È stato arrestato ieri a Bari un giovane di 18 anni con le accuse di rapina pluriaggravata e lesioni aggravate in concorso ai danni della coppia di 30enni omosessuali, aggrediti lo scorso anno nel capoluogo pugliese. A eseguire l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del locale Tribunale dei minori, gli agenti della polizia.

Il 18enne, minorenne all'epoca dei fatti, sarebbe uno dei sette responsabili del violento pestaggio di stampo omofobo, avvenuto in largo Adua (cuore della movida barese) l’8 giugno 2017. La coppia, composta da un italiano e da uno spagnolo, fu prima offesa verbalmente. Quindi, colpita ripetutamente con calci e pugni al viso e alla testa nonché derubata di collanine e un anello.

Le immagini video acquisite dalla Squadra mobile hanno consentito di ricostruire dettagliatamente la vicenda e d’identificare quasi tutti i componenti del gruppo di aggressori. Nell’ottobre 2017, a seguito delle prime indagini, la polizia arrestò i due maggiorenni del gruppo, rispettivamente di 19 e 20 anni.

Furono riscontrate responsabilità anche a carico di altri tre minorenni, già gravati da precedenti penali per rapina pluriaggravata, che il 24 febbraio scorso sono stati arrestati in esecuzione della medesima ordinanza di custodia che ha colpito ieri il 18enne. Continuano invece le indagini per risalire all’identità del settimo componente del branco.

Raggiunta telefonicamente, Titti De Simone, consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’attuazione del programma, ha così commentato la notizia: «Vanno ringraziate polizia e magistratura per il lavoro d’indagine svolto, che ha consentito d’individuare quasi tutti i componenti di quello che si è configurato come un vero e proprio commando punitivo nei confronti d’una coppia gay. Si è trattato d’un episodio d’incredibile violenza omofoba.

Oltre all’augurio di non dover più assistere a fatti di tale gravità è necessario ribadire ancora una volta la necessità di una legge nazionale contro l’omotransfobia, da troppe legislature giacente in Parlamento. Mi piace ricordare come durante la mia esperienza parlamentare sono stata la prima firmataria di un progetto di legge per l’estensione della legge Mancino. Ritengo essere ancora questa la strada maestra per poter giungere in Italia al perseguimento penale di specifici reati contro le persone Lgbti.

Ritengo al contempo essenziale che le Regioni contrastino efficacemente le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere con delle normative positive – rispondenti al proprio ambito di competenza –  soprattutto su un piano strettamente culturale ed educativo.

Il caso barese dimostra purtroppo come spesso si abbia a che fare con giovanissimi e anche minorenni. Appare perciò fondamentale e prioritario lavorare sul terreno cultuarle ed educativo per poter contrastare efficacemente omofobia e transfobia e, più in generale, tutte le forme di discriminazione basate sulle differenze.

Il centrodestra pugliese sostiene invece che l'omofobia non esiste. Lo sostengono anche alcune associazioni integraliste, inventandosi la teoria Gender per impedire che il pregiudizio, lo stereotipo, la violenza contro le persone omosessuali e transessuali venga censurata e sanzionata, e si faccia un lavoro culturale ed educativo serio. Cosa che la Regione si propone di fare con una propria legge regionale».

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Dopo quella del 2009 la seconda versione dell’International technical guidance on sexuality education è stata da poco edita.

Frutto della collaborazione di UnAids, UnFpa, Unicef, UnWomen e dell’Organizzazione mondiale della sanità, le nuove direttive dell’Unesco in materia d’educazione sessuale si compongono di 139 pagine. Nelle quali, fra l’altro, viene ribadita la necessità d’insegnare a bambini e adolescenti la distinzione tra genere e sesso biologico al pari di quella tra identità di genere e orientamento sessuale nonché il superamento delle forme stereotipate connesse all’ambito della sessualità.

Firmata dalla direttrice generale Audrey Azoulay, la versione ampliata dell’International techical guidance è stata subito presa di mira dal giornalista e scrittore complottista Maurizio Blondet che ne ha parlato come «nuove direttive per corrompere i bambini», «scritte in perfetta neolingua della dittatura Lgbt». Quella «dittatura mondiale dei pederasti» che, secondo il saggista cattolico -, «si attua in un nuovo jus sodomiticum obbligatorio, e contrario al diritto naturale». 

Non meraviglia perciò che un ancor meno avveduto Lorenzo Damiano, candidato alla Camera in Veneto (collegio plurinominale 02 e uninominale 08 [Treviso e cintura]) nella lista del Popolo del Famiglia, abbia invocato un nuovo processo di Norimberga e minacciato roghi di libri gender.

«Né comunismo, né nazismo, né fascismo – così l’adinolfiano trevigiano – sono mai arrivati a questo livello di propaganda politica nei confronti delle persone più indifese al mondo. I bambini sono anime pure e innocenti che non hanno bisogno di queste persone e delle loro perversioni. Si ritiri immediatamente questa persona Audrey Azoulay dal ruolo che ha e se ne torni a casa. La funzione dell’Unesco resti quello di valorizzare la cultura di un territorio: perché mai questi organi arrivano a occuparsi della sessualità dei bambini? Che per altro sono innocenti e puri? Guai a coloro i quali scandalizzeranno anche uno solo di questi bambini: sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare».

