A poco più di 48 ore dalla manifestazione di lunedì pomeriggio in Piazza del Campidoglio, che ha visto scendere in piazza diverse generazioni di donne e di uomini in difesa della Casa Internazionale delle Donne – la quale rischia lo sfratto per una morosità conteggiata in 800mila euro –, e il contemporaneo incontro presso il Palazzo Senatorio tra una delegazione di donne della Casa e le assessore Laura Baldassarre (Politiche sociali), Flavia Marzano (Roma Semplice) e Rosalba Castiglione (Patrimonio) assieme alla sindaca Virginia Raggi, la storica sede del movimento femminista, femminile e lesbico di Roma fa il punto della situazione in un’assemblea che chiama a raccolta le associazioni componenti nella sede dell’ex convento del Buon Pastore.

A riprendere le fila del discorso dall’incontro istituzionale, il cui esito è stato definito deludente, è stata la presidente della Casa Francesca Koch che ha aperto il dibattito alle valutazioni politiche di quanto sta vivendo la Casa sotto la giunta capitolina pentastellata e alle future iniziative e posizioni da intraprendere.

Uno dei primi punti da cui vogliono partire è una campagna di contro-informazione che rettifichi e smentisca le voci non vere fatte circolate sulla Casa internazionale delle Donne e definite false.

In primo luogo, il fatto che – secondo quanto scritto nella stessa mozione presentata dalla consigliera comunale Gemma Guerini – la Casa non avrebbe mai presentato le dovute relazioni. Cosa che, sostengono da Via del Buon Pastore, è stata fatta ed è documentata. Quello che invece forse non è stato fatto da parte degli uffici del Comune è l’inoltro dei documenti.

Altri dati smentiti sono quelli relativi alla gestione di “Hotel a cinque stelle” (ovvero la foresteria) e al restauro del Buon Pastore, non pagato con i soldi del Comune, come viene detto, ma dal Governo per il Giubileo. Senza parlare poi dell'accusa d'una gestione in mano a “signore snob” che pretendono per loro dei privilegi a differenza di chi assiste i malati di Sla o i bambini autistici, paga regolarmente l’affitto e sono, quindi, brave persone.

Un’equiparazione inaccettabile, che le donne della Casa rifiutano e rispediscono al mittente bollandola come tentativo, da una parte, di screditare le attività svolte in Via del Buon Pastore e, dall’altra, di contrapporre realtà e storie diverse che offrono tutte servizi a chi ha bisogno e proviene da diverse zone della città.

Il timore che serpeggia e che si intravede nella mozione Guerini – mozione che prevede la messa al bando del luogo e del progetto della Casa – è quello di uno “sgombero burocratico”, ovvero svuotare dall’interno la realtà delle associazioni con trattative al ribasso che ne indeboliscono identità e iniziative. In merito, poi, al “progetto di coordinamento”, gestito da Roma Capitale, di riallineare alle moderne esigenze il progetto della Casa riappropriandosi di un'iniziativa che si sostiene essere dell’amministrazione capitolina, da Via del Buon Pastore ricordano la vera storia di quel luogo: uno spazio costruito grazie alla mobilitazione femminista e dell’allora Giunta che affidava l’ex convento all’affermazione della libertà femminile, individuando proprio nel movimento femminista il soggetto che poteva portare avanti il progetto.

A raccontare a Gaynews cosa sia stata ed è ancora oggi la Casa Internazionale delle Donne e cosa ne significherebbe la chiusura è la stessa presidente Francesca Koch, la quale alle porte dell’anniversario della legge 194 interviene sul tema dei recenti attacchi al diritto all’aborto e risponde sulla legge 40, che disciplina la procreazione medicalmente assistita, in particolare sulla posizione della Casa in merito alla gestazione per altri.

«La Casa delle Donne – ricorda al riguardo Francesca Koch – è un soggetto plurale e, come tale, non ha una posizione univoca. Sulla gpa è aperta al dialogo, per cui non ha nessun diktat o linea da dare. Fermo restando che per noi il principio da salvaguardare è il rispetto dell’autonomia, dell’autodeterminazione, della dignità della donna».

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Da mesi ormai il mondo lesbico femminista italiano è attraversato da un conflitto che ha ridefinito i confini del movimento Lgbti+ e che ha generato un nuovo arcipelago di associazioni femminili e femministe. La radicalizzazione, in chiave neoreazionaria, di ArciLesbica ha determinato la nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiane) che mette in rete tutti quei circoli che si sono autosospesi e si sono dissociati da ArciLesbica. E che a Bologna invece ha trovato concretezza in Lesbiche Bologna, legittime eredi della fu Arcilesbica Bologna e altrettanto legittime assegnatarie della sede del Cassero.

Nell’arcipelago lesbico italiano però qualcuno si dimentica sempre di noi, donne lesbiche, bisex, pamsex, transex, intersex, asex, queer, che militiamo in Arcigay o in altre associazioni Lgbti+ e che, non per questo, ci sentiamo meno lesbiche, meno femministe, meno donne, meno emancipate. Eppure agli occhi dei più noi non esistiamo.

Non importa se siamo presidenti di circoli territoriali. Non importa se lo siamo anche in città grandi e attive come Torino per citarne un, o se lo siamo state (fino ad alcuni mesi fa) in territori ostici come Salerno tanto per citarne un’altra. Non importa se siamo brave.  Non importa se facciamo parte dei gruppi dirigenti delle nostre associazioni e se siamo parte attiva di un’elaborazione politica che fa dell’acronimo Lgbti+ non un insieme di consonanti, ma un insieme di persone, che lottano per decostruire quegli stereotipi di genere che affliggono la nostra società e di cui ognuno di noi è vittima inconsapevole.

Noi, che ci sporchiamo le mani per ridefinire i confini di genere perché crediamo profondamente nell’autodeterminazione di qualsiasi individuo, non esistiamo. E, quando qualcuna di quelle compagne lesbiche, femministe si ricorda di noi, è per sbeffeggiarci. Noi che "gigioneggiamo con gli uomini” (come disse Cristina Gramolini a Ferrara il 1 dicembre 2018), che siamo le mogli dei gay, complici del loro innato, radicato e insradicabile maschilismo.

