Continua la personale battaglia di Donald Trump contro le persone transgender nel silenzio generale dei media. Il presidente americano, dopo aver bloccato le assunzioni di militari trans, vuole cancellare una norma dell'Obamacare che garantisce uguali diritti per le cure mediche alle persone T.

Il Dipartimento della Salute e dei Servizi umani infatti, intenzione di riscrivere uno dei principi cardine del piano di assistenza, quello che vieta la discriminazione di genere. Ma gli avvocati e le associazioni in difesa dei diritti civili sono pronti a dichiarare guerra.

Fatima Goss Graves, componente del National Women's Law Center, ha dichiarato che bisogna "contrastare questo pericoloso tentativo di negare i diritti di cittadini americani". La frase incriminata presente nell'Obamacare è sulla definizione di identità sessuale per ogni essere "maschio, femmina o una combinazione tra maschio e femmina". Alcuni gruppi religiosi estremisti si erano opposti subito all'introduzione di questo riferimento più largo sull'identità sessuale, temendo che i soldi pubblici potessero finanziare la "transizione tra i due sessi".

Adesso Trump è pronto ad andare incontro alle loro richieste. La proposta arriva tre giorni dopo l'intenzione del Dipartimento della Casa e dello Sviluppo Urbano di abbattere un'altra eredità di Obama: quella, cioè, che obbliga i centri federali per i senzatetto a non discriminare nessuno per il sesso, neanche le persone trans. 

A pochi giorni dal 50° anniversario dei moti di Stonewall, dopo anni di dure battaglie, Trump e la sua pletora di sostenitori conservatori sembrano più che intenzionati ad annientare i diritti delle persone transgender, faticosamente conquistati.

Ci si augura, in larga parte della collettività trans, che il World Pride di New York sia l'occasione giusta per attaccare il presidente degli Stati Uniti pubblicamente e politicamente, più di quanto fatto finora, con la speranza che anche nei Pride italiani ed internazionali si solidarizzi con le compagne e i compagni di oltreoceano.

Inutile parlare di intersezionalità, se poi i diritti delle persone trans non vengono tutelati e difesi dall'intero movimento Lgbti+.

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Candidata alle comunali di Capaccio Paestum nella lista Adesso Capaccio Paestum (facente parte della coalizione che sostiene Italo Voza quale sindaco), Ottavia Voza è architetta e archeologa. Docente a contratto di Restauro presso la Scuola di Specializzazione in Beni archeologici dell’Università di Salerno, ha pubblicato saggi di pregio, tra cui è da menzionare Parco Archeologico di Paestum. Studio di fattibilità (Pandemos, Paestum 2008).

Ma quello di Ottavia è un nome che rimanda anche all’attivismo Lgbti. È stata infatti presidente di Arcigay Salerno mentre in Arcigay Nazionale (2012-2018) ha ricoperto l’incarico di responsabile per le Politiche Trans.

Ottavia, che cosa l’ha spinta a candidarsi a consigliera comunale?

La consapevolezza che era giunto il momento di mettere al servizio di una comunità, della mia comunità, il lungo lavoro che ho portato avanti nei decenni passati nel campo della progettazione urbana, del recupero dei centri storici e dei beni monumentali e paesaggistici, e soprattutto il profondo amore che mi lega alla mia terra. In particolare per il territorio in cui sono candidata ho redatto e pubblicato diversi piani e progetti di recupero, per il Centro storico in collina e per il Parco archeologico della città antica di Poseidonia-Paestum.

La spinta decisiva è stata tuttavia la formazione di una coalizione di persone giovani, capaci, con spiccate professionalità, completamente svincolate dalle logiche clientelari ed affaristiche che hanno costituito in passato un freno allo sviluppo di un territorio con eccezionali potenzialità. 

Su cosa punterà in questi ultimi giorni di campagna elettorale?

Continuerò, come ho fatto finora, a porre l’accento sui temi che abbiamo messo al centro del programma politico della coalizione: lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’ambiente, il primato della Cultura, la democrazia partecipata e la messa in valore dei beni comuni. Mi rendo conto che può sembrare un’affermazione un po’ scontata, ma siamo vittime, qui come altrove, della tendenza a ridurre la campagna elettorale, che dovrebbe costituire il massimo momento dell’espressione democratica di una Comunità, ad una conta basata su clientele, apparentamenti e  convergenze di interessi particolari.

