Lovers, il più antico festival a tematica Lgbt di Europa, avrà inizio a Torino fra pochi giorni: l’inaugurazione avverrà infatti, il 24 aprile, al Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema.

Gaynews ha incontrato Elsi Perino, curatrice della sezione Real Lovers (il concorso internazionale per i documentari) per il festival. Uno dei tanti punti di forza della kermesse cinematografica arcobaleno è, infatti, proprio l’attenzione che dedica al documentario.

Elsi, ci racconti questa sezione?

Real Lovers è il concorso dedicato al cinema del reale che, con Irene Dionisio e tutto il comitato di selezione, abbiamo riportato sugli schermi già dall'edizione del 2017. È una sezione free border, in cui tematiche e nuovi sguardi narrativi sono gli elementi tenuti principalmente in considerazione. La call internazionale ci permette di visionare materiali e istanze molto differenti tra loro, cercando il più possibile di costruire un discorso diversificato e stratificato di significati.

Cerchiamo di fare il punto sullo stato attuale delle cose, immaginando questi titoli come preziosi tasselli di una narrazione su e per la comunità Lgbtqi, ma non solo. Ma guardiamo anche indietro, da dove siamo partiti, per non dimenticare la strada percorsa. Real Lovers è chiaramente la sezione più politica del nostro programma, perchè il vissuto, le istanze e le narrazioni del reale lo sono sempre. 

Quali sono i temi dei titoli selezionati?

Abbiamo cercato di costruire un programma diversificato. Apriamo il concorso con Normaldell'italiana Adele Tulli, fresco di debutto alla Berlinale 2019. Normal è una panoramica tra gli stereotipi che genere e ruoli di genere ci impongono: un lavoro garbato e preciso di osservazione senza giudizio. Sempre dalla selezione Berlinale, proietteremo Lemebel, il Premio Teddy 2019 per il miglior documentario: biografia su Pedro Lemebel, uno dei volti più importanti del movimento Lgbt cileno, che si batteva per i diritti civili contro la dittatura di Pinochet. Lemebel è un manifesto, il ritratto di un pioniere che ci ricorda, nel 50° anniversario dei Moti di Stonewall, il valore fondamentale della militanza.

Sempre in questo senso è stato selezionato An Army of Loversche ricostruisce la storia del movimento Lgbt svedese attraverso le principali pellicole a tematica prodotte in loco, assumendole come parte integrante della militanza. Si continua con un altro ritratto di un personaggio chiave della cinematografia nazionale e internazionale. Abbiamo infatti il piacere di presentare in anteprima internazionale Helmut Berger, my mother and I, un documentario dalla struttura insolita, che intende rimettere Berger davanti alla camera e raccontare con tenerezza ed infinita ironia quella che possiamo definire una personale e strampalata Caduta degli dei. Eye candy decostruisce gli equilibri normativi dell'ambiente del wrestling: la protagonista Yasmin Lander è una giovane wrestler lesbica, che mina alla base le dinamiche di un ambiente sportivo quasi esclusivamente riservato al genere maschile, ritagliandosi con tenacia uno spazio di visibilità identitario. 

Chiude la competizione My family in transition, la storia di una famiglia di una piccola cittadina israeliana profondamente legata alle tradizione, che affronta e supporta il percorso di transizione MtF di un genitore, ridefinendo così convenzioni sociali, ruoli di genere e, coralmente, la propria identità.

Possono il cinema, in generale, e il documentario, in particolare, essere uno strumento per combattere l’omotransfobia?

Possono e sono, a mio avviso, necessari. Non credo nel cinema che offre risposte, sia chiaro, ma sono fortemente sostenitrice e consumatrice – lo dico da spettatore prima che da addetta ai lavori - del cinema che si fa delle domande, che cerca linguaggi, sguardi e tematiche per universalizzare le esperienze e renderle intellegibili. Sostituire le opinioni preventive e porsi in una condizione di ascolto fa sì che si costruisca un punto di contatto: credo che valga più o meno per tutto. Il rispecchiamento o l'empatia vengono subito dopo. Oltre a questo c'è un aspetto che può sembrare retorico, ma non è affatto scontato: le pellicole di genere, tutte e indistintamente, portano sempre con sé un aspetto politico più o meno dichiarato a seconda del tema. E anche questo permette al cinema di essere uno dei mezzi per combattere l'omobitransfobia. 

Un’ultima domanda, magari pleonastica. Ma è vero che a Lovers, da sempre, passano i film “che cambiano la vita”? E che quindi il festival continua a essere necessario?