Talmente tanto dimenticate o non considerate che, ogni volta che una lesbica femminista muove un’accusa ad Arcigay o ad altra associazione Lgbti+, lo fa rivolgendosi sempre al maschile e sempre e comunque solo ai maschi, ai G di quell’acronimo. Noi donne Lgbti+, militanti di associazioni Lgbti+, non contiamo nulla. Ma non per i nostri compagni di lotte, dai quali abbiamo continue dimostrazioni di stima e rispetto, ma proprio per quelle donne che lottano per la parità e fanno della differenza un plusvalore.

E cosi ancora una volta mi tocca leggere frasi del tipo: La mia solidarietà ad #Arcilesbica che rappresenta la storia del movimento #Lgbt italiano e a cui tutte noi donne #lesbiche dobbiamo essere grate. Il movimento omosessuale italiano dovrebbe riflettere. Non si fa politica così. (Paola Concia, profilo Fb, 14 maggio 2018)

Ecco cara Paola, di cui non ricordo una lunga militanza nel movimento (ma forse sono io ad avere la memoria corta), e care compagne lesbiche femministe, fatevene una ragione! Il “movimento omosessuale” non è fatto di soli uomini. Le decisioni non le prendono solo gli uomini, gli indirizzi politici non sono il frutto di elaborazioni maschili e maschiliste. Il movimento che voi chiamate omosessuale è il movimento Lgbti+ italiano, fatto di persone che la pensano diversamente da voi, fatto di tante donne (cis, trans, queer, gender fluid) che lottano per l’autodeterminazione della donna anche quando questa passa dalla libera scelta di gestare per altri (perché l’utero è mio e me lo gestisco io, non voi).

Donne che si sentono diverse, ma uguali alle compagne trans perché non è quello che abbiamo tra le gambe che fa la differenza ma quello che siamo, quello che sappiamo di essere sin da piccole.

Siamo donne che rivendicano con orgoglio la libertà di fare del sesso un mestiere, senza per questo sentirsi vittime di un sistema patriarcale, ma semplicemente libere di determinare cosa fare del proprio corpo e della propria vagina. Donne che lottano perché le persone disabili tutte, di qualsiasi genere siano, debbano avere il diritto a una sessualità. Donne il cui utero non è un tempio sacro, per cui la genitorialità non passa esclusivamente dalla maternità. Donne libere dai quei meccanismi patriarcali di cui voi siete vittime. Perché il patriarcato è una pratica che voi applicate ogni qualvolta vi erigete a paladine della tutela delle altre donne.

Non ho mai avuto bisogno di essere tutelata da nessuno, uomo o donna che sia: io mi tutelo da sola ed esisto in quanto donna lesbica e femminista, che vi piaccia o no, anche se sono la presidente di un circolo il cui suffisso è gay. E sono favolosa!

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Frequento il Salone internazionale del Libro di Torino sin dalla sua nascita e credo di poter affermare senza remora alcuna che quella di quest’anno è l’edizione più Lgbti di sempre: da tre anni la Regione Piemonte e il Coordinamento Torino Pride hanno dato vita al primo spazio dedicato ai diritti Lgbti e non solo.

Il Premio FUORI!, dedicato all’editoria di genere e fondato da Angelo Pezzana, verrà consegnato oggi a Edmund White in seno alla kermesse libraria torinese anche grazie alla preziosa collaborazione del direttore Nicola Lagioia. Manni, pilastro  dell’editoria pugliere, presenterà Mio figlio in rosa di Camilla Vivian: un romanzo il cui sottotitolo Ti senti maschio o femmina? Io mi sento io credo parli da solo (consigliatissimo!). Questi solo alcuni tasselli del Salone del Libro “arcobaleno”.

Sono particolarmente contento che proprio in questo contesto venga ufficialmente lanciata LiberaMente, la nuova collana editoriale di Robin – Biblioteca del Vascello che ha l’ambizione di raccogliere testi – siano essi di saggistica o narrativa; italiani o stranieri – che propongono temi legati al mondo Lgbti assenti o poco approfonditi sulle pagine dei libri. Volumi per riflettere e per accendere il dibattito. Volumi che vogliono aprire una strada che poi, speriamo, possano percorrere in tante e in tanti. 

E sono anche particolarmente contento che a parlarne su Gaynews possa essere proprio io che la collana l’ho ideata insieme a Carola Messina, presidente della storica sigla editoriale romano/torinese.

In questa sfida con noi c’è un comitato scientifico nel quale siedono diversi esperti e grandi amici: il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, il responsabile dei progetti speciali della Fondazione Merz Silvano Bertalot, il creativo Andrea Curti, onnivoro di letteratura Lgbti internazionale, l’esperta di editoria Giulia Gabotto, oggi a Il Corriere della Sera, e Donata Prosio coordinatrice del Torino Pride prima di Alessandro. Tutte persone che lottano da anni contro le discriminazioni di genere e che, per questo, hanno accolto la sfida di lavorare con noi a un progetto libero dallo schema del genere… anche letterario.

Il logo della collana, ideato da Francesca Cerritelli e caratterizzato dalla purezza cromatica "senza esitazione" che rimanda all’arcobaleno,  “gioca” con le lettere L G B T: l'oggetto e il soggetto in totale sincronia con lo spazio. Stilemi che si confermano e si rafforzano nel momento in cui l'osservatore va alla loro ricerca tra significati e mutevoli forme.

Inauguriamo la collana con due testi molto diversi fra loro ma nei quali crediamo molto: Il Nuoro e gli #altri di Rita De Santis, presidente onoraria di Agedo, e La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood di Giorgia Succi che verranno presentati al Salone presso l’Arena dei Diritti della Regione Piemonte questa sera alle 18:00. Alla presentazione interverranno con le autrici anche altre due amiche: Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni le prime due mamme a cui è stato consentito di registrare il proprio figlio nato in Italia . 

I due libri:

Il Nuoro e gli #altri

Se avete voglia di vivere qualche giorno all’ombra del dubbio, allora dovete assolutamente fare la conoscenza del Serranus Tortugarum un pesce che, fortunatamente, possiede un nome preciso tra le variegate famiglie ittiche. Invece altre persone che, insieme a lui, entreranno nel vostro immaginario, non hanno al momento una denominazione precisa perché i linguisti non sono ancora riusciti a studiare delle possibili varianti per i molteplici nuclei familiari che si animano sotto gli #altri. Una convinzione però si farà strada nello sbalordito lettore, ovvero che la natura e la storia sono cose diverse da come le viviamo quotidianamente.