Poi un appello a Putin e Trump perché liberino il mondo «da queste lobby invertite. Invoco un nuovo processo di Norimberga per mandare a casa questi pervertiti che propongono a bambini di nove anni di “saper spiegare come l’identità di genere di una persona può non corrispondere al sesso biologico”, di 12 ad essere già edotti sul fatto che i rapporti omosessuali sono “piacevoli” e non portano affatto infezioni, e a cinque anni (sottolineo a cinque anni!) che devono essere indottrinati sul rispetto per le famiglie “diverse”.

Sono pronto a sfidare questi pervertiti e depravati che minano con violenza la mente dei bambini anche domani: portandoli in piazza e svergognandoli davanti a centinaia di famiglie che devono sapere la violenza di questi organi di potere. Anzi, vi dirò di più. Già la prossima settimana siamo pronti ad un evento che sconvolgerà le menti di questi personaggi depravati: il rogo dei libri gender. Quando saremo al Parlamento riporteremo il buonsenso e l’amore per i nostri figli, quello vero di una mamma e di un papà che li difendono dai mostri. Lotteremo fino all’ultimo sangue per l’abrogazione della legge che ha introdotto il gender attraverso i partiti di sinistra e per l’abrogazione della legge Cirinnà».

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Quattro show eccezionali, preparati da Patty Pravo per il suo pubblico, daranno il via a un folgorante ritorno dell'ex ragazza del Piper in giro per i più prestigiosi teatri italiani.

Il nome, che Patty Pravo ha scelto come prima parte del tour, è …La cambio io la vita che, celebre ritornello di E dimmi che non vuoi morire, il brano di successo che le scrisse, qualche anno fa, Vasco Rossi.

Le date della tournée di …La cambio io la vita che – Tour 2018 sono le seguenti:

15 febbraio – Montecatini, Teatro Verdi 

18 febbraio – Roma, Parco della Musica 

24 febbraio – Venezia, Gran teatro la Fenice 

6 Marzo – Milano, Teatro Nazionale.

Incontriamo Patty Pravo, in teatro, proprio durante le prove del suo nuovo attesissimo spettacolo.

Patty, si avvicina la prima delle quattro date del tuo nuovo spettacolo …La cambio io la vita che - Tour 2018: che tipo di show sarà?

Sarà uno spettacolo molto particolare, diviso in due parti. Una prima parte, in cui interpreterò alcuni classici sia del mio repertorio che di quello dell’intramontabile canzone francese con una grande orchestra. Nella seconda parte eseguirò, invece, i miei successi pop con la mia band. E poi ci saranno moltissime sorprese nella scelta dei pezzi. Si tratta di un progetto che volevo realizzare da sempre e finalmente ci sono riuscita. E mi fa piacere lavorare con una band di musicisti giovani e bravi perché i giovani vanno sostenuti.

A quale dei tuoi successi sei più affezionata?

Me lo chiedono tutti… Ma il “pezzo del cuore” cambia continuamente. Ci sono momenti in cui ti senti legata a un brano e momenti in cui ti senti legato a un altro… Non c’è una canzone a cui sono più affezionata perché io interpreto e l’interpretazione dipende anche dal momento che si vive.

Che ne pensi del Festival di Sanremo che si è appena concluso?

Questo Festival di Sanremo l’ho seguito. Ho visto la prima puntata e l’ho trovato splendido: i testi erano veramente interessanti quest’anno. Mi è sembrata un’edizione di buon livello. Magari ce ne fossero altri di Sanremo così…

E la grande sintonia con la comunità Lgbti come te la spieghi?

Il grande amore con la comunità Lgbri è naturale. Io sono cresciuta con mio zio che era amato da tutta Venezia  perché era un uomo splendido ed era omosessuale… Per il resto io credo che le persone siano davvero tutte uguali.

Ma secondo te l’Italia è un Paese “vivibile” per le persone Lgbti?

Ma dai… L’Italia è una difficoltà continua per tutti e per tutto. A prescindere dall’orientamento sessuale. Per qualsiasi persona vivere in Italia è difficile. È una pena osservare il nostro Paese distrutto.

E qual è lo stato di salute della musica italiana?

La musica italiana è indietro di vent’anni e spesso copiamo anche la musica straniera in maniera  maldestra. Purtroppo, facciamo musica che non va all’estero. Io penso che i ragazzi che partecipano a questi talent musicali sono rovinati. Perché lavorano per qualche anno, conseguono un “successino”, due “successini”, li mandano a lavorare in posti allucinanti dove non imparano nulla, credono di essere degli Dei e dopo poco si trovano nella cacca.

Infine, qualche mese fa, è uscita per Einaudi la tua prima autobiografia La cambio io la vita che…: da dove nasce il desiderio di raccontarsi?

Ma non è stato un mio desiderio. Mi sono trovata con un contratto firmato e, approfittando dell’ incidente in barca,  ho lavorato con il mio assistente. Così è nato questo libro e sono anche molto contenta perché non credevo di riuscire  a raccontare in maniera così divertente alcuni episodi della mia vita. Tra poco uscirà anche il mio nuovo lavoro discografico. A questo punto, speriamo che abbia lo stesso successo del libro!

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La giornalista Marta Bonafoni sta terminando il suo mandato di consigliera regionale in Lazio. Punta ora al raddoppio in vista delle prossime elezioni che, in concomitanza con quelle politiche, si terranno il prossimo 4 marzo.

