Se ne parla poco ma i diritti delle persone Lgbti sono al centro del documento programmatico della neoformazione di sinistra Liberi e Uguali (LeU), votato il 17 dicembre all’assemblea nazionale di Brescia. Il testo si configura come un contributo al programma definitivo che sarà licenziato a breve.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Luca Trentini, storico attivista Lgbti e componente del coordinamento provinciale di LeU per l’area bresciana.

Luca, come si arrivati al documento votato il 17 dicembre scorso?

Il percorso per la definizione del programma di Liberi e Uguali è partito da un piccolo gruppo di lavoro costituito da me, Cathy La Torre, l'on. Daniele Farina, l'europarlamentare Elly Schlein, Francesca Druetti, Gianmarco Capogna, Michele Covolan, Raffaele Serra, Sara Prestianni, Elia De Caro e altri che hanno redatto il testo base su cui lavorare. Ci siamo poi ritrovati a Brescia domenica 17 Dicembre per la conferenza programmatica Diritti e Cittadinanze che ha approfondito i contenuti del programma in modo partecipato e ha scritto e votato il testo del documento programmatico Per una società dei diritti e dell'uguaglianza.

Quale l’approccio utilizzato per redigere il testo?

L'approccio che abbiamo voluto utilizzare parte dalla lettura della realtà. Dopo l'approvazione delle unioni civili, legge appena sufficiente ma pasticciata, le famiglie arcobaleno sono di fatto entrate per la prima volta nel diritto di famiglia. Non è quindi più necessario declinare i diritti civili come un capitolo separato o una richiesta specifica. Questi diritti vanno inseriti nel quadro più ampio di una riforma globale del diritto di famiglia italiano che vorremmo diventasse “diritto delle famiglie” a partire naturalmente dal fondamentale principio di uguaglianza. Tuttavia uguaglianza non significa omologazione. Dobbiamo essere uguali nei diritti e nelle possibilità, ma tutelando e riconoscendo le mille diversità e la pluralità delle identità come un bene e un arricchimento sociale. Infine abbiamo riaffermato l'importanza di uno stretto collegamento fra diritti civili e diritti sociali, da noi percepiti come i due polmoni in grado di ridare respiro a un Paese affannato.

Da un punto di vista contenustico quali sono i punti salienti?

Dal punto di vista dei contenuti il documento programmatico approvato a Brescia contiene la richiesta esplicita del matrimonio egualitario per le coppie di persone Lgbti e la riforma dell'adozione ordinaria che deve essere semplificata per tutte e tutti e aperta a single e a tutti i tipi di coppia. Sull'omogenitorialità proponiamo la riforma della legge 40 che permetta l'accesso alla pratica della procreazione assistita a tutte le donne, abolendo la discriminazione che oggi ne limita l'accesso alle solo donne in coppia eterosessuale. Il programma prevede il riconoscimento di entrambi i genitori all'atto di nascita del figlio per tutti i tipi di coppia e/o “l’adozione piena e legittimante” per i bambini che nascono o vivono in una famiglia con due genitori dello stesso sesso.

Per quel che riguarda i diritti delle persone trans, Liberi e Uguali sceglie la strada della depatologizzazione della condizione trans in virtù del principio di autodeterminazione, ma richiede anche la riforma della legge 164 dell’82 nell’ottica del superamento del passaggio giudiziario per la rettificazione dei dati anagrafici.

E sul fronte delle misure di contrasto all’omotransfobia?

Sotto il profilo dell'antidiscriminazione il nostro programma prevede l'estensione della legge Mancino contro gli atti di odio compiuti in virtù dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o rivolta a persone con diverse abilità. Parallelamente proponiamo progetti di educazione e sensibilizzazione a favore di ogni minoranza discriminata, che comprendano anche il superamento dello stigma delle persone che vivono con l’Hiv. Anche nel capitolo relativo alla scuola richiediamo interventi formativi sull'educazione affettiva, sessuale e delle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Anche per insegnanti, gli operatori sociosanitari e le famiglie proponiamo di inserire una formazione permanente che includa anche questi aspetti.