I film che cambiano la vita, come ti dicevo nelle precedenti risposte, sono tutti quelli che  aggiungono qualcosa all'idea di sé, un pezzo al ragionamento o semplicemente uno strumento. Molti dei miei fondamentali li ho visti proprio grazie al festival: quindi lo confermo. Il Lovers quest'anno compie 34 anni: io l'ho conosciuto prima come semplice spettatrice, poi dal punto di vista lavorativo e credo che il panorama culturale della nostra città (ma non solo, fu il primo italiano e uno dei primi a livello mondiale interamente dedicato al cinema di genere) sia stato per forza di cose contaminato dalla portata politica e intellettuale di un festival come questo.

Un festival di cinema Lgbtqi è un luogo di proiezioni principalmente, ma è anche luogo di incontro e di scambio, di dibattiti e crescita, un momento in cui si aggiunge qualcosa agli immaginari. Viviamo un momento storico in cui i diritti, moltissimi non solo quelli Lgbtqi, sono fortemente messi in discussione. Proprio per questo è necessario mantenere gli spazi di produzione e circolazione di cultura aperti, in ascolto e il più possibile vigili. 

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Il 17 aprile Nicole García Aguilar, donna transgender honduregna, è tornata finalmente libera dopo sei mei di detenzione presso il reparto maschile del Cibola County Correctional Center nel New Mexico.

Sopravvissuta a stupro, tentato omicidio e abusi da parte della polizia honduregna, Nicole era fuggita dal suo Paese nell'aprile 2018 verso gli Stati Uniti, per esservi arrestata da componenti dell’Agenzia federale per la Sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione (Ice).

Nell’ottobre un giudice le aveva riconosciuto il diritto di asilo e lo status di rifugiata. Decisione perà subito impugnata dall’Ice, che, come noto, è un’agenzia dipendente dal Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d'America.

Trasferita presso il Centro di detenzione per migranti della Contea di Cibola, Nicole ha trascorso tre mesi in isolamento e gli altri tre presso un’unità abitativa maschile. Un calvario che, come denunciato dall'American Civil Liberties Union (Aclu), le ha fatto perdere un terzo del suo peso corporeo.

Dopo la chiusura di una struttura specifica per migranti Lgbti nella città di Santa Ana (24 maggio 2017), il Cebola County Center è divenuto luogo di detenzione per migranti transgender senza, però, alcuna considerazione della loro identità di genere. Il 25 maggio 2013 un’altra donna trans honduregna, la 33enne Roxsana Hernández Rodriguez, vi ha perso la vita mentre era sotto custodia dell’Ice. Un’autopsia, condotta nel novembre 2018, ha rivelato come Roxsana fosse stata vittima di violenze e maltrattamenti.

Come noto, l’Honduras, al pari dei confinanti El Salvador e Guatemala, è tra i Paesi coi più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti negli Usa, incontrati due anni fa da Amnesty International, aveva raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. 

Secondo la rete lesbica femminista Cattrachas proprio in Honduras, tra il 2009 e il 2019, sono state uccise 307 persone Lgbti. Di esse 98 erano transgender.

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A poco più di due settimane dalle amministrative in Turchia, che hanno segnato la débâcle dell’Akp (il partito di Recep Tayyip Erdoğan) ad Ankara e Istanbul, passate rispettivamente a guida socialdemocratica e repubblicana, le associazioni locali Lgbti hanno conseguito un significativo traguardo.

Accogliendo il ricorso in appello di Kaos Gl, il 12° Tribunale amministrativo regionale di Ankara ha definito illegale il divieto a tempo indeterminato di pubblici eventi Lgbti, che l’allora governatore Ercan Topaka aveva imposto, il 18 novembre 2017, in nome del decreto legge sullo stato di emergenza. 

Definendo una tale  disposizione «indefinita e ambigua. È necessario garantire sicurezza ai pubblici eventi anziché non permetterli», la Corte ha pertanto revocato il divieto

Viva soddisfazione è stata espressa dai due avvocati di Kaos Gl Hayriye Kara e Kerem Dikmen. Affermando che è obbligo dello Stato riconoscere e proteggere i diritti e le libertà fondamentali delle persone Lgbti, Kara ha dichiarato: «Possiamo dire che la corte ha accettato le nostre motivazioni. Invece di limitare i diritti e le libertà fondamentali per proteggere la pace sociale, è stato affermato che una minoranza vulnerabile deve essere protetta da ogni attacco. Hanno inoltre sottolineato come le forze dell'ordine dovrebbero adottare le necessarie misure di sicurezza anziché divieti».

Plauso è stato espresso da Fotis Filippou, direttore delle campagne di Amnesty International per l'Europa, che ha dichiarato: «Questa è una giornata importante per le persone Lgbti in Turchia e un'enorme vittoria per gli attivisti per i diritti Lgbti. L'amore ha vinto ancora una volta».

Intanto Kaos Gl ha annunciato che il 10 maggio si terrà ad Ankara il Pride. «Invitiamo – così su Fb – tutti coloro, che condividono le nostre richieste di uguaglianza e libertà, di ritrovarsi qui il 10 maggio per stare insieme, dare prova di amore e solidarietà, far crescere la gioia e la speranza».