A lei, che è una delle firmatarie del pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere (testo approntato grazie soprattutto al Circolo di cultura omossesuale Mario Mieli), abbiamo rivolto alcune domande sul suo impegno a tutela dei diritti delle persone Lgbti.

Consigliera Bonafoni, di nuovo in pista per le prossime elezioni regionali?

Direi proprio di sì. Con la firma di qualche giorno fa della mia candidatura, è partita ufficialmente questa avventura nella Lista Civica Zingaretti Presidente che da qui al 4 marzo mi vedrà impegnata al fianco di Nicola Zingaretti per continuare quel percorso virtuoso iniziato cinque anni fa.

A suo parere quali sono le piste da seguire per migliorare la lotta contro l'omofobia, la transfobia e le discriminazioni. E a che punto siamo con lo specifico pdl regionale?

Una delle strade, ad esempio, è proprio quella di approvare la legge regionale contro l’omotransfobia, di cui sono firmataria, che per motivi di tempo non abbiamo potuto chiudere in questa legislatura. Si tratta di un testo importante, non solo perché frutto di un lavoro di squadra con le realtà e le associazioni Lgbti. Ma anche perché, come ogni legge, consente di finanziare tutti quegli interventi per il contrasto alle discriminazioni di genere.

Sono misure da applicare in ambiti specifici di competenza regionale quali la scuola, il welfare, la famiglia, l’istruzione, le politiche attive del lavoro, l’ambito socio sanitario e la comunicazione per favorire l’uguaglianza dei diritti – anche per le famiglie basate sui vincoli affettivi - l’accesso ai servizi, al mondo del lavoro e l’utilizzo di un linguaggio non discriminatorio attraverso percorsi di formazione, informazione e prevenzione.

Bullismo e violenza nelle scuole. Su questo tema quale sarà il lavoro futuro?

Gli episodi di bullismo nelle scuole, molti dei quali a sfondo omofobico, dimostrano che ancora molto c'è da fare. Con le azioni quotidiane, con l'educazione nelle scuole, con le campagne di sensibilizzazione e anche con i provvedimenti legislativi, la politica deve rendersi protagonista di questo cambiamento culturale. Come Regione Lazio abbiamo accettato questa sfida politica e culturale, ad esempio approvando una legge contro il bullismo, che parla non solo ai giovani, ma anche alle famiglie e al mondo della scuola e dello sport, di rispetto, diversità, tolleranza ed educazione all'affettività. Una legge che non a caso richiama esplicitamente l’articolo 21 della Carta europea dei diritti dell’uomo e quindi le discriminazioni per orientamento sessuale. Ecco, c’è bisogno che questa legge cammini sulle sue gambe, che sono anche le nostre, in giro per ogni scuola e ogni provincia.

Oltre alla passione per il giornalismo quella per la politica. Questi anni in Regione ad affrontare i problemi del territorio laziale e dei cittadini cosa ti hanno insegnato?

La passione per il giornalismo forse è proprio stata il preludio a quella per la politica. Questo perché la radio, in 20 anni da cronista, mi ha insegnato a essere una giornalista libera, indipendente, capace di fare comunità. Ed è con questo spirito che cinque anni fa sono diventata consigliera regionale con Nicola Zingaretti. Cinque anni faticosi, ma anche bellissimi e straordinari, pieni di incontri e di sfide che mi hanno insegnato molto ma soprattutto due cose: quello di pormi all’ascolto delle persone e quello di spaccare a metà le mie giornate stando tanto dentro le aule (perché la Regione fa atti e leggi e occorre studiare, capire, scrivere, votare per il meglio), quanto fuori, per strada, nelle piazze, nei luoghi dove si consumano la vita, il lavoro, i bisogni e i sogni delle persone.

Molto è stato fatto in questi anni, ad esempio con la norma sui servizi sociali, in cui i servizi sono destinati a tutte le famiglie senza distinzione o con il progetto contro l’omofobia nelle scuole messo in campo già dal primo anno dell’amministrazione Zingaretti ma la strada è ancora lunga e proprio questo noi ci siamo.

La violenza sulle donne continua a mietere vittime. Quali impegni andrebbero maggiormente rafforzati e quali buone pratiche applicate?

Questa è la domanda delle domande. La violenza contro le donne è un tema a me talmente caro che tra i primi atti da me presentati in Consiglio c’è stata proprio una mozione, preludio di quella che poi sarebbe diventata la legge regionale contro la violenza sulle donne. Una legge che ha viaggiato in quasi ogni scuola di questa Regione. L’abbiamo raccontata con le associazioni ad aule di studentesse e di studenti: talvolta attenti e partecipi, altre volte apparentemente distratti. Ed è stato proprio da questi ultimi che siamo ritornati. La legge ha permesso di finanziare progetti rivolte alle scuole, interventi per l’inclusione sociale e per l’autonomia delle vittime, l’assegnazione di borse di sostegno agli studi per gli orfani di femminicidio e progetti contro la tratta.

Ma la Regione Lazio ha lavorato molto anche sulla presa in carico, implementando i centri antiviolenza e le case rifugio che quest’anno passeranno da 14 a 24 con l’apertura di nuove dieci centri antiviolenza, a cui se ne aggiungeranno altri nove entro aprile 2018. In questo modo abbiamo esteso la rete regionale a 33 strutture, più del doppio di quelle finanziate dalla Regione nel 2013. Questo, per dirla come una recente campagna promossa dalla regione Lazio per il 25 novembre, perché l’unico modo di intervenire è quello di andare “Oltre l’indignazione, l’impegno”, ed è così che dobbiamo continuare a lavorare.

