Ha fatto molto discutere, nei giorni scorsi, la vicenda delle cinque educatrici della Coop Dolce, che a Casalecchio di Reno (Bo) gestisce il centro estivo della scuola d’infanzia Meridiana. Come noto, esse hanno coinvolto i bambini d’età prescolare in attività ludiche ispirate al Pride di Bologna.

Guidati dalle educatrici, i piccoli hanno infatti realizzato disegni con cuori, scritte del tipo Viva l’amore e, dopo essersi colorati il viso coi colori dell’arcobaleno, hanno prodotto un cartellone con la didascalia Oggi ci siamo dipinti la faccia per festeggiare insieme il Gay Pride!!!.

Riportata dal nostro quotidiano e dalle maggiori testate giornalistiche italiane, la vicenda ha sollevato un polverone di critiche e condanne, tra cui quelle del ministro Lorenzo Fontana, del deputato forzista Galeazzo Bignami, del senatore centrista  Pier Ferdinando Casini e di Generazione Famiglia, che è ricorsa al tema bergogliano della colonizzazione ideologica con riferimento alla gender theory.

Proprio per questo, abbiamo deciso di chiedere un parere scientifico al prof. Paolo Valerio, docente ordinario di Psicologia clinica presso l'Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, le attività ludiche ispirate al Gay Pride, proposte dalle educatrici della Coop Dolce, sono davvero un gioco che può definirsi “inadatto” o “pericoloso” per i bambini?

Direi di no. La cosa veramente importante è veicolare ai bambini informazioni corrette affinché possano comprendere il mondo in cui vivono. È giusto che queste informazioni siano trasmesse con un linguaggio idoneo e con le giuste modalità.

Anche il Gay Pride è un fenomeno che esiste nel mondo in cui i bambini vivono e, dunque, è giusto spiegarne ai bambini il significato. Ai bambini non bisogna nascondere nulla.

Il gioco, dunque, può essere un canale per comunicare questi significati ai bambini?

Ovviamente sì. Ricordo che, durante uno dei miei ultimi viaggi, ho trovato in una libreria inglese un volume dal titolo Come spiegare il Gay Pride ai bambini. Il gioco è un buon mezzo per formare i più piccoli alla cultura della differenza e al rispetto per l’altro.

Dunque, sbaglia chi giudica questi metodi pericolosi per l’equilibrio dei bambini?

Non sono certo questi giochi che influenzano il nostro orientamento sessuale. Se è questo il timore di chi ha mosso le critiche alla scuola di Casalecchio, allora esso è del tutto infondato. L’orientamento sessuale degli individui non è influenzato dall’esterno: è una caratteristica del nostro essere.

Del resto, mi piace ricordare che all’ultimo Pride svoltosi a Napoli, sabato 14 luglio, c’era il coloratissimo trenino delle Famiglie Arcobaleno ed era pieno di bambini felici, che erano perfettamente a proprio agio nella folla arcobaleno della parata!

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Su Il Messaggero di domenica 29 aprile è apparsa un’intervista al giurista Francesco Paolo Casavola, già presidente della Corte Costituzionale e del Comitato nazionale per la Bioetica, a seguito della decisione presa da alcuni sindaci di trascrivere gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali con l’indicazione anagrafica della doppia genitorialità.

Rispondendo a una relativa richiesta di valutazione da parte della giornalista Sara Menafra, Casavola ha dichiarato: «La domanda da porsi è: quale sarà l’avvenire di un bambino che ha due padri e due madri? Avrà le stesse opportunità di sviluppo umano di quelli che hanno avuto per millenni i padri e le madri? La costituzione del genere o altri aspetti della personalità potrebbero essere viziati dal fatto che ha avuto due madri o due padri?».

Incalzato dall’intervistatrice, che sollevava l’eventuale caso d’un bambino orfano di padre cresciuto da madre e nonna, l’ex presidente della Consulta ha ribattuto: «Un’idea è il caso eccezionale, altro è il modello che si impone a tutti, vincolante alla pari della famiglia eterosessuale (…). Questi modelli non sono fungibili, intercambiabili, hanno effetti sul caso umano o personale, non si può dire che una cosa vale un’altra». Per il giurista, infine, registrare anagraficamente bambini nati all’estero tramite la pratica della gpa altro non è se non «copertura ad azioni di mercato».

