Il 28 settembre nelle sale cinematografiche italiane uscirà Una famiglia, film drammatico diretto da Sebastiano Riso, con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi, Matilda De Angelis, Ennio Fantastichini.

Il film parla della relazione tra Vincent e Maria che abitano alla periferia di Roma e conducono una vita apparentemente ordinaria. Eppure, a uno sguardo più attento, quell’apparenza di normalità lascia trapelare un progetto portato avanti da Vincent con lucida determinazione e accettato da Maria in virtù di un amore senza condizioni. Un progetto che prevede di aiutare a pagamento coppie che non possono avere figli. Quando Maria intuisce di essere alla sua ultima gravidanza, un egoistico istinto materno prevale sull'ambiziosa visione del compagno. Maria decide che è giunto il momento di formare una sua famiglia. La scelta si porta dietro una conseguenza inevitabile: la ribellione a Vincent, l'uomo della sua vita.

Il film, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, affronta in maniera “documentata” il mercato nero dei bambini e la pressante esigenza di genitorialità di coppie che non riescono a soddisfare questo desiderio.

Incontriamo Sebastiano Riso all’indomani del suo ritorno dal successo di Venezia.

Sebastiano, di cosa parla, in sintesi, Una famiglia?

Parla di un rapporto sentimentale fortissimo tra un uomo e una donna, un rapporto che rasenta la patologia perché i due stanno insieme per perseguire un business, cioè il mercato nero di bambini. Un mercato che è sempre esistito. Noi abbiamo fatto delle vere e proprie indagini per capire quanto questo fenomeno sia radicato e quanto sia serio.

Come avete proceduto in queste indagini?

In primis, abbiamo raccolto la profonda disperazione di questi aspiranti genitori, che potremmo essere io e il mio compagno, che in Italia non possono adottare e non sono ritenuti idonei all’adozione né possono avere figli in altri modi e allora ricorrono al mercato nero. Un mercato che esiste dall’estremo nord all’estremo sud: i bambini vengono venduti a prezzi diversissimi e abbiamo capito che spesso sono gli stessi ginecologi che iniziano giovani coppie a questo tipo di mercato. Poi lo sanno tutti: in Italia registrare un bambino all’anagrafe è molto semplice e questa è una cosa paradossale perché da un lato le leggi non ci rappresentano, dall’altro, invece, la burocrazia incoraggia questo tipo di mercato.

Tra le coppie protagoniste del film, c’è anche una coppia gay…

Certo, nel film abbiamo raccontato anche la storia di una coppia omosessuale, una coppia in cui mi sono molto identificato e c’è Ennio Fantastichini che interpreta il personaggio che potrebbe assomigliare al mio compagno. Io ho dato una grande responsabilità a questa coppia e ho cercato di rendere questa relazione quanto più normale possibile perché sono stufo di vedere film in cui le coppie gay vengono raccontate in maniera edulcorata o politicamente corretta. Io ho affrontato questa coppia cercando di renderla vicina alla realtà, i personaggi di questo film sono tutti segnati dalla disperazione e anche nella coppia omosessuale c’è disperazione per il diritto frustrato di essere genitori. Mi aspetto che gli spettatori empatizzino molto con questa coppia ma non in quanto omosessuali ma in quanto espressione di un’autentica e profonda disperazione.

Voglio chiarire che il film non dà risposte ma vuole porre seriamente delle domande perché non si può ignorare che gli omosessuali abbiano un forte desiderio di genitorialità. Anche io ho un desiderio molto forte di genitorialità.

Tu e il tuo compagno avete mai pensato di vere un figlio?

Io e il mio compagno abbiamo riflettuto tante volte su come agire per realizzare questo desiderio. Io non riesco a pensare di soddisfare questo diritto in cambio di denaro, lo trovo inaccettabile perché so che ci sono tantissimi bambini che potrebbero essere adottati. Per me questa è l’unica strada e spero di poterlo fare in futuro. Spero che le cose cambino e che presto le persone omosessuali possano adottare liberamente .

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Domani, alle 17:30, si uniranno civilmente presso Palazzo Loggia, sede del Comune di Brescia, Stefano Simonelli e Luca Trentini. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche numerosi esponenti del movimento Lgbti italiano. Già segretario nazionale di Arcigay dal 2010 al 2012 e attualmente coordinatore di Sinistra Italiana per la provincia di Brescia, Luca è infatti noto come militante per i diritti civili delle persone omosessuali e transessuali. Tema, questo, di cui si occupa anche come blogger per Huffington Post. 

Per saperne di più lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, si avvicina il gran giorno: come ne avete vissuto, tu e Stefano, la preparazione?

