Se ne parla poco ma i diritti delle persone Lgbti sono al centro del documento programmatico della neoformazione di sinistra Liberi e Uguali (LeU), votato il 17 dicembre all’assemblea nazionale di Brescia. Il testo si configura come un contributo al programma definitivo che sarà licenziato a breve.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Luca Trentini, storico attivista Lgbti e componente del coordinamento provinciale di LeU per l’area bresciana.

Luca, come si arrivati al documento votato il 17 dicembre scorso?

Il percorso per la definizione del programma di Liberi e Uguali è partito da un piccolo gruppo di lavoro costituito da me, Cathy La Torre, l'on. Daniele Farina, l'europarlamentare Elly Schlein, Francesca Druetti, Gianmarco Capogna, Michele Covolan, Raffaele Serra, Sara Prestianni, Elia De Caro e altri che hanno redatto il testo base su cui lavorare. Ci siamo poi ritrovati a Brescia domenica 17 Dicembre per la conferenza programmatica Diritti e Cittadinanze che ha approfondito i contenuti del programma in modo partecipato e ha scritto e votato il testo del documento programmatico Per una società dei diritti e dell'uguaglianza.

Quale l’approccio utilizzato per redigere il testo?

L'approccio che abbiamo voluto utilizzare parte dalla lettura della realtà. Dopo l'approvazione delle unioni civili, legge appena sufficiente ma pasticciata, le famiglie arcobaleno sono di fatto entrate per la prima volta nel diritto di famiglia. Non è quindi più necessario declinare i diritti civili come un capitolo separato o una richiesta specifica. Questi diritti vanno inseriti nel quadro più ampio di una riforma globale del diritto di famiglia italiano che vorremmo diventasse “diritto delle famiglie” a partire naturalmente dal fondamentale principio di uguaglianza. Tuttavia uguaglianza non significa omologazione. Dobbiamo essere uguali nei diritti e nelle possibilità, ma tutelando e riconoscendo le mille diversità e la pluralità delle identità come un bene e un arricchimento sociale. Infine abbiamo riaffermato l'importanza di uno stretto collegamento fra diritti civili e diritti sociali, da noi percepiti come i due polmoni in grado di ridare respiro a un Paese affannato.

Da un punto di vista contenustico quali sono i punti salienti?

Dal punto di vista dei contenuti il documento programmatico approvato a Brescia contiene la richiesta esplicita del matrimonio egualitario per le coppie di persone Lgbti e la riforma dell'adozione ordinaria che deve essere semplificata per tutte e tutti e aperta a single e a tutti i tipi di coppia. Sull'omogenitorialità proponiamo la riforma della legge 40 che permetta l'accesso alla pratica della procreazione assistita a tutte le donne, abolendo la discriminazione che oggi ne limita l'accesso alle solo donne in coppia eterosessuale. Il programma prevede il riconoscimento di entrambi i genitori all'atto di nascita del figlio per tutti i tipi di coppia e/o “l’adozione piena e legittimante” per i bambini che nascono o vivono in una famiglia con due genitori dello stesso sesso.

Per quel che riguarda i diritti delle persone trans, Liberi e Uguali sceglie la strada della depatologizzazione della condizione trans in virtù del principio di autodeterminazione, ma richiede anche la riforma della legge 164 dell’82 nell’ottica del superamento del passaggio giudiziario per la rettificazione dei dati anagrafici.

E sul fronte delle misure di contrasto all’omotransfobia?

Sotto il profilo dell'antidiscriminazione il nostro programma prevede l'estensione della legge Mancino contro gli atti di odio compiuti in virtù dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o rivolta a persone con diverse abilità. Parallelamente proponiamo progetti di educazione e sensibilizzazione a favore di ogni minoranza discriminata, che comprendano anche il superamento dello stigma delle persone che vivono con l’Hiv. Anche nel capitolo relativo alla scuola richiediamo interventi formativi sull'educazione affettiva, sessuale e delle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Anche per insegnanti, gli operatori sociosanitari e le famiglie proponiamo di inserire una formazione permanente che includa anche questi aspetti.

Una delle proposte concrete inserite nel programma è proprio la riforma dell'Unar (Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali) che vorremmo fosse trasformato in Autorità nazionale Antidiscriminazioni. Un’agenzia indipendente dalla politica con poteri effettivi, anche sanzionatori, che vigili sull'applicazione dei trattati anti discriminatori internazionali nel nostro paese potrebbe essere un efficace strumento di contrasto all'odio e di sviluppo di una cultura delle differenze.

Il documento bresciano ha influito sulla discussione della successiva Assemblea del 7 gennaio?