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Il 5 aprile Pellegrino Mastella, primogenito della senatrice forzista Alessandra Lonardo e dell’ex ministro della Giustizia nonché attuale sindaco di Benevento, si è unito in seconde nozze con Rovena Ceccobelli.

Testimoni al rito civile, celebrato a Roma, Antonio Giacomini, amministratore delegato di Innovaway, e l’imprenditore salernitano Vincenzo Santoro nonché l’armatore Emanuele D'Abundo, indicato in un comunicato locale dai toni panegiristici quale “compare d’anello”.

Ha fatto seguito il ricevimento nuziale presso la sontuosa terrazza dell’Hotel Eden, che, come noto, è di proprietà del sultano del Brunei. Dato, questo, che è stato messo in evidenza dal citato comunicato senza però alcuna menzione di quanto attuato nel piccolo sultanato del Sud-Est asiatico per volontà di quel Hassanal Bolkiah, che ne regge ininterrottamente le sorti dal 1967.

All’antivigilia della cerimonia nuziale sono entrate infatti in vigore le nuove disposizioni del Codice penale, che comminano la pena di morte per stupro, adulterio e, soprattutto, rapporti omosessuali. Ma ancor prima del 3 aprile i media internazionali avevano dato ampio rilievo all’imminente adozione d’una legislazione basata sulla shari’a, che - come affermato da Rachel Chhoa-Howard di Amnesty International, «aveva ricevuto un’ampia condanna già cinque anni fa quando se ne iniziò a discutere».

Ne è seguita un’ondata di protesta globale con interventi di politici, organismi umanitari e celebrità che, a partire da George Clooney e Sharon Stone, hanno lanciato una campagna di boicottaggio proprio dei 9 hotel luxury di proprietà del sultano del Brunei. Tra questi, appunto, anche l’Eden di Roma.

Boicottaggio, cui i Mastella hanno pensato di non aderire forse a fronte degli innumerevoli disagi che la sospensione del ricevimento avrebbe comportato. Sempre che non ci sia stata indifferenza verso «gruppi vulnerabili del Brunei, comprese le persone Lgbti, donne e bambini» o ignoranza di quanto portato alla comune attenzione da media e star del cinema, della musica, dello spettacolo.

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La notte del 6 aprile Forza Nuova Perugia affiggeva uno striscione con la scritta No al festival dell’infamia e della perversione nel capoluogo umbro, dove era in corso il Festival del Giornalismo. A finire nel mirino il giornalista sotto scorta de La Repubblica Paolo Berizzi (minacciato di morte per le sue inchieste sul neofascismo e per il libro NazItalia - Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista, che ieri ha compiuto un anno dalla sua pubblicazione), Vladimir Luxuria e padre Alex Zanotelli.

A pochi giorni dal 25 aprile, alle cui celebrazioni il ministro dell’Interno Matteo Salvini non parteciperà per sua pubblica ammissione, abbiamo raggiunto Paolo Berizzi.

Paolo, quello del 6 aprile è stato uno degli ennesimi attacchi dei forzanovisti alla tua persona. Noti qualcosa di nuovo rispetto al passato?

Null'affatto. Sono i classici attacchi fascisti di Forza Nuova. Per loro tutto ciò che si discosta dal modello di famiglia tradizionale è infamia e perversione. Se si raccontano e si denuncia la loro matrice violenta, per loro - come per altri gruppi neofascisti (CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads) - sei un infame. Oggetto di quello striscione eravamo io, Vladimir Laxuria e padre Zanotelli.

In quello striscione c’è tutta la retorica patetica e la propaganda fascista, che Forza Nuova porta avanti da anni. È un classico loro. Come è un classico loro, l’uscire di notte e attaccare uno striscione nel nascondimento: una modalità vigliacca.

C’è stato, secondo te, in questi anni un crescente interesse da parte della galassia neofascista e neonazista per i temi della famiglia e delle persone Lgbti? Oppure si può parlare di mera continuità?

Bisogna tenere in conto che il loro dogma principale è Dio, patria e famiglia. Dove per famiglia loro intendono quella composta da uomo, donna e figli. Uomo e donna, nello specifico, sono considerati totalmente diversi, ognuno coi propri ruoli. Un ruolo che per la donna, tanto nella società quanto nella famiglia, è subordinato.

È chiaro che c’è stata una brusca accelerazione su questo tema negli ultimi anni. Il Congresso di Verona ha dimostrato come esso sia il cavallo di battaglia dei gruppi neofascisti ma anche dalla Lega, che di fatto è ascrivibile alla galassia dell’estrema destra europea. Non è un caso che tutti gli elementi della suddetta triade siano stati fortemente accentuati. Dio è quello delle associazioni cattoliche ultrareazionarie – si pensi, ad esempio, a Laboratorio Verona –, che si saldano con l’estrema destra e trovano nella Lega una formidabile cerniera. La patria è quella del Prima gli italiani. La famiglia è quella di cui parlavo prima.

