A due giorni dalla morte di Binyavanga Wainaina la Corte Suprema del Kenya ha respinto il ricorso per l'abrogazione delle Sezioni 162-165 del Codice Penale, che vietano esplicitamente i comportamenti omosessuali tra uomini (anche se il termine "persona" presente nella Sezione 162 è interpretato come inclusivo delle donne). 

In Kenya, dove i rapporti «contro natura» sono condannati fino a 14 anni di prigione, sono state arrestate, tra il 2013 e il 2017, 534 persone per «comportamenti innaturali»

Per gli attivisti le Sezioni 162-165, basate su una legge dell'era coloniale, violerebbero la nuova Costituzione del Kenya, che, promulgata nel 2010, garantisce l'uguaglianza, la dignità e la privacy per tutti i cittadini. Nel ricorso avevano anche presentato argomenti basati sull’abrogazione d’una legge consimile da parte dell'India in agosto scorso.

Ma l'Alta Corte ha spiegato che una decisione in senso contrario avrebbe potuto aprire la strada ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, non permessi dalla Costituzione. «Riteniamo che la Sezione del Codice penale su cui è stato presentato ricorso non sia incostituzionale - ha annunciato la giudice Roselyne Aburili -. Per questo respingiamo il ricorso».

A detta della Corte non ci sarebbero prove sufficienti per dimostrare che le leggi criticate provochino discriminazione. Anzi, tali normative rispecchierebbero i valori del Paese.

Il verdetto è stato fortemente criticato dall'Alta Commissaria Onu per i diritti umani Michelle Bachelet, che ha dichiarato: «Criminalizzare atti che colpiscono individui in base a chi sono e chi amano è intrinsecamente discriminatorio. Si invia inoltre un segnale pericoloso alla società che incoraggia l'ostilità e persino la violenza nei confronti delle persone Lgbt».

Bachelet ha quindi affermato: «Il mio messaggio al popolo del Kenya è di combattere per una maggiore uguaglianza per tutti e di non mollare mai. Le Nazioni Unite sono al vostro fianco e si uniscono a voi nelle vostre richieste di dignità, parità di diritti e un trattamento equo».

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È morto per complicanze da Aids, presso l'Aga Khan University Hospital di Nairobi, Binyavanga Wainaina.

Lo scrittore pluripremiato e attivista a livello mondiale per i diritti Lgbti aveva 48 anni. Nel 2016 aveva dichiarato d’essere sieropositivo. Pur non riuscendo a vincere la sua battaglia contro l’Aids, Binyavanga Wainaina ha vinto quella contro i pregiudizi che in Kenya e in altri Paesi del continente africano esistono nei confronti di chi è omosessuale. Fra l’altro, venerdì 24 maggio, la Corte Suprema del Kenya dovrà esprimersi sulla decriminalizzazione dell’omosessualità. Battaglia per cui si era speso negli ultimi anni di vita.

Nel gennaio 2014 Wainaina aveva fatto coming out, pubblicando per la prima volta un breve racconto intitolato I am a homosexual, mum: una lettera aperta alla madre deceduta, in cui esprimeva le difficoltà e il dolore di essere una persona omosessuale non dichiarata. In aprile la rivista Foreign Policy lo avrebbe inserito tra i Leading Global Thinkers, la lista degli intellettuali più influenti del pianeta.  

Nato a Nakuru nel 1971, Wainaina, infatti, era già riconosciuto come un gigante della letteratura contemporanea africana. Vincitore di diversi premi letterari prestigiosi, si era aggiudicato nel 2001 il Caine Prize for African Writing per il racconto Discovering Home

Nel 2003 aveva fondato la rivista Kwani?, mentre nel 2005 aveva pubblicato su Granta l'articolo satirico How to write about Africa contro i clichè occidentali sul continente africano: tradotto in venti lingue, risulta essere ancora il più cliccato sul sito web della rivista.

Da allora Wainaina era vissuto tra gli Stati Uniti e il Kenya, scrivendo, tra gli altri, per The New York Times, The Guardian e National Geographic. A New York, inoltre, dirigeva il Chinua Achebe Center for African Writers and Artists del Bard College. 

Sul suo seguitissimo blog Africasacountry.com si raccontava in prima persona: la famiglia, l'omosessualità, la vita quotidiana, le battaglie. Tra le pagine più salienti del suo diario online quella sul coming out, la malattia, l'amore per il compagno e l'aggressione razzista, subita nel 2017 a Berlino da parte di un tassista.

«Ha demistificato e umanizzato l'omosessualità - aveva scritto di lui l'autrice statunitense di origine nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie -. sentendosi in obbligo di sgretolare tutta la vergogna che la gente prova ad essere gay».

Sui social in poche ore, dopo l'annuncio della sua scomparsa da parte della famiglia, sono stati postati migliaia di messaggi di cordoglio.

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Slittata dal 3 al 20 maggio, l’udienza d’appello contro la decisione del Tribunale di Tunisi del 23 febbraio 2016, che aveva autorizzato l'attività di Shams, si è conclusa ieri con un verdetto a favore dell’associazione Lgbti.

L'appello, presentato il 20 febbraio scorso dall'incaricato di Stato per i contenziosi, muoveva dal presupposto che, proibendo la legge tunisina l'omosessualità sulla base dell'articolo 230 del Codice penale del 1913 (che, largamente modificato nel '64, commina fino a tre anni di reclusione per atti privati di sodomia tra adulti consenzienti), proibirebbe dunque anche l'attività di associazioni in difesa di «tali pratiche». 

Shams potrà così continuare a esercitare in piena legalità per la difesa dei diritti delle persone Lgbti.