Una delle proposte concrete inserite nel programma è proprio la riforma dell'Unar (Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali) che vorremmo fosse trasformato in Autorità nazionale Antidiscriminazioni. Un’agenzia indipendente dalla politica con poteri effettivi, anche sanzionatori, che vigili sull'applicazione dei trattati anti discriminatori internazionali nel nostro paese potrebbe essere un efficace strumento di contrasto all'odio e di sviluppo di una cultura delle differenze.

Il documento bresciano ha influito sulla discussione della successiva Assemblea del 7 gennaio?

Abbiamo portato queste idee all'Assemblea programmatica di Roma del 7 Gennaio grazie a due bellissimi interventi di Gianmarco Capogna e Cathy la Torre. Nella relazione programmatica votata da tutte e tutti i 1500 delegati è stato inserito il passaggio sulle unioni civili così: L’uguaglianza nei diritti: L'uguaglianza non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili. Abbiamo la necessità di riformare nel suo complesso il diritto di famiglia, che deve essere declinato al plurale, parlando di “famiglie” e includendo anche quelle di fatto e ogni altra forma di legame familiare. Il matrimonio deve essere un istituto unico, accessibile a tutte e tutti con il pieno ed eguale riconoscimento di tutti i legami affettivi, compresi quelli delle coppie Lgbti, una parità dei diritti anche sul piano della genitorialità. Sono necessari progetti formativi anche scolastici, efficaci sull’educazione affettiva, sessuale e alle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Dobbiamo introdurre misure efficaci dal punto di vista normativo per inasprire le pene e renderle efficaci per chi commette violenze con l’aggravante della discriminazione.

Il lavoro è stato molto partecipato e ha coinvolto centinaia di militanti. Il programma è stato votato all'unanimità e impegna tutte le candidate e i candidati. Credo che questi contenuti diano risposte concrete e prospettive utili alla comunità Lgbti, ma che segni un avanzamento per il Paese nel suo complesso perchè il progresso dei diritti è una questione che interessa tutte e tutti e ne migliora la vita. Valori come l'uguaglianza, l'autodeterminazione, la dignità, le differenze e hanno trovato spazio in un programma coraggioso e avanzato che coniuga in modo armonico i diritti sociali (lavoro, solidarietà, accoglienza, pensioni, salute, welfare), la tutela dei beni comuni (ambiente, sostenibilità, risorse, patrimonio artistico) con i diritti civili. La speranza è che molte elettrici ed elettori ci diano fiducia sulla base di questi contenuti.

Infine, ma Luca Trentini sarà candidato alle prossime elezioni?

Il mio nome è stato inserito nella rosa delle candidature proposte al tavolo nazionale e votato dall'assemblea di Liberi e Uguali della mia  circoscrizione elettorale. Vedremo se e dove si riterrà che il mio contributo possa essere utile.

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Nata ufficialmente agli inizi dello scorso mese d’agosto, l’associazione orlandiana Dems (Democrazia, Europa e Società) s’è riunita il 16 dicembre – pochi giorni prima dallo scioglimento delle Camere – nella sua prima assemblea nazionale. Nella cornice dell’auditorium romano Antonianum in via Manzoni si sono succeduti numerosi interventi centrati sull’obiettivo della kermesse. Quello, cioè, di costruire «insieme una nuova proposta per il centrosinistra».

Particolarmente interessante il contributo di Angelo Schillaci che, in veste di coordinatore, ha annunciato la costituzione del comitato tematico Dems Arcobaleno. Raggruppamento che, nato dall’esperienza della Squadra Arcobaleno per Orlando Segretario, vede coinvolte – come detto in quella sede da Schillaci, ricercatore di Diritto comparato alla Sapienza – «persone, con un bagaglio di esperienze ricco e plurale, che condividono la passione e le battaglie per i diritti civili».

Una composizione variegata, come quella dell’arcobaleno, costituita da esponenti della società civile nonché della politica territoriale e nazionale. Tra quest’ultimi si contano i nomi di Monica Cirinnà, Sergio Lo Giudice, Daniele Viotti.

Raggiunto telefonicamente, così Schillaci ha spiegato gli obiettivi del comitato tematico: «Vogliamo rappresentare dentro Dems e più estesamente nel partito un gruppo che nel metodo e nel merito porti avanti le battaglie per i diritti civili Lgbti e non solo.

