Una Piazza della Scala gremita per dire no a ogni forma d’odio. Al grido di Stop Hate è iniziata alle 11:00 la manifestazione milanese che, lanciata dall’assessore meneghino Pierfrancesco Majorino a seguito dei continui quanto anonimi attacchi omofobici e minatori via social nei riguardi dell’attivista Luca Paladini, è stata convintamente accolta e organizzata dallo stesso fondatore dei Sentinelli di Milano.  

Il raduno ha dato anche l’avvio a una grande campagna contro stalking, cyber-bullismo, minacce, incitamenti all’odio e violenza di genere finalizzata altresì a richiedere una legge efficace contro l’omotransfobia.

Tanti gli interventi susseguitisi, tra cui quelli dello stesso Paladini, dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, del sindaco di Milano Giuseppe Sala, di Cecilia Strada, di Malika Ayane.

Letti anche i messaggi di affettuosa vicinanza giunti da ogni parte d'Italia a partire da quelli delle senatrici Liliana Segre e Monica Cirinnà. Alle dichiarazioni ufficiali si sono alternate testimonianze, racconti ed esperienze che hanno confermano l’insufficienza della attuale legislazione e la necessità di tutelare le vittime dei reati d’odio. Reati che sono oggi amplificati dalla mancanza di regole adeguate all’interno dei social network.

La manifestazione di Piazza della Scala non è andata però esente da contestazioni come quella di alcune femmimiste. Le stesse che stanno da giorni fomentando la polemica sull'inesistente sfratto di ArciLesbica dal Cassero di Bologna tra la generale soddisfazione di gruppi di destra, giornali clericali e artisti dal calibro di Povia.

In nome d'una querula retorica vittimale si è infatti invocata un'opera di cyberbullsimo che sarebbe stata messa in campo per l'addietro dallo stesso portavoce dei Sentinelli. Accuse non solodel tutto infondate ma quanto mai inappropriate nei riguardi di chi da mesi è oggetto continuamente d'una persecuzione tale da essere prossimamente al centro di un'interrogazione parlamentare

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A Milano in Piazzale Segesta un presidio serale contro qualsiasi atto omofobo. Un presidio che, organizzato dai Giovani Democratici di zona 7, ha visto la presenza di cittadini e componenti di associazioni, molti dei quali hanno indossato qualcosa di rosa.  

Chiro riferimento al colore della giacca portata dal giovane attivista d’Arcigay la sera del 30 aprile, quando nello stesso luogo è stato spintonato e insultato quale frocio da ammazzare.

Contattato telefonicamente in merito alla manifestazione odierna, il presidente di Arcigay Milano Fabio Pellegatta ha dichiarato: «Il flash mob è la risposta pronta e massiccia del quartiere Segesta che, assieme al circolo Pd della zona, le associazioni Lgbti milanesi ma soprattutto il gruppo di giovani del C.I.G Arcigay Milano guidato dal ragazzo che ha subito l'aggressione, hanno detto con le loro presenze, i loro corpi, le loro vite una cosa molto chiara. Che, cioè, dinamiche di violenza omotransfobica e di discriminazione in generale non  hanno e non possono avere casa in un quartiere, in una città e in qualsiasi luogo che vuole e si impegna per essere  civile».

Parole che ricalcano quelle di Michele Albiani, responsabile Diritti del Pd Milano. «Questa aggressione - ha così affermato - prova che nella Milano dei diritti c'è ancora molto lavoro da fare, nonostante tutto. Chiediamo al Comune di Milano di coinvolgere le associazioni del territorio, come ad esempio quella di cui l'attivista aggredito fa parte, che ogni giorno si impegnano nella vita reale per cambiare le cose».

Viva preoccupazione e ferma condanna dell’accaduto erano state espresse nella giornata di ieri anche dalla consigliera regionale M5S Monica Forte.

«L'aggressione omofoba occorsa a Milano e denunciata dall'associazionismo Lgbt – così in una nota la portavoce dei pentastellati lombardi – ci preoccupa e va condannata e stigmatizzata a tutti i livelli istituzionali. Oltre ad esprimere la nostra vicinanza e solidarietà alla vittima, vogliamo sottolineare la necessità che la cultura del rispetto e della non discriminazione torni ad essere al centro delle politiche delle istituzioni.

