Da qualche mese Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista tradotto in varie lingue e vincitore di diversi prestigiosi riconoscimenti letterari - tra cui il Premio Viareggio per l’opera poetica Jucci (2014) - ha pubblicato per l’editore Manni Personae, suo esordio nella scrittura per il teatro.

Personae, dramma in cinque atti e un prologo, è un’opera unica nel suo genere dacché, essendo scritto in versi, pur conservando una sua peculiare tensione drammatica e narrativa, può essere letto anche come l’ultimo libro di poesie di uno dei più importanti poeti dei nostri tempi.

La storia si svolge nello spazio lirico e immaginario di una casuale sospensione della morte: infatti i quattro personaggi, rimasti uccisi in un attentato terroristico che sembra evocare la recente esperienza del Bataclan, tornano inaspettatamente in vita grazie al lapsus di un cronista televisivo. I pochi secondi, che separano il lapsus dalla conseguente rettifica, diventano lo spazio, dilatato e irreale, in cui si incontrano e si confrontano quattro diversi modelli esistenziali. Quattro prototipi d’umanità, ciascuno con le proprie credenze, le proprie scelte, i propri modelli culturali e il proprio modo di vivere l’amore e il desiderio, la vita di coppia e la genitorialità.

Franco, con Personae ti sei cimentato per la prima volta nella scrittura per il teatro. Come hai vissuto quest’esperienza?

In realtà ho frequentato molto il teatro nella mia vita: ho tradotto molto teatro, ho seguito i corsi di Orazio Costa Giovangigli e ho perfino recitato quando vivevo in Inghilterra.

Questa di Personae però è la prima opera che scrivo per il teatro anche se in versi. La voglia di scrivere per il teatro è nata anche dal fatto che ero arrivato a uno stadio di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Certo, qualcuno potrebbe pensare che scrivendo per il teatro io abbia solo moltiplicato il mio io lirico, calandolo all’interno di ciascun personaggio. Il pericolo c’era ma credo di averlo eluso, dando vita a quattro personaggi molto diversi tra loro, che ritengo importanti perché riportano punti di vista estremamente differenti. Però si tratta anche di un libro di poesia ed è fruibile anche come tale.

Lo spazio in cui è ambientata la storia è molto particolare…

Sì, perché si tratta di uno spazio sospeso che traduce perfettamente il senso di disagio. I personaggi di Personae sono prigionieri di un luogo fisico e di loro stessi perché sono personaggi del nostro tempo.  E sono anche dei ritornanti. Perché sono intrappolati nello spazio, in realtà brevissimo, che intercorre tra il lapsus di un giornalista televisivo che ne annuncia la morte “non grave”, mentre racconta il tragico attentato in cui sono rimasti coinvolti, e la successiva e tempestiva rettifica. Ecco perché i personaggi di Personae sono dei già morti che si comportano per l’ultima volta da vivi.

Ci illustri i personaggi di “Personae”?

Dunque. C’è una coppia gay formata da Narzis, professore di filosofia alsaziano, e suo marito Endy, un tecnico informatico ed ex operaio. La coppia ha due figli avuti con gpa. I nomi sono emblematici, perché Narzis richiama il romanzo di Hesse Narciso e Boccadoro e Narciso/Narzis ha in sé il narcos cioè la capacità di fare propri gli altri, ricorrendo alla virtù dialettica. Endy, invece, evoca con il suo nome il mito di Endimione, fonte di miele, legato a Saffo e anche a Keats.

Poi c’è Inigo, prete lefebvriano, che vive in una confraternita dedicata a Venner, l’uomo che si suicidò a Parigi il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay. Ovviamente Inigo rimanda alla figura di Ignazio da Loyola, il religioso che fondò la Compagnia di Gesù. Infine c’è Veronika, biologa di origini ucraine, il cui nome rimanda al velo della Veronica, cioè alla vera icona del Cristo ma anche a Berenice, nome greco della forma latinizzata Veronica, che vuol dire “portatrice di vittoria”.  

La coppia gay, formata da Narzis ed Endy, è certamente il nucleo positivo della vicenda ed è comunque attraversata da un interessante contraddittorio. Il prete lefebvriano è un personaggio che vive in un clima di condanna costante, un tipo di ambiente che ho conosciuto bene. Veronika è un personaggio ferito nell’amore e nell’orgoglio che rivede in Endy i tratti e le caratteristiche del suo “sposo mancato”.

Nel complesso direi che è anche un libro sulla morte perché la morte ha uno spazio importante all’interno del testo.

Come mai hai scelto come protagonisti una coppia gay che ha avuto dei figli con la gpa?

Perché la gpa è un nervo scoperto all’interno della comunità Lgbti e non solo. È un tema altamente divisivo che è piombato addosso alla comunità Lgbti quando si è discusso della stepchild adoption. Narzis ed Endy hanno fatto ricorso alla gpa in Canada e il Canada non è certo un Paese incivile. Credo che la gpa sia una pratica che andrebbe gestita con intelligenza, anche perché si tratta di una pratica transitoria. Sono infatti certo che presto si arriverà alla gestazione extrauterina per le donne che non vogliono partorire con dolore. Inoltre trovo detestabile che la gpa sia definita “utero in affitto” perché non ho mai sentito nessuno chiamare le balie, che pure hanno cresciuto e allevato tanti fanciulli,  “mammelle in affitto”.

Il fronte contrario alla gpa è spesso costituito da donne che hanno delle posizioni antimaschili e non mi piace il dogma dell’odio verso il maschio che hanno le femministe più estreme.

Il personaggio di Veronika sembra molto affascinato da Endy, che è gay...

Sì, perché Veronika, quando era in Ucraina, ha vissuto l’umiliazione della scoperta dell’omosessualità di Kosta, il suo amato. Infatti lei definisce gli omosessuali “uomini monchi” perché nutre astio verso chi l’ha fatta soffrire. Kosta, probabilmente, stava con Veronika per darsi una copertura in un Paese, l’Ucraina, certamente poco gay friendly. Veronika da un lato comprende Kosta, dall’altro non riesce a perdonarlo perché non ha superato il dolore. E guarda Endy con la medesima ambivalenza, perché Endy le evoca l’amore per Kosta.

Veronika sa che una donna può godere con un omosessuale che sappia compiacerla, perché un omosessuale può essere caldo e sensuale a letto e affettuoso compagno nella vita, mentre un eterosessuale probabilmente la userebbe solo come oggetto di sesso e voluttà.

Ti piacerebbe vedere il tuo testo anche in scena?

Certamente, mi piacerebbe moltissimo! Il libro sta circolando ma i problemi della messinscena sono sempre di tipo economico per la produzione. Comunque, se fossi il regista, nel metterlo in scena toglierei le parti più poetiche e lascerei quelle più spiccatamente “teatrali”.