Sulle dichiarazioni di Casavola in riferimento, soprattutto, al tema dello sviluppo umano e del futuro benessere psichico dei figli di coppie omogenitoriali, abbiamo chiesto il parere del prof. Paolo Valerio, docente di psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, sono fondate le preoccupazioni del presidente Casavola sull’avvenire di un bambino o una bambina che ha due madri o due padri?

Le preoccupazioni del presidente Casavola non tengono conto degli esiti della ricerca scientifica che hanno ampiamente dimostrato che i figli di coppie di persone omosessuali non manifestano problemi psicologici rispetto ai figli di coppie di persone eterosessuali. Gli unici problemi che vivono i figli di coppie omogenitoriali sono i pregiudizi evidenti in dichiarazioni come quelle rilasciate da Casavola, appartenente a una generazione che approcciava l’omosessualità come una malattia. Questo tipo di dichiarazioni possono indirettamente danneggiare il benessere dei figli delle coppie omosessuali e diffondono, inoltre, stigma e discriminazioni.

Si potrebbe dunque ravvisare del pregiudizio alla base delle affermazioni di Casavola?

Penso di sì, purtroppo. Faccio un esempio: quando ero bambino e avevo 10 anni – oggi ne ho 70 – fui invitato alla festa di compleanno di un mio compagno di classe ma i miei genitori non vollero farmi andare: sa perché? Perché si trattava del figlio di una coppia di separati: all’epoca non era ancora presente il divorzio nel nostro ordinamento e i figli delle coppie di persone separate subivano un evidente pregiudizio sociale. Oggi nessun genitore vieterebbe al proprio figlio di frequentare un figlio di divorziati. Eppure in passato è accaduto. Oggi i figli delle coppie omogenitoriali subiscono lo stesso stigma e le parole di Casavola ne sono la prova.

Come è necessario fare, a suo parere, per eliminare un simile pregiudizio?

Dobbiamo essere chiari e informare in maniera corretta per promuovere una cultura della differenza che rispetti tutte e tutti sapendo che sono proprio i pregiudizi, e non il fatto di avere due genitori omosessuali, a nuocere alla salute mentale degli individui.

A supporto di quanto dico ricordo che l’Ufficio superiore di Sanità ha creato un centro specifico di medicina di genere. Centro, finalizzato a individuare e prevenire tutte le conseguenze, sul piano della salute mentale, dei pregiudizi e dello stigma con cui le persone Lgbti sono ancora costrette a misurarsi nel corso della propria vita.

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«Una responsabile Disney ha detto che stanno valutando se Elsa potrà diventare gay? Ogni adulto fa quello che vuole, ma ci stanno preparando ad un mondo al contrario». Con queste battute, riprese dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, Matteo Salvini chiudeva la sua campagna elettorale il 2 marzo scorso. Parole che, legate ad alcune dichiarazioni probabiliste di Jennifer Lee, scrittrice e regista del film animato disneyano Frozen («Stiamo affrontando il tema, ne stiamo parlando. Sarà la stessa Elsa a dirmi dove condurla»), hanno suscitato in non pochi un mix di reazioni tra lo sconcerto e l’ilarità.

A distanza di poco più di dieci giorni le parole salviniane, soprattutto in ragione del contesto in cui sono state pronunciate, sono state criticate dallo psicologo e psicoterapeuta dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco. Il medico, direttore dell’Istituto romano di Ortofonologia, ha infatti rilevato come il parlare di un tale argomento in campagna elettorale sia stato «un guaio perché dà una connotazione politica a situazioni che devono essere legate a buon senso ed equilibrio. E non ad una spinta di un partito o di un altro. E non deve esserci un legame con una ideologia di un partito»

Alla luce della personale esperienza Bianchi si è detto «convinto di due cose. I sentimenti e le affettività presenti nei bambini e negli adolescenti possono essere etero od omosessuali. E questo non va mai criticato, giudicato o contrastato. Quello che accade nella realtà, ma anche in quella cinematografica, è che in tantissimi film per adulti c'è sempre una storia o una relazione omosessuale, che può avere una logica per la società che stiamo vivendo. Il problema vero è che gli adulti non devono mai influenzare le scelte dei minori».