Da questo punto di vista la decisione della Giunta Fontana di non patrocinare il Milano Pride non aiuta a creare un clima di vicinanza e accoglienza per tutte e tutti. Per parte nostra lavoreremo perché la Lombardia diventi un faro per le pari opportunità e la lotta alle discriminazioni».

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Milano come Roma. Il 30 aprile, il giorno stesso in cui Alessandro veniva bastonato all’Eur per furto e poi attaccato sui social quale frocio dagli stessi assalitori appropriatisi del cellulare, il responsabile del Gruppo Giovani di Arcigay Milano subiva un'aggressione omofoba da parte di sei adolescenti.

Erano circa le 19:30 quando l’attivista 18enne, che aveva passeggiato in zona San Siro in compagnia di due amici, si è diretto verso la fermata metro Segesta. A un tratto è stato raggiunto da spintoni e insulti da parte del branco per il solo fatto d’indossare una giacca di colore rosa. Poi sputi e offese minatorie: Frocio, ti ammazziamo. È scattata quindi la denuncia alla polizia, che è sulle tracce degli aggressori.

Su quanto avvenuto la sera del 30 aprile così si è espresso Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano: «Quanto avvenuto è grave perchè non è pensabile in una società civile che ragazzi o ragazze non possano passeggiare liberamente in una città. È grave perchè quanto accaduto è specchio di una cultura dell'intolleranza che da anni sta imperversando strade e discorsi politici.

Quanto è avvenuto è grave perchè mostra in maniera inequivocabile quanto discorsi e pensieri omotransfobici o comunque di intolleranza verso le minoranze, espressi per finalità politiche, si tramutino poi in azione da parte di fasce di popolazione più suscettibili e vulnerabili.

Chiediamo e confidiamo nelle forze dell'ordine affinchè questi episodi non abbiano più ad avvenire. Chiediamo un livello di responsabilità sociale maggiore a chi, occupando un ruolo pubblico, usa parole che possono diventare "pesanti" quando poi diventano pensiero sociale.

Le società civili, per essere tali, esigono uno sforzo comune nella tutela dei valori di libertà e di rispetto. La tutela delle minoranze è lo specchio della civiltà e della laicità di una nazione. È una responsabilità importante che tutt* dobbiamo condividere e abbracciare». 

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Dalle minacce di pestaggi agli insulti omofobi, dalla creazione di pagine Fb diffamanti a fotomontaggi drammaticamente evocatori come quelli con tanto di nome e foto su una tomba.

È così che continua a concretarsi da settimane la campagna cyberbullistica (forse opera d’una sola persona che si cela dietro a differenti profili fake) ai danni di Luca Paladini. Gli attacchi continuati contro il fondatore e portavoce dei Sentinelli di Milano ha però messo in moto una gara di solidarietà virtuale attraverso l’hastag #SiamoTuttiLucaPaladini.

Non sono mancati interventi di condanna e vicinanza affettuosa da parte di importanti voci femminili della politica italiana come l’ex presidente della Camera Laura Boldrini e la senatrice Monica CirinnàLa madrina della legge sulle unioni civili ha fra l’altro comunicato su Fb che presenterà «un’interrogazione parlamentare su questo caso e chiederò maggiore impegno agli organi di polizia per contrastare questi comportamenti».

Il caso Paladini è da ricondursi generalmente alla crescente ondata di violenza omotransfobica che, in maniera sia fisica sia verbale sia virtuale, sta assalendo da un capo all’altro della penisola le persone Lgbti. È delle ultime ore l’ennesima denuncia di un pestaggio ai danni d’un 24enne gay nella capitale.

Alla luce d’una situazione così variegatamente diffusa i Sentinelli di Milano, anche accogliendo la proposta lanciata il 24 aprile dell’assessore meneghino alle Politiche sociali Pierfancesco Majorino, hanno annunciato «una grande manifestazione contro il bullismo e per chiedere una legge seria contro l'omotransfobia» che si terrà a Milano in Piazza della Scala a partire dalle ore 16:00 del 19 maggio.