Su questi tre temi tali gruppi hanno costruito tutta la loro narrazione e propaganda. Ovviamente chi dissente ed esce da tali binari è considerato una persona pervertita e malata. E questo è tipico del fascista: chiunque la pensi diversamente da loro è un nemico da combattere, un diverso, un malato.

Alla luce della tua esperienza ultraventennale, si registrano in tali gruppi fenomeni di “cameratismo omosessuale” come, ad esempio, avvenne nelle file della Sturmabteilung nazista?

Certo che ci sono: c’erano ai tempi del nazismo e ci sono oggi. Laddove c’è omofobia, ci sono delle identità nascoste e represse. La reazione di conseguenza è un attacco violento e scomposto verso quella che loro considerano una minoranza. Come politici eccellenti di destra, violentemente omofobi eppure omosessuali, so di soggetti militanti in questi gruppi che fuggono dal proprio orientamento sessuale, lo nascondono, lo reprimono (ma non sempre) e poi attaccano violentemente le persone omosessuali.

A fronte d’un numero crescente di raid, spesso anche violenti, di formazioni d’estrema destra e di manifestazioni inneggianti al fascismo credi che si possa parlare di sottovalutazione del fenomeno da parte della magistratura?

Lo noto purtroppo e lo denuncio da tempo. Io credo, e lo dico anche, che oggi l’estrema destra è alla guida di questo Paese. Non lo è ufficialmente ma ufficiosamente grazie anche ad autorevoli esponenti di questo governo, che hanno sdoganato e legittimato i gruppi neofascisti. E, per giunta, usano le stesse parole di questi gruppi a partire dal ministro Salvini. Prima gli italiani è uno slogan di CasaPound. È stato scippato a CasaPound ed è stato fatto diventare una parola d’ordine di questo governo, che è quello più a destra degli ultimi 50 anni.  Per non parlare poi di slogan tipici del Ventennio come Me ne frego, Chi si ferma è perduto, Tanti nemici tanto onore.

Tali gruppi non sono stati solo sdoganati e legittimati ma sono stati dati loro spazi di agibilità politica. È caduta, di fatto, la pregiudiziale rispetto al fascismo. Purtroppo anche pezzi delle istituzioni, come la magistratura ma anche la politica e gli amministratori locali, hanno assunto posizioni blande quando non giustificatorie rispetto a questi fascismi di ritorno. Fortunatamente non tutti. Sono tanti i magistrati che fanno il loro dovere. Penso, ad esempio, al caso di Bari, dove CasaPound è sotto inchiesta per tentata ricostruzione del Partito Fascista.

Per formazione e convinzione io sono uno di quelli che non commenta le sentenze dei magistrati. Ma alcune di esse lasciano non poco perplessi. Non si può, ad esempio, non citare il caso del 29 aprile 2017, quando al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano CasaPound e Lealtà e Azione fecero 1000 saluti romani. Ebbene, il Tribunale di Milano ha sentenziato che quella parata neofascista era stata una mera commemorazione funebre.

Oppure il caso dello stabilimento balneare di Chioggia – da me portato alla pubblica attenzione –, tappezzato di simboli fascisti e di cartelli anche inneggianti alle camere a gas, dove, nel luglio di due anni fa, si tenne davanti a 650 persone un comizio d’esaltazione del Duce e di attacco la democrazia. Per la Procura di Venezia quel comizio era stata un’espressione del libero pensiero. Anche la magistratura ha dunque le sue responsabilità.

Vorrei ricordare che l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando – e lo ha ribadito ultimamente anche un costituzionalista di fama come Gaetano Azzariti – disse che questi gruppi possono essere sciolti. Io ritengo che gruppi come Forza Nuova, CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads vadano sciolti. Gli strumenti ci sono, le leggi ci sono: occorre solo applicarle.

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È stato firmato oggi pomeriggio, nella Sala del Tricolore a Reggio Emilia, il Protocollo operativo per il contrasto all'omotransnegatività e per l'inclusione delle persone Lgbti, che coinvolge il Comune, Arcigay Gioconda, Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, Ufficio scolastico di Reggio Emilia, Tribunale di Reggio Emilia, Provincia di Reggio Emilia, Azienda USL-IRCCS di Reggio Emilia, Istituzione Scuole e Nidi delliInfanzia di Reggio Emilia, Fondazione per lo Sport, Fondazione Mondinsieme, Istituti Penali Di Reggio Emilia – C.C. C.R.

