È iniziata oggi con un’ulteriore gigantografia, come quella contro la legge 194, la campagna nazionale che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) «per il diritto dei bambini a una mamma e un papà», durerà 15 giorni.

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano, Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani uomini raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato e individuati quali genitore 1 e genitore 2. Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

La campagna è finalizzata, nella mente degli organizzatori, a reagire all’iniziativa di sindaci e sindache che hanno disposto la registrazione anagrafica di bambini quali figli di due papà (benché si voglia condannare anche quella di figli di due mamme, dimenticando altresì che la gpa è una pratica cui ricorrono al 90% coppie eterosessuali sterili). A novembre toccherà infatti proprio alla Cassazione pronunciarsi sulla trascrizione d'una atto di nascita estero avvenuta a Trento.

Non sono mancate reazioni all'affissione dei manifesti, uno dei quali è stato strappato a Roma. Gesto che Pro Vita ha subito bollato con aria vittimale «l'intolleranza dei "tolleranti"».

L'iniziativa ha riscosso il plauso di Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Massimo Gandolfini, Diego Fusaro, che sono ricorsi ai motivi della «trasgressione non legiferabile», della «compravendita dei bambini», dello «sfruttamento della donna», della «disumanizzazione del nascituro».

«La nostra iniziativa - ha dichiarato Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell'utero in affitto, perché noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono».

Gli ha fatto eco Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia, col dichiarare: «L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano, perché sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l'utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma».

Nel giugno scorso proprio Generazione Famiglia aveva presentato, insieme con Fondazione CitizenGo (con la quale aveva anche chiesto via mail donazioni per «le spese non indifferenti» delle consulenze legali), cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Non senza una confusione terminologica e concettuale - di cui si è dato nuovamente prova oggi nel comunicato stampa della campagna #Stoputeroinaffitto - da parte delle stesse associazioni ricorrenti, dal momento che l'iscrizione anagrafica di figli o figlie di coppie omogenitoriali riguarda unicamente quelli o quelle di due mamme.

Per quanto riguarda figli o figlie di due uomini, invece, si tratta sempre di trascrizione di atti di nascita esteri come nel caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro), che Generazione Famiglia e Fondazione CitizenGo si ostinano ignorantemente a far passare come iscrizione anagrafica.

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Dopo aver ieri incontrato Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, e Federico Sboarina, sindaco di Verona, Toni Brandi, Massimo Gandolfini, Jacopo Coghe, rispettivamente presidenti di Pro Vita onlus, Comitato Difendiamo i nostri figli e Generazione Famiglia, e Brian Brown, presidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, hanno stamani incontrato a Roma Matteo Salvini e Lorenzo Fontana.

Ad accompagnarli il senatore leghista Simone Pillon, il cui ddl sull’affido condiviso si appresta a essere oggetto di oltre 120 audizioni in Commissione Giustizia.

Motivo degli incontri il World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo 2019 e che sarà appunto organizzato dalle tre associazioni promotrici del Family Day sotto la guida di Brian Brown.

Nel riceverli, il ministro dell'Interno ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di ospitare le famiglie del mondo a Verona: questa è l'Europa che ci piace». A lui Brown ha chiesto «di riflettere tutti assieme sul sostegno da dare alle famiglie e l'Italia, per la sua storia, è il luogo più adatto per farlo».

Anche il ministro per la Famiglia e le Disabilità si è detto «fiero di ospitare in Italia, e a Verona in particolare, le famiglie di tutto il mondo. La famiglia sarà per noi l'asse dell'Europa del futuro».

Al termine dei due incontri Gandolfini, Coghe e Brandi hanno visto nella giornata di oggi «un segno che il vento in Europa sta cambiando. Sta crescendo l'attenzione su un maggiore sostegno ai nuclei familiari, alla natalità e alla giustizia sociale». I tre presidenti sono certi «che da Verona partirà la controrivoluzione del buonsenso e della ragione»

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Ottimismo era stato espresso dal senatore Simone Pillon in riferimento al ddl sull’affido condiviso, che a suo parere sarebbe arrivato in Aula prima di Natale.

Le massicce reazioni, che hanno accompagnato il disegno di legge e si sono concretate sia in manifestazioni di piazza sia nella costituzione del Comitato No Pillon, hanno indotto la maggioranza a un atteggiamento di cautela e attesa. Atteggiamento, questo, che si è concreteto nel coinvolgimento di esperti e realtà associative di contrapposto orientamento alle audizioni in Commissione Giustizia, la cui calendarizzaione è stata approntata il 2 ottobre. 

Nella tarda mattinata di oggi è stata resa nota la lista delle persone che saranno audite.

Si tratta di 16 nominativi provenienti dall’area legale, 60 da quella associativa, 8 da quella accademica, 13 da quella della magistratura, 9 da quella medico-psicologica, 6 da quella sindacale, 10 da quella di esperte ed esperti in altri settori.

Sono ben 26 quelli indicati dal senatore Pillon, tra cui la scrittrice Costanza Miriano, il leader del Family Day Massimo Gandolfini, il presidente del Tribunale dei Minori di Perugia Sergio Cutrona, la presidente di CamMino Maria Giovanna Ruo, il presidente Genitori separati cristiani Ernesto Emanuele.