Nel comunicato reso noti su Fb si legge: «Chi ha voglia di raccontare storie di discriminazione vissute sulla propria pelle? Chi ha voglia di metterci la faccia? Scriveteci in privato e tenetevi liberi per quel giorno.

Abbiamo invitato Beppe Sala Sindaco di Milano, Pierfrancesco Majorino Assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Laura Boldrini, Monica Cirinnà e Cecilia Strada. Aspettiamo le loro disponibilità.

Vi terremo aggiornati costantemente e voi scriveteci in posta le vostre storie di quotidiana sopraffazione. Per aiutarci a sconfiggere insieme la cultura dell'odio».

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Un vento di primavera è giunto a Grosseto via Milano. Con queste parole il celebre avvocato trentino Alexander Schuster ha annunciato su Fb la ricezione della trascrizione milanese degli atti di nascita esteri di tre bambini quali figli d’una coppia omogenitoriale da parte dell’Ufficio Anagrafe del capoluogo maremmano.

Si tratta del 42enne grossetano Marco Convertiti e del 49enne australiano Icilio Mann che, unitisi prima civilmente nel 2010 e poi sposatisi nel 2015 a Londra, hanno avuto a Toronto il primo figlio nel 2010 e una coppia di gemelli nel 2012 tramite gpa.

All’epoca i due uomini erano residenti a Milano, presso la cui Anagrafe furono inizialmente trascritti gli atti di nascita canadesi dei tre bimbi con l’indicazione del solo padre biologico. Nel 2017 fu fatta istanza per l’inserzione del dato della doppia genitorialità.

«Con questi papà – racconta sempre su Fb Schuster, che ha seguito Marco e Icilio – eravamo già a bussare in comune a Milano nel maggio scorso, molto probabilmente i primi a porre la questione. E giustamente fra i primi a essere riconosciuti dai bravissimi tecnici del capoluogo lombardo, forti di un sindaco vicino a tutti i bambini come Sala».

L’annotazione del riconoscimento della doppia paternità è stata quindi comunicata al Comune di Grosseto – dove Marco e Icilio risiedono oramai da più anni per motivi di lavoro –, i cui tecnici hanno proceduto a loro volta alla medesima integrazione negli atti anagrafici dei tre bambini.

La notizia è stata commentata con soddisfazione da Famiglie Arcobaleno Toscana, di cui Marco e Icilio sono componenti. «Il punto non è essere d’accordo oppure no... – si legge in un post della pagina Fb –. Il punto è fare in modo che tutti i bambini e tutte le bambine abbiano gli stessi diritti e tutele. Noi pensiamo che il miglior interesse per un minore sia quello di avere pieni diritti a prescindere dalla famiglia in cui è nato ed evidentemente non siamo i soli».

Entusiasmo ha espresso anche la senatrice Monica Cirinnà, che si considera maremmana d’adozione essendo per lei Capalbio quasi una seconda casa. Su Fb ha infatti scritto: «Sono felice perché anche nella mia Maremma i diritti crescono».

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Classe 1982, Franco Vanni è una firma nota de La Repubblica, di cui è cronista giudiziario. Ma non solo. Perché il giornalista milanese, oltre a curare con tre amici il blog di pesca Anonimacucchiaino.it, è nel tempo libero anche barista e disegnatore per gioco e passione.

Collaboratore di Claudio Cecchetto nella scrittura di In diretta. Il gioca jouer della mia vita, nel 2017 ha pubblicato per la Mondadori Banche impopolari. Inchiesta sul credito popolare e il tradimento dei risparmiatori, saggio d’inchiesta scritto col collega de La Repubblica Andrea Greco.

Ma già nel 2015 aveva date alle stampe per tipi romani della Laurana Il clima ideale. Romanzo che, premiato alla 30ª edizione del Festival du Premier Roman di Chambéry, ha segnato l’esordio di Franco Vanni come giallista. Ed è a quel genere narrativo, che in Italia è stato negli ultimi anni rinverdito con successo da Maurizio De Giovanni, ad appartenere la nuova opera del cronista meneghino Il caso Kellan (Baldini+Castoldi, Milano 2018, pp. 336, €17).

