Cinema e la Fondazione Merz.

Lo spettacolo di stasera è una trilogia sull'identità di genere e sul rapporto tra le generazioni che riflette con sconcertante sincerità l’esperienza dell'emergente Liv Ferracchiati e che sviluppa anche una sua lucida e consapevole visione del mondo. 

Abbiamo incontrato l’artista che ha risposto alle domande di Gaynews.

Peter Pan guarda sotto le gonne racconta l’infanzia di un undicenne degli anni ’90 nato in un corpo femminile e si interroga su che cosa significhi affrontare una transizione, anche solo mentale, dal femminile al maschile. In che modo lo fa? Che cosa ci racconta?

La parte che più mi ha colpito della domanda è che citi la transizione mentale. Nella trilogia si parla di questo. Una transizione mentale che fa il personaggio passando dal femminile al maschile. Un viaggio che fanno le persone transgender nella transizione e un viaggio che può fare anche lo spettatore. Lo spettacolo induce a spostare la percezione sul genere a intuire che c’è la possibilità di spostare il proprio punto di vista, che esistono uomini che hanno un corpo maschile, aldilà del fatto che facciano o meno la transizione, perché vivono come degli uomini a tutti gli effetti. Peter Pan parla della prima consapevolezza al riguardo, parla di un bambino che non ha i termini per descrivere ciò che gli accade, questa incapacità di narrare se stessi crea paura. Per sconfiggere la paura che è la stessa che hanno anche gli adulti bisogna avvicinarsi, capirlo.

La cosa che per me è stata molto bella da vedere con la compagnia è che questa percezione si spostava, all’inizio avevano pudore nei confronti delle persone transgender ora sembrare la cosa più naturale del mondo perché attraverso il teatro hanno cambiato la percezione.

In Stabat Mater, il secondo capitolo della trilogia, rappresentata, unitariamente per la prima volta qui a Torino in occasione del Festival delle colline torinesi, ha invece come tema centrale l’emancipazione dalla madre. Quanto può essere importante per una persona T?

Credo che tocchi tutto allo stesso modo. Con un prolungamento di questioni per una persona T.  perché è chiaro che anche il genitore fa un percorso insieme al figlio e deve volerlo fare e non è scontato. Nel caso di Stabat Mater c’è questa madre onnipresente in video gigantesca, questa madre così incombente ma molto bella (Laura Marinoni la interpreta), c’è questo spettro del complesso edipico che attraversa il personaggio e quindi questo ricercare nelle donne una madre, cosa che impedisce di staccarsi da quella figura. Queste dinamiche appartengono però a chiunque, questa simbiosi che si trasforma in una lama tagliente qualcosa che ti unisce ma che ti fa anche male; fa parte di ogni rapporto genitoriale. Chiaro che se devi anche far comprendere che quella figlia è un figlio c’è un passaggio in più ma non la farei così tragica come si fa nell’immaginario collettivo. Non sono da compatire così tanto le persone transgeder.

In Un Eschimese in Amazzonia viene affrontato il rapporto della persona transgender con la società. Come vedi e come è narrato questo rapporto?

Questo rapporto è il culmine anche per la progressione dei linguaggi. Qui la parola è verticale alla situazione della persona trans gender. La persona T, non essendo prevista, nelle situazioni più banali deve gestire gli accadimenti e improvvisare; per questo l’eschimese improvvisa, si stanca di parlare da eschimese, ha acquisito le info che gli servivano, ha dibattuto a riguardo, pensa di essere un rivoluzionario nello spostamento della percezione ma ora dice “sai che c’è? non voglio essere un eschimese voglio essere una persona”. Il tema non sussiste e ci sta anche un po’ annoiando.

Che ruolo hanno, per te, il teatro e più in generale la cultura rispetto ad alcuni temi importantissimi come la transizione o l’identità di genere?