Il Paese sta affrontando prove difficili. Il livello di povertà cresce di giorno in giorno e la disoccupazione affligge specialmente i giovani. Rispetto a loro, cosa ha messo in campo la Regione Lazio?

Due misure su tutte sono e sono state il fiore all’occhiello di questa amministrazione: la prima è il bando “Torno subito” dell’assessorato Diritto allo Studio, Formazione e Ricerca, giunto ormai alla sua quarta edizione e rivolto ai giovani dai 18 ai 35 anni che finanzia percorsi integrati di formazione e di esperienze lavorative nazionali e internazionali. Si tratta di un punto fermo che quest’anno ha visto finanziati 2000 progetti, ovvero 2000 ragazzi pronti a partire e a tornare, che si sono aggiunti ai circa 4000 partecipanti delle edizioni precedenti, per un totale di quasi 6000 progetti finanziati.

Il secondo intervento si chiama “Riesco” ed è rivolto ai Neet ovvero quei ragazzi e quelle ragazze che non studiano, non lavorano e pensano di non avercela fatta. Per 5000 di loro la Regione Lazio ha messo in campo il reddito di inclusione formativa per rafforzare le opportunità di inserimento occupazionale.

Sono state tra le migliori risposte alla fuga dei cervelli nel nostro Paese, al blocco dell'ascensore sociale e all'impoverimento. Un investimento concreto in economia, conoscenza e formazione, per dare opportunità vere a migliaia di ragazzi e ragazze.

Un' ultima cosa: anche quest'anno, suppongo, sarà presente al Pride. Qual è l'emozione più bella che ha provato?

Ho partecipato a ogni singola edizione del Pride e non mancherò anche quest’anno. La Regione Lazio ha sempre patrocinato questi eventi, dal Pride al Gay Village e la mia partecipazione c’è sempre stata non solo come conigliera ma come persona. Una persona che in quel corteo, bello, festoso, colorato, giusto, ha sempre sentito che non c’è niente di meglio che l’inclusione, per tutte e tutti.

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Il governo canadese verserà oltre 100 milioni di dollari per risarcire i militari e i dipendenti di altre agenzie federali, la cui carriera è stata rovinata o interrotta a causa del loro orientamento sessuale. A livello generale l’accordo tra le due parti è stato raggiunto venerdì con soddisfazione di quanti e quante, per decenni, sono stati indagati, sanzionati e licenziati nel corso di quella che è passata alla storia in Canada come purga antigay.

Nei dettagli l’accordo dovrà comunque essere perfezionato col reciproco consenso delle parti e approvato dal Tribunale federale. Ma sembra che migliaia di persone potranno beneficiare d’un tale risarcimento finanziario

Il governo federale prevede inoltre di investire 250.000 dollari in progetti volti a combattere l'omofobia e a fornire supporto alle persone Lgbti in crisi. Ottawa prevede anche di celebrare nel 2019 il 50 ° anniversario della depenalizzazione degli rapporti consenzienti tra persone dello stesso sesso con un'esplicita integrazione nel Codice penale. L'allora ministro della Giustizia Pierre Trudeau, padre dell'attuale primo ministro Justin, ebbe a commentare con la frase divenuta poi storica: Lo Stato non deve occuparsi di ciò che accade nelle camere da letto dei suoi cittadini.

Entro la fine dell’anno, inoltre, sarà presentato un progetto di legge per cancellare tutti i casellari giudiziari di canadesi condannati da tribunali militari e civili per rapporti consensuali con persone dello stesso sesso. 

E, poco fa, presso la Camera dei Comuni il primo ministro Justin Trudeau ha chiesto scusa alla comunità Lgbt per le gravi discriminazioni subite negli anni dai militari e dai dipendenti delle agenzie federali a causa del loro orientamento sessuale. «Io mi scuso sinceramente - così in uno dei passaggi più toccanti del discorso - con quanti e quante sono stati indagati, incolpati o licenziati dalle Forze armate in ragione del loro orientamento sessuale. Voi ci avete mostrato onore e dedizione, noi vi abbiamo messo alla porta».

 

Poche ore prima del discorso Trudeau ha twittato un video di Historica Canada col discorso che l'attivista Charli Hill tenne, il 28 agosto 1971, sulla Collina del Parlamento nel corso della storica manifestazione We Demand per i diritti delle persone Lgbti. 

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A Napoli, presso la sede del Consiglio regionale della Campania, si terrà nel pomeriggio il convegno Norme per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni da orientamento sessuale o dall’identità di genere. Finalizzato all’illustrazione dello progetto di legge campano, depositato negli scorsi mesi, l’evento sarà moderato da Antonello Sannino, presidente del comitato d’Arcigay Napoli, e vedrà, fra gli altri, l’intervento del consigliere Carmine De Pascale. Presente anche il magistrato Stefano Celentano, giudice del tribuanale di Napoli ed esperto in materia dei diritti delle persone Lgbti.

A lui – che è uno dei redattori del pdl regionale – abbiamo posto alcune domande per sapere di più di una proposta che, qualora approvata, allineerebbe la Campania a Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017).

Giudice Celentano, com’è nato questo progetto di legge regionale?