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Francesco Mangiacapra non necessita di presentazioni. Il giovane napoletano di buona famiglia, che si è lasciato alle spalle toga e tribunali per intraprendere la libera professione di escort, si è raccontato in una sorta di memoriale autobiografico che, scritto in collaborazione col regista Mario Gelardi e intitolato Il numero uno. Confessioni di un marchettaro, è divenuto un caso nazionale.

Avendo conosciuto Vincenzo Ruggiero e il suo assassino, Gaynews ha deciso di raccogliere in merito il suo parere.

Francesco, tu hai conosciuto Ciro Guarente. Quando lo incontrasti la prima volta che impressione ne avesti?

Ero venuto in contatto con Guarente già molti anni fa ma volutamente - e fortunatamente – lo avevo sempre tenuto a distanza: aveva dei modi di fare volgari e violenti. Ad esempio, parcheggiava sempre la sua decappottabile in divieto di sosta e si vantava ripetutamente di aver avuto in passato una relazione con la figlia di un camorrista. Quando ho appreso che l'assassino fosse lui, non me ne sono affatto meravigliato. Una tragedia che già aveva avuto qualche avvisaglia quando, tempo addietro, lo stesso Ciro aveva schiaffeggiato Vincenzo pubblicamente. 

Evitarlo mi divenne più difficile quando, circa tre anni fa, iniziai a notare delle sue inserzioni dove si proponeva come escort sugli stessi siti dove anche io da tempo già mi proponevo. Me ne sorpresi – non certamente per la sua scelta di vendersi –, piuttosto per il fatto che lui stesso, pochi anni prima, aveva discriminato e criticato il fatto che io, pur laureato in giurisprudenza, preferissi prostituirmi. Fu curioso notare come proprio lui che per questo mi aveva vilipeso, avesse iniziato a prostituirsi in coppia con un ragazzo che aveva da poco iniziato il suo percorso di transizione e che io avevo conosciuto prima di ciò. Una persona dolce: quella che oggi conosciamo come la bellissima Heven Grimaldi. Negli annunci lui si faceva chiamare Lino, lei Eva Petrova. Nel corso degli anni notai anche delle inserzioni separate dei due: non saprei dire se Ciro abbia indotto o favoreggiato la sua compagna a prostituirsi prima che rinascesse come Heven. Certamente gli oltre dieci anni di differenza avranno avuto un peso nell'impostazione del rapporto e nella fiducia reciproca. 

Come valuti il fatto che proprio chi ti aveva criticato avesse poi deciso di fare l'escort?

Si tratta di quell'ipocrisia legata al moralismo  di chi, essendo mentalmente poco strutturato, stigmatizza la prostituzione soltanto per assecondare quello stesso sentire comune di cui poi ogni minoranza diventa vittima. E i titoli dei giornali in questi giorni ci fanno riflettere proprio su quanto possano essere pregiudizievoli talune etichette. Parlo di ipocrisia perché, come ho affermato anche nel mio libro, molte sono le persone che, segretamente perseguono e ambiscono ciò che pubblicamente tanto vilipendono. Ciro resta per me un esempio emblematico.

Quando anche lui iniziò a prostituirsi, mi cercò con l'intento di reclutarmi perché un suo cliente avrebbe voluto organizzare un'orgia con più ragazzi a pagamento. Ma mi rifiutai, non volendo avere nulla a che fare con lui e con le persone che orbitavano intorno al suo mondo. Per mia fortuna abbiamo sempre avuto un target di clientela totalmente diversa: le persone che cercavano la mia compagnia non avrebbero avuto interesse in una persona di quel livello. Anzi mi ha meravigliato leggere commenti sui social di suoi ex-amici che hanno la leggerezza di affermare che lo avevano conosciuto come "persona di sani principi": addirittura qualcuno ha trovato il coraggio di giustificare il suo gesto come preterintenzionale.

Sui social si sta puntando molto sul fatto che Guarente facesse l'escort. Ciò ha suscitato una reazione perbenistica nel giudicare il fenomeno della prostituzione. Qual è il tuo parere?

Il fatto che lui si prostituisse, è ovviamente ininfluente ai fini della ricostruzione del suo identikit di omicida. Nonostante ciò anche molte persone della comunità Lgbti hanno voluto vedere nella sua scelta di vendere il corpo un comprova di degenerazione: questo è fuorviante perché così non solo si rischia di accomunare a un delinquente chi invece fa del proprio corpo e della propria vita una scelta libera e autodeterminata, ma soprattutto è deleterio perché distrugge anni di battaglie fatte anche dalla stessa comunità Lgbti a sostegno di quella emancipazione sessuale che è alla base di qualunque libertà.

Diverso, e più giusto, invece, fare emergere il fatto che Guarente si prostituisse come tassello utile alla ricostruzione del suo movente, soprattutto per chi non ha conosciuto questa persona: se la circostanza di prostituirsi è irrilevante ai fini della dignità personale e dello spessore morale e umano,può tuttavia risultare un cogente fattore di valutazione delle circostanze e della ricostruzione dei fatti quando si parla di un delitto avvenuto per gelosia. Un’occasione, dunque, per poterci interrogare su quanto e come una persona con una vita sessuale promiscua possa vivere la gelosia in coppia, a maggior ragione se uno o entrambi i partner si prostituiscono. E un modo per riflettere su come la gelosia in alcuni casi, più che temperamentale, sia un alibi per conservare quell'atteggiamento da bullo che porta alcune persone a rovinare sé stesse e chi le circonda in un vortice dove amore e morbosità si confondono: ricordo un suo video emblematico girato a Capodanno in cui accoglieva il nuovo anno sparando dei colpi di pistola. Questo mi sembra molto più significativo del fatto che si prostituisse.

Credi anche tu che Ciro abbia avuto dei complici come anche i quotidiani importanti stanno evidenziando? 

La mia idea è che ci sia molto di più dell'impeto passionale di un amante geloso del migliore amico della propria compagna. Quello che immagino è piuttosto la frustrazione e l'ossessività di un uomo che si stava rendendo conto come la crisalide che aveva conosciuto – grazie all'incontro con una persona come Vincenzo e a una ritrovata consapevolezza delle proprie sembianze fisiche – stesse scoprendo forti stimoli aspirativi ad accompagnarsi a qualcuno di più civile e stava per volare via in libertà come una farfalla. Ma non mi convince che sia così semplice commettere da solo tante efferatezze con modalità così simili a quelle della criminalità organizzata. Di certo, scavare nel passato d’una persona capace di arrivare a compiere gesta così disumane è difficile anche per gli inquirenti.