Con riferimento al bacio tra Madonna e Britney Spears sul palco degli Mtv Video Music Awards, che fu poi «ricopiato e sperimentato da centinaia di migliaia di ragazzi», lo psicologo ha così concluso: «Sarà pure una scelta che paga commercialmente, ma non è corretto spingere sui bambini, mentre gli adulti hanno la possibilità di scegliere in quanto persone mature».

In disaccordo con l’ultima parte delle dichiarazioni di Bianchi in quanto consentanee a quelle degli antigenderisti si è però dichiarato il prof. Paolo Valerio, docente ordinario di psicologia clinica presso l’università Federico II di Napoli e direttore del Centro di Ateneo SInAPSi , che ha detto a Gaynews: «La famiglia, la scuola, la cultura e la società in generale, che è fortemente connotata da un’ideologia eteronormativa, spingono l’adolescente a sviluppare le capacità richieste per un percorso eterosessuale e facilitano lo sviluppo e l’acquisizione di un’identità eterosessuale stabile attraverso i modelli da seguire, gli amici con cui condividere questa tappa cruciale dello sviluppo e le opportunità sentimentali.

In tale contesto la presa di coscienza e l’acquisizione di una identità omosessuale risulta essere più difficile e dolorosa sia per la mancanza d’informazioni corrette e di modelli positivi, a cui fare riferimento, sia per l’espressione continua di pregiudizi e atteggiamenti tanto negativi quanto ostili da parte della maggior parte delle persone verso le realtà non eterosessuali. Essere lesbica e gay dovrebbe configurarsi unicamente come una tra le tante caratteristiche dell’identità di una persona. Ma gli adolescenti gay e lesbiche possono avere più difficoltà a trovare informazioni attendibili e modelli positivi cui rifarsi, mentre vengono facilmente esposti ad atteggiamenti negativi verso l’omosessualità».

Ecco perché al riguardo, secondo Paolo Valerio, non c’è affatto influenza degli adulti sulle scelte dei minori ma solo «un’opportunità offerta alle giovani generazioni di trovare attraverso fiabe e cartoon modelli positivi a cui fare riferimento. Ciò avvantaggia tutta la popolazione giovanile perché promuove al suo interno una cultura della differenza e un superamento di stereotipi sessisti».

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Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

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Il Consiglio regionale della Campania ha approvato ieri, con il solo voto contrario del consigliere Luciano Passariello (Fratelli d’Italia), una mozione proposta da Carmine De Pascale (De Luca Presidente) su le/gli studenti universitari trasgender.

La mozione Attività di sensibilizzazione all'utilizzo della procedura cd "Alias" negli Atenei della Campania si propone d'impegnare il governo regionale a promuovere una campagna di sensibilizzazione volta a sollecitare tutte le università pubbliche campane in vista d'una concreta integrazione sociale delle persone trans.

Grazie al profilo alias, infatti, le persone transgender, che stanno frequentando corsi universitari, possono richiedere e attivare un profilo temporaneo per la gestione della carriera in cui viene riportato il nome che più corrisponde al genere percepito. E questo senza che si siano sottoposte a intervento di riattribuzione chirurgica del sesso o abbiano ottenuto per via giurisprudenziale la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento. Il tutto è reso possibile dalla creazione, da parte delle Università, di un profilo alias sui sistemi informatici per salvaguardare e tutelare la dignità personale.