L'iniziativa è nata per volontà del consigliere De Pascale e delle associazioni Lgbti del territorio campano, in particolare di Arcigay. In assenza di una legislazione nazionale in materia e in piena sintonia con consimili iniziative di altre regioni italiane essa risponde all'esigenza di approntare un testo di legge che, con gli ovvi limiti di una normativa regionale, possa predisporre interventi mirati a contrastare le condotte omofobiche, in un percorso fruttuoso che coniughi le esigenze di fare prevenzione, di reprimere fenomeni discriminatori, e di attuare, a largo spettro, un'operazione culturale sul tema della tutela dell'orientamento sessuale. 

Nel redigere il testo di legge ci si è serviti di quelli di altre Regioni? 

Nell'elaborazione del testo abbiamo analizzato tutti i testi regionali già in vigore. E questa è stata una metodologia corretta al fine di uniformare, sopratutto come "identità", i singoli interventi locali sul tema. Anche nell'ottica di offrire al legislatore nazionale uno stimolo ulteriore e comune a predisporre una normativa nazionale.

Quali sono i punti principali di questo pdl?

Il pdl si occupa di diverse aree tematiche, che spaziano dalla formazione e lavoro alla sanità e assistenza fino all'integrazione sociale. Con l'obiettivo primario di garantire alle persone Lgbti la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, assicurando parità di condizioni di accesso agli interventi e ai servizi ricompresi nelle materie di competenza regionale.

La legge spazia, dunque, dalla previsione di specifici interventi in materia di formazione del personale delle istituzioni regionali alla promozione di politiche attive del lavoro che tendano alla rimozione di ogni ostacolo o esclusione per motivi legati al proprio orientamento sessuale, nonchè a garantire che l'accesso alle prestazioni sanitarie nelle strutture pubbliche non possa in alcun modo causare pregiudizio alla dignità delle persone Lgbti. E, questo, anche sotto il profilo delle garanzie di assistenza da parte dei familiari o di soggetti estranei allo stretto nucleo parentale, e degli aspetti relativi al consenso informato ai trattamenti sanitari da parte di questi ultimi laddove le persone Lgbti siano impossibilitate a prestarlo. Di particolare rilievo è poi la previsione di forme di garanzia del concreto esercizio della responsabilità genitoriale delle persone Lgbti all'interno degli istituti scolastici pubblici.

Si è parlato di lavoro. Come sarebbero tutelate le persone Lgbti al riguardo?

La legge tende a garantire che nello svolgimento del lavoro le persone Lgbti non subiscano discriminazioni legate al proprio orientamento sessuale, promuovendo apposite campagne formative rivolte al personale di tutte le istituzioni regionali. Si tratta di rinforzare la sensibilità sociale sul tema e di evitare che il proprio orientamento sessuale finisca per diventare un motivo di esclusione sociale anche nei luoghi di lavoro.

Secondo lei questo pdl sarà contrastato nel suo iter dalle forze di opposizione?

Mi auguro di no. Il mio ruolo mi impone di non occuparmi delle dinamiche politiche all'interno delle istituzioni. Il testo è equilibrato poichè, per gli ovvi limiti normativi di ogni legge regionale, si presenta come una dichiarazione di principi, intenti e finalità, sui quali potrebbe esserci una convergenza comune.

D'altra parte, la tutela dell'orientamento sessuale, i termini di declinazioni di diritti e di divieti di forme di discriminazione è oggi diritto vivente secondo quanto statuito dalla legislazione e dalla giurisprudenza sovranazionale, per cui il "paradigma antidiscriminatorio" è una regola giuridica e sociale indiscutibile, rispetto alla quale ogni differente argomentazione non ha alcuno spessore

Ha parlato prima di un probabile stimolo al legislatore nazionale. Dunque, l’approvazione di una legge regionale potrebbe spingere a riprendere la discussione del ddl parlamentare contro l’omotransfobia?

Anche questo è un auspicio: il disegno di legge contro l'omofobia e la transfobia giace su un binario morto del Senato ormai da qualche anno. Una seria ripresa della discussione sul tema sarebbe auspicabile.

C'è però da ricordare che, come evidenziato da molti giuristi dopo l'approvazione del ddl Scalfarotto alla Camera, il testo nazionale, come manipolato con gli emendamenti finali, è stato così stravolto nella sua formulazione che pare non essere più ben chiaro neanche nelle sue finalità. Per cui un dibattito più proficuo e meno ambiguo sul tema imporrebbe una sua riformulazione più organica e maggiormente identitaria nell'individuare in primo luogo con chiarezza l'intenzione del legislatore.

Perché è così difficile approvare a suo parere una simile norma nel nostro Paese?

Il nostro Paese soffre di una lentezza endemica sui temi dei diritti civili. La legge sulle unioni civili è arrivata con un immenso ritardo alle tante raccomandazioni degli organismi comunitari. Senza dimenticare il sofferto iter parlamentare che ne ha preceduto l'approvazione. Le analisi sociali delle ragioni di questa incapacità di legiferare con chiarezza sul tema della tutela dell'orientamento sessuale sono ben note e affondano le radici nell'elasticità con cui spesso viene declinato il concetto di "laicità" delle istituzioni. Ma anche in una certa impreparazione tecnico-giuridica del legislatore oltre che in alcune visioni politiche che privilegiano la trattazione di  temi "urgenti". Come se la dignità affettiva e relazionale delle persone non lo fosse. Se la politica nazionale tornasse a fare cultura sui temi dei diritti, l'intera società progredirebbe in un sano percorso di crescita della propria sensibilità sociale.