Spessissimo, scambiamo per naturale ciò che è consuetudine e per storia quello che ci viene tramandato dai vincitori. Vi accorgerete, continuando nella lettura, che anche gli anatemi religiosi sono completamente fuori posto, perché Dio altro non può essere che amore e inclusione e i libri sacri, letti senza la lente del bigottismo, forse ci vorrebbero insegnare la bellezza del dono e della felicità. Possono i “diversi” aspirare a questa felicità oppure resteranno sempre figli di un Dio minore?

Voglio credere di sì e, attraverso questo libro, cercare di dare una mano affinché questo avvenga. Come dice la mia amica Barbara X nel suo romanzo Resistenze: «Ma il tempo leviga le montagne, e le onde modellano le rive. Ci vuole pazienza. L’uomo è un bruscolino, la ragione è nulla. Alla fine il sole vincerà».

L’autrice, Rita De Santis, nasce a Termoli, il 24 maggio 1938. Donna eclettica, ha una vita non facilmente riassumibile. Ciò che resta costante in lei è la lotta per i diritti civili che porta avanti con determinazione. Vive in provincia di Brescia e d’estate si trasforma in artista di strada per le ripide scale di Apricale. 

La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood

«Le donne di lettere sono quasi del tutto sconosciute le une alle altre, eccetto ogni tanto per il nome», scriveva Natalie Clifford Barney a Colette negli anni '20 del secolo scorso. Quando nel 1927 fondò l’Académie des Femmes lo fece perché le donne potessero conoscersi, riconoscersi e celebrarsi. La parola alle Amazzoni ha lo stesso intento e ripercorre la storia delle donne lesbiche, la loro rappresentazione e visibilità storica, letteraria, e artistica. Pone al suo centro le donne, la loro parola e il loro desiderio di essere individui completi e indipendenti dallo sguardo maschile ed etero-normativo. Perché se Saffo è indiscutibilmente la prima donna a noi giunta che cantò l’amore e il desiderio tra donne, non fu certamente l’ultima. 

Giorgia Succi è nata a Torino, ma le piace cambiare spesso residenza. Laureata in Lettere e con un master in femminismo, ritiene da sempre fondamentale la diffusione pubblica della storia e del genio delle donne. Seguace di Saffo per passione e vocazione, adora riscoprire e celebrare le fiere Amazzoni che hanno popolato la terra per migliaia di anni.

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La platea e il palco sono ricoperti da foglie di carta, rosse e gialle. Sulla scena la testiera in metallo di un letto, e una finestra montata su una cornice autoreggente su ruote.

Quando lo spettacolo inizia una giovane donna, illuminata solamente da una lampadina tascabile, si rivolge al giudice in quella che sembra la deposizione per un crimine da lei commesso.

Poi, un giovane uomo, in divisa della prima guerra mondiale, si rivolge a sua moglie Louise, augurandosi di tornare presto da lei mentre la vita della trincea lo attanaglia e lo vince.

Ecco dunque un’altra donna, una ferita sanguinante alla tempia, che si avvicina al giovane soldato, cantando le parole di Parle moi d’amour, accovacciandosi per stare alla sua altezza mentre lui saggia il sangue che le esce dalla ferita.   

Chi sono questi personaggi? Sono il giovane Paul Grappe e sua moglie Louise Landy passati alla cronaca lui come disertore che per evitare l’arresto e la fucilazione ha assunto identità femminile, con lo pseudonimo di Suzanne Landgard, lei per aver sparato a morte al marito, nel 1928, per difendere se stessa e il loro figlioletto di due anni, che morirà a causa di una meningite pochi giorni dopo il padre.

Conosciamo questa storia dalle pagine dei giornali, che si occuparono del caso di Paul che, presentatosi alle forze dell’ordine per beneficiare dell’amnistia, ottenne notorietà per il suo passato en-travesti, e per l’istruttoria della polizia in seguito all’omicidio di Paul per mano di Louise.

Il loro caso, celebre in Francia alla stregua di quelli successivi delle Sorelle Papin e di Violette Nozière, è stato portato ala ribalta nel 2011 dal libro La garçonne et l'assassin: Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles di Fabrice Virgili e Danièle Voldman, ed. Payote. Il libro è stato pubblicato in italiano nel 2016, mantenendo il titolo originale, La garçonne e l'assassino. Storia di Louise e di Paul, disertore travestito, nella Parigi degli anni folli per Viella editore, con l’aggiunta preziosa di un approfondimento storico di Teresa BertilottiChloè Cruchadet nel 2013 ne trae la graphic novel Mauvaise Genre (t.l. Genere cattivo) pubblicata in Italiano nel 2014 col titolo Poco raccomandabile per la Cocconino Press.

La storia di Paul/Suzanne è molto semplice nella sua eccentricità. Non potendo essere uomo e disertore in tempo di guerra Paul assume identità femminile come Suzanne senza per questo cambiare il proprio orientamento sessuale (come potrebbe?) continua infatti a prediligere le donne. Essendo però, almeno esternamente, donna anche lui, per potersi permettere storie con donne. Suzanne deve frequentare donne che cercano altre donne e inizia a frequentare così locali per lesbiche e posti di incontro e rimorchio come il parco Bois de Boulogne.

In quel contesto Paul/Suzanne scopre anche gli uomini senza che il suo comportamento omosessuale metta in discussione la sua eterosessualità. Non basta infatti andare a letto con qualcuno dello stesso sesso per essere omosessuali. Non è il sesso che ci fa etero gay o lesbiche quanto, piuttosto, l’affetto, i sentimenti, la sfera relazionale.

Anche per questo la psicologia e la sessuologia distinguono tra comportamento sessuale (con chi facciamo sesso) e orientamento sessuale (di chi ci innamoriamo, con chi, oltre al sesso, costruiamo relazioni affettive). È interessante vedere come questa storia venga trattata nei testi che Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo hanno consultato per scrivere Suzanne portato in scena per la compagnia Le città visibili e la regia di Cèsar Brie.

