Eravamo verso la fine degli anni '80 del secolo scorso. Mi accingevo, dopo la laurea in medicina e chirurgia e le specializzazioni in pediatria e in igiene e medicina preventiva conseguite presso l'università di Padova, a iniziare un nuovo percorso accademico per conseguire la terza specializzazione. Quella, cioè, in psicologia e sessuologia presso la scuola per la Formazione e la Ricerca in sessuologia diretta a Genova dalla didatta formatrice professoressa Jole Baldaro Verde, prima donna in Italia allora sessuologa e psicoterapeuta.

In quel periodo ero ancora un "velato" e pur non "esprimendomi" mai in termini ortodossamente eterosessuali nel linguaggio e nei gesti, cercavo comunque di far trasparire il meno possibile di me stesso e delle mie inclinazioni ovvero della mio vero orientamento sessuale. La mia didatta formatrice mi aveva perfettamente capito ma aspettava che fossi io stesso a manifestarmi. Pensò di agevolare il mio coming out affidandomi, come allievo della scuola in questione, la collaborazione nello stilare le perizie per rendere attuabile la correzione chirurgica del sesso (Ccs), come allora si chiamava la serie di interventi medico-chirurgici cui venivano sottoposte le persone in transizione.

Fu in quel periodo che ebbi modo di parlare più volte con Marcella Di Folco, che a noi, come scuola per la Ricerca e la Formazione in sessuologia, si rivolgeva per vari motivi. Vale a dire:

- per cercare, come Presidente del Mit, di trovare nuove attività e nuove energie innovative per il Movimento da rifondare; 

- per trovare idee e conferme in vista dell'apertura del Consultorio per l'identità di genere, che, a Bologna, sarà il primo consultorio al mondo coordinato da persone trans. 

Marcella, però, inviava soprattutto al nostro centro persone "in transito" per la perizia che avrebbe loro permesso il successivo iter chirurgico.

Con me Marcella è stata sempre una persona estremamente distinta ed educata. Forse fin troppo riservata (mi vedeva troppo maschio!!?? ) ma comunque sempre pronta al sorriso discreto e direi a volte malizioso, che mi faceva sussultare non poco. Mentre con la mia didatta formatrice, che conosceva da parecchio tempo, Marcella era molto più loquace e disinvolta.

Se penso a Marcella, la ricordo, attraverso i sensi, come un soffio di profumatissima cipria Coty, come una dolce soave melodia sulle note della celebre Anonimo Veneziano di Stelvio Cipriani, come una luminosa stella cadente ricca di sogni e di promesse. Provo forti emozioni nell'evocare questi ricordi nello struggente tentativo di riesperimentare le stesse vaghe ed intense emozioni che mi facevano trasalire e sussultare quando parlavo con lei. Quando parlavo con te, Marcella.

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In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

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Le persone trans continuano a subire doppia discriminazione spesso anche a opera di alcuni media. I recenti casi dello stupro di Rimini e del decesso di Carlotta nel Salento – entrambi legati a due donne transgender – sono stati ancora una volta narrati con termini stereotipici e offensivi dell’identità di genere delle interessate come l’utilizzo del maschile “un trans”.

Doppia discriminazione, che vede talora responsabili anche le persone Lgb. Risale solo ad alcune settimane fa l’accesa polemica relativa alle posizioni “separatiste” o “essenzialiste”, che dir si voglia, di ArciLesbica Nazionale cui hanno fatto eco le dichiarazioni di qualche femminista. Posizioni atte a rimarcare una sorta di necessaria rivendicazione di “spazi politici” separati tra donne cisgender e donne transgender.

La querelle, come abbiamo raccontato anche dalle colonne di Gaynews, ha suscitato la reazione sia di alcuni circoli provinciali di ArciLesbica sia di una leader storica del movimento transessuale taliano quale Porpora Marcasciano.

Per restare nel solco della stessa discussione, Gaynews ha deciso di raccogliere la testimonianza di un’altra esponente di spicco del movimento trans, cioè Roberta Ferranti.

Roberta, cosa ne pensi della posizione di chi rivendica l’urgenza di distinguere e separare spazi politici dedicati alle donne cisgender da quelli dedicati alle donne trans?

