Andrea, Gianni e Anna: sono questi i protagonisti di una storia d'amore che, nel nostro Paese, è ancora negata da una politica sostanzialmente discriminatoria. Una politica che si ostina a non riconoscere ciò che non solo è una realtà ma è anche una realtà che produce legami, affetti e vincoli relazionali. 

Andrea, Gianni e Anna sono una famiglia, una famiglia arcobaleno: Andrea e Gianni, infatti, dopo anni di vita in comune, hanno deciso di suggellare la propria esperienza di coppia diventando genitori di una splendida bambina, Anna, nata in California il 2 agosto 2014 attraverso la gestazione per altri. Opportunità che, ovviamente, sarebbe stato loro preclusa in Italia.

Questo viaggio verso la vita e la felicità è raccontato da Andrea Simone, uno dei due papà, nel libro Due uomini e una culla, pubblicato a Torino da Golem con la preziosissima prefazione di Lella Costa e promosso per l'Italia dalla struttura editoriale cattolica Dehoniana Libri.

Un libro che racconta un momento importante della vita di Andrea e Gianni, cioè quello in cui decidono di realizzare il proprio progetto di genitorialità, con tutta l'euforia e la trepidazione che giustamente riserviamo ai grandi riti di passaggio della nostra esistenza, quelli in cui sentiamo che una parte di quel che volevamo diventare ha finalmente trovato la sua concreta determinazione.  Un libro che, però, racconta anche la difficoltà a cui va incontro una coppia gay nel momento in cui decide di non arrendersi di fronte alle deficienze del nostro legislatore perché, nonostante tutto, una coppia gay, in Italia, resta pur sempre una coppia "differente" dalle altre: una coppia vista come inadatta ad amare, crescere ed educare i propri figli. 

La vicenda di Andrea e Gianni è una vicenda esemplare anche per la naturalezza con cui viene raccontata la scelta di ricorrere alla gpa, finalmente descritta senza quell'alone di "dramma" o "violenza" con cui troppo spesso è presente nell'immaginario collettivo. È quanto anche scrive nella prefazione l’attrice Lella Costa, che conosce Andrea da quando era ragazzino: «La maternità surrogata, o gestazione per altri (spero che l’orribile e dolosa espressione “utero in affitto” sia stata bandita per sempre) è un tema molto serio, molto delicato e anche molto divisivo.

Persone sicuramente intelligenti, preparate, e soprattutto non sospettabili di non avere a cuore il tema dei diritti civili, negli ultimi tempi hanno assunto rispetto a questo argomento posizioni molto critiche, addirittura intransigenti. Da più parti si è sottolineato il rischio di un’ennesima forma di sfruttamento del corpo delle donne, soprattutto di quelle economicamente più fragili. Per non dire di tutte quelle persone, associazioni e schieramenti che semplicemente si rifiutano di riconoscere qualunque legittimità non solo alla gestazione per altri, ma anche a tutte le forme di relazione che si discostino dal concetto di  famiglia, anzi di Famiglia, di cui sembrano rivendicare il copyright: un padre (maschio), una madre (femmina) e la prole da costoro generata. Chiuso l’argomento.

Da tempo ormai, ogni volta che mi è capitato e mi capita di affrontare questi temi, specie con interlocutori impermeabili a qualunque confronto, me la cavo con una citazione disneyana, per l’esattezza da Lilo e Stitch: “Famiglia vuol dire che mai nessuno viene dimenticato o abbandonato”. Se qualcuno conosce una definizione migliore, per favore, me la comunichi. E credo di avere capito almeno una cosa: al di là delle riflessioni e posizioni teoriche, a volte in buona fede e rispettabili, quello che conta, e che fa la differenza, sono le persone, e le loro storie. Che − con buona pace degli integralisti − sono storie d’amore, di dedizione, di difficoltà, di desideri, di progetti di vita».

Ma in fondo, come giustamente sottolinea l'autore Andrea Simone, giornalista e blogger al suo esordio letterario, quella raccontata in Due uomini e una culla è soprattutto la storia di Anna, il regalo più grande che i due papà abbiano mai ricevuto dalla vita, un miracolo di gioia e serenità che si rinnova giorno dopo giorno e che è giusto condividere con il prossimo per scardinare luoghi comuni, paure e pregiudizi sulla vita e la felicità delle famiglie omogenitoriali.  

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Dal saluto romano a mo’ di scherno verso i banchi dei senatori M5s a ai gesti sessisti contro la collega pentastrale Barbara Lezzi. Dalla citazione in Aula di alcuni versi grossier dell’Ifigonia in Culide – ascritti poi incredibilmente a Euripide – alle recenti dichiarazioni sugli stupri delle donne. Insomma il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna non è nuovo a gesti e dichiarazioni più consone a una bettola di S. Maria a Vico che a uno scranno di Palazzo Madama.

Questa mattina è stata la volta delle persone gay. Nel parlare del suo rapporto con loro, D’Anna ai microfoni di Radio Cusano Campus – la stessa che ieri ha raccolto le dichiarazioni omofobe della candidata trans Roberta Mezzasalma alle Regionali siciliane – ha affermato: «La natura non la piega nessuno. Non si può omologare la diversità biologica per decreto o per legge. Siamo stati creati per crescere e moltiplicarci, conservare la specie. Non c'è decreto, massificazione e mentalità che tenga. Questa è tutta gente che vota a sinistra e che confonde l'uguaglianza con la giustizia. Pensano che fare uguali gli uomini sia una cosa giusta».