Alcuni giorni prima della sentenza l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani (Unhchr) aveva inviato una lettera al Governo tunisino esprimendo la propria preoccupazione per il tentativo di chiudere l'associazione.

Nella missiva si rilevava come lo scioglimeto di Shams avrebbe costituito una violazione del principio di non discriminazione nonché dei diritti di libertà d’opinione, espressione e associazione secondo gli articoli 2, 19, 22 e 26 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (Pdicp), ratificata dalla Tunisia il 18 marzo 1969.

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Un nuovo studio relativo alla controversa opera I Neoplatonici di Luigi Settembrini, curato da Domenico Conoscenti, è stato recentemente pubblicato dalle edizioni Mimesis. Questa nuova pubblicazione intende aggiornare l’opera postuma dell’eroe del Risorgimento, passata sotto silenzio e ritenuta per decenni scabrosa da quanti non riuscivano a conciliare l’immagine del padre della patria con le tematiche della narrazione e, del resto, lo stesso Settembrini si era impegnato a nascondere questo suo scritto
 
Dunque, sfidando il diffuso silenzio su questo testo, l’obiettivo principale di questa pubblicazione sembra essere la volontà di intercettare sia all’interno del racconto che nel corpus degli scritti editi e inediti, pubblici e privati, le tracce del punto di vista dell’autore e l’individuazione di un consapevole progetto letterario, coerente con la visione, anche politica, della sua maturità.
 
La trama di censure, che ha lasciato inedito il manoscritto per quarant’anni dalla data della “scoperta”, nasce dalla rappresentazione di una serena relazione omosessuale, ambientata nell’antica Grecia, ma scritta in Italia in pieno Ottocento da Luigi Settembrini, ex ergastolano, poi rettore universitario nonché senatore del Regno d’Italia.
Per saperne di più, contattiamo il curatore Domenico Conoscenti.
 
Domenico, cosa ti ha spinto a curare una nuova edizione critica de I Neoplatonici di Luigi Settembrini? Qual è il “messaggio” che questo libro può ancora comunicare alla nostra contemporaneità?
Il libro è stato edito da Mimesis in quanto vincitore nel 2016 del Premio Studi GLBTQ, indetto dal Centro di documentazione Maurice di Torino. Su suggerimento di quest’ultimo, ho deciso di pubblicare una versione del racconto (non si tratta di una vera “edizione critica”) più aderente al manoscritto originale, rispetto ai testi tuttora in circolazione, che lo restituisce alle intenzioni sia ritmiche che di senso volute da Settembrini. Un corrispettivo della mia lettura del racconto e delle sue vicende, sottratta a qualche errore sedimentatosi attorno al testo nel corso degli anni, il tentativo, in estrema sintesi di ripercorrerlo avvicinandomi quanto più possibile allo sguardo dell’autore.
Le vicende del testo, anonimo e pubblicato nel 1977, un secolo dopo la morte di Settembrini, ci mostrano un periodo, non lontanissimo peraltro, intrinsecamente e pervasivamente omofobico anche in ambito artistico e intellettuale fino a circa gli anni Sessanta. Un primo implicito “messaggio” del libro, a mio avviso potrebbe consistere nel non dimenticare quel passato, non del tutto e non interamente passato purtroppo, e nel vigilare per scongiurare disastrosi ritorni indietro. Un secondo “messaggio”, altrettanto attuale, è contenuto nel racconto in sé, nella narrazione ariosa e leggera di varie modalità di vivere la relazione sessuale e affettiva, nella pacifica convivenza di scelte diverse.
   