E a ciò non contribuisce l'omertà di chi sa e non parla, di chi anche con poco, potrebbe fornire un tassello utile alla ricostruzione di questo puzzle dell’orrore che ha reso vittima non soltanto un giovane ragazzo che non ha potuto reagire, ma un'intera comunità che oggi giustamente reagisce al suo posto. Quell'omertà complice del conformismo di chi non vuole mai esporsi, che io da sempre combatto mettendoci la faccia e prendendomi la responsabilità delle mie dichiarazioni, come faccio anche in questa sede. 

La rabbia per una vita spezzata mi tiene attonito da giorni. Ora desidero solo verità e giustizia per Vincenzo.

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Gentile Direttore,

     Le scrivo a nome mio personale e dell’intera redazione di Gaynews, quotidiano online Lgbti da me fondato nel 1998, in riferimento ai numerosi articoli che Il Mattino ha dedicato alla morte di Vincenzo Ruggiero. Fa piacere constatare l’attenzione e la solerzia con cui i giornalisti di codesta testata hanno seguito e continuano a seguire una vicenda così dolorosa, di cui restano ancora da chiarire numerosi aspetti.

Nello stesso tempo non si può non rilevare con preoccupazione e rammarico la scelta adottata nel titolare i relativi articoli. Si va da “delitto gay” a “delitto a sfondo omosessuale”, dal “giallo del gay ucciso per gelosia” a “uccide un gay e lo butta in mare. «Stava con la mia ragazza trans» fino a “raptus della gelosia, gay ucciso. L’assassino è l’amante di una trans”.

È vero che espressioni similari sono state adottate anche da agenzie di stampa e da altri quotidiani nazionali. Ma, nel caso dell’omicidio d’un ragazzo campano, Il Mattino assurge a un ruolo principale nel servizio d’informazione in quanto storico giornale napoletano.

Ora non è ammissibile che nel 2017 la testata fondata da Scarfoglio e Serao riproduca nella titolatura un lessico scandalistico e discriminatorio degno d’una narrazione giornalistica degli anni ’50 del secolo scorso. Non esiste un delitto gay o a sfondo omosessuale come non esiste un delitto etero o a sfondo eterosessuale, di cui d’altra parte nessun giornale si sognerebbe mai di parlare. Le persone omosessuali e transessuali non possono continuare a essere considerate un mero oggetto per alimentare la morbosa curiosità dei lettori o per ottenere un numero maggiore di click. Né tanto meno è accettabile che si parli genericamente d’un gay e al contempo d’una trans sì da favorire quel clima d’omotransfobia purtroppo ancora imperante. Per di più parlare di “delitto gay” fa passare il messaggio che la vittima in qualche modo se l’è cercata, che è comunque corresponsabile di ciò che è successo con un sottofondo di omofobia nemmeno tanto velato.

Ben diverso e giustissimo è invece ricordare l’appartenenza della vittima alla collettività omosessuale al pari del suo attivismo Lgbti ma mettendone primariamente in luce la sua identità. A essere stato ucciso non è un gay ma Vincenzo Ruggiero, attivista gay. Una scelta lessicale come quella operata da Il Mattino è non solo un’offesa alla memoria del 25enne di Parete ma quasi una seconda uccisione attraverso le parole. Uccisione morale che coinvolge ciascuno e ciascuna di noi, in cui Vincenzo vive e continua a lottare.

Nell’attesa d’un suo riscontro, la salutiamo cordialmente.

 

Franco Grillini, direttore di Gaynews

Francesco Lepore, caporedattore

Redazione

Elisabetta Cannone

Rosario Coco

Claudio Finelli

Alessandro Grieco

Valerio Mezzolani

Alessandro Paesano

Rosario Murdica

Michele Sacco

Marco Tonti

 

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Sabato 29 luglio si è spento a Brescia Tony Patrioli, il fotografo italiano per antonomasia dei nudi maschili. Nato a Minerbio (Bs) il 9 giugno 1941, il maestro dello scatto softcore e del nudo artistico s'indirizzò subito al mondo omosessuale, dichiarandosi esplicitamente tale negli anni '70 del secolo scorso sulla rivista Homo. A poche ore dal rito funebre, che si terrà alle 15.00 di oggi nel tempio crematorio bresciano di Sant'Eufemia, Gaynews ha raccolto la testimonianza di Felix Cossolo, figura di riferimento del movimento Lgbti italiano, ideatore della libreria Babele e già direttore di riviste storiche come Lamba e Babilonia.

Ho visto per l'ultima volta Tony Patrioli più di un mese fa. Ivan Teobaldelli (già condirettore di Babilonia e amico da lunga data con il fotografo) mi aveva chiesto di accompagnarlo a Brescia: sapevamo che Tony stava molto male e soffriva tanto. Volevamo perciò salutarlo per l'ultima volta.

Dopo il suo trasferimento da Milano, dove aveva avuto lo sfratto, Tony era ritornato a vivere a casa sua a Brescia con suo fratello. Un rapporto problematico d'incompatibilità reciproca, ma non aveva alternative. Tony era ormai solo. Aveva pochi amici e una difficile situazione economica. Viveva dalla sua pensione: recentemente aveva chiesto all'Inps l'integrazione per l'accompagnamento. Ormai non era più autonomo nei movimenti. Per fortuna un suo vecchio amico bresciano, Ivano, lo sosteneva e accudiva nell'ultimo periodo.

Ci siamo ritrovati a Brescia una domenica di giugno. Tony non voleva assolutamente incontrarci a casa sua e del fratello: per lui era una vera prigione. Ha preferito, perciò, fare uno sforzo sovrumano e scendere le scale per raggiungerci al posteggio auto in strada. È arrivato molto dimagrito, sofferente, con le stampelle. Abbiamo allora deciso di dirigerci a casa di Ivano che abita a pochi passi. Faceva fatica. Quel centinaio di metri per spostarci sono stati un'eternità. Ivano lo sosteneva e finalmente siamo giunti a destinazione. Abbiamo iniziato a conversare.

Tony per fortuna era ancora molto lucido. Ci ha parlato del progetto di un nuovo libro con la casa editrice tedesca Bruno Gmunder: se ne stava occupando Giovanni Dall'Orto, ma dopo anni il volume non vede ancora la pubblicazione e lui era un po' demoralizzato per questo. Abbiamo parlato delle nostre avventure ma anche delle aggressioni subite. Io e Tony una volta l'abbiamo vista brutta al canale Villoresi, dove fummo aggrediti da una banda di teppistelli. Io ebbi la fratture di alcune costole. Lui rischiò anche il furto della sua preziosa macchina fotografica, ma per fortuna con ostinazione riuscì a recuperarla.

