Si è conclusa poco dopo le 15:00 l'udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è discusso delle questioni preliminari e della costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride, del Comune di Torino e di Rete Lenford.

Ha eccepito al riguardo la difesa che ha tentato - entrando fra l'altro anche nel merito del processo definito quale ideologico -, inoltre, di sostenere la mancanza di querela non essendo questa ascrivibile, a parere dell'avvocato Mauro Ronco, a una persona omosessuale determinata ma a più enti.

Eccezione, quest'ultima, prontamente respinta dalla giudice Melania Eugenia Cafiero. Su quelle, invece, relative alle costituzioni di parte civile la magistrata si è riservata di decidere nella prossima udienza fissata al 14 settembre.

Da segnalare, infine, la reazione di Silvana De Mari quando, nel darne le generalità, sono state ovviamente indicate le qualifiche professionali della stessa al feminnile. Cosa che l'ha spinta a precisare di essere "medico e scrittore".

 

 

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Inizierà oggi a Torino il processo a carico dell’endoscopista e autrice di romanzi fantasy Silvana De Mari che, denunciata dal Coordinamento Torino Pride e dal Comune di Torino per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa nei riguardi delle persone Lgbti, dovrà comparire alle 12:30 davanti alla giudice Melania Eugenia Cafiero.

Il 7 dicembre scorso la gip Paola Boemio aveva respinto la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm Enrico Arnaldi Di Balme, per il quale non era individuabile il «destinatario dell’offesa» dal momento che la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo) si era rivolta «a una pluralità indiscriminata di persone».

All’epoca Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride, aveva dichiarato: «Siamo molto contenti della decisione presa dalla giudice Boemio di respingere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero e che, per la prima volta, sia stato individuato in un'associazione di secondo livello come il Coordinamento Torino Pride il soggetto diffamato in una triste vicenda, che ha visto me e migliaia di persone omosessuali diffamate e offese nella nostra dignità».

A sostegno di Silvana De Mari sono scesi in campo Carlo Giovanardi, Francesco Agnoli, Luigi Amicone, Roberto Casadei, Roberto Cota, Alessandro Meluzzi, Assuntina Morresi, Eugenia Roccella, Giacomo Vurchio, Peppino Zola, che, su L’Occidentale, hanno lanciato, alcuni giorni fa, un appello contro gli «atteggiamenti oscurantisti e censori che mirano a cancellare due principi fondamentali della nostra Costituzione democratica e repubblicana, la libertà di pensiero dell'art. 21 e quello contenuto nell'art. 33 che stabilisce che "l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento"».

Per i firmatari della petizione, le cui adesioni sarebbero migliaia, sotto processo «sono le fondamentali libertà di pensiero, scienza e religione, garantite dalla nostra Costituzione laica e repubblicana, in un contesto di oscurantismo e silenzio non degno di una città come Torino».

A difesa di De Mari anche il senatore Gaetano Quagliariello, leader di Idea, per il quale quello di Torino è «un processo alle opinioni. Questa è la realtà, a fronte della quale appare superfluo anche aggiungere che si tratta delle opinioni di un medico rispetto a questioni di propria professionale competenza».

Tesi, questa, che era stata sostenuta domenica da Mario Giordano sulle colonne de La Verità: «E perciò arrivati a questo punto, può apparire quasi normale che un medico finisca davanti a un tribunale per aver detto che i rapporti anali possono causare malattie. E, invece, scusateci, normale non è affatto. Adesso è finita nel mirino delle organizzazioni Lgbt, in particolare il Torino Pride, per aver detto, per l’appunto, che i rapporti anali possono causare malattie».

Ma Silvana De Mari, che de La Verità è collaboratrice al pari del quotidiano adinolfiano La Croce, non è stata affatto denunciata per aver detto tout court che «i rapporti anali possono causare malattie».

Ma per aver equiparato (in un’intervista a La Croce e sul sul suo blog) l’omosessualità alla pedofilia, per aver definito il rapporto anale tra due persone dello stesso sesso un atto di violenza fisica correlata al satanismo, per aver affermato che «la sodomia è antigienica» e comporta il diffondersi delle malattie, per aver dichiarato che l’omosessualità è contro natura nonché un disturbo da curare, per aver invocato un «diritto all'omofobia». Affermazioni tutte, che presentate come fondate su principi medico-scientifici, attribuiscono connotazioni gravemente diffamatorie a modalità comportamentali delle persone Lgbti.