Poi la sorprendente dichiarazione sull’essere contattato da tanti giovani gay: «Io vengo contattato da molti ragazzi, mi spiace dirlo, ragazzi che hanno questo tipo di problema. Vivono una doppia vita perché hanno una ragazza e hanno rapporti naturali con la ragazza e poi nella vergogna e nell'imbarazzo hanno pulsioni omosessuali. In me vedono una figura paterna. Io ci parlo con questi giovani. Non sono omofobo. Rispetto questi drammi. Sono convinto che questa gente debba poter vivere tranquillamente la propria vita e la propria sessualità. Mi invitano a uscire, a vederci. Non ho mai accettato l'invito a vederci ma sono sempre molto aperto al dialogo».

Insomma, il senatore D’Anna non si ritiene omofobo – pur parlando di natura, problema, diversità biologica - tanto più che è molto gettonato presso i giovani gay. Anche perché lui con loro non esce ma parla.

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A distanza di circa un mese dall’uscita del videoclip Too smart to fall in love di Johnny Di Sciascio abbiamo raggiunto il giovane performer italoamericano per porgergli qualche domanda.

Ciao, Johnny. Presentati brevemente al pubblico italiano.

Sono Johnny Di Sciascio e sono probabilmente il più divertente stronzo del pianeta... Ti  ringrazio per aver dedicato un po’ del tuo tempo ad ascoltare un ragazzo americano sciocco come me.

Sono originario del New Jersey e risiedo a New York City: è stato qui che ho capito quanto il New Jersey mi abbia ispirato. Negli anni ho avuto molte esperienze lavorative ma in qualche modo l’arte e lo spettacolo sono ricorse più frequentemente, specialmente la musica e la commedia. Queste due forme d’arte sono state per me molto “curative”. Adesso mi puoi incontrare un giorno a servire drink in un gay bar, l’altro a cantare e fare lo sciocco sui social.

Il fatto di essere un italoamericano ha influito sulle tue scelte artistiche? Ti ha aiutato o ostacolato?

Naturalmente può solo avermi aiutato. Tutti vogliono essere italiani, no? L'Italia ha dato al mondo alcune delle persone più belle, intelligenti e innegabilmente importanti della storia umana. Attribuisco la maggior parte, se non tutta, della mia creatività e della consapevolezza emotiva alla mia cultura italiana. La mia famiglia è tutto per me e la mia cultura italiana mi ha insegnato ad amare i miei familiari. Non importa se approvano o meno quello che faccio. Ho imparato già da  molto giovane ad accettarli e ad amarli senza condizioni, perché è questo che fa una famiglia. E penso che sia probabilmente la lezione più bella che ho imparato grazie alla mia cultura italiana.

Quando e perché ti sei avvicinato alla musica e al mondo del gay show business?

Questa è una bella domanda. Il quando è la parte più facile. Credo che, non appena abbia iniziato a parlare, ballare o cantare, ho voluto continuare a farlo. È meraviglioso poter esprimere e condividere una sensazione o una storia con altre persone attraverso queste forme d’arte. Penso sia innata in tutto il pianeta. Quindi al riguardo, dovrei dire sinceramente: da sempre.

Ora il perché: è molto più importante e richiede un pensiero più profondo. Penso che, come artista e come essere umano, ogni tanto devi fermarti e chiederti perché stai effettivamente facendo quello che stai facendo. Per me, se quello che sto facendo non sta aiutando un'altra persona in qualche modo, non vale davvero la pena farlo.

Amo la musica da sempre ma ho anche molti altri interessi e molti modi di esprimere le mie storie e la mia arte che, nel mio piccolo, possono essere utili alle persone. La creazione è veramente significativa per la vita. Creando e condividendo ispiriamo più creazione e così incrementiamo la bella forza dell'esistenza. Penso che la musica sia probabilmente il modo più universale per farlo. Non conosco nessuno che non ami la musica. Penso che, per non amare la musica, bisognerebbe essere senza anima.

Per quanto riguarda la scrittura di canzoni a tematica Lgbti, molte persone sagge mi hanno detto, nel corso degli anni, di "scrivere quello che sai" e, pur essendo gay, non è l'unica cosa che so: è sicuramente una parte enorme di chi sono. Comunque sono sempre ispirato dalle mie esperienze personali e sono felice di raggiungere le persone che hanno fatto le mie stesse lotte e che condividono i miei stessi pensieri, per ricordare loro che non sono soli.

Ascoltando Too smart to fall in love è evidente il riferimento al mondo delle App per incontri: cosa pensi al riguardo?

Penso che sia lo specchio del nostro stato attuale di coscienza e di potere comunicativo sia come società sia come umanità. Penso che la quantità di informazioni che abbiamo attualmente a disposizione sia diversa da qualsiasi altra cosa che il mondo abbia potuto vedere in passato. È una specie di arma doppio taglio. Abbiamo la possibilità di “conoscere” tante persone in un tempo molto breve fino a farne una sorta di overdose. In questo modo diventiamo, facilmente e purtroppo, individui usa e getta e così perdiamo il nostro valore di essere umani.

