Eravamo verso la fine degli anni '80 del secolo scorso. Mi accingevo, dopo la laurea in medicina e chirurgia e le specializzazioni in pediatria e in igiene e medicina preventiva conseguite presso l'università di Padova, a iniziare un nuovo percorso accademico per conseguire la terza specializzazione. Quella, cioè, in psicologia e sessuologia presso la scuola per la Formazione e la Ricerca in sessuologia diretta a Genova dalla didatta formatrice professoressa Jole Baldaro Verde, prima donna in Italia allora sessuologa e psicoterapeuta.

In quel periodo ero ancora un "velato" e pur non "esprimendomi" mai in termini ortodossamente eterosessuali nel linguaggio e nei gesti, cercavo comunque di far trasparire il meno possibile di me stesso e delle mie inclinazioni ovvero della mio vero orientamento sessuale. La mia didatta formatrice mi aveva perfettamente capito ma aspettava che fossi io stesso a manifestarmi. Pensò di agevolare il mio coming out affidandomi, come allievo della scuola in questione, la collaborazione nello stilare le perizie per rendere attuabile la correzione chirurgica del sesso (Ccs), come allora si chiamava la serie di interventi medico-chirurgici cui venivano sottoposte le persone in transizione.

Fu in quel periodo che ebbi modo di parlare più volte con Marcella Di Folco, che a noi, come scuola per la Ricerca e la Formazione in sessuologia, si rivolgeva per vari motivi. Vale a dire:

- per cercare, come Presidente del Mit, di trovare nuove attività e nuove energie innovative per il Movimento da rifondare; 

- per trovare idee e conferme in vista dell'apertura del Consultorio per l'identità di genere, che, a Bologna, sarà il primo consultorio al mondo coordinato da persone trans. 

Marcella, però, inviava soprattutto al nostro centro persone "in transito" per la perizia che avrebbe loro permesso il successivo iter chirurgico.

Con me Marcella è stata sempre una persona estremamente distinta ed educata. Forse fin troppo riservata (mi vedeva troppo maschio!!?? ) ma comunque sempre pronta al sorriso discreto e direi a volte malizioso, che mi faceva sussultare non poco. Mentre con la mia didatta formatrice, che conosceva da parecchio tempo, Marcella era molto più loquace e disinvolta.

Se penso a Marcella, la ricordo, attraverso i sensi, come un soffio di profumatissima cipria Coty, come una dolce soave melodia sulle note della celebre Anonimo Veneziano di Stelvio Cipriani, come una luminosa stella cadente ricca di sogni e di promesse. Provo forti emozioni nell'evocare questi ricordi nello struggente tentativo di riesperimentare le stesse vaghe ed intense emozioni che mi facevano trasalire e sussultare quando parlavo con lei. Quando parlavo con te, Marcella.

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In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

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Le persone trans continuano a subire doppia discriminazione spesso anche a opera di alcuni media. I recenti casi dello stupro di Rimini e del decesso di Carlotta nel Salento – entrambi legati a due donne transgender – sono stati ancora una volta narrati con termini stereotipici e offensivi dell’identità di genere delle interessate come l’utilizzo del maschile “un trans”.

Doppia discriminazione, che vede talora responsabili anche le persone Lgb. Risale solo ad alcune settimane fa l’accesa polemica relativa alle posizioni “separatiste” o “essenzialiste”, che dir si voglia, di ArciLesbica Nazionale cui hanno fatto eco le dichiarazioni di qualche femminista. Posizioni atte a rimarcare una sorta di necessaria rivendicazione di “spazi politici” separati tra donne cisgender e donne transgender.

La querelle, come abbiamo raccontato anche dalle colonne di Gaynews, ha suscitato la reazione sia di alcuni circoli provinciali di ArciLesbica sia di una leader storica del movimento transessuale taliano quale Porpora Marcasciano.

Per restare nel solco della stessa discussione, Gaynews ha deciso di raccogliere la testimonianza di un’altra esponente di spicco del movimento trans, cioè Roberta Ferranti.

Roberta, cosa ne pensi della posizione di chi rivendica l’urgenza di distinguere e separare spazi politici dedicati alle donne cisgender da quelli dedicati alle donne trans?