Nel metodo, puntando su un partito che si apra, sappia parlare all’esterno e si confronti con le forze vive della società. Nel merito, riaffermando le nostre rivendicazioni classiche e fondamentali. Rivendicazioni, che faremo di tutto per portare nel programma del Pd: matrimonio egualitario, equiparazione piena di tutte le famiglie, responsabilità genitoriale alla nascita e riforma delle adozioni, legge contro l’omofobia, piena attenzione per le persone trans e intersex attraverso provvedimenti legislativi che diano pieno riconoscimento e tutela ai loro percorsi di vita e costruzione dell’identità.

Ma il nostro orizzonte non è limitato solo a un tale ambito. Crediamo infatti che i diritti Lgbti siano una componente essenziale e paradigmatica di una battaglia più ampia per i diritti, per l’uguaglianza e l’inclusione».

Parole, queste, condivise appieno dalla senatrice Cirinnà che ai nostri microfoni ha dichiarato: «La battaglia arcobaleno sintetizza in sé quella più ampia e fondamentale per la tutela e il riconoscimento di tutti i diritti umani e civili.

Questa è l’autentica cifra di un partito di centrosinistra che voglia dirsi ed essere tale. Fino a quando sussisterà al riguardo anche una sola minima disparità tra le persone le donne e gli uomini di sinistra non resteranno inoperosi. Noi almeno dei Dems Arcobaleno non lo saremo e faremo di tutto perché non lo sia l’intero Pd.

Uno degli impegni prioritari al riguardo sarà quello per il matrimonio egualitario, al cui riguardo Andrea Orlando ha giustamente detto il 16 dicembre: Le unioni civili, una battaglia a cui tengo e che ho fatto con Monica Cirinnà, sono un modo per sperimentare un percorso che possa portare ai matrimoni egualitari».

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Basta diagnosi che certificano una patologia, basta trattamenti, basta umiliazioni. La proposta di legge che è stata presentata al Parlamento spagnolo permetterà - qualora approvata - alle persone trans di cambiare sesso anagraficamente senza doversi dichiarare malate e senza l'autorizzazione di un medico. Anche i minori di età potranno richiedere il cambio dei documenti, con il sostegno dei genitori o di un giudice, e anche gli stranieri residenti avranno lo stesso diritto.

Tutti i gruppi parlamentari, escluso il Partito popolare che esprime un governo di minoranza, hanno approvato con 200 voti a favore e 128 contari che il progetto di legge si discuta in Parlamento. Cosa che avverrà martedì 5 dicembre mentre la votazione avverrà due giorni dopo.

Le associazioni che difendono i diritti Lgbt e, in particolare, la Piattaforma per i diritti trans hanno accolto con soddisfazioni questa iniziativa, che corregge la legge precedente del 2007: "La discriminazione che noi persone trans subiamo – ha detto la presidente Mar Cambrollé – non si combatte solo con il cambio di nome e di sesso legale: è provocata infatti dalla transfobia vigente nella legislazione, che non riconosce l'autodeterminazione, il diritto al proprio corpo e le varie espressioni di genere possibili”.

Proprio in questa direzione va la proposta che va in discussione in Parlamento: non sarà più necessario che una persona trans dichiari di essere malata per accedere al cambio di nome, al contrario di quanto succede ora che si richiede una diagnosi medica o psicologica che stabilisca la presenza di una disforia di genere curata per almeno due anni. In base alla nuova norma non servono altri requisiti all'infuori della “dichiarazione espressa della persona interessata del nome proprio e del sesso con cui si sente identificato/a”.

Non sarà obbligatorio essersi sottoposti a trattamenti chirurgici, ormonali, psicologici o psichiatrici, perché – secondo la deputata socialista María Dolores Galovart, relatrice della proposta - “lo Stato deve garantire che l'identità riconosciuta dalla società sia quella perecepita dalla persona”.

Questa facoltà di autodeterminazione sarà riconosciuta anche ai minori d'età che potranno richiedere il cambio di sesso sui documenti attraverso i propri genitori; se uno di essi o entrambi si dovessero opporre, il minore potrà ricorrere a un giudice per rivendicare il proprio diritto, sempre “nel superiore interesse del minore”.

Su questo punto il Partito popolare (Pp) ha espresso la propria contrarietà, anche se si è dichiarato disposto a discutere la legge per arrivare a una formulazione condivisa.