Quando ti nascondi dietro uno schermo, è molto più facile essere cattivi e non sentirsi male per questo. Penso che tutto ciò abbia intossicato la nostra società, soprattutto quella più giovane. Abbiamo paura di amare perché farlo virtualmente non ha complicazioni ma tutto questo sta crescendo in maniera esponenziale, non solo con le App rivolte alle persone gay, ma con tutto l’universo dei social.

Pensi di fare qualche tappa in Italia con qualche spettacolo o per presentare la tua musica?

Assolutamente, sì. Se gli italiani saranno abbastanza interessati alla mia musica, lo farò in un batter d’occhio. Onestamente lo spero, anche perché se non ci fosse l’Italia io non esisterei. Come ho già detto, sono quello che sono grazie alla mia italianità (Johnny è un americano di prima generazione, ndr).

Grazie ancora per l’attenzione che mi hai dedicato ed esprimo a tutti coloro che leggeranno questa intervista tutto il mio amore da “brutto peloso”!

Haha! Tantissimi baci!

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Da qualche mese Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista tradotto in varie lingue e vincitore di diversi prestigiosi riconoscimenti letterari - tra cui il Premio Viareggio per l’opera poetica Jucci (2014) - ha pubblicato per l’editore Manni Personae, suo esordio nella scrittura per il teatro.

Personae, dramma in cinque atti e un prologo, è un’opera unica nel suo genere dacché, essendo scritto in versi, pur conservando una sua peculiare tensione drammatica e narrativa, può essere letto anche come l’ultimo libro di poesie di uno dei più importanti poeti dei nostri tempi.

La storia si svolge nello spazio lirico e immaginario di una casuale sospensione della morte: infatti i quattro personaggi, rimasti uccisi in un attentato terroristico che sembra evocare la recente esperienza del Bataclan, tornano inaspettatamente in vita grazie al lapsus di un cronista televisivo. I pochi secondi, che separano il lapsus dalla conseguente rettifica, diventano lo spazio, dilatato e irreale, in cui si incontrano e si confrontano quattro diversi modelli esistenziali. Quattro prototipi d’umanità, ciascuno con le proprie credenze, le proprie scelte, i propri modelli culturali e il proprio modo di vivere l’amore e il desiderio, la vita di coppia e la genitorialità.

Franco, con Personae ti sei cimentato per la prima volta nella scrittura per il teatro. Come hai vissuto quest’esperienza?

In realtà ho frequentato molto il teatro nella mia vita: ho tradotto molto teatro, ho seguito i corsi di Orazio Costa Giovangigli e ho perfino recitato quando vivevo in Inghilterra.

Questa di Personae però è la prima opera che scrivo per il teatro anche se in versi. La voglia di scrivere per il teatro è nata anche dal fatto che ero arrivato a uno stadio di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Certo, qualcuno potrebbe pensare che scrivendo per il teatro io abbia solo moltiplicato il mio io lirico, calandolo all’interno di ciascun personaggio. Il pericolo c’era ma credo di averlo eluso, dando vita a quattro personaggi molto diversi tra loro, che ritengo importanti perché riportano punti di vista estremamente differenti. Però si tratta anche di un libro di poesia ed è fruibile anche come tale.

Lo spazio in cui è ambientata la storia è molto particolare…

Sì, perché si tratta di uno spazio sospeso che traduce perfettamente il senso di disagio. I personaggi di Personae sono prigionieri di un luogo fisico e di loro stessi perché sono personaggi del nostro tempo.  E sono anche dei ritornanti. Perché sono intrappolati nello spazio, in realtà brevissimo, che intercorre tra il lapsus di un giornalista televisivo che ne annuncia la morte “non grave”, mentre racconta il tragico attentato in cui sono rimasti coinvolti, e la successiva e tempestiva rettifica. Ecco perché i personaggi di Personae sono dei già morti che si comportano per l’ultima volta da vivi.

Ci illustri i personaggi di “Personae”?

Dunque. C’è una coppia gay formata da Narzis, professore di filosofia alsaziano, e suo marito Endy, un tecnico informatico ed ex operaio. La coppia ha due figli avuti con gpa. I nomi sono emblematici, perché Narzis richiama il romanzo di Hesse Narciso e Boccadoro e Narciso/Narzis ha in sé il narcos cioè la capacità di fare propri gli altri, ricorrendo alla virtù dialettica. Endy, invece, evoca con il suo nome il mito di Endimione, fonte di miele, legato a Saffo e anche a Keats.

Poi c’è Inigo, prete lefebvriano, che vive in una confraternita dedicata a Venner, l’uomo che si suicidò a Parigi il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay. Ovviamente Inigo rimanda alla figura di Ignazio da Loyola, il religioso che fondò la Compagnia di Gesù. Infine c’è Veronika, biologa di origini ucraine, il cui nome rimanda al velo della Veronica, cioè alla vera icona del Cristo ma anche a Berenice, nome greco della forma latinizzata Veronica, che vuol dire “portatrice di vittoria”.  

La coppia gay, formata da Narzis ed Endy, è certamente il nucleo positivo della vicenda ed è comunque attraversata da un interessante contraddittorio. Il prete lefebvriano è un personaggio che vive in un clima di condanna costante, un tipo di ambiente che ho conosciuto bene. Veronika è un personaggio ferito nell’amore e nell’orgoglio che rivede in Endy i tratti e le caratteristiche del suo “sposo mancato”.

Nel complesso direi che è anche un libro sulla morte perché la morte ha uno spazio importante all’interno del testo.