Alla firma erano presenti - oltre al presidente di Arcigay Gioconda Alberto Nicolini e al segretario generale di Arcigay Gabriele Piazzoni - il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, l'assessora alle Pari opportunità della Regione Emilia-Romagna Emma Petitti, l'assessora con delega alle Pari opportunità del Comune di Reggio Emilia Natalia Maramotti e Margherita Graglia, psicologa e psicoterapeuta, formatrice esperta sui temi dell'orientamento sessuale ed identità di genere, coordinatrice del Tavolo per il contrasto all'omotransnegatività e per l'inclusione delle persone Lgbti. 

«Siamo grati alle istituzioni e gli enti – ha commentato Alberto Nicolini –  che hanno capito l’importanza dell’inclusione concreta delle persone Lgbti, per inviare segnali positivi che incoraggino il coming outtra gli utenti e prima ancora tra i propri lavoratori e lavoratrici. Auguriamo a tutte e tutti noi di essere all’altezza dell’esperienza - prima in Italia - di un impegno concreto a tutto tondo, dall’accoglienza delle coppie di genitori gay e lesbiche negli asili (bimbi che già ci sono, nel Reggio Approach) alle carceri che aprono le porte alle associazioni che vogliono portare sostegno alle persone ospitate nella sezione trans regionale a Reggio Emilia.

Arcigay c’è e ci sarà, perché anche nel buio di questi giorni, Reggio sa essere un laboratorio di vita e inclusione. Concludo tuttavia con una domanda: perché Reggio Emilia sì, e Scandiano no? Perché chi abita a Castelnovo Monti, a Piacenza, a Imola non può avere accesso alle stesse buone pratiche? Ecco, con questa firma ci ricordiamo ancora una volta di quanto ci serva la legge regionale contro le discriminazioni Lgbti scandalosamente arenata per giochi ideologici fatti sulla nostra pelle. È tempo di legge, e oggi lo dice Reggio Emilia tutta».

Il Protocollo Operativo nasce nell'ambito del lavoro svolto dal Tavolo interistituzionale per il contrasto all'omotransnegatività e per l'inclusione delle persone Lgbt per limitare questo fenomeno e promuovere il principio di uguaglianza senza discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. 

«Il Protocollo operativo sottoscritto a Reggio Emilia - ha commentato il segretario generale di Arcigay Gabriele Piazzoni - è un esempio di quanto le realtà istituzionali territoriali possano fare molto, cooperando fra loro per il contrasto ad ogni forma di discriminazione. Siamo convinti che il modello Reggio Emilia possa e debba essere esportato in tante altre realtà del nostro paese, la pubblica amministrazione può fare molto per rendere migliore la vita dei cittadini e la realizzazione di connessioni stabili tra servizi, istituzioni e realtà locali è la giusta formula per fare in modo che ciascuno per il proprio settore di azione contribuisca allo sforzo per la piena uguaglianza fra i cittadini».

Il documento impegna gli enti,le istituzioni e le associazioni territoriali di riferimento a condividere e rendere efficaci le azioni d’intervento da attivare per contrastare l’omotransfobia e l’omotransnegatività, tra cui: 

  • l'adozione di un linguaggio inclusivo e rispettoso dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere di ogni persona negli atti, nella modulistica e nella comunicazione interna ed esterna del Comune di Reggio Emilia;
  • l'adozione della misura dell’Alias secondo la richiesta di studenti dell'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e del personale comunale dipendente in percorso di transizione di genere, salvo gli obblighi giuridici di ricorso agli estremi anagrafici ufficiali;
  • il modificare, nel caso dell'Ausl di Reggio Emilia, i questionari di gradimento che possono essere compilati dagli utenti adottando un linguaggio inclusivo dell’identità di genere;
  • promuovere riflessioni e approfondimenti con i Consigli Infanzia Città e con i genitori dei nidi e delle scuole dell’infanzia.

Il documento mira inoltre a creare una sinergia tra i vari livelli istituzionali e i soggetti privati attivi sul territorio per la creazione di una rete finalizzata al contrasto delle discriminazioni, prevedendo anche un piano di azione che contenga strategie e metodologie di lavoro condivise al fine di conoscere e contrastare i vari aspetti del problema con particolare attenzione alla lotta all’omotransfobia/omotransnegatività. 

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«Siamo oltre cento. Le voci girano, ne parlano tutti, insomma se ne parla spesso». E poi ancora: «Mi fa schifo. Sei ridicola. Te la vai a cercare. Al posto tuo mi vergognerei». E infine: «Le persone sono autorizzate a prendervi in giro. La gente non viene a dirvelo per questione di pudore ed io mi sento nel giusto se sparlo di voi».