 

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Nelle ultime settimane Gaynews si sta occupando di quelle regioni in cui sono in discussione dei progetti di legge contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere che, in casi come l’Umbria, sono già realtà.

Purtroppo registriamo anche situazioni come quella della provincia autonoma di Trento, in cui è stato sì depositato un simile progetto di legge provinciale ma in cui, lo stesso, è stato anche discusso e respinto.

A tal proposito abbiamo deciso di intervistare Paolo Zanella, presidente del comitato provinciale Arcigay di Trento.

Paolo, cosa ha impedito che il ddl provinciale venisse approvato?

Il ddl provinciale contro l'omotransfobia è frutto di una proposta d'iniziativa popolare, che ha visto nell'autunno 2012 Arcigay in prima fila per una raccolta firme che ha ottenuto il sostegno di oltre 7000 cittadini. Il nostro ddl, unificato con quello di iniziativa consiliare attraverso un lungo lavoro in Commissione che mi ha visto partecipe come primo firmatario, prevede  che la Provincia attui misure di superamento delle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere. L'intervento forse più significativo del ddl riguarda le scuole e quindi la possibilità di realizzare specifici progetti di educazione sessuale e affettiva e di contrasto al bullismo omotransfobico. La proposta contiene inoltre interventi per l'inclusione e per il re-inserimento lavorativo di persone discriminate, in particolare persone trans, azioni di sensibilizzazione culturale del territorio sulle tematiche Lgbti, interventi per garantire l'accesso senza discriminazioni ai servizi provinciali, compresa l'attenzione nella collocazione di persone trans nelle stanze di degenza degli ospedali.

Purtroppo il nostro ddl si è arenato in aula nel 2016 dopo una discussione a singhiozzo durata due anni. I nostri forzi sono stati vanificati dall'incapacità della maggioranza di fare fronte a un ostruzionismo ideologico senza precedenti, con una minoranza agguerrita, che ha dato spettacolo in aula con sproloqui mistificatori sull' "ideologia gender". Nel maggio 2016, arenatasi la discussione del ddl, è stata approvata una mozione provinciale che prevede l'attuazione di alcuni degli interventi previsti nelle legge per via amministrativa. Oggi stiamo lavorando con l'Assessorato alle Pari Opportunità all'attuazione di questa mozione.

Quali erano gli elementi di continuità e di frattura tra questo ddl e la proposta nazionale presentata da Ivan Scalfarotto?

Credo che tutte le leggi regionali, come la nostra provinciale, siano più importanti e incisive nel contrasto all'omotransfobia di una legge nazionale che agisce sul piano penale, che pur considero necessaria. Prevenire i comportamenti discriminatori è la strada maestra che dobbiamo percorrere, chiedendo alle Istituzioni di affiancarci in una sensibilizzazione capillare per contrastare i fenomeni discriminatori con la cultura, in primis nelle scuole.

A tuo parere, il possibile varo di leggi locali contro l’omotransfobia potrebbe portare a una pressione “virtuosa” anche a livello nazionale circa l’elaborazione di una legge simile?

Più che fare pressing sulla legge Scalfaroto, spero che l'approvazione di più leggi regionali possibili stimoli il Parlamento a discutere una legge che preveda l'obbligatorietà dell'educazione alla relazione di genere, dell'educazione sessuale e affettiva e il contrasto al bullismo omotransfobico nelle scuole. Sono convinto che l'educazione al rispetto dell'alterità sia lo strumento più potente per creare una società davvero inclusiva e come associazioni Lgbti dovremmo chiedere a gran voce che siano le istituzioni formative a farsi carico di educare ad una cittadinanza rispettosa di tutte le diversità.

Sono passati diversi anni da quando hai iniziato le tue battaglie nel mondo Lgbti. Com’è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbti? È più o meno omotransfobico? Infine, mi racconti qualcosa circa il progetto di portare il Pride a Trento?

Sono più di vent'anni che sono socio Arcigay e il mondo in questi anni è cambiato radicalmente. La vittoria più grande che abbiamo ottenuto è la visibilità di cui oggi molti ragazzi e ragazze possono beneficiare. Fare coming out oggi è più semplice che vent'anni fa, anche se nel nostro Paese, specie nelle nostre valli alpine, non è ancora facile. A fronte di maggiore visibilità e  maggiori diritti stiamo purtroppo assistendo a uno sdoganamento dell'omotransfobia e lo abbiamo visto nei tanti episodi della scorsa estate. Il ruolo dei tanti comitati Arcigay sul territorio è anche quello di vigilare e contrastare questi rigurgiti omofobici verso i quali, per fortuna, oggi, a differenza di vent'anni fa, la maggioranza dei cittadini si indigna assieme a noi. Lo abbiamo visto anche a Trento con Svegliatitalia a gennaio dello scorso anno: sono stati tantissimi i cittadini che ci hanno sostenuto in quella battaglia per l'uguaglianza. E' lì che abbiamo intravisto la possibilità di riempire le strade di Trento con il Dolomiti Pride.