Il romanzo vede il  26enne Steno Molteni, firma del settimanale di cronaca nera La Notte e barista serale a Milano, dove alloggia nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi, alle prese con l’omicidio di Kellan Armstrong. Si tratta del figlio 19enne del console americano, ucciso in circostanze misteriose.

Le indagini, che Steno avvia personalmente, lo mettono sulle tracce degli Spazzini, banda di giovani omofobi che «vogliono fare pulizia» aggredendo le persone omosessuali sorprese nei luoghi di battuage. La vittima era infatti gay. Ma chi ha ucciso realmente Kellan? Perché intorno alla sua morte si accumula un ingombrante silenzio? La soluzione del caso è una di quelle a sorpresa secondo i canoni del più genuino giallo deduttivo o ad enigma.

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto l’autore

Franco, quanto della tua esperienza di cronista giudiziario c'è in Steno Molteni, protagonista de Il Caso Kellan?

Steno è cronista giudiziario come me. Ma è molto più fortunato! Ha dieci anni in meno, vive in un bell'albergo, guida una vecchia Maserati, che gli ha lasciato un amico ricco, e lavora per un settimanale. Non deve scrivere più articoli ogni giorno, come me, ma ha tempo per approfondire le questioni. Di mio, Steno ha la conoscenza del meccanismo di indagine, di cui entrambi ci occupiamo a tempo pieno per lavoro. E la passione per il bar. Anche io, come Steno, da ragazzo ho fatto cocktail dietro a un bancone.

Dietro agli altri personaggi del tuo giaòòp (da Scimmia a Kellan Armstrong, da Han al console fino alla pm) si celano persone reali che hai avuto modo di conoscere o si tratta di figure totalmente inventate?

Han, cuoco vietnamita dalla doppia vita, si ispira a Ho Chi Min. Il padre della patria vietnamita negli anni Trenta lavorò davvero alla Antica Trattoria della Pesa di Milano, mentre progettava la rivoluzione nel suo Paese. Quanto a poliziotti e pubblici ministeri, ne incontro così tanti ogni giorno in tribunale che inevitabilmente mi sono ispirato in qualche modo a loro. Ma ci tenevo a non fare caricature di persone reali. Un po' per non offendere nessuno, e un po' perché trovo che i personaggi d'invenzione siano spesso più interessanti.

Dal romanzo emerge una Milano di mezzo, sconosciuta ai più e agli stessi cittadini che si muovono all'ombra della Madonnina...

Per lavoro, da tanti anni, sono pagato per raccontare i luoghi oscuri della mia città. Una grande fortuna, che ho voluto sfruttare anche come narratore. Prima di occuparmi a tempo pieno di cronaca giudiziaria, ho fatto inchieste sul mondo della notte, recensioni di bar e discoteche, approfondimenti su quello che succede dopo che tramonta il sole. E molto di quello che ho scoperto e osservato lo trovate nel romanzo.

Com'è cambiato negli anni il capoluogo lombardo?

Milano è sempre più sicura, scintillante e distratta. Expo, i grattacieli e la crescita di quartieri semi-centrali hanno molto cambiato il volto della città. Oggi Milano è probabilmente più bella di come sia mai stata, ma ha perso un po' di fascino. Per questo, pur ambientando il mio romanzo al giorno d'oggi, in alcune descrizioni di luoghi ho cercato di fare rivivere lo spirito Milano com'era: più buia, imperfetta, sgarrupata e pericolosa.

Quale relazione c'è tra l'uccisione di Kellan e l'universo Lgbti?

Kellan, figlio del console americano, viene assassinato in un luogo di incontri occasionali per uomini gay. Uno dei primi e più famosi luoghi di cruising milanesi: La Fossa di fronte alla Triennale, in realtà poco frequentata dagli anni Novanta. Ma come dicevo, alcuni luoghi non li ho raccontati per come sono oggi. Ho preferito riportare in vita la loro anima antica. L'indagine sulla morte di Kellan punta da subito sugli "Spazzini", banda di giovani teppisti omofobici che aggrediscono uomini gay.