Il teatro in generale è un luogo dove si analizzano le dinamiche dell’essere umano, anche le mie. Se mi succede qualcosa tratto un argomento per capirlo, per analizzarlo senza morale. Nel teatro non c’è giudizio puoi fare tutto, puoi fare qualcosa di sbagliato o di giusto per capire da dove deriva, puoi analizzarlo in totale libertà. Per questi temi questa assenza di giudizio è profondamente liberatoria per chi lo fa e per chi lo guarda. Le regole le inventi tu nel teatro se sei bravo gli altri ci stanno, altrimenti non funziona ma all’interno di quelle regole anche le persone che guardano possono per un attimo sospendere il giudizio.

Stabat mater apre con una bestemmia: il motivo di quella bestemmia è quello che succede a quella persona in quel momento, il ciclo mestruale nello specifico;lui descrive in modo molto fisico le sensazioni che prova, è arrabbiato, sono sensazioni sgradevoli, la bestemmia è una ingiuria verso chi l’ha messo in quella posizione ma anche una invocazione, un sollievo, è qualcosa che arriva quasi a far sorridere lo spettatore per la fragilità del personaggio. Se non sospendi il giudizio senti solo la bestemmia.

Sono fondamentali i festival a tema ma nello stesso tempo credo che sarebbe meglio vedere questi spettacoli come spettacoli, ne giova anche il tema. Sono spettacoli teatrali e basta. In questo caso si declina questo tema specifico. Quindi oggi è auspicabile che esistano festival a tema, un domani non più. Chiedo sempre di essere inserito nelle stagioni ufficiali proprio per dare più forza al lavoro che facciamo.


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È stato arrestato ieri a Bari un giovane di 18 anni con le accuse di rapina pluriaggravata e lesioni aggravate in concorso ai danni della coppia di 30enni omosessuali, aggrediti lo scorso anno nel capoluogo pugliese. A eseguire l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del locale Tribunale dei minori, gli agenti della polizia.

Il 18enne, minorenne all'epoca dei fatti, sarebbe uno dei sette responsabili del violento pestaggio di stampo omofobo, avvenuto in largo Adua (cuore della movida barese) l’8 giugno 2017. La coppia, composta da un italiano e da uno spagnolo, fu prima offesa verbalmente. Quindi, colpita ripetutamente con calci e pugni al viso e alla testa nonché derubata di collanine e un anello.

Le immagini video acquisite dalla Squadra mobile hanno consentito di ricostruire dettagliatamente la vicenda e d’identificare quasi tutti i componenti del gruppo di aggressori. Nell’ottobre 2017, a seguito delle prime indagini, la polizia arrestò i due maggiorenni del gruppo, rispettivamente di 19 e 20 anni.

Furono riscontrate responsabilità anche a carico di altri tre minorenni, già gravati da precedenti penali per rapina pluriaggravata, che il 24 febbraio scorso sono stati arrestati in esecuzione della medesima ordinanza di custodia che ha colpito ieri il 18enne. Continuano invece le indagini per risalire all’identità del settimo componente del branco.

Raggiunta telefonicamente, Titti De Simone, consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’attuazione del programma, ha così commentato la notizia: «Vanno ringraziate polizia e magistratura per il lavoro d’indagine svolto, che ha consentito d’individuare quasi tutti i componenti di quello che si è configurato come un vero e proprio commando punitivo nei confronti d’una coppia gay. Si è trattato d’un episodio d’incredibile violenza omofoba.

Oltre all’augurio di non dover più assistere a fatti di tale gravità è necessario ribadire ancora una volta la necessità di una legge nazionale contro l’omotransfobia, da troppe legislature giacente in Parlamento. Mi piace ricordare come durante la mia esperienza parlamentare sono stata la prima firmataria di un progetto di legge per l’estensione della legge Mancino. Ritengo essere ancora questa la strada maestra per poter giungere in Italia al perseguimento penale di specifici reati contro le persone Lgbti.