Per anni I Neoplatonici sono stati oggetto di censura, una censura certamente caratterizzata dal diffuso sentimento omofobico nutrito dallo stesso Benedetto Croce. Pensi sia ancora motivo di disagio presentare I Neoplatonici come opera di un serio patriota del Risorgimento italiano? Come interpreti il silenzio di Benedetto Croce e di tanti altri intellettuali rispetto all’opera di Settembrini?
Nel mio lavoro, il ruolo di Croce nella censura del testo, è fra i punti che, tramandati ostinatamente, ricevono una lettura differente. I Neoplatonici, “scoperto” casualmente da Raffaele Cantarella nel 1937, fu pubblicato solo dopo 40 anni, con una Introduzione dello stesso studioso che racconta anche le vicende del testo. Ad un certo punto egli scrive che Benedetto Croce e Francesco Torraca (celebre letterato, che era stato allievo di Settembrini) erano al corrente dell’esistenza del manoscritto e che non ritennero opportuno pubblicarlo. Tuttavia, in una lettera di Emidio Piermarini (bibliotecario alla Biblioteca Nazionale di Napoli) a Cantarella, riportata subito dopo, si legge per ben due volte che furono proprio loro due, i corrispondenti, a decidere di lasciare inedito il racconto. Nella stessa lettera leggiamo che Croce, interpellato successivamente, non si mostrò sorpreso dell’esistenza del manoscritto, che se ne uscì con una sorta di commento-boutade, «Essendo stato così a lungo col greco Luciano…» e… e nient’altro. Il ruolo di Croce pare essere stato il nome eccellente, inattaccabile, di cui farsi scudo per motivare o giustificare la scelta censoria. Tuttavia una parte dei lettori dell’Introduzione (fra cui lo scrittore Giorgio Manganelli) cade nella tela delle giustificazioni per il silenzio quarantennale, e la “notizia” ripetuta si trasforma in dato stabilmente acquisito.
Con questo non intendo giurare sull’assenza di sentimenti omofobici in Croce, dico solo che la vicenda ci mostra come certa l’omofobia di Piermarini e Cantarella (e di tutta la società del tempo, naturalmente), per i quali il sospetto che Settembrini potesse avere avuto (o anche solo desiderato) esperienze omosessuali, avrebbe rappresentato una macchia infamante sulla biografia immacolata del Padre della Patria, dello scrittore, professore, rettore dell’università di Napoli, intellettuale attivo e militante, senatore del neonato Regno d’Italia, nonché sposo fedele e affettuoso padre di famiglia. Decidere di pubblicare un racconto che rappresenta una relazione omosessuale gratificante e accettata dalla società, significava assumersi questa enorme responsabilità, il che ci dà il senso tangibile di cosa si intenda per ‘cultura omofobica’ senza bisogno di troppi discorsi. Bisognerà attendere gli anni Settanta perché anche in Italia si pubblichino testi letterari in cui l’omosessualità appaia secondo un’ottica serena o comunque non negativa in sé. I Neoplatonici arriva infatti pochi anni dopo la traduzione di Maurice di Forster e dopo Ernesto di Saba: una triade di opere che ha in comune, oltre alla qualità estetica, anche la pubblicazione postuma decisa dagli autori (per restare in tema di omofobia).
Cosa ha di innovativo la tua lettura dei Neoplatonici di Settembrini rispetto alle edizioni precedenti?
Sul proprio testo l’autore non ha lasciato scritto nulla, al contrario di quanto ha dedotto qualche lettore interpretando in maniera errata dei passaggi dell’Introduzione di Cantarella. Oltre a confutare questi e altri fraintendimenti, a proporre una nuova datazione, a lasciare deluso il lettore in cerca di un outing postumo, la mia lettura tenta un’analisi dei Neoplatonici sulla base degli indizi che Settembrini ha disseminato nel racconto stesso e in tutta la sua produzione, pubblica e privata, fino a ora accessibile. L’ambito di indagine più vasto riguarda la traduzione che Settembrini conduce dell’opera di Luciano di Samosata, un autore di lingua greca del II secolo dopo Cristo; si tratta di un confronto che mette in evidenza i modelli di rappresentazione dell’omosessualità con cui il traduttore entra in contatto prima di delineare i personaggi del proprio racconto. La pederastia da un lato (il rapporto libero fra un uomo adulto nel ruolo attivo con un adolescente nel ruolo passivo) e  dall’altro il rapporto fra uomini adulti (connotato dal biasimo per colui che svolgeva il ruolo passivo e dallo scherno per l’eventuale effeminatezza di uno o di entrambi) sono i modelli che egli trova in Luciano e che vengono però abbandonati e riscritti del tutto nel racconto. A questo si aggiunge il superamento della misoginia - complemento di un certo maschilismo della cultura greca - che spingerà i protagonisti a un matrimonio d’amore con due fanciulle e alla creazione di una feconda famiglia “borghese”, pur continuando ad amarsi fra loro. Settembrini, insomma, in un sottinteso ma puntuale dialogo con alcuni testi di Luciano e altri di Platone, preannuncia (senza saperlo, è chiaro) sia un nuovo modello relazionale dell’omosessualità, basato sulla parità dei ruoli, sia un altrettanto nuovo modello (solo maschile) di gratificante bisessualità.
 
L’analisi letteraria mette in rilievo le relazioni affettive e sociali dei personaggi e cerca di individuare il modello narrativo a cui si ispira Settembrini per la costruzione del suo racconto osceno sino a metà, che di fatto è consapevolmente costruito come un’originale, e del tutto antistorica, favola di formazione. C’è infine il tentativo di dimostrare in che modo questo racconto, improbabile come “ transfert” di esperienze legate alla reclusione, sia comunque espressione della personalità del Settembrini post-unitario, passato dagli ideali repubblicani all’ammirazione per la monarchia sabauda, che accentua il proprio anticlericalismo e l’insofferenza verso l’ipocrisia, ma innamorato della classicità e della tradizione letteraria italiana, che per lui non era mai stata un esercizio retorico, ma tutt’uno con l’idea dell’Italia e del suo amore per lei.
Sul Settembrini patriota si sofferma poi la limpida Prefazione di Maya De Leo, che inserisce I Neoplatonici all’interno del nazionalismo ottocentesco, osservato attraverso la percezione della mascolinità e dell’omosessualità.
 
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Termina oggi per Sodoma il primo tour italiano di presentazione, che ha visto fra l’altro l’autore, Frédéric Martel, parlarne due volte a Roma (presso la Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi e la sede del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli).

E, mentre è di ieri la notizia che Papa Francesco avrebbe letto e apprezzato il libro-inchiesta su Vaticano e omosessualità, non del tutto sopita appare la polemica sollevata dallo stesso sociologo francese. Motivo? Una presunta censura da parte del Salone internazionale del Libro di Torino (9-13 maggio) che non ha concesso alcuno spazio a Sodoma, pur essendo oramai un bertseller in oltre 15 Paesi.

 

Per saperne di più abbiamo raggiunto Martel mentre è in procinto di partire per New York.

Frédéric, il 6 maggio lei ha lanciato alcuni tweet, tacciando di atteggiamenti censori il Salone del Libro. Può spiegare cosa è successo?

Sodoma è un libro che parla fondamentalmente di gay in Vaticano. È un libro profondamente pro-gay e ostile all'ipocrisia della Chiesa sulla moralità sessuale. A differenza di tanti cardinali e vescovi, che vivono in coppia, hanno amanti, escort o praticano il chem-sex! Ma è un libro serio, ponderato, non polemico e molto favorevole a papa Francesco.