La presidente dell’Unione Donne italiane Vittoria Tola è stata invece indicata dalla senatrice M5s Angela Anna Bruna Piarulli, mentre tra i nominativi indicati da Pietro Grasso (Leu) figurano Francesca Koch (presidente della Casa Internazionale delle Donne) e Cristina Corinaldesi. Tanti anche quelli presentati dal senatore del Pd Giuseppe Luigi Cucca, tra cui l'avvocata Antonella Anselmo e la presidente di Rebel Network Luisa Rizzitelli. 

Al M5s va infine il merito di aver indicato un nome autorevole come Linda Laura Sabbadini, esperta di statistica sociale a livello internazionale e pioniera degli studi di genere.

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C’è chi lo demonizza giudicandolo quale conservatore nemico delle donne e dei diritti tout court. Il tutto in nome d'una idea monolitica di famiglia ormai superata.

C’è poi, invece, chi lo considera elemento di svolta per un nuovo diritto di famiglia: l’inizio di un nuovo corso, insomma, in difesa del diritto dei padri a ricoprire il ruolo genitoriale dopo la fine del matrimonio e a non versare più alcun contributo economico all’ex moglie.

Il disegno di legge a firma del senatore gandolfiniano Simone Pillon, che intende rivedere le norme sull’affido condivido dei figli in caso di divorzio e il loro mantenimento, fa già scaldare e dividere gli animi da una parte e dall'altra.

Per capire cosa dice esattamente il ddl, prima di essere pro o contra, abbiamo raggiunto l'avvocato civilista-matrimonialista Mario Melillo, dello studio legale romano Lana-Lagostena Bassi.

Avvocato Melillo, cosa introduce di nuovo il disegno di legge Pillon?

Il ddl Pillon si vorrebbe ispirare alla necessità di preservare un ruolo paritario tra i genitori, in caso di separazione e scioglimento del matrimonio, nell’esercizio attivo della responsabilità genitoriale, stimolando un impegno e valorizzando l’apporto comune, sia in termini di frequentazione che in termini economici, alla conservazione, a beneficio del minore, di una “bigenitorialità attiva”.

Come ben saprà, dal momento della presentazione del ddl, il senatore Pillon è stato duramente attaccato soprattutto dalle associazioni femministe perché vedono nella norma (qualora fosse approvata) un attacco alle donne/madri con forti traumi per i figli. Da parte sua, secondo lo stesso relatore proponente, la nuova norma sarebbe tutta a tutela dei figli.

Data la sua esperienza in cause di divorzi, cosa c’è di vero?

In effetti, è proprio il caso di dire “sarebbe”. Ma in realtà, pur non volendo aprioristicamente criticare l’intento della proposta di legge, le nuove norme prospettate sono ben lontane dal tutelare i figli. Anzi, questi ultimi diventano un mero strumento del conflitto genitoriale che, a ben vedere, appare più improntato a un’artificiosa parificazione dei ruoli genitoriali, anziché affrontare e realizzare nel modo meno traumatico possibile la salvaguardia della serenità dei minori, vale a dire delle vere “vittime” del trauma della separazione genitoriale.

Quali sono, a suo avviso, gli aspetti negativi?

Gli aspetti critici, a mio avviso, consistono nell’errore di fondo di voler parificare a tutti i costi ruoli, posizioni e funzioni dei genitori separati, quando la realtà dimostra che essi sono fortemente influenzati dalle condizioni economiche di ciascuno di essi. Esemplificando: si pretende che entrambi i genitori contribuiscano economicamente ciascuno per suo conto al mantenimento dei figli.

Si dimentica che le famiglie sono spesso composte da persone tra i quali vi è una forte, se non incolmabile, differenza di condizione economica. Si pensi al caso tipico di un padre - uomo in carriera, con alta redditività e capacità patrimoniale - e di una madre – casalinga -, che ha dedicato tutta la vita alla famiglia e ai figli, la cui reddituali immediata è pari allo zero. Quale contributo al mantenimento per i figli potrà mai essere assicurato da quest’ultima? Ciò significa che nei periodi di frequentazione materna i figli dovranno vivere di stenti e privazioni, magari costretti a soggiornare in un ambiente domestico ai limiti della decenza?

C’è poi la questione delle due residenze e due abitazioni dei figli…

Quanto poi a questo aspetto, la proposta prevede che i figli convivano, a cadenze regolari, alcuni giorni con il padre, altri con la madre: i figli, in sostanza, diventano fagotti viaggianti al servizio della riaffermazione personale dei genitori. E inoltre: nei periodi in cui i figli soggiornano presso il padre in carriera (si pensi ad un manager tipo Marchionne) quanto in effetti il padre si occuperà di loro? Ogni commento mi pare superfluo.

Cos’altro le sembra discutibile?