Abbiamo portato queste idee all'Assemblea programmatica di Roma del 7 Gennaio grazie a due bellissimi interventi di Gianmarco Capogna e Cathy la Torre. Nella relazione programmatica votata da tutte e tutti i 1500 delegati è stato inserito il passaggio sulle unioni civili così: L’uguaglianza nei diritti: L'uguaglianza non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili. Abbiamo la necessità di riformare nel suo complesso il diritto di famiglia, che deve essere declinato al plurale, parlando di “famiglie” e includendo anche quelle di fatto e ogni altra forma di legame familiare. Il matrimonio deve essere un istituto unico, accessibile a tutte e tutti con il pieno ed eguale riconoscimento di tutti i legami affettivi, compresi quelli delle coppie Lgbti, una parità dei diritti anche sul piano della genitorialità. Sono necessari progetti formativi anche scolastici, efficaci sull’educazione affettiva, sessuale e alle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Dobbiamo introdurre misure efficaci dal punto di vista normativo per inasprire le pene e renderle efficaci per chi commette violenze con l’aggravante della discriminazione.

Il lavoro è stato molto partecipato e ha coinvolto centinaia di militanti. Il programma è stato votato all'unanimità e impegna tutte le candidate e i candidati. Credo che questi contenuti diano risposte concrete e prospettive utili alla comunità Lgbti, ma che segni un avanzamento per il Paese nel suo complesso perchè il progresso dei diritti è una questione che interessa tutte e tutti e ne migliora la vita. Valori come l'uguaglianza, l'autodeterminazione, la dignità, le differenze e hanno trovato spazio in un programma coraggioso e avanzato che coniuga in modo armonico i diritti sociali (lavoro, solidarietà, accoglienza, pensioni, salute, welfare), la tutela dei beni comuni (ambiente, sostenibilità, risorse, patrimonio artistico) con i diritti civili. La speranza è che molte elettrici ed elettori ci diano fiducia sulla base di questi contenuti.

Infine, ma Luca Trentini sarà candidato alle prossime elezioni?

Il mio nome è stato inserito nella rosa delle candidature proposte al tavolo nazionale e votato dall'assemblea di Liberi e Uguali della mia  circoscrizione elettorale. Vedremo se e dove si riterrà che il mio contributo possa essere utile.

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Qualche giorno fa è accaduto un episodio di bullismo omofobico presso l’azienda sanitaria Cotugno di Napoli. Protagonisti un medico chirurgo e un giovane omosessuale, socio del locale comitato d’Arcigay.

Durante una visita di controllo finalizzata alla valutazione del decorso post-operatorio del militante Lgbti, il medico avrebbe prima ironizzato volgarmente sull'utilità dei genitali del socio Arcigay. Poi, alterandosi e sospendendo bruscamente la visita, si sarebbe rifiutato di rispondere a domande sull’eventuale ripresa delle attività sessuali del paziente, definendo l'omosessualità una patologia.

Avendo il Cotugno attivato da tempo un protocollo di collaborazione sulle malattie sessualmente trasmissibile proprio con Arcigay Napoli, il presidente Antonello Sannino ha inviato al direttore sanitario una formale richiesta di chiarimenti.

Ma per comprendere meglio quanto accaduto, raccogliamo la testimonianza del giovane socio Arcigay che, per opportune ragioni di privacy, ha preferito non rivelare la sua identità. 

Dunque, raccontaci come si è svolto l'incontro con il chirurgo...

Dopo le festività natalizie, mi sono recato nell'ambulatorio di chirurgia dell'ospedale Cotugno di Napoli per sottopormi a un controllo necessario, essendo stato operato il 7 dicembre scorso di fistola perianale. Dopo la rimozione del punto di sutura, chiedo al medico notizie circa un lipoma, già diagnosticatomi, che dalla natica destra arriva fino ai testicoli. Il chirurgo, dopo aver palpeggiato la zona interessata, mi spiega che non è un intervento semplice ma che ritiene di essere in grado di eseguirlo. A questo punto gli ho espresso il timore che l'intervento potesse comportare rischi per i miei organi genitali. Lui allora, ironizzando, ha detto che tanto io non so cosa farmene dei testicoli. Ovviamente, gli ho chiarito che - al contrario di quanto supponesse - il piacere sessuale mi interessa e dunque mi sta a cuore l'uso dei genitali. 

E poi?

Ho subito notato che si è leggermente incupito. Poi ha preso un foglio per la prenotazione dell'operazione di asportazione del lipoma. Mentre compila il foglio per la prenotazione, io ne approfitto per chiedergli quando avrei potuto ricominciare ad avere rapporti sessuali. Il dottore alza un attimo gli occhi verso di me e mi chiede: "Dove?". Io, con discrezione, gli indico la parte posteriore con il dito. A questo punto lui si arrabbia e in maniera arrogante mi dice: Credo 10 ,15 o 20 giorni. Ma poi io che ne capisco di queste patologie". 

Quindi per il tuo medico essere omosessuali è una patologia?