Da tempo i miei editori avevano previsto che io partecipassi a Torino e ne avevano parlato allo staff. Ho anche bloccato la mia settimana per essere in Italia: il che spiega perché sia stato a Roma e Firenze in questi giorni. Non avendo ricevuto un invito, ma avendo già acquistato il mio biglietto aereo e prenotato la mia settimana per l'Italia (reduce da un importante tour in America Latina mentre sarò lunedì a New York), ho chiesto a diverse persone di avere qualche risposta dal Salone. Il suo direttore, Nicola Lagioia, è stato informato. Sembra che alla fine non fossi il benvenuto, essendo il mio libro troppo "complicato" da difendere.

Non credo che ci sia stata una censura diretta del Vaticano, ma piuttosto un'autocensura degli organizzatori per non danneggiare il Vaticano. Inoltre, a differenza di tutti gli scrittori francesi che hanno avuto un ampio successo librario parlando dell’Italia, non sono stato invitato da Nicola Lagioia a Rai Radio3. Lagioia ha un problema con l'omosessualità? Un fascista omofobico come Francesco Polacchi è stato invitato al Salone di Torino, ma un autore pro-gay che dice la verità sull'Italia e sul Vaticano, no! Questa è chiaramente una censura.

Come giudica il silenzio italiano intorno a Sodoma rispetto al successo in altri Paesi?

Bisogna considerare il tutto alla luce dei numeri. Di Sodoma sono state già vendute 300.000 copie, come riportato in un articolo pubblicato l’8 maggio su L'Obs. Sono invitato alle più grandi rassegne mondiali e il mio libro, già pubblicato in 8 lingue, viene tradotto in una dozzina di altre per un totale di 20. Sodoma è attualmente sulla prima pagina di molte testate in America Latina, Polonia, Portogallo, Usa e sono oltre 1000 gli articoli comparsi in tutto il mondo al riguardi. Il libro è un bestseller in 15 paesi, tra cui Cile, Colombia, Polonia, Portogallo, Australia, Canada. È stato il numero 1 delle vendite in Francia per 8 settimane, dove sono state vendute 100.000 copie: numero mai raggiunto da un libro sulla religione. Ma in Italia sono boicottato da alcuni giornali e da alcuni festival. Si ignora il libro anche se si parla ampiamente dell'Italia! 

Senza aver visionato Sodoma, ad esempio, Matteo Matzuzzi, l’ha attaccato violentemente su Il Foglio ancor prima della sua pubblicazione: tutte le frasi del suo articolo erano false o diffamatorie perché nessuna rifletteva quello che c'era nel libro, di cui ovviamente non aveva letto una sola pagina! 

Il colmo del ridicolo e Matzuzzi era completamente screditato. Ma in Italia è possibile. Mai un giornalista potrebbe farlo in Francia su un giornale serio. "Sodoma – mi ha detto un giornalista in America Latina – è il libro più discusso sul Vaticano nel decennio, più dei libri del Papa". Sono sorpreso delle censure e dai boicottaggi che ho sofferto in Italia! Si tratta di un atteggiamento per nulla pluralista né tanto meno democratico. Ma, soprattutto, serve alla Chiesa per continuare a perpetuare le sue menzogne. Il mio libro ha un requisito di verità che soddisfa il requisito della verità di Papa Francesco.

Cosa pensa dei vaticanisti italiani?

In Francia i vaticanisti non esistono. Non sarebbe mai tollerato che un giornalista si accontenti di riprodurre gli "elementi del linguaggio" del Vaticano senza la necessaria distanza e di essere agli ordini della Santa Sede più che al servizio dei suoi lettori! Ma è quello che succede su Il Corriere della Sera come su La Stampa, Il Foglio o in Rai. Ci sono due tipi di giornalisti che non hanno capito il mio libro e il dibattito globale che suscita: quelli che sono completamente estranei al mondo gay e, quindi, appaiono confusi o increduli di fronte alla realtà che descrivo; coloro che, come i vaticanisti, la conoscono troppo bene, conoscono la verità di Sodoma ma preferiscono, per vari motivi, mantenerla segreta. Per molti di loro si tratta di cose da dire ma non da scrivere! Ebbene, io le ho scritte.

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Alle 16:30 di oggi Franco Grillini, ex parlamentare e direttore di Gaynews.it, riceverà a Torino il Premio Milk, che il Lovers Film Festival assegna a personalità distintesi nella lotta per i diritti. 

La cerimonia di consegna avverrà nella Sala Rondolino presso il Cinema Massimo e sarà seguito dalla proiezione in anteprima speciale di State of Pride (Usa 2019, 70') di Robert Epstein e Jeffrey Friedman.

Un riconoscimento che il direttore del nostro quotidiano, da lui avviato nel 1998, ha dichiarato, in un videomessaggio, di voler dedicare all’intera collettività Lgbti, rivolgendo altresì un grato pensiero a Giovanni Minerba, presidente e cofondatore con Ottavio Mai della storica rassegna cinematografica.

Ne approfittiamo per ripercorrere le principali tappe della lunga esperienza politica e attivistica di Franco Grillini.

Nato a Pianoro (Bo) il 14 marzo del 1955, è impegnato politicamente già all’età di 16 anni. Protagonista del movimento studentesco bolognese negli anni ’70 del secolo scorso, arriva infatti a ricoprire e l’incarico di responsabile nazionale studenti medi del PdUP, partito di cui è stato anche segretario organizzativo per la federazione di Bologna fino al 1984. 

Laureato in pedagogia nel 1979, consegue successivamente i titoli di psicologo e giornalista pubblicista. Nel 1990 è eletto in Consiglio Provinciale a Bologna, per esservi poi riconfermato nel ’95 e nel ’99. 