Immediata la reazione di Passariello che ha commentato: «La mozione del consigliere regionale Carmine De Pascale sull'attività di sensibilizzazione per l'integrazione delle persone Lgbt negli atenei universitari campani è semplicemente scandalosa. Partendo dal presupposto che siamo nel campo delle competenze statali, quindi ben lontane dall'attività e funzione che noi consiglieri regionali possiamo e dobbiamo svolgere, presentare questo tipo di proposte appare meramente strumentale a gettare fumo negli occhi per una manciata di voti a pochi giorni dall'elezioni politiche nazionali.

Ci opporremo con tutte le nostre forze: Fratelli d'Italia difende la famiglia tradizionale in ogni sede e, di certo, l'università non è il luogo adatto a sollecitare tali iniziative».

Per il professore Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso la Federico II e direttore del Centro di Ateneo SInAPSi, si tratta al contrario di «un grande passo in avanti verso un’università inclusiva, capace di offrire a tutte e tutti pari opportunità.

Nel passato alcune e alcuni giovani trans hanno dovuto dolorosamente rinunciare agli studi, sentendosi discriminati e imbarazzati nel rendere manifesta la discordanza esistente tra il genere percepito  - e, dunque, la manifestazione di esso attraverso comportamenti, abbigliamento, estetica - e i dati anagrafici riportati sui propri documenti universitari. Sono orgoglioso di  appartenere a un ateneo che offre l’identità alias non solo a studenti ma anche all’intero personale docente e non docente. In Italia, oltre alla Federico II, ciò è garantito dalla sola Università degli studi di Verona».

E al consigliere Passariello, che fa «appello alla Crui (Conferenza dei rettori universitari) affinchè prendano una netta distanza e rivendichino autonomia decisionale su queste attività», il prof. Valerio ribatte: «Mi auguro che la Crui estenda una tale garanzia a tutti gli atenei pubblici italiani».

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L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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Sconosciuto ai più, il nome di Silvana De Mari è salito alla ribalta nel gennaio scorso. Endoscopista, psicoterapeuta, scrittrice di romanzi fantasy, la collaboratrice della testata adinolfiana “La Croce” si era lasciata andare, prima sui social e poi nel corso d’un’intervista a “La Zanzara” (arrivando a rincarare la dose senza soluzione di continuità nei mesi successivi) molteplici dichiarazioni sull’omosessualità: dalla medicalizzazione ai danni per la «condizione anorettale»; dall’innaturalità alla contiguità col satanismo. Senza dimenticare l’esistenza d’un «diritto all’omofobia».

Ciò aveva spinto il Coordinamento Torino Pride ad avviare, il 19 gennaio, un’azione legale contro la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo). Alla denuncia per diffamazione aggravata dalla finalità della discriminazione e dell’istigazione all’odio razziale si era aggregato anche il Comune di Torino. Non senza dimenticare l’avvio d’un provvedimento disciplinare da parte dell’Ordine dei Medici del capoluogo piemontese a carico della chirurga specializzata in endoscopia.

Ma la scorsa settimana il pm Enrico Arnaldi Di Balme ha chiesto al gip l’archiviazione. La dottoressa non sarebbe imputabile: le sue offese sarebbero rivolte “a una pluralità indiscriminata di persone” e non sarebbe possibile quindi individuare “il destinatario dell’offesa”. Affermare, quindi, pubblicamente quindi “i gay sono malati”, o che “non esistono”, ipotizzando collegamenti tra satanismo e sesso anale, non costituirebbe reato perché mancherebbe un destinatario specifico con nome e cognome.

Sconcerto al riguardo ha espresso il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi presso l’Università di Napoli Federico II, presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere e della Fondazione Genere Identità Cultura. Ecco l’articolata dichiarazione che ha rilasciato a Gaynews:

Ho letto con enorme tristezza e costernazione la notizia che la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto l’archiviazione delle accuse rivolte alla dottoressa Silvana De Mari per le sue affermazioni aberranti e prive di ogni fondamento scientifico relative a una supposta condizione di malattia associata all’omosessualità.