Esatto! Io ho sgranato gli occhi e gli ho fatto notare che l'omosessualità non è una malattia e che certe risposte, dopo l'operazione che avevo subito, potevo averle solo da lui che è il mio chirurgo.  Lui si è stizzito ancora di più, ha sbattuto la mano sul tavolo appallottolando il foglio dell'impegnativa per la prenotazione dell'intervento ed urlando mi ha detto: "Ma insomma basta. Come  si permette? Tanta confidenza chi gliela dà? M chi si crede di essere? Se ne vada". Ed è uscito sbattendo la porta.

E come hai reagito?

Al momento ho avuto solo la forza di alzarmi e uscire accompagnato da un infermiere. Ero allibito e mi veniva da piangere. Mi aveva trattato da "malato". Secondo quel medico essere gay è una malattia. La sensazione è di profondo vuoto. Un vuoto che mano mano si riempie. Ma rimane l'amaro in bocca. Poi ho pensato che se fosse successo a una persona fragile o a un ragazzo più giovane, sicuramente ne avrebbe sofferto moltissimo. Parole del genere sono pesanti da digerire. 

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Stilista, produttore di vini, attivista Lgbti. Bruno Tommassini è tutto questo e anche di più. Gaynews ha deciso d’intervistarlo tra memorie e prospettive future all’inizio del nuovo anno

Ciao, Bruno. Tu sei da sempre un militante per i diritti Lgbti. Raccontaci un po’ di te e della tua storia...

La mia storia è quella di un uomo libero, che si è sempre battuto contro il conformismo. Fin da ragazzo ho sentito l’esigenza, prima ancora che il dovere, di dire al mondo che “amare” è bello e che la discriminazione e l’omofobia sono un veleno per la società tutta. Ecco perché ho cominciato, assieme a Franco Grillini e a a tanti amici, l’esperienza dell’Arcigay fin dall’inizio, negli anni '80 del secolo scorso, quando in Italia anche solo parlare di omosessualità era un tabù. Pensare poi alle unioni civili era un sogno rrealizzabile: la politica all’epoca sosteneva che non si potesse legiferare in materia. Oggi sono legge dello Stato. Per arrivare qui migliaia di noi hanno contribuito chi con l’impegno politico, chi con la testimonianza quotidiana. Oggi viviamo in un’Italia migliore. Non perfetta. Ma meno male, altrimenti per quali battaglie dovremmo batterci adesso?

Hai una storia d'amore importante: cosa hanno significato per te le unioni civili e come vedi il futuro? Si andrà avanti fino al matrimonio egualitario?

La nostra storia d’amore era già un matrimonio, non aveva bisogno di una legge. Ma non appena il governo Renzi ha messo la fiducia sulle unioni civili e sono diventate legge, abbiamo deciso di sposarci. Dopo 40 anni era giusto – anche nei confronti di chi si è battuto per la legge – che fossimo lì a dire “sì”. C’è poi anche un aspetto pratico, di diritti negati, di una vita in comune anche dal punto di vista delle cose fatte insieme, costruite insieme, che rischiavano di disperdersi e che adesso sono davvero nostre, nel senso di entrambi. Decidemmo di fare una cerimonia senza troppi invitati, solo qualche amico. Ma quando arrivammo alla torre di Marciano, dove il sindaco ci ha sposati, ci siamo ritrovati in sala tutto il paese. I nostri amici di sempre, i vicini, la gente che incontriamo al mercato. E lì ho avuto la conferma che l’Italia è più avanti della sua classe politica.

Sei stilita e imprenditore. I tuoi prodotti hanno un buon successo: quale la formula?

Lottare contro il pregiudizio significa lottare contro il luogo comune, il conformismo. La moda è anti-conformismo per natura. La creatività pretende di uscire dall’ordinario. Quindi la spinta a creare è simile alla spinta che ti viene dalle battaglie per migliorare il mondo. L’amore per ciò che faccio, ovviamente, è l’ingrediente necessario. Nessuno lavora per trent’anni nel campo creativo senza amare quello che fa. Oggi ho deciso di impegnarmi anche per gli altri in questo settore. E ho accettato di diventare presidente della Federmoda, nella Cna, il posto dove ho cominciato a lavorare. Siamo di fronte a un momento storico per l’artigianato, l’arte del fare con le mani, un momento in cui il Made in Italy può mettere insieme la creatività, i grandi marchi e la loro attrattività mondiale, con la capacità unica che abbiamo in Italia di realizzare prodotti artigianali. La politica deve cogliere anche questa sfida se ama l’Italia. Io ora combatto anche per questa.

Sei stato oggetto di attacchi omofobi, per i quali ti esprimiamo la nostra solidarietà. Qual è oggi la pista da percorrere per  lottare contro tutte le discriminazioni soprattutto nel mondo del lavoro?