Per chi legge Il Caso Kellan non è possibile non pensare alla recrudescenza di aggressioni omotransfobiche in Italia. Da cronista giudiziario a cosa attribuisci i vari atti di violenza verso le persone Lgbti?

Trovo che l'omotransfobia sia un fenomeno inaccettabile e gravissimo. E tanto più lo sono le aggressioni. Da cronista mi sono occupato spesso di aggressioni a uomini gay. La trama del romanzo nasce dalla storia di un ragazzo, che anni fa mi raccontò di essere stato aggredito mentre era appartato in auto con un uomo. Mi disse che aggressioni simili a Milano sono frequenti, ma che di rado vengono denunciate, per vergogna o per paura. Quanto alla ragione che porta qualcuno ad aggredire un altro perché omosessuale, faccio davvero fatica a comprenderla, da cronista e da essere umano. Verrebbe da dire: ignoranza, stupidità e poca serenità nel gestire la propria sessualità.

Quali sono i maestri del giallo cui ti sei ispirato? Ed è possibile pensare all'inizio d'una serie di romanzi con uno Steno Molteni risolutore di casi intricati come Poirot o uMaigret?

Per tutti i giallisti italiani, e per i milanesi in particolare, un punto di riferimento inevitabile e irraggiungibile è Giorgio Scerbanenco. Nessuno come lui ha saputo raccontare la città e la sua anima, cupa e moralmente poco salda. Amo molto i gialli classici: da Conan Doyle alla Christie, dalla Tey a Simenon. Fra i contemporanei, amo gli italiani. Quanto alla possibilità di fare del mio Steno Molteni un personaggio seriale, mi piacerebbe molto! Un'idea di massima per la trama di un possibile seguito la ho già. Spero di trovare il tempo di mettermi di nuovo al tavolino a scrivere.

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Dal 10 al 15 aprile, al Teatro Out Off di Milano (via Mac Mahon, 16), andrà in scena l’interessante studio teatrale su Mario Mieli, prodotto dal giornalista Maurizio Guagnetti e da Irene Serini. L'attrice, che ha già lavorato con Luca Ronconi, Tonino Conte, Gioele Dix, Serena Sinigaglia e altre importanti realtà artistiche della scena italiana, è anche regista e interprete d'uno spettacolo dai trenta intensi minuti.

Irene Serini recupera la formula del teatro antico che vede il pubblico seduto in cerchio. E, all’interno di questo cerchio, proverà a rievocare la figura e lo spirito di Mario Mieli, rivoluzionario precursore delle lotte italiane di rivendicazione Lgbti. Primo filosofo nostrano ad aver indagato il difficile rapporto con la femminilità propria di ogni essere umano, con l'identità sessuale e con il desiderio represso.

Lo spettacolo si chiama Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli, il mago del gender. Rappresentato per la prima volta lo scorso anno a IT Festival, arriva all'Out Off di Milano con Studio#2, il secondo atto di uno spettacolo non finito e per certi versi infinito.

Per conoscerne di più, raggiungiamo telefonicamente Irene Serini.

Irene, ci spiega come e perché si è avvicinata figura di Mario Mieli? E quali sarebbero i suoi incantesimi?

Il primo a parlarmi di Mieli fu un giornalista e grande amico: Maurizio Guagnetti. Mi diede in mano Elementi di critica omosessuale e, in un giorno d'influenza, lessi la prima pagina: mi staccai dal libro tre giorni dopo. L'influenza era passata ed ero avvolta dalla strana sensazione di essere una persona diversa da prima, non solo per questioni di temperatura. Come se quel libro fosse stato un medicinale iniettato nel cervello, in grado di cambiare il mio sguardo sul mondo. Magia? Chissà. 