Come mai hai scelto come protagonisti una coppia gay che ha avuto dei figli con la gpa?

Perché la gpa è un nervo scoperto all’interno della comunità Lgbti e non solo. È un tema altamente divisivo che è piombato addosso alla comunità Lgbti quando si è discusso della stepchild adoption. Narzis ed Endy hanno fatto ricorso alla gpa in Canada e il Canada non è certo un Paese incivile. Credo che la gpa sia una pratica che andrebbe gestita con intelligenza, anche perché si tratta di una pratica transitoria. Sono infatti certo che presto si arriverà alla gestazione extrauterina per le donne che non vogliono partorire con dolore. Inoltre trovo detestabile che la gpa sia definita “utero in affitto” perché non ho mai sentito nessuno chiamare le balie, che pure hanno cresciuto e allevato tanti fanciulli,  “mammelle in affitto”.

Il fronte contrario alla gpa è spesso costituito da donne che hanno delle posizioni antimaschili e non mi piace il dogma dell’odio verso il maschio che hanno le femministe più estreme.

Il personaggio di Veronika sembra molto affascinato da Endy, che è gay...

Sì, perché Veronika, quando era in Ucraina, ha vissuto l’umiliazione della scoperta dell’omosessualità di Kosta, il suo amato. Infatti lei definisce gli omosessuali “uomini monchi” perché nutre astio verso chi l’ha fatta soffrire. Kosta, probabilmente, stava con Veronika per darsi una copertura in un Paese, l’Ucraina, certamente poco gay friendly. Veronika da un lato comprende Kosta, dall’altro non riesce a perdonarlo perché non ha superato il dolore. E guarda Endy con la medesima ambivalenza, perché Endy le evoca l’amore per Kosta.

Veronika sa che una donna può godere con un omosessuale che sappia compiacerla, perché un omosessuale può essere caldo e sensuale a letto e affettuoso compagno nella vita, mentre un eterosessuale probabilmente la userebbe solo come oggetto di sesso e voluttà.

Ti piacerebbe vedere il tuo testo anche in scena?

Certamente, mi piacerebbe moltissimo! Il libro sta circolando ma i problemi della messinscena sono sempre di tipo economico per la produzione. Comunque, se fossi il regista, nel metterlo in scena toglierei le parti più poetiche e lascerei quelle più spiccatamente “teatrali”.

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Classe 1968, il barcellonese Carles Rodriguez Reverter dirige da vent’anni lo storico sex-shop Zeus, la cui apertura nel barri di El Raval risale al 1983. Carles, che è intervenuto più volte su questioni afferenti alla sessualità delle persone Lgbti rilasciando interviste a media locali e a un magazine gay svedese, ha avuto in passato un ruolo di primo piano nell’ambito della collettività omosessuale catalana.

«Oggi ci sono molte associazioni Lgbti – così ha dichiarato ai nostri microfoni – che soddisfano alle esigenze dei suoi vari componenti. Ma durante gli anni '80 e '90 del secolo scorso abbiamo lavorato duramente per realizzare la prima “mappa gay” di Barcellona e collaborare con le poche realtà Lgbti esistenti. Collaborazione finalizzata a promuovere campagne in difesa della collettività e favorire l'accettazione sociale delle persone Hiv positive in particolare nel quartiere di Raval, che era all’epoca il più povero della città».

A lui abbiamo rivolto alcune domande sull’attentato della Rambla – a pochi passi da El Raval –  che nel pomeriggio di giovedì 17 agosto ha fatto 14 vittime e 120 feriti.

Carles, come hai vissuto quelle ore drammatiche?

Quando si è verificato l'attentato intorno alle 17:00, ero a casa mia che è a meno di 500 metri dal luogo della strage. All’inizio non riuscivo a  capacitarmi dell’accaduto. Poi sono subentrati indignazione e dolore.

Come ha reagito la collettività Lgbti?

Come hanno reagito tutte le altre persone. Non posso però non ricordare la manifestazione fascista e anti-islamica, che si è tenuta nella giornata d’ieri. Protetti da cordoni di polizia, i partecipanti sono stati alla fine ricacciati da numerosi contromanifestanti con le nostre bandiere raimbow e altre. Si sono uniti a noi anche tantissimi passanti.

Quest’anno si sta celebrando il decennale del Barcelona Circuit Festival che, iniziato il 5 agosto, terminerà domani. La sera di giovedì 17, per rispetto alle vittime dell’attentato, è stato sospeso il party al Razzmatazz mentre ieri il programma è ripreso come di consueto. È un segnale importante: non credi?

Assolutamente, sì. Sono d’accordo con il gruppo organizzatore Matinée. Non dobbiamo permettere a nessuno di farci intimorire né manipolare. Ieri mattina ne abbiamo dato prova insieme coi tantissimi barcellonesi e turisti in Plaça de Catalunya gridando nella nostra lingua: No tinc por (Non ho paura). E poi con lo stesso stato d’animo abbiamo invaso la Rambla. Solo così si potrà veramente enervare il terrorismo e ridurne la portata.

Jorge Moruno, sociologo e componente di Podemos, ha twittato: Alcuni utilizzano il dolore per rinfocolare la xenofobia, altri per attaccare l'indipendentismo e altri per mescolarlo con la turismofobia. Che ne pensi?