Denunciare senza paura questi attacchi e restare uniti con un solo grido: basta! Il mondo è più avanti di queste persone, ma in effetti il clima nel nostro Paese e in Europa è pesante. Il ritorno delle destre populiste, la xenofobia, l’omofobia sono tornati a tenere banco anche nel dibattito politico. Una regressione gravissima. Io non ho paura per me, mi so difendere, ma per le migliaia di persone che non possono farlo. Con Edoardo, mio marito, da anni producevamo un vino con le nostre uve che avevamo chiamato “Vinocchio”. Era un modo divertente per parlare di diritti con gli amici. A fronte di quanto sta succedendo, abbiamo deciso di trasformarlo in una vera e propria attività di solidarietà: adesso produciamo Vinocchio e Uvagina, rosso, bianco e frizzante. Sono tre etichette per i diritti, con i cui introiti sosteniamo le associazioni gay, i Pride, chi si batte per i diritti civili e la cultura in generale, perché è con la cultura che vinceremo noi, non con l’ignoranza e la paura.

Vivi ad Arezzo, città meravigliosa, piena  di storia e di cultura. La scorsa estate un  Pride di successo. Una grande onda piena di emozioni che si è alzata non solo sulla Toscana ma sul tutto il Paese. Cos’è per te questa  città e cosa bisogna ancora fare? 

Tutta l’Italia è piena di storia e cultura. Arezzo ha delle potenzialità enormi ma ancora da esprimere appieno. Io ci sono e lavoro ogni giorno per farlo. Rispetto alla metropoli, penso a Milano e Roma, la campagna ci mostra fra l’altro un modello di integrazione magari più lento o meno visibile, ma più profondo, più autentico, dove i legami fra le persone si intrecciano e si autostengono in modo molto vero. Credo che da città come Arezzo possa venire molto. Ma a una condizione: chi fa la cosiddetta politica – o l’associazionismo – deve mettere al primo posto gli altri e non se stesso, la comunità e non la carriera. Altrimenti saremo noi a ghettizzare i gay e le lesbiche e diventare i primi omofobi dell’era moderna, quella che credevamo fosse libera e democratica.

Da ultimo ma non da ultimo. Arcigay che cos’è per te?

Arcigay è una casa. Lo è stata per molti anni. Oggi è cambiata. A volte stento a riconoscerla. Ma quella parola che tanrti anni fa era difficile anche solo da pronunciare mi riempie ancora di emozioni. Quelle di una battaglia durata come la mia vita. Quindi ci sono tornato e cerco di dare una mano. E qualche pacca sul culo a chi interpreta troppo quella casa come un trampolino: è un errore enorme. Noi sobbiamo lavorare perché l’Arcigay un giorno non serva più. Perché sia stato un grande sogno di libertà, finalmente realizzato.

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Il 2017 è stato un anno strano.

Da un lato, gli evidenti passi in avanti della società che, come testimoniato anche da una trasmissione quale Stato Civile, inizia a metabolizzare un cambiamento epocale, benché incompleto, come la legge sulle unioni civili approvata dal nostro Parlamento l’11 maggio 2016. Dall'altro, una continua e fastidiosa presenza di velati e opportunisti nel panorama dello spettacolo e dei media italiani.

Quattro personaggi sono campioni paradigmatici di questa triste retroguardia ancora "attiva" nel 2017: Stefano Gabbana, Ferzan Ozpetek, Gianna NanniniCristiano Magioglio.

Le dichiarazioni di Stefano Gabbana e di Ferzan Ozpetek, che rifiutano il termine gay come fosse un'onta e sbandierano una malintesa idea di emancipazione che è l'esito di un processo di conformismo borghese, manifestano tutto il peso storico di uno stigma omofobico interiorizzato e incancrenito nel lusso e nel benessere delle posizioni sociali acquisite.

D'altronde, lo stesso Ozpetek, che sull'estetica e sui sentimenti delle persone omosessuali ha costruito il proprio successo, non è mai intervenuto per condannare la repressione anti-lgbti del regime di Erdogan, pur vivendo a Roma con il suo "compagno di viaggio" (ha detto che bisogna chiamare così suo marito perché i gay non hanno marito).

Ma nell’anno si erano già segnalate le uscite di Gianna Nannini, rockstar lesbica velatissima, che ha rivendicato i propri diritti di genitorialità, dopo essersi nascosta per decenni e senza aver mai fatto nulla per supportare la comunità Lgbti. 

In ultimo ma non da ultimo è da segnalare Cristiano Malgioglio che, dopo non essersi mai esposto per i diritti Lgbti, si è scoperto improvvisamente "militante" nel corso del Grande Fratello Vip. Benché, fino a qualche mese fa, attaccasse gli omosessuali che si baciavano definendoli ridicoli e ritenendo che due uomini che si amano non possono essere una famiglia.

Nulla dunque da imparare da questi questi personaggi. Nulla da ammirare. Nulla meno che mai da spartire.