Nel libro di  Fabrice Virgili e Danièle Voldman, tutto sviluppato su un racconto romanzato non comprovabile, più affine alle ricostruzioni tutte torbidi dettagli e malcelati (pregiu)dizi di certi programmi televisivi  che al rigore di una ricostruzione storica che possa dirsi tale, Il travestitismo di Paul è visto come un indice di omosessualità secondo il trito cliché dell’inversione sessuale. Paul/Suzanne è presentato come un personaggio ambiguo, al di là dei due generi, senza mai uscire però dall’ambivalenza del binarismo,  arrivando a suggerire che Paul non sia il padre del figlio di Suzanne data la sua scarsa virilità (sic!) comprovata dalla sua diserzione.

Cruchadet nella sua graphic novel è convinta invece che Paul volesse proprio essere donna, come fa dire a Louise. Il testo teatrale di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo, ha invece un approccio molto più rispettoso e attento ai personaggi, con una visione scevra da pregiudizi e niente affatto interessata al sensazionalismo o al dettaglio sessuale (come nella graphic novel).

Nello spettacolo viene sottolineato molto bene (senza i dettagli grandguignoleschi del fumetto) lo shock che Paul subisce durante i due anni di guerra in trincea e che lo hanno indotto a disertare (non certo per la poca virilità). L’orrore della guerra è evocato da Suzanne quando spiega a Louise i motivi per cui lei nel libertinaggio che pratica al Bois de Boulogne fiorisce e si sente libera e amata.

Peccato che la riduzione teatrale si soffermi di più sugli uomini che Suzanne frequenta e non sulle donne (una delle quali abitò per un poco con lei e sua moglie…): crediamo più per esigenze drammaturgiche che per un (pre)giudizio “omosessuale” su Paul.

Dopo la trasformazione di Paul in Suzanne, che lo spettacolo risolve più sul piano del portamento e dell’attitudine che su quello fisico (Paul eliminò la barba con l’elettrocoagulazione, una tecnologia già esistente negli anni 20 che nello spettacolo viene nominata ma non portata in scena) è una donna a interpretare Suzanne mentre l’attore che interpreta Paul rimane come doppio quasi sempre presente in scena.

Una bella intuizione drammaturgica che sposta l’attenzione dal fatto che Suzanne sia una donna travestita al fatto che sia una donna tout court senza mettere in atto quella critica al binarismo di genere o all’eterosistema che sono temi contemporanei ma estranei agli anni '20 quando si sono svolti i fatti.

Lo spettacolo vuole restituire il dolore interno di Paul che non è certo quello di un uomo tormentato dalla sua omosessualità, ma quella di un giovane traumatizzato (come tanti) dalla guerra che ha trovato nell’attenzione che donne e uomini gli davano ne panni di una donna come a un risarcimento per una vita altrimenti dura e faticosa.

Una presentazione dei fatti intellettualmente onesta e delicata che non violenta personaggi e situazioni ma appronta un discorso mesto, profondo e doloroso ma mai cupo o morboso. Molto molto meglio delle fonti di cui autrici e autore si sono serviti per scriverlo. Tamara Balducci fa di Suzanne una vera regina del Bois (com’era ricordata), invitando il pubblico, al quale si rivolge direttamente, a entrare nel parco raggiungendo una intensità indimenticabile ed emozionante.

Linda Gennari interpreta una Louise innamorata e timida (splendida la scena quando Suzanne la accompagna al Bois e le due donne  osservano gli e le astanti attraverso il vetro di un’anta della finestra che si trasforma in una sorta di “lente di osservazione” e dove viene spiegato bene che a frequentare il Bois non c’erano talmente balordi e balorde ma anche l’alta società di Parigi) mentre Lorenzo Garozzo sa restituire il trauma del giovane soldato Paul con un dolore talmente vivo che anche il pubblico può toccarlo con mano.

La regia riesce a gestire in maniera esemplare il punto di vista cangiante dello spettacolo che passa elegantemente e senza soluzione di continuità da quello di Louise che trova in Suzanne una complice e una sorella (non manesca come suo marito Paul) e quello di Paul/Suzanne che rappresenta le due facce di una molteplicità di specchi: quello sociale uomo donna che serve a Paul per disertare, quello culturale che permette.a Suzanne comportamenti altrimenti preclusi a Paul e quello intimi e privato di un uomo così attratto dalle donne da eccitarsi a vestine egli stesso i panni.

Uno specchio scenicamente illustrato dalla finestra le cui ante ora chiuse ora aperte rappresentano il limine tra un interno borghese e un esterno altro da esplorare scavalcandone il confine. Una macchina scenografica di una elegante semplicità perché quando si hanno cose da dire non servono coup de théâtre o istallazioni complesse e macchinose.  

Suzanne è uno spettacolo riuscitissimo che evoca situazioni emozioni e contesti con una misura anche nella durata (che sfiora l’ora). Uno spettacolo prezioso che costituisce anche una risposta coraggiosa alle esegesi fin troppo disinvolte piene di pregiudizi e luoghi comuni sull’omosessualità, l’inversione sessuale e il libertinaggio.

LE CITTÀ VISIBILI

SUZANNE

Liberamente tratto da La Garçonne et l'assassindi Fabrice Virgili e Danièle Voldman

drammaturgia di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo

regia César Brie

con Tamara Balducci, Giacomo Ferraù e Linda Gennari

luci e spazio scenico César Brie

scenografia Matteo Fiorini

costumi Ree Do Lab di Cristiana Curreli

sound designer Marco Mantovani

assistenti Vera Dalla Pasqua e Nicola Sorcinelli

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Annunciata alle 11:00 presso la Sala Pignatiello di Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, la costituzione di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana).

Nata a seguito dalla disaffiliazione dei comitati di Bergamo, Napoli, Perugia, Treviso e Udine da ArciLesbica nazionale, Alfi – come recita il comunicato di presentazione – «è un’associazione di promozione sociale lesbica, femminista, democratica, laica, pacificista, antifascista, antimafiosa, inclusiva, antirazzista».

La sua mission principale è «la lotta alla discriminazione delle donne lesbiche, bisessuali, transessuali e intersex – nonché delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali e intersex a 360 gradi – dall’ambito privato a quello lavorativo, dall'ambito formativo a quello della salute».

Ai nostri microfoni Chiara Piccoli, presidente nazionale della neonata associazione, ha dichiarato: «Alfi apre nuovi orizzonti nel panorama Lgbti e femminista e rappresentando una tappa fondamentale nel percorso fatto insieme, concretizzando un progetto nato nel dicembre 2017. La prima pagina di una nuova storia da scrivere e la nascita di un polo di riferimento per tutte le donne».