Abbiamo parlato dei nostri viaggi e dei nostri amori. Lui era contentissimo per l'approvazione recente della legge sulle unioni vicili, avrebbe voluto sposarsi e aveva anche un suo fan che era disposto a unirsi civilmente con lui. Aveva fotografato il mio più grande amore, Nichi.

Durante l'ultimo periodo Bruno, un suo modello torinese che aveva immortalato 30 anni prima, lo aveva cercato ed era riuscito a contattarlo. Tony era entusiasta per questo incontro e avevano iniziato a frequentarsi (Bruno aveva 17 anni quando si erano conosciuti, ma poi si erano persi di vista). Era la sua storia più importante e ora Bruno, pur essendo sposato e con figli, aveva deciso di stargli vicino visto che Tony era gravemente malato. Purtroppo anche questa storia era finita male. Tony si era sentito usato perchè Bruno chiedeva costantemente soldi: aveva quindi intuito che la disponibilità mostrata da Bruno era semplicemente calcolata per interessi economici. Questo aveva demoralizzato ancora di più Tony.

Al termine dell’incontro io e Ivan Teobaldelli abbiamo salutato con calore Tony. Ci siamo riproposti di rivederlo al più presto ma eravamo a conoscenza delle diagnosi mediche: a Tony non sarebbero restati che pochi giorni di vita. L'ultimo mese era stato trasferito da casa in una clinica per malati terminali ma, sedato, non ha resistito ancora per molto. Ci ha lasciati. Restano le sue foto eccezionali e la nostra voglia di ricordarlo con una grande esposizione dei suoi lavori. Speriamo quanto prima. Intanto vogliamo solo dirti: Tony non ti dimenticheremo mai.  

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Da qualche mese è stato pubblicato per Fandango/Playground Ti dirò un segreto, il nuovo romanzo di Davide Martini. Di origini sannite, il giovane scrittore vive e lavora a Madrid. Nel 2007 aveva suscitato grande interesse con il suo romanzo d’esordio 49 gol spettacolari che è stato tradotto anche in spagnolo.

Nel nuovo romanzo Ti dirò un segreto ritroviamo Lorenzo e Riccardo, i protagonisti di 49 gol spettacolari dieci anni dopo, alla resa dei conti con le loro insicurezze, la loro urgenza di fare esperienza e la loro necessità di rimettere in discussione il rapporto d’amore e le modalità vivere il desiderio.

Agli occhi di tutti, quella costituita da Lorenzo e Riccardo, è una coppia di successo, un esempio da imitare, ma in realtà si tratta di una relazione in crisi, minata dal dubbio di non avere costruito nulla di diverso dai matrimoni, tanto criticati, dei propri genitori.

Un romanzo divertente e commovente sul senso dello stare in coppia oggi, in particolare quando a essere coinvolti sono due giovani uomini. Abbiamo incontrato Davide Martini davanti a una birra fredda, all’esterno del Kings Bear, il locale gay in cui si è tenuta la presentazione napoletana del libro.

Madrid è molto presente nel tuo romanzo. Cosa rappresenta per te, autore beneventano, Madrid e la Spagna?

Per me Madrid ha rappresentato e rappresenta  la libertà oltre che  uno scatto di orgoglio. In Italia per specializzarmi mi si chiedevano raccomandazione e spintarelle. In Spagna ho potuto dimostratre quello che valevo in un concorso pubblico e senza compromessi.  E poi volevo capire come si vivesse da gay liberi, cosa si provasse a camminare per strada mano nella mano col tuo compagno senza la paura di certe occhiate o di essere insultati.

In un'altra intervista hai detto che Madrid è entrata già in un'era post-omosessuale. Cosa volevi dire esattamente? L'Italia, invece, è davvero ancora nel medioevo, come afferma uno dei personaggi del tuo libro?

Il termine post-omosessuale è stato coniato per la prima volta nell’ambito letterario, riferendosi all’idea che in alcuni romanzi, pur essendoci personaggi omosessuali, il nucleo drammatico non ruotasse intorno alla loro omosessualità. In questo senso vivo in un Paese dove l’orientamento sessuale non interessa realemente più a nessuno: né nell’ambito lavorativo né personale. E l’Italia va lenta su questi temi, ormai superata anche da Malta. L’Italia, l’ho sempre detto, è un Paese intrinsecamente di destra.

Ti dirò un segreto è anche un romanzo che indaga il rapporto di relazione tra desiderio e menzogne. Abbiamo davvero bisogno, come suggerisce la storia che narri, di ammantare i nostri desideri più intimi di bugie che ne giustifichino l'esistenza?

Non credo che ne abbiamo bisogno. Credo piuttosto che ce lo abbiano imposto. Ci hanno obbligato a credere che il desiderio è accettabile solo quando è travestito da altro: l’amore, l’ambizione, l’altruismo. E quanto piú mentiamo a noi stessi e agli altri, tanto piú distruttivo diventa il desiderio.

La coppia protagonista del tuo romanzo, Lorenzo e Riccardo, dopo tanti anni di vita insieme, sperimentano una crisi fatale per il loro rapporto. Credi davvero che non esistano coppie che resistano al tempo? O è un fatto solo delle coppie gay?

Credo che l’amore è come un’energia che si trasforma col tempo: passa da uno stato all’altro. Oggi c’è passione, domani desiderio, affinitá e forse ancora passione. In questo senso l’amore è realmente eterno: se ho amato qualcuno in qualche modo, non smetteró mai di amarlo. La domanda credo che sia, per tutti, gay ed etero, non se l’amore sia unico, eterno e indistruttibile (termini piú adatti a una divinità che a un sentimento) quanto piuttosto: quanto sacrifichiamo di noi stessi e delle nostre relazioni all’altare di questo ideale ?

All'interno della storia c'è anche un trinomio, cioè una "coppia" formata da tre persone. Cosa ne pensi del poliamore?

Il poliamore è molto di moda recentemente. Per me è stato un punto di arrivo: non sono geloso, non lo sono mai stato e fino a un certo punto me ne sono fatto una colpa. Poi ho conosciuto altri poliamorosi e ho scoperto che mi sentivo a mio agio. Non riesco a pensare alle persone come fossero oggetti secondo una concezione capitalistica degli affetti. Come dico sempre: il tuo fidanzat@ non è una matita o una mecchina. Se lo usa un’altro non si consuma, né si rompe. Però anche il poliamore hai i suoi tranelli e davvero poche persone hanno la capacità di affrontare le proprie insicurezze personali. Oltre agli ovvi problemi di organizzazione.

Ti dirò un segreto è anche un libro che parla della ricerca della felicità che riguarda ciascuno di noi. Cos’è per Davide Martini la felicità?