Motivi, questi, per cui oggi Rete Lenford si costituirà anche lei parte civile nella persona dell’avvocato Michele Potè.

A poche ore dal processo abbiamo raggiunto il penalista Stefano Chinotti, responsabile della Segreteria scientifica di Rete Lenford, per un parere sugli argomenti portati avanti dai firmatari dell’appello.

«I firmatari - ha dichiarato - fanno un po’ di confusione fra quel che sostiene la Costituzione e quel che vorrebbero, in cuor loro, sostenesse. Le libertà di esercizio e insegnamento delle scienze e di manifestazione del pensiero nulla hanno a che vedere con la tutela delle aberranti affermazioni diffamatorie assolutamente prive di fondamento, prima che scientifico, logico, divulgate da Silvana De Mari. Per non parlare della libertà religiosa che, nel caso, non si comprende neppure come possa essere invocata.

L’accostamento dell’omosessualità alla pedofilia ed il sostenere che l’orientamento omoaffettivo sia contro natura non sono teorie scientifiche ma assurdità che se rivolte, come avvenuto nel caso, nei confronti dei rappresentati della comunità Lgbti concretano il reato di diffamazione aggravata. E di quello la dottoressa De Mari è chiamata a rispondere oggi a Torino».

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Non potrà più svolgere alcun incarico pastorale, né confessare e dirigere spiritualmente i fedeli, né tenere interventi pubblici nell’arcidiocesi parigina senza esplicito permesso. Inoltre, come già disposto dal card. André Vingt-Trois (arcivescovo di Parigi dall'11 febbraio 2005 al 7 dicembre 2017), continuerà a essergli inibita l’attività di psicoterapeuta.

Queste le sanzioni irrogate dall’arcivescovo di Parigi Michel Aupetit allo psicologo della Chiesa, soprannome con cui è conosciuto in Francia mons. Tony Anatrella.

Classe 1941, il sacerdote è accusato d’aver abusato sessualmente di giovani uomini nel corso di sedute volte alla guarigione degli stessi dall’omosessualità secondo il metodo delle terapie riparative di Joseph Nicolosi. Ma il tutto si sarebbe tradotto in palpeggiamenti e induzione alla masturbazione reciproca.

Denis Lemarca: Manipola il mio sesso. Mi masturba

Entrato a 23 anni nel Seminario della Missione di Francia (1987), Denis Lemarca – uno dei primi accusatori – racconta così il suo primo incontro con lo psicologo della Chiesa: «Io sono disteso sul lettino, nudo. Sono sorpreso dalla leggerezza del massaggio. È più che altro una carezza su tutta la parte anteriore del corpo che gira delicatamente intorno alla zona genitale. Poi Tony Anatrella mi chiede di tenere la sua mano e di guidarla. Io guido allora la sua mano, prima sulle zone che lui ha toccato e fin dove la lunghezza del mio braccio lo permette. La sua mano non si ritrae quando l'avvicino al mio sesso. Mi invita allora a guidare la sua mano sulle zone dove vi sono ancora delle "tensioni".

Ho un'erezione. Quando guido la sua mano sul mio sesso, egli solleva le dita per sfiorarlo. Poi vengo invitato a lasciar andare la sua mano da sola. Egli allora manipola il mio sesso. Mi masturba. Poi mi chiede se voglio godere. Io dico: No. Così si chiude la prima seduta di "corporeo". Mi trovo in una specie di siderazione. Non ho memoria di ciò che ho potuto dire all'uscita di questa seduta. Alla seconda seduta di "corporeo" ho goduto. È la prima volta che godo in presenza di un altro essere umano».

Alle accuse di Lemarca ne seguirono altre, anonime, nel 2006, cui si preferì non dare seguito.

Un processo canonico ritardato per anni

Ma non venendo meno tali voci, il card. André Vingt-Trois si vide costretto, nel maggio 2016, a intervenire suo malgrado con l'incoraggiare «queste persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia». Cosa che fu fatta da più soggetti al punto tale che lo stesso porporato non potette esimersi dal ritenere oramai improrogabile l'apertura d'un processo canonico a carico di Anatrella.