Fare queste distinzioni mi sembra ridicolo. La scelta di essere una donna è una scelta ben precisa per una donna trans. Io rifiuto completamente la mia mascolinità. Con le femministe abbiamo avuto spesso delle incomprensioni perché, casomai, non accettavano la nostra scelta, senza dubbio rivoluzionaria, di voler far parte del mondo femminile. Quando facevamo le proteste a Roma, a pochi metri dalla sede dell’Udi (Unione donne italiane), nessuna ci veniva ad aiutare. Non si affacciavano neppure alla finestra. Del resto, è capitato anche a me di sentirmi dire da una donna cisgender che non sono una vera donna. E perché? Perché non posso procreare?

Invece, bisognerebbe che tutti tenessero ben presente che per una donna transessuale come me la scelta di entrare a far parte del mondo femminile è una scelta molto seria e consapevole perché non è facile rinunciare alla virilità e al potere che questa può conferire in una società maschile e maschilista.

Cosa ricordi delle prime lotte delle persone trans?

I ricordi sono veramente tanti ma ho a cuore la figura di Gianna Parenti, che collaborò alla fondazione del Mit. Col passare degli anni, poi, il Mit si è sempre più giovato del ruolo di Porpora. È stata lei, a mio parere, quella che ha sempre creato le situazioni più interessanti dal punto di vista sia politico sia culturale.

Di Marcella Di Folco, predecessora di Porpora Marcasciano alla guida del Mit, che ricordo hai?

Marcella non partecipava alla lotta in maniera molto attiva perché era un’attrice e non voleva “mischiarsi” troppo con proteste e sit-in. Poi si è presa dei meriti, facendo certamente delle cose molto importanti.

Nella recente polemica qualche femminista della differenza ha sostenuto che è anche merito proprio se nel 1982 fu approvata la legge 164 relativa alla riattribuzione anagrafica di sesso. Cosa ne pensi?

Sarà anche vero ma, in ogni caso, ultimamente leggo di persone che si caricano di successi e traguardi per il cui raggiungimento non hanno davvero fatto nulla.

Cosa pensa, infine, Roberta Ferranti della gpa, altro motivo di grande conflitto in seno al mondo femminile e femminista?

In linea di massima sono d’accordo. Se si fa con amore, con generosità, col consenso informato delle parti e senza sfruttamento della donna gestante, non vedo davvero quale sia il problema.

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A seguito d'un articolo in lingua inglese postato l'8 agosto sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale si è scatenata una grande polemica nella collettività Lgbti e non. Polemica che è stata accompagnata da un'ondata di violenza verbale sui social network nei riguardi delle donne transgender.

Abbiamo contattato Mirella Izzo, scrittrice, femminista translesbica e presidente onoraria dell'associazione Rainbow Pangender Pansessuale Gaynet Liguria, per raccoglierne l'opinione in merito a quanto sta succedendo.

L'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matterspostato l'8 agosto sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, ha suscitato un'ondata di reazione nella collettività Lgbti e, soprattutto, tra le persone trans. Perché a tuo parere?

Vero ma non soprattutto trans. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere moltissime donne della stessa ArciLesbica o anche non lesbiche inorridire di fronte a quel post il cui succo essenziale è che le donne transgender non sono veramente donne. Altrimenti perché chiedere spazi separati e persino bagni separati a causa soprattutto della “differenza che conta”, cioè il pene.

Poi hanno un po’ corretto il tiro parlando di vissuti diversi infantili e di argomenti cui noi non avremmo diritto di parola come, ad esempio, le mestruazioni, la gravidanza e persino lo stupro. Non so se hanno idea di quante ragazze transgender vengono stuprate già in famiglia e non possono denunciare o non ne hanno la forza. Mi chiedo se le donne che hanno uteri “non funzionanti”, che soffrono di amenorrea e non possono avere figli sarebbero accolte da queste lesbofemministe Terf, che in italiano suona come lesbiche radicali trans-escludenti. Per loro le donne trans sono delle imitazioni delle donne “cis”. Sì, cis: ora posso dirlo dopo che il Dizionario di Oxford ha incluso questo prefisso nell’indicazione di genere delle persone, considerandolo giusto. Basterà darci un'occhiata.