La felicitá non uno stato. Ma è un’ideale a cui tendere nei propri atti quotidiani. La felicitá esiste sempre nel futuro o nel passato, mai nel presente. La coscienza della felicitá ne annulla l’esistenza, secondo me. Adesso, per esempio, mi farebbero felice una casetta in riva al mare e tutto il tempo del mondo per leggere e scrivere. Probabilmente, se per magia mi fosse concesso, non ne sarei soddisfatto. 

Davide, per concludere, qual è il segreto che hai avuto più difficoltà a dire a qualcuno o a te stesso?

Che l’amore non mi avrebbe salvato. Che ci sarei dovuto riuscire da solo. 

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Sollevato da Gaynewsil caso di Gennaro Casalino e compagno, respinti dalla Casa Vacanza Ciufo in Ricadi (VV) perché gay, è divenuto di rilevanza nazionale. L'operato omofobo di Filippo Mondella, proprietario della struttura, è stato condannato non solo dalla collettività Lgbti ma anche da personalità del mondo politico. Non meraviglia perciò la rimozione dal database di Booking.com dell'annuncio pubblicitario della casa-vacanze, che non accoglie "gay e animali". Come non meraviglia che sia stato cancellato il profilo fb di Mondella, l'ammiratore di Trump e Putin, che sui social invitava a fucilare le persone omosessuali.

Da più parti sono state avanzate richieste d'incriminazione del sistemista calabrese per il diniego omofobo alla coppia napoletana. Per saperne di più, Gaynews ha intervistato l'avvocato Angelo Schillaci, ricercatore di diritto pubblico comparato presso l’università La Sapienza di Roma.

Avvocato, secondo lei Filippo Mondella ha commesso un illecito?

Non è facile inquadrare giuridicamente la fattispecie. Da un lato il quadro costituzionale è chiaro nel prevedere, all'art. 41, che l'iniziativa economica privata non possa svolgersi in modo da recare danno, tra l'altro, alla dignità umana. Tra le disposizioni che danno attuazione a questo precetto ricordo, ad esempio, l'art. 187 del Regolamento attuativo del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, che impedisce il rifiuto di prestazioni agli esercenti un servizio, salvo che sussista un "legittimo motivo". D'altro canto uno specifico vuoto legislativo solleva non pochi problemi.

Si riferisce alla mancanza di norme di contrasto all'omotransfobia?

Certo. L'assenza di una legge contro le discriminazioni omofobiche rende davvero molto difficile reperire adeguati strumenti di tutela di fronte a questo tipo di atteggiamenti.

Che cosa pensa della motivazione d'ordine religioso addotta da Mondella in difesa del proprio operato?

Tale argomento chiama in causa il bilanciamento tra le convinzioni personali o religiose - invocate dagli esercenti a sostegno della propria condotta -  e la dignità del cliente. Al riguardo c'è però da chiedersi, prima di tutto, se un tale bilanciamento sia in sè opportuno e costituzionalmente ammissibile. Va ricordato, infatti, che la condizione omosessuale attiene alla vita e alla dignità sociale di una persona o di una coppia. Non è perciò ascrivibile al "regno" delle opinioni: si finirebbe conseguentemente per bilanciare tra grandezze disomogenee.

In sintesi, Mondella potrà essere sanzionato oppure no?

Bisogna partire da un dato di fondo: le parole rivolte alla coppia napoletana. Esse restano una grave umiliazione che, non trovando giustificazione nella libertà di iniziativa economica o nelle convinzioni religiose, potrebbe e dovrebbe essere fatta valere quantomeno in sede civile.

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Sollevato da Gaynews, il caso della coppia napoletana, respinta dalla Casa Vacanza Ciufo in Ricadi (VV) perché gay, è divenuto di rilevanza nazionale. E ieri è intervenuta sulla sua pagina fb anche la presidente della Camera Laura Boldrini che ha cosi commentato l’accaduto: «Credo che vietare una prenotazione alberghiera a categorie di persone in base ai loro orientamenti sessuali sia inaccettabile dal punto di vista della dignità umana oltre che contrario al principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione. Per questo ritengo doveroso stigmatizzare episodi di discriminazione che ci riportano alle peggiori pratiche della storia recente del nostro Paese e che non possono trovare spazio in una società aperta come vuole essere la nostra».

Sempre nella giornata d’ieri Michele Catania, presidente della Confcommercio di Vibo Valentia, si è sentito in dovere di porgere le proprie scuse a nome di tutti gli imprenditori dell’area territoriale, condannare l’operato di Filippo Mondella e dichiarare: «Molte sono le criticità ed i limiti di questa nostra terra, ma molte di più sono le virtù e le eccellenze, tra queste certamente c’è una naturale attitudine all’accoglienza e alla solidarietà, senza alcun tipo di discriminazione».

Sulla questione ha voluto far sentire la sua voce anche l’amministrazione del Comune di Napoli, da sempre vicina alle questioni Lgbti grazie all'operato del sindaco Luigi De Magistris. A esprimersi al riguardo la professoressa Simonetta Marino, delegata comunale alle Pari Opportunità, che senza giri di parole ci ha detto: «Sembra assurdo, eppure è accaduto di nuovo. Nel 2017 una coppia di ragazzi in cerca di una meta per le loro ferie, si sono visti negati l'accesso in una casa vacanza in Calabria, a Vibo Valentia, dove il proprietario ritiene legittimamente di poter vietare l'ingresso a persone omosessuali e animali. Anche in questo caso, dietro un'assurda idea di decoro e rispettabilità, si tentano di celare le più mefitiche ipocrisie e l'odio più recondito e atavico che l'essere umano possa coltivare: l'odio verso il diverso, per tutto ciò che è altro dal sè, esercitato in maniera ottusa e spietata. Auspichiamo che episodi del genere non accadano più anche perché offuscano il senso di umanità e di ospitalità di una terra meravigliosa come la Calabria, ed esprimiamo la piena solidarietà ai protagonisti della vicenda nonché apprezzamento per la cancellazione dell'account, decisa dalla piattaforma di prenotazione dove veniva pubblicizzata la casa vacanza».

Non placandosi la polemica – tanto più che anche ai nostri microfoni il gestore della casa-vacanze ha difeso rabbiosamente la sua posizione -, abbiamo ascoltato il parere del vicesindaco di Ricadi Patrizio Cuppari: «Ricadi è una comunità di persone semplici ma evolute. Noi ci siamo sempre battuti contro ogni forma di discriminazione – così ha perentoriamente dichiarato Cuppari –. Il nostro Comune è stato tra i primi a porre in essere il regolamento della legge Cirinnà e con grande gioia abbiamo recentemente unito una coppia di persone omosessuali. Mi infastidisce persino commentare quanto accaduto che è lontano dal nostro modo di vivere e dalla nostra tradizionale accoglienza. Come si può commentare l’esternazione di una persona che assimila esseri umani e animali nello stesso assurdo rifiuto? Il rispetto, ancor prima che la tolleranza, alimenta il nostro modo d’agire e rispettiamo le persone, a prescindere dal modo in cui legittimamente realizzano la propria felicità».