Chiara sarà affiancata da Angela Cattaneo quale vicepresidente, da Elisabetta Marzi in veste di segretaria e dal direttivo composto da Antonella Capone, Serena Toccagni, Fabiola Gardin, Federica Cozzella.

Presenti alla conferenza stampa Ottavia Voza e Fabrizio Sorbara a nome di Arcigay nazionale, Renata Ciannella per Famiglie Arcobaleno, Ivana Palieri per Rete Genitori Rainbow nonché la professoressa Simona Marino, delegata alle Pari Opportunità per il Comune di Napoli.

Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, ha portato i saluti dell'intera associazione, ricordando l'intesa ultradecennale tra il comitato partenopeo Antinoo e quello de Le Maree basato anche sulla vicinanza delle sedi in Vico San Geronimo, dove ci sarà da oggi anche quella nazionale di Alfi.

Hanno inoltre trasmesso messaggi di vicinanza e felicitazioni la senatrice Monica Cirinnà e l'assessora regionale alle Pari Opportunità Chiara Marciani nonché associazioni, comitati ed enti quali Coordinamento Campania Rainbow, I-Ken, Rete Lenford, Certi diritti, Ponti Sospesi, Arcigay Caserta, Arcigay Trentino, Arcigay Verona, Arcigay Caserta, Rifondazione comunista Campania, DeMA e Centro SInAPSi.

Particolarmente significativo il testo augurale inviato da Francesca Druetti e Gianmarco Capogna, coordinatori di Possibile - Gruppo nazionale Diritti Lgbti

«In un momento in cui l’attivismo femminista - si legge in esso - sta mobilitando le persone in ogni Paese (da #MeToo e il suo equivalente italiano #Quellavoltache, alle proteste di piazza delle donne polacche, alla Marcia delle Donne) contro un sistema ancora troppo patriarcale, maschilista e fallocentrico, è fondamentale che anche le donne lesbiche abbiano una voce forte e determinata nella costruzione di una società più giusta.

Dobbiamo essere uniti per contrastare i fenomeni crescenti di odio, omotransfobia e sessismo. I temi legati alle questioni di genere sono sempre stati centrali per noi di Possibile e crediamo che siano prioritari e non più rinviabili. Ecco perché guardiamo con entusiasmo alla nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana) e speriamo di avere presto modo di incontrarci per confrontarci sulle battaglie da portare avanti e su come metterle al centro di un dibattito pubblico e politico.

Per troppo tempo in questo Paese le battaglie di genere sono state lasciate da parte o sono diventate terreno di scontro e baratto tutto politico – nel senso peggiore – all’insegna del “pinkwhasing” e dell’esclusione dei più vulnerabili. È arrivato il momento di costruire un grande fronte che sia capace di unire i generi, anche quelli non binari, per sconfiggere insieme un sistema che per troppi anni è stato cristallizzato in una visione patriarcale.

In Italia abbiamo estremo bisogno di femminismo e di visione di genere. Di riportare le donne, tutte le donne, senza discriminazioni, all’interno della discussione pubblica e politica riconoscendo che questo non può che essere solo fonte di ricchezza per tutte e tutti».

Guarda il Video con le dichiarazioni della vicepresidente Angela Cattaneo e la Gallery

 

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Settimo decennale d’attività per l’Unione italiana sport per tutti (Uisp), nata a Roma nel 1948 col nome d’Unione italiana sport popolare. Riconosciuta dal Coni come ente di promozione sportiva, assunse il nome attuale negli anni ’80 del secolo scorso.

Composta attualmente di 142 comitati regionali e territoriali, l’Uisp con 20 strutture nazionali d’attività e oltre 1.345.000 soci promuove una cultura dello sport basata non sulla competizione ma sulla partecipazione allargata a tutti senza discriminazioni di genere, età, nazionalità, orientamento sessuale nonché sulla solidarietà e sul rispetto dell'ambiente.

In occasione del settimo anniversario di fondazione Gaynews ha raggiunto Manuela Claysset, responsabile nazionale Politiche di genere e Diritti, per sapere qualcosa in più soprattutto delle politiche attuate dall’Uisp verso le persone Lgbti.

L’Uisp compie 70 anni. Quale rapporto tra la finalità originaria di “sport popolare” e quella attuale di “sport per tutti”?

Oggi come 70 anni fa la Uisp è impegnata nella promozione dello sport e della pratica motoria, perché sono un diritto per tutti e per tutte. Sono cambiate molte cose dal 1948 quando lo sport era patrimonio di poche persone, quasi un'élite. Per questo l’idea di sport popolare, per portare lo sport verso le persone, per dare voce a quella richiesta di socializzazione e di rinascita che caratterizzava il nostro Paese nel dopoguerra.

Ancora oggi occorre riaffermare che lo sport è un diritto perché troppe sono le fasce di popolazione che hanno difficoltà ad accedere alla pratica sportiva. Basti pensare che ancora oggi circa 23 milioni di italiani non fanno assolutamente nulla: sono i sedentari.  

La visione dello sport basata sulla partecipazione allargata a tutti comporta l’abbattimento di qualsivoglia discriminazione. Che cosa ha fatto e sta realizzando l’Uisp con riferimento a quelle da orientamento sessuale e identità di genere?

Il nostro impegno è su vari fronti. Prima di tutto un impegno per promuovere una diversa cultura di inclusione, con il confronto e la collaborazione con diverse associazioni e reti istituzionali.  Un impegno che ha visto la realizzazione di diverse campagne di sensibilizzazione, iniziative e progetti anche a livello europeo. Ad esempio, il progetto Football for equality con lo slogan: Ora che lo sai, cosa cambia? con la foto  delle scarpe di calcio appese all’interno di uno spogliatoio. Così come la realizzazione di tornei, manifestazioni diffuse sul territorio e che vedono un continuo confronto con l’ssociazione e le persone Lgbti, un percorso non facile ma che ha visto in questi anni un sempre maggiore coinvolgimento del nostro mondo sportivo.

In diversi casi siamo passati dalla collaborazione o realizzazione saltuaria al coinvolgimento nelle attività consolidate, con la partecipazione di squadre Lgbti nei nostri campionati.  Inoltre siamo impegnati per la formazione sia per i dirigenti ma anche per le figure tecniche, per gli educatori e le educatrici che sono impegnati ogni giorno nelle attività. Per dare maggiori strumenti a che si impegna nelle attività ed essere sempre più attenti e inclusivi.

