Non ce la farà, con tutta probabilità (anche se forse sarebbe meglio dire certezza) a concludere positivamente il suo iter la legge nazionale contro l’omotransfobia. Altre priorità, altre urgenze che si è dato a quanto pare questo Governo. La non volontà concreta di riconoscere il bisogno di tutelare diritti negati e persone. In questo scenario, lo scorso giugno, alla Regione Lazio è stata presentata una proposta di legge regionale - quindi con altri ambiti di competenza e di intervento - contro contro atti discriminatori, vessazioni, se non proprio violenze psicologiche e fisiche contro le persone Lgbti.

Tra i depositari di questa proposta di legge c’è anche la consigliera regionale Marta Bonafoni alla quale abbiamo chiesto di fare un po’ il punto della situazione.

Com’è nata questa proposta di legge regionale contro l’omotransfobia?

È nata da una doppia esigenza: da una parte produrre un testo quadro che potesse mettere insieme e rilanciare le politiche che già in questi anni abbiamo messo in campo con grande convinzione in Regione contro l’omotransfobia. Ad esempio la norma sui servizi sociali e approvata due anni fa, in cui tutti i servizi sono destinati a tutte le famiglie senza distinzione tra omogenitoriale o eterosessuale. C’è poi il più grande progetto contro l’omofobia nelle scuole messo in campo già dal primo anno dell’amministrazione Zingaretti o della legge contro il bullismo che richiama esplicitamente l’articolo 21 della Carta europea dei diritti dell’uomo e quindi le discriminazioni per orientamento sessuale o in ultimo i patrocini che non sono mai mancati al Pride come al Gay Village fino a quest’anno con l’inserimento di Roma e del Lazio nel pacchetto turistico nazionale e internazionale come città gay-friendly. L’esigenza è stata dunque quella di fare sistema di queste politiche. Per implementarle ha dato vita a questa proposta di legge quadro.

L’altro impulso ci è stato dato dalla grande spinta del circolo Mario Mieli e delle associazioni in considerazione della spinta culturale che può rappresentare una regione grande come il Lazio. Il tutto per sbloccare una legge nazionale contro l’omotransfobia, ancora in Parlamento e che purtroppo non muove i propri passi.

Quali sono i punti principali della proposta di legge?

La legge parla in egual modo di prevenzione e di contrasto e della presa in carico delle vittime dell’omotransfobia. Quando parliamo di prevenzione parliamo di scuola e formazione e pertanto una grande alleanza tra studenti – famiglie – docenti impegnati in corsi di formazione, progetti di sensibilizzazione, vere campagne contro la discriminazione, sugli stereotipi di genere e l’orientamento sessuale.

C’è poi il welfare e politiche del lavoro, il pari accesso, una modulistica che potrà sembrare banale sul come si viene nominati, ad esempio uomo – donna o cosa, si tace l’orientamento sessuale dal quale dipende anche il riconoscimento del proprio esistere e il diritto a essere ciò che si è. Centri di ascolto per le vittime, sulla falsariga di quello che la Regione sta facendo da anni contro la violenza sulle donne e poi per le politiche attive del lavoro garantire parità di accesso. La legge fa peraltro riferimento anche alla Regione e ai dipendenti regionali, guardando anche in casa propria.

Politiche attive che si concretizzano in una formazione adeguata sulla vigilanza rispetto alla possibilità e opportunità di poter fare carriera per le persone omosessuali, transessuali, di eguale retribuzione rispetto ai loro colleghi eterosessuali. C’è poi anche una parte dedicata alla responsabilità sociale delle imprese e un loro monitoraggio, su quelle laziali. Altrettanto importante è l’ambito socio-sanitario con servizi di integrazione letti e declinati in virtù della lotta all’omotransfobia. Infine il capitolo comunicazione e cultura.

Un articolo è dedicato al Corecom – organismo di controllo sulla comunicazione presente in Regione e prevista in tutte le Regioni – che può promuovere progetti e segnalare le emittenti che si distinguono per una buona informazione o, al contrario, per una cattiva informazione su questi tipo di temi. Quindi direi formazione, informazione sensibilizzazione e la prevenzione.

In cosa consisterebbe la modulistica per l’accesso al lavoro di cui parlava prima?