Sottoscrivo ogni parola. In primo luogo la strage della Rambla sta alimentando la mai sopita ondata xenofoba e, in particolare, islamofoba. In generale tutti i fascisti sono contro i musulmani. C’è poi da dire che non pochi giornali ed emittenti tv madrilene stanno parlando in queste ore dell’attentato anche con riferimenti negativi alle posizioni indipendentiste catalane. Che poi tutto questo si concreti in forme di turismofobia è inevitabile. Ma, come ho detto, non ci lasceremo sopraffare. Perché l’amore e il coraggio vincono sempre su l’odio e la paura.

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Un’estate rovente quella del 2017 e non solo per le temperarature canicolari. Mai come quest’anno, infatti, si stanno registrando episodi d’omotransfobia in località turistiche. E così, dopo l’allontanamento di Massimina e Sandra, due donne transgender, da una trattoria del litorale di di Latina, l’ultimo caso si è verificato nella giornata di ferragosto.

Questa volta però in una delle maggiori mete gay-friendly italiane quale Gallipoli e, addirittura, in un punto centrale della movida rainbow estiva della città salentina: il G Beach. Una struttura balneare situata in quell'incantevole Parco naturale di Punta della Suina in cui, non a caso, Ferzan Ozpetek ha ambientato l'unica scena di mare di Mine Vaganti

A riportare l’accaduto Daniele Sorrentino, amministratore della pagina fb In piazza per il family gay, che ha raccolto la testimonianza di Ivan Valcerca. Il docente romano era ieri presso il noto stabilimento con amici, una coppia dei quali (Luca e Marco) si stava baciando quando un cameriere si è avvicinato invitando gentilmente a evitare effusioni in pubblico. Alla richiesta di spiegazioni sono giunte le scuse del proprietario, porte con una bottiglia di spumante e una motivazione a dir poco singolare. Il calo progressivo, cioè, di clienti facoltosi per la segnalazione del G Beach sulle guide rivolte a persone Lgbti

Ma in realtà lo stabilimento gallipolitano avrebbe da tempo imboccato un percorso di "riconversione" come raccontato da Alex Mari sempre sulla pagina In piazza per il family gay. 

«Sono stato a Gallipoli - così Alex - il mese scorso e ho alloggiato in un B&B gay-friendly. La proprietaria mi ha raccontato che hanno proposto a molte strutture balneari e della movida di fare convenzioni per i clienti del B&B. Il G Beach ha inizialmente accettato inviando subito il listino delle convenzioni. Dopo una mezz'ora la chiama il proprietario dicendo che avevano visto sul sito del B&B che era dichiaratamente gay-friendly e quindi non avrebbero fatto la convenzione perché non si vogliono legare ad alcun tipo di categoria specifica. Lei sconvolta. I fatti sono questi: lo stabilimento fino a tre anni fa si chiamava Makò Beach ed era uno stabilimento gay, con le bandiere rainbow, il personale gay e la clientela gay.

Poi hanno venduto a questo signore di Milano che si chiama "Gabon", uno storico organizzatore di grandi eventi dance degli anni '90 e negli ultimi anni gestore di alcuni luoghi vip/chic della movida milanese. Gabon ha scelto di "rilanciare" un posto già lanciato per trasformarlo in un ambiente chic, elegante, esclusivo, per clienti benestanti. Una cosa molto figa, ma sicuramente lontana dal concetto di "spiaggia gay". Quindi prezzi più alti della media, bianco come colore dominante, dipendenti quasi tutte donne giovani bellissime zinnone che sembra un set di baywatch.. La g di G Beach non sta per "Gay Beach" ma significa "Gabon Beach". Ovviamente non può dire apertamente che i gay non ce li vuole, finirebbe nella bufera. Ma daje oggi, daje domani, sono tre anni che gli omosessuali vengono umiliati in ogni modo in quel posto ma continuano ad andarci in virtù dei tempi che furono quando era gestito da un imprenditore che aveva scelto il turismo Lgbti». 

Ivan Valcerca, intanto, ha già denunciato l'accaduto al governatore della Puglia Michele Emiliano, della cui corrente dem è anche componente. La vicenda, in ogni caso, assume un particolare rilievo a pochi giorni dal Salento Pride, che si terrà sabato 19 agosto proprio a Gallipoli.

 

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Ogni anno, dal 2008 a oggi, vengono realizzati circa 700 film a tematica Lgbti in Europa e Sud America. Pellicole che, fortunatamente, non hanno soltanto finali tragici e devastanti, come accade nella maggior parte di quelli realizzati e distribuiti nel nostro Paese. Ma per riuscire a vederli è spesso necessario frequentare rassegne di film tematici, interessanti e underground, come quella ospitata dal centro sociale Acrobax di Roma.

Ed è proprio la rassegna di cinema gay dell'Acrobax ad aver programmato una deliziosa commedia leggera, Famille verpflichtet (in italiano potrebbe essere trdotto in Obblighi di famiglia) che ha partecipato, tra l'altro al Festival Lgbt di Rochester. Questo film, diretto da Hanno Olderdissen nel 2015, è una commedia sui conflitti culturali, familiari, generazionali, religiosi e culturali, in una prospettiva divertente e allo stesso tempo profonda.