È inutile ricordare che la comunità scientifica internazionale e quella del nostro Paese hanno ampiamente ribadito l’assenza di qualunque forma di patologia associata all’orientamento sessuale di tipo omosessuale e che le così dette terapie riparative, finalizzate a “curare” le persone omosessuali, sono molto dannose per le persone che vengono ad esse sottoposte. Non si può “curare” una persona per una malattia che non esiste!

Ricordo con orrore la storia di Giovanni Sanfratello, amico del filosofo Aldo Braibanti, rapito dai familiari e fatto “visitare” dallo psichiatra dell’Università di Modena prof. Rossini e da lui “curato” per  omosessualità con elettroshock e coma insulinici e costretto al ricovero coatto nell’ospedale psichiatrico  di Verona per circa un anno.

Questo accadeva a metà degli anni ’60. Oggi l’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha radiato uno psicologo che proponeva “terapie riparative” per l’omosessualità.

Mi ha molto colpito un’affermazione della dottoressa de Mari che, nel corso di una trasmissione radiofonica, ha affermato: I gay vivono in una condizione tragica. Questo purtroppo è dolorosamente vero, visto che in Italia non esistono leggi che sanzionino con aggravanti i crimini d’odio omo/transfobico.

L’assenza nella legge Mancino di discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere fa si che aumenti il rischio del così detto “stigma strutturale o istituzionale” che è riferito a quelle condizioni sociali, norme culturali e/o politiche istituzionali che limitano le opportunità, le risorse e il benessere delle persone gay, lesbiche  e transgender, quando sono loro a essere vittime di tale forma di stigma.

Lo stigma strutturale perpetua, quindi, le differenze di stato e di potere delle persone Lgbt, operando anche in assenza del pregiudizio del singolo individuo membro di quella istituzione. Auspico che sia accaduto proprio questo nel caso del PM Enrico Arnaldi di Balme che, per i ben noti limiti previsti dalla legge Mancini, non ha potuto portare la dott.ssa De Mari a processo.

Quindi, in assenza di pregiudizi soggettivi nei confronti delle persone Lgbt da parte del Pm, l’Istituzione Giudiziaria quale entità  a sè stante ha finito con lo stigmatizzarle, creando un conflitto tra il parere soggettivo del Pm e le logiche istituzionali. Fino a quando non è stata fatta una legge contro il “matrimonio d’onore” i giudici non erano messi in grado di sanzionare tale aberrante comportamento!

Purtroppo lo stigma strutturale ha gravi conseguenze sulla qualità della vita delle persone Lgbt e sul loro stato di salute.

Varie ricerche hanno dimostrato che adulti Lgbt che vivono in stati dove è assente una specifica legislazione nei confronti dei crimini d’odio omofobico e transfobico presentano una prevalenza di disturbi psichiatrici significativamente più elevata di coloro che vivono al contrario in paesi dove questa regolamentazione è presente. 

Altre recenti ricerche hanno riscontrato che nelle persone gay che vivono in comunità con elevati livelli di stigma strutturale, ovvero con alti livelli di pregiudizio anti gay, lesbiche  e transgender, il rischio di mortalità, misurato attraverso il suicidio, l’omicidio e le malattie cardiovascolari, è più elevato rispetto a coloro che vivono in contesti a basso livello di stigma strutturale.

Infine, altre ricerche fatto nel mondo adolescenziale, hanno rilevato livelli più elevati di ideazione suicidaria  o di tentativi di suicidio nei giovani gay, lesbiche e transgender che vivono in quartieri a elevato tasso di crimini omofobici e transfobici.

Quindi, è vera l’affermazione della dott.ssa De Mari che “i gay vivono in una condizione tragica”, ma se questo accade è perché viviamo in un Paese dove persone, medici come la dott.ssa De Mari fanno gravi affermazioni senza alcun riscontro scientifico, in assenza di leggi in base alle quali si possa sanzionare il loro comportamento.

Speriamo che l’Ordine del Medici accerti la gravità delle sue affermazioni e che, come quello degli Psicologi della Lombardia, la radi dall’albo.

Speriamo però soprattutto che finalmente anche nel nostro paese vengano puniti con sanzioni aggiuntive i  crimini d’odio omo/transfobico. 