L’esempio cui ci siamo rifatti è quello di Facebook che al momento consente di segnarsi come “uomo”, “donna” o “altro”. Una questione su cui il Movimento “No Gender” - e che è un altro elemento di allarme che ci ha spinto a depositare questa proposta di legge – sta partendo con una iniziativa dal nome Il bus della libertà dove anche la modulistica sarà oggetto di interesse. Una campagna contro la libertà di orientamento sessuale e di scelta e che individua in questo aspetto dei problemi dal loro punto di vista. Questa estate si sono verificati diversi casi di strutture turistiche che non hanno ricevuto coppie gay e qui si rientra nel campo del monitoraggio che magari consentiranno una premialità alle imprese cosiddette virtuose. Ad esempio la partecipazione o meno a un bando.

Secondo lei questa proposta di legge nel suo iter sarà oggetto di ostruzionismo da parte dell’opposizione?

C’è una certezza, non c’è un timore! Viviamo tempi di regresso, di paura del diverso e invece di impegnarci a valorizzare le differenze e renderle parte comune cisi chiude nelle certezze che vacillano. C’è stato, da questo punto di vista, un discorso di grande schiettezza con il movimento lgbti e reciproca. Si tratta di una legge depositata lo scorso giugno e per la quale si può dire che non vedrà la conclusione del proprio iter in questa legislatura che si concluderà nella prima metà del 2018. La scommessa su cui punteremo da autunno è l’apertura dei tavoli di partecipazione che a partire da questo testo di legge possano rendere la proposta più ricca e completa. Credo che dovrà essere tra i punti prioritari della prossima legislatura, tanto più che con certezza che il Governo non avrà legiferato. Altrettanto certamente troveremo ostacoli molto ideologici, poco informati e diretti da una ben organizzata ideologia “No Gender” che ha i suoi addentellati nelle istituzioni.

In parlamento giace, come detto, la legge nazionale contro l’omotransfobia. Se questa proposta di legge regionale venisse approvata potrebbe rappresentare uno stimolo per l’approvazione di quella nazionale?

Se approvata, noi ovviamente agiteremo la legge regionale. Un tentativo che vogliamo fare da subito, dialogando con il livello nazionale, in particolare con i tavoli di partecipazione di fare sia da pungolo per quella nazionale ma con una nostra legge messa in sicurezza, in quanto si chiedono solo deleghe regionali che evitano l’attesa di una legge nazionale senza la quale quella regionale non può essere operativa. L’approvazione significherebbe ridare forza a un intero movimento che continua a farsi sentire fuori ma che non trova una voce forte all’interno delle aule parlamentari.

Altre regioni vi hanno chiesto informazioni su questa proposta di legge per presentarne una propria?

Non in termini di consiglieri regionali, ma so che altri rappresentanti territoriali del movimento si sono incuriositi e vorranno fare la stessa operazione nelle loro regioni di appartenenza. D’altronde penso che anche questo sarà il valore aggiunto dei tavoli di cui parlavo prima, per aprirsi al confronto anche con altre regioni.

Perché, secondo lei, nel nostro Paese è così difficile approvare una norma che tutela le persone lgbti e punisce invece chi viola i diritti di queste persone soprattutto quando questo ostruzionismo proviene non da aree politiche di centro destra, bensì dalla sinistra stessa?  

Questa è la domanda delle domande… Quando sono entrata in politica, non pensavo di incontrare un tale livello di barriera rispetto a certi temi. Da una parte c’è l’egoismo, il nichilismo, cifre del nostro tempo trasversali nel rapporto con tutti i diversi: migranti rifugiati, donne. La fragilità economica del nostro Paese è diventata anche culturale e di tenuta democratica e d’altra parte c’è una politica che ha smesso di avere un ruolo di progresso dell’intera società ponendosi di fatto dall’altra parte della barricata rispetto alla politica degli anni, quella dei diritti conquistati delle donne, del sistema sanitario, di un percorso in salita per i diritti. Oggi quella salita la fanno chi cerca di difendere quei diritti acquisiti e di affermarne di nuovi. Solo con un grande lavoro di rete fra i pezzi di società sia dentro sia fuori dalle istituzioni si potrà avere una chance. Personalmente in questo momento non sono ottimista, trovo che c’è una bella effervescenza ma che dall’altra parte non c’è quel livello di mobilitazione e dialogo con le istituzioni che riesca a fare andare a dama certe battaglie che possono rappresentare una vittoria per tutti, perché è bene ribadirlo non si tolgono diritti ma se ne aggiungono.