Altro aspetto non condivisibile è la mediazione familiare obbligatoria e a pagamento. A parte il fatto che gli strumenti di negoziazione assistita previsti dalla legge vigente ben si inseriscono in un contesto di crisi genitoriale, e sono funzionale ad attenuarne - grazie all’ausilio degli avvocati (nell’ovvio presupposto di professionisti esperti della materia e sensibili alla salvaguardia del supremo interesse della prole minorenne) - derive irragionevoli perché ispirate a intenti vendicativi, anziché collaborativi; a parte ciò, dicevo, prevedere una mediazione obbligatoria laddove al 90% dei casi la crisi è irreversibile si traduce in un’inaccettabile pretesa dello Stato di vessare la parte economicamente più debole, obbligandola a sforzi onerosi ed il più delle volte inutili. A beneficio di chi, poi?

Potendo essere corretto, in quali aspetti dovrebbe essere rivisto il disegno di legge?

Un correttivo all’attuale normativa, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi su una maggiore concentrazione dei tempi dei processi di separazione e divorzio, anziché intervenire su una disciplina sostanziale che deve essere giocoforza adattata caso per caso con criteri chiari, sufficientemente elastici, ma in tempi più rapidi di quelli attuali. Ma questa è un’altra storia.

Che nuovo tipo di famiglia e di responsabilità genitoriale si concretizzerebbe se questo disegno di legge venisse approvato? Migliore o peggiore dell’attuale?

La proposta, a mio avviso, non guarda all’interesse dei minori ma esclusivamente a quello dei genitori. Forse in modo troppo condiscendente rispetto agli input di lobby le cui istanze vanno sì ascoltate, ma nelle sedi opportune. E qui mi appello alla sensibilità, alla professionalità e alla competenza della magistratura. Il quadro che si prospetta dalla proposta, pertanto, è quello di una responsabilità solo apparentemente paritaria, ma in pratica condizionata alle rispettive capacità economiche e gestionali dei genitori. Quanto ai figli, vedo solo grande confusione e sofferenze ulteriori.

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«Il ddl Pillon vuole caricare tutto il peso di un'eventuale separazione sulle spalle delle donne. Per questo ritengo doveroso essere qui a manifestare. Anzi ci dovrebbe essere tutta Bologna».

Queste le parole che Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, ha rilasciato a commento della manifestazione tenutasi in mattinata nel capoluogo emiliano per protestare contro il disegno di legge sull’affido condiviso. Testo, il cui primo firmatario è, per l’appunto, il senatore leghista Simone Pillon, noto alle cronache per le dichiarazioni su aborto, unioni civili, fede papista.

Per non parlare della credulità nella stregoneria, imposta – secondo Pillon – in una scuola primaria del Bresciano e perciò oggetto d’una sua specifica interrogazione parlamentare nel marzo scorso. Aspetto, questo, che Franco Grillini non ha esitato a richiamare in una piazza Nettuno gremita da varie centinaia di persone.

«Con una tale legge – così l’ex parlamentare – si vorrebbe che l'Italia tornasse ai fasti del Medioevo, quando si bruciavano le streghe. Ora, se a volte si è portati a sorridere di queste cose per quanto sono ridicole, bisogna stare molto attenti perché i vari Pillon si stanno moltiplicando.

Viviamo in un mondo fatto di libertà e di diritti. Ma, paradossalmente, ci sono questi personaggi che, portati dalla Lega di Salvini in Parlamento, vorrebbero farci sprofondare nella barbarie più totale con danni inimmaginabili».

Gli ha fatto eco il deputato dem Luca Rizzo Nervo, per il quale «è necessaria una mobilitazione civile contro un progetto di legge retrogrado che ci vuole riportare ai tempi di Alberto da Giussano, quel personaggio di fantasia che i leghisti si appongono sulla giacchetta. Noi lotteremo in Parlamento con grande determinazione contro un ddl che mette in discussione diritti che sono patrimonio di tutti».

Durissima anche l’ex senatrice del Pd Francesca Puglisi, che ha dichiarato: «Questa legge va nella direzione opposta a quello che dice il rapporto della Commissione sul femminicidio e contraddice la Convenzione di Istanbul», prevedendo tra l'altro che "i bambini siano dati in affido condiviso anche se hanno assistito alla violenza sulla madre e anteponendo gli interessi economici degli adulti ai bambini".

Un’occasione, quella bolognese, per invitare "le donne del Movimento 5 stelle e della Lega a scendere in piazza con noi, perché questa è una lotta trasversale con cui vogliamo difendere i diritti di tutti".

Puglisi ha inoltre contestato "la balla secondo cui solo i padri sono impoveriti nel momento della separazione: è tutto il nucleo famigliare che viene impoverito, e come se non bastasse nessuno dice che solo un quarto dei padri paga l'assegno di mantenimento, anche se il giudice che stabilisce la cifra ha ovviamente guardato il 730 prima".

Accanto all'ex senatrice anche la consigliera comunale Roberta Li Calzi e Susanna Zaccariaassessora comunale alle Pari Opportunità e ai Diritti Lgbt, nonché moltissime donne del mondo associazionistico e sindacale.

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«In ottobre saremo in Commissione e, se tutto va bene, prima di Natale in Aula». Risponde così un ottimista Simone Pillon nel corso dell’intervista rilasciata oggi a La Stampa sul ddl che, relativo all’affido condiviso, lo vede primo firmatario.