Ritengo al contempo essenziale che le Regioni contrastino efficacemente le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere con delle normative positive – rispondenti al proprio ambito di competenza –  soprattutto su un piano strettamente culturale ed educativo.

Il caso barese dimostra purtroppo come spesso si abbia a che fare con giovanissimi e anche minorenni. Appare perciò fondamentale e prioritario lavorare sul terreno cultuarle ed educativo per poter contrastare efficacemente omofobia e transfobia e, più in generale, tutte le forme di discriminazione basate sulle differenze.

Il centrodestra pugliese sostiene invece che l'omofobia non esiste. Lo sostengono anche alcune associazioni integraliste, inventandosi la teoria Gender per impedire che il pregiudizio, lo stereotipo, la violenza contro le persone omosessuali e transessuali venga censurata e sanzionata, e si faccia un lavoro culturale ed educativo serio. Cosa che la Regione si propone di fare con una propria legge regionale».

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Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

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Dopo quella del 2009 la seconda versione dell’International technical guidance on sexuality education è stata da poco edita.

Frutto della collaborazione di UnAids, UnFpa, Unicef, UnWomen e dell’Organizzazione mondiale della sanità, le nuove direttive dell’Unesco in materia d’educazione sessuale si compongono di 139 pagine. Nelle quali, fra l’altro, viene ribadita la necessità d’insegnare a bambini e adolescenti la distinzione tra genere e sesso biologico al pari di quella tra identità di genere e orientamento sessuale nonché il superamento delle forme stereotipate connesse all’ambito della sessualità.

Firmata dalla direttrice generale Audrey Azoulay, la versione ampliata dell’International techical guidance è stata subito presa di mira dal giornalista e scrittore complottista Maurizio Blondet che ne ha parlato come «nuove direttive per corrompere i bambini», «scritte in perfetta neolingua della dittatura Lgbt». Quella «dittatura mondiale dei pederasti» che, secondo il saggista cattolico -, «si attua in un nuovo jus sodomiticum obbligatorio, e contrario al diritto naturale». 

Non meraviglia perciò che un ancor meno avveduto Lorenzo Damiano, candidato alla Camera in Veneto (collegio plurinominale 02 e uninominale 08 [Treviso e cintura]) nella lista del Popolo del Famiglia, abbia invocato un nuovo processo di Norimberga e minacciato roghi di libri gender.

«Né comunismo, né nazismo, né fascismo – così l’adinolfiano trevigiano – sono mai arrivati a questo livello di propaganda politica nei confronti delle persone più indifese al mondo. I bambini sono anime pure e innocenti che non hanno bisogno di queste persone e delle loro perversioni. Si ritiri immediatamente questa persona Audrey Azoulay dal ruolo che ha e se ne torni a casa. La funzione dell’Unesco resti quello di valorizzare la cultura di un territorio: perché mai questi organi arrivano a occuparsi della sessualità dei bambini? Che per altro sono innocenti e puri? Guai a coloro i quali scandalizzeranno anche uno solo di questi bambini: sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare».

Poi un appello a Putin e Trump perché liberino il mondo «da queste lobby invertite. Invoco un nuovo processo di Norimberga per mandare a casa questi pervertiti che propongono a bambini di nove anni di “saper spiegare come l’identità di genere di una persona può non corrispondere al sesso biologico”, di 12 ad essere già edotti sul fatto che i rapporti omosessuali sono “piacevoli” e non portano affatto infezioni, e a cinque anni (sottolineo a cinque anni!) che devono essere indottrinati sul rispetto per le famiglie “diverse”.

Sono pronto a sfidare questi pervertiti e depravati che minano con violenza la mente dei bambini anche domani: portandoli in piazza e svergognandoli davanti a centinaia di famiglie che devono sapere la violenza di questi organi di potere. Anzi, vi dirò di più. Già la prossima settimana siamo pronti ad un evento che sconvolgerà le menti di questi personaggi depravati: il rogo dei libri gender. Quando saremo al Parlamento riporteremo il buonsenso e l’amore per i nostri figli, quello vero di una mamma e di un papà che li difendono dai mostri. Lotteremo fino all’ultimo sangue per l’abrogazione della legge che ha introdotto il gender attraverso i partiti di sinistra e per l’abrogazione della legge Cirinnà».