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Nell’ambito della nona edizione di Poetè, la rassegna letteraria ideata e diretta da Claudio Finelli, è stato ieri presentato il romanzo Cronaca di un delitto annunciato di Adriana Pannitteri, telegiornalista del Tg1. Come già preannunciato dal dinamico intellettuale partenopeo in un post su Facebook, l’evento è stato caratterizzato dagli interventi della filosofa Simona Marino e dall’«intensa testimonianza dell'attivista Arcigay Carmn Ferrara».

Compagno della responsabile delle politiche trans per Arcigay Nazionale Ottavia Voza, il giovane FtM ha iniziato da poco il suo percorso di transizione. Ma il toccante testo da lui scritto e letto dall’attore Antonio della Croce ha dischiuso un passato di sofferenza personale caratterizzato, in età minorile, da abusi sistematici. Abusi e violenze compiute da un vicino di casa in un clima di silenzio, paure e disinteresse familiare.

Ecco in esclusiva per Gaynews il testo integrale

Billy era il mio pupazzo di pezza ed era sempre con me. Lo portavo dal dottore, ai giardinetti e dormiva nel letto con me. Per fortuna me ne ero già sbarazzato quando ero ancora una bambina, ma avevo smesso di giocare. Nelle palazzine era tutto grigio, i muri senza intonaco, l’asfalto su cui mi sbucciavo spesso le ginocchia e la cantina del vecchio. Billy, invece, era rosa e bello. Non ricordo quando ho smesso di giocarci, ma avrei voluto tenerlo con me quando è iniziata la fine della mia infanzia. I miei genitori erano sempre assenti per motivi di lavoro.

Mia mamma era incinta di mio fratello quando io andavo in quinta elementare e mio padre era sempre in cerca di qualcosa da fare. Entrambi raccomandavano al vecchio “ve la guardate voi a Carmen?”. Lo vedevo come un nonno, sì, un nonno buono. Le sere d’estate uscivo fuori al palazzo e lui mi raccontava le storie. Storie di janare e lupi mannari, io non sono mai stato particolarmente coraggioso e mi faceva sedere in braccio a lui per darmi conforto.

Una volta mi raccontò una storia strana che faceva così: c’era una volta una principessa che cercava un principe. Il re esaminò una serie di pretendenti ai quali chiese di trovare un fagiolo, un chicco d’uva e una zucchina. Per non portarvela per le lunghe – anche perché non era affatto una storia avvincente – vi dico subito che questi pretendenti dovevano mettere nell’ordine: il fagiolo, il chicco d’uva e la zucchina nel deretano della principessa. A quell’età non capivo cosa ci fosse di divertente nel ficcare una zucchina in culo a una ragazza, ma il vecchio, toccandomi, mi disse che alla principessa piacque. Iniziavo così a silenziarmi e a divenire incapace di raccontare quelle storie assurde.

Non avevo paura di dire a mia mamma che Mastu Michele mi aveva parlato delle streghe janare e dei lupi mannari, ma avevo vergogna di quella zucchina e di quella mano sul seno che non avevo e tra le gambe.

Una sera in cui ero fuori al palazzo per giocare con gli altri bambini, mastu Michele mi chiese di aiutarlo per portare una cosa in cantina. Nelle palazzine non ci sono luci, soltanto tante ombre e tanti fantasmi. Scesi dunque con lui senza torcia e me lo ritrovai addosso. Scugnato – a Napoli si chiamano così le persone senza denti - , puzzolente e tanto tanto più grande di me. Mi baciò con la lingua. Ricordo ancora la sensazione di schifo. Gli dissi “cosa fate?” – gli davo del voi per educazione. Lui mi disse “non so cosa mi sia successo”. Io scappai, sputai e tornai a casa mia.

Qualche anno dopo riprendemmo a parlarci. In realtà non so se abbiamo mai smesso di farlo. Rammento che lui mi domandò una volta se fossi vergine e io gli risposi che ero bilancia. 