Avendo però il sacerdote collaborato in passato col tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois chiese alla Segnatura Apostolica di affidare la procedura a un altro tribunale. Alla fine di gennaio 2017 da Roma si optò per quello interdiocesano di Tolosa, al quale furono trasmessi i documenti.

Un’inchiesta, questa, durata fino al 19 marzo 2018, quando le conclusioni sono state rimesse all'arcivescovo Aupetit, che ha notificato, il 4 luglio, ad Agence France-Presse le accennate sanzioni irrogate allo psicologo della Chiesa.

La dura presa di posizione da parte del presule ha suscitato un clamore enorme, la cui eco è andata ben al di là dei confini francesi.

Anatrella: l'idolo delle gerarchie vaticane con l'ossessione per l'ideologia gender

Già consultore del Pontificio Consiglio per la Famiglia (soppresso il 15 agosto 2016 da papa Francesco, che ne ha trasferito competenze e attività al neodicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita) e del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli operatori sanitari (soppresso il 17 agosto 2016 da Bergoglio con l'istituzione del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale) nonché professore presso il Collège des Bernardins, Anatrella è infatti noto per le sue posizioni di aperta condanna dell’omosessualità, ritenuta «immaturità narcisistica» da curare.

Aperto sostenitore de Le Manif pour tous, Anatrella si è impegnato, a partire dagli anni ’90, nell’avversare sui media i diritti delle persone Lgbti e nell’allertare la pubblica opinione sulle rivendicazioni delle stesse a favore del matrimonio egualitario e del riconoscimento genitoriale. Il 14 giugno 2004 arriva il primo riconoscimento d'Oltretevere con la nomina a Cappellano di Sua Santità.

È stato uno degli ispiratori dell’istruzione della Congregazione per l'educazione cattolica che, approvata da Benedetto XVI il 31 agosto 2005, interdice l’accesso agli Ordini alle persone omosessuali. Il suo pensiero al riguardo è stato ampiamente esplicitato in un articolo del 25 novembre 2005 su L’Osservatore Romano, di cui, a partire dall’ultimo periodo del pontificato wojtyliano, è divenuto uno dei collaboratori di punta come, fra l’altro, per L’Avvenire.

Il congiunto interesse per l’ideologia gender, quale filiazione diretta dei gender studies e «pericolo per l'Occidente paragonabile ai totalitarismi del Novecento», lo hanno accreditato agli occhi delle gerarchie vaticane come il massimo esperto di quella che a Oltretevere amano chiamare “politicizzazione e ideologizzazione dell’omosessualità”. 

Tesi, queste, che Anatrella ha esplicitato nei volumi Gender, la controverse (Téqui, Parigi 2011) e in Mariage en tous genre. Chronique d'une régression culturelle annoncée (L'échelle de Jacob, Digione 2014), la cui sintesi italiana è stata edita nel 2015 dalla San Paolo col titolo La teoria del gender e l'origine dell'omosessualità. Una sfida culturale

Non a caso è uno dei «collaboratori del Segretario speciale» in preparazione e nel corso del Sinodo dei vescovi sulla Famiglia che, convocato e presieduto da papa Francesco nei giorni 9-15 ottobre 2014, vede un acceso dibattito su tali tematiche.

Non meraviglia, dunque, se ancora due anni fa il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, a conclusione del convegno Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà presso la Pontificia Università Gregoriana, non si esimeva dal ringraziare «monsignor Tony Anatrella, psicanalista, specialista in psichiatria sociale, consultore e collaboratore di vari dicasteri della Curia romana, anche lui ideatore e organizzatore dell’iniziativa».

Omertà organizzata 

Ma tuttò ciò sarebbe forse indicativo di ben altro. Secondo il domenicano Philippe Lefebvre, professore alla Facoltà di teologia di Friburgo, Tony Anatrella, infatti, «è stato coperto da un potente silenzio, da un’omertà organizzata».

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Una coppia di uomini gay è stata pubblicamente punita davanti alla moschea di Banda Aceh nel territorio speciale di Aceh (quasi 5.000.000 di abitanti), l'unica provincia in Indonesia (il Paese col più alto numero di musulmani) ad applicare la shari'a.

Per più di 80 volte i due uomini sono stati fustigati al dorso con un bastone di malacca di fronte a un migliaio di persone entusiaste che gridavano: Colpisci più forte. Presenti anche alcuni turisti della Malaysia, che hanno scattatato foto coi loro smartphone. 