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Il 17 maggio 2016 il presidente della Puglia Michele Emiliano annunciava l’avvio del percorso istituzionale per la redazione del progetto regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. A poco più di un anno dall’importante dichiarazione abbiamo ragginto Titti De Simone, consigliera politica di Emiliano per l’attuazione del programma, per sapere quali sono i passi compiuti in riferimento al pdl

Quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l'omotransfobia che sarà discussa in Puglia? Quali sono, a tuo parere, le prospettive di successo relativamente al varo di questa legge regionale?

Il disegno di legge, in coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, reca un programma quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale o identità di genere. Purtroppo il quadro discriminatorio in Italia è ancora importante e ciò richiede un intervento di politiche attive a ogni livello di governo. 

Anche alla luce di quanto evidenziato dagli organismi europei, la nostra proposta legislativa intende dettare un corpus  di norme (nell'ambito delle politiche del lavoro, della formazione, dell'assistenza sociosanitaria ad esempio) per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010). 

Ricordo che tale iniziativa legislativa è contenuta nel programma di governo del presidente Michele Emiliano, programma costruito dal basso, in modo partecipativo, votato successivamente dal Consiglio regionale.

Quali sono gli elementi di continuità e di frattura tra questa proposta pugliese e la proposta di legge nazionale che presentò Ivan Scalfarotto?

L'iniziativa della Puglia può essere circoscritta a un campo di competenze esclusive su cui la Regione può intervenire direttamente, non su tutto purtroppo, ma è indispensabile agire, dato che non esiste ancora una norma nazionale. Mi pare che la proposta Scalfarotto fosse diventata un pasticcio, partita in un modo ed è finita peggio, poi alla fine arenandosi definitivamente perché è mancata la spinta dello stesso movimento Lgbt che non si è riconosciuto in quel testo. Ma una norma nazionale è necessaria e deve fare leva sul lavoro culturale ed educativo.

Basterebbe modificare la legge Mancino per fare una cosa giusta. La prossima legislatura vedremo. 

A tuo parere, il possibile varo di leggi regionali contro l'omotransfobia porterà a una pressione "virtuosa" anche a livello nazionale circa l'elaborazione di una legge simile?

Me lo auguro. Credo che come per altre norme in passato (infondo i registri comunali delle unioni civili sono nati molto prima della legge) sia un contributo utile e doveroso. Non è la prima volta che una Regione approva norme che mancano a livello nazionale e che poi si rivelano apripista. Noi in Puglia, ad esempio, abbiamo approvato la legge sulla partecipazione come la Toscana e abbiamo istituito il Reddito di dignità. 

Sono passati diversi anni da quando tu hai iniziato le tue battaglie politiche da donna lesbica dichiarata. Com'è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbt? È più o meno omotransfobico?

È un paese ancora molto omotransfobico. Anche se la visibilità delle persone Lgbt è enormemente aumentata e questa è stata la più grande rivoluzione per noi e per la cultura del Paese. Ma la strada è ancora lunga. Siamo un Paese ancora molto sessista con il grande tema del femminicidio e della violenza di genere, che è la radice di tutte le violenze fondate su una cultura dello stereotipo di genere e del machismo. Occorre una grande rivoluzione culturale, una nuova stagione dei femminismi per ripensarci e riaffermare libertà e autodeterminazione. Invece si danno per scontato troppe cose. 

E, infine, in un'intervista rilasciata a Daniela Gambino, ricordo che affermasti di sentirti più "accolta" come lesbica in Sicilia che in alcune terre del Nord Est. Credi ancora che ci sia questa frattura tra un'Italia più inclusiva e una meno inclusiva?

Esiste ovunque un pezzo di Paese retrivo, spaventato e chiuso. Come la storia del parcheggio riservato alle neo mamme ma vietato alle lesbiche. Questo Paese va cambiato e per cambiarlo bisogna lottare, lottare ancora molto. Lo dico sopratutto ai giovani: bisogna tornare all'impegno politico nel movimento, non abbiamo ancora conquistato i nostri diritti. 

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Anche la Regione Abruzzo si prepara a discutere una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di gente. Il testo, preparato da Articolo 1, è stato presentato da Marinella Sclocco, assessora regionale con delega alle Politiche sociali, e da Mario Mazzocca, sottosegretario alla presidenza della Giunta regionale. Il progetto di legge segue l’organizzazione di una serie di tavole e dibattiti, a cui hanno partecipato le associazioni Lgbti abruzzesi e le istituzioni. Esso ricalca sostanzialmente quello presentato e recentemente approvato in Umbria.