Resta solo da considerare la distanza siderale da chi può essere invece ravvisato riferimento iconico e paradigmatico per le persone lgbti. Come, ad esempio, l’indimenticabile Paul Newman che ebbe a dire: «Sono da sempre un sostenitore dei diritti dei gay. Non lo sono invece del non dichiararsi».

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L’uscita di Stefano Gabbana sulla questione omosessuale non è né nuova né originale. Si erano già pronunciati in merito persone più o meno ruotanti intorno alla collettività Lgbti.

È un dibattito che si svolge da tempo soprattutto per quanto riguarda i Pride (i Pride fanno bene o meno al movimento? Bisogna rivendicare o no la propria identità?). E ne approfitto per rimarcare un aspetto connesso alla questione. Aspetto che in realtà non ho mai accettato: l’eliminazione, cioè, del qualificativo gay dalla parola Pride in riferimento alle manifestazioni del 28 giugno. Cosa, in realtà, voluta e fatta dal movimento. Gabbana non dev’esserne informato. Altrimenti l’avrebbe potuto utilizzare come argomento. Naturalmente io continuo a parlare di Gay Pride forse perché sono un vecchio militante tradizionalista. Per utilizzare una frase di un film di Ozpetek, «Gay io? No, io sono frocio.

In questo annoso dibattito era intervenuto tempo fa anche Giorgio Armani – sia pur in modo diverso – dicendo: «Un uomo omosessuale è uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale... Un uomo deve essere uomo».

Stupisce questa preoccupazione del maschile a tutti i costi. E stupisce per due ragioni.

In primo luogo uno è quello che è e non dovrebbe avere bisogno di sbandierarlo in giro per il mondo. Il doverlo fare rivelerebbe infatti l’esistenza di un problema. Se io, in riferimento all’identità di genere, sono e mi sento uomo (o donna) ma ho il bisogno di riaffermarlo su una maglietta, vuol dire che ho qualche problemino, e non da poco, al riguardo. Se invece non ho nessun problema, potrò conseguentemente decidere in piena libertà se dire di essere gay o meno.

E qui emerge l’altro punto dolente. Perché Gabbana mostra di confondere identità di genere con orientamento sessuale.

È vero che la distinzione al riguardo è recente. Distinzione dovuta alle culture della liberazione sessuale, al riconoscimento delle identità, ai Gay Studies, allo sviluppo degli studi scientifici in materia psicologica, alla militanza della collettività Lgbti. Ma l’errore è grossolano perché, come sappiamo tutti, è proprio su questo che si distingueva la vecchia guardia delle persone omosessuali in Italia.

Da questo punto di vista mi sovviene un ricordo dell’autunno dell’84. Era in corso una riunione con gli amici di Catania per dare vita al locale circolo dell’Arcigay (quello fu un periodo particolarmente importante per la nascita dei circoli, che poi avrebbero aderito, tra marzo e dicembre ’85, all’Arcigay Nazionale). In quell’incontro la metà dei presenti non si definiva omosessuale e sosteneva che l’omosessuale vero non si accompagna mai con un altro omosessuale. L’omosessuale vero, secondo gli intervenuti, sarebbe stato quello che si accompagna con un eterosessuale, aiutandolo a mettere su famiglia e, magari, ad allevare i di lui figli.

Sappiamo che Pasolini affermava più o meno la stessa cosa negli Scritti Corsari. Sappiamo anche che alcuni intellettuali d’orientamento omosessuale, appartenenti alla vecchia generazione, dicono tuttora che si stava meglio quando si stava peggio. Nel senso che nel periodo in cui la questione omosessuale non aveva un nome, non aveva una definizione, non era identificata, era impossibile non trovare un maschio che non fosse disponibile a fare sesso (magari da attivo) con un altro maschio. È noto che in passato (si parla di 40/50 anni fa) il ruolo dell’omosessuale di paese era quello di svezzare i ragazzi in modo che poi potessero finire sulla "retta via" sposandosi e facendo figli. È un’idea che non era solo delle persone omosessuali di vecchia generazione. Era un modo di pensare l’omosessualità condiviso anche dalla Chiesa cattolica che liquidava l’omosessualità quale fase transitoria dell’adolescenza.

In realtà, soprattutto nei piccoli centri, era fortissima la pressione sociale che spingeva a sposarsi e a farsi una famiglia. Al punto che persino molti giovani eterosessuali se ne lamentavano. Ricordo benissimo alcune mie conferenze nel corso delle quali, parlando di un tale argomento, intervenivano spesso 20/30enni etero dicendo: «I miei genitori e i miei amici mi hanno rotto le scatole perché non mi fidanzo». La stragrande maggioranza degli omosessuali finiva, d’altra parte, per sposarsi. Per poi continuare a frequentare i luoghi di battuage secondo una modalità ricorrente in passato e, in misura minore, ancora oggi.

Da un tale quanto complesso contesto deriva la su accennata preoccupazione. Preoccupazione che possiamo anche pensare come sincera. Non tutto, infatti, è sempre complotto, non tutto è sempre cattiveria, non tutto è sempre manipolazione. 

