L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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Sconosciuto ai più, il nome di Silvana De Mari è salito alla ribalta nel gennaio scorso. Endoscopista, psicoterapeuta, scrittrice di romanzi fantasy, la collaboratrice della testata adinolfiana “La Croce” si era lasciata andare, prima sui social e poi nel corso d’un’intervista a “La Zanzara” (arrivando a rincarare la dose senza soluzione di continuità nei mesi successivi) molteplici dichiarazioni sull’omosessualità: dalla medicalizzazione ai danni per la «condizione anorettale»; dall’innaturalità alla contiguità col satanismo. Senza dimenticare l’esistenza d’un «diritto all’omofobia».

Ciò aveva spinto il Coordinamento Torino Pride ad avviare, il 19 gennaio, un’azione legale contro la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo). Alla denuncia per diffamazione aggravata dalla finalità della discriminazione e dell’istigazione all’odio razziale si era aggregato anche il Comune di Torino. Non senza dimenticare l’avvio d’un provvedimento disciplinare da parte dell’Ordine dei Medici del capoluogo piemontese a carico della chirurga specializzata in endoscopia.

Ma la scorsa settimana il pm Enrico Arnaldi Di Balme ha chiesto al gip l’archiviazione. La dottoressa non sarebbe imputabile: le sue offese sarebbero rivolte “a una pluralità indiscriminata di persone” e non sarebbe possibile quindi individuare “il destinatario dell’offesa”. Affermare, quindi, pubblicamente quindi “i gay sono malati”, o che “non esistono”, ipotizzando collegamenti tra satanismo e sesso anale, non costituirebbe reato perché mancherebbe un destinatario specifico con nome e cognome.

Sconcerto al riguardo ha espresso il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi presso l’Università di Napoli Federico II, presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere e della Fondazione Genere Identità Cultura. Ecco l’articolata dichiarazione che ha rilasciato a Gaynews:

Ho letto con enorme tristezza e costernazione la notizia che la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto l’archiviazione delle accuse rivolte alla dottoressa Silvana De Mari per le sue affermazioni aberranti e prive di ogni fondamento scientifico relative a una supposta condizione di malattia associata all’omosessualità.

È inutile ricordare che la comunità scientifica internazionale e quella del nostro Paese hanno ampiamente ribadito l’assenza di qualunque forma di patologia associata all’orientamento sessuale di tipo omosessuale e che le così dette terapie riparative, finalizzate a “curare” le persone omosessuali, sono molto dannose per le persone che vengono ad esse sottoposte. Non si può “curare” una persona per una malattia che non esiste!

Ricordo con orrore la storia di Giovanni Sanfratello, amico del filosofo Aldo Braibanti, rapito dai familiari e fatto “visitare” dallo psichiatra dell’Università di Modena prof. Rossini e da lui “curato” per  omosessualità con elettroshock e coma insulinici e costretto al ricovero coatto nell’ospedale psichiatrico  di Verona per circa un anno.

Questo accadeva a metà degli anni ’60. Oggi l’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha radiato uno psicologo che proponeva “terapie riparative” per l’omosessualità.

Mi ha molto colpito un’affermazione della dottoressa de Mari che, nel corso di una trasmissione radiofonica, ha affermato: I gay vivono in una condizione tragica. Questo purtroppo è dolorosamente vero, visto che in Italia non esistono leggi che sanzionino con aggravanti i crimini d’odio omo/transfobico.

L’assenza nella legge Mancino di discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere fa si che aumenti il rischio del così detto “stigma strutturale o istituzionale” che è riferito a quelle condizioni sociali, norme culturali e/o politiche istituzionali che limitano le opportunità, le risorse e il benessere delle persone gay, lesbiche  e transgender, quando sono loro a essere vittime di tale forma di stigma.

Lo stigma strutturale perpetua, quindi, le differenze di stato e di potere delle persone Lgbt, operando anche in assenza del pregiudizio del singolo individuo membro di quella istituzione. Auspico che sia accaduto proprio questo nel caso del PM Enrico Arnaldi di Balme che, per i ben noti limiti previsti dalla legge Mancini, non ha potuto portare la dott.ssa De Mari a processo.

Quindi, in assenza di pregiudizi soggettivi nei confronti delle persone Lgbt da parte del Pm, l’Istituzione Giudiziaria quale entità  a sè stante ha finito con lo stigmatizzarle, creando un conflitto tra il parere soggettivo del Pm e le logiche istituzionali. Fino a quando non è stata fatta una legge contro il “matrimonio d’onore” i giudici non erano messi in grado di sanzionare tale aberrante comportamento!