Muhammad Hidayat, capo della locale polizia religiosa, ha commentato: «Siamo preoccupati per la diffusione dell'omosessualità a Banda Aceh. Peccati simili si commettono molto spesso, soprattutto in materia di omosessualità.

Avete visto quanta gente è venuta per la fustigazione? Perché odiano questi peccati. Dio ci ha creato eterosessuali: perché volete essere omosessuali?».

Si tratta del secondo caso nell’anno di pubblica fustigazione di coppie di soggetti omosessuali in questa provincia ad autonomia speciale che, situata sull’estremità settentrionale dell'isola di Sumatra, ha adottato nel 1999 la shari’a e ne ha promulgato la codificazione nel 2014.

Le organizzazioni per i diritti umani sono tornate a criticare come barbarie una tale pratica, sulla quale si era espresso lo scorso anno anche il presidente indonesiano Joko Widodo col chiedere che almeno le fustigazioni non avvenissero in pubblico

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Quando sei mesi fa ha trovato il coraggio di fare coming out, quasi tutti i compagni di classe dell'Istituto informatico Enrico Mattei di San Donato Milanese (Mi) gli hanno manifestato solidarietà, vicinanza e affetto.

Alcuni di loro però lo hanno bullizzato verbalmente, forti anche dell’indifferenza di qualche insegnante ma, soprattutto, della complicità di un docente che a più riprese ha stigmatizzato l’omosessualità del 17enne. Tra gli insulti rivoltigli dai compagni di classe anche affermazioni del tipo I froci devono bruciare tutti.

A rendere pubblico l’accaduto I Sentinelli di Milano che, con un post del 27 giugno, hanno anche riferito come il giovane sia «stato spettatore suo malgrado di una scena in classe nella quale venivano esaltate dichiarazioni violentemente ostili del neo ministro della famiglia Lorenzo Fontana».

L’associazione fondata da Luca Paladini si è impegnata «a essere al suo fianco in questa battaglia di civiltà. Il suo coraggio e la sua determinazione sono un insegnamento per tutti noi».

La drammatica vicenda, che sarà oggetto nei prossimi giorni di una mozione in Consiglio comunale, è stata lungamente commentata all’Ansa da Susanna Musumeci, la dirigente scolastica reggente (dal 16 maggio scorso) dell’Itis Mattei.

In una lunga lettera inviata all’agenzia di stampa ha spiegato come l'istituto abbia «accompagnato la classe con interventi psicologici. Ha poi agito con interventi correttivi e provvedimenti disciplinari nei confronti di quei pochi ragazzi che non hanno mostrato la comprensione ed accoglienza naturali e necessarie: anche il penultimo giorno di lezione sono state comminate due ammonizioni scritte a fronte di commenti discriminatori. E questo conferma l'impegno e l'attenzione dell'istituto a monitorare la situazione e sostenere la vittima».

Gli interventi hanno colpito anche il docente che ha irriso il 17enne.

La dirigente ha infine dichiarato che «i contatti con la famiglia sono stati tenuti dal consiglio di classe e dal mio predecessore. Ma dal 16 maggio a oggi nessuno mi ha contattata: non comprendo le dichiarazioni di solitudine della famiglia rispetto al problema anche se solidarizzo con la sofferenza provata e stigmatizzo le situazioni subite». 

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Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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Massimo Verdastro è sicuramente uno degli artisti più eclettici e originali del panorama teatrale italiano. Ha lavorato con grandi nomi della scena nazionale e internazionale da Ronconi a Stein, da Cauteruccio ad Avogadro, passando per Tiezzi, Andò e Perriera.

Nel 1991 inizia a collaborare con Nino Gennaro, poeta e politico di strada impegnato nella lotta alla mafia e nella rivendicazione delle istanze di liberazione della comunità Lgbti, raccogliendone, dopo la prematura scomparsa, l'eredità culturale e diffondendone l’opera.

Verdastro ha portato in scena, in questi giorni, il dramma di Christopher Marlowe Edoardo II, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, vetrina teatrale di rilievo internazionale giunta ormai alla sua 11° edizione.

La tragedia, la cui regia è firmata da Laura Angiulli, narra il declino e la morte del re d’Inghilterra Edoardo II, a cui sia la moglie che i nobili non perdonano la relazione amorosa con il favorito Gaveston.