Cosa è sotteso, a tuo parere, alla difesa di ArciLesbica nazionale da parte di alcune femministe?

La risposta sarebbe: Non lo so. Poi è evidente che ci si fa delle opinioni proprie, specie se si è tentato di dialogare sia con queste femministe Terf sia con la direzione di ArciLesbica. La mia, di opinione, è che la domanda andrebbe rovesciata. Siamo in presenza, a mio parere, di un'opa (ostile? Sicuramente per molta base sì) da parte di questo micropezzo di femminismo,  ma che ora ha trovato, in Italia, una visibilità inaudita attraverso la “conquista” di ArciLesbica Nazionale. C’è una bella differenza se una cosa la dice una femminista non lesbica o un’associazione che fa parte del movimento cui partecipano anche le associazioni rransgender. A questo punto deflagra il movimento Lgbt.

Sia chiaro. La mia è un’opinione e non ha prove: solo interpretazioni mie di comportamenti che mi fanno pensare a degli indizi. Anche il fatto che, ora che è scoppiato il casino, qualche femminista prende le distanze da quel che accade in ArciLesbica con “io non c’entro” ecc. sa di excusatio non petita. Ma resta una mia sensazione. Quella in ogni caso d'una persona che fa attività politica dall'età di 14 anni.

Comunque, che qualcosa del genere sarebbe prima o poi accaduta, io l’avevo capito anni fa quando ero ancora presidente di Crisalide AzioneTrans e decisi di uscire dalla lista del “movimento”, motivandone le ragioni che poi ho raccolto e ampliato, con una nuova proposta di forma associativa, nel libro Oltre le gabbie dei generi. Ora il movimento si ricompatta contro ArciLesbica ma esistono altre contraddizioni interne che prima o poi scoppieranno e provo a spiegarlo nei dettagli nel libro.

Una precisazione: quando dico che queste femministe sono un'estrema minoranza, mi si potrebbe obiettare che anche le donne transgender sono poche. Ma c’è una bella differenza tra condizione e pensiero. Le persone intersessuali sono poche ma hanno importanza. Un “partito” dello 0,0001% decisamente meno, tanto per esemplificare.

Hai tentato ultimamente un dialogo con le femministe Terf. Qual è stato il risultato del tuo impegno?

Devo dire che quando, parlando con loro, ho espresso i miei dubbi sulla gpa (gestazione per altri), subito ho avuto post, numeri di telefono e disponibilità estrema. Quando però qualcuna di loro, cui è riconosciuta anche una certa leadership, ha visto che non cedevo sulla questione delle donne trans, ha immediatamente cambiato toni. Al che mi sono chiesta e le ho chiesto se quei toni accondiscendenti nascondessero un tentativo di opa verso una persona nota (seppur in pensione) nel movimento Lgbt. Avere un’intellettuale trans dalla loro parte sarebbe stato un bel colpo.

Ovviamente in risposta ho ricevuto toni scandalizzati e aggressivi alla mia domanda. Ho tentato la via del dialogo - è un caposaldo del pensiero pangender - ma la questione poi è stata posta con un “o stai di qui o di là”. E come potevo stare con chi non riconosce il mio essere donna e vorrebbe obbligarmi ad andare a fare pipì nei vespasiani a pochi centimetri dagli uomini? E poi io non riesco più a farla in piedi. Detto francamente, mi piscerei sulle cosce proprio come le cis. 

Perché secondo te le persone trans sono oggetto in questi ultimi giorni d'una violenta campagna offensiva sui social da parte di tali femministe? Donne che odiano le donne?

No, donne che odiano le donne non mi piace. Le donne sono sempre state accoglienti nei confronti di noi transizionanti da maschio a femmina. A volte persino materne con le più giovani o all’inizio del percorso. Soprattutto, finita la transizione, si dimenticano che siamo trans. Più di una volta mi è capitato di donne, ex colleghe, che mi parlassero nei dettagli di tamponi e mestruazioni. Fui io a ricordar loro che sulla specifica cosa non avevo grandi competenze. Proprio ieri una donna etero ha voluto il mio pensiero di donna, che conosce meglio il “maschile”, su un suo dubbio rispetto a un uomo che temeva avesse comportamenti “pericolosi”.