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La giornalista Marta Bonafoni sta terminando il suo mandato di consigliera regionale in Lazio. Punta ora al raddoppio in vista delle prossime elezioni che, in concomitanza con quelle politiche, si terranno il prossimo 4 marzo.

A lei, che è una delle firmatarie del pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere (testo approntato grazie soprattutto al Circolo di cultura omossesuale Mario Mieli), abbiamo rivolto alcune domande sul suo impegno a tutela dei diritti delle persone Lgbti.

Consigliera Bonafoni, di nuovo in pista per le prossime elezioni regionali?

Direi proprio di sì. Con la firma di qualche giorno fa della mia candidatura, è partita ufficialmente questa avventura nella Lista Civica Zingaretti Presidente che da qui al 4 marzo mi vedrà impegnata al fianco di Nicola Zingaretti per continuare quel percorso virtuoso iniziato cinque anni fa.

A suo parere quali sono le piste da seguire per migliorare la lotta contro l'omofobia, la transfobia e le discriminazioni. E a che punto siamo con lo specifico pdl regionale?

Una delle strade, ad esempio, è proprio quella di approvare la legge regionale contro l’omotransfobia, di cui sono firmataria, che per motivi di tempo non abbiamo potuto chiudere in questa legislatura. Si tratta di un testo importante, non solo perché frutto di un lavoro di squadra con le realtà e le associazioni Lgbti. Ma anche perché, come ogni legge, consente di finanziare tutti quegli interventi per il contrasto alle discriminazioni di genere.

Sono misure da applicare in ambiti specifici di competenza regionale quali la scuola, il welfare, la famiglia, l’istruzione, le politiche attive del lavoro, l’ambito socio sanitario e la comunicazione per favorire l’uguaglianza dei diritti – anche per le famiglie basate sui vincoli affettivi - l’accesso ai servizi, al mondo del lavoro e l’utilizzo di un linguaggio non discriminatorio attraverso percorsi di formazione, informazione e prevenzione.

Bullismo e violenza nelle scuole. Su questo tema quale sarà il lavoro futuro?

Gli episodi di bullismo nelle scuole, molti dei quali a sfondo omofobico, dimostrano che ancora molto c'è da fare. Con le azioni quotidiane, con l'educazione nelle scuole, con le campagne di sensibilizzazione e anche con i provvedimenti legislativi, la politica deve rendersi protagonista di questo cambiamento culturale. Come Regione Lazio abbiamo accettato questa sfida politica e culturale, ad esempio approvando una legge contro il bullismo, che parla non solo ai giovani, ma anche alle famiglie e al mondo della scuola e dello sport, di rispetto, diversità, tolleranza ed educazione all'affettività. Una legge che non a caso richiama esplicitamente l’articolo 21 della Carta europea dei diritti dell’uomo e quindi le discriminazioni per orientamento sessuale. Ecco, c’è bisogno che questa legge cammini sulle sue gambe, che sono anche le nostre, in giro per ogni scuola e ogni provincia.

Oltre alla passione per il giornalismo quella per la politica. Questi anni in Regione ad affrontare i problemi del territorio laziale e dei cittadini cosa ti hanno insegnato?

La passione per il giornalismo forse è proprio stata il preludio a quella per la politica. Questo perché la radio, in 20 anni da cronista, mi ha insegnato a essere una giornalista libera, indipendente, capace di fare comunità. Ed è con questo spirito che cinque anni fa sono diventata consigliera regionale con Nicola Zingaretti. Cinque anni faticosi, ma anche bellissimi e straordinari, pieni di incontri e di sfide che mi hanno insegnato molto ma soprattutto due cose: quello di pormi all’ascolto delle persone e quello di spaccare a metà le mie giornate stando tanto dentro le aule (perché la Regione fa atti e leggi e occorre studiare, capire, scrivere, votare per il meglio), quanto fuori, per strada, nelle piazze, nei luoghi dove si consumano la vita, il lavoro, i bisogni e i sogni delle persone.