Iniziata la sua militanza per i diritti civili nel 1982 con l’inaugurazione della sede dell’allora Circolo di cultura omosessuale 28 giugno presso il Cassero di Porta Saragozza, nel 1985 fonda, insieme ad altri, Arcigay Nazionale (di cui è l’ideatore), diventandone prima segretario e poi presidente, nel dicembre '87, al congresso di Rimini.

Nel 1987 idea e fonda con altri la Lila, Lega Italiana per la lotta contro l’Aids, divenendo, inoltre, componente della Consulta nazionale per la lotta contro l’Aids del ministero della Sanità per oltre dieci anni.

Nella sua qualità di pubblicistà dà vita nel 1989 alla rivista CON/TATTO, di cui è direttore responsabile, collaborando inoltre con numerosi giornali e periodici. Il 29 maggio ’98 apre su internet il quotidiano on line N.O.I. Notizie Omosessuali Italiane, che nel 2004 N.O.I si trasforma in Gaynews.itNel marzo ’98 fonda l’associazione omosessuale d’informazione Italia Gay Network, in sigla Gaynet (di cui è tuttora presidente nazionale), che gestirà la rivista N.O.I prima e Gaynews.it poi e, a partire dal 2013, organizzerà i corsi di formazione per giornalisti in collaborazione con l’Ordine nazionale dei Giornalisti.

Volto noto in tv, dove a partire dal 1985 partecipa a dibattiti di argomento vario, viene nominato presidente onorario d'Arcigay al congresso nazionale di Roma (5-6-7 giugno ’98). Eletto alla Camera dei deputati il 13 maggio 2001 nelle liste dei Ds, vi viene rieletto nel 2006 in quelle dell’Ulivo.

In qualità di parlamentare presenta numerose interpellanze e interrogazioni relative ai diritti civili e al tema del diritto alla salute e alla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale.

È protagonista in primo piano della battaglia sulla legge Giovanardi contro le discoteche, legge che poi viene bocciata dopo un'accesa discussione in aula alla Camera, così come verrà ritirata grazie alla ferma opposizione di Grillini ed altri la legge sulla prostituzione della ministra Prestigiacomo, che voleva vietare la prostituzione di strada e colpevolizzare i clienti .

Dal 1° luglio 2004 riesce a iscrivere all’ordine del giorno della Camera in Commissione Giustizia la proposta di legge sul Pacs (Patto Civile di Solidarietà), di cui inizierà la discussione in sede parlamentare. Nel secondo mandato parlamentare Grillini riesce a far approvare alla Commissione Giustizia della Camera, prima dello scioglimento della legislatura, la legge contro l’omofobia.

Su sua iniziativa la presidenza del Consiglio dei ministri attribuisce il vitalizio per meriti culturali ad Aldo Braibanti, notissimo per aver ingiustamente subito un processo per "plagio" negli anni '60. Contribuisce in modo rilevante all’iter della legge sulla “protezione internazionale” delle persone perseguitate nel loro Paese, che viene approvata in via definitiva nel 2007. È infine l’autore dell’emendamento alla finanziaria 2007, che intendeva estendere ai conviventi lo sconto in materia successoria previsto per i coniugati (da questa discussione il Governo partirà per l’elaborazione della legge sui Dico) poi ritirato su ricatto della senatrice Binetti.

Nei sette anni di mandato parlamentare Grillini, per la sua passione per l'innovazione tecnologica, è stato presidente dell'Associazione amici delle nuove tecnologie (di cui era presidente onorario Francesco Cossiga) L'allora ministro per le telecomunicazioni Gentiloni riconobbe i meriti dell'associazione nella liberazione delle frequenze per il Wi-Max. 

Nel 2010 viene eletto, con 2593 voti di preferenza, consigliere regionale nelle liste emiliano-romagnole dell’Idv. È poi stato eletto alla  presidenza della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia Romagna. 

Negli ultimi anni Franco è colpito da un tumore cronico: inizia allora la sua battaglia per una radicale riforma del welfare a favore dell’assistenza alle persone con mobilità ridotta o non autosufficienti.

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In una lettera indirizzata al Parlamento europeo, che il 18 aprile ha adottato una risoluzione sul Brunei, il sultano Hassanal Bolkiah ha difeso le nuove disposizioni delle Parti IV e V del locale Codice penale. 

Entrate in vigore il 3 aprile, esse comminano la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a. Nello specifico, la morte per lapidazione è prevista per i rapporti consenzienti tra persone dello stesso sesso (in precedenza puniti con 10 anni di prigione), l’adulterio, l’aborto e la blasfemia (insulto o diffamazione del profeta Maometto) mentre l’amputazione d’una mano o d’un piede per il furto.

In quattro pagine, datate il 15 aprile e recapitata a Strasburgo alla vigilia dell'approvazione della risoluzione il sultano ha difeso tali disposizioni facendo notare, in particolare, come la pena capitale per persone omosessuali e adultere sia stata introdotta per «salvaguardare la sacralità della discendenza familiare e del matrimonio». Ha tenuto poi a precisare che le condanne saranno poche, essendo necessari almeno due uomini di «elevata moralità e provata fede come testimoni» in una con l’assoluta esclusione di «ogni forma di prova circostanziale». 

Hassanal Bolkiah ha quindi invocato «tolleranza, rispetto e comprensione» dell'Ue nei confronti del Brunei, che si sforza di preservare i suoi valori tradizionali

Ma la risposta giunta da Strasburgo è stata durissima.