Da lì in poi molti sono stati gli incontri: sia con chi ha conosciuto Mieli direttamente (divertendosi assai e avendo molto da ricordare) sia coi libri di chi ha portato avanti il suo pensiero elaborandolo all'interno dei gender studies. Ritrovo gli ingredienti delle sue "pozioni magiche" in alcuni tratti del pensiero di Judith Butler ma anche di Flavia Monceri, quando propone d'interrogarsi a fondo e con cura su cosa sia l'identità, chi sia a determinarla e a chi serva questa [benedetta o maledetta o comunque noiosissima] identità.

Decisi di portare tutto questo a teatro. Ma compresi fin da subito che la natura di Mieli imponeva l'evasione. Che bisognava scombussolare leggi e confini. Fu lì che ritrovai Maurizio, il mio iniziatore, ed insieme elaborammo un progetto di cui il monologo non è che il primo mattone e che prevede, tra le varie, la realizzazione di un docufilm che finanzieremo attraverso una campagna di crowdfunding.

Il suo spettacolo è una specie di seduta spiritica per rievocare domande che più dividono la società contemporanea in tema di sessualità e identità di genere. Ma qual è l’interrogativo che ritiene più pressante e più divisivo in questo momento?

Quando smetti di recitare? Cosa trovi al di là della recita? Può sembrare strano ma questi sono interrogativi realmente incandescenti in questo percorso.

L'identità di genere quanto la sessualità hanno a che fare con la rappresentazione più di quanto non si possa intuire, hanno a che fare con la riconoscibilità da parte degli altri. Aveva ragione Shakespeare: Tutto il mondo è un teatro e gli uomini e le donne non sono che attoriAttori a cui Mario Mieli propone di smettere di recitare per "scoprire le straordinarie risorse dell'esistenza...al di là della recita" È necessario superare i limiti imposti, per scoprire se stessi e l'universo circostante.

Sinteticamente, cosa fece di Mario Mieli un pensatore scomodo e anticonformista? C’è un aspetto dell’eccentricità di Mieli nei confronti della quale lei ha delle reali perplessità?

Del pensiero di Mario Mieli accolgo tutto. Consapevole di avere a che fare con un pensatore anni '70. Anni aggressivi rispetto ai nostri, in cui la provocazione era una modalità d'espressione molto presente. Oggi provocare sembra in parte passato di moda, difficilmente fa ottenere risultati evidenti, tanto meno fa guadagnare una buona qualità d'ascolto da parte di chi la pensa diversamente.

Ribadisco: nulla del pensiero di Mario Mieli mi disturba, perché lo accolgo instaurando un dialogo con esso, e non considerandolo istruttivo alla maniera di una vecchia lezione scolastica. Inoltre in tutto quel che lo riguarda, anche nella cosa più schifosa, risuona sempre uno stato di grazia.

Il suicidio di Mario Mieli è stato spiegato in vari modi. Secondo lei, qual è stata la molla scatenante della sua decisione finale?

Lo spettacolo non indaga la vita di Mieli e la sua aneddotica. Portiamo in scena il suo pensiero, la sua meraviglia. Togliersi la vita è un fatto intimo. Inviolabile. Silenzioso. Le uniche parole che riesco ad accettare in circostanze del genere sono quelle che scrisse Cesare Pavese prima di morire: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

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Sono stati celebrati ieri a Lajatico (Pi) i funerali di Gillo Dorfles. Il critico d’arte, pittore e filosofo di fama internazionale s’è spento a Milano, venerdì 2 marzo, all’età di 107 anni.

Gaynews lo ricorda con stima e riconoscenza per il fondamentale contributo apportato al progresso culturale del Paese. E lo fa attraverso le parole del Maestro abruzzese Donato Di Zio, le cui opere furono particolarmente apprezzate da Dorfles, e del direttore Franco Grillini.

«Ricordo con molto affetto e stima – così il pittore 48enne – il professor Gillo Dorfles che fin dall’inizio si appassionò alla mia ricerca artistica, compiendo su di essa un‘analisi molto accurata.

Lo fece analizzando con molta curiosità i miei disegni fin dai primi esordi: trovò molto interessanti anche i miei lavori giovanili. Alla mia produzione pittorica egli dedicò diversi testi critici, in cui mise in luce gli aspetti più intimi contenuti nelle mie opere.