Un disegno di legge che, eliminando l’assegno di mantenimento e imponendo la mediazione familiare obbligatoria nei casi di separazione con minori, sta suscitando ovunque una levata di scudi.

Per Linda Laura Sabbadini c’è una volontà – come scrive, sempre sul quotidiano torinese, l'insigne studiosa di statistica sociale a commento dell’intervista - «a farci tornare al matrimonio indissolubile. E così le violenze contro le donne più facilmente continueranno, i conflitti esploderanno tra i separati in casa, e chi ci rimetterà? I bambini sempre meno sereni, e le madri e i padri più responsabili.

Non votate questa legge, è un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili. Uccide la genitorialità, quella vera, del cuore e della responsabilità. Uniamoci tutti. Indietro non si torna».

Colpisce nel segno Sabbadini, dal momento che il senatore leghista non esita a dichiarare: «Vorrei introdurre in Italia il convenant marriage americano: una forma di matrimonio indissolubile».

È vero che si tratta di una risposta a una serie di domande sulla base della premessa «Facciamo un gioco: Pillon dittatore d’Italia». Ma è indicativa del modo di pensare dell’avvocato bresciano vicino a Gandolfini ed esponente del Family Day, anche se visto come una sorta di traditore e opportunista dagli adinolfiani del Popolo della Famiglia.

In questo gioco sull’agire di un Pillon quale ipotetico dittatore non mancano le dichiarazioni sull’aborto: «Noi sosteniamo la vita e dunque dobbiamo convincere ogni donna a tenere il suo bambino» fino all’extrema ratio: «Glielo impediamo». Come quelle sul matrimonio egualitario: «Matrimonio gay? Non esiste, perché la famiglia è quella naturale. Se intende le unioni civili, le abolirei».

Non per niente, prima delle risposte al “gioco del dittatore”, Pillon afferma: «Per me, esistono mamma e papà. Genitore 1 e genitore 2 sono una vergogna; l’utero in affitto, un abominio».

Affermazioni che per Pillon discendono dall'essere «cattolico, apostolico e romano. Anzi, papista». Perché per lui «la fede non è un fatto privato, ma ha una dimensione pubblica».

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Non smette di far discutere il caso delle cinque educatrici della Coop Dolce, che gestisce il centro estivo per bambini in età prescolare presso il nido Meridiana a Casalecchio di Reno. Educatrici che, come noto, hanno incentrato, venerdì 6 luglio, le attività formative pomeridiane sul tema dell’imminente Bologna Pride.

Dopo le prime reazioni negative del deputato forzista Galeazzo Bignami (che ha annunciato un’interrogazione parlamentare ai ministri Bussetti e Fontana) e del senatore Pier Ferdinando Casini nonché del sindaco dem di Casalecchio si è espresso ieri anche Pietro Segata, presidente della cooperativa, che ha contestato alle sue educatrici «la leggerezza con cui hanno fatto l’iniziativa, non tanto perché con i bambini hanno affrontato il tema della differenza, uno dei nostri capisaldi pedagogici, ma perché l’hanno collegato al Gay Pride, iniziativa politica fortemente connotata, che non può trovare posto in un asilo.

Per non sbagliare potevano fare una giornata arcobaleno dedicata a tutte le diversità, non esclusivamente agli omosessuali».

Ma per Segata a essere particolarmente grave è la libertà d’iniziativa con cui le educatrici hanno agito senza previa consultazione coi vertici della cooperativa e, soprattutto, dei genitori. «In questo periodo estivo – ha infatti aggiunto – si apre il nido anche a bambini esterni che non conoscono l’asilo, le educatrici e i programmi svolti abitualmente, quindi bisognava essere caute. L’altro errore grave è stato quello di apparire come una struttura che si sostituisce ai genitori nella loro funzione educativa».

Il tweet del ministro Fontana e le critiche di Gualmini

Nonostante i mea culpa di Segata sono arrivati, sempre nella giornata d’ieri, gli affondi del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, sollecitato a esprimersi al riguardo da Il Resto del Carlino che, sulla prima pagina del 13 luglio, aveva sollevato per primo il polverone sulla vicenda.

Fontana, che si è detto allibito per quanto accaduto, ha poi lanciato un tweet: «Ma è possibile che si faccia una cosa del genere all'insaputa dei genitori, tra l'altro a bambini fra 1 e 5 anni? Educazione o ideologia? Adesso i buonisti e i politicamente corretti non hanno niente da dire?».

Gli ha fatto immediatamente eco Massimo Gandolfini, leader del Family Day nonché amico di vecchia data del ministro, che ha ricollegato il caso casalecchiese alla questione dell’ideologia gender e ai moniti bergogliani. «Le colonizzazioni ideologiche sono arrivate anche nei centri estivi – ha dichiarato –. In Emilia si è andati oltre ogni limite. Facciamo appello a tutte famiglie italiane di buon senso affinché si oppongano a queste nuove scuole di indottrinamento ideologico che si permettono di violentare la serena crescita umana dei più piccoli. Cosa che solamente le disumane dittature del XX secolo avevano avuto la sfrontatezza di attuare».

Critiche anche da Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, per la quale, «a prescindere da come la si pensi, non si può fare politica strumentalizzando i bambini». 