L’Europarlamento, infatti, oltre a condannare il «Codice penale retrogrado», ha anche invitato il Servizio europeo per l'azione esterna (Seae), in caso di effettiva attuazione dello stesso, «a considerare l'adozione a livello Ue di misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, compreso il congelamento di beni e il divieto di visti».

Inoltre, in linea con la campagna di boicottaggio lanciata da George Clooney e Sharon Stone e sostenuta da star internazionali del cinema, della musica, dello spettacolo, si è chiesto l'inserimento nella 'lista nera' dei nove hotel luxury appartenenti alla Brunei Investment Agency, di cui è proprietario Hassanal Bolkiah.

Tra questi figurano anche il Principe di Savoia (Milano) e l’Eden (Roma), dove ultimamente si è tenuto il ricevimento per le nozze del primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella e della senatrice forzista Alessandra Lonardo.

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La notte del 6 aprile Forza Nuova Perugia affiggeva uno striscione con la scritta No al festival dell’infamia e della perversione nel capoluogo umbro, dove era in corso il Festival del Giornalismo. A finire nel mirino il giornalista sotto scorta de La Repubblica Paolo Berizzi (minacciato di morte per le sue inchieste sul neofascismo e per il libro NazItalia - Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista, che ieri ha compiuto un anno dalla sua pubblicazione), Vladimir Luxuria e padre Alex Zanotelli.

A pochi giorni dal 25 aprile, alle cui celebrazioni il ministro dell’Interno Matteo Salvini non parteciperà per sua pubblica ammissione, abbiamo raggiunto Paolo Berizzi.

Paolo, quello del 6 aprile è stato uno degli ennesimi attacchi dei forzanovisti alla tua persona. Noti qualcosa di nuovo rispetto al passato?

Null'affatto. Sono i classici attacchi fascisti di Forza Nuova. Per loro tutto ciò che si discosta dal modello di famiglia tradizionale è infamia e perversione. Se si raccontano e si denuncia la loro matrice violenta, per loro - come per altri gruppi neofascisti (CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads) - sei un infame. Oggetto di quello striscione eravamo io, Vladimir Laxuria e padre Zanotelli.

In quello striscione c’è tutta la retorica patetica e la propaganda fascista, che Forza Nuova porta avanti da anni. È un classico loro. Come è un classico loro, l’uscire di notte e attaccare uno striscione nel nascondimento: una modalità vigliacca.

C’è stato, secondo te, in questi anni un crescente interesse da parte della galassia neofascista e neonazista per i temi della famiglia e delle persone Lgbti? Oppure si può parlare di mera continuità?

Bisogna tenere in conto che il loro dogma principale è Dio, patria e famiglia. Dove per famiglia loro intendono quella composta da uomo, donna e figli. Uomo e donna, nello specifico, sono considerati totalmente diversi, ognuno coi propri ruoli. Un ruolo che per la donna, tanto nella società quanto nella famiglia, è subordinato.

È chiaro che c’è stata una brusca accelerazione su questo tema negli ultimi anni. Il Congresso di Verona ha dimostrato come esso sia il cavallo di battaglia dei gruppi neofascisti ma anche dalla Lega, che di fatto è ascrivibile alla galassia dell’estrema destra europea. Non è un caso che tutti gli elementi della suddetta triade siano stati fortemente accentuati. Dio è quello delle associazioni cattoliche ultrareazionarie – si pensi, ad esempio, a Laboratorio Verona –, che si saldano con l’estrema destra e trovano nella Lega una formidabile cerniera. La patria è quella del Prima gli italiani. La famiglia è quella di cui parlavo prima.

Su questi tre temi tali gruppi hanno costruito tutta la loro narrazione e propaganda. Ovviamente chi dissente ed esce da tali binari è considerato una persona pervertita e malata. E questo è tipico del fascista: chiunque la pensi diversamente da loro è un nemico da combattere, un diverso, un malato.

Alla luce della tua esperienza ultraventennale, si registrano in tali gruppi fenomeni di “cameratismo omosessuale” come, ad esempio, avvenne nelle file della Sturmabteilung nazista?

Certo che ci sono: c’erano ai tempi del nazismo e ci sono oggi. Laddove c’è omofobia, ci sono delle identità nascoste e represse. La reazione di conseguenza è un attacco violento e scomposto verso quella che loro considerano una minoranza. Come politici eccellenti di destra, violentemente omofobi eppure omosessuali, so di soggetti militanti in questi gruppi che fuggono dal proprio orientamento sessuale, lo nascondono, lo reprimono (ma non sempre) e poi attaccano violentemente le persone omosessuali.

A fronte d’un numero crescente di raid, spesso anche violenti, di formazioni d’estrema destra e di manifestazioni inneggianti al fascismo credi che si possa parlare di sottovalutazione del fenomeno da parte della magistratura?

Lo noto purtroppo e lo denuncio da tempo. Io credo, e lo dico anche, che oggi l’estrema destra è alla guida di questo Paese. Non lo è ufficialmente ma ufficiosamente grazie anche ad autorevoli esponenti di questo governo, che hanno sdoganato e legittimato i gruppi neofascisti. E, per giunta, usano le stesse parole di questi gruppi a partire dal ministro Salvini. Prima gli italiani è uno slogan di CasaPound. È stato scippato a CasaPound ed è stato fatto diventare una parola d’ordine di questo governo, che è quello più a destra degli ultimi 50 anni.  Per non parlare poi di slogan tipici del Ventennio come Me ne frego, Chi si ferma è perduto, Tanti nemici tanto onore.