Considero invece questo “esercizio di democrazia” un importante momento di crescita civile e culturale di una intera comunità, con l’obiettivo di pensare e agire allo stesso momento globalmente e localmente. Per mettere in moto un processo in cui ogni progetto, dalla grande opera al piccolo intervento di rifunzionalizzazione, deve essere inserita all’interno di un quadro organico di medio e lungo periodo. Tradizionalmente questo non accade, ed ancora oggi si riduce l’esercizio della politica amministrativa locale ad una sterile ed improduttiva sommatoria di poche grandi opere, il cui obiettivo spesso è la visibilità di chi le propone (ed è il viatico migliore per la realizzazione di cattedrali nel deserto che quasi sempre lasciano alle comunità le macerie di pesanti eredità in termini di indebitamento) o peggio la rincorsa ad opportunità di finanziamento estemporanee ed improvvisate.

Da architetta-archeologa che cosa crede ci sia da fare per la tutela di un patrimonio come quello di Paestum?

Tutela e valorizzazione sono due prassi inscindibili, la nuova frontiera della tutela è nella capacità di individuare processi virtuosi in cui la salvaguardia del patrimonio, la sua fruizione da parte non solo dei turisti, le attività di ricerca scientifica sono strettamente interconnesse e correlate ai processi di sviluppo economico. Per questo occorre mettere in atto un approccio radicalmente diverso alle politiche culturali, che devono diventare il fulcro di tutte le azioni di governo. Tutti gli studi recenti condotti dall’OCSE sull’impatto della cultura nelle economie locali hanno determinato che la cultura contribuisce a diversificare l’economia, contribuisce alla rigenerazione urbana, a rafforzare l’identità culturale e la diversità locale, a sostenere la coesione locale e l’integrazione dei gruppi emarginati, a promuovere le regioni rurali come destinazioni da visitare ed in cui vivere, lavorare e investire.

È evidente che un patrimonio come quello della città antica di Paestum, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità, deve avere un ruolo centrale in questo processo. Paestum non è solo “la città dei Templi”, i monumenti che hanno maggiormente attratto l’interesse e l’ammirazione di studiosi e visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Paestum costituisce uno dei pochi luoghi in cui la città antica, nel suo insieme costituito dalle fortificazioni, dalle relazioni tra spazi pubblici, religiosi e residenziali, può essere raccontata e fruita in tutta la sua complessità, al suo interno e nelle relazioni con il suo paesaggio. Questa dunque è la direzione verso cui dovrà essere rafforzata ed ampliata la fruizione del patrimonio archeologico di Paestum, e questo il campo in cui sarà di fondamentale importanza la collaborazione tra l’Amministrazione Comunale e il Parco Archeologico.

I temi Lgbti sono presenti nel suo programma elettorale?

Il tema nel programma viene affrontato in un’ottica intersezionale, essendo programmate diverse attività nell’ambito delle politiche sociali, compresa l’attivazione di una Casa delle Donne e l’avvio di iniziative ed azioni concrete di contrasto alla violenza di genere. Attività monitorate attraverso la redazione di un bilancio di genere, all’interno del più generale bilancio sociale.

Infine, che cosa significa per una donna trans e attivista candidarsi in un Comune del Sud?

Io non ho mai considerato la mia esperienza trans come un processo che dovesse condurmi ad una “normalizzazione” e dunque ad una sorta di invisibilità. Cosa tra l’altro impossibile se decidi di restare in un piccolo paese dove hai condotto una cospicua parte della tua esistenza conformemente al genere che ti è stato assegnato alla nascita. 

Mi sembra che la trasparenza di questa esperienza abbia prodotto all’interno della mia Comunità un sentimento di stima e di generale e naturale inclusione da una parte, ed abbia contribuito da un’altra parte alla migliore comprensione del fenomeno culturale e politico dell’esperienza trans. Sarebbe forse esagerato dire che non ho avuto problemi all’inizio, problemi che si sono tradotti nella complessità delle relazioni sociali in limitati contesti, prevalentemente ristretti all’ambito professionale.