Riprendo un breve brano che Gillo Dorfles scrisse in occasione della mia ultima mostra a sua cura dal titolo Donato Di Zio. La spirale dell’anima… sul filo di Dante Alighieri, ospitata a Firenze al Museo della casa di Dante dal 26 febbraio al 30 settembre 2016.

Il testo critico, da cui riprendo i passaggi riportati, si intitola …Inizialmente erano soltanto segni di inchiostro…Alcuni simboli e segni che appartengono alla maturità si possono ritrovare in forma embrionale già nelle opere del periodo adolescenziale e giovanile. Se ne possono infatti riscontrare alcuni tratti nei primissimi approcci che Di Zio ha avuto con l’arte fin da bambino.

Concludo riprendendo un mio precedente intervento nel quale sostenevo che queste opere, a parte la loro suggestione e la loro piacevolezza, possono anche far pensare a qualcosa di più profondo e non superficiale… sicchè nel panorama attuale dell’arte Di Zio rappresenta indiscutibilmente un caso a sé stante”».

Le opere di Di Zio sono disvelatrici del rapporto tra arte e sessualità. Connubio, questo, che fu messo in luce da Dorfles nell’ambito d’un incontro tenutosi nel 2011 a Milano, cui partecipò anche Franco Grillini. Eccone la rievocazione.

«Mi è capitato - così il diretttore di Gaynews - di presentare il secondo catalogo del caro amico e artista Donato Di Zio in una serata a Milano insieme con Gillo Dorfles e altri.

Fu un dibattito molto interessante perché si discusse un po’ di tutto. La caratura artistica di Di Zio era tale da meritare un contributo di Gillo Dorfles. E le caratteristiche del tratto artistico di Donato sono i costanti ed espliciti riferimenti alla sessualità. Ed è anche di questo che si discusse in quella serata con posizioni libertarie da parte mia. Posizioni sostenenti la permeabilità e la pervasività della sessualità anche in campo artistico.

Accordo pieno, sotto questo punto di vista, con Dorfles che sottolineò come l’arte nel corso dei secoli si fosse fatta portavoce di erotismo. Il quale, spesso, era precluso a buona parte della società.

Gillo Dorfles era già ultracentenario ma in quell'occasione diede prova d’una ben nota grinta e lucidità mentale. Una persona dai tratti signorili, vivace, brillante capace d’interloquire con tutti.

Fu quella una serata che porto nel cuore col ricordo vivo d’un vero intellettuale quale Dorfles».

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È ancora polemica al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Milano sui temi Lgbti, davanti al cui ingresso è stato oggi affisso un manifesto in forma decalogica sulla correlazione tra orientamento sessuale e incidenza di infezioni sessualmente trasmissibili. Con prevedibile indignazione di studenti, genitori e docenti che hanno informato dell’accaduto il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Il manifesto, che condensa in dieci punti i peggiori stereotipi sui comportamenti sessuali dei gay fornendone così l’immagine di nuovi untori– ma si vede che proprio a Milano la lezione manzoniana non sembra aver fatto scuola –, reca il titolo Gay: c’è poco da essere Pride... Come infettare il mondo con un mare di malattie legate ai comportamenti omosessuali.

immagine liceo da vinci milano

Ma facciamo un passo indietro.

I diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender e intersex, il valore del coming out e la prevenzione delle Ist sono state al centro, il 30 gennaio,  dell’assemblea d’istituto organizzata dagli studenti con l’approvazione della dirigente Luisa Amantia.

Ma alla vigilia dell’incontro 11 docenti (dei complessivi 72 del liceo di Via Respighi) hanno indirizzato una mail di protesta. «Il Collegio docenti - così si leggeva in essa –  ha saputo di questa iniziativa studentesca, del tema e dei relatori soltanto sabato, con la circolare pubblicata sul sito della scuola. Che gli insegnanti cui affidate i vostri figli in un patto di fiducia per la loro crescita integrale non sappiano chi siano gli adulti che parleranno loro di temi così sensibili, è francamente grave (…) e che la mattinata sia stata pensata in modo granitico, senza contraddittorio, senza la presenza di qualche voce autorevole che problematizzi le narrazioni di esperienze personali, ci pare operazione pericolosa e semplificativa». 