David e Khaled, i due protagonisti della storia, sono una coppia di omosessuali arabo-ebraica di Hannover che deve imparare a imporsi sulle aspettative dei genitori: vorrebbero sposarsi e vivere una vita libera e autodeterminata ma sono stretti nella morsa tradizionalista delle loro famiglie. Se c'è una dimensione socialmente universale, che coinvolge tutti allo stesso modo, è la famiglia – in tutte le sue declinazioni – e i valori a essa associati, come il riconoscimento, il rispetto, la tolleranza e l'amore.

“Nessuno è perfetto” ci verrebbe da dire con il grande Billy Wilder osservando il comportamento delle famiglie dei due protagonisti: da un lato quella di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell'omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall'altro la famiglia di David con una madre molto presente e ossessiva che non è affatto omofoba ma è piena di pregiudizi nei confronti dei musulmaniSvolta narrativa della storia è una nottata di bagordi in cui David, sotto i fumi dell'alcol e delle droghe, ha un rapporto sessuale con una donna molto giovane e concepisce un bambino. Bambino che diventerà il figlio di Khaled e David.

Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti. Se è vero che il film risente talora di una certa mancanza di messa a fuoco per le numerose scene che si intrecciano nella sceneggiatura, l’accennata mancanza di realismo è però abbondantemente compensata da uno script semplice ed efficace. Script che regala momenti di divertimento assoluto anche laddove si potrebbe sfiorare il dramma, grazie alla direzione equilibrata degli attori, tutti assolutamente credibili e in parte.

La battuta sovrana del film la dice la sorella di Khaled a proposito del modo in cui questi dovrà fare coming out con il padre: «La buona notizia: diventerò papà. La cattiva: io sono la mamma».  

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Si sussegguono le notizie che la stampa riporta relativamente alla morte di Vincenzo RuggieroProprio in seguito all’intervista pubblicata da Gaynews, in cui l’escort napoletano Francesco Mangiacapra racconta particolari relativi all’omicida, siamo stati contattati da un ragazzo che, preferendo restare anonimo per chiare e comprensibili ragioni di privacy, ha voluto raccontarci altri particolari dell’assassino Guarente.

Ne raccogliamo a telefono il racconto e nella sua voce leggiamo tutto lo sconvolgimento interiore di chi è sgomento per la morte del 25enne di Parete.

Tu conosci bene Ciro Guarente, l’assassino di Vincenzo Ruggiero?

Sì, lo conosco benissimo. Siamo amici da tanti anni e non riesco a credere che abbia potuto fare una cosa del genere: sono sconvolto.

Tu sei al corrente dei rapporti tra la vittima e Ciro? Ce li puoi descivere?

Certo che ne sono al corrente. Tutti ne siamo al corrente tra le persone legate a Ciro. Ciro nutriva un rancore morboso nei confronti di Vincenzo. Ciro era rancoroso perché – secondo lui - Heven dedicava più attenzioni a Vincenzo che a lui. Un paio di anni fa Ciro già aveva aggredito violentemente Vincenzo perché l’aveva trovato a casa di Heven. Insomma, posso dire che sono almeno due anni che Ciro cova questo risentimento assurdo verso Vincenzo ma nessuno avrebbe mai creduto che potesse arrivare a tanto.

Ciro era gelosissimo di Heven. Perfino nei miei riguardi fu aggressivo perché una volta Heven mi volle vedere da solo per confidarmi dei segreti. Una cosa normale tra amici e io sono amico anche di Heven. Ciro si arrabbiò anche con me.

Ma quali erano i rapporti tra Heven e Vincenzo?

Erano grandi amici. Un rapporto d’amicizia solidissimo. Forse Heven all’inizio era anche infatuata di Vincenzo ma tra loro non c’è mai stato nulla. Era davvero una relazione di profondissima e sincera amicizia.

Quali erano, invece, i rapporti tra Ciro e Heven?

Heven mi ha confidato che spesso Ciro era violento anche con lei. Mi ricordo che mi ha detto che Ciro le ha tenuto la testa sotto l’acqua fino a farla svenire, che l’ha minacciata con un coltello, che la picchiava e che l’ha perfino chiusa in un armadio. Ciro non sopportava la presenza di Vincenzo anche se, devo dire, che la relazione tra Ciro e Heven è una relazione “in crisi” da sempre.

Nei giorni in cui si è diffusa la notizia della sparizione di Vincenzo quali sono state le reazioni di Ciro?

Ciro negli ultimi tempi sembrava stravolto, sinceramente.  Sulla sparizione di Vincenzo percepivo che preferiva non soffermarsi troppo. Una volta a un amico che gli chiedeva cosa ne pensasse, Ciro rispose in malo modo che non dovevamo rompere le scatole e che Vincenzo se ne era andato via con qualche uomo pieno di soldi.

Vincenzo aveva sentore di quest’odio nutrito dal Guarente?

Credo di sì. Molti amici gli stavano consigliando di andare via da casa di Heven. Certo nessuno pensava che Ciro arrivasse a compiere un omicidio e in un modo cosi efferato. Ma avevamo paura che in uno scatto d’ira Ciro potesse comunque far male a Vincenzo. Già in passato lo aveva schiaffeggiato e gli aveva dato anche un pugno.

Che reazione hai avuto alla notizia che l’assassino di Vincenzo è il tuo amico Ciro?