Il primo Pride trans-alpino, che porterà nelle piazze, non solo le istanze di uguaglianza, ma soprattutto quelle di libertà, libertà di amare e di autodeterminarsi a 50 anni dal Sessantotto, di cui Trento fu protagonista, e che portò alle grande battaglie per l'ottenimento dei diritti civili e sociali, che oggi vengono rimessi in discussione. Sarà una sfida avvincente, ma ce la metteremo tutta per vedevi sfilare con noi nelle strade della città del Concilio.

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17 militanti di Forza Nuova Rimini sono stati iscritti nel registro degli indagati e le pagine social del raggruppamemto parapolitico sono state oscurate. Ecco le prime conseguenze delle querele presentate in luglio dalla vicesindaca riminese Gloria Lisi, verbalmente diffamata e minacciata via web per aver pubblicato una foto della sua visita a Emmanuel, il giovane nigeriano che era stato brutalmente aggredito a Marina Centro

Il fatto che la politica non permetta più infamie a mezzo web è certamente un’ottima notizia. È fondamentale che proprio essa abbia smesso di derubricare questa fucina di violenza a semplici slanci folcloristici e abbia cominciato a denunciare queste mostruosità, come affermato anche dalla presidente della Camera Laura Boldrini nella sua visita a Rimini alcuni giorni fa. 

Ogni azione per contrastare questi grumi di odio è un segnale che le istituzioni non sono più disposte a far passare sotto silenzio tali autentiche violenze verbali. Oltre ad avere una funzione repressiva dei tanti "leoni da tastiera" si tratta di un messaggio educativo che stabilisce che non può essere lecita la violenza in nessuna forma. In questo caso la politica ha dato un ottimo esempio nei confronti soprattutto dei giovani, i quali ora sanno che l'esternazione dell'odio è inammissibile.

Bisogna rendersi conto che gli hate crime, anche se compiuti da chi si nasconde dietro un monitor, rappresentano dei reati veri e propri che non possono più essere tollerati solo perché commessi digitando parole. Le parole sono pesanti come pietre. Occorre rendersi conto che chi scaglia parole d'odio anche sul web contribuisce a creare un clima sociale in cui maturano violenze, discriminazioni, esclusioni, fascismi e razzismi.

Non c'è dubbio che sono stati fatti passi avanti, come l'approvazione della legge Fiano alla Camera e della legge contro il negazionismo. A questo punto ciò che manca è una norma generale a tutela delle persone omosessuali e transessuali, ma proprio nelle scorse settimane Gaynews ha lanciato a livello nazionale un'iniziativa per chiedere a tutte le Regioni apposite norme antidiscriminatorie. Le norme penali afferiscono al legislatore nazionale ed è molto negativo che la legge sull'omofobia sia bloccata al Senato. Tutto il resto però può essere fatto dalle Regioni con interventi nelle scuole per la parità di genere, la lotta la bullismo, le discriminazioni sul lavoro e approcci sanitari specifici. Su questa iniziativa legislativa regionale ci sarà un dibattito al Cassero di Bologna lunedì 9 alle 21:00 col direttore Franco Grillini

Anche Arcigay Rimini e il coordinamento del Summer Pride hanno ricevuto molte minacce e aggressioni verbali (e non solo) in questi anni ed è un'ottima notizia che le istituzioni si mettano dalla parte di chi è continuamente bersaglio di queste manifestazioni di odio e di violenza. Inoltre Arcigay Rimini, all'interno della campagna di Arcigay nazionale #ChiamiamoliInCausa, ha provveduto a presentare esposti, invitando tutti e tutte a non tollerare più la violenza che emerge da questi pozzi neri d'odio, anche perché alcuni potrebbero sentirsi legittimati ad agire anche materialmente, e questo deve essere assolutamente prevenuto.

 

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Mentre in AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio, Puglia e Trentino Alto-Adige sono stati presentati progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, cinque Regioni si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016.

Per sapere di più sull’ultima approvazione d’una legge regionale in materia, cioè quella umbra, Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo di Ompahalos- Lgbti Life

Lorenzo, raccontaci come è nata questa legge e chi sono i protagonisti che hanno portato in porto la sua emanazione?

Il percorso che ha portato all'approvazione della legge regionale umbra è stato lungo e articolato. Il tutto ha avuto inizio dieci anni fa, quando l'allora consigliera comunale Maria Pia Serlupini si rese promotrice di una mozione che impegnava il Comune di Perugia a richiedere alla Regione Umbria l'approvazione di una legge per prevenire la violenza omotrasfobica sulla traccia della legge che era da poco stata approvata nella vicina Toscana.

Nonostante il periodo storico la quasi totalità della maggioranza comunale, comprese le componenti cattoliche, votarono favorevolmente. In Regione, però, la proposta di legge è rimasta bloccata per anni ostaggio delle correnti interne alla sinistra e per via delle forti pressioni degli ambienti conservatori. Prima delle ultime elezioni regionale, però, l'attività di advocacy e la pressione mediatica e politica d'Omphalos si è intensificata. Abbiamo così ottenuto che l'approvazione della legge venisse inserita nero su bianco nei programmi del Partito Democratico e dell'allora candidata presidente Catiuscia Marini.

Quali sono i capisaldi della legge?