Molto è stato fatto in questi anni, ad esempio con la norma sui servizi sociali, in cui i servizi sono destinati a tutte le famiglie senza distinzione o con il progetto contro l’omofobia nelle scuole messo in campo già dal primo anno dell’amministrazione Zingaretti ma la strada è ancora lunga e proprio questo noi ci siamo.

La violenza sulle donne continua a mietere vittime. Quali impegni andrebbero maggiormente rafforzati e quali buone pratiche applicate?

Questa è la domanda delle domande. La violenza contro le donne è un tema a me talmente caro che tra i primi atti da me presentati in Consiglio c’è stata proprio una mozione, preludio di quella che poi sarebbe diventata la legge regionale contro la violenza sulle donne. Una legge che ha viaggiato in quasi ogni scuola di questa Regione. L’abbiamo raccontata con le associazioni ad aule di studentesse e di studenti: talvolta attenti e partecipi, altre volte apparentemente distratti. Ed è stato proprio da questi ultimi che siamo ritornati. La legge ha permesso di finanziare progetti rivolte alle scuole, interventi per l’inclusione sociale e per l’autonomia delle vittime, l’assegnazione di borse di sostegno agli studi per gli orfani di femminicidio e progetti contro la tratta.

Ma la Regione Lazio ha lavorato molto anche sulla presa in carico, implementando i centri antiviolenza e le case rifugio che quest’anno passeranno da 14 a 24 con l’apertura di nuove dieci centri antiviolenza, a cui se ne aggiungeranno altri nove entro aprile 2018. In questo modo abbiamo esteso la rete regionale a 33 strutture, più del doppio di quelle finanziate dalla Regione nel 2013. Questo, per dirla come una recente campagna promossa dalla regione Lazio per il 25 novembre, perché l’unico modo di intervenire è quello di andare “Oltre l’indignazione, l’impegno”, ed è così che dobbiamo continuare a lavorare.

Il Paese sta affrontando prove difficili. Il livello di povertà cresce di giorno in giorno e la disoccupazione affligge specialmente i giovani. Rispetto a loro, cosa ha messo in campo la Regione Lazio?

Due misure su tutte sono e sono state il fiore all’occhiello di questa amministrazione: la prima è il bando “Torno subito” dell’assessorato Diritto allo Studio, Formazione e Ricerca, giunto ormai alla sua quarta edizione e rivolto ai giovani dai 18 ai 35 anni che finanzia percorsi integrati di formazione e di esperienze lavorative nazionali e internazionali. Si tratta di un punto fermo che quest’anno ha visto finanziati 2000 progetti, ovvero 2000 ragazzi pronti a partire e a tornare, che si sono aggiunti ai circa 4000 partecipanti delle edizioni precedenti, per un totale di quasi 6000 progetti finanziati.

Il secondo intervento si chiama “Riesco” ed è rivolto ai Neet ovvero quei ragazzi e quelle ragazze che non studiano, non lavorano e pensano di non avercela fatta. Per 5000 di loro la Regione Lazio ha messo in campo il reddito di inclusione formativa per rafforzare le opportunità di inserimento occupazionale.

Sono state tra le migliori risposte alla fuga dei cervelli nel nostro Paese, al blocco dell'ascensore sociale e all'impoverimento. Un investimento concreto in economia, conoscenza e formazione, per dare opportunità vere a migliaia di ragazzi e ragazze.

Un' ultima cosa: anche quest'anno, suppongo, sarà presente al Pride. Qual è l'emozione più bella che ha provato?