Mi sono sentito ferito due volte. La prima perché quello che ha fatto a Vincenzo è assurdo e atroce. La seconda perché questo Ciro non è quello che credevo di conoscere e di cui ero amico. Il Ciro che conoscevo io era un ragazzo disponibile e solare. Aveva tanta voglia di vivere e divertirsi. Non avrei mai creduto che arrivasse a fare certe cose. Ricordo che, tempo fa, andammo tutti e tre, io, Ciro e Vincenzo, a fare delle compere insieme. Non mi sarei mai aspettato un epilogo del genere.

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L'omicidio di Vincenzo Ruggiero, oltre ad aver gettato l'intera comunità in uno stato di prostrazione evidente, ha anche sollevato alcune criticità mediatiche, lasciando tutte e tutti con un grande desiderio di chiarezza e verità. Ecco perché Gaynews ha pensato di chiedere una riflessione sul drammatico caso a uno dei più amati autori italiani di romanzi noir: Maurizio De Giovanni.

Incontriamo lo scrittore all'imbarco dell'aliscafo per Sorrento, dove presenterà il suo nuovo romanzo Rondini d'Inverno. Sipario per il commissario Ricciardi (Einaudi, Torino 2017).

Maurizio, cosa ne pensi del modo in cui molti giornali hanno titolato il tragico omicidio di Vincenzo?

Sia nei titoli dei giornali sia nei commenti dei giornalisti televisivi ho colto un'esasperata intenzione di mettere in evidenza l'orientamento sessuale delle persone coinvolte nell'assassinio. Come se esistesse una natura "gay" del crimine che era stato compiuto. Come se l'orientamento sessuale e affettivo delle persone coinvolte spiegasse il perché di un crimine così atroce. Questo accade perché spesso i giornalisti sembrano essere mossi da una sorta di voyeurismo morboso e scrivono titoli inaccettabili. La fine di Vincenzo mi sembra essersi consumata in un quadro che è probabilmente proprio del crimine passionale, almeno stando alle notizie che sono adesso in nostro possesso. E si è trattato di un delitto efferato. L'orientamento sessuale non c'entra nulla.

Il direttore de Il Mattino Alessandro Barbano, in un editoriale pubblicato ieri in risposta alla lettera aperta della redazione di Gaynews, sostiene che gli stereotipi "scorretti" diffusi da certi titoli sono la ricaduta degli eccessi della comunità Lgbti, quando rivendica diritti in maniera "vistosa" come, ad esempio, durante il Pride. Cosa ne pensi?

Non c'è alcuna relazione tra i titoli voyeuristici e l'aperta rivendicazione di diritti delle persone Lgbti. Titoli come quelli che si sono letti in questi giorni hanno lo scopo di attrarre l'attenzione morbosa del lettore e basta. Non c'è alcuna relazione con la visibilità delle persone gay.

Tornando al delitto di Vincenzo Ruggiero, secondo te si tratta di un delitto passionale o, vista la modalità con cui è stato ucciso, pensi possa trattarsi d'altro?

Al momento gli inquirenti ci dicono che è un omicidio passionale e non abbiamo altri elementi per pensare ad altre motivazioni. Il fatto che il cadavere sia stato sezionato, sciolto nell'acido e murato con il cemento, rimanda a modalità camorristiche ma la modalità è una cosa e il movente è un altro. Se il soggetto criminale ha assunto modalità camorristiche nel modo in cui ha ridotto il corpo del povero 25enne di Parete, ciò non toglie che possa aver agito per motivi passionali. Gli omicidi passionali non sono sempre frutto di raptus, sono anche costruiti e premeditati come questo compiuto da Ciro Guarente. 

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Francesco Mangiacapra non necessita di presentazioni. Il giovane napoletano di buona famiglia, che si è lasciato alle spalle toga e tribunali per intraprendere la libera professione di escort, si è raccontato in una sorta di memoriale autobiografico che, scritto in collaborazione col regista Mario Gelardi e intitolato Il numero uno. Confessioni di un marchettaro, è divenuto un caso nazionale.

Avendo conosciuto Vincenzo Ruggiero e il suo assassino, Gaynews ha deciso di raccogliere in merito il suo parere.

Francesco, tu hai conosciuto Ciro Guarente. Quando lo incontrasti la prima volta che impressione ne avesti?

Ero venuto in contatto con Guarente già molti anni fa ma volutamente - e fortunatamente – lo avevo sempre tenuto a distanza: aveva dei modi di fare volgari e violenti. Ad esempio, parcheggiava sempre la sua decappottabile in divieto di sosta e si vantava ripetutamente di aver avuto in passato una relazione con la figlia di un camorrista. Quando ho appreso che l'assassino fosse lui, non me ne sono affatto meravigliato. Una tragedia che già aveva avuto qualche avvisaglia quando, tempo addietro, lo stesso Ciro aveva schiaffeggiato Vincenzo pubblicamente. 

Evitarlo mi divenne più difficile quando, circa tre anni fa, iniziai a notare delle sue inserzioni dove si proponeva come escort sugli stessi siti dove anche io da tempo già mi proponevo. Me ne sorpresi – non certamente per la sua scelta di vendersi –, piuttosto per il fatto che lui stesso, pochi anni prima, aveva discriminato e criticato il fatto che io, pur laureato in giurisprudenza, preferissi prostituirmi. Fu curioso notare come proprio lui che per questo mi aveva vilipeso, avesse iniziato a prostituirsi in coppia con un ragazzo che aveva da poco iniziato il suo percorso di transizione e che io avevo conosciuto prima di ciò. Una persona dolce: quella che oggi conosciamo come la bellissima Heven Grimaldi. Negli annunci lui si faceva chiamare Lino, lei Eva Petrova. Nel corso degli anni notai anche delle inserzioni separate dei due: non saprei dire se Ciro abbia indotto o favoreggiato la sua compagna a prostituirsi prima che rinascesse come Heven. Certamente gli oltre dieci anni di differenza avranno avuto un peso nell'impostazione del rapporto e nella fiducia reciproca. 