Avevo iniziato a fumare. Sarà stato il 2006, credo. Andavo in seconda media. Chiesi alle persone che erano fuori al palazzo se qualcuno avesse una sigaretta. Lui mi disse che doveva comprarle e mi fece salire in auto con lui per andare al tabacchi. Superammo però il bar in piazza. Io gli dissi che aveva “la macchinetta” (il distributore automatico), lui mi disse che le avremmo prese da un’altra parte, e viaggiammo per parecchio tempo. Io iniziai a non riconoscere i comuni che attraversavamo, cercavo di leggere le indicazioni stradali per capire dove stessimo andando. Giungemmo in un posto che dopo tanti anni ho scoperto essere in provincia di Caserta. Precisamente san Felice a Cancello.

Svoltò in una strada secondaria che portava in una terra. Intorno era tutta campagna. Spense l’auto, abbassò il sedile anteriore su cui ero seduta e iniziò a toccarmi. Io ero immobile. Mi spogliò. Mi aprì le gambe e iniziò a leccarmi. Poi entrò con un dito. Poi poggiò il suo pisello semieretto sulla mia vagina e cacciò del liquido che successivamente ho scoperto chiamarsi sperma. Soddisfatto prese una sigaretta. “Allora ce le avevate! Perché non me l’avete detto?” – gli dissi, non sapendo che altro dire. Me ne diede una. La accesi. “Non dire niente a nessuno di quello che è successo” – mi intimò. “Ma che siete scemo?” – gli risposi. E presi a fumare, guardando fuori dal finestrino. “Adesso andiamo a casa, vero?”. “Sì”. Quanto mi costò quella Merit.

Durante tutta l’adolescenza io e il vecchio ci vedevamo assiduamente, quasi ogni giorno. Lui abita sullo stesso pianerottolo della mia famiglia. Mi aspettava all’angolo ogni dì per accompagnarmi a scuola. Veniva a casa mia a bere il caffè e a trovare mio padre. Mi diceva nell’orecchio “ti aspetto fuori” e se non uscivo tornava, ma quasi sempre uscivo. Per cinque anni ogni sera e qualche volte anche di pomeriggio lui si appropriava del mio corpo. Già a tredici anni bevevo molto. Tris di vodka, rum, tequila, cointreau, campari & gin, Tennet’s super, Du Démon.

Fumavo Marijuana e hashish. Mi stordivo in modo che tutto fosse più sopportabile. Quando tornavo a casa, a volte vomitavo fuori al portone, altre riuscivo ad arrivare al cesso, abbracciare la tazza e addormentarmi. Quando capitava che il vecchio mi beccava di pomeriggio, ricordo che quando tornavo avevo sempre la testa bassa.

Mio padre mi diceva sempre “ailloc ‘a depressa!”, mia mamma non mi chiedeva mai cosa avessi. Ma non credo che se l’avesse fatto avrei saputo spiegarglielo. Ho trascorso gli anni delle scuole medie inferiori e superiori in un mondo fantastico. Sognavo ad occhi aperti di andar via di lì, scrivevo, piangevo quasi mai, ma avevo molti attacchi di panico e fissazioni varie. Parlavo da solo e avevo molti pensieri che mi frullavano per la testa.

Non avevo ancora dato un nome a quella violenza, ma sapevo che non mi piaceva affatto. Più passavano i giorni, i mesi, gli anni e più mi chiudevo in un’analisi tutta mia. Facevo la differenza con gli altri bambini e le altre bambine, poi con i ragazzini e le ragazzine. Iniziavo a capire che non a tutti succedeva di fare sesso contro la propria volontà. C’era qualcosa che non andava, ma non sapevo come liberarmene, né ero in grado di raccontarla.

Ho iniziato ad essere consapevole grazie a Barbara D’Urso. Vi farà ridere, ma è stato a Pomeriggio 5 che per la prima volta ho sentito parlare di violenza sulle donne e pedofilia. Con la storia di Sara Scazzi iniziai a pensare sempre di più che anche il vecchio si chiamava Michele, come Michele Misseri e non erano troppo diversi tra loro. Lavoravano la terra, non parlavano bene in italiano. Iniziavo ad avere sempre più paura e contestualmente cominciavo a dare un nome alle cose che mi accadevano. Un giorno ero a La Feltrinelli di piazza Garibaldi e per caso sfogliai un libro dal titolo “Amabili resti”. Lessi solo l’introduzione e la prima pagina. Era una storia raccapricciante ed ero sempre più convinto che anche la mia potesse finire così.