Omofobia, transfobia e sessismo sono ancora molto radicati in attività sportive come il calcio. Sono a suo parere atteggiamenti strettamente correlati tra loro? E  quali sono le strategie da attuare per giungere a un loro ridimensionamento?

Anche per questo serve un impegno ampio e trasversale, a partire dai vertici federali, dallo sport di livello. Assistiamo troppo spesso a dichiarazioni sessiste e omofobe da parte di personaggi importanti, dirigenti del sistema sportivo. Un pessimo esempio che facilmente ritroviamo anche nello sport di base, nel linguaggio e negli slogan dei tifosi, nei mezzi di comunicazione e che non sempre vengono contrastati con la dovuta attenzione. Credo che su questo occorra una riflessione per un cambiamento radicale, che vada oltre le sanzioni economiche e che sia in grado di coinvolgere tutti i diversi soggetti.

Accanto a questi episodi di razzismo e di discriminazione, esistono anche buone pratiche, attività di inclusione contro ogni forma di violenza. Occorre dare visibilità a queste esperienze e questo è il nostro impegno. Penso a manifestazioni come i Mondiali antirazzisti, a progetti come Il Calciastorie, ma anche i tornei, le attività che hanno completamente cambiato le regole del calcio per essere più inclusivi: esempi che occorre far conoscere e diffondere maggiormente sul territorio.

Con riferimento alle persone transgender, che hanno intrapreso il percorso di transizione, l’Uisp prevede la procedura alias. Può spiegare di cosa si tratta e quali risultati comporta? 

L’impegno di Uisp per i diritti delle persone Lgbti ha visto in questi anni la realizzazione di diversi momenti e confronti pubblici. Da una specifica riflessione sulla transessualità, grazie alla collaborazione di una base associativa come Asd Bugs di Bologna, con i ragazzi e le ragazze del Gruppo Trans di Bologna nel maggio 2017 abbiamo avuto la possibilità di confrontarci in merito ai problemi che le persone trans riscontrano nello svolgimento delle attività sportive.

Sono problemi e difficoltà molteplici: le persone trans hanno bisogno di una diversa attenzione nell’ambito sportivo, di spazi adeguati negli impianti, di essere riconosciute ed accolte. Essere riconosciute ed accolte, anche attraverso il tesseramento. Per questo la Uisp ha intrapreso il tesseramento alias per le persone transessuali, seguendo le esperienze  avviate nel mondo accademico e in diverse amministrazioni pubbliche o aziende.

Ai fini del tesseramento le persone transessuali, che cambieranno i propri dati anagrafici solo al termine di un lungo e faticoso iter, potranno essere socie della Uisp richiedendo di acquisire un'identità alias, cioè avere un nome differente  dal sesso anagrafico e che potrà essere utilizzato nello svolgimento delle attività della nostra associazione, con tutte le coperture assicurative garantite ai nostri associati.

Questo impegno nasce anche grazie alla disponibilità di Marsh, broker assicurativo e dell’aiuto, che diversi soggetti hanno messo in campo come la Rete Lenford – Avvocatura per i Diritti delle persone Lgbti. Questa opportunità del tesseramento Uisp è diventato uno spot promozionale, un'idea nata dal Gruppo Trans Bologna che insieme all’Ufficio Comunicazione Uisp Nazionale, hanno realizzato un breve video, una storia per dare voce a questa esperienza. Crediamo che l’inclusione sia fatta anche attraverso azioni concrete e questa del tesseramento alias sicuramente è una di queste.

Qual è la collaborazione in tale ambito tra Uisp e Centro SInAPSi?

Con SInAPSi è nata una collaborazione e un protocollo che ci ha visto in questi anni impegnati in diversi momenti comuni, a partire dal Convegno realizzato nell’aprile del 2015 Terzo Tempo fair Play – Lo sport contro l’omofobia e la transfobia, di cui  lo scorso anno abbiamo pubblicato  gli atti. Un incontro e una collaborazione molto importante che ci ha permesso di realizzare alcuni appuntamenti formativi, con momenti specifici  che abbiamo svolto per  dirigenti sportivi, con i tecnici, educatori ed educatrici di varie discipline, ma anche coinvolgendo giovani, i giornalisti sportivi e altre figure coinvolte nello sport.

Siamo consapevoli che c’è ancora molto da fare per cambiare questa cultura ancora discriminatoria che troppo spesso caratterizza l’ambiente sportivo. La formazione e la sensibilizzazione sono fondamentali. Collaborare con centri come SInAPSi per noi significa una crescita culturale, utile per tutto il mondo sportivo, che ci vedrà impegnati anche in futuro.

Maratona di Boston: quest’anno hanno partecipato ufficialmente cinque donne trans nella categoria femminile. Come giudica ciò soprattutto in riferimento al fatto che alcune di loro non assumono farmaci per abbassare il livello di testosterone?

Credo sia un segnale importante, un'azione concreta. Nello sport abbiamo assistito spesso a gesti e azioni che hanno fatto la storia e che hanno portato grandi cambiamenti. Questa decisione degli organizzatori della Maratona certamente è un altro passo. Fa piacere che nasca da quella di Boston, che è rimasta nella storia per diversi motivi.

Era il 1967 quando Kathrine Swizter divenne la prima donna a partecipare alla Maratona di Boston, iscrivendosi con un nome falso alla competizione: le donne allora non potevamo partecipare ufficialmente alle gare di fondo perché erano considerate troppo fragili per questo tipo di manifestazione. Nonostante i giudici di gara avessero tentato in tutti i modi di fermarla, Kathrine arrivo al traguardo, protetta anche da gli altri maratoneti uomini.

Questo gesto cambiò il mondo dello sport, aprendo la strada alla sempre maggior presenza delle donne nelle competizioni sportive. Il fatto che la Maratona di Boston si apre finalmente alla partecipazione di donne trans senza sottoporle ai controlli sul livello di testosterone è un segnale molto forte di attenzione e inclusione, che parla soprattutto allo sport di base. 

 

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La disaffiliazione del Comitato provinciale di Napoli Le Maree da ArciLesbica Nazionale ha segnato, indubbiamente, un altro passaggio rilevante nella trasformazione delle dinamiche relazionali interne al mondo Lgbti.