Come valuti il fatto che proprio chi ti aveva criticato avesse poi deciso di fare l'escort?

Si tratta di quell'ipocrisia legata al moralismo  di chi, essendo mentalmente poco strutturato, stigmatizza la prostituzione soltanto per assecondare quello stesso sentire comune di cui poi ogni minoranza diventa vittima. E i titoli dei giornali in questi giorni ci fanno riflettere proprio su quanto possano essere pregiudizievoli talune etichette. Parlo di ipocrisia perché, come ho affermato anche nel mio libro, molte sono le persone che, segretamente perseguono e ambiscono ciò che pubblicamente tanto vilipendono. Ciro resta per me un esempio emblematico.

Quando anche lui iniziò a prostituirsi, mi cercò con l'intento di reclutarmi perché un suo cliente avrebbe voluto organizzare un'orgia con più ragazzi a pagamento. Ma mi rifiutai, non volendo avere nulla a che fare con lui e con le persone che orbitavano intorno al suo mondo. Per mia fortuna abbiamo sempre avuto un target di clientela totalmente diversa: le persone che cercavano la mia compagnia non avrebbero avuto interesse in una persona di quel livello. Anzi mi ha meravigliato leggere commenti sui social di suoi ex-amici che hanno la leggerezza di affermare che lo avevano conosciuto come "persona di sani principi": addirittura qualcuno ha trovato il coraggio di giustificare il suo gesto come preterintenzionale.

Sui social si sta puntando molto sul fatto che Guarente facesse l'escort. Ciò ha suscitato una reazione perbenistica nel giudicare il fenomeno della prostituzione. Qual è il tuo parere?

Il fatto che lui si prostituisse, è ovviamente ininfluente ai fini della ricostruzione del suo identikit di omicida. Nonostante ciò anche molte persone della comunità Lgbti hanno voluto vedere nella sua scelta di vendere il corpo un comprova di degenerazione: questo è fuorviante perché così non solo si rischia di accomunare a un delinquente chi invece fa del proprio corpo e della propria vita una scelta libera e autodeterminata, ma soprattutto è deleterio perché distrugge anni di battaglie fatte anche dalla stessa comunità Lgbti a sostegno di quella emancipazione sessuale che è alla base di qualunque libertà.

Diverso, e più giusto, invece, fare emergere il fatto che Guarente si prostituisse come tassello utile alla ricostruzione del suo movente, soprattutto per chi non ha conosciuto questa persona: se la circostanza di prostituirsi è irrilevante ai fini della dignità personale e dello spessore morale e umano,può tuttavia risultare un cogente fattore di valutazione delle circostanze e della ricostruzione dei fatti quando si parla di un delitto avvenuto per gelosia. Un’occasione, dunque, per poterci interrogare su quanto e come una persona con una vita sessuale promiscua possa vivere la gelosia in coppia, a maggior ragione se uno o entrambi i partner si prostituiscono. E un modo per riflettere su come la gelosia in alcuni casi, più che temperamentale, sia un alibi per conservare quell'atteggiamento da bullo che porta alcune persone a rovinare sé stesse e chi le circonda in un vortice dove amore e morbosità si confondono: ricordo un suo video emblematico girato a Capodanno in cui accoglieva il nuovo anno sparando dei colpi di pistola. Questo mi sembra molto più significativo del fatto che si prostituisse.

Credi anche tu che Ciro abbia avuto dei complici come anche i quotidiani importanti stanno evidenziando? 

La mia idea è che ci sia molto di più dell'impeto passionale di un amante geloso del migliore amico della propria compagna. Quello che immagino è piuttosto la frustrazione e l'ossessività di un uomo che si stava rendendo conto come la crisalide che aveva conosciuto – grazie all'incontro con una persona come Vincenzo e a una ritrovata consapevolezza delle proprie sembianze fisiche – stesse scoprendo forti stimoli aspirativi ad accompagnarsi a qualcuno di più civile e stava per volare via in libertà come una farfalla. Ma non mi convince che sia così semplice commettere da solo tante efferatezze con modalità così simili a quelle della criminalità organizzata. Di certo, scavare nel passato d’una persona capace di arrivare a compiere gesta così disumane è difficile anche per gli inquirenti.

E a ciò non contribuisce l'omertà di chi sa e non parla, di chi anche con poco, potrebbe fornire un tassello utile alla ricostruzione di questo puzzle dell’orrore che ha reso vittima non soltanto un giovane ragazzo che non ha potuto reagire, ma un'intera comunità che oggi giustamente reagisce al suo posto. Quell'omertà complice del conformismo di chi non vuole mai esporsi, che io da sempre combatto mettendoci la faccia e prendendomi la responsabilità delle mie dichiarazioni, come faccio anche in questa sede. 

La rabbia per una vita spezzata mi tiene attonito da giorni. Ora desidero solo verità e giustizia per Vincenzo.

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