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Lo sport in campo contro l'omofobia e la transfobia: un ponte verso il futuro. Questo il titolo del convegno che, organizzato dall'Uisp (Unione Italiana Sport per tutti) insieme con il Centro SInAPSi e le università Parthenope e Federico II, si tiene oggi a Napoli presso Villa Doria D’Angri. Appuntamento in Via Petrarca, 80 alle 9:30.

Rappresentanti del mondo accademico, scolastico e sportivo si confronteranno su come sviluppare azioni di prevenzione delle discriminazioni verso le persone gay, lesbiche e transgender. Con particolare attenzione al mondo dello sport italiano dove il pregiudizio  omotransfobico è ampiamente radicato.

Aspetto, questo, che è stato rimarcato da Antonello Sannino, presidente del comitato di Arcigay Napoli e referente di Arcigay Nazionale per lo sport.

«Il mondo dello sport, sia quello professionistico che quello amatoriale – ha dichiarato – rappresenta nel nostro Paese ancora una delle sacche più resistenti di omo-transfobia. Prova di tutto ciò l'enorme difficoltà nel fare coming out per le atleti, gli atleti e tutte le persone che si occupano di sport e che fanno sport. Basti ricordare come nello sport italiano esistano solo due atlete professioniste ad aver pubblicamente dichiarato la propria omosessualità, Nicole Bonamino (di recente medaglia d'argento a Sidney nel nuoto di fondo) e Rachele Bruni.

Pertanto, dopo aver chiesto al Coni la modifica dello Statuto – modifica recepita dal Coni stesso, nella quale chiedevamo l'estensione esplicita del contrasto a tutte le forme di discriminazioni, anche quelle legate all'orientamento sessuale e all'identità di genere –, ci auguriamo che il mondo dello sport italiano dia ulteriori segnali di rinnovamento. Ci auguriamo inoltre che le prossime Universiadi di Napoli del 2019 possano essere le "Olimpiadi Rainbow" per superare definitivamente i giochi olimpici "omofobi" nella Russia di Putin, a Sochi del 2014, che portarono il Cio (Comitato olimpico internazionale) a inserire la clausola di non discriminazione nel contratto con qualsiasi futura città ospitante i giochi olimpici».

Quanto mai opportuna, dunque, la presentazione nell’ambito dello stesso convegno del volume Terzo tempo Fair Play: i valori dello sport per il contrasto all’omofobia e alla transfobia, edito in ottobre per i tipi partenopei Mimesis. Curato da Giuliana Valerio (Università Parthenope), Paolo Valerio (direttore Centro SInAPSi - Università Federico II) e Manuela Claysset (responsabile politiche di genere e diritti Uisp), il volume raccoglie in 150 pagine gli atti del convegno tenutosi a Napoli il 22 aprile 2015. Quello odierno si pone dunque in piena linea di continuità col precedente.

Difatti i lavori congressuali, come dichiarato a Gaynews Paolo Valerio, offriranno «l’occasione di un confronto tra esperti provenienti da diversi ambiti professionali e disciplinari. Il convegno di oggi è finalizzato ad approfondire, anche dal punto della ricerca scientifica, un tema poco studiato e indagato nel nostro Paese.

La presenza, inoltre, di studenti di Scienze Motorie, di atleti, di rappresentanti del mondo della scuola e del mondo sportivo italiano offrirà, attraverso i rispettivi interventi e testimonianze, un’ulteriore occasione per ribadire la necessità di eliminare nello sport ogni forma di discriminazione legata a identità di genere e a orientamento sessuale.

Auspico, insieme ad Antonello Sannino, che alla fine del convegno possa essere stilato con gli esperti, gli studenti di Scienze Motorie e tutti i partecipanti un documento da trasmettere agli organizzatori delle prossime Universiadi che si svolgeranno a Napoli. Documento che ribadisca come nello sport, sia a livello agonistico sia amatoriale, non debba esistere né essere tollerata alcuna forma di omofobia e transfobia».