Tali gruppi non sono stati solo sdoganati e legittimati ma sono stati dati loro spazi di agibilità politica. È caduta, di fatto, la pregiudiziale rispetto al fascismo. Purtroppo anche pezzi delle istituzioni, come la magistratura ma anche la politica e gli amministratori locali, hanno assunto posizioni blande quando non giustificatorie rispetto a questi fascismi di ritorno. Fortunatamente non tutti. Sono tanti i magistrati che fanno il loro dovere. Penso, ad esempio, al caso di Bari, dove CasaPound è sotto inchiesta per tentata ricostruzione del Partito Fascista.

Per formazione e convinzione io sono uno di quelli che non commenta le sentenze dei magistrati. Ma alcune di esse lasciano non poco perplessi. Non si può, ad esempio, non citare il caso del 29 aprile 2017, quando al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano CasaPound e Lealtà e Azione fecero 1000 saluti romani. Ebbene, il Tribunale di Milano ha sentenziato che quella parata neofascista era stata una mera commemorazione funebre.

Oppure il caso dello stabilimento balneare di Chioggia – da me portato alla pubblica attenzione –, tappezzato di simboli fascisti e di cartelli anche inneggianti alle camere a gas, dove, nel luglio di due anni fa, si tenne davanti a 650 persone un comizio d’esaltazione del Duce e di attacco la democrazia. Per la Procura di Venezia quel comizio era stata un’espressione del libero pensiero. Anche la magistratura ha dunque le sue responsabilità.

Vorrei ricordare che l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando – e lo ha ribadito ultimamente anche un costituzionalista di fama come Gaetano Azzariti – disse che questi gruppi possono essere sciolti. Io ritengo che gruppi come Forza Nuova, CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads vadano sciolti. Gli strumenti ci sono, le leggi ci sono: occorre solo applicarle.

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Un’«esperienza da incubo» quella vissuta in Egitto. La definisce così a telefono Valentina Viglione, donna transgender napoletana, che dopo 22 anni di vacanze tranquille trascorse a Sharm el-Sheikh ha deciso di non metterci mai più piede.

L’11 aprile Valentina, che, laureata in giurisprudenza nel 1997, ha alle spalle un’esperienza triennale d’avvocatura, si è imbarcata in serata a Capodichino con un amico gioielliere per raggiungere la nota località marina egiziana. Ma, giunta all’aeroporto internazionale di Sharm con tre ore e mezza di ritardo, è successo quanto mai avrebbe immaginato

«Siamo arrivati a mezzanotte e un quarto - racconta al telefono -. Al momento di fare in aeroporto i consueti controlli presso le autorità egiziane di frontiera un addetto ha preso il mio passaporto, sul quale sono registrata col nome maschile e con la mia foto di donna, e si è allontanato. La cosa mi ha fatto subito impensierire, perché in 22 anni non mi era mai capitato. Dopo 20 minuti di attesa ho cercato di chiedere a un poliziotto che cosa succedesse. Ma sono stata allontanata in malo modo con un gesto di mano, mentre mi veniva intimato di aspettare. Io e il mio amico abbiamo atteso un’ora e dieci».

A quel punto è sopraggiunto l’autista del resort Domina Coral Bay, dove Valentina e il suo compagno di viaggio avevano prenotato il soggiorno. 

«Gli ho detto d’informarsi - mi spiega - che cosa stesse succedendo. Lui stesso era meravigliato: mi conosce infatti bene poiché sono anni che vado al Domina. Ha bussato alla porta dell’ufficio preposto. Ma è stato prima allontanato in malo modo, poi richiamato. A quel punto i poliziotti gli hanno fatto alcune domande: se ero operata e se ero fidanzata o sposata con l’uomo che mi accompagnava».

All’uscita l’autista ha cercato di tranquillare Valentina col dirle che era una mera questione burocratica. Ma, quando l’agente le ha riconsegnato il passaporto, per comunicare che il permesso di soggiorno era stato accettato, la donna, stremata anche dall’attesa prolungata e dalla paura, ha gridato che non voleva restare ma rientrare in Italia.

«So di aver agito d’impulso ma a quel punto è iniziato l’incubo. L’agente mi ha strappato di mano il passaporto e ci ha fatto ripassare la dogana. A quel punto è sopraggiunta una camionetta con quattro poliziotti, che ci ha caricato a bordo. Ho cercato di chiedere dove ci stessero portando ma un agente mi ha intimato di stare zitta. Abbiamo fatto circa un km di strada al buio e siamo arrivati al terminal 2: un terminal dismesso, corrispondente alla vecchia area aeroportuale, trasformato in uffici della polizia.

Giunti sul luogo, i poliziotti ci hanno entrare nella struttura: abbiamo fatto una rampa di scale e siamo stati rinchiusi in mezzo quadrato di stanza, divisi l’una dall’altro da un separé. Siamo rimasti lì fino alle 9:30 del mattino. Non potevamo andare in bagno o fumare se non dopo aver chiesto il permesso. Abbiamo temuto il peggio».

Poi alle 9:30 l’annuncio che sarebbero stati rimpatriati col primo volo disponibile per Napoli, quello delle 14:40.

«Ci sono venuti a riprendere - continua Valentina - con la camionetta. In aeroporto hanno voluto rifare i controlli e abbiamo dovuto subire l’umiliazione di essere scortati da un agente armato fino al gate sotto gli occhi di tutti, soprattutto di passeggeri napoletani. E, per giunta, senza neppure la possibilità di poter andare in bagno».

Quel giorno stesso la sorella di Valentina, anche lei di casa a Sharm el-Sheik («ci va da 39 anni – spiega a telefono – e per alcuni ha posseduto anche una casa in loco, prima di venderla»), aveva un volo prenotato per la località egiziana. Ma alla luce di quanto successo non voleva più partire.