La legge interviene sulle competenze regionali. Pertanto ha carattere preventivo e non repressivo. Questa è la sostanziale differenza che la distingue dalla proposta ferma in Parlamento per l'estensione della legge Reale-Mancino. Con questa legge la Regione Umbria, oltre a rafforzare politicamente i valori di non discriminazione basati su orientamento sessuale e identità di genere, si dota di norme per prevenire queste discriminazioni nella pubblica amministrazione, nell'istruzione e nella sanità. Un altro punto fondamentale è l'istituzione dell'osservatorio regionale sull'omofobia e la transfobia, uno strumento importante per monitorare e documentare i fenomeni di odio e discriminazione.

Qual è stato il contributo di Omphalos al testo?

Omphalos, anche con il supporto di alcuni giuristi di ReteLenford, ha contribuito in modo sostanziale alla stesura sia del testo originale sia delle modifiche che negli anni sono state fatte alla proposta di legge. Cruciale è stata anche la sinergia del nostro sportello giuridico con gli uffici giuridici dell'Assemblea legislativa umbra nelle ultimissime fasi precedenti all'approvazione.

Negli ultimi mesi, infatti, erano stati numerosi i tentativi di affossamento della legge con emendamenti-trappola sia da parte delle forze di minoranza come la Lega Nord o i gruppi ultracattolici che da alcuni esponenti della maggioranza interni al Pd.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante tutto l’iter e quali i tentativi di svuotarla dei contenuti più rilevanti?

Innumerevoli sono stati i tentativi – falliti – di svuotare la legge di qualunque utilità. Su tutti, però, l'attacco più duro e quello che più di altri ha fatto vacillare l'assetto normativo è stato quello del consigliere dem di area cattolica Smacchi.

Il suo emendamento, che non a caso venne rinominato dalla stampa "emendamento salva omofobi", ricalcava in tutto e per tutto il subemendamento Gitti, presentato alla Camera per svuotare e rendere invotabile la legge Scalfarotto. La reazione a quella che è stata vissuta da tutta la nostra comunità come un inatteso fuoco amico fu particolarmente vigorosa, con manifestazioni di piazza molto partecipate che andarono avanti per diversi giorni e un’intensa attività di pressione intrapresa da Omphalos che vide il suo culmine quando io e Stefano Bucaioni incontrammo l'ex premier Matteo Renzi per spiegargli la sgradevole situazione e chiedergli di intervenire. A seguito di una serrata mediazione tra noi e il Partito democratico l'emendamento venne ritirato per essere sostituito con uno totalmente innocuo.

Omphalos è da 25 anni sul territorio perugino e non solo. Cosa farà perché questa legge non rimanga solo sulla carta?

Già da ora stiamo vigilando affinché la legge non rimanga lettera morta. I nostri legali stanno collaborando con gli uffici tecnici della Regione per dare piena attuazione a tutte le norme e certamente chiederemo che nostri rappresentanti vengano inseriti nell'osservatorio che si costituirà nei prossimi mesi.

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In AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio e Puglia è in corso l'iter procedurale per il raggiungimento di una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

L'esito positivo dei relativi dibattimenti allungherebbe così la lista delle Regioni che si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016. Ma cosa succede invece in una regione come il Veneto?

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto telefonicamente Alessandra Moretti, consigliera regionale dem.

Consigliera Moretti, in Veneto c’è un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere?

Dispiace dirlo ma purtroppo non ci sono attualmente propoposte di legge in merito. In realtà i temi dei diritti civili e le battaglie sulla parità di genere contro ogni forma di discriminazione trovano in Consiglio un forte ostacolo da parte di Lega, Forza Italia e Lista Tosi.

Quali sono le azioni messe finora in campo contro gli atti di omotransfobia? Insomma, la politica del governatore Luca Zaia ha dato al riguardo qualche segnale?

Il Governo di centrosinistra e, in particolare, quello guidato da Matteo Renzi ha avviato una grande stagione riformista nel nostro Paese proprio a partire dai diritti civili. Purtroppo qui in Veneto sembra che la storia si sia fermata proprio su questi temi.

Cosa ne pensa del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e della sua crociata contro i libri che diffonderebbero "l'ideologia gender"?

Personalmente ritengo sbagliata la censura sopratutto quando è praticata pregiudizialmente senza alcuna critica di merito. I bambini sono liberi e vivono l'amicizia senza barriere discriminatorie. L'educazione alla parità inizia dai banchi di scuola. Non è un caso che nelle scuole venete i libri “incriminati” siano stati utilizzati dalla maggioranza delle maestre proprio per affermare la diversità come ricchezza.

Qual è il suo parere sull'esperienza del Padova Pride Village? Secondo lei, in dieci anni di attività, ha contribuito a modificare l'opinione pubblica sulle persone Lgbti? 

Il Padova Village è nel Veneto è la più importante manifestazione che affronta dibattiti culturali di alto profilo. Dibattiti, fra l’altro, sempre molto partecipati. Ne abbiamo assoluto bisogno. Spero che il Village cresca ancora di più e diventi un riferimento nazionale prestigioso.

Consigliera Moretti, ultima domanda. Ma, se le forze politiche venete di centrodestra prestano scarsa sensibilità alla questione dell’omotransfobia, il suo partito che cosa pensa di fare al riguardo?

Sono orgogliosa di poter comunicare che avvierò a breve un confronto con tutte le associazioni Lgbti operanti sul nostro territorio. Con quale fine? Quello di depositare quanto prima un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. È necessario, infatti, che anche il Veneto si allinei alle altre Regioni che hanno già adottato o stanno per adottare una specifica norma in merito.

 

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