Personaggi come Gabbana od Ozpetek, intervenuti su questa materia, mostrano di essere sostanzialmente feriti da due realtà.

Da una parte, che sia dato finalmente un nome alle cose. Non avendo un nome, infatti, il movimento e la stessa questione omosessuale banalmente non esistevano. Dall'altra, che si siano rese conseguentemente visibili tutte le omosessualità. Perché, giova ricordarlo, non esiste un solo modo d’essere omosessuali. Visibilità emergente soprattutto durante le manifestazioni dei Pride, che - come già detto sopra - continuano a far discutere sulla loro necessità.

Com’è noto, io milito tra coloro che dicono che i Pride fanno benissimo. In primo luogo, perché consentono il ritrovarsi in una manifestazione corale che ci fa vedere in grande quantità. Quest’anno ci sono stati 24 Pride (il massimo della storia in Italia) e quasi dappertutto dominati dalla presenza di giovanissimi, che non troviamo più nelle manifestazioni di partiti o sindacati. I Pride sono anche l’occasione per ribadire le piattaforme locali e le richieste che esse avanzano: da quelle ai servizi socio-sanitari a quelle assistenziali, dalle case d’accoglienza alla lotta contro povertà delle persone Lgbti.

Tornando alla questione del nome, confesso di essere molto affezionato alla parola gay come a quella in parte sinonimica di omosessuale. Sono affezionato perché è un mezzo fondamentale per rendere visibile l’omosessualità. Perché, piaccia o non piaccia, noi abbiamo una religione civile che è quella della visibilità. Veniamo da un mondo dove sono vissuti i nostri critici, compresi alcuni militanti. Un mondo dove ci si doveva nascondere. Dove ci si vergognava di essere omosessuali. Dove l’essere gay significava il perdere lavoro o gli affetti più cari. La doppia vita e la clandestinità sono state le cifre che hanno caratterizzato per troppo tempo la vita delle persone omosessuali. Frutto di quel compromesso concretatizzatosi in Italia in quella che Giovanni Dall’Orto ha chiamato “tolleranza repressiva”, creando quella sofferenza aggiuntiva che Vittorio Lingiardi ha definito come “Minority Stress”.

Ci si deve infatti sempre chiedere quali sono i costi sociali del negare se stessi o se stesse. Quale livello di infelicità domini ancora in milioni di donne e uomini omosessuali che continuano a non “dirlo” a se stessi prima ancora che alla famiglia e agli amici.

È sufficiente per tutte queste persone dire "Io sono uomo” o "Io sono donna” per determinare un processo di liberazione e di vivibilità? Io direi di no.

Per non parlare, e qui torniamo alla preoccupazione di molti nel sottolineare la propria mascolinità, del rischio di un pericoloso ritorno del maschilismo anche in campo gay. Sappiamo bene che questa cultura incistata fin dalla nascita nei nostri cervelli e coltivata dalla scuola, dallo sport, dalla famiglia, ha prodotto i danni più rilevanti, i conflitti più dolorosi. Ha prodotto l'esercizio del potere escludente, il bullismo, la violenza verso la diversità (proprio quella che Trump vuole cancellare dai report dell’Acdc, l'agenzia sanitaria di Stato Usa).

Stiano attenti, quindi, alcuni amici: mettendosi controvento e obiettivamente dalla parte di tutti i nostri avversari storici, essi scherzano col fuoco. Si può essere - e, in non pochi casi, si deve essere - critici verso il movimento Lgbti. Ma senza toccare mai il fondamento della nostra esistenza e della nostra lotta.

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A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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Stefano Gabbana annuncia il lancio di una nuova t-shirt prodotta dal suo marchio con la frase I am a man, I am not a gay. La ragione che ha spinto Gabbana a una tale decisione è stata così spiegata: «La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». «Sono un maschio - ha aggiunto Gabbana - il resto non conta».

La t-shirt promessa dallo stilista gay Stefano Gabbana, dunque, recherà in maniera inequivocabile la scritta Io sono un uomo, non sono gay.

Qualcuno probabilmente potrebbe pensare che dietro questa rivendicazione d'umanità emerge la voglia di spazzare via presunte "etichette" e conseguenti discriminazioni.

In realtà, dietro dichiarazioni del genere, scorgiamo piuttosto una dose massiccia di omofobia interiorizzata e l'assoluta mancanza di consapevolezza e responsabilità di chi, come Stefano Gabbana, vive la propria omosessualità in una situazione di agio e privilegio.

Infatti, quello che Gabbana vuole spazzare via non sono le discriminazioni ma, al contrario, il senso di orgoglio e d'appartenenza che, con fatica e coraggio, la comunità Lgbti si è costruita e si sta costruendo negli ultimi anni.

