Saggista, autore di testi teatrali, giornalista, Piergiorgio Paterlini è il fondatore del periodico satirico Cuore con Michele Serra e Andrea Aloi. Tra le sue opere è da ricordare soprattutto la raccolta d'interviste Ragazzi che amano ragazzi che, pubblicata per la prima volta nel 1991 dalla Feltrinelli, è giunta alla 15° edizione. Un libro particolarmente caro allo stesso autore che, in un’intervista concessa in giugno a Gaynews, lo indicava, non senza ironia, quale classico da consigliare a un giovane che ha appena fatto coming out.

E i ragazzi con le loro passioni, sia pur colte nel lato più fosco e inquietante, tornano a primeggiare in Bambinate. L’ultima opera paterliniana, che, edita per i tipi torinesi Einaudi, è da ieri in vendita nelle librerie, affronta il tema antico e, nondimeno, sempre nuovo del bullismo.

Bambinate è sì un romanzo, anzi uno splendido romanzo, ma al contempo una lucida analisi di una realtà perennemente emergenziale qual è la violenza tra i più giovani. E tutto questo in 152 pagine, che conquidono il lettore per lo stile terso e l’impianto narrativo.

La trama è ben riassunta nella relativa scheda esplicativa del sito dell’Einaudi, dove si legge: «Metà anni Sessanta. È il Venerdí Santo in un paesino della Bassa Padana e, come da tradizione, si rappresenta la Via Crucis. Anche i personaggi sono quelli della tradizione: le Pie Donne, il Sommo Sacerdote, il Cireneo, la soldataglia. E Pilato. I protagonisti, però, sono tutti bambini e nessuno di loro sta recitando, nemmeno il piccolo Cristo che viene trascinato sul Golgota. Gli adulti guardano, ma non vedono. Cinquant'anni dopo, il ragazzo che allora era Pilato ritorna in paese.

Tutto è rimasto come quel giorno, i cambiamenti hanno intaccato soltanto la superficie. I bambini feroci di un tempo sono ora uomini sconfitti e rancorosi, e quel povero Cristo invecchiato ha imparato a portare la sua croceLa resa dei conti sarà crudele come allora fu spietato il gioco. Anche oggi è il giorno della Passione».

Bambinate, dunque, un libro da leggere e rileggere, che Paterlini presenterà per la prima volta, giovedì 7 settembre, al Padova Pride Village nel corso di un talk show dedicato a bullismo e omofobia. 

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Antonello Dose, vero mattatore radiofonico con Il ruggito del coniglio su Rai Radio2, ha pubblicato da alcuni mesi una sua interessante autobiografia in cui, con la leggerezza e l’intelligenza che lo contraddistinugono, entra nelle pieghe anche più dolorose e sofferte della sua vita.

La rivoluzione del coniglio, pubblicato per Mondadori, è un vero e proprio talismano di consapevolezza in cui, anche attraverso il filtro della fede buddista secondo la pratica di Nichiren Daishonin, Dose si racconta e si mette a nudo, narrando anche la propria esperienza da omosessuale e da sieropositivo.

Incontriamo Antonello Dose qualche giorno dopo la presentazione del suo libro al Village di Padova.

Antonello, come mai hai deciso di scrivere La rivoluzione del coniglio? La parola scritta arriva più lontana di quella parlata alla radio?

Diciamo che un libro può arrivare a persone che non ascoltano il programma alla radio.

Qual è stata la rivoluzione più importante di Antonello Dose? Scrivere e raccontarsi, in un periodo di diffusa virtualità, può considerarsi un gesto rivoluzionario?