La candidatura mi ha permesso di ampliare notevolmente la rete delle relazioni sociali all’interno della comunità, e questo, aldilà della mia condizione identitaria, costituisce un indubbio arricchimento. Bisogna aggiungere tuttavia che non sempre le esperienze trans MtF, FtM o non binarie con cui mi sono confrontata qui ed in altri contesti simili nel corso del mio attivismo  sono vissute con la medesima serenità. È ancora fortissimo lo stigma verso le persone più giovani e meno attrezzate, per età e bagaglio complessivo, che sperimentano isolamento e difficoltà di integrazione a tutti i livelli. Io spero che il passaggio della mia candidatura possa ulteriormente contribuire alla migliore inclusione sociale di queste persone.

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Il 23enne Seddiq A. è stato ieri condannato dal Tribunale penale di Parigi a 10 mesi di prigione (di cui quattro con sospensione) per «violenza volontaria, senza conseguente danno d’inabilità totale al lavoro, commessa per motivi di identità di genere» nei riguardi della 31enne Julia Boyer. Dovrà inoltre versare in risarcimento 3.500 euro alla vittima e 1.500 euro alle associazioni SOS Homophobie, Stop Homophobie e Mousse, che si erano costituite parte civile.

Gli è stato infine vietato d’entrare a contatto con Julia e d’avvicinarsi alla sua abitazione.

La donna, addetta alle vendite in una boutique di Givenchy, la cui transizione è iniziata otto mesi fa, era stata aggredita il 31 marzo scorso da un gruppo di giovani sulle scale esterne della metro di Place de la République. Era in corso una manifestazione contro l’ex presidente algerino Albdelaziz Bouteflika. Prima insulti, poi lanco di birra, cori umilianti. Un filmato di videosorveglianza, proiettato in aula, ha mostrato Seddiq tirari i capelli a Julia e poi schiaffeggiarla violentemente più volte.

Sebbene non abbia negato l’accaduto, Seddik ha affermato di non aver voluto insultare Julia in quanto persona trans.

La sua avvocata Mariame Toure ha dichiarato: «È una pena severa, che risponde alla mania dei media intorno a tali questioni». Secondo, invece, l'altro legale, Rachid Madid, «il carattere transfobico non è stato dimostrato».

Viva soddisfazione è stata espressa da Julia. Il suo avvocato Etienne Deshoulières ha parlato di grande risultato in quanto si è trattato di «processo simbolico. Gli atti di violenza sono all’ordine del giorno per le persone transgender. Questo processo non è stato solo quello di Julia. È stato quello di tutte le persone transgender».

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Alle 21:00 di stasera, presso l’Off/Off Theatre di Roma, Pino Strabioli presenterà una serata di teatro-documento dedicata a Non sono una donna, il libro dello scrittore transgender Andrea R. Baldestein, che racconta le vicissitudini, gli scontri, le frustrazioni e le delusioni che hanno attraversato la vita di Francesca, che «capisce di essere nata in un corpo sbagliato».

Ogni episodio è scandito dalla tristezza e dall’amarezza di Francesca per non essere nata nel corpo che desiderava. Una tristezza che si acuisce quando il suo cuore inizia ad avere le prime palpitazioni d’amore. La determinazione di Francesca la spingerà, però, a perseguire ad ogni costo la via della felicità e la possibilità di realizzare il suo sogno. Un sogno che accarezzava fin da quando era piccola. 

Quella di Andrea R. Baldestein, autore emergente nato a Roma nel 1961, è una storia autobiografica e affronta un tema di grande attualità: il bisogno di chi percepisce l’urgenza di trasformarsi e rinascere, riappropriandosi della propria identità.

A presentare il libro di Baldestein sarà proprio Pino Strabioli, uomo di cultura e spettacolo da sempre attento alle tematiche sociali e ai diritti delle minoranze.