Con grande emozione. Siamo partiti assai presto con l'organizzazione della nostra unione, supportati da una grande comunità di amiche e amici che hanno voluto condividere con noi il percorso, la preparazione e la realizzazione di quello che sarà sicuramente un momento indimenticabile della nostra vita. Abbiamo voluto coinvolgere non solo l'associazione in cui militiamo da anni, Arcigay, ma anche tutte e tutti coloro che ci sono stati vicini in questi lunghi anni di lotta civile. Come abbiamo condiviso la fatica delle battaglie politiche, così ora vivremo insieme l'entusiasmo e la gioia di un momento, personale e politico, che coinvolge tutte e tutti. C'è stato molto da organizzare, ma ognuno ha contribuito a un pezzo di quella che sarà una grande giornata.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

In realtà la scelta è stata del tutto naturale. Dopo cinque anni di storia e due di convivenza l'idea dell'unione è arrivata spontaneamente. Ci siamo conosciuti grazie a un amico comune a una serata al Mamos di Bergamo. Lì è iniziata la nostra relazione che è proseguita e si è consolidata nel tempo. Abbiamo condiviso la quotidianità, le battaglie civili e politiche e siamo cresciuti come coppia. Il giorno del quarto anniversario del nostro fidanzamento ho preso l'iniziativa e ho fatto la dichiarazione a Stefano, consegnandogli l'anello in un luogo molto romantico di Brescia. Ha detto sì ed eccoci qui.

Il motivo principale che ci ha spinti al passo dell'unione è sicuramente prima di tutto sentimentale. Volevamo celebrare il nostro amore pubblicamente, con amici e parenti, con una festa che li tenesse insieme tutti. Inoltre abbiamo voluto formalizzare di fronte alla legge la nostra famiglia, che già esiste nei fatti ed essere riconosciuti di fronte allo Stato come un bene sociale basato sul vincolo di amore e solidarietà, al pari di ogni altra famiglia. Da ultimo avremo la possibilità di accedere ai diritti e di assumerci i doveri che la legge prevede per consolidare e tutelare la nostra famiglia. 

Come attivista con un lungo impegno in Arcigay alle spalle qual è il tuo giudizio sulla legge Cirinnà? 

La legge Cirinnà è un primo, sostanziale e positivo passo avanti sul fronte dei diritti civili. Ha avuto il merito di rompere quel muro di gomma che ci impediva di progredire come paese e di essere riconosciuti come cittadine e cittadini. Tuttavia la scelta di creare un istituto esclusivo, dedicato solo alle famiglie omosessuali, ben distinto e differenziato dal matrimonio pone dei problemi non indifferenti in termini di uguaglianza sostanziale. E poi la scelta di escludere l'adozione, anche nei termini della stepchild adoption, è stata un’enorme ferita per le famiglie arcobaleno e per i diritti dei loro bimbi. Un atto inaccettabile, servito sul tavolo della mediazione partitica, che ci ha impedito di godere di un successo più grande.

Date le condizioni dettate dagli equilibri parlamentari non era probabilmente possibile ottenere di più. Un passo avanti che deve però essere il primo di una lunga serie.

Qual è a tuo parere l'incidenza che il movimento ha avuto durante il dibattito parlamentare e quale gli obiettivi che deve prefiggersi per il futuro? 

Credo che la legge sulle unioni civili, sebbene parziale, sia il primo grande successo politico del movimento Lgbt italiano, avvenuto attraverso la determinazione e l'impegno di Monica Cirinnà. Nella società dell'immediato tendiamo a dimenticarci la genesi, lo sviluppo e i processi che determinano i cambiamenti sociali. È stata la lotta, il sacrificio e la militanza di migliaia di attiviste ed attivisti che ha attraversato gli ultimi quarant'anni della nostra storia a costruire la possibilità di vedere approvata una legge sulle nostre famiglie. Attraverso la visibilità, la cultura, le iniziative, la lotta sociale e politica, le sentenze dei tribunali, della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell'uomo il movimento è riuscito a convincere in modo capillare la maggioranza dell'opinione pubblica a schierarsi al suo fianco e ha costruito le condizioni sociali e politiche perchè quella legge potesse essere proposta, condivisa e votata. Siamo stati noi ad operare una “rivoluzione gentile”, secondo la felice espressione di Franco Grillini, i cui frutti sono stati raccolti nella società prima e nel parlamento poi.

Grande e a mio parere determinante è stata la mobilitazione posta in essere dal movimento nell'imminenza del voto parlamentare. Reputo che la mobilitazione nazionale del 23 gennaio sia stata una dimostrazione di forza e di determinazione capace di far giungere nelle aule parlamentari la voce della maggioranza del Paese, bloccando così in modo ferale l'ennesimo tentativo dei gruppi clericali di bloccare l'approvazione della legge.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

A chi dice - ed è successo anche a Brescia - che le unioni civili sono un flop che cosa rispondi? 