Il termine “rivoluzione” usato nel titolo del libro vuol essere una citazione dal romanzo La rivoluzione umana del mio maestro di vita, il leader buddista Daisaku Ikeda, che racconta di una vita spesa a propagare in tutto il mondo il buddismo di Nichiren Daishonin. Nella prefazione al romanzo Ikeda scrive: «Il cambiamento nel carattere di una singola persona, porterà al cambiamento di un intero Paese e alla fine dell’intera umanità»

La rivoluzione umana è qualcosa che avviene all’interno della mente e dei cuori delle persone. Se cambiano le menti e i cuori delle persone cambiano le società. La mia rivoluzione, negli anni, è stata trovare il coraggio di raccontarmi. Nella "diffusa virtualità" in genere ci si rappresenta molto ma ci si racconta poco.

La tua affettività e il coming out sono tra i cardini del libro. Il coming out è un gesto rivoluzionario? Cosa diresti a un adolescente che ha paura di vivere alla luce del sole il suo amore?

Questa estate italiana è stata così ricca di omofobia da far paura. In questo senso direi a un adolescente di andarci cauto. Magari, all’inizio consigliere di parlarne a persone fidate. Per il buddismo noi e l’ambiente siamo un fenomeno unico. Personalmente, ho sperimentato che se hai paura e resti nascosto, l’ambiente percepisce questo come una tua debolezza e tende a infierire. Crescendo, ho scoperto che nel momento che tu stabilisci con coraggio la tua libertà di essere, l’ambiente, al contrario, si inchina e ti rispetta.

Anche la sieropositività è un argomento che affronti nel libro. Nel nostro Paese, a proposito di rivoluzioni, quanto è rivoluzionario raccontare la propria vita da sieropositivo? C'è, a tuo parere, ancora un grande stigma verso le persone hiv+ e, soprattutto, esiste una buona informazione sulla necessità di usare il preservativo o prevale un atteggiamento superficiale?

Parlando della mia sieropositività mi sono reso conto di aver scoperchiato un tombino. Semplicemente, in Italia negli ultimi lustri non si è parlato affatto di hiv. Non capisco come le nostre autorità sanitarie abbiano potuto essere così superficiali. L’effetto è che sono in grande aumento i contagi tra giovanissimi e nelle coppie eterosessuali. #viveresereniconhiv è l’hashtag che mi sono scelto per rappresentarmi su Twitter. Attualmente, un paziente in terapia, controllato dai medici, è teoricamente non più contagioso. Questo dovrebbe far crollare quell’aura drammatica delle campagne sanitarie degli anni ’90 che hanno fatto passare la sensazione che anche i rapporti umani potessero essere contagiosi. Con le cure attuali è una sciocchezza, per sé e per gli altri, non farsi il test. Da tempo è disponibile un test salivare che dà il risultato in 15 minuti. Raccontando di me ho ricevuto dall’ambiente affetto, incoraggiamento e calore umano. È stato molto liberatorio. Ai ragazzi dico di continuare a usare il preservativo che resta il presidio più sicuro insieme alla PrEP (andatevi a informare online). Eviterete tutta una serie di altre seccature.

La parte dedicata alla tua fede buddista ha grandissima rilevanza nel tuo libro. Che posizione ha il buddismo rispetto all’omosessualità?

Nel buddismo si afferma che ogni persona è degna del massimo rispetto e che ha già in sé tutte le potenzialità della Buddità, che può ottenere in questa vita, nella forma presente. Questa premessa include ogni genere di persona a prescindere dal gender, la classe sociale e l’età. Ho trovato un grande conforto in questo insegnamento che mi ha donato dignità spirituale nell’incoraggiarmi nel fatto che ognuno di noi va bene così com’è.

Infine, sei stato recentemente ospite del Padova Pride Village. Che impressione hai ricevuto da questa che è, senza dubbio, una delle realtà più attive nella diffusione della cultura lgbt?

Ci si sente coccolati quando il gruppo che organizza lavora in unità. Padova è anche un piccolo miracolo nella cultura religiosa del Nord-Est. È aperta all’Europa, è ariosa. Credo che questo bel Village sia anche espressione delle nuove generazioni, più libere, più espresse. Una bella festa la fanno gli organizzatori ma anche la gente che ci partecipa.