L'indifferenziazione, a cui aspira lo stilista, non ha nulla a che fare con la libertà ma è solo il tentativo di conformarsi e omologarsi a un sistema politico e sociale in cui la parola gay desta ancora riprovazione e fastidio.

Gabbana, dicendo I am a man, I am not a gay, nega implicitamente che si possa essere fieri e felici di essere uomini gay.

Certo, qualcuno obietterà che Gabbana non nasconde affatto il proprio orientamento sessuale e, dunque, la sua esigenza non è quella di velarsi e nascondersi. Eppure, se Gabbana non fosse ricco e famoso, se fosse un ragazzo come tanti, uno di quelli che in questo Paese stentano ancora a vivere con serenità e orgoglio il proprio amore alla luce del sole, un'espressione come I am a man, I am not a gay non potrebbe che essere fonte di dolore e solitudine: dolore per il fatto di essere gay e solitudine per il fatto che - secondo Gabbana - bisogna rinunciare alla bellezza e alla rivendicazione culturale della propria differenza.

Affermazioni del genere sono veri e propri attentati al lavoro di crescita e progresso che stiamo provando a compiere in questo Paese. In nome di questo progresso e in memoria dei tanti ragazzi che si sono vergognati a tal punto di essere ragazzi gay da preferire la morte (cioè l'apice dell'indifferenziazione) GayNews riprende e fa sua la campagna #BoycottDolceeGabbana, che il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino ha tempestivamente lanciato sulla sua pagina Facebook.

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La Corte Costituzionale in Indonesia ha respinto ieri la la richiesta avanzata da un’organizzazione conservatrice per ascrivere tra i reati i rapporti sessuali prematrimoniali e quelli tra persone dello stesso sesso. La petizione non è stata accolta col voto di cinque dei nove magistrati componenti il tribunale.

Presentata a metà dello scorso anno da un docente universitario e da 11 componenti dell’Alleanza dell’ Amore Familiare (Aila in indonesiano), l’istanza pretendeva di modificare gli articoli del Codice penale riguardanti l’adulterio, il rapporto con minori e lo stupro con estensione alle persone omosessuali.

Nel corso del procedimento presso la Corte Costituzionale l’iniziativa di Aila, che sulla propria pagina web si definisce quale associazione che «difende la famiglia in Indonesia», aveva ricevuto il sostegno di gruppi di musulmani conservatori. Non poche associazioni e attivisti hanno denunciato un escalation d’omofobia verbale e di repressione da parte delle autorità indonesiane proprio a partire dal 2016.

Non per niente la decisione della Corte Costituzioanle non migliorerà affatto la situazione delle persone omosessuali a causa della vigente quanto discussa normativa antipornografia.

Nel solo maggio scorso una retata presso il club Atlantis di Giacarta ha portato all’arresto di 141 persone, colpevoli, secondo la polizia locale, di partecipare «a una festa a sfondo omosessuale». Ma la maggior parte degli arrestati è stata poi rilasciata. Le autorità giudiziarie hanno infatti ritenuto l’assenza di violazione della legge contro la pornografia da parte degli stessi.

Violazione che, invece, è stata contestata a otto persone, condannati ieri a a due anni di reclusione. Si tratta del direttore dell’Atlantis, di un addetto alla reception, un istruttore di palestra,  una guardia di sicurezza e alcuni spogliarellisti. 

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Sabato 9 dicembre, alle ore 18:00, presso il Grand Hotel Parker’s di Napoli avrà luogo la presentazione ufficiale del libro di Claudio Sona e Agnese Serrapica La danza del girasole, pubblicato dalla casa editrice Gaia.

Alla presentazione, coordinata dalla giornalista Anna Copertino, saranno presenti gli autori. Sono previsti interventi di Antonello Sannino (presidente di Arcigay Napoli) e Luca BadialiA seguire ci sarà l’attesissimo firmacopie.

Claudio Sona, protagonista del "trono gay" di Maria De Filippi, seguito da decine di migliaia di followers sui social, ha deciso, infatti, di raccontarsi con un libro in cui attraversa il proprio passato e si proietta nel futuro, riflettendo su amori, delusioni, affetti familiari, speranze e pericoli dei social.

Incontriamo Claudio Sona qualche giorno prima dell’uscita del suo libro.

Claudio, com'è nata La danza del girasole?

Mi è sempre piaciuto annotare quel che faccio, prendere appunti sulle mie esperienze e da ciò è nata l’idea di mettere insieme tutti questi appunti per lanciare un messaggio positivo.  Questo libro lega ricordi e  riflessioni sul mio passato, sul presente e sul futuro con la speranza che i lettori possano rivedersi ed emozionarsi.

L’incipit di questo libro è: “Non sono bravo con le parole”….

Ma davvero credo di non essere bravo con le parole proprio perché tante volte vorrei arrivare agli altri più di quanto riesca fare. Raccontandomi in un libro, spero che la gente possa capire chi è il vero Claudio Sona e capisca che ho molte cose da raccontare.