Ho partecipato a ogni singola edizione del Pride e non mancherò anche quest’anno. La Regione Lazio ha sempre patrocinato questi eventi, dal Pride al Gay Village e la mia partecipazione c’è sempre stata non solo come conigliera ma come persona. Una persona che in quel corteo, bello, festoso, colorato, giusto, ha sempre sentito che non c’è niente di meglio che l’inclusione, per tutte e tutti.

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Dopo quella per le candidature alle prossime elezioni politiche del 4 marzo è terminata oggi quella per il programma elettorale in casa Pd. A presentarlo nel pomeriggio d’oggi a Bologna Matteo Renzi.

«Per la prima volta rivendichiamo un metodo diverso dal passato – così ha detto il Segretario nazionale col consueto stile magniloquente –. Avremo tre versioni del programma: una versione “malloppo” per chi vorrà entrare nel merito dei singoli punti, una versione più sintetica di 15 pagine, e una terza versione più rischiosa, ma che inaugura un metodo nuovo... Noi proponiamo 100 piccoli passi in avanti per l’Italia, 100 piccoli impegni realizzabili, ma lo facciamo partendo da 100 cose che abbiamo fatto».

Ma in ambito dei diritti delle persone Lgbti la “versione malloppo” in 41 pagine dedica appena due sintetici punti (lotta all’omofobia e riforma delle adozioni) del paragrafo Per una cultura dei diritti e delle pari opportunità (pag. 39). Nessuna menzione, invece, nella versione più sintetica né tanto meno in quella delle 100 cose da fare a fronte delle 100 fatte (nel cui catalogo è ovviamente citata la legge sulle unioni civili).

Non si è tenuto purtroppo per nulla in conto il documento I diritti Lgbti in una società solidale e inclusiva che, approntato dal gruppo Dems-Arcobaleno, era stato preparato quale contributo alla redazione finale del programma.

Come se non bastasse, laddove nel programma si parla della lotta all’omofobia l’essere transessuale viene presentato come peculiarità dell’orientamento omosessuale. Uno scivolone non da poco cui si è riparato per intervento dell’on. Alessandro Zan.

Grazie a un suo intervento il passaggio «la peculiarità dell’orientamento sessuale della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale» è stato corretto in «la peculiarità dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale». Modifica che dovrebbe essere apportata, si spera quanto prima, anche nella versione in pdf del programma.

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Il Consiglio regionale della Campania ha approvato ieri, con il solo voto contrario del consigliere Luciano Passariello (Fratelli d’Italia), una mozione proposta da Carmine De Pascale (De Luca Presidente) su le/gli studenti universitari trasgender.

La mozione Attività di sensibilizzazione all'utilizzo della procedura cd "Alias" negli Atenei della Campania si propone d'impegnare il governo regionale a promuovere una campagna di sensibilizzazione volta a sollecitare tutte le università pubbliche campane in vista d'una concreta integrazione sociale delle persone trans.

Grazie al profilo alias, infatti, le persone transgender, che stanno frequentando corsi universitari, possono richiedere e attivare un profilo temporaneo per la gestione della carriera in cui viene riportato il nome che più corrisponde al genere percepito. E questo senza che si siano sottoposte a intervento di riattribuzione chirurgica del sesso o abbiano ottenuto per via giurisprudenziale la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento. Il tutto è reso possibile dalla creazione, da parte delle Università, di un profilo alias sui sistemi informatici per salvaguardare e tutelare la dignità personale.

Immediata la reazione di Passariello che ha commentato: «La mozione del consigliere regionale Carmine De Pascale sull'attività di sensibilizzazione per l'integrazione delle persone Lgbt negli atenei universitari campani è semplicemente scandalosa. Partendo dal presupposto che siamo nel campo delle competenze statali, quindi ben lontane dall'attività e funzione che noi consiglieri regionali possiamo e dobbiamo svolgere, presentare questo tipo di proposte appare meramente strumentale a gettare fumo negli occhi per una manciata di voti a pochi giorni dall'elezioni politiche nazionali.