Fare queste distinzioni mi sembra ridicolo. La scelta di essere una donna è una scelta ben precisa per una donna trans. Io rifiuto completamente la mia mascolinità. Con le femministe abbiamo avuto spesso delle incomprensioni perché, casomai, non accettavano la nostra scelta, senza dubbio rivoluzionaria, di voler far parte del mondo femminile. Quando facevamo le proteste a Roma, a pochi metri dalla sede dell’Udi (Unione donne italiane), nessuna ci veniva ad aiutare. Non si affacciavano neppure alla finestra. Del resto, è capitato anche a me di sentirmi dire da una donna cisgender che non sono una vera donna. E perché? Perché non posso procreare?

Invece, bisognerebbe che tutti tenessero ben presente che per una donna transessuale come me la scelta di entrare a far parte del mondo femminile è una scelta molto seria e consapevole perché non è facile rinunciare alla virilità e al potere che questa può conferire in una società maschile e maschilista.

Cosa ricordi delle prime lotte delle persone trans?

I ricordi sono veramente tanti ma ho a cuore la figura di Gianna Parenti, che collaborò alla fondazione del Mit. Col passare degli anni, poi, il Mit si è sempre più giovato del ruolo di Porpora. È stata lei, a mio parere, quella che ha sempre creato le situazioni più interessanti dal punto di vista sia politico sia culturale.

Di Marcella Di Folco, predecessora di Porpora Marcasciano alla guida del Mit, che ricordo hai?

Marcella non partecipava alla lotta in maniera molto attiva perché era un’attrice e non voleva “mischiarsi” troppo con proteste e sit-in. Poi si è presa dei meriti, facendo certamente delle cose molto importanti.

Nella recente polemica qualche femminista della differenza ha sostenuto che è anche merito proprio se nel 1982 fu approvata la legge 164 relativa alla riattribuzione anagrafica di sesso. Cosa ne pensi?

Sarà anche vero ma, in ogni caso, ultimamente leggo di persone che si caricano di successi e traguardi per il cui raggiungimento non hanno davvero fatto nulla.

Cosa pensa, infine, Roberta Ferranti della gpa, altro motivo di grande conflitto in seno al mondo femminile e femminista?

In linea di massima sono d’accordo. Se si fa con amore, con generosità, col consenso informato delle parti e senza sfruttamento della donna gestante, non vedo davvero quale sia il problema.

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Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

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A pochi giorni dalla polemica suscitata dagli appelli alla sobrità durante il Basilicata Pride abbiamo incontrato Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e voce libera della collettività Lgbti.

Porpora, nel tuo libro Antologaia ti racconti e racconti un’epoca nella quale il senso di lotta di liberazione e d’uguaglianza per le persone Lgbti passava  attraverso la grande voglia di vivere per quello che si è e non per quello che gli altri vorrebbero che fossimo. Oggi  è ancora cosi? O il fabbisogno di omologazione è più forte perché è più rassicurante?

Il mio sforzo in Antologaia è stato quello di ricercare un continuum tra quella dimensione e l’attuale. Sarebbe assurdo che non ci fosse continuità, perché se così fosse neanche lo avrei scritto. In quel periodo noi tutte non avevamo nulla da perdere: tutto era in costruzione. Come scrivo nel libro – “non conoscevamo il futuro ma ci piaceva immaginarlo” -, uscendo da una storia di negazione, il futuro era nelle nostre mani e per questo lo costruivamo secondo la nostra visione, i nostri bisogni, le nostre fantasie. Tutto questo si chiama costruzione di senso. A mio avviso oggi quella costruzione la stanno facendo altri al posto nostro (la morale, la politica, il mercato) dando quindi il loro  senso, la loro visione, la loro morale. Possono sembrare concetti antiquati o vuoti, ma di questo si tratta. L’omologazione è purtroppo una tendenza in atto. Tanto in atto che neanche ce ne rendiamo conto. L’aspirazione ad avere una vita soddisfacente e dignitosa coincide purtroppo con l’uniformarsi a modelli che non possono e non potranno mai considerarci poiché sono la negazione stessa della nostra esperienza. 

C’è chi dice che il tempo di  “mostrarsi “ per ottenere diritti è passato. I Pride non hanno più necessità di culi e tette al vento? È proprio cosi?