Rispondo che, per definizione, i diritti di una minoranza non si determinano dai numeri che esprime, soprattutto se li si rapporta a quelli della maggioranza della popolazione. Ricordo loro che una possibilità non determina necessariamente un obbligo sociale ad assumersi una scelta. Evidenzio che in inverno, cioè il periodo preso in esame da queste forzate analisi statistiche, è assai improbabile che qualcuno decida di organizzare la festa della propria unione. 

Ma sottolineo soprattutto che, quando si parla di diritti civili e di uguaglianza, il metro di misura debba essere esclusivamente quello della giustizia sociale, e non un banale calcolo numerico. Se una legge porta a migliorare la qualità della vita e determina il benessere e la serenità anche di una e una sola famiglia, è giusto approvarla.

Nel progetto futuro di Luca e del suo compagno rientra anche quello della genitorialità?

Abbiamo grande rispetto e sincera ammirazione per chi compie una scelta così grande, ma non rientra nei nostri progetti. La responsabilità genitoriale è un compito troppo impegnativo e alto per poterlo inserire nelle nostre vite, che sono già talmente cariche di impegni, responsabilità e incombenze da non consentirci il tempo e l'attenzione che merita la cura di una nuova vita.

Tuttavia abbiamo la fortuna di avere famiglie molto numerose, che ci hanno circondato di nipoti. Sono sei, per ora. Proprio domenica scorsa durante un pranzo in famiglia Alberto, il più piccolo dei miei nipotini, ci si è avvicinato e ci ha candidamente chiesto: “Ma zio Luca, da venerdì posso chiamare zio anche Stefano?”. Questo oggi ci basta.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

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Attrice, doppiatrice e scrittrice, Lella Costa porterà stasera sul palco del Padova Pride Village lo spettacolo Questioni di cuore ispirato all’omonima fortunata rubrica, che Natalia Aspesi tiene dal 1992 su Il Venerdi di Repubblica. Un emozionante viaggio attraverso la vita sentimentale e sessuale degli italiani nel corso degli ultimi 30 anni alla luce dell’ampia corrispondenza che la giornalista milanese continua a intrattenere coi propri lettori e lettrici.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Lella Costa a poche ore dall'evento padovano.

Lella, qual è il filo conduttore dello spettacolo Questioni di cuore?

L'idea dello spettacolo è nata durante la manifestazione La Repubblica delle idee, che lo scorso anno ha celebrato il 40° anniversario di fondazione del quotidiano. In quell'occasione ho avuto voglia di festeggiare Natalia con una serata caratterizzata dalla lettura della sua corrispondenza. Io leggevo le risposte e c’erano le registrazioni in video di amici attori, che davano invece lettura delle lettere inviate a Natalia. Il risultato è stato così carino che abbiamo avuto l’idea di un reading, in cui leggessi tanto i quesiti quanto le risposte. Il tutto collegato da alcuni accenni musicali di Ornella Vanoni. Non è stato facile effettuare la scelta delle lettere, che sono tantissime e abbracciano sia quelle pubblicate su Il Venerdì sia quelle raccolte nel libro Amore mio, ti odio (edito nel 2014 da Il Saggiatore) sia quelle che Natalia continua ancora a ricevere. Ho cercati di alternare le più serie e commoventi a quelle più ironiche e divertenti.

C’è qualcuna di queste lettere che l’ha particolarmente colpita?

C’è da dire che sono tutte molto belle. Quello che colpisce in primo luogo è la proprietà di linguaggio o comunque l’intensità di chi scrive. Leggerò fra l’altro anche qualche lettera critica come quella di Aldo Busi, che accusa amichevolmente Natalia di "affaturare" ossia di correggere le missive. E la risposta è meravigliosa. Ce ne sono poi alcune di persone omosessuali, che raccontano la propria storia: so che esse sono particolarmente a cuore a Natalia. Altre, invece, sono molto divertenti e Natalia risponde sempre con grande ironia senza mai essere giudicante. Senza contare la lettera finale d’una 60enne vicentina, che è davvero una poesia struggente. 

Ha appena detto che le persone omosessuali stanno particolarmente a cuore a Natalia Aspesi. Per Lella Costa, invece, che ruolo esse hanno avuto e hanno nel corso della propria vita?

Citando il titolo del libro dell’amico Filippo Maria Battaglia, mi verrebbe subito da dire: Ho molti amici gay. Battuta a parte, a me risulta davvero incomprensibile come possano sussistere difficoltà a causa dell’orientamento sessuale o identità di genere di una persona. Per mia fortuna sono cresciuta in un ambiente familiare in cui l’omosessualità non è mai stata percepita come un problema se non per il fatto che era un problema per il mondo esterno. Ciò ha fatto sì che io vada particolarmente fiera, ad esempio - rispetto a tanti riconoscimenti ricevuti -, d’essere socia onoraria di Arcigay o di aver ricevuto il premio Queen of Comedy. Ho educato alla stessa sensibilità e attenzione verso tutte e tutti anche le mie figlie. Fra l'altro le coppie più solide di amici sono proprio quelle di persone omosessuali.