Queste le parole che sono piovute addosso, domenica scorsa, alla 21enne Luana Strada e alla 27enne Giulia Bellomia, fidanzate ed entrambe dimoranti a Padova presso la residenza universitaria Copernico. A pronunciarle una ragazza, che si è fatta portavoce di oltre centro ragazze, anche loro ospiti della struttura, sdegnate dallo loro storia d’amore

Lo shock per Giulia e Luana è enorme. Ed è Luana a raccontare, tra l’amarezza e la rabbia, l’accaduto su Facebook. 

«Al momento – scrive alla fine del lungo post pubblicato il 17 aprile – non so neanche più per cosa valga la pena vergognarsi, non so più cosa sia la vergogna. Ma non riesco a capire come ci si possa vergognare di mostrarsi senza filtri alla persona amata, come ci si possa vergognare se ogni tanto si scelga di scivolare in un mondo puro, vero, privo di filtri, pieno di bellezza.

Non riesco a capire, fatto sta che il mio corpo si sente sbagliato, in qualsiasi movimento, ed io la mia ragazza proprio non riesco ad accarezzarla. Mi chiedo quanto durerà tutto ciò. Forse chi deve vergognarsi è chi non diffonde l’amore».

A dare ieri ulteriore notizia della vicenda Noemi Fantinato, rappresentante di Udu - Unione degli universitari, presente in mattinata a Palazzo Moroni per la conferenza stampa di presentazione del Padova Pride.

E oggi il deputato Alessandro Zan (Pd) ha così commentato quanto successo: «Fa male leggere questa notizia, di un fatto accaduto nella mia città e per di più in ambiente universitario, che si crede libero e aperto. È solo l’ennesima dimostrazione che l’omofobia è un fenomeno più o meno manifesto, ma ancora diffusissimo. Una legge è urgente, non possiamo più aspettare».

 
 
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Un’«esperienza da incubo» quella vissuta in Egitto. La definisce così a telefono Valentina Viglione, donna transgender napoletana, che dopo 22 anni di vacanze tranquille trascorse a Sharm el-Sheikh ha deciso di non metterci mai più piede.

L’11 aprile Valentina, che, laureata in giurisprudenza nel 1997, ha alle spalle un’esperienza triennale d’avvocatura, si è imbarcata in serata a Capodichino con un amico gioielliere per raggiungere la nota località marina egiziana. Ma, giunta all’aeroporto internazionale di Sharm con tre ore e mezza di ritardo, è successo quanto mai avrebbe immaginato

«Siamo arrivati a mezzanotte e un quarto - racconta al telefono -. Al momento di fare in aeroporto i consueti controlli presso le autorità egiziane di frontiera un addetto ha preso il mio passaporto, sul quale sono registrata col nome maschile e con la mia foto di donna, e si è allontanato. La cosa mi ha fatto subito impensierire, perché in 22 anni non mi era mai capitato. Dopo 20 minuti di attesa ho cercato di chiedere a un poliziotto che cosa succedesse. Ma sono stata allontanata in malo modo con un gesto di mano, mentre mi veniva intimato di aspettare. Io e il mio amico abbiamo atteso un’ora e dieci».

A quel punto è sopraggiunto l’autista del resort Domina Coral Bay, dove Valentina e il suo compagno di viaggio avevano prenotato il soggiorno. 

«Gli ho detto d’informarsi - mi spiega - che cosa stesse succedendo. Lui stesso era meravigliato: mi conosce infatti bene poiché sono anni che vado al Domina. Ha bussato alla porta dell’ufficio preposto. Ma è stato prima allontanato in malo modo, poi richiamato. A quel punto i poliziotti gli hanno fatto alcune domande: se ero operata e se ero fidanzata o sposata con l’uomo che mi accompagnava».

All’uscita l’autista ha cercato di tranquillare Valentina col dirle che era una mera questione burocratica. Ma, quando l’agente le ha riconsegnato il passaporto, per comunicare che il permesso di soggiorno era stato accettato, la donna, stremata anche dall’attesa prolungata e dalla paura, ha gridato che non voleva restare ma rientrare in Italia.

«So di aver agito d’impulso ma a quel punto è iniziato l’incubo. L’agente mi ha strappato di mano il passaporto e ci ha fatto ripassare la dogana. A quel punto è sopraggiunta una camionetta con quattro poliziotti, che ci ha caricato a bordo. Ho cercato di chiedere dove ci stessero portando ma un agente mi ha intimato di stare zitta. Abbiamo fatto circa un km di strada al buio e siamo arrivati al terminal 2: un terminal dismesso, corrispondente alla vecchia area aeroportuale, trasformato in uffici della polizia.

Giunti sul luogo, i poliziotti ci hanno entrare nella struttura: abbiamo fatto una rampa di scale e siamo stati rinchiusi in mezzo quadrato di stanza, divisi l’una dall’altro da un separé. Siamo rimasti lì fino alle 9:30 del mattino. Non potevamo andare in bagno o fumare se non dopo aver chiesto il permesso. Abbiamo temuto il peggio».