Purtroppo lo stigma strutturale ha gravi conseguenze sulla qualità della vita delle persone Lgbt e sul loro stato di salute.

Varie ricerche hanno dimostrato che adulti Lgbt che vivono in stati dove è assente una specifica legislazione nei confronti dei crimini d’odio omofobico e transfobico presentano una prevalenza di disturbi psichiatrici significativamente più elevata di coloro che vivono al contrario in paesi dove questa regolamentazione è presente. 

Altre recenti ricerche hanno riscontrato che nelle persone gay che vivono in comunità con elevati livelli di stigma strutturale, ovvero con alti livelli di pregiudizio anti gay, lesbiche  e transgender, il rischio di mortalità, misurato attraverso il suicidio, l’omicidio e le malattie cardiovascolari, è più elevato rispetto a coloro che vivono in contesti a basso livello di stigma strutturale.

Infine, altre ricerche fatto nel mondo adolescenziale, hanno rilevato livelli più elevati di ideazione suicidaria  o di tentativi di suicidio nei giovani gay, lesbiche e transgender che vivono in quartieri a elevato tasso di crimini omofobici e transfobici.

Quindi, è vera l’affermazione della dott.ssa De Mari che “i gay vivono in una condizione tragica”, ma se questo accade è perché viviamo in un Paese dove persone, medici come la dott.ssa De Mari fanno gravi affermazioni senza alcun riscontro scientifico, in assenza di leggi in base alle quali si possa sanzionare il loro comportamento.

Speriamo che l’Ordine del Medici accerti la gravità delle sue affermazioni e che, come quello degli Psicologi della Lombardia, la radi dall’albo.

Speriamo però soprattutto che finalmente anche nel nostro paese vengano puniti con sanzioni aggiuntive i  crimini d’odio omo/transfobico. 

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Lo sport in campo contro l'omofobia e la transfobia: un ponte verso il futuro. Questo il titolo del convegno che, organizzato dall'Uisp (Unione Italiana Sport per tutti) insieme con il Centro SInAPSi e le università Parthenope e Federico II, si tiene oggi a Napoli presso Villa Doria D’Angri. Appuntamento in Via Petrarca, 80 alle 9:30.

Rappresentanti del mondo accademico, scolastico e sportivo si confronteranno su come sviluppare azioni di prevenzione delle discriminazioni verso le persone gay, lesbiche e transgender. Con particolare attenzione al mondo dello sport italiano dove il pregiudizio  omotransfobico è ampiamente radicato.

Aspetto, questo, che è stato rimarcato da Antonello Sannino, presidente del comitato di Arcigay Napoli e referente di Arcigay Nazionale per lo sport.

«Il mondo dello sport, sia quello professionistico che quello amatoriale – ha dichiarato – rappresenta nel nostro Paese ancora una delle sacche più resistenti di omo-transfobia. Prova di tutto ciò l'enorme difficoltà nel fare coming out per le atleti, gli atleti e tutte le persone che si occupano di sport e che fanno sport. Basti ricordare come nello sport italiano esistano solo due atlete professioniste ad aver pubblicamente dichiarato la propria omosessualità, Nicole Bonamino (di recente medaglia d'argento a Sidney nel nuoto di fondo) e Rachele Bruni.

Pertanto, dopo aver chiesto al Coni la modifica dello Statuto – modifica recepita dal Coni stesso, nella quale chiedevamo l'estensione esplicita del contrasto a tutte le forme di discriminazioni, anche quelle legate all'orientamento sessuale e all'identità di genere –, ci auguriamo che il mondo dello sport italiano dia ulteriori segnali di rinnovamento. Ci auguriamo inoltre che le prossime Universiadi di Napoli del 2019 possano essere le "Olimpiadi Rainbow" per superare definitivamente i giochi olimpici "omofobi" nella Russia di Putin, a Sochi del 2014, che portarono il Cio (Comitato olimpico internazionale) a inserire la clausola di non discriminazione nel contratto con qualsiasi futura città ospitante i giochi olimpici».

Quanto mai opportuna, dunque, la presentazione nell’ambito dello stesso convegno del volume Terzo tempo Fair Play: i valori dello sport per il contrasto all’omofobia e alla transfobia, edito in ottobre per i tipi partenopei Mimesis. Curato da Giuliana Valerio (Università Parthenope), Paolo Valerio (direttore Centro SInAPSi - Università Federico II) e Manuela Claysset (responsabile politiche di genere e diritti Uisp), il volume raccoglie in 150 pagine gli atti del convegno tenutosi a Napoli il 22 aprile 2015. Quello odierno si pone dunque in piena linea di continuità col precedente.