La Curia di Bologna all'attacco

E, dulcis in fundo, è arrivata oggi la condanna della Curia arcivescovile di Bologna attraverso un editoriale sul settimanale diocesano Bologna Sette: «La Chiesa di Bologna ha appreso con sconcerto che al centro estivo di una scuola dell'infanzia di Casalecchio di Reno è stato presentato l'evento del Gay Pride a bambini in una fascia di età delicata come quella prescolare. Un tema così complesso meriterebbe di essere affrontato con maggiori cautele e sicuramente con il coinvolgimento pieno delle famiglie, prime responsabili dell'educazione dei figli». 

Ma la Curia felsinea ritiene comunque positive le scuse della Coop Dolce . «Immaginiamo – continua l’editoriale - che i genitori dei bambini non avessero dato mandato alle educatrici di affrontare queste tematiche. L'effetto di questa arbitraria iniziativa ha scatenato contrapposizioni e strumentalizzazioni che non giovano alla costruzione di un clima sereno di reciproca fiducia tra la scuola e i genitori.

Interpretiamo come un gesto che va nella direzione di un dialogo positivo le scuse presentate dall'ente educatore. Poiché siamo consapevoli della complessità del cammino di crescita dei nostri figli, questo ci sta a cuore. Tutto ciò può avvenire in una stretta alleanza educativa tra scuola e famiglia».

La replica di Franco Grillini

Ma, a stretto giro, è arrivata, sulle colonne de Il Corriere di Bologna, la replica del direttore di Gaynews Franco Grillini che ha parlato di «vicenda grottesca».

Dichiarandosi dalla parte delle educatrici, l’ex parlamentare ha dichiarato: «C'è una campagna ossessiva contro di noi, ogni volta che un rappresentante della comunità Lgbti viene invitato in una scuola scoppia una polemica. E sull'educazione non accettiamo lezioni dalla diocesi».

Nessuno sbaglio dunque da parte delle educatrici? «No – incalza Grillini –. Se il problema è l'età dei bambini accolti nelle strutture, non si capisce bene perché in una materna si possa parlare di religione e non di Pride. Allora stabiliamo che tutte le volte che si affrontano temi religiosi, i genitori devono essere avvisati».

Grassadonia (Famiglie Arcobaleno): "Ma dov'è la strumentalizzazione politica?"

Contattata da Gaynews, si è detta invece sorpresa dell’accaduto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno: «Non capisco come si possa parlare di strumentalizzazione politica con riferimento a cartelloni coi colori dell’arcobaleno o alla lettura di libri come Buongiorno postino e Piccolo uovo, che parlano delle varie realtà familiari.

Famiglie Arcobaleno sosterrà sempre la validità di attività formative che non vogliono indottrinare i nostri figli ma renderli soltanto sensibili ai temi dell’inclusione, del rispetto e della solidarietà».

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Il 27 giugno il portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini ha incontrato il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, il suo omologo all’Istruzione Marco Bussetti e il sottosegretario all’Interno Enrico Molteni. Il motivo, come evidenziato il 28 giugno da Filippo Savarese, è da ricercarsi nella presentazione delle «istanze del popolo del Family Day ai tre principali rappresentanti di Governo che se ne dovranno occupare».

Fortemente vicino al medico bresciano e al suo braccio destro Simone Pillon – la cui candidatura ed elezione a senatore promanano direttamente dal sostegno dell’area gandolfiniana del Family Day alla Lega durante le ultime elezioni politiche – il coordinatore delle campagne della Fondazione CitizenGo (a partire dal Bus No Gender) ha quindi dichiarato: «Con tutti e tre il confronto è stato aperto ed estremamente fruttuoso, sui principi e sulla volontà di collaborazione. Il lavoro di contaminazione della politica iniziato dopo il grande Family Day del 30 gennaio al Circo Massimo continua e sta conoscendo oggi la sua forma più alta e diretta».

In realtà il triplice incontro ha visto partecipe non solo Gandolfini ma anche ProVita nella persona del presidente Toni Brandi e Generazione Famiglia nelle persone di Jacopo Coghe, Giusy D’Amico, Maria Rachele Ruiu.

Come chiarito sulla pagina della branca italiana de Le Manif pour tous, «sono stati vari i temi trattati nell’incontro, è emersa infine la proposta di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica».

Espressione, quest’ultima, che, cara a Papa Francesco e presente anche in documenti come l’Amoris Laetitia, fa riferimento all’ideologia gender. Si deve fra l’altro proprio a Generazione Famiglia il successivo tweet del ministro Fontana sulla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora al Pompei Pride.  

Ma un dettagliato resoconto degli incontri è stato offerto il 28 giugno da ProVita sul suo notiziario in una con le valutazioni di Toni Brandi: «Il Comitato Difendiamo i nostri figli, organizzatore dei Family Day di piazza San Giovanni e del Circo Massimo, di cui fa parte anche Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, è stato al ministero della Pubblica istruzione. Gandolfini ha parlato di "incontri fruttuosi con esponenti del governo per tutelare la famiglia".