Ci opporremo con tutte le nostre forze: Fratelli d'Italia difende la famiglia tradizionale in ogni sede e, di certo, l'università non è il luogo adatto a sollecitare tali iniziative».

Per il professore Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso la Federico II e direttore del Centro di Ateneo SInAPSi, si tratta al contrario di «un grande passo in avanti verso un’università inclusiva, capace di offrire a tutte e tutti pari opportunità.

Nel passato alcune e alcuni giovani trans hanno dovuto dolorosamente rinunciare agli studi, sentendosi discriminati e imbarazzati nel rendere manifesta la discordanza esistente tra il genere percepito  - e, dunque, la manifestazione di esso attraverso comportamenti, abbigliamento, estetica - e i dati anagrafici riportati sui propri documenti universitari. Sono orgoglioso di  appartenere a un ateneo che offre l’identità alias non solo a studenti ma anche all’intero personale docente e non docente. In Italia, oltre alla Federico II, ciò è garantito dalla sola Università degli studi di Verona».

E al consigliere Passariello, che fa «appello alla Crui (Conferenza dei rettori universitari) affinchè prendano una netta distanza e rivendichino autonomia decisionale su queste attività», il prof. Valerio ribatte: «Mi auguro che la Crui estenda una tale garanzia a tutti gli atenei pubblici italiani».

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A Napoli, presso la sede del Consiglio regionale della Campania, si terrà nel pomeriggio il convegno Norme per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni da orientamento sessuale o dall’identità di genere. Finalizzato all’illustrazione dello progetto di legge campano, depositato negli scorsi mesi, l’evento sarà moderato da Antonello Sannino, presidente del comitato d’Arcigay Napoli, e vedrà, fra gli altri, l’intervento del consigliere Carmine De Pascale. Presente anche il magistrato Stefano Celentano, giudice del tribuanale di Napoli ed esperto in materia dei diritti delle persone Lgbti.

A lui – che è uno dei redattori del pdl regionale – abbiamo posto alcune domande per sapere di più di una proposta che, qualora approvata, allineerebbe la Campania a Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017).

Giudice Celentano, com’è nato questo progetto di legge regionale?

L'iniziativa è nata per volontà del consigliere De Pascale e delle associazioni Lgbti del territorio campano, in particolare di Arcigay. In assenza di una legislazione nazionale in materia e in piena sintonia con consimili iniziative di altre regioni italiane essa risponde all'esigenza di approntare un testo di legge che, con gli ovvi limiti di una normativa regionale, possa predisporre interventi mirati a contrastare le condotte omofobiche, in un percorso fruttuoso che coniughi le esigenze di fare prevenzione, di reprimere fenomeni discriminatori, e di attuare, a largo spettro, un'operazione culturale sul tema della tutela dell'orientamento sessuale. 

Nel redigere il testo di legge ci si è serviti di quelli di altre Regioni? 

Nell'elaborazione del testo abbiamo analizzato tutti i testi regionali già in vigore. E questa è stata una metodologia corretta al fine di uniformare, sopratutto come "identità", i singoli interventi locali sul tema. Anche nell'ottica di offrire al legislatore nazionale uno stimolo ulteriore e comune a predisporre una normativa nazionale.

Quali sono i punti principali di questo pdl?

Il pdl si occupa di diverse aree tematiche, che spaziano dalla formazione e lavoro alla sanità e assistenza fino all'integrazione sociale. Con l'obiettivo primario di garantire alle persone Lgbti la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, assicurando parità di condizioni di accesso agli interventi e ai servizi ricompresi nelle materie di competenza regionale.