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Già celebrata in Italia il 23 settembre dello scorso anno, la seconda edizione nazionale della Giornata mondiale della visibilità e dell’orgoglio bisessuale si caratterizzerà per la prima volta con uno specifico corteo. Luogo della manifestazione Padova: la Bi Pride Parade partirà alle ore 16.00 da Piazza Capitaniato e, snodandosi per il centro storico del capoluogo veneto, terminerà in Piazza Garibaldi.

È dal 1999 che il 23 settembre si tiene il Bi Visibilty Day. Da quando, cioè, l’Ilga ne fissò in tale giorno la data sì da ricordare il padre della psicanalisi Sigmun Freud, scomparso, per l’appunto, il 23 settembre 1939.

Come scritto sulla pagina ufficiale del Bi Visibilty Day Padova, «la bisessualità indica l'orientamento sessuale di persone in grado di provare attrazione emotiva e sessuale verso più di un genereLa bifobia è la discriminazione verso le persone bisessuali: ha caratteristiche peculiari, tra cui la negazione stessa dell'esitenza della bisessualità (come vero orientamento sessuale), l'invisibilizzazione all'interno delle comunità Lgbtq e nei mass media, e l'attribuzione di stereotipi negativi. 

Nel 1999 gli attivisti e le attiviste che nel mondo lottano contro l'invisibilizzazione e la discriminazione delle persone bisex hanno istituito la Giornata mondiale della visibilità e orgoglio bisessuale, ogni 23 settembre. In molte città d'Europa sono state organizzate manifestazioni di piazza, è la prima volta in Italia. Il concetto fondamentale è la visibilità: se la gente non crede che esistano gli Inuit, bisogna riempire la piazza di Inuit (e di persone a loro solidali). 

Nel percorso verso il 23 Settembre, vogliamo stimolare una riflessione sulla questione bisessualità e bifobia. Nei mesi precedenti alla manifestazione organizzeremo incontri ed assemblee aperte (la terza è il 19 luglio, la prima è stata il 21 giugno) su bisessualità e bifobia, in un percorso condiviso. Il manifesto è in divenire affinché da ora a settembre altri gruppi, associazioni, persone, possano aderire e/o suggerire modifiche e integrazioni, purché condividano lo spirito della manifestazione. 

Vogliamo rendere visibili la bisessualità e le persone bisessuali, renderle orgogliose: “Io esisto, sono libera e meritevole di diritti al pari di tutt*: non di meno, né di più» 

Appuntamento, dunque, il 23 settembre a Padova sotto la bandiera dell’orgoglio bisessuale che, disegnata nel 1998 da Michael Page, rammenta con la banda centrale di colore viola la combinazione tra l’orientamento omosessuale ed eterosessuale, rispettivamente indicati dalla banda in alto di colore magenta e da quella in basso di colore bleu.

 

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Il Padova Pride Village giunge quest’anno alla decima edizione e festeggia alla grande i primi due lustri di vita con un fittissimo programma di concerti, serate disco ed eventi culturali con figure di spicco del mondo del giornalismo, del teatro, del cinema, della musica, della letteratura.

A poche ore dall’opening party, che avrà come madrina Simona Ventura e sarà caratterizzato dal live di Cristina D’Avena, abbiamo incontrato Alessandro Zan, parlamentare dem e ideatore del più importante festival Lgbti del Nord Italia

Onorevole Zan, guardando ai dieci anni del Padova Pride Village, quali sono state le difficoltà organizzative incontrate agli inizi e e quali gli obiettivi raggiunti nel tempo?

Il Village negli anni è cresciuto moltissimo in termini di presenze, superando i 100mila ingressi, e in termini di eventi svolti al suo interno. Diversificare l’offerta delle manifestazioni e mantenere sempre un’alta qualità d'intrattenimento, sia culturale sia musicale, e soddisfare un pubblico sempre più variegato non è stato semplice. Ma il numero crescente di visitatori ci dice che abbiamo fatto un buon lavoro. L’obiettivo che più mi rende orgoglioso è quello di aver reso un festival Lgbti un evento ormai atteso da chiunque: è diventato un punto di riferimento trasversale. È davvero la festa di tutti, non solo del mondo Lgbti. È un punto d'incontro tra anime diverse della società, che altrimenti difficilmente potrebbero venire a contatto.