«Quando Sivano Spada, direttore artistico dell’Off/Off Theatre di Roma  mi ha chiesto di introdurre e accompagnare Andrea in questa serata-confessione – ci racconta Strabioli a telefono -  non ho esitato a dire di sì.

Soffia un vento che non ci piace e mai come in questo momento mi sembra importante dare spazio e voce a storie così profondamente vere, difficili ma anche di riscatto e conquista. Andrea è un uomo come tanti ma come pochi ha dovuto combattere discriminazioni e abbattere muri per raggiungere alla sua “felicità».

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Già da più di un mese attivist@ ed associazioni per i diritti delle persone trans, ma anche endocrinologi, medici e farmacisti, denunciano l'indisponibilità di reperire alcuni farmaci a base di testosterone indispensabili sia per la salute di uomini cis affetti da alcune patologie, che per gli uomini trans che effettuano la Tos (Terapia ormonale sostitutiva).

Diversi politici sono stati attenzioni tant'è che in Parlamento sono state presentate ben tre interrogazioni, da parte di Rossella Muroni di LeU, Monica Cirinnà del Pd, Roberto Novelli di Forza Italia e addirittura una da parte di Daniele Viotti al Parlamento Europeo.

Le risposte da parte dell'Aifa e del ministero della Sanità non sono state così chiare come avremmo voluto, e questo procrastinare continuo lancia molti dubbi sul lavoro delle case farmaceutiche coinvolte, per cui un gruppo di attivist@ per i diritti delle persone trans definitosi Collettivo Identità InTransigenti ha deciso di spingersi oltre ed organizzare un flash mob domenica 14 aprile alle ore 16:00, in Piazza del Popolo.

Don't play with my life, Non giocare con la mia vita è il nome dell'evento che inizia a vedere l'adesione di varie realtà associative e di attivist@ da tutta Italia. Dopo anni di silenzio, le persone trans hanno deciso di riprendersi la parola e non hanno alcuna intenzione di tacere, soprattutto se ne va di mezzo la loro salute.

Di seguito il comunicato ufficiale:

Il collettivo “Identità intransigenti" è stato costituito da un gruppo di attivist@ che si occupano dei diritti civili delle persone LGBTQIA+ in generale e delle persone transgender in particolare. 

Già da diverso tempo ci si sta interessando, a vario titolo ed in modo differente, riguardo l'irreperibilita' di alcuni farmaci a base di testosterone. Nello specifico Testoviron, Testogel e Nebid prodotti dalla casa farmaceutica Bayer e Sustanon prodotto dalla Aspen, i quali, pur essendo di fascia C, sono, comunque, di vitale importanza sia per uomini cisgender affetti da patologie che richiedano l'utilizzo di farmaci a base di testosterone, sia per uomini trans come trattamento ormonale sostitutivo (TOS). Varie forze politiche hanno presentato interrogazioni parlamentari rivolte alla Ministra della salute Giulia Grillo per avere spiegazioni in merito, ma ad oggi non ci sono risposte ufficiali da parte del Ministero. Le spiegazioni ricevute a voce dall'Aifa ( Agenzia italiana del farmaco) e dal Ministero non sono esaustive e danno l'idea che ci sia una sorta di rimpallo di responsabilità tra i due enti. Attualmente sul mercato italiano sono reperibili dei farmaci a base di testosterone simili a quelli su citati, ma non identici , con effetti più blandi e, soprattutto, costi molto più elevati. Posto che l'assunzione costante di questi farmaci è di vitale importanza sia per gli uomini cis che per gli uomini trans e che la sospensione della somministrazione del farmaco per periodi di tempo lunghi potrebbe provocare danni irreparabili alla salute, ci si interroga sull'immobilismo del Ministero e del'Aifa. Ci si chiede, inoltre, se dietro possa esserci un qualche disegno da parte delle case farmaceutiche volto a inserire sul mercato italiano farmaci più costosi e, quindi, meno fruibili da parte di un'utenza per la quale sono indispensabili.
Stanch@ di non avere risposte, il collettivo ha deciso di organizzare un Flash Mob che si terrà domenica 14 aprile alle ore 16 presso Piazza del popolo a Roma, al quale sono invitate tutte le associazioni LGBTI, i gruppi transfemministi e tutte le realtà sensibili a questo tema per dire ad alta voce “Don't play with my live”, Non giocate con la mia vita!
Seguite la pagina e restate in contatto. La riuscita dell'evento ha bisogno della più ampia partecipazione.