Gli fa eco il consigliere comunale Albino Mollo che, raggiunto telefonicamente, ha detto: «Come già dichiarato dalla nostra sindaca e dal vicesindaco, né come amministrazione né come comunità abbiamo alcun pregiudizio verso le coppie omosessuali. Io e mia moglie abbiamo una struttura di ricezione turistica e abbiamo ospitato in diverse occasioni coppie di persone dello stesso sesso: mai avremmo pensato di avere un comportamento del genere, in quanto riteniamo che nel 2017 non debbano esserci pregiudizi in merito. Siamo dell'idea che ognuno debba vivere la propria vita come meglio crede. In merito a ciò abbiamo avuto delle recensioni molto positive dai nostri ospiti. Ricordo inoltre che la nostra amministrazione è stata la seconda amministrazione locale nel Vibonese ad aver celebrato un’unione civile. Quindi io personalmente mi dissocio sia come consigliere di maggioranza sia come uomo libero da questi pregiudizi. Mi sento mortificato come albergatore e come cittadino e spero che ciò non si verifichi mai più. Spero inoltre che questo caso isolato venga valutato per quello che è, cioè gravissimo, ma isolato nella nostra terra».

Di particolare rilievo e significato la dichiarazione rilasciataci da Michela Calabrò che, come militante Lgbti e presidente della Commmisione Pari Opportunità del Comune di Reggio Calabria, si è sentita doppiamente coinvolta e ferita dalla vicenda. «Trovo assolutamente grave – così ha commentato - quanto accaduto nella provincia di Vibo Valentia. Da donna lesbica mi sento profondamente offesa ed è per questo che esprimo la più profonda solidarietà alla coppia sia da parte mia che delle componenti della Commissione Pari Opportunità del Comune di Reggio Calabria. Diventa importante di fronte a questi fatti che le istituzioni prendano posizione. La Calabria è fatta di tanti cittadini e cittadine che non la pensano come il gestore di Casa Vacanza Ciufo e credono nella cultura della non discriminazione. Basta ricordare la grande partecipazione che ha accompagnato il Calabria Pride quando, l’anno scorso, i colori dell’arcobaleno Lgbti hanno sfilato, nella stessa provincia, per le strade di Tropea. Io facevo parte del comitato organizzativo e ho visto l’entusiasmo di tantissima gente. In circostanze come questa si sente la mancanza di una legge contro l’omotransfobia».

Decisa condanna anche da parte di Lucio Dattola, presidente del Comitato Arcigay di Reggio Calabria, che ci ha detto: «Appena abbiamo appreso la notizia, tutto il Comitato Arcigay di Reggio Calabria si è mobilitato sia per individuare sul territorio quale fosse questa casa-vacanze, ricercando maggiori informazioni; sia contattando i vertici istituzionali (Regione, Comune e tutti gli organi che si occupano di pari opportunità e di lotta alle discriminazioni in Calabria): la risposta unanime é stata una condanna netta del comportamento discriminatorio del proprietario della struttura. L'esclusione della comunità lgbti, peggio ancora l'accostamento tra gay ed animali, mi indigna profondamente e non merita di essere nemmeno commentato. Non è questa la Calabria che ho conosciuto: questa rimane espressione di un'ignoranza gretta che rappresenta la parte peggiore della nostra terra, così come in altre realtà italiane. Oggi non é più ammissibile confondere i piani: questo è un atto di omofobia che offende tutti, quantomeno tutti i calabresi».

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Di seguito vi proponiamo una  nota di Sergio Rovasio sul significato degli anni ’70 alla luce della propria esperienza. Anni che lui indica come quelli della Stonewall italiana a partire dalla nascita del Fuori nel 1971. In questo breve excursus Rovasio tocca alcuni momenti in cui il Paese rispose positivamente alle molte sollecitazioni politiche che venivano dal basso pur in presenza di una classe politica omofoba e con una Dc con pieni poteri sul paese. 

Si è sempre detto che gli anni ’70 del secolo scorso sono stati gli anni della liberazione sessuale, dell’affermazione del libero pensiero, dei diritti, della protesta, della contestazione (di ogni tipo: figli contro genitori, studenti contro preside, operai contro Agnelli, cittadini contro il sistema) ma quello che non si è mai detto abbastanza è che noi, che quel periodo l’abbiamo vissuto e che eravamo persone impegnate nella militanza politica, eravamo legate da uno spirito libertario che ci ha indicato poi la strada per continuare anche in altre forme la lotta per l’eguaglianza.

Torino era una delle città protagoniste di questo spirito libertario che ci ispirava. Facevamo una lotta militante con il Gruppo Abele che aveva piantato un tendone nella piazza centrale della città per una legge sulla droga che non fosse punizionista verso i tossicodipendenti oppure andavamo al primo Pride che fu organizzato dal Fuori in Via Garibaldi fino ai Giardini Cavour con tanti palloncini colorati, famiglie e varia umanità allegra e divertente. E poi c’erano i concerti di Bob Marley, di Guccini, degli Inti Illimani, di De Gregori, di De Andrè che erano il contorno di quell’impegno, di quelle emozioni.

La contestazione riguardava anche la politica più conservatrice dell’epoca. Basti ricordare che negli anni ’70 furono approvate dal Parlamento, grazie persino a una parte della Dc, evidentemente pressata fortemente dai fenomeni della contestazione, leggi d’avangaurdia sul diritto di famiglia, sulla droga - la famosa legge 685/75 - che mezza Europa prese a modello per quanto era innovativa. La stessa legge Basaglia sui manicomi è di quegli anni, così come la legge sul divorzio e la vittoria dei no alla richiesta di abrogazione referendaria richiesta dai clerico-fanfaniani, e ancora la legge sull’aborto e quella sugli obiettori di coscienza contro il servizio militare obbligatorio. Nel 1980 venne approvata la legge sul cambio di identità per le persone transessuali che all’epoca fu considerata una legge d’avanguardia. Tutti temi che caratterizzavano l’impegno dei Radicali che erano protagonisti politici di quelle battaglie: basti pensare che furono loro a fondare la Loc (Lega degli obiettori di coscienza), e che ospitarono nelle loro sedi in tutta Italia il Fuori, il primo movimento gay italiano. Furono sempre loro a fondare la Lid (Lega italiana per il divorzio).  Era sicuramente l’organizzazione politica più libertaria che operava in Italia in quegli anni ispirandosi ai valori della nonviolenza, mentre il terrorismo e le violenze politiche si diffondevano a macchia d’olio.