Tra i tanti episodi uno in particolare è per me significativo in riferimento al mio rapporto con la collettività Lgbti. Lo scorso anno a Milano ho fatto da "madrina" a una bellissima manifestazione di cori rainbow. C’erano anche cori di bambini. A un tratto un coro tutto maschile, proveniente da Bologna, ha eseguito Va, pensiero – al cui ricordo ancora adesso mi commuovo – e ho pensato: Porca miseria. Se lo ascoltasse Salvini, si indignerebbe contro "questa manica di gay". Quell’evento mi ha dato una sintesi perfetta del mondo e mi ha fatto maggiormente comprendere la necessità di aprire i cuori prima ancora di aprire le menti delle persone.

Lo scorso anno è stata promulgata la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Che cosa ne pensa?

Penso che in Italia ci fosse bisogno d’una legge che normasse, per altro, una realtà esistente. Si è trattato dunque di sanare una situazione che dal punto di vista giuridico era spaventosamente carente. Credo che non sia una legge perfetta come credo che sulla questione dell’adozione del figlio del partner o della partner si sia persa una grande occasione.  In un tale ambito emerge davvero la spietatezza di chi, in in nome di una superiore religione o ideologia, ha a cuore tutto tranne che la tutela e il benessere dei bambini. Credo perciò che si possa e si debba fare meglio. È chiaro ovviamente che una legge non basta perché deve cambiare il sistema educativo e culturale.

Il tema della genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso chiama in causa anche quello della gestazione per altri. Qual è il suo parere al riguardo?

Ho da poco scritto la prefazione a un libro di un amico - che conosco da quando era piccolo – che tre anni fa ha avuto col proprio compagno una bambina ricorrendo alla gestazione per altri negli Usa. Ho ribadito innanzitutto come quella della gpa sia una questione molto delicata. La maternità, infatti, oltre ad avere delle implicazioni fisiche, biologiche ne ha anche di emotive e molto profonde.

Ciò detto, ritengo che, fatta salva l’autentica libertà della donna – che non ci sia cioè un ennesimo sfruttamento del suo corpo. Il che sarebbe aberrante -, non vedo in tutta sincerità perché dire a priori no. Tanto più che l’adozione è impraticabile in Italia per coppie di persone omosessuali. Fra l’altro bisogna notare come le coppie lesbiche abbiano un’agevolazione in più perché possono molte volte concepire con le donazioni amichevoli di persone conoscenti.

Non capisco dunque perché si debba precludere la genitorialità a coppie di uomini e perché soprattutto si debba generalizzare. Come esistono tante coppie di persone etero che non desiderano diventare genitori così ce ne sono altrettante di persone omosessuali che non desiderano esserlo. Ma è necessario garantire ciò a chi invece lo desidera senza porre differenze. Ecco perché anche sulla gpa sarebbe necessaria una regolamentazione legislativa. Come cittadina mi auguro che si arrivi a dibattere ciò in Parlamento per avere una norma ponderata ed equilibrata quanto imprescindibile.

Affrontiamo la questione delle persone trans. Alcuni giorni fa si sono verificati a Rimini due casi di violenza a danno di una donna polacca e di una donna transgender peruviana. Come giudica il fatto che noi giornalisti abbiamo liquidato in poche battute la vicenda dello stupro della giovane peruviana e, soprattutto, utilizzato termini scorretti, quando non offensivi, come trans o addirittura viado?

A me è venuto il magone nel leggere una tale notizia: il dato dello strupro della donna transgender è stato dato solo in quanto corroborava la versione della giovane polacca. Ma lo stupro è sempre un crimine odioso. Solo che nel nostro Paese si fa fatica a rubricarlo come reato perché noi siamo quelli che affermano: Ma lei ha detto no, però intendeva sì. Per cui sarebbe necessario non stabilire una graduatoria di stupri.

Auspicherei inoltre che i giornalisti o comunque chi si occupa di comunicazione avessero più cura nello scrivere e nel parlare di determinati accadimenti. Le parole sono importantissime. Inoltre mostrare chiarezza verbale nonché pietas anche verso la vittima, partendo dalla considerazione che apparteniamo tutti allo stessa grande famiglia umana, sarebbero già un grande passo in avanti. 

Che cosa, in conclusione, si aspetta stasera Lella Costa al Padova Pride Village?

Far suonare in primo luogo le parole di Natalia e dei suoi lettori, che sono un bellissimo ritratto del nostro Paese. E poi sarò in un contesto a me molto caro, dove sono sicura che certe sfumature, certi dettagli, certe “questioni di cuore” saranno colte e apprezzate in maniera particolare dal pubblico presente.

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Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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