Noi siamo donne con specifici diversi ma possiamo essere molto utili alle donne cis proprio sulle questioni del “maschilismo” e le sue peggiori conseguenze.  Le donne, rispetto agli uomini, sono  nove volte su dieci contente di noi. Capiscono perfettamente le sofferenze che subiamo per poi passare dal privilegio alla doppia discriminazione (donna e transgender). Diamo troppa importanza a questo genere di femminismo. Non è un caso se la maggioranza dei circoli di ArciLesbica ha lanciato la campagna Un'altra ArciLesbica per dissociarsi nettamente dalla dirigenza.

Qualche giorno fa hai scritto una bellissima e articolata riflessione dal titolo Fallocentrismo e vaginocentrismo: l'altro verso della stessa "medaglia". Che cosa intendi per vaginocentrismo e quali sono i pericoli di questa posizione?

L’ho scritto e lo ripeto: non è tanto importante il vaginocentrismo ma il “centrismo”, il mettere una condizione sopra le altre e con il diritto di giudicarle e classificarle. Sono contro tutti gli integralismi identitari: dall’Isis alle Terf. Sono la morte del movimento Lgbt, che io chiamo, volutamente, L+G+B+T per la quasi assenza di integrazione delle diverse identità che invece, sotterraneamente, in parte, si disprezzano. Molti esempi li ho fatti nel libro Così non si va da nessuna parte. Il vaginocentrismo è equivalente a ginocentrismo ma più chiaramente esplicito rispetto alle motivazioni date dalle Terf per non riconoscere le donne trans.

C'è chi ha tentato di collegare gli attacchi ricevuti ultimamente dalla presidente Boldrini con quelli che avrebbe ricevuto la segreteria nazionale di ArciLesbica. Che cosa ne pensi?

Penso che un qualsiasi giudice saprebbe distinguere le offese gratuite alla presidente Boldrini rispetto al loro attacco contro le donne transgender e contro i gay per la questione gpa, per il quale hanno ricevuto adeguate risposte nel 90% dei casi. Poi c’è sempre chi sbrocca: ma da una parte e dall’altra. L’uomo che ha proposto di andare a pisciare sotto la sede di ArciLesbica ha scelto un pessimo modo di esporre il suo dissenso. Purtroppo gli uomini sono stati educati fin da neonati a considerare il pene una sorta di arma. D’altra parte gli stessi genitori lo chiamano pistolino… Ma dall’altra parte c’è stata l’affannosa ricerca di immagini o dichiarazioni di transgender che, secondo loro, dimostravano che non erano donne a denominazione d’origina controllata (da chi?) e garantita (da chi?).

Secondo Mirella Izzo la visione pansessuale potrebbe essere d'aiuto al superamento di tali contrapposizioni e, soprattutto, a una rinnovata riflessione coesa all'interno della collettività Lgbt?

Io preferisco il termine pangender perché, senza sapere di che gender sei, non puoi definire neppure il tuo orientamento sessuale. Quindi il termine include pansessuale. Ma andrebbe beinssimo un “Pride Pangender e Pansessuale” che sia aperto anche alle donne e agli uomini etero che rifiutano di essere catalogati come “giusti” per qualcosa che non hanno scelto, ma che hanno ereditato dalla nascita e non vogliono pensare che un loro eventuale figlio gay, lesbica o transgender, debba fare una vita di discriminazioni anche pesanti. E ce ne sono di etero consapevoli.

Tutti dentro ma con una discriminante: le condizioni sono infinite sia di identità sia di orientamento ma nessuna è superiore o comunque “distaccata” dalle altre. Ha degli specifici ma siamo fondamentalmente esseri umani sessuati. Punto. L’unico discrimine è ovvio, cioè che ogni genere di orientamento sia tra adulti e consenzienti. E dovremmo anche iniziare a studiare la differenza tra orientamento sessuale e orientamento amoroso o affettivo. Anche questi, non sempre combaciano perfettamente! 