Su Instagram hai scritto che scrivere è un viaggio terapeutico. Cosa volevi dire?

Le parole hanno moltissimi significati e spesso non le approfondiamo come dovremmo. In questo libro provo ad approfondire, con le parole, argomenti importanti come il cyberbullismo e l’omosessualità, lanciando dei messaggi positivi, soprattutto per i giovani.

Secondo te, c’è ancora tanta discriminazione e omofobia in giro?

È inutile negarlo, esistono ancora tante discriminazioni. Noi dobbiamo essere in grado di dare il giusto peso a quello che ci viene detto ma comunque credo che il Paese abbia fatto notevoli passi in avanti rispetto al passato. Il messaggio che voglio comunicare è un messaggio di fiducia e di speranza perché credo che essere positivi aiuti molto e superare i problemi e, nel tempo, a cancellare l’idea che l’omosessualità possa essere un problema mentre è la normalità. E comunque, consiglio sempre a tutti di circondarsi di persone intelligenti.

Tu hai avuto problemi legati al fatto di essere gay?

Io non ho avuto mai nessun tipo di problema per il mio orientamento sessuale. Credo che se una persona riesce ad essere sempre se stesso,  se porta all’esterno quel che è,  certamente sarà ben voluta perché non c’è niente di più bello che mostrare se stessi per quello che si è.

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Catolicadas, la campagna messicana di animazione realizzata dall’onlus Católicas por el Derecho a Decidir e trasmessa sul relativo canale YouTube, giungerà giovedì prossimo al settimo capitolo della nona stagione ossia, complessivamente, al centesimo capitolo.

Segno incontrovertibile dell’enorme successo d’una serie che, presentata in anteprima in occasione della Giornata internazionale delle donne nel 2012, è arrivata a realizzare otto milioni di riproduzioni su YouTube e ad avere oltre 300mila follower, di cui il 50% sono giovani con meno di 24 anni.  

Si tratta di episodi che vogliono illustrare temi quali aborto, uso dei contraccettivi, omofobia, violenza sulle donne e di genere, lavoro delle donne, immigrazione, pedofilia, intervento della Chiesa nella politica, distanza tra vescovi e fedeli. E tutto questo attraverso i personaggi di Suor Juana (che esprime valori e sentimenti comuni in accordo con la genuina tradizione evangelica) e del Padre Beto (che incarna l’immagine d’una Chiesa arroccata sul conservatorismo e sulla rigorosa adesione alle dichiarazioni magisteriali).

Come dichiato all’agenzia di stampa spagnola Efe da Sandra Fosado, portavoce dell’organizzazione no-profit (fondata nel ’94 da donne e uomini di fede cattolica per difendere in prospettiva femminista e laica i diritti delle donne e dei giovani), «Suor Juana è la nostra eroina, perché lei è la voce che ci rappresenta, perché è dietro ogni cosa che vogliamo trasmettere: una religiosa investita del ruolo di difensora dei diritti umani». E che ricorda alle gerarchie come i loro atteggiamenti e insegnamenti siano non di rado contrapposti al messaggio del Cristo.

L’ultima puntata trasmessa dal titolo La otra cara de la Luna, ad esempio, è stato incentrato sui femminicidi in Messico e le dinamiche di vittimizzazione. Suor Juana s’impegna nel difendere la famiglia di Luna, la ragazza assassinata, e si rivolge a un’avvocata. Entrambe chiedonon alle autorità d’indagare sul caso in una prospettiva di genere e denunciano l'impunità dilagante nel Paese. «Dio sta con quanti lottano per la giustizia», spiega Suor Juana.

Nell’episodio El triunfo del respeto, invece, due giocatrici della Nazionale messicana femminile festeggiano la vittoria nella finale della Coppa del Mondo dandosi un bacio sulle labbra. Il Padre Beto, antagonista di Suor Juana, considera ciò un disonore per la comunità ecclesiale. Ma Suor Juana gli ricorda che «il pregiudizio acceca le persone». Decide allora di costituire un gruppo che educhi la cittadinanza al rispetto per la collettività Lgbt perché «Gesù amò senza eccezioni».

La gerarchia cattolica non ha finora criticato il progetto. Il motivo, secondo Sandra Fosado, sta nel fatto di fondare gli episodi sui «documenti ufficiali della Chiesa o sulle testimonianze dei teologi, compresi quelli dalle posizioni più progressiste».

Sulla rete non sono mancati gli insulti ma la serie ha ricevuto soprattutto elogi. Al punto tale che la onlus cattolica ha deciso di trasformare le storie di Catolicadas in materiale didattico attraverso uno specifico manuale. Nelle prossime settimane sarà inoltre lanciato un videogioco per smartphone basato sulle avventure e gli insegnamenti di Suor Juana.

Guarda il video dell'episodio El triunfo del respeto contro l'omofobia

 

 

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