Daniele Bianchi
Francesco Brodolini
Mariella Fanfarillo
Gioele Hyland
Cristina Leo

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Non si arresta l’ondata d’odio omotransfobico in Francia con un crescendo preoccupante. Questa volta vittima di pestaggio e insulti Julia, giovanne donna transgender, aggredita domenica scorsa in Place de la République a Parigi durante una manifestazione contro il regime algerino.

«Spero sia fatta giustizia. Spero che la gente capisca e apra gli occhi affinché questo genere di aggressioni non avvenga mai più». Con queste parole Julia ha oggi commentato ai microfoni di Bfm-Paris quanto accadutole. Scena fra l’altro filmata e messa on line da Lyes Alouane, esponente regionale dell'associazione Stop Homophobie, prima di diventare virale sui social.

Nel video si vede la giovane presa di mira da insulti e sberleffi mentre si trova sulle scale della metro. Ad accanirsi contro di lei, sola, sono in parecchi. Julia riesce ad aprirsi un varco tra la folla ma viene raggiunta e colpita da un individuo che le sferra diversi pugni.

 

«C'è stata tanta umiliazione - ha dichiarato oggi in una trasmissione televisiva su Lci -: l'ho vissuta abbastanza male. Le immagini parlano da sé. È traumatizzante che questo accada a Parigi nel 2019. Se fate attenzione non cerco mai di fuggire ma di difendermi. Guardando in faccia il mio aggressore dico: 'Non mi fai paura'».

Una dura condanna per quanto accaduto è stata espressa da larga parte del mondo politico e dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo.

«Questa aggressione chiaramente transfobica in piena Parigi - ha twittato ieri Marlène Schiappa, segretaria di Stato per l'Uguaglianza tra le donne e gli uomini e la Lotta contro le discriminazioni - è inammissibile! Gli autori vanno identificati e portati in tribunale. Le Lgbt+ fobie non sono opinioni ma stupidità e odio. Assaltano e uccidono».

Uno di loro è già stato rintracciato e posto in stato di fermo, prima di venire rilasciato in attesa della conclusione dell'inchiesta. Sulla vicenda indaga la polizia della capitale.

Intanto sui social network Julia ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno. Anche se lei continua a deplorare che molti «associno la sua aggressione all'Algeria. Ho visto messaggi di odio, di razzismo. Non bisogna confondere tutto. Chi mi ha aggredito sono persone ignoranti, nulla a che vedere con le religioni o col fatto che siano algerini». Quanto alla denuncia che ha sporto in commissariato, plaude al lavoro della polizia: «Mi hanno trattato molto bene, chiamandomi: Madame».

Julia ha poi parlato della sua vita, dei non facili rapporti con i genitori, del fatto che in molti la percepiscano ancora come "un uomo travestito", ma anche della "fortuna" di essere stata compresa dal suo datore di lavoro.

«Ha accettato la mia transizione - ha concluso -. Mi ha accompagnata, sostenuta, e non ho perso il posto come invece succede a tante persone nella mia situazione». 

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È stata oggi celebrata la 6° edizione della Giornata internazionale della Visibilità Transgender (TDoV), che fino al 2014 ha mantenuto un carattere prettamente locale. La ricorrenza era stata istituita nel 2009 da Rachel Crandal, attivista trans del Michigan, per sopperire alla mancanza di una data specifica dedicata alla visibilità delle persone transgender all’interno della collettività Lgbti e alla sensibilizzazione contro le discriminazioni verso le stesse.

Su il significato, i valori e i limiti di una tale giornata abbiamo contattato tre voci autorevoli e diversificate del panorama nazionale dell’attivismo trans.