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Le persone trans sono spesso vittime di emarginazione e forte esclusione da diversi contesti sociali e civili. Nel mondo del lavoro subiscono misure discriminatorie, per non parlare degli Stati dove il transessualismo è considerato un reato da perseguire con pesantissime norme penali. Le stesse persone sperimentano dunque sulla loro pelle una condizione di forte fragilità socialeIl percorso di transizione molte volte le colloca perfino ai margini del loro contesto familiare. La loro condizione di disagio può perciò raggiungere livelli molto alti.

In Italia, nonostante si siano realizzati alcuni passi in avanti attraverso il lavoro di associazioni e volontari in termini di inclusione, c’è ancora molto da fare.

Per questo motivo, in occasione del 25° anniversario del concorso nazionale Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica, l’associazione Consultorio Transgenere in collaborazione con il Mit di Bologna e Ala Onlus Milano ha deciso di premiare persone ed enti che si sono distinti per il loro impegno contro ogni forma di discriminazione e intolleranza transfobica in un'ottica di inclusione sociale. L’evento avrà luogo a Milano, venerdì 13 ottobre 2017, presso la sede di AnlAids in  Via  Monviso, 8.

Le persone premiate sono: Carmen Bertolazzi, Gigliola Toniollo, don Luigi Ciotti, Giovanni Anversa, la Comunità San Benedetto (Don Andrea Gallo), Alba Parietti, Paolo PatanèPaolo Valerio, Margherita Mazzanti e Antonio Nigrelli.

Moderata da Regina Satariano, presidente di Consultorio Transgenere e vicepresidente dell'Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere), l'iniziativa vedrà la partecipazione di Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit, Vincenzo Cristiano, presidente di Ala Onlus Milano, Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Ala Milano Onlus, Roberto Bertolini, presidente di giuria per Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica

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Si sta svolgendo a Firenze presso la Sala del Gonfalone nel Palazzo della Regione Toscana il convegno Bambini in rosa. Crescere un bambino con varianza di genere - I tanti aspetti della normalità volto ad affrontare il tema della "fluidità di genere, disforia di genere, transessualità". Un mondo in gran parte sconosciuto e ostacolato dando, come recita la locandina dell'evento, "la parola ai diretti interessati".

Coordinato dal pediatra nonché consigliere regionale di Sì Toscana a Sinistra Paolo Sarti, l'incontro prevede infatti gli interventi di Camilla Vivian (autrice del blog e del libro Mio figlio in rosa), Michela Mariotto (antropologa, Università autonoma di Barcellona), Loredana De Pasquale (madre di un "bambino in rosa"), Alessio (14enne FtM) e Alice Troise (insegnante, collettivo Intersexioni). 

Al convegno avrebbe dovuto parlare anche Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l'Università degli studi di Napoli Federico II e presidente Onig. Impossibilitato a partecipare ha inviato una lettera, di cui Gaynews pubblica il testo integrale.

Care e cari partecipanti,

a causa di un impegno accademico inderogabile, con grande rammarico non ho potuto prendere parte al convegno. Ciononostante, voglio manifestarvi, in qualità di presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), il mio più grande supporto alla realizzazione della giornata di studio e di riflessione su un tema a me molto caro: la varianza di genere in infanzia e adolescenza

Sebbene oggi parlare di un tema così delicato sia profondamente differente rispetto al passato, credo che il nostro resti un coraggioso lavoro di frontiera, teso a combattere l’ignoranza, non tanto per il gusto di scendere in guerra, ma per proteggere e tutelare i diritti di coloro i quali, essendo gender variant, non si riconoscono nel genere biologico assegnato loro alla nascita, e che sono alla ricerca di una cittadinanza, di un diritto all’esistenza. Al loro fianco, le famiglie. Famiglie spesso lasciate sole, emarginate, non ascoltate. Padri e madri (talvolta fratelli e sorelle) a cui viene tolta la voce. Ecco, noi questa voce l’abbiamo sempre ascoltata e la continueremo ad ascoltare.