Non so come, ma il 15 o il 16 ottobre del 2012 mi ruppi il cazzo e mandai a cagare il vecchio. Lo feci con un tono di supplica, telefonicamente. Gli dissi che “non me la sentivo più”. Uno o due giorni dopo avrei compiuto 18 anni. Stentavo a credere che fosse stato così semplice. Bastava così poco per liberarmi di lui? Perché non ci ho pensato prima? Perché non ho detto di no dal primo momento?

Quando ho iniziato a raccontare alle persone che mi circondavano cosa avessi vissuto, però, ho capito che non era così facile liberarmi del vecchio. Perché lo sognavo la notte, lo incontravo sempre e una volta mi fermò e mi disse “tu tieni un brutto vizio: parli <troppo assai>”.

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Oggi per la comunità Lgbti e non solo è una data importante. Perché a Torino nella Cornice dell’Aula Magna del Campus Einaudi dell’Università degli Studi di Torino alla presenza, fra le altre e gli altri, della segretaria generale della Cgil Susanna Camusso si terrà la presentazione ufficiale del Vademecum Lavoro e Diritti LGBT, promosso dal Coordinamento Torino Pride in sinergia con Cgil, Cisl e Uil. Il primo manuale di questo genere per contrastare le discriminazioni nei luoghi di lavoro legate all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Un testo che nasce a Torino ma pensato per arrivare in tutta Italia.

«Un vero risultato di squadra: le sigle sindacali, con le quali abbiamo avuto un confronto costante per la stesura, collaboreranno alla sua diffusione sui posti di lavoro; la Regione Piemonte, che con il Consiglio Regionale e la Città di Torino ha patrocinato l’iniziativa, ci ha supportato nella stampa di un numero congruo di copie; l’Università degli Studi di Torino ci ospita per la presentazione del Vademecum nella sua Aula Magna patrocinando l’evento» – commenta soddisfatto il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia che prosegue: – «Crediamo che il vademecum sia una buona prassi e uno strumento utilissimo contro le discriminazioni che da Torino deve arrivare in tutta Italia dove la gente lavora».

«Dal confronto e dai percorsi formativi di molti anni sulle discriminazioni sono emerse le modalità per saperle riconoscere ed individuare gli strumenti adeguati per difendersi da esse, specialmente nei luoghi di lavoro. Secondo stime prudenti dell’Oms, le persone Lgbt sono almeno il 5% della popolazione mondiale: questo significa che più di un milione dei ventitre milioni di persone che lavorano in Italia è omosessuale, bisessuale o transessuale. Un milione di lavoratori di cui però si sa davvero poco» si legge nell’introduzione al volumetto che comprende anche un necessario glossario affinché tutte e tutti, non solo al lavoro, possano usare un linguaggio davvero inclusivo e non discriminatorio.

Il vademecum dopo aver esplorato significato e implicazioni della discriminazione sul posto di lavoro e non, fornisce tutti i dati utili a comprendere l'entità del fenomeno [A parità di lavoro, gli uomini omosessuali guadagnano dal 10% al 32% in meno dei loro colleghi eterosessuali; nella maggior parte dei casi l’ingiustizia subita resta non denunciata né segnalata, portando, tra l’altro, a una grave mancanza di dati statistici e di informazioni tecniche sul fenomeno, gli autori delle discriminazioni sono solo o soprattutto uomini, pagina 22 ] e tutti i riferimenti di legge.

Un intero capitolo è poi dedicato alle persone transgender e transessuali e viene spiegato minuziosamente come ci si deve comportare se si è discriminati sul posto di lavoro e quali possono essere le tutele e le azioni da intraprendere.

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Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Dopo la relazione del direttore di Gaynews Franco Grillini pubblichiamo oggi il video intervento Chi ha paura della transessualità? Qualche esempio di pratiche buone e meno buone della giornalista e scrittrice Delia Vaccarello.

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In El Salvador, Guatemala e Honduras la vita e la sicurezza delle persone Lgbti sono sempre più minacciate perché le autorità di questi Paesi non assicura loro alcuna protezione. Cosa questa che le costringe a fuggire dalla loro terra e affrontare altri pericoli in Messico.