Difatti i lavori congressuali, come dichiarato a Gaynews Paolo Valerio, offriranno «l’occasione di un confronto tra esperti provenienti da diversi ambiti professionali e disciplinari. Il convegno di oggi è finalizzato ad approfondire, anche dal punto della ricerca scientifica, un tema poco studiato e indagato nel nostro Paese.

La presenza, inoltre, di studenti di Scienze Motorie, di atleti, di rappresentanti del mondo della scuola e del mondo sportivo italiano offrirà, attraverso i rispettivi interventi e testimonianze, un’ulteriore occasione per ribadire la necessità di eliminare nello sport ogni forma di discriminazione legata a identità di genere e a orientamento sessuale.

Auspico, insieme ad Antonello Sannino, che alla fine del convegno possa essere stilato con gli esperti, gli studenti di Scienze Motorie e tutti i partecipanti un documento da trasmettere agli organizzatori delle prossime Universiadi che si svolgeranno a Napoli. Documento che ribadisca come nello sport, sia a livello agonistico sia amatoriale, non debba esistere né essere tollerata alcuna forma di omofobia e transfobia».

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Le persone trans sono spesso vittime di emarginazione e forte esclusione da diversi contesti sociali e civili. Nel mondo del lavoro subiscono misure discriminatorie, per non parlare degli Stati dove il transessualismo è considerato un reato da perseguire con pesantissime norme penali. Le stesse persone sperimentano dunque sulla loro pelle una condizione di forte fragilità socialeIl percorso di transizione molte volte le colloca perfino ai margini del loro contesto familiare. La loro condizione di disagio può perciò raggiungere livelli molto alti.

In Italia, nonostante si siano realizzati alcuni passi in avanti attraverso il lavoro di associazioni e volontari in termini di inclusione, c’è ancora molto da fare.

Per questo motivo, in occasione del 25° anniversario del concorso nazionale Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica, l’associazione Consultorio Transgenere in collaborazione con il Mit di Bologna e Ala Onlus Milano ha deciso di premiare persone ed enti che si sono distinti per il loro impegno contro ogni forma di discriminazione e intolleranza transfobica in un'ottica di inclusione sociale. L’evento avrà luogo a Milano, venerdì 13 ottobre 2017, presso la sede di AnlAids in  Via  Monviso, 8.

Le persone premiate sono: Carmen Bertolazzi, Gigliola Toniollo, don Luigi Ciotti, Giovanni Anversa, la Comunità San Benedetto (Don Andrea Gallo), Alba Parietti, Paolo PatanèPaolo Valerio, Margherita Mazzanti e Antonio Nigrelli.

Moderata da Regina Satariano, presidente di Consultorio Transgenere e vicepresidente dell'Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere), l'iniziativa vedrà la partecipazione di Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit, Vincenzo Cristiano, presidente di Ala Onlus Milano, Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Ala Milano Onlus, Roberto Bertolini, presidente di giuria per Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica

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Si sta svolgendo a Firenze presso la Sala del Gonfalone nel Palazzo della Regione Toscana il convegno Bambini in rosa. Crescere un bambino con varianza di genere - I tanti aspetti della normalità volto ad affrontare il tema della "fluidità di genere, disforia di genere, transessualità". Un mondo in gran parte sconosciuto e ostacolato dando, come recita la locandina dell'evento, "la parola ai diretti interessati".

Coordinato dal pediatra nonché consigliere regionale di Sì Toscana a Sinistra Paolo Sarti, l'incontro prevede infatti gli interventi di Camilla Vivian (autrice del blog e del libro Mio figlio in rosa), Michela Mariotto (antropologa, Università autonoma di Barcellona), Loredana De Pasquale (madre di un "bambino in rosa"), Alessio (14enne FtM) e Alice Troise (insegnante, collettivo Intersexioni). 

Al convegno avrebbe dovuto parlare anche Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l'Università degli studi di Napoli Federico II e presidente Onig. Impossibilitato a partecipare ha inviato una lettera, di cui Gaynews pubblica il testo integrale.

Care e cari partecipanti,

a causa di un impegno accademico inderogabile, con grande rammarico non ho potuto prendere parte al convegno. Ciononostante, voglio manifestarvi, in qualità di presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), il mio più grande supporto alla realizzazione della giornata di studio e di riflessione su un tema a me molto caro: la varianza di genere in infanzia e adolescenza

Sebbene oggi parlare di un tema così delicato sia profondamente differente rispetto al passato, credo che il nostro resti un coraggioso lavoro di frontiera, teso a combattere l’ignoranza, non tanto per il gusto di scendere in guerra, ma per proteggere e tutelare i diritti di coloro i quali, essendo gender variant, non si riconoscono nel genere biologico assegnato loro alla nascita, e che sono alla ricerca di una cittadinanza, di un diritto all’esistenza. Al loro fianco, le famiglie. Famiglie spesso lasciate sole, emarginate, non ascoltate. Padri e madri (talvolta fratelli e sorelle) a cui viene tolta la voce. Ecco, noi questa voce l’abbiamo sempre ascoltata e la continueremo ad ascoltare.