Poi alle 9:30 l’annuncio che sarebbero stati rimpatriati col primo volo disponibile per Napoli, quello delle 14:40.

«Ci sono venuti a riprendere - continua Valentina - con la camionetta. In aeroporto hanno voluto rifare i controlli e abbiamo dovuto subire l’umiliazione di essere scortati da un agente armato fino al gate sotto gli occhi di tutti, soprattutto di passeggeri napoletani. E, per giunta, senza neppure la possibilità di poter andare in bagno».

Quel giorno stesso la sorella di Valentina, anche lei di casa a Sharm el-Sheik («ci va da 39 anni – spiega a telefono – e per alcuni ha posseduto anche una casa in loco, prima di venderla»), aveva un volo prenotato per la località egiziana. Ma alla luce di quanto successo non voleva più partire.

«L’ho tranquillizzata e le ho detto di andare, avendo lei speso un’enorme somma di denaro. Ho anche aggiunto che mi sarei informata presso l’ambasciata se ci fosse qualcosa a mio carico e, in caso contrario, l’avrei raggiunta».

Avute rassicurazioni al riguardo tramite il suo avvocato e un amico egiziano Samer, che, sposato con una napoletana, gestisce a Sharm il ristorante Made in Sud, l’altroieri Valentina ha deciso di ripartireMa, giunta in aeroporto, ha rivissuto, questa volta da sola, la stessa drammatica esperienza, benché non avesse minimamente reagito.

È stata nuovamente fatta salire sulla camionetta tra gli sberleffi e le risate degli agenti, che si toccavano ripetutamente le parti intime. Quindi condotta al terminal 2, dove è stata costretta a portare da sola lungo una rampa di scala le sue valigie. Cosa che le ha procurato la frattura di un dito. Ma, poi, alle 04:00 del mattino, rimpatriata in tutta fretta con un volo per Bologna mentre in aeroporto era sopraggiunto il console italiano dietro segnalazione della Domina.

Quanto successo a Valentina è da inquadrarsi nel quadro più ampio delle vessazioni che le persone Lgbti subiscono da alcuni anni in Egitto, dove, ad esempio, il 7 marzo la 19enne transgender Malak al-Kashif è stata arrestata, condotta in un carcere maschile e sottoposta a test anale forzato.

Dura condanna dell’accaduto è stato espresso da Loredana Rossi, fondatrice e vicepresidente di Atn, di cui Valentina è socia: «È inaccettabile quello che è successo. A nome di tutta Atn esprimo solidarietà e vicinanza a Valentina.

Voglio ricordare, come ha rilevato ultimamente l’Ilga, che, pur non essendoci delle chiare leggi al riguardo, l’Egitto è un Paese dove di fatto l’omosessualità e la transessualità sono punite come reato. Chiediamo pertanto al Governo di mobilitarsi seriamente presso le autorità locali perché facciano chiarezza.

Nel frattempo invitiamo le agenzie di viaggio a informare debitamente le persone Lgbti, che si recano in Paesi dove corrono seri pericoli per leggi omotransfobiche. Perché quello che è successo a Valentina non si ripeta per altre».

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Sulla nuova ondata di arresti e torture di persone Lgbti in Cecenia il deputato Alessandro Zan (Pd) aveva indirizzato, il 17 gennaio, un’interrogazione parlamentare al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi. Interrogazione cofirmata dagli omologhi di partito Roberto Giachetti, Luca Rizzo Niervo, Francesca La Marca, Enza Bruno Bossio, Martina Nardi, Angela Schirò, Antonella Incerti, Stefania Pezzopane, Lucia Ciampi, Maria Chiara Gadda.

Il 22 marzo è arrivata la risposta scritta della Farnesina a firma della viceministra pentastellata Emanuela Claudia Del Re

Eccone il testo: «La lotta contro ogni forma di discriminazione, anche in base all'orientamento sessuale e all'identità di genere, costituisce una delle direttrici dell'azione internazionale dell'Italia nel settore dei diritti umani e figura fra le priorità del mandato italiano nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per il triennio 2019-2021. 

Per questo seguiamo con particolare preoccupazione la questione delle discriminazioni, anche basate sull'orientamento sessuale, nella Federazione Russa e soprattutto i recenti casi di gravi violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali ai danni delle persone LGBT+I in Cecenia

Fin dalla ripresa delle segnalazioni a dicembre 2018 da parte di media russi, abbiamo condiviso e sostenuto le principali iniziative avviate a livello internazionale e locale, anche in coordinamento con le istanze dell'Unione europea, per accertare i fatti nella convinzione che sia necessario fare piena luce sulla vicenda.