Per la psicologa Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans (Colt), «in una società patriarcale, maschilista,  etero-sessista e cisessista in cui è imposto il binarismo di genere, ossia la divisione della società in due generi, rivendicare la propria visibilità, per una persona trans, è un atto politico, rivendicazione dell'essere e dell'esserci, di un modo, il mio/il nostro delle persone trans (ma non solo) di essere nel mondo.

Rivendico il diritto all'esistenza e all'identità non solo per me e per le mie/i miei compagn@ di battaglie, ma soprattutto per chi questa possibilità di esprimersi non ce l'ha, perchè vive situazioni o contingenze che le/gli impediscono di esprimere pienamente se stess@, cercando di dare voce a chi questa voce non ce l'ha.

Non siamo ideologia o teoria, siamo storia, siamo cultura, siamo esperienza che si ripete nel mondo, in diverse forme, da millenni..

Siamo un modo altro di essere nel mondo, un modo spesso condannato e ostracizzato (non sempre), ma che merita dignità, rispetto, diritti, al pari di quanto spetterebbe a tutt@ le/gli esseri umani».

Pur essendo d’accordo sulla bontà delle motivazioni sottese all’istituzione di una tale ricorrenza, la giovane attivista transfemminista Valentina Coletta ritiene «che sia una giornata inutile, perché tutti i giorni le persone trans e femminelle sono visibili con i propri corpi fuori dalla norma. Le trans e i trans fanno i conti con l'eterocisnorma dei corpi in ogni momento. La visibilità è 365 giorni all'anno.

Quelli che non sono visibili ai più sono le esigenze delle persone trans, dall'accesso al diritto allo studio, al lavoro, al diritto all'identità fino al diritto alla salute che in queste settimane in Italia è sospeso per alcune persone per la difficoltà a reperire i farmaci per la terapia ormonale sostitutiva per chi fa un percorso dal femminile verso il maschile, nonostante il continuo interfacciarsi delle maggiori associazione trans del nostro paese con l'Agenzia per il farmaco».  

Alla luce di tali elementi l’attivista d’origini beneventane rinominerebbe «questa ricorrenza in Giornata mondiale della Visibilità delle Esigenze Trans senza dimenticare che la lotta per il riconoscimento per i nostri diritti avviene tutto l'anno». 

A dare una lettura della visibilità delle persone trans nell’ottica del connesso tema dell’orgoglio è invece l’attivista d’origine catanese Sandeh Veet (ma da anni residente a Torino), per la quale «orgoglio trans è una parola che ha perso di significato nel mio percorso di vita. Non trovo orgoglio nell’essere usata come oggetto per abbellire i carri dei Pride. Non trovo orgoglio nell'apparire nelle trasmissioni tv per impietosire i telespettatori sul dramma di essere trans. Non trovo orgoglio nel sentire usare la frase “sono nata in un corpo sbagliato”. Non trovo orgoglio nell'osservare di quanta superficialità è intriso il mondo trans.

Non trovo orgoglio leggere commenti inneggianti a Salvini da molte donne trans. Non trovo orgoglio nell’inconsapevolezza del momento storico che l’Italia sta attraversando specialmente per le donne e le donne trans. Per tutto ciò non ho nulla per essere orgogliosa».

Per questo motivo l’attivista 55enne, che è l’ideatrice della Trans Freedom March, cofondatrice del Divine Queer Film Festival e presidente di Sunderam Identità Transgender Torino Onlus, conclude: «È il momento di capovolgere i paradigmi: basta con l’orgoglio, basta con la presunzione di essere “normali”, basta con la sudditanza. Quando questo sarà realizzato, sarò felice di celebrare una giornata in onore dell’essere trans».

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Venerdì 22 marzo la 24enne transgender Lua Lamberti de Abreu ha discusso la tesi di master in Arti dello Spettacolo presso l'Università statale di Maringà. E lo ha fatto presentandosi in aula vestita da drag queen.

Lua ha spiegato di aver scelto un tale abbigliamento per difendere un'istruzione pubblica più sensibile alle differenze

Nella sua tesi, intitolata Pe-Drag-Ogia como modo de Tensionar/Inventar Territórios Educacionais Heterotópicos (Pe-drag-ogia come mezzo per sottolineare/inventare gli spazi educativi eterotopoci, ndr), la giovane ha considerato come generalmente le persone trans non siano benvenute negli spazi educativi sì da ritenersi necessaria una visione più inclusiva del sistema scolastico.