Non si ripeté ma più un decennio con così grandi innovazioni legislative moderne come in quel periodo. Anzi, abbiamo visto semmai degli obbrobri giuridici diventare leggi: basti pensare a quella elettorale Porcellum o a quella degli anni '90 sulla droga (una legge punizionista e dannosa firmata Fini-Giovanardi), per non parlare delle leggi spot sulla famiglia, fino alla recente legge monca sulle unioni civili che è stata fatta ad hoc per le persone gay (altro obbrobrio giuridico). Essere marchiati per legge sul proprio orientamento sessuale seppur a fin di bene non è proprio un grande traguardo moderno e libertario. Il  merito della legge è certamente positivo ma la sua costruzione fatta su compromessi ignobili non è accettabile (stepchild adoption, adozioni, matrimonio egualitario, ecc).

Lo spirito degli  anni '70 e parte degli ‘80 era caratterizzato da una visione libertaria, che sicuramente influenzava con forza anche la classe politica che non aveva certo personaggi xenofobi o clerico-fascisti così tanto di moda oggi. La nostra formazione nasce lì ed è grazie a quelle visioni, a quell’impegno e a quella forza se oggi continuiamo, seppur con strade diverse, a sperare in un mondo che vada verso l’eguaglianza e la tolleranza.

Quelli sono stati gli anni della Stonewall italiana: dalla nascita del Fuori nel 1971 ad opera di un gruppo di ragazzi coraggiosi e determinati guidati da Angelo Pezzana fino alle prime discoteche gay e i primi Gay Pride, e poi la presa del Cassero di Porta Saragozza a Bologna, i campeggi gay organizzati da Felix Cossolo che fondò Babilonia il primo mensile gay e la prima guida gay italiana, con indicati anche i luoghi di battuage. Di quegli anni anche la nascita a Torino della prima rassegna del cinema Lgbti, diventata oggi la più importante d’Europa fondata da Giovanni Minerba. Forse ciò che ancora oggi rimane come lo strumento simbolo libertario della lotta contro la violenza omofoba del ‘potere precostituito’ era il Manuale di autodifesa del Travestito, realizzato dal Collettivo travestiti radicali che spiegava come difendersi e ribellarsi alla violenza delle autorità quando lavoravano si marciapiedi, realizzato in formato ciclostile ridotto nell’A.D. 1976 nella mitica sede storica di Via Garibaldi, 13 a Torino.

Purtroppo oggi ci sono segnali che non fanno ben sperare. Sicuramente fra 30/50 anni quelli di oggi non verranno ricordati per aver lasciato un segno così positivo purtroppo. Ciò significa che i tempi futuri non fanno ben sperare anche se la strada per l’uguaglianza e l’affermazione dei diritti è ormai in un punto di non ritorno.

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La legge Cirinnà ha innegabilmente segnato un punto di svolta nell'ordinamento italiano, disciplinando chiaramente l'unione fra persone dello stesso, come tematica a sé stante, senza porre sullo stesso piano convenze more uxorio, convivenze di fatto fra persone non legate da vincoli sentimentali, come proposto, invece, da precedenti progetti di legge. Le unioni civili introducono nell'ordinamento un nuovo istituto che discplina l'unione fra persone dello stesso sesso, legate da un vicolo affettivo,  “quale  specifica  formazione  sociale  ai  sensi  degli articoli 2  e  3  della  Costituzione”, costituita  mediante dichiarazione di  fronte  all'ufficiale  di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

Ciò non toglie che la legge presenti alcune “lacune”, in parte, colmate dai decreti attuativi (si pensi alla disciplina penalistica ove lo status di “unito civilmente” è equiparato a quello di “coniuge”, anche ai fini dell'applicazione di circostanze aggravanti del reato), in parte, invece, rimasta irrisolta.

Il legislatore, al fine di tentare una equiparazione, introduce una sorta di “clausola di salvaguardia” all'art. 1, comma 20: “Al solo fine di  assicurare  l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti  dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le  disposizioni che si riferiscono al matrimonio e  le  disposizioni  contenenti le  parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque  ricorrono  nelle leggi, negli atti aventi forza  di  legge,  nei  regolamenti  nonche' negli atti amministrativi e nei contratti  collettivi,  si  applicano anche ad ognuna delle parti  dell'unione  civile  tra  persone  dello stesso sesso. La disposizione di cui al  periodo  precedente  non  si applica alle norme del codice  civile  non  richiamate  espressamente nella presente legge, nonche' alle disposizioni di cui alla  legge  4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo  quanto  previsto  e  consentito  in materia di adozione dalle norme vigenti".

Il legislatore, in sostanza, sulle adozioni non prende una posizione chiara. Da un lato, esclude espressamente il richiamo alla legge sull'adozione, dall'altro, però, con una clausola di apertura prevede che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. A mio avviso, non può negarsi che, con tale previsione, il legislatore abbia, nei fatti, abdicato alla propria funzione normativa (e di indirizzo politico) in favore della giurisprudenza, con ciò agevolando la prassi di una “giurisprudenza creativa”, che presta il fianco ad una innegabile disparità di trattamento.

In più di una pronuncia, infatti, la giurisprudenza di merito, pur nell'assenza di una disciplina legislativa, ha riconosciuto, di fatto, la possibilità di adottare il figlio biologico del proprio partner, all'interno d una coppia omosessuale, talvolta ricorrendo all'ipotesi di adozione in casi particolari ex art. 44 l.184/83, ovvero come riconoscimento di adozione pronunciata in un paese straniero ex art. 36, comma 4,  l. 184/83.

Nelle numerose sentenze i giudici hanno proposto unaserie di argomenti giuridici tali da consentire l'applicabilità in via analogica della normativa prevista per ipotesi “speciali” di adozione. Ciò nel superiore interesse del minore. Va evidenziato, infatti, che la giurisprudenza di merito si sia soffermata esclusivamente sul diritto del minore ad uno stato giuridico di figlio corrispondente ad una situazione di fatto creatasi all’interno di un nucleo familiare omogenitoriale fondato sugli affetti, sull’assistenza materiale e sulla cura del minore, non sussistendo, di contro, nel nostro ordinamento, il diritto della coppia omosessuale alla genitorialità. Tale operazione ermeneutica della giurisprudenza si rivela necessaria, laddove esistono già in Italia coppie omossessuali che hanno figli, la cui condizione giuridica è priva di regolamentazione.