Ne parliamo nel dettaglio con Leonardo Dongiovanni, presidente di Arcigay L’Aquila.

Leonardo, quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l’omotransfobia che sarà discussa in Regione Abruzzo?

In sostanza, nei limiti delle proprie competenze, la Regione Abruzzo, in ottemperanza agli articoli 2, 3 e 21 della Costituzione e 2 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, discuterà il varo di una legge regionale che vuole rispondere alle esigenze della comunità Lgbti in fatto di tutela e prevenzione relativamente alle aggressioni omotransfobiche. Nella proposta di legge è prevista anche l’introduzione di un Osservatorio regionale sulle discriminazioni di genere e sull’omofobia e la possibilità per la Regione di costituirsi parte civile in casi di violenze omotransfobiche di particolare rilevanza e impatto sociale.

Quali sono gli elementi do continuità e frattura tra questa proposta di legge regionale e quella nazionale firmata da Ivan Scalfarotto?

Il confronto con la proposta di legge Scalfarotto è inappropriato perché non si può paragonare una legge nazionale e una regionale in quanto sono diverse le competenze. Certo, come per l’elaborazione della “Scalfarotto”, dobbiamo tenere conto che, anche nel nostro caso, questa proposta di legge deriva da una serie di incontri con le istituzioni e le forze politiche in modo tale che possa essere approvata da un’ampia maggioranza. Nella proposta di legge Scalfarotto si arrivò però a un livello di mediazione talmente eccessivo che probabilmente è stato meglio che quel ddl non sia mai diventato realtà perché avrebbe costituito soltanto un rallentamento rispetto alle reali esigenze della comunità Lgbti. È singolare che nel 2017, in un Paese europeo, si debba trovare sempre un contentino e si debba sempre ampliare lo specchio dell’approvazione per portare avanti le nostre battaglie.

Credi che il dibattito a livello locale possa accelerare anche una discussione a livello nazionale?

Io sono convinto che, attraverso questa serie di provvedimenti regionali, si possa stimolare il dialogo nazionale. D’altronde è stato così anche per le unioni civili. Si parte dal piano più basso delle amministrazioni locali e si arriva in parlamento.È una strategia vincente. Certo anche per le unioni civili abbiamo dovuto accettare delle mediazioni che hanno abbassato il livello delle nostre aspettative e della nostra soddisfazione. Cioè non abbiamo ancora raggiunto la vera uguaglianza tra persone omosessuali e persone eterosessuali. Detto questo, sollevare un dibattito nazionale è certamente utile, visto l’attuale situazione parlamentare che non è certo  delle più favorevoli. Quindi, le proposte di legge regionali rappresentano un momento importante per dare risposte almeno a livello territoriale.

Di fatto, in assenza di determinati presupposti, queste leggi regionali possono dar voce e dignità a quelle persone Lgbti che vivono in territori più esposti alle violenze e alle discriminazioni.

Sono passati diversi anni da quando hai iniziato le tue battaglie per la comunità Lgbti. Come è cambiato il nostro Paese in questi ultimi anni?

Sono cinque anni da quando ricopro la mia carica in Arcigay e di cambiamenti ne ho visti e vissuti tanti. Quando ho mosso i primi passi nella militanza erano i tempi del berlusconismo, che speriamo non torni. Il Paese è cambiato e, anche rispetto alle unioni civili, abbiamo visto un Paese unito ma diviso al tempo stesso. Tutto il dibattito che abbiamo vissuto in quei giorni, anche all’interno delle associazioni, è stato infarcito – a mio parere – da un eccessivo buonismo e proprio per questo oggi dobbiamo essere motivati a rivendicare le istanze del matrimonio egualitario e di una legge contro l’omotransfobia.

Io non ho una grande fiducia nei confronti della politica istituzionale e ritengo che all’interno di questo percorso tutte le persone Lgbti debbano ricordare le proprie origini e ricordare tutte quelle persone che con la propria lotta ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, evitando di essere troppo blanditi dalle carezze di una politica a cui interessa solo il nostro consenso. Ed è per questo che le persone Lgbti dovrebbero fare fronte compatto contro questa fascistizzazzione dilagante nel nostro Paese. Fascistizzazione che temo possa presto coglierci impreparati.

In conclusione, io credo che noi attivisti Lgbti abbiamo una grande responsabilità: arginare i processi di normalizzazione  e volgarizzazione delle nostre battaglie. Questo è ciò che dobbiamo evitare a tutti i costi, sperando in tempi migliori.

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