Gentile Direttore,

     Le scrivo a nome mio personale e dell’intera redazione di Gaynews, quotidiano online Lgbti da me fondato nel 1998, in riferimento ai numerosi articoli che Il Mattino ha dedicato alla morte di Vincenzo Ruggiero. Fa piacere constatare l’attenzione e la solerzia con cui i giornalisti di codesta testata hanno seguito e continuano a seguire una vicenda così dolorosa, di cui restano ancora da chiarire numerosi aspetti.

Nello stesso tempo non si può non rilevare con preoccupazione e rammarico la scelta adottata nel titolare i relativi articoli. Si va da “delitto gay” a “delitto a sfondo omosessuale”, dal “giallo del gay ucciso per gelosia” a “uccide un gay e lo butta in mare. «Stava con la mia ragazza trans» fino a “raptus della gelosia, gay ucciso. L’assassino è l’amante di una trans”.

È vero che espressioni similari sono state adottate anche da agenzie di stampa e da altri quotidiani nazionali. Ma, nel caso dell’omicidio d’un ragazzo campano, Il Mattino assurge a un ruolo principale nel servizio d’informazione in quanto storico giornale napoletano.

Ora non è ammissibile che nel 2017 la testata fondata da Scarfoglio e Serao riproduca nella titolatura un lessico scandalistico e discriminatorio degno d’una narrazione giornalistica degli anni ’50 del secolo scorso. Non esiste un delitto gay o a sfondo omosessuale come non esiste un delitto etero o a sfondo eterosessuale, di cui d’altra parte nessun giornale si sognerebbe mai di parlare. Le persone omosessuali e transessuali non possono continuare a essere considerate un mero oggetto per alimentare la morbosa curiosità dei lettori o per ottenere un numero maggiore di click. Né tanto meno è accettabile che si parli genericamente d’un gay e al contempo d’una trans sì da favorire quel clima d’omotransfobia purtroppo ancora imperante. Per di più parlare di “delitto gay” fa passare il messaggio che la vittima in qualche modo se l’è cercata, che è comunque corresponsabile di ciò che è successo con un sottofondo di omofobia nemmeno tanto velato.

Ben diverso e giustissimo è invece ricordare l’appartenenza della vittima alla collettività omosessuale al pari del suo attivismo Lgbti ma mettendone primariamente in luce la sua identità. A essere stato ucciso non è un gay ma Vincenzo Ruggiero, attivista gay. Una scelta lessicale come quella operata da Il Mattino è non solo un’offesa alla memoria del 25enne di Parete ma quasi una seconda uccisione attraverso le parole. Uccisione morale che coinvolge ciascuno e ciascuna di noi, in cui Vincenzo vive e continua a lottare.

Nell’attesa d’un suo riscontro, la salutiamo cordialmente.

 

Franco Grillini, direttore di Gaynews

Francesco Lepore, caporedattore

Redazione

Elisabetta Cannone

Rosario Coco

Claudio Finelli

Alessandro Grieco

Valerio Mezzolani

Alessandro Paesano

Rosario Murdica

Michele Sacco

Marco Tonti

 

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Negli ultimi giorni si sta assistendo a un ampio quanto immaginabile clamore mediatico intorno all’omicidio di Vincenzo Ruggiero. La rete è stata investita da un vero e proprio tsunami di solidarietà per il 25enne di Parete e indignazione nei riguardi dell’assassino Ciro Guarente. Soprattutto in riferimento alle modalità con cui l'ex militare ha massacrato e nascosto il corpo del giovane attivista Lgbti napoletano. 

Anche i giornali si sono preoccupati di raccontare in maniera costante e capillare le evoluzioni delle indagini, narrando talora in tempo reale e in modo costante i diversi passaggi dell'azione criminale. Al di là dei titoli scorretti e inaccetabili di alcuni quotidiani, a partire da Il Mattino - in cui morbosità e lessico inappropriato hanno raggiunto vette imbarazzanti –, una certa polemica ha diviso la rete tra il comportamento che si dovesse adottare nei confronti del fatto di sangue. E su come si dovesse presentare.