Tuttavia, il fatto che sia demandata alla “sensibilità” di ciascun giudice la facoltà di riconoscere, o meno, al soggetto unito civilmente l'adozione del figlio biologico del partner evidenzia, indubbiamente la necessità di colmare tale lacuna normativa, non potendosi consentire tale disparità di trattamento sul territorio nazionale, tanto più ove, come in questi casi, sia in gioco l'interesse del minore. In particolare, val la pena di precisare che nell'ipotesi di minore convivente con due soggetti uniti civilmente, o comunque cosituenti una coppia omossessuale, (perchè figlio biologico di uno dei due) in caso di disgregazione del nucleo, questi non avrebbe diritto di essere ascoltato, non sussistendo, allo stato attuale, una riconoscimento giuridico del  figlio di una coppia omogenitoriale.

Non può non sottolinearsi come, anche tale circostanza, palesi una intollerabile disparità di trattamento tra figli coppie eterosessuali ed omosessuali, laddove i primi hanno diritto ad essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, ai sensi dell'art. 336 bis c.c., mentre i secondi, il cui status giuridico non viene riconosciuto dall'ordinamento ( se non in forza di alcune isolate pronunce giurisdizionali) non hanno tale diritto.

Se è vero, infatti, che in caso di coppia omosessuale non vi è un diritto per il “genitore sociale” (partner del genitore biologico) alla genitorialità, che viene quindi, nella maggior parte dei casi, di fatto esercitata senza una “copertura” legislativa, è altrettanto vero che l'ordinamento non può non porsi il problema di come gestire tali situazioni in caso di disgregazione del nucleo familiare formato dalla coppia omogenitoriale.

In particolare, tale tematica investe in primis il diritto del minore "a vivere e crescere nella propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori", diritto che deve essere garantito anche ai figli di una coppia omogenitoriale e che viene esercitato concretamente anche tramite l'ascolto del minore stesso, ascolto imprescindibile ed obbligatorio ex lege al fine di tutelarne il superiore interesse.

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Filosofa, saggista, politica, accademica ma soprattutto donna. È così che ama definirsi Michela Marzano, nel cui ultimo romanzo L’amore che mi resta si affrontano con delicata sensibilità i temi della perdita, dell’amicizia, dell’affettività, della maternità. Aspetto, quest’ultimo, su cui Gaynews ha voluto ascoltarla in relazione alle ultime polemiche relative alla gpa in seno alla collettività Lgbti.

Onorevole Marzano, le parole sono importanti. Che cosa esprimono secondo lei le espressioni utero in affitto e gestazione per altri?

Partiamo da un assunto per me fondamentale. Quello della importanza assoluta delle parole secondo il pensiero di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura. L’espressione utero in affitto è erronea perché a essa è sottesa una concezione negativa e ideologizzata d’una pratica medica. L’espressione gestazione per altri è invece neutra in quanto descrittiva di quella pratica senza che se ne dia alcun giudizio morale.

Tre giorni giorni prima dell’inizio dell’Onda Pride è stato lanciato il comunicato Utero in affitto, firmato anche da alcune femministe della differenza e dalla presidente di ArciLesbica Nazionale. Che cosa ne pensa?

Penso che si tratti di un’azione altamente scorretta e inappropriata. Ancora una volta si è agito con la volontà di creare scompiglio e non di favorire un sereno raffronto. Tale modalità ricorda infatti l’allarme che fu lanciato lo scorso anno proprio mentre in Senato si discuteva dell’ex art. 5 del ddl Cirinnà sull’adozione del configlio o stepchild adoption. Dispiace poi vedere tra le firmatarie anche alcune femministe. Riprova delle contrapposizioni e spaccature che caratterizzano il movimento femminista italiano a differenza della sua comprattezza iniziale.

In molti si è impegnati anche sui social a favorire un discussione sulla gpa ma non poche femministe della differenza muovono l’accusa che si stia facendo propaganda sulla scorta dell’art 12 (comma 6) della legge al 40. Chiusura al dialogo o manganellismo verbale?

È ovvio che si tratta di una totale chiusura al dialogo, scambiando artatamente l’esternazione delle proprie vedute con la propaganda. Si crede di poter imporre un pensiero unico al riguardo brandendo le armi delle sanzioni o, addirittura, del reato universale. Sulla gestazione per altri sarebbe ribadire una volta per tutte che una cosa è la pratica, una cosa sono le modalità con cui si effettua. Non si può liquidare la gestazione per altri - volta a realizzare il desiderio di genitorialità d’una coppia a prescindere dal loro orientamento sessuale – sulla base dell’argomento di quanto avviene nei Paesi terzo/quartomondiali. Si pensi al Canada o alla California dove la gpa è normata nel pieno rispetto dei basilari principi legali col consenso informato delle parti e senza, dunque, alcun sfruttamento della donna gestante Quanto detto potrà essere più chiaro se si pensa a un’altra pratica medica importantissima quale la donazione di organi. Donazione che può avvenire nel caso di soggetti sia morti cerebralmente sia vivi. Ora sarebbe illogico qualificare la donazione di organi una pratica illegittima e criminosa perché in Paesi estremamente poveri c’è chi si presta alla sua effettuazione per motivi d’indigenza. Tali modalità, che si configurano come sfruttamento della persona, sono da condannare con fermezza e perseguire penalmente. Ma ciò non può portare alla condanna della pratica che è legittima e altamente umanitaria.

Sabato pomeriggio è stato presentato a Milano l’ultimo volume di Daniela Danna. ArciLesbica Zami Milano ha inviato una mail alle socie annunciando la diffusione di  volantini antigpa durante il Pride del giorno dopo. Quale il suo parere?

Trovo totalemente inaccettabile quel comunicato per il contesto (il giorno prima del Milano Pride) e, soprattutto, per i contenuti. Si pensi alle parole: “Le lesbiche non sono le mogli dei gay, che tacciono e annuiscono quando gli uomini parlano”. Si tratta di parole che esprimono l’idea paternalistica e patriarcale della vita matrimoniale quale condizione di sudditanza servile per la donna. Quell’idea che il movimento femminista ha sempre combattuto e continua a combattere Per non parlare della presunzione di voler parlare a nome di tutte le altre donne lesbiche.

Per Michela Marzano, donna e politica, che messaggio deve arrivare sulla gpa dal mondo delle donne e da quello della politica?

Come donna e politica credo che sia ora di mettere da parte ogni visione ideologica sulla gpa e d'incontrarsi sul terreno del confronto iniziando a eliminare l’utilizzo di parole offensive tanto per le donne quanto per chi vuole concretare il desiderio di genitorialità. Confronto che deve partire dall’idea di genitorialità. Un’idea che non è univoca come quella imposta dalle posizioni biologistiche. L’essere genitore si realizza al di là dell’aver messo un mondo un figlio. Si realizza nell’affetto costante nei riguardi di colui alla cui crescita, formazione ed educazione ci si presta attimo per attimo con la mente e il cuore.

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