La legge spazia, dunque, dalla previsione di specifici interventi in materia di formazione del personale delle istituzioni regionali alla promozione di politiche attive del lavoro che tendano alla rimozione di ogni ostacolo o esclusione per motivi legati al proprio orientamento sessuale, nonchè a garantire che l'accesso alle prestazioni sanitarie nelle strutture pubbliche non possa in alcun modo causare pregiudizio alla dignità delle persone Lgbti. E, questo, anche sotto il profilo delle garanzie di assistenza da parte dei familiari o di soggetti estranei allo stretto nucleo parentale, e degli aspetti relativi al consenso informato ai trattamenti sanitari da parte di questi ultimi laddove le persone Lgbti siano impossibilitate a prestarlo. Di particolare rilievo è poi la previsione di forme di garanzia del concreto esercizio della responsabilità genitoriale delle persone Lgbti all'interno degli istituti scolastici pubblici.

Si è parlato di lavoro. Come sarebbero tutelate le persone Lgbti al riguardo?

La legge tende a garantire che nello svolgimento del lavoro le persone Lgbti non subiscano discriminazioni legate al proprio orientamento sessuale, promuovendo apposite campagne formative rivolte al personale di tutte le istituzioni regionali. Si tratta di rinforzare la sensibilità sociale sul tema e di evitare che il proprio orientamento sessuale finisca per diventare un motivo di esclusione sociale anche nei luoghi di lavoro.

Secondo lei questo pdl sarà contrastato nel suo iter dalle forze di opposizione?

Mi auguro di no. Il mio ruolo mi impone di non occuparmi delle dinamiche politiche all'interno delle istituzioni. Il testo è equilibrato poichè, per gli ovvi limiti normativi di ogni legge regionale, si presenta come una dichiarazione di principi, intenti e finalità, sui quali potrebbe esserci una convergenza comune.

D'altra parte, la tutela dell'orientamento sessuale, i termini di declinazioni di diritti e di divieti di forme di discriminazione è oggi diritto vivente secondo quanto statuito dalla legislazione e dalla giurisprudenza sovranazionale, per cui il "paradigma antidiscriminatorio" è una regola giuridica e sociale indiscutibile, rispetto alla quale ogni differente argomentazione non ha alcuno spessore

Ha parlato prima di un probabile stimolo al legislatore nazionale. Dunque, l’approvazione di una legge regionale potrebbe spingere a riprendere la discussione del ddl parlamentare contro l’omotransfobia?

Anche questo è un auspicio: il disegno di legge contro l'omofobia e la transfobia giace su un binario morto del Senato ormai da qualche anno. Una seria ripresa della discussione sul tema sarebbe auspicabile.

C'è però da ricordare che, come evidenziato da molti giuristi dopo l'approvazione del ddl Scalfarotto alla Camera, il testo nazionale, come manipolato con gli emendamenti finali, è stato così stravolto nella sua formulazione che pare non essere più ben chiaro neanche nelle sue finalità. Per cui un dibattito più proficuo e meno ambiguo sul tema imporrebbe una sua riformulazione più organica e maggiormente identitaria nell'individuare in primo luogo con chiarezza l'intenzione del legislatore.

Perché è così difficile approvare a suo parere una simile norma nel nostro Paese?

Il nostro Paese soffre di una lentezza endemica sui temi dei diritti civili. La legge sulle unioni civili è arrivata con un immenso ritardo alle tante raccomandazioni degli organismi comunitari. Senza dimenticare il sofferto iter parlamentare che ne ha preceduto l'approvazione. Le analisi sociali delle ragioni di questa incapacità di legiferare con chiarezza sul tema della tutela dell'orientamento sessuale sono ben note e affondano le radici nell'elasticità con cui spesso viene declinato il concetto di "laicità" delle istituzioni. Ma anche in una certa impreparazione tecnico-giuridica del legislatore oltre che in alcune visioni politiche che privilegiano la trattazione di  temi "urgenti". Come se la dignità affettiva e relazionale delle persone non lo fosse. Se la politica nazionale tornasse a fare cultura sui temi dei diritti, l'intera società progredirebbe in un sano percorso di crescita della propria sensibilità sociale.

 

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