Relatrice e correlatrice della tesi sono state rispettivamente le docenti Eliane Maio e Roberta Stubs Parpinelli, anche grazie alla cui profonda sensibilità Lua è potuta diventare la prima donna transgender a conseguire una laurea magistrale presso l'Università statale di Maringà.

All'indomani della discussione della tesi la 24enne ha descritto su Facebook la sua gioia per essersi risvegliata da maestra "con i postumi di una sbornia felice e leggera" per concludere senza ironia: "A revolução é travesti!".

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In linea con le direttive del presidente Trump e la sentenza della Corte Suprema del 22 gennaio il Dipartimento statunitense della Difesa ha ieri varato una serie di restrizioni per le persone trans, che prestano servizio nelle forze armate.

Le nuove regole, che entreranno in vigore il 12 aprile, consentiranno alle persone transgender attualmente in servizio e alle stesse arruolate entro quella data di poter continuare a sottoporsi a trattamenti ormonali o a eventuali interventi di riassegnazione chirurgica del sesso.

Dopo il 12 aprile nessuna persona con diagnosi di disforia di genere potrà essere arruolata a meno che non serva in base al genere di nascita. Sarà conseguentemente esclusa dall’accesso ai trattamenti ormonali o all’intervento chirurgico, pena l’immediata dimissione.

Anche se le normative non rispondono pienamente alla volontà di Trump, che voleva una totale messa al bando delle persone trans dalle forze armate, esse sono state ampiamente  condannate da Adam Smith, presidente della Commissione dei Servizi armati presso la Camera dei Rappresentanti, che ha ha chiesto al Pentagono di astenersi dall'attuarle. «Chiunque sia qualificato e disponibile – ha dichiarato - dovrebbe essere autorizzato a servire apertamente il proprio Paese: questo è un divieto discriminatorio per le persone transgender e continueremo a lottare contro questa politica bigotta».

Critiche anche dalla no-profit Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (Glaad), che ha affermato: «L'amministrazione Trump è ancora una volta crudele e ingiustamente rivolta contro le persone transgender che hanno servito questo Paese per anni».

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Malak al-Kashif, donna transgender, è stata arrestata all’alba d’ieri nella sua casa a Giza e tradotta in una prigione maschile. Prossima a sottoporsi a intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, Malak non ha ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici ed «è perciò registrata come uomo».

A denunciare l’accaduto Amnesty International, che informa come Malak sia stata incarcerata per aver pubblicato appelli a manifestare pacificamente in seguito al recente disastro ferroviario presso la stazione centrale del Cairo.

Non è chiaro dove sia detenuta ma, come rilevato da Magdalena Mughrabi, responsabile di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, «ci sono reali timori per l'integrità fisica e il benessere psicologico di Malak al-Kashif. A causa della sua identità di genere Malak è ad alto rischio di tortura da parte della polizia, incluso lo stupro e la violenza sessuale, come anche di aggressioni da parte di altri detenuti.

Le autorità egiziane sono responsabili della sua sicurezza fisica e psicologica. Devono immediatamente rivelare dove si trova e, in attesa della sua liberazione immediata e incondizionata, assicurarsi che sia protetta dalla tortura e da altri abusi». Torture che, come denunciato dalla stessa Magdalena Mughrabi, includono il test anale forzato.

Come ricordato dal sito Egyptian Streets, la giovane transgender, che ha oggi 19 anni, aveva già fatto parlare di sé nel 2017, quando postò su Facebook foto relative al suo percorso di transizione, nonché lo scorso anno quando, dopo aver tentato il suicidio, ebba a denunciare: «La società mi ha ucciso». 

La condizione delle persone Lgbti in Egitto s'è progressivamente aggravata a partire dal 2017 quando un giovane, che aveva sventolato una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila, fu arrestato. Ne seguì, all'epoca, una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Solo poco più d'un mese fa il noto conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato invece condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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