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Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

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La collettività Lgbti è stata interessata nella scorsa settimana da una forte polemica a seguito d'un articolo che, recante il titolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta), è stato postato sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale. Si sono susseguite forti reazioni non solo da parte di persone transgender ma anche di moltissime donne e, in particolare, della maggior parte dei comitati locali di ArciLesbica (10 su 16) che hanno lanciato la campagna #unaltrArciLesbica «per prendere le distanze dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall'attuale segreteria nazionale».

Gaynews ha seguito la vicenda con articoli e interviste, una delle quali, rilasciata da Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura di spicco del movimento rainbow italiano, ha visto muovere qualche critica anche a una femminista quale Marina Terragni. Sollecitati dalla stessa giornalista a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo dettato e punteggiatura originari.

 

Caro Direttore Grillini, 

       vorrai certamente consentire una breve replica alle affermazioni sconcertanti e offensive contenute nell’intervista a Porpora Marcasciano, in particolare là dove si parla della mia persona. 

"E lei (cioè io)” dice Marcasciano “come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole".

Quando si cancella o si misconosce la storia e la vita di una persona, come fa Marcasciano, si esercita un intollerabile sopruso. 

Non solo non ho mai “attaccato trans” – vera e propria calunnia - ma ho partecipato attivamente alle lotte del Mit insieme alla fondatrice Pina Bonanno e a tutte le altre/i, fino all’approvazione della legge 164/82, quando l’esistenza del fenomeno trans era noto solo ai clienti di prostituzione.

Senza il femminismo e senza la vicinanza delle donne fin dalla notte dei tempi, verosimilmente le persone transgender sarebbero ancora inchiodate a un destino di emarginazione e persecuzione. 

Più in generale: in quale mondo alla rovescia, mi domando, chi resiste allo sfruttamento delle donne nella prostituzione -oggi quasi solo vittime di tratta dai paesi poveri- e all'orribile mercato della surrogacy rappresenterebbe il patriarcato? 

Sono invece d’accordo con Marcasciano quando afferma: “Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni…Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere”. 

Mentre il femminismo continua a produrre pensiero –opinabile, discutibile, ma pensiero- grande parte del movimento Lgbt sembra oggi inchiodato a una logica dirittistica esasperata, oltre che a un’ossessione classificatoria, tassonomica e diagnostica, intenta a produrre sempre nuove e minuziose identità sessuali, inversamente proporzionali alla libertà. 

Una carenza di autoriflessione che produce fenomeni mostruosi come, in queste ore, il violento attacco misogino ad ArciLesbica –una violenza maschile davvero inaudita- su cui varrebbe la pena che Gaynews esercitasse la sua critica ed eventualmente esprimesse il suo disappunto e la sua condanna.

Cordiali saluti

Marina Terragni

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Sesto sabato dell’Onda Pride il 1° luglio. A celebrare la marcia dell’orgoglio Lgbti saranno domani Bari, Cosenza, Genova, Palermo e una città simbolo per il movimento come Bologna. Al riguardo Gaynews ha intervistato Vincenzo Branà, presidente del Cassero.

Nel logo del documento politico del Pride l’astronauta osserva e non sappiamo chi è. Perché non dobbiamo saperlo? 

L’astronauta rilancia la vocazione esplorativa dei movimenti, la loro attitudine a adottare punti di vista e prospettive inedite e plurali. Non sappiamo chi si cela dietro allo scafandro ma possiamo scoprirlo: questa è la scommessa. Perché l’identità è una scoperta e non un presupposto, perché esistono nel tessuto sociale zone che sfuggono alle regole e alle regolarità e che non vanno necessariamente ricondotte o forzate dentro a uno schema. Svestirsi dai pregiudizi, da tutti i pregiudizi, è uno sforzo quotidiano, una pratica costante che non va banalizzata e che richiede un impegno preciso anche a chi nei movimenti opera da molto tempo. 

Bologna è la città storica del movimento Lgbti ed è la città che, per prima, ha creduto nel valore delle differenze. È ancora  cosi?