Incontriamo Massimo Verdastro poco prima dell’inizio della seconda e ultima replica dell’evento, presso il suggestivo spazio della chiesa di Donnaregina Vecchia, nel centro storico di Napoli.

Massimo, come è il tuo Edoardo II?

In primis, devo dire che questa è stata un’occasione straordinaria che mi ha offerto la regista di questo progetto teatrale, Laura Angiulli. L’Edoardo II è un’opera di grande impatto emotivo scritta da Christopher Marlowe, grande drammaturgo elisabettiano morto a soli 29 anni. Oggi, di quest’opera, colpisce la forza straordinaria di questo re che contrappose i propri sentimenti ai meccanismi del potere. Edoardo II affermò se stesso, la propria persona e il proprio sentire in maniera estrema. Edoardo è un sovrano mosso da sentimenti d’amore più che dagli interessi del regno. È l’amore che spinse Edoardo II a opporsi agli interessi del potere costituto, rappresentati dai nobili della corona e verrà punito con una morte atroce proprio per questo.

E qual è il delitto di Edoardo II? Amare un giovane. Il suo delitto è la sua natura: essere omosessuale. E, naturalmente, essere anche un uomo di profondi sentimenti.

Secondo te, oggi, un componente di governo potrebbe amare liberamente in Italia una persona del proprio stesso sesso o sarebbe un problema?

Purtroppo, credo potrebbe essere ancora un problema. Abbiamo lottato anni e anni per permettere a ognuno di esprimere liberamente la propria persona e i propri sentimenti. Mi sembra che adesso stiamo tornando indietro e questo mi rammarica molto. Noi però continuiamo a lottare.

La coppia dei due amanti costituita, appunto, da Edoardo II e Gaveston, in questa messinscena, sembra diversa rispetto a quella proposta tradizionalmente in teatro e ripresa anche dal film di Derek Jarman. Infatti Gaveston, interpretato da Gennaro Maresca, non è un ragazzo vanitoso e imberbe. Qual è la forza di questa scelta?

Laura Angiulli si è allontanata dal cliché del sovrano che ama il giovinetto sfrontato, interessato al potere ed efebico. In questa messinscena tra i due amanti esiste un sentimento vero e profondo. E il pubblico segue l’amore vero di Edoardo per un uomo giovane, ma non giovanissimo, che non corrisponde all’immagine sdolcinata dell’iconografia tradizionale. Il Gaveston di questa messinscena ha un aspetto virile, insomma, e questa è una nuova e interessante chiave di lettura.

Al centro di quest’opera c’è anche il tema dell’esclusione. L’esclusione è una condizione ricorrente nella fenomenologia esistenziale delle persone omosessuali…

Spesso gli uomini sono costretti a reprimere i propri sentimenti e non manifestarli liberamente. Io ho voluto creare un Re Edoardo che grida il suo amore: lo grida in maniera esagerata, folle. Ho voluto espormi in maniera molto libera per ricordare la libertà che merita l’amore.

 

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Alle 12.20 del 4 giugno scorso Papa Francesco accoglieva in udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico la delegazione del Premio di giornalismo internazionale Biagio Agnes.

Tra i presenti, che avrebbero successivamente ricevuto il 23 giugno a Sorrento il riconoscimento, anche lo speaker Rai Antonello Dose accompagnato da Fabrizio Tranquilli, con cui si è unito civilmente il 24 giugno 2017.

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La richiesta di poter essere accompagnato dalla propria metà era stata avanzata oltre dieci giorni prima da Antonello che, come noto, conduce da anni con Marco Presta (anche lui premiato) la seguitissima trasmissione Il ruggito del coniglio. Ma l'ok da parte del Vicariato era arrivato soltanto alla vigilia dell'udienza.

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Così la mattina del 4 giugno il conduttore radiofonico, che ha parlato del personale percorso buddista, della sua omosessualità e sieropositività nel libro La rivoluzione del coniglio, ha potuto, dopo il discorso papale all'intera delegazione, salutare un Bergoglio sorridente e presentargli il proprio consorte.

E oggi, a distanza di più di un mese da quell'incontro, la pubblicazione della foto sul suo profilo Instagram col messaggio:«#papa #papafranku #larivoluzionedelconiglio continua #unionicivili #ministrofontana esistiamo, non esistiamo... il ❤️ supera ogni barriera, è il ❤️ che rende la vita sacra #arcobalena».