Fortunatamente, gli approcci attuali alla varianza di genere hanno abbandonato del tutto i trattamenti patologizzanti e correttivi che erano diffusi in passato. Assistiamo a cambiamenti pioneristici: è solo di qualche giorno fa, ad esempio, la sentenza del Tribunale di Frosinone che autorizza una giovane minorenne al cambio dei dati anagrafici, nonché all’eventuale accesso all’iter di riattribuzione chirurgica del genere. Questa giovane ragazza finalmente vede riconosciuto il suo diritto all’esistenza.

Oggi si sta gradualmente rafforzando un modello di lavoro in cui, però, oltre alla presa in carico del bambino/adolescente, vengono accolti anche i genitori, nell’ottica di sostenere l’esplorazione dei vissuti degli adulti in relazione all’esperienza del/la figlio/a, e di facilitare un processo di empowerment delle loro capacità di supporto nei confronti del/la figlio/a stesso/a. L’intervento con le famiglie è volto a de-stigmatizzare la varianza di genere, a rafforzare il legame genitore-figlio/a, ad offrire le opportune strategie a difesa dei bambini e delle bambine e degli e delle adolescenti, al fine di promuovere la definizione di spazi vitali sicuri. Per un genitore, poter accettare la possibilità che un figlio sia diverso da come immaginato, anche completamente diverso, significa aprire la strada alle infinite possibilità di sviluppo che un bambino può percorrere. Significa poter essere al fianco del figlio. Significa poter creare uno spazio protetto nel quale costruire una nuova relazione con lui o con lei. Significa poter dare al bambino/adolescente la certezza che c’è qualcuno dalla sua parte, che questo qualcuno lo ami profondamente, così com’è.

Noi non ci limitiamo a sostenere i diritti di queste famiglie per un mero scopo politico che, sebbene etico, potrebbe talvolta non essere completamente neutrale. Noi utilizziamo lo studio, la ricerca, i dati sperimentali, lo sviluppo culturale, una cultura che diventa inclusiva e che ci consente di aprire nuovi scenari e ampliare gli orizzonti della conoscenza, augurandoci che la società civile possa venirne “contaminata”.

Purtroppo i nostri figli e le nostre figlie diventano spesso vittime di una diatriba culturale che prende avvio dalla discordanza tra noi adulti. Penso, per esempio, alla cosiddetta “ideologia gender”, un movimento contrario a qualsivoglia sviluppo culturale laico e libero da preconcetti. Credere che gli studiosi di genere intendano negare le differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine, oltrepassare la famiglia tradizionale quale fondamento naturale di tutte le società e promuovere uno stile di vita squilibrato e disordinato è chiaramente una rilettura distorta di ciò che, al contrario, questi studiosi intendono promuovere. Cultura delle differenze, libertà di espressione, pieno riconoscimento della soggettività: sono questi i principi che dovrebbero fondare un approccio scientifico laico e scevro dal pregiudizio, ed è ciò che mi auguro questa giornata diffonderà. Mi sento profondamente amareggiato quando, nei contesti di socializzazione primaria e secondaria, questi principi vengono calpestati in nome di una supposta e acritica superiorità di una visione piuttosto che di un’altra.

Da adulto e uomo di scienza, riesco a tollerare i miei sentimenti negativi. Quello che mi chiedo è se questo sia valido anche per i bambini e le loro famiglie. Non è eticamente giusto che il conflitto tra adulti che la pensano diversamente abbia delle ricadute sui nostri bambini e sulle nostre bambine. Noi abbiamo l’arduo compito di formare i futuri cittadini del mondo, garantendo la libertà di espressione di ogni potenzialità.

A valle di tutto questo, auguro a tutte e tutti voi buon lavoro, nella speranza che giorno dopo giorno non sarà più indispensabile scontrarsi per garantire il diritto all’esistenza di alcuni, che la cultura e la scienza diventino “contagiose” e che ci si possa, più prima che poi, fidare gli uni degli altri, nella certezza che le minoranze non siano invisibili agli occhi della maggioranza, della cosiddetta “normalità”.

Con affetto,

Paolo Valerio

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