Ecco, se da un lato è comprensibile lo strazio degli amici e di chi gli era vicino – strazio che suggerisce di associare al dolore una forma di contegnoso silenzio –, dall'altro è indispensabile ricordare che proprio in virtù dell'attenzione mediatica sollevata da associazioni come Arcigay Napoli e quotidiani come Gaynews, si è riusciti a operare una sorta di pressione sugli inquirenti e si è riusciti a penetrare il mistero in cui era avvolto, fino a qualche giorno fa, la drammatica storia di Vincenzo. Pressione operata da Arcigay Napoli e Gaynews non perché si volesse ricondurre il caso Ruggiero a un caso di omofobia o perché fosse importante marcare l'orientamento sessuale della vittima, ma perché Vincenzo era conosciuto, stimato e amato dalla collettività Lgbti napoletana di cui era fieramente parte. Ed è proprio dalla collettività Lgbti che è giustamente arrivato un input decisivo alle indagini. 

Dunque si dovrebbe riconoscere come non sia possibile chiedere ai media di far calare il silenzio – foss'anche per ragioni di dolore – sulla morte di Vincenzo. Se ciò fosse avvenuto, oggi Ciro Guarente non sarebbe in stato di arresto e, se ciò dovesse avvenire nell'imminente futuro, non sapremmo né il vero movente dell'omicidio né possibili complicità.

Perché, parliamoci chiaro, davvero si può credere all'omicidio passionale? Davvero si può credere che Ciro fosse geloso dell'amicizia tra Vincenzo e Heven? Davvero si può credere che Ciro Guarente, ragazzo esile e alquanto basso di statura, abbia caricato da solo valigie e corpo, abbia ordito da solo l'agguato a Vincenzo (perché di questo si tratta, no?), abbia da solo premeditato il fitto del box auto a Ponticelli dal 7 al 9 luglio per nascondervi il corpo di Vincenzo, abbia da solo sezionato il cadavere, labbia da solo ricoperto il tombino di cemento e da solo vi abbia versato l'acido per nascondere ogni traccia? 

E si può credere che nessuno abbia aiutato Ciro Guarente in queste operazioni decisamente complicate? Nessuno abbia visto? Nessuno abbia sentito? Nessuno abbia subodorato alcunché? E si può credere che tutto ciò sia avvenuto in una situazione pacificata, in cui un picco di gelosia scatena violenze inaudite gestite con inaudita freddezza?

Come invece non immaginare scenari differenti e ancora sconosciuti? Perché Ciro Guarente ha premeditato in maniera così atroce l'omicidio di Vincenzo? Perché ha depistato gli inquirenti con la storia del cadavere gettato nel mare? Perché ha utilizzato una modalità camorristica per disfarsi dello stesso? Perché la simulazione dell'allontanamento volontario è stata avallata anche in sede di denuncia? Dove sono le valigie con cui Vincenzo si sarebbe allontanato? E cosa è stato rinvenuto dei suoi effetti personali? E nell'abitazione, in cui è avvenuto l'agguato e in cui la vittima ha certamente già trovato il suo assassino (da solo o con un complice) è possibile che non ci sia alcuna traccia di colluttazione o di violenza? I vicini che cosa hanno sentito? Cosa hanno visto? 

Queste sono solo alcune delle domande che mi vengono in mente. Che vengono in mente a tutte e tutti. Ecco, senza i media che danno risalto a casi come questo, queste stesse domande resterebbero probabilmente soffocate nel silenzio. Senza risposte concrete.  Allora ben vengano appelli, lettere aperte e denunce all'Ordine dei giornalisti per quelle testate che offrono una narrazione morbosa delle storie Lgbti, utilizzando un lessico inaccettabile, offensivo e "preistorico". Ma mai, mai e poi mai chiedere ai media di tacere

Chi tace è sempre complice del più forte. Del violento. Di chi occulta la verità. Di chi, in maniera reticente, vive nel crimine. E al crimine, al proprio crimine, cerca di sopravvivere con la menzogna e la falsità. Quella falsità e quella menzogna, il cui velo dobbiamo  definitivamente sollevare da questa storia assurda. Perché Vincenzo non può e non deve morire una seconda volta nelle bugie e nei segreti di una società che, nel silenzio, continua a generare molti, troppi, insospettabili mostri.

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