«L’ho tranquillizzata e le ho detto di andare, avendo lei speso un’enorme somma di denaro. Ho anche aggiunto che mi sarei informata presso l’ambasciata se ci fosse qualcosa a mio carico e, in caso contrario, l’avrei raggiunta».

Avute rassicurazioni al riguardo tramite il suo avvocato e un amico egiziano Samer, che, sposato con una napoletana, gestisce a Sharm il ristorante Made in Sud, l’altroieri Valentina ha deciso di ripartireMa, giunta in aeroporto, ha rivissuto, questa volta da sola, la stessa drammatica esperienza, benché non avesse minimamente reagito.

È stata nuovamente fatta salire sulla camionetta tra gli sberleffi e le risate degli agenti, che si toccavano ripetutamente le parti intime. Quindi condotta al terminal 2, dove è stata costretta a portare da sola lungo una rampa di scala le sue valigie. Cosa che le ha procurato la frattura di un dito. Ma, poi, alle 04:00 del mattino, rimpatriata in tutta fretta con un volo per Bologna mentre in aeroporto era sopraggiunto il console italiano dietro segnalazione della Domina.

Quanto successo a Valentina è da inquadrarsi nel quadro più ampio delle vessazioni che le persone Lgbti subiscono da alcuni anni in Egitto, dove, ad esempio, il 7 marzo la 19enne transgender Malak al-Kashif è stata arrestata, condotta in un carcere maschile e sottoposta a test anale forzato.

Dura condanna dell’accaduto è stato espresso da Loredana Rossi, fondatrice e vicepresidente di Atn, di cui Valentina è socia: «È inaccettabile quello che è successo. A nome di tutta Atn esprimo solidarietà e vicinanza a Valentina.

Voglio ricordare, come ha rilevato ultimamente l’Ilga, che, pur non essendoci delle chiare leggi al riguardo, l’Egitto è un Paese dove di fatto l’omosessualità e la transessualità sono punite come reato. Chiediamo pertanto al Governo di mobilitarsi seriamente presso le autorità locali perché facciano chiarezza.

Nel frattempo invitiamo le agenzie di viaggio a informare debitamente le persone Lgbti, che si recano in Paesi dove corrono seri pericoli per leggi omotransfobiche. Perché quello che è successo a Valentina non si ripeta per altre».

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Resi noti nella mattinata i 72 nomi dei candidati e delle candidate della Lega alle europee del 26 maggio. Sarebbero dovuti essere 76 come da regolamento e in realtà lo sono, perché Matteo Salvini è capolista in tutte e cinque le circoscrizioni.

Tra i nomi presentati spiccano quelli di Susanna Ceccardi, sindaca di Cascina e coordinatrice regionale del Carroccio per la Toscana, e di Giancarlo Cerrelli, segretario provinciale della Lega di Crotone.

Se la prima cittadina del Comune del Pisano si è imposta in passato alla pubblica attenzione non tanto per aver voluto conferire la cittadinanza onoraria a Magdi Allam quanto per aver dichiarato che non avrebbe mai registrato le unioni civili nel suo paese, il secondo è tornato a far parlare di sé in occasione dell’8 marzo scorso

Quando, cioè, in preparazione della Giornata internazionale della donna ha fatto preparare un volantino in forma di esacalogo, in cui si affermava, fra l’altro, che a offendere la dignità della donna sarebbe «chi sostiene una cultura politica che rivendica una sempre più marcata autodeterminazione della donna che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo» o «chi contrasta culturalmente il ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia».

Già candidato della Lega alla Camera nel collegio uninominale di Crotone (Calabria 04) in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, il cassazionista e canonista Cerrelli è stato vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici italiani dal 23 settembre 2011 al 27 settembre 2015 ed è attualmente Segretario nazionale del comitato Sì alla famiglia, dirigente nazionale di Alleanza Cattolica e articolista di giornali quali Cristianità, La Nuova Bussola Quotidiana, La Croce Quotidiano, La Roccia, Sì alla Vita. 

L’avvocato, che organizzò a Crotone in accordo con l’allora arcivescovo locale Domenico Graziani i Family Day del 15 marzo e 11 maggio 2007 (manifestazioni antesignane del primo Family Day nazionale, quello cioè del 12 maggio 2007), è autore di libri volti a combattere la fantomatica ideologia gender. Ma è soprattutto noto per i violenti attacchi contro le unioni civili e il matrimonio egualitario.

Le sue posizioni in tema di omofobia rimbalzarono sui media nazionali  quando ospite di Unomattina Estate, il 20 agosto 2013, si disse contrario a un’eventuale approvazione del ddl Scalfarotto con motivazioni dal seguente tenore: «L'omosessualità è un disagio e un disordine», «è stata depennata dal manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali non per motivi scientifici», «come si sa, vi sono anche delle terapie, le terapie dette riparative per gli omosessuali»

Le dichiarazioni di Cerrelli indussero l'allora presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi Giuseppe Luigi Palma a intervenire con una dura nota di condanna.

Nota che fu accolta positivamente dal direttore di Gaynews Franco Grillini, che all’epoca così scrisse: «Il vizietto di confondere scienza e fede o, peggio, di far passare come scientifici pregiudizi sociali o religiosi costituisce un atto di indiscutibile disonestà che se compiuto da professionisti persino iscritti all'albo vanno segnalati come abuso e perseguiti come tali. Piuttosto c'è da chiedersi se non ci sia qualcosa di malato in tutte quelle persone che dedicano il loro tempo a insultare milioni di cittadini che chiedono solo dignità e uguaglianza nel diritto e nei diritti».

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