Più nel dettaglio, abbiamo concorso con i partner dell'Unione europea alla formulazione di un intervento congiunto sui tema al Consiglio permanente dell'Osce. In tale dichiarazione, confermando la nostra profonda preoccupazione per quanto sta avvenendo in Cecenia ai danni di persone LGBT+I, abbiamo ribadito l'appello alla federazione russa affinché conduca indagini tempestive, efficaci, approfondite e garantisca la consegna alla giustizia dei responsabili o complici di tali atti.

Sempre in ambito Unione europea, l'Italia continua a sostenere il mantenimento di canali di dialogo diretti fra la delegazione Unione europea a Mosca e l'Ombudsperson russo, incoraggiando anche contatti dell'Unione europea con il consiglio presidenziale per i diritti umani, principale organo consultivo di settore dell'amministrazione presidenziale russa. 

In ambito Onu il nostro Paese è intervenuto sul tema delle discriminazioni nella federazione russa anche nel corso dell'ultimo esercizio di revisione periodica universale cui si è sottoposta la Russia a maggio 2018. In tale occasione, abbiamo formulato una raccomandazione affinché adotti misure concrete per combattere tutte le forme di discriminazione, incluse quelle basate sulla religione e sull'orientamento sessuale. 

Continueremo a monitorare gli sviluppi della vicenda in Cecenia, nella consapevolezza che sia estremamente grave che vi siano contesti nei quali le persone vengano discriminate, i loro diritti vengano negati o addirittura esse siano fatte oggetto di violenze a causa del proprio orientamento sessuale».

Della risposta della Farnesina, di cui solo oggi è stata data comunicazione ad Alessandro Zan, lo stesso deputato padovano ha dato una sua breve valutazione su Facebook: “In gennaio ho presentato una interrogazione al ministro degli Esteri sulle persecuzioni contro la popolazione #lgbt in #Cecenia. Finalmente è arrivata la risposta del governo: tante belle parole, ma pochissimi fatti.

Di fatto è stato sottolineato, com’è ovvio, che l’Italia ha seguito le linee dell’Unione Europea e dell’Onu su queste palesi violazioni. Nessun impegno diretto del nostro Paese contro la #Russia di Putin amico di Salvini (di cui la Cecenia fa parte) per tutelare i diritti umani. Continuerò a vigilare perché il governo italiano intervenga con più decisione”.

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Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti hanno presentato un esposto ad Antonello Soro, Garante per la tutela della privacy, chiedendo di attivarsi contro il decreto, che firmato dai ministri Matteo Salvini (Interno), Giulia Bongiorno (Pubblica Amministrazione) e Giovanni Tria (Economia), prevede sulla carta d’identità di minori il reintegro della dicitura 'padre' e 'madre' al posto di quella di ‘genitori’.

La richiesta invita nello specifico l’Autorità Garante a impugnare - sulla base dei nuovi poteri attribuitigli dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdrp) - dinanzi all’autorità giudiziaria il provvedimento ministeriale, che viola più disposizioni del Codice in materia di tutela dei dati personali. Tali violazioni erano state già rilevate, in parte, dallo stesso Garante nel parere negativo, da lui espresso il 31 ottobre 2018, sull'ipotesi di decreto che il Governo gli aveva sottoposto.

Le due associazioni hanno deciso di contrastare così l’iniziativa del ministro dell'Interno, che ritengono essere stata adottata con l'unico scopo di discriminare i bambini e le bambine che hanno genitori dello stesso sesso, costringendo questi ultimi a dichiarare il falso nella compilazione dei moduli per richiedere la carta d’identità elettronica.

«Ci siamo rivolti al Garante della Privacy - così l'avvocato Mario Di Carlo, socio di Rete Lenford - in quanto è l’Autorità preposta a garantire il corretto trattamento dei dati personali e quindi anche quelli della carta d'identità. L’illecito trattamento dei dati personali commesso da un ministero non può infatti essere trattato in maniera meno rigorosa di quello commesso da un’impresa o da un’agenzia».

Inoltre «le norme primarie di riferimento, come il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps), già quasi dieci anni fa - continua Di Carlo - recavano l'indicazione di 'genitori', incorporando una visione inclusiva che prende atto dell'evoluzione del diritto di famiglia e del ruolo genitoriale. E non si capisce perché oggi la prassi, contro il dettato normativo, debba imporre nomenclature che non riconoscono correttamente l'identità e le relazioni sociali dei minori».

Gianfranco Goretti, neopresidente di Famiglie Arcobaleno, e Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, hanno dichiarato: «Questo esposto è solo il primo passo di una battaglia che porteremo avanti per abbattere un decreto che il ministro dell’interno sa benissimo essere illegittimo.

Proviamo profonda disistima nei confronti di un Governo incapace di rispondere alle reali esigenze di tutte le famiglie e che concentra invece le proprie energie nell'adozione di atti discriminatori che non migliorano la vita di nessuno, ma alimentano odio ed esclusione».

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