Lo scopo degli incontri è stato quello di ottenere una "più efficace collaborazione sul fronte della promozione della natalità e della cultura della vita, della libertà educativa e del diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma", ha detto Gandolfini.

Il Comitato ha incontrato Marco Bussetti, ministro della Pubblica istruzione, Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: "È emersa una comunione di vedute sulla necessità di tutelare il diritto dei bambini all’identità e ad avere entrambe le figure genitoriali, di perseguire pratiche di mercimonio di gameti e dei corpi e di rilanciare un patto educativo tra scuola e famiglie che escluda ogni forma di colonizzazione ideologica", ha concluso Gandolfini».

Circolata negli ambiti di tali organizzazioni, la notizia è oggi rimbalzata nuovamente sui social grazie alla parziale narrazione offerta dalla pagina Facebook L’unione falla forsee all’appello congiunto di Marilena Grassadonia e Alessia Crocini su quella di Famiglie Arcobaleno.

Toccata direttamente dalle parole del ministro Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle loro realtà familiari (parole ribadite anche sul palco di Pontida il 1° luglio), l’associazione si ritrova a essere bersaglio dei correlati attacchi concentrici di Generazione Famiglia e CitizenGo per gli esposti presentati alle procure delle Repubbliche presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci».

Operazione per la quale, da giorni, le due associazioni stanno chiedendo attraverso mail dai toni pressanti donazioni di 25, 50 o 100 euro perché «le consulenze legali a cui ci affidiamo per resistere a tutti i tentativi di distruggere la famiglia in Italia hanno un costo non indifferente».

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Non si può infine non ricordare come Generazione Famiglia e CitizenGo si siano fatti promotori anche di una raccolta firme perché il ministro Matteo Salvini dia incarico ai prefetti di annullare le registrazioni anagrafiche dei “bambini” arcobaleno fatte da vari sindaci.

Iniziativa che, presentata in conferenza stampa a Palazzo Madama il 20 giugno, è stata vanificata nel pomeriggio dello stesso giorno dalla risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5s) all'interrogazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli.

Cosa, questa, che non è passata inosservata al Popolo della Famiglia, critico nei riguardi del governo gialloverde e oggetto di passati attacchi da parte del senatore Simone Pillon.

Sulla pagina Fb di Mario Adinolfi è intercorsa, negli scorsi giorni, un’interessante diatriba tra il direttore de La Croce e Filippo Savarese che, come Costanza Miriano chiamata in causa nel relativo post, appare apertamente schierato a difesa dell’area gandolfiniano-leghista.

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La Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia, presieduta dal leghista Massimiliano Fedriga, non ha fatto a tempo a insediarsi che ha subito proceduto a recedere dalla Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Re.a.dy).

Lo ha comunicato Alessia Rosolen, assessora a Lavoro, Formazione, Istruzione, Famiglia, Ricerca e Università, su cui proposta è stato ieri deliberato in merito a Palazzo del Lloyd Triestino. «Le istituzioni scolastiche e le famiglie hanno strumenti sufficienti per insegnare e trasmettere i valori del rispetto e della diversita – così l’assessora –. Ogni altra iniziativa sul tema rischia di essere solo un indebito indottrinamento».

Come spiegato in una nota ufficiale della Regione, si tratta di posizione assunta «nel quadro di un complessivo riesame delle politiche regionali relative ai temi dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione. Ciò anche in considerazione del fatto che la Rete Re.a.dy, fondata nel 2006 su iniziativa dei Comuni di Torino e Roma, ha approvato nel 2017 un documento dichiarato vincolante per i partner che prevede una serie di attività, anche amministrative, aventi a oggetto esclusivamente le tematiche attinenti a Lgbti.

La Giunta ritiene invece che le categorie da tutelare attraverso l'azione delle strutture regionali siano molteplici e che debba avviarsi una riflessione in merito al bilanciamento delle azioni a beneficio delle categorie più vantaggiate verso il conseguimento delle pari opportunità. L'amministrazione regionale si riserva quindi di prendere in considerazione anche nuove e diverse istanze sociali per porre in essere un piano di intervento che assicuri la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini».

Sulla decisione della Giunta della XII° legislatura si sono levate inevitabilmente voci critiche dall’opposizione. L’affondo più duro quello di Debora Serracchiani, ex presidente regionale, che senza giri di parole ha ricondotto la decisione alle pressioni del network CitizenGo di Filippo Saverese, noto ai più per l’organizzazione del Bus No-Gender e la promozione dei manifesti su aborto quali causa principale di femminicidi.

«È sconcertante – così l’attuale deputata del Pd - la prontezza con cui Fedriga si fa dettare da fuori l'agenda delle sue delibere. Un mese esatto per aderire alla richiesta che già il 30 aprile scorso gli è arrivata via Twitter da Filippo Savarese, che gli scriveva: Ci aspettiamo l'uscita della Regione dalla #ReteReady controllata dalla Lobby Lgbt! #StopGender.

Questi è il portavoce di Generazione Famiglia e direttore della piattaforma CitizenGo Italia, l'associazione che ha tappezzato Roma dei manifesti con le scritte L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. Se questo è uno dei compagni di viaggio o degli ispiratori di Fedriga e della sua Giunta possiamo attenderci quello che già sappiamo: un colpo stridente sul fronte dei diritti civili».