A evidenziarlo è Amnesty International nel nuovo rapporto No Safe Place che, pubblicato ieri, descrive l’odissea di omosessuali e donne transgender in fuga dalla discriminazione e dalla violenza di genere. Realtà queste che, a opera di bande criminali ed esponenti delle forze dell’ordine, stanno registrando un vertiginoso aumento in El Salvador, Guatemala e Honduras.

Ma il rapporto pone sotto accusa anche le autorità messicane, resposabili di non proteggere dalla sistematica violazione dei diritti i profughi Lgbti all’interno del Paese, e denuncia l'insostenibile esperienza vissuta nei centri statunitensi di detenzione per migranti.

«A causa della loro identità di genere e del loro orientamento sessuale – ha dichiarato Erika Guevara-Rosas – queste persone subiscono una crudele discriminazione in America centrale. E non c'è alcun luogo dove possano trovare salvezza». La direttrice di Amnesty International per le Americhe ha quindi aggiunto: «Terrorizzate nei loro Paesi e sottoposte a violenza estrema quando cercano riparo altrove, queste persone costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili di rifugiati delle Americhe. Il comportamento delle autorità messicane e statunitensi, che stanno a guardare, è semplicemente criminale».

Secondo le cifre ufficiali El Salvador, Guatemala e Honduras hanno alcuni dei più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti, incontrati da Amnesty International, ha raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. Secondo l'ong Cattrachas in Honduras, tra il 2009 e il 2017, sono state uccise 264 persone Lgbti. Nella maggior parte dei casi gli autori non sono stati mai stati perseguiti penalmente.

La maggior parte delle persone, le cui dichiarazioni sono servite per la redazione del rapporto No Safe Place, ha inoltre riferito di aver subito ulteriore discriminazione e violenza da parte di pubblici ufficiali in Messico. Secondo uno studio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, tra il 2016 e il 2017 due terzi dei rifugiati Lgbti provenienti dall’America centrale sono state vittime di abusi sessuali in Messico.

Alcune donne transgender, che erano riuscite a concludere indenni il viaggio all'interno del Messico, hanno invece denunciato il disumano trattamento ricevuto nei centri di detenzione statunitensi. Altre, poi, sono state espulse dagli Usa e dal Messico per essere rinviate nei Paesi d’origine.

Cristel, una 25enne transgender salvadoregna, ha denunciato di essere stata posta in isolamento in un centro di detenzione per migranti non appena varcata la frontiera con gli Usa nell'aprile 2017. Dopo una settimana è stata trasferita in una piccola cella dove c'erano otto uomini. Alla fine è stata rimandata in El Salvador, dove continua a subire le minacce delle bande criminali. «Io non voglio essere clandestina – ha dichiarato ad Amnesty International –. Non voglio altro che vivere in sicurezza».

Alla luce di tali dati Erika Guevara-Rosas ha commentato: «Più le autorità di El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico e Usa non agiranno per proteggere alcune delle persone maggiormente vulnerabili delle Americhe, più le loro mani saranno macchiate di sangue. I governi di questi Paesi devono intraprendere azioni decisive per contrastare il moltiplicarsi di violenze contro le persone Lgbti. Devono altresì migliorare le loro politiche e procedure per garantire l'accesso alla protezione internazionale a tutte le persone che ne hanno bisogno».

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Con la Candlelight del Transgender Day of Remembrance in Stazione Termini si sono conclusi gli eventi informativi sull’identittà di genere e commemorativi delle vittime di transfobia. Eventi che, organizzati dal Coordinamento Lazio Trans in collaborazione col Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, hanno avuto il loro epilogo nella veglia a lume di candela per ricordare le persone trans uccise nell’ultimo anno. Ben 326. Come Laura, la 27enne d’origine rumena, massacrata il 10 novembre scorso all’Eur.

In sua memoria è stato letto un toccante messaggio inviato dalla MozaiQ Association di Bucarest. «Vorremmo dedicare – così i soci e le socie dell’associazione –  un momento al ricordo di Laura, una donna transgender rumena che lavorava in Italia, uccisa in un brutale attacco transfobico. Ogni anno, la cronaca ci ricorda la violenza che le persone transgender subiscono ancora oggi, anche in Europa. L’Italia, ad esempio, ha un dato tra i peggiori in tema di omicidi di persone transgender.