Può darsi, ma la storia ci insegna che non sempre l’evoluzione corrisponde al progresso o, meglio, non sempre l’andare avanti comporta un automatico avanzamento sociale culturale, politico. Non è antagonismo il mio, ma realismo storico. Perché sia vero il contrario, tutte noi dovremmo essere più presenti, attive, vigili e non dare per scontato cose che scontate non sono. Forse è un mio limite ma non riesco a vedere oggi un orizzonte rassicurante. Del resto basta affacciarsi alla finestra. La sessualità, il genere, il corpo sono da sempre campi di battaglia su cui si decidono politiche e persino guerre. Non vedere questo è, a mio avviso, grave e irresponsabile. Nella nostra visione e percezione ci fermiamo di solito agli ultimi 40 anni, quelli della liberazione. Ma la storia è molto più ampia e ci dice altro. Se non ne prendiamo atto e agiamo, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Del resto si tratta della nostra vita.

Per Porpora Marcasciano che cosa è la libertà  dei corpi? E oggi, dopo la legge  sulle  unioni civili, ha ancora senso parlarne?

La libertà è libertà dei corpi. Attraverso il corpo possiamo capire e interpretare il mondo. Questo non è però scontato. Le trasformazioni sono spesso invisibili, impercettibili, insidiose e ce ne rendiamo conto solo quando è troppo tardi. Continuando a castigare il corpo secondo una tendenza in atto, lo ricollochiamo esattamente nelle paludi da cui lo avevamo tratto in salvo. Le opinioni a proposito possono divergere, è normale, ma a una visione attenta non può sfuggire un moralismo strisciante e un’omologazione imperante che stanno ricastigando il corpo, la sessualità, il desiderio. Non permettiamo che siano i posteri poi a dirlo: sarebbe una brutta cosa. Facciamolo noi con uno sforzo intellettivo prima ancora che intellettuale: guardiamo la storia, quello che ha prodotto e quello che, purtroppo, produce.

Siamo nate con la liberazione, l’emancipazione, la rivoluzione. Cerchiamo di non collocare questi concetti nella dimensione del passato. Attualizziamoli perché, se non lo facciamo noi, ci sono infinite “sentinelle” che lo faranno. La liberazione non è datata ma in atto: è qualcosa che procede e non va fermata, è movimento.

C’è, secondo te, transfobia nel mondo Lgbti? Non parlo di quella  interiorizzata ma di quella palese. E, se c’è, come si manifesta?

Sarebbe semplicistico vedere la transfobia solo come atto di violenza e sopraffazione fisica. Essa è un prodotto culturale ed è radicata nel nostro sistema che, diciamolo, è transfobico, omofobo, razzista, classista poiché mette al centro dell’universo il proprio modello. Quel modello lo abbiamo interiorizzato e viene fuori quando meno ce lo aspettiamo: nei rapporti sessuali, politici, di amicizia e di movimento. Questo il motivo per cui le persone trans sono sempre escluse e restano le ultime. Fatta esclusione degli odierni Pride, dove finché si tratta di folklore va bene, quando mettiamo in discussione i cardini scoppia la bagarre.

Se tu dovessi indicare un poeta, uno scrittore o uno scienziato che ha fatto della non conformità la pietra centrale del suo genio, a chi penseresti?

Non è uno solo, ma diversi. E al primo posto non voglio mettere un uomo ma una trans. Quindi secondo la mia costruzione di senso, metterei Sylvia Rivera poetessa della ribellione, Mario Mieli poetessa della liberazione, Roberta Ferranti grande maestra di vita. Imprescindibili per me sono Michel Faucault, Pier Paolo Pasolini, Jean Genet. Da soli potrebbero darci la cassetta degli attrezzi per interpretare e cambiare il mondo. 

Vorrei chiudere  questa intervista con un pensiero rivolto a Marcella di Folco. Secondo te cosa griderebbe con il suo vocione  in piazza oggi  dopo l’emanazione della legge sulle unioni civili?

Marcella, anzi Marcellona, è il simbolo stesso della fisicità. In lei erano racchiuse tutte le identità negate: per questo le interpretava, le esternava e ce le sbatteva in faccia. Marcella aveva un’intelligenza sopra la norma, sapeva bene cosa dire, cosa fare e cosa chiedere in quel momento. La sua voce imperiosa era voce di movimento contro tutti i moralisti e i finti alleati. E ci ricorderebbe tutto ciò.

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