A dispetto di ciò, l’assemblea si è svolta in un clima sereno anche se tanti studenti hanno preferito restare in classe. Perché, come scritto dalla dirigente scolastica Amantia, «gli studenti hanno il diritto e dovere, ma non l’obbligo, di partecipare all’assemblea. Ci si può astenere, come per il voto».

D’altra parte, come rilevato dal vicepreside Guglielmo Pagani, è lo stesso Miur «a prevedere che l’assemblea sia gestita dagli studenti senza che la dirigente o gli organismi possano influire sulle loro scelte». Ma l’istituto di Via Respighi non è nuovo a certi episodi visto che nel 2015 sul dazebao studentesco La Bohème comparve un botta e risposta tra alcuni studenti e una docente (tra gli undici firmatari della mail di lunedì sera) che definiva «innaturali» le relazioni omosessuali.

Poi l’episodio odierno su cui così s’è espresso Sebastiano Secci, presidente del Mieli, in un comunicato ufficiale:  “Non possiamo non notare – dichiara il presidente del Circolo Mario Mieli, Sebastiano Secci - come questo orribile episodio si inserisca in un clima politico che sta pericolosamente virando verso odiose posizioni di divisione, intolleranza e chiusura, con l’emersione di spinte fasciste e reazionarie che preoccupano tutte e tutti noi. Dipingere la comunità LGBT+ come un gruppo di ‘untori’ vuole proprio aumentare la diffidenza e il discredito nei nostri confronti agli occhi della collettività”.

“Noi non ci stiamo – continua Secci - Il nostro movimento lavora da decenni per diffondere una cultura della sessualità libera e responsabile, lavorando con dedizione per informare tutti i cittadini sulle infezioni sessualmente trasmissibili che, spiace doverlo ricordare nel 2018, a differenza degli omofobi, non discriminano in base all'orientamento sessuale. La presenza di queste sfide educative e culturali devono spingerci a fare di più e fare meglio, premendo l'acceleratore sull'educazione sessuale e affettiva nelle scuole di ogni ordine e grado, strumento decisivo per formare adeguatamente i giovani a vivere con libertà e responsabilità la propria vita sessuale e per seppellire definitivamente i ruderi di una cultura della vergogna e della repressione sessuale malsana e anacronistica”.

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Tommaso Cerno, codirettore de La Repubblica e già dirigente del comitato udinese di Arcigay, sarà candidato dal Pd al Senato in Friuli Venezia Giulia per le prossime elezioni. E a Milano (in quota Renzi), dove correranno anche Bruno Tabacci e il ministro Maurizio Martina.

È quanto si apprende da fonti dem mentre è in corso la fase finale di chiusura delle liste in vista della direzione delle 16:00. Se confermato, ciò implicherebbe l’addio di Cerno al quotidiano di Scalfari dopo poco più di tre mesi dall’affiancamento a Mario Calabresi

Resterebbe, invece, fuori l'orlandiano Sergio Lo Giudice, capo dei ReteDem ed ex presidente di Arcigay nazionale. Con lui anche l'ex ministro Cesare Damiano, il coordinatore Dems Andrea Martella, il leader dei Socialdem Marco Di Lello.

La notizia è trapelata dagli stessi ambienti orlandiani con riferimento all'incontro intercorso in mattinata tra Matteo Renzi e il ministro della Giustizia sulle liste. 

Il segretario  del Pd avrebbe offerto a Orlando 21 posti ma facendogli capire che i nomi li avrebbe scelti lui. Diviso tra la spinta dei "salvi" e la lealtà verso chi lo ha sostenuto (LaburDem, ReteDem e Socialdem sono le associazioni fondatrici della corrente), Orlando ha convocato per le 13:00 i suoi per decidere un eventuale quanto improbabile voto contrario in Direzione. 

 

 

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