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Perché mi definisco essere umano. Questo il titolo della manifestazione che ieri sera ha portato centinaia di persone nella piazza centrale di Angri (Sa) a reagire all’evento Perché non mi definisco gay che, organizzato da Punto Famiglia e dalla Comunità di Emmaus in collaborazione con l’associazione Courage, si è svolto in contemporanea presso la Cittadella della carità “Don Enrico Smaldone”, rigorosamente a porte chiuse (nonostante la locandina parlasse esplicitamente di ingresso libero).

Ciò che ha spinto da giorni i cittadini angresi e tante associazioni alla mobilitazione di piazza è senza dubbio il contenuto dell’incontro, ispirato all’omonimo titolo del libro di Daniel Mattson che, presente ad Angri, ha testimoniato la propria esperienza di negazione dell’identità omosessuale quale viatico per trovare la pace come uomo creato a immagine e somiglianza a di Dio.

La presentazione del volume è stata inoltre caratterizzata dalla proiezione del documentario Il desiderio delle colline eterne, che narra la storia di tre persone omosessuali impegnate nel cammino della castità e raggiunte dalla pace grazie all’amore di Cristo. Un evento, insomma, che eleva l’esperienza individuale della castità a norma di comportamento universale per le persone omosessuali che, nell’astensione dalla concreta realizzazione del proprio legittimo desiderio di amare e essere amati, troverebbero un presunto riscatto esistenziale.

Anche se rivolta direttamente alle persone omosessuali cattoliche, l’operato di Courage veicola, di fatti, il generale messaggio d’un esercizio negativo della sessualità al di fuori dell’ambito matrimoniale, che riguarda esclusivamente due persone di sesso opposto. Una visione, quella dell’organizzazione internazionale diretta dal sacerdote Paul Ceck (ex capitano dei Marines) e fatta propria da Mattson, in totale antitesi a quella espressa dal gesuita James Martin, consultore della Segreteria per la Comunicazione, nel suo libro Building a bridge.

Nonostante una pubblica dichiarazione di smentita di Courage International con riferimento all’evento di Angri, le istanze dell’organizzazione sono implicitamente correlate alle cosidddette terapie riparative come, d’altra parte, testimoniato da una specifica inchiesta de L’Espresso. Ecco il perché della mobilitazione delle associazioni che hanno partecipato a Perché mi definisco essere umano.

Tantissime le voci che hanno ricordato che, in uno Stato laico e democratico, le differenze devono essere valorizzate e ogni essere umano deve essere incluso e deve legittimamente godere di pari diritti senza distinzione e senza discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere.

Erano presenti in piazza e hanno preso la parola le associazioni angresi Diparipasso, Officine delle idee, Controra e Stay Angri, La Bottega del consumo critico di Nocera Inferiore, il Collettivo transfemminista Autodeterminiamoci di Salerno, Human Gender di Salerno, Zap! di Napoli, Agedo Napoli con la presidente Carmela Smaldone, Arcigay Salerno con il presidente Francesco Napoli, Arcigay Napoli con i delegati Daniela Lourdes Falanga, Claudio Finelli e il presidente Antonello Sannino, l’Associazione di Omosessuali Cristiani Ponti Sospesi con il presidente Antonio De Chiara, la dissacrante e goliardica Chiesa Pastafariana e tanti altri.

Preziosi contributi alla realizzazione della mobilitazione di piazza sono stati anche quelli di Maria Sole Limodio, Nicola Ingenito, Chiara e Francesca Postiglione, dei consiglieri comunali di Angri, Carmen Fattoruso, Eugenio Lato e dell’artista Gerardo Amarante.

Infine, va segnalato che al termine della manifestazione, un piccolo gruppo di militanti di Arcigay Napoli e Agedo si sono recati davanti ai cancelli della Cittadella della Carità per ricordare, a quanti erano presenti all’evento , la violenza implicita in una manifestazione che sostiene la via della castità come unica possibilità di felicità per chi scopre di essere omosessuale o transessuale.

Tanto più che alla presentazione del libro di Mattson erano presenti don Silvio Longabardi, esperto di pastorale familiare, e il vescovo locale Giuseppe Giudice, la cui diocesi è stata anch’essa interessata dalla recente questione dei sacerdoti impegnati in una via del tutto opposta a quella della castità tanto decantata da Courage e Mattson.

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Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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