È importante dunque farsi sentire, dire parole chiare contro questi orribili crimini. Ogni atto di violenza, infatti, perpetra ancora e ancora l’oppressione delle persone transgender. Per questo è nostro dovere accendere i riflettori su questi problemi che affliggono ancora le nostre società. In Romania, le persone transgender hanno meno possibilità di avere successo nella vita poiché il processo di transizione è estremamente lungo e umiliante, l’accesso ai servizi medici è inadeguato e non aperto a tutti, mentre l’ingresso nel mondo del lavoro rimane ancora un problema. 

Noi siamo a fianco dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. La morte di Laura non sarà dimenticata, porteremo per sempre il suo ricordo nei nostri cuori».

Sul significato dell’evento commemorativo, tradizionalmente organizzato dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, così si è espresso ai nostri microfoni il neopresidente Sebastiano Secci: «È importante soffermarsi a ricordare e commemorare le vittime di transfobia, soltanto quest'anno sono infatti  oltre trecento le persone trans vittime di omicidio in tutto il mondo e l'ultima è Laura, assassinata qualche giorno fa proprio qui a Roma.

È imperdonabile che la società civile ignori un fenomeno dalla portata emergenziale ma, soprattutto, è imperdonabile che noi gay, lesbiche e bisessuali troppo spesso, presi dalle nostre battaglie e rivendicazioni, trascuriamo la lotta delle nostre compagne e dei nostri compagni trans.

 

Per Laura e per chi prima di lei è caduta barbaramente vittima dell'odio transfobico siamo stati questa sera a Termini, per ricordare chi ci è stato portato via ma, soprattutto, per prendere tutte e tutti insieme un impegno con chi c'è ancora».

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Intellettuale controcorrente. Figura di spicco del movimento liberazione omosessuale italiano. Componente del Mit, Valérie Taccarelli è stata anche la musa di Alfredo Cohen, che in suo onore scrisse il brano Valery. Poi trasformato da Franco Battiato nel celebre Alexanderplatz. Nel Transgender Day of Remembrance l’attivista per i diritti Lgbti ripercorre per Gaynews la genesi d’una canzone divenuta famosa in tutto il mondo grazie all’interpretazione di Milva.

 

Conobbi Alfredo Cohen nel 1977 a Napoli in occasione del suo recital Come barchette dentro un tram. Sapevo benissimo chi fosse: era uno dei fondatori del F.U.O.R.I. Quindi un mio idolo, un mio padre al quale ero grata.

Avevo 15 anni quando lui cominciò a prendersi cura di me, a proteggermi come una figlio/a. L'anno dopo mi fece andare da lui a Roma. Continuavo a girovagare: Bologna, Napoli, Roma. La sua casa in Via della Pace era al quanto disordinata. Iniziai quindi a prendermene cura e lui mi descrisse così: Ti piace di più lavare i piatti poi startene in disparte come vera principessa che aspetta all'angolo come Marlene. Fu allora, infatti, che scrisse Valery. Brano che, musicato da Battiato e Pio, fu inciso sul lato a dell’omonimo 45, il cui lato b fu costituito da Roma. Canzone, questa, bellissima dedicata alla città eterna e a Pier Paolo Pasolini

A onor del vero Valery non ebbe molto successo. Battiato, poi, nel 1981 scrisse un lp per la “pantera di Goro” dal titolo Milva e dintorni, il primo d'una trilogia. Chiese allora ad Alfredo di poter usare Valery, informandolo però che avrebbe cambiato titolo e ritornello.

Alfredo, prima di dire sì, venne a trovarmi a Napoli per chiedermi di dare il brano a Battiato. Io ero ricoverata in ospedale in quel momento. Con me il quel momento c'era il mio "fidanzato" d'allora, che potrebbe testimoniarlo. Alfredo mi spiegò i cambiamenti.  

Io dissi subito sì, aggiungendo che sarei stata onorata che la Divina Milva cantasse la mia canzone. Ecco com’è nata la canzone Alexanderplatz. Milva ne ha poi fatto un suo cavallo di battaglia, portandola in mezzo mondo, cantandola e incidendola in molte lingue.

Ascolta il brano originale Valery

 

 

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Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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