Come si caratterizzerà il Padova Village 2017?

Lo slogan di quest’anno è L’estate migliore che c’è e vogliamo renderla tale. Iniziando dagli allestimenti degli spazi, che per questa decima edizione sono decisamente più curati e attenti ai dettagli, passando per gli eventi culturali, che toccheranno temi importanti di attualità con ospiti di spicco, fino all’intrattenimento notturno e all’animazione, che vedrà oltre trenta dj dar vita alle nostre notti estive.

Qual è il messaggio che si vuole lanciare col video promozionale?

L’interprete della sigla è Cristina D’Avena, idolo di generazioni di bambini e famiglie, ma anche icona gay, che si è sempre spesa per i diritti civili. Questa doppia anima rispecchia proprio il Padova Pride Village, un festival Lgbti, sempre molto frequentato anche da famiglie di ogni tipo. Però il video ha un’impostazione diversa, che prende spunto dai look metal e rock, proprio a voler simboleggiare il continuo cambiamento che ogni anno vogliamo dare al Village e che in questi anni abbiamo portato nella nostra città.

Padova è al bivio con le amministrative. Di contro a messaggi politici improntati a esterofobia e discriminazioni quale quello che proviene dal Village?

Questa città ha ancora ferite aperte da tre anni di amministrazione leghista omofoba, razzista, cieca, in una parola: medievale. Padova ha una tradizione secolare di cultura e arte: è una città di animo europeo e cosmopolita. Il messaggio che viene dal Village ha un significato di inclusione, tolleranza e libertà. Qui noi facciamo di ogni diversità, etnica, di orientamento sessuale o di genere, una fonte di ricchezza. Sono certo che il 25 giugno i Padovani sapranno scegliere un modello che segue l’indole della loro stessa città, una città che ha reso possibile la nascita e il successo del nostro Village.

L'islamofobia scuote anche la collettività Lgbti. L'attivista pakistano gay Wahajat Abbas Kazmi è stato contestato da molte persone omosessuali per aver sfilato al Roma Pride col cartello "Allah loves equality". Cosa pensa di una tale contestazione?

Voglio esprimere la mia più totale solidarietà a Wahajat Abbas Kazmi. I valori di libertà, tolleranza e democrazia che stanno alla base di ogni Pride non possono essere sospesi nei confronti di nessuno. Ognuno ha il diritto di manifestare essendo pienamente sé stesso, in questo caso musulmano e omosessuale. Si deve garantire a chiunque di professare la propria religione e, comunque, il messaggio che ha lanciato è di pace e apertura. Fare di tutta l’erba un fascio è una peculiarità della destra e dei populismi. Sarebbe un errore enorme che anche la comunità Lgbti cadesse in questi luoghi comuni.

Un'ultima domanda ad Alessandro Zan che, pur parlamentare, resta un attivista. Cosa ne pensa delle annuali polemiche sul come sfilare ai Pride? 

I Pride sono nati come forma di protesta e di lotta, per rompere quegli schemi bigotti e antichi che contrastavano l’affermazione dei diritti. L’autodeterminazione del proprio corpo è uno di questi tanto più durante una sfilata di un Pride. Ognuno deve poter sfilare come meglio crede, per evitare che il movimento Lgbti cada in dinamiche moraliste che contraddicono la sua stessa storia e le sue vittorie. Ogni diversità nella società va rispettata e valorizzata. Cercare di normalizzare elementi di diversità è un atto inaccettabile di violenza verso una minoranza. Invece, ciò che auspico è che si giunga presto a una vera e piena equiparazione dei diritti e che i Pride divengano manifestazioni di tutela e supporto degli stessi, non più di lotta.

 

 

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