Fedriga ha invece incassato lo scontato plauso panegiristico di Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli e organizzatore dell'ultimo Family Day. L’ultraconservatore medico bresciano, che è sotto processo per diffamazione nei riguardi di Arcigay, ha infatti affermato in una nota: «Siamo grati al neo governatore Massimiliano Fedriga per la decisione di ritirare l'adesione della Regione Friuli Venezia Giulia dalla Rete Ready, la rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Realtà eterodiretta dalle organizzazioni Lgbt e che, di fatto, propugna modelli d'indottrinamento nelle scuole, volti anche a normalizzare pratiche vietate dalla legge italiane come l'utero in affitto e le adozioni gay.

Per educare al rispetto delle diversità le pubbliche amministrazioni devono semplicemente attenersi all'articolo 3 della Costituzione, che sancisce la pari dignità sociale di ogni cittadino a prescindere dall'etnia, dal sesso e dal credo religioso. Non servono le controverse iniziative dal sapore ideologico promosse dalla Rete Ready, che in alcuni comuni hanno creato solo inutili tensioni dopo aver esautorato il ruolo educativo delle famiglie. Né è tanto meno necessario sostenere con patrocini e agevolazioni economiche queste associazioni che promuovono una visione ideologica dell'identità, completamente svincolata dal sesso biologico di nascita».

E Gandolfini, che, dopo gli stracci volati con Adinolfi durante la scorsa campagna elettorale, ha visto l’elezione di un fedelissimo al Senato quale Simone Pillon, ha aggiunto: «Nel rispetto degli accordi presi durante la campagna elettorale, ci auguriamo ora che il governatore Fedriga tenga fede al programma della sua coalizione che mette al centro delle politiche sociali la famiglia naturale. In questo senso potrà contare nella convita collaborazione del popolo del Family Day».

Durissimo, invece, il comunicato congiunto delle associazioni Lgbti regionali che, reso noto dopo le 13:00 di oggi, reca le firme di Yuuki Gaudiuso (Associazione Universitaria Iris), Antonella Nicosia (Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia), Nacho Quintana Vergara (Arcigay Friuli), Angela Cattaneo (Lune), Maria Grazia Sangalli (Rete Lenford).

«A pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la lesbo-omo-bi-transfobia dello scorso 17 maggio - si legge in essa -, la Giunta della Regione Friuli Venezia Giulia ha deciso ieri di abbandonare la Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Rete Re.a.dy), come affermato dall’Assessora al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca e Università, Alessia Rosolen.

Le associazioni che firmano il presente comunicato intendono esprimere la loro indignazione per una decisione ideologica, del tutto aliena dalla realtà. Dinanzi alla drammatica situazione italiana in cui le persone Lgbti+ si trovano a vivere, occorrerebbe aumentare gli strumenti di contrasto della discriminazione e non ridurli.

L’indagine, presentata lo scorso 8 aprile, da Amnesty International Gli italiani e le discriminazioni, realizzata in collaborazione con Doxa, ci descrive una realtà preoccupante. Secondo questo studio, il 40,3% delle persone Lgbti+ afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro. Una ragazza o un ragazzo su due, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Secondo i dati Istat, il 22% delle ragazze e dei ragazzi che utilizzano internet e smartphone (oltre il 90%) sono derisi e umiliati in rete. Questa è la realtà che le persone Lgbti+ e soprattutto gli adolescenti si trovano a vivere, come constatiamo quotidianamente attraverso le numerosissime segnalazioni che giungono ai nostri sportelli. Evidentemente le istituzioni e le famiglie non sono in grado da sole di dare risposte risolutive.

Le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, l’espressione e l’identità di genere, figlie di una tradizione culturale che per essere modificata ha bisogno del lavoro congiunto di tutti i possibili attori sociali al fine di creare un circolo virtuoso di collaborazione e di buone prassi: esattamente quello che negli anni ha fatto la Rete Re.a.dy.

Prima di prendere un’iniziativa tanto incomprensibile quanto affrettata sia l’assesora Rosolen sia gli altri componenti della Giunta Regionale avrebbero dovuto meglio conoscere la realtà di cui parlano, partecipando ad alcune delle numerose iniziative che realizziamo sul territorio. Avrebbero verificato in prima persona quali e quante sono le esperienze negative che hanno vissuto e che vivono gran parte delle persone Lgbti+ (soprattutto adolescenti).

Non si può fare una graduatoria delle discriminazioni: non ci sono discriminazioni peggiori o più comuni di altre. Le ragioni per discriminare spesso si sovrappongono. Eppure solo cercando di riconoscer ogni violenza e discriminazione nella sua specificità, senza approssimazioni generalizzanti, si può elaborare una strategia d’intervento efficace. Il principio di uguaglianza espresso nella nostra Costituzione non ha colore politico ed è un dovere porre in essere politiche antidiscriminazione a prescindere dall’appartenenza partitica.

L’Amministrazione Regionale ha pertanto il dovere costituzionale di garantire il benessere di tutti gli abitanti del territorio.