Una presa di posizione susseguente alla mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme e al corso intrapreso dall’attuale Segreteria nazionale.

Per sapere di più sulle ragioni di questo significativo allontanamento, Gaynews ha contattato Antonella Capone, figura di rilievo del movimento lesbico nazionale e socia dell’attuale APS Le Maree Napoli.

Antonella, quando e perché il comitato ArciLesbica Napoli Le Maree ha deciso di prendere le distanze da ArciLesbica Nazionale?

La decisione di disaffiliarsi da ArciLesbica Nazionale, presa dall’Assemblea delle socie di Le Maree Napoli, è frutto di un lungo percorso cominciato dagli esiti del Congresso di Bologna. Un percorso senza dubbio difficile, motivato dalla necessità di portare avanti la nostra mission secondo le modalità e il pluralismo che ci hanno sempre contraddistinto.

Qual è il punto di maggiore criticità della linea politica nazionale, secondo te, che ha reso decisiva la separazione?

La linea politica nazionale non rappresenta che una parte di quanto ci ha portate alla disaffiliazione. Certamente tra i punti di divergenza c’è la presa di distanza dal movimento Lgbti operata da ArciLesbica Nazionale.

Quali sono adesso i vostri obiettivi e le vostre aspettative?

Continueremo a fare ciò che abbiamo sempre fatto: portare avanti le istanze delle donne lesbiche in termini di diritti, visibilità ed emancipazione. E tutto questo nel miglior modo possibile. 

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Martedì 17 Aprile, presso la Casina Pompeiana di Napoli, la Rvm Entertainment ha presentato in anteprima nazionale il cortometraggio Una semplice verità, scritto e diretto da Cinzia Mirabella e sostenuto moralmente dal Comitato Arcigay di Napoli.

Il cortometraggio mette in luce la  grave problematica dell'omofobia all'interno delle mura domestiche

La storia si svolge sull'isola d’Ischia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito a una denuncia a suo carico. A denunciarlo è la figlia, interpretata da Giulia Montanarini, vera e propria icona glamour dell’intrattenimento televisivo, che per la prima volta si misura con un ruolo drammatico, quello di una donna di 35 anni, picchiata dai familiari perché dichiaratasi lesbica.

Il ruolo del commissario di polizia è, invece, interpretato da Cinzia Mirabella, attrice brillante di cinema e teatro a cui, nel gioco dei silenzi e delle rivelazioni,  è affidato il colpo di scena finale del film.

Locandina 1

Nel cast del cortometraggio bisogna ricordare anche la presenza di Pietro De Silva, attore cinematografico che tutti ricordiamo per film come La vita è bella, L’ora di religione,  Anche libero va bene e Giovanni Allocca,  attore di teatro, cinema e televisione che ha preso parte anche alla fortunatissima serie televisiva Gomorra.

La direzione della fotografia è stata affidata a un grande maestro del settore, Antonio Grambone, mentre la canzone che accompagna il cortometraggio, con un motivo struggente e intenso come un mantra, è Manname l’ammore, interpretata dalla carismatica Gabriella Rinaldi.

Durante la presentazione è intervenuto il cast del film, il produttore del progetto Gaetano Agliata con la costumista Nancy D’Anna, il responsabile casting Andrea Axel Nobile, il truccatore Antonio Riccardo, il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e Daniela Lourdes Falanga, responsabile alle politiche transessuali di Arcigay Napoli.

Parliamo con Giulia Montanarini, subito dopo la kermesse napoletana.

Giulia, in primis, raccontaci come è stato lavorare nella realizzazione di questo cortometraggio.

Per me è stata un’esperienza molto importante perché per la prima volta non compaio nel ruolo consueto della soubrette. Cinzia Mirabella mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un ruolo intenso, forte e tormentato. Mi ha seguito con grande attenzione e ha fatto uscire queste altre note dalla mia personalità, ha tirato fuori dei sentimenti che non conoscevo. E io sono molto contenta perché il personaggio credo sia molto credibile e mi sembra sia piaciuto molto.

Giulia cosa ti aspetti in termini di riscontro dal pubblico e dalla stampa?

Il pubblico è sovrano e spero che il pubblico rimanga sorpreso nel vedermi in questo ruolo inedito per me, il cinema, come la televisione, ha un ruolo fondamentale perché ha la  possibilità di narrare ad un pubblico molto ampio storie che hanno un valore sociale e civile, storie che fanno riflettere su forme di violenze inaccettabili come quella spesso perpetrata contro le persone omosessuali e credo che Una semplice verità possa davvero aiutare a contrastare le discriminazioni contro la comunità Lgbti. Se avessi un figlio gay, sarei felice e vorrei che lui fosse felice.

Il pubblico Lgbti ti ha sempre amato molto…

E io ringrazio davvero tanto la comunità Lgbti per l’amore che mi ha sempre dimostrato. Non posso che dire grazie, grazie, grazie.

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Ulteriore emorragia per ArciLesbica Nazionale, che perde oggi – dopo PerugiaUdine, Treviso, Bergamo e Bologna -, il circolo napoletano Le Maree.

La decisione della disaffiliazione è stata presa il 14 aprile nel corso di un’Assemblea straordinaria e resa nota con un post su Fb.

«Siamo orgogliose – si legge in esso - di annunciare che oggi diventiamo l’APS Le Maree Napoli.

Fiere della nostra storia, iniziata 21 anni fa, cominciamo un nuovo capitolo rinnovando l’impegno di portare avanti tutte le nostre battaglie, all’insegna della democraticità, del rispetto e della pluralità che ci hanno sempre contraddistinto».

Parole, quest’ultime, che spiegano fin troppo inequivocabilmente il motivo della disaffiliazione e rimandano alle polemiche scatenatesi in seno ad ArciLesbica Nazionale a seguito della mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme.

La decisione del direttivo de Le Maree è stata definita un atto coraggioso da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Per noi non cambierà di concreto nulla. Non si può modificare la storia e Le Maree sono la storia del movimento Lgbt napoletano e nazionale. Non si possono modificare le lotte: continueremo a condividere gli spazi della nostra sede storica in Vico San Geronimo.

Continueremo a confrontarci, a lottare, a vincere e a resistere. Grazie al gruppo dirigente del circolo napoletano de Le Maree per il coraggio, la chiarezza, la determinazione e la coerenza».