Fortunatamente, gli approcci attuali alla varianza di genere hanno abbandonato del tutto i trattamenti patologizzanti e correttivi che erano diffusi in passato. Assistiamo a cambiamenti pioneristici: è solo di qualche giorno fa, ad esempio, la sentenza del Tribunale di Frosinone che autorizza una giovane minorenne al cambio dei dati anagrafici, nonché all’eventuale accesso all’iter di riattribuzione chirurgica del genere. Questa giovane ragazza finalmente vede riconosciuto il suo diritto all’esistenza.

Oggi si sta gradualmente rafforzando un modello di lavoro in cui, però, oltre alla presa in carico del bambino/adolescente, vengono accolti anche i genitori, nell’ottica di sostenere l’esplorazione dei vissuti degli adulti in relazione all’esperienza del/la figlio/a, e di facilitare un processo di empowerment delle loro capacità di supporto nei confronti del/la figlio/a stesso/a. L’intervento con le famiglie è volto a de-stigmatizzare la varianza di genere, a rafforzare il legame genitore-figlio/a, ad offrire le opportune strategie a difesa dei bambini e delle bambine e degli e delle adolescenti, al fine di promuovere la definizione di spazi vitali sicuri. Per un genitore, poter accettare la possibilità che un figlio sia diverso da come immaginato, anche completamente diverso, significa aprire la strada alle infinite possibilità di sviluppo che un bambino può percorrere. Significa poter essere al fianco del figlio. Significa poter creare uno spazio protetto nel quale costruire una nuova relazione con lui o con lei. Significa poter dare al bambino/adolescente la certezza che c’è qualcuno dalla sua parte, che questo qualcuno lo ami profondamente, così com’è.

Noi non ci limitiamo a sostenere i diritti di queste famiglie per un mero scopo politico che, sebbene etico, potrebbe talvolta non essere completamente neutrale. Noi utilizziamo lo studio, la ricerca, i dati sperimentali, lo sviluppo culturale, una cultura che diventa inclusiva e che ci consente di aprire nuovi scenari e ampliare gli orizzonti della conoscenza, augurandoci che la società civile possa venirne “contaminata”.

Purtroppo i nostri figli e le nostre figlie diventano spesso vittime di una diatriba culturale che prende avvio dalla discordanza tra noi adulti. Penso, per esempio, alla cosiddetta “ideologia gender”, un movimento contrario a qualsivoglia sviluppo culturale laico e libero da preconcetti. Credere che gli studiosi di genere intendano negare le differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine, oltrepassare la famiglia tradizionale quale fondamento naturale di tutte le società e promuovere uno stile di vita squilibrato e disordinato è chiaramente una rilettura distorta di ciò che, al contrario, questi studiosi intendono promuovere. Cultura delle differenze, libertà di espressione, pieno riconoscimento della soggettività: sono questi i principi che dovrebbero fondare un approccio scientifico laico e scevro dal pregiudizio, ed è ciò che mi auguro questa giornata diffonderà. Mi sento profondamente amareggiato quando, nei contesti di socializzazione primaria e secondaria, questi principi vengono calpestati in nome di una supposta e acritica superiorità di una visione piuttosto che di un’altra.

Da adulto e uomo di scienza, riesco a tollerare i miei sentimenti negativi. Quello che mi chiedo è se questo sia valido anche per i bambini e le loro famiglie. Non è eticamente giusto che il conflitto tra adulti che la pensano diversamente abbia delle ricadute sui nostri bambini e sulle nostre bambine. Noi abbiamo l’arduo compito di formare i futuri cittadini del mondo, garantendo la libertà di espressione di ogni potenzialità.

A valle di tutto questo, auguro a tutte e tutti voi buon lavoro, nella speranza che giorno dopo giorno non sarà più indispensabile scontrarsi per garantire il diritto all’esistenza di alcuni, che la cultura e la scienza diventino “contagiose” e che ci si possa, più prima che poi, fidare gli uni degli altri, nella certezza che le minoranze non siano invisibili agli occhi della maggioranza, della cosiddetta “normalità”.

Con affetto,

Paolo Valerio

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