In questo quadro la decisione di uscire dalla Rete Re.a.dy appare ancor di più incomprensibile e pericolosa, dal momento che chi discrimina e perpetra ogni tipo di violenza nei confronti delle persone Lgbti+ si sentirà ancora più legittimato a perseverare in pratiche aggressive e discriminatorie. Sappiamo, a questo punto, chi sarà il responsabile morale del prossimo attacco violento ai danni delle persone Lgbti+ che la cronaca purtroppo ci racconterà presto».

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Quella del patrocinio ai Pride sta diventando, nelle ultime settimane, una questione all’ordine del giorno. Anche perché i casi di mancata concessione da parte delle amministrazioni locali sono da registrarsi tanto a destra quanto a sinistra.

Se, infatti, il Dolomiti Pride e il Toscana Pride hanno rispettivamente incassato il no secco da parte del presidente della Provincia autonoma di Trento Ugo Rossi e del renzianissimo sindaco di Firenze Bruno Nardella (non certamente una novità per Palazzo Vecchio, che mantiene la stessa linea per il terzo anno consecutivo), à droite è il primo cittadino di Genova, Marco Bucci, a essersi espresso negativamente in riferimento al Liguria Pride.

A lui si è aggiunto ultimamente il leghista Attilio Fontana, neopresidente della Regione Lombardia, che nel corso d’un’intervista rilasciata a Lettera43 ha dichiarato al riguardo: «Non l'ho dato a Varese e non credo lo daremo nemmeno qui. Ma ne dobbiamo parlare con gli alleati». Motivo?

«Io credo – ha spiegato - che sia una manifestazione divisiva e che quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere. Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato».

Non appare invece divisiva per Fontana una manifestazione quale la Giornata della Famiglia, al cui riguardo intende, come il predecessore Roberto Maroni, far illuminare il Pirellone con la scritta Family Day. «Lo rifaremo – ha soggiunto – e non credo sia una scelta divisiva. Tutti riconoscono il valore della famiglia. È nella Costituzione, è uno dei fondamenti della nostra civiltà».

Affermazioni, queste, che al di là di convinzioni personali sono l’inevitabile scotto da pagare all’aperto sostegno dato da Massimo Gandolfini alla Lega nel corso delle ultime elezioni tanto regionali quanto politiche. Quelle elezioni politiche che hanno visto arrivare a Palazzo Madama un fedelissimo del neochirurgo bresciano quale Simone Pillon, divenuto subito noto per le sue dichiarazioni in merito a unioni civili e stregoneria. Che, non a caso, in un post di oggi ha espresso «un grande plauso al governatore» e ha detto  «basta con le carnevalate gender».

 

Monica Cirinnà all'attacco

Com’era prevedibile, non si sono fatte attendere le reazioni alle dichiarazioni di Attilio Fontana, su cui sono piovute critiche anche per la risposta relativa alle sole cinque donne nella Giunta regionale: «Non ne ho trovate di più, ho trovato tanti uomini che mi davano sicuramente delle garanzie».

La senatrice Monica Cirinnà ha mosso un duro j’accuse via Twitter: «La Lombardia nel Medioevo dei diritti grazie ad Attilio Fontana. E questa sarebbe la parte più progredita del Paese?»

Le reazioni del Pd lombardo

Le ha fatto ieri eco Diana De Marchi, delegata per i Diritti della Segreteria regionale lombarda del Pd, che in una nota ha affermato: «Vorrei ricordare a Fontana che, contrariamente a quanto lui sostiene, la maggioranza eterosessuale di cui fa parte è già accreditata e dominante, perciò non ha bisogno di manifestare per affermare la propria esistenza e consapevolezza di essere, perché si dà per scontato (e tacitamente approvato) che una persona nasca e cresca etero, se non dichiara il contrario.

Le persone Lgbt, invece, sono ancora vittime di discriminazioni e violenze, solo per il fatto di essere tali. Ben vengano, quindi, manifestazioni come il Pride perché tengono alta l'attenzione su quanto resta da fare sul piano della piena eguaglianza e su quanto ancora c'è da lavorare per fermare la violenza omotransfobica, come le cronache degli ultimi giorni informano».

Ma De Marchi ha anche espresso «profondo imbarazzo per quanto dichiarato dal neo governatore della Regione Lombardia, esempio lampante di quella mentalità maschilista e retrograda che ancora domina la nostra società» in riferimento alle asserzioni sul numero limitato delle assessore.

Nella stessa nota Alessandro Alfieri, segretario regionale del Pd, ha sottolineato: «Che molte candidate 'non abbiano una grande volontà di impegnarsi' e che lui sia 'un grande sostenitore dell'importanza delle donne' tanto che nella sua 'Segreteria sono tutte donne (sic!)', sono frasi che fanno rabbrividire da quanto sono discriminatorie. Siamo di fronte ad un personaggio che ci vuole riportare indietro nel tempo cancellando in un colpo solo, anni di lotta e di sofferenza, con quell' atteggiamento paternalistico e colpevolizzante che conosciamo fin troppo bene!

Un uomo così non può che fare dichiarazioni altrettanto inaccettabili quando parla di Pride, al quale la Regione Lombardia non darà, ovviamente, il patrocinio».

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