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Quando si parla di violenza domestica, si pensa generalmente a un fenomeno riguardante coppie di persone di sesso opposto. Le stesse persone omosessuali tendono a negarlo: quasi un volersi difendere da una omologazione. Eppure alcune di esse iniziano a parlarne, percependosi come vittime.

Ne parliano con Daniele Paolini, psicologo-psicoterapeuta sistemico-relazionale e assegnista di ricerca presso l’Università degli studi Gabriele D’Annunzio di Chieti – Pescara.

Dr Paolini, lei ha iniziato a studiare il fenomeno della violenza domestica in riferimento alle coppie omosessuali. Quali i risultati della sua indagine?

Un giorno mi sono imbattuto in un post su Facebook di un’associazione inglese dal nome Broken Rainbow, oggi confluita nell'organizzazione Galop. Quest’associazione si occupa di violenza domestica all’interno di coppie omosessuali in Inghilterra. Nello specifico cerca di comprendere come si verifica la violenza e fornisce supporto e aiuto alle vittime. Questo è stato il primo momento in cui mi sono fermato a riflettere su questo tema ed è stato anche lo start che mi ha spinto verso un processo di ricerca e approfondimento. Purtroppo la conoscenza di tale fenomeno la dobbiamo mutuare, quasi totalmente, da contesti anglofoni.

In una recente ricerca, condotta in collaborazione con l’Università di Chieti e l’Università di Perugia, abbiamo esaminato la volontà degli astanti di fornire aiuto e sostegno a una vittima di violenza domestica sia essa gay che lesbica. Nel fare questo, la ricerca ha indagato se i meccanismi sottostanti l'intervento degli astanti sono simili o diversi a quelli osservati quando le persone assistono a casi di violenza domestica avvenuti all’intero di una coppia eterosessuale, nonché di identificare alcune condizioni che esacerbano la volontà oppure no di intervenire. Dalla nostra ricerca emerge che, se la violenza domestica viene perpetrata come esito di un tradimento, le persone valutano le vittime come meno morali e più responsabili dell’accaduto e tale valutazione influenza in modo negativo la loro disponibilità a fornire aiuto.

Questi esiti rispecchiano purtroppo ciò che drammaticamente emerge dalle ricerche che hanno indagato la violenza domestica in coppie eterosessuali a differenza del fatto che per quanto riguarda le coppie omosessuali l’effetto descritto emerge in modo più forte per le persone che presentano un orientamento ideologico conservatore. Senza ombra di dubbio, questi dati fanno accapponare la pelle, se la confessione di un tradimento viene considerata come una giustificazione alla violenza domestica subita al punto tale di non essere disposti a intervenire per mettere fine a tale atto. E, se quest’effetto è maggiormente esacerbato dall’orientamento politico di chi in una situazione di emergenza dovrebbe fornire aiuto, sembra emerga un quadro molto pericolo per il quale urge un attento e approfondito dialogo e intervento socio-politico.

Sulla base della sua esperienza di ricercatore e  psicologo le vittime omosessuali di violenza domesticachiedono aiuto e sostegno a un esperto nel momento del bisogno?

Purtroppo devo rispondere di no. In base alla mia esperienza come psicoterapeuta ho potuto osservare una forte reticenza nel chiedere aiuto perché vittime o perpetuatori di violenza domestica. È più probabile che tale problematica emerga in una fase più avanzata del processo terapeutico e, quindi, che esso non abbia inizio da una richiesta d’aiuto esplicita inerente una violenza domestica.

Da un lato credo sia un processo di normale protezione come se affrontare una tematica così importante e delicata in Italia necessitasse di una collaudata relazione di fiducia. Dall’altro, però, è necessario chiedersi se esistono luoghi, di qualsiasi forma, adibiti a raccogliere richieste d’aiuto esclusivamente legate alla violenza domestica in una coppia omosessuale. Ancora una volta, a malincuore, devo rispondere di no.

Sussistono al riguardo motivi e meccanismi differenti tra coppie di persone gay e lesbiche?

La difficoltà nel fare ricerca su questa tematica e, quindi, la scarsa presenza di ricerche che possono fornirci un quadro più dettagliato del fenomeno, rende impossibile, ad oggi, delineare specifiche differenze imputabili alle coppie di persone gay e lesbiche. Cedo sia importante concentrarsi non tanto sulle differenze ma sulla gravità di qualsiasi atto di violenza indipendentemente dalla loro forma.

Lei parlava d’un ritardo nel denunciare la violenza subita. Quanto pesa in proposito una cultura etero-sessista e omofoba?

La violenza domestica all’interno di coppie omosessuali sembra particolarmente difficile da rilevare e riportare a causa di diversi fattori che ostacolano la richiesta di aiuto da parte della vittima. Una prima riflessione da fare è che la denuncia di una violenza domestica per un’omosessuale presuppone che il processo di coming out si sia realizzato: le incertezze e la paura nell’affermazione del proprio orientamento sessuale possono ostacolare il processo di denuncia.

Un’ulteriore barriera è sicuramente il contesto eterosessista e omofobo nel quale le coppie omosessuali continuano a vivere. In quale luogo istituzionale un omosessuale vittima di violenza domestica può recarsi senza sentire il peso del proprio orientamento sessuale? Ovviamente legato a questo fattore non può essere ignorato il fenomeno dell’omofobia interiorizzata che può spingere le vittime omosessuali a sottovalutare l’accaduto stesso. Due aspetti connessi che, nonostante i recenti progressi, continuano ad alimentare la condizione di invisibilità sociale del mondo Lgbt esacerbando stereotipi e discriminazioni.

Inoltre, dalla letteratura emerge anche che un altro ostacolo è rappresentato dalla paura che denunciare una violenza domestica getterebbe una luce negativa su tutta la comunità Lgbti che da decenni combatte per il riconoscimento dei diritti. In realtà il quadro è molto complesso. Una serie di ostacoli impediscono la presa in carico di tale problematica. Ma è pur vero che ad oggi, nello specifico sul territorio italiano, non esistono servizi idonei a raccogliere tali denunce e a fornire un adeguato aiuto alle vittime. La strada da fare è lunga e tortuosa.

Sembra necessario però un’attenta analisi del fenomeno e del contesto sociale per riuscire a promuovere programmi di intervento efficaci ed efficienti sia per quanto riguarda le conseguenze psicologiche di una violenza domestica sia per un processo di sensibilizzazione sociale.

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