Bologna è una città che in passato ha saputo far crescere sguardi critici: questo è il tratto più caratteristico del suo dna. Dalle radio libere, ai centri sociali alla “presa” del Cassero, il filo rosso è quello di una cessione di una parte dello spazio politico alle comunità dal basso. Il punto è che la politica – o meglio: i partiti – oggi reprimono il dissenso per reagire alla loro evidente crisi di consenso: su questo, a Bologna come altrove, bisogna tenere alta la guardia. 

La realtà transessuale è un punto rilevante del  documento politico del Pride.  Su questo mondo i pregiudizi e gli stereotipi costruiscono  culture violente di sfruttamento e  di disprezzo. Come educare i più giovani e con quali strumenti? 

Per parlare ai giovani bisogna innanzitutto raggiungerli nei loro luoghi, condividere tratti di strada con loro, includerli nei nostri ragionamenti. Non è un processo indolore: nelle nuove generazioni categorie come “destra” e “sinistra”, chiare e irrinunciabili per le generazioni precedenti, hanno perso di senso e di nitidezza. Incolpare i giovani di questo è evidentemente un’ingiustizia. Diciamo sempre che la riproduzione non è solo un fatto biologico o genetico: a chi sostiene la sterilità degli omosessuali, abbiamo sempre risposto non solo con le nostre (s)famiglie ma anche con il nostro riprodurre cultura, idee, pratiche. I giovani oggi sono figli di quella riproduzione, che è anche nostra: se li sentiamo distanti tocca alle generazioni precedenti farsi carico di quella distanza.

Omofobia e transfobia nel mondo del lavoro. Quali gli strumenti per contrastarle?

Servono leggi, innanzitutto, tanto sul piano nazionale quanto su quello locale. Servono cioè strumenti che definiscano con chiarezza i contorni di un fenomeno, che lo rendano leggibile, del tutto visibile. E che mettano in moto percorsi efficaci di risposta a quei bisogni. E poi servono reti, capaci di attraversare mondi diversi e che non si accontentino di costruire relazioni solo tra “simili”, escludendo ciò che percepiscono come diverso. 

Unioni civili e concetto di famiglia che muta. Cosa c'è di valore aggiunto  per  la comunità sociale  e cosa non c'è?

Il valore aggiunto è senza dubbio la visibilità, il riconoscimento delle relazioni nello spazio pubblico. Non è l’esito di una legge, sia ben chiaro, ma di un percorso che parte da molto più lontano e che di certo nella legge trova uno dei suoi snodi più importanti. Uno snodo, però, e non un traguardo. La coppia non è l’unica dimensione di vita che persone lgbti scelgono e dobbiamo essere consapevoli dell’egemonia che quel modello esercita, con tutto ciò che comporta in termini di esclusione. 

Anche in Emilia  Romagna si chiede  una legge  contro l'omotransfobia. C'è già un testo?

Il testo esiste: fu depositato da Franco Grillini durante il passato mandato amministrativo. Ora finalmente qualcosa si sta muovendo: è in corso un lavoro di costruzione del percorso che potrà portare all’approvazione di quel testo. Per la prima volta, su questo tema, possiamo essere ottimisti.

Molto dibattito su gpa e autodeterminazione. Cosa manca  alla discussione aperta in questi  giorni?

Manca innanzitutto il riconoscimento reciproco e il superamento di una contrapposizione che riduce questo dibattito a due sole posizioni. Nel documento del Bologna Pride c’è un richiamo esplicito a questo aspetto. E non ci sono invece categorie che in questo dibattito vanno per la maggiore: abbiamo scelto deliberatamente ad esempio di non usare la parola “etica”, molto abusata in questa discussione e utile solo a tracciare un discrimine – del tutto discutibile – tra gestatrici accettabili o non accettabili. Una definizione dall’alto, che poco ha a che fare con l’autodeterminazione delle donne – altra formula inflazionatissima – che deve necessariamente riguardare tutte le donne, non sono quelle bianche, occidentali, ricche. 

Il 28 giugno è ricorso il 35° anniversario dell’inaugurazione del Cassero. Ora l'astronauta che cosa sta vedendo?  

La storia del Cassero è ogni giorno una sorpresa anche per chi la attraversa nella propria quotidianità. Oggi di quella storia fanno parte tanti e tante giovani, che sono la garanzia (e l’augurio) di una lunga storia, che è ancora tutta da scrivere. 

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