Fa tappa a Bologna, da oggi fino al 7 dicembre, Transitional States - Hormones at the crossroads of art and science, mostra di video arte internazionale con annessi eventi sulla storia delle terapie ormonali a partire dal XX° secolo .

A poche ore dal dibattito iniziale Trans/action! Prospettive intergenerazionali dell’attivismo trans abbiamo raggiunto Mario Di Martino, vicepresidente del Mit, che con Porpora Marcasciano è concuratrice dell’edizione bolognese.

Mario, come nasce Transitional States?

Transitional States è stato sviluppato e condotto da Chiara Beccalossi, storica della sessualità e delle medicina dell’University of Lincoln.

Transitional States si sviluppa all’interno della sua ricerca più recente che riguarda la storia delle terapie ormonali nel ventesimo secolo. Interesse principale di questa ricerca è l’uso e l’abuso delle terapie ormonali all’interno di quello che oggi viene chiamata Lgbtiq community. Infatti, le terapie ormonali furono usate inizialmente, nel periodo tra le due guerre mondiali, per reprimere l’omosessualità, e successivamente, dopo la seconda guerra mondiale, le stesse terapie cominciarono ad essere utilizzate per assistere le persone trans a compiere la transizione di genere. 

Quali i fini della manifestazione?

Transitional States: Hormones at the Crossroads of Art and Science è un progetto internazionale e itinerante che offre al pubblico una serie di discussioni pubbliche e una mostra di video arte con il fine di incoraggiare il dibattito sull’uso attuale delle terapie ormonali, in particolare il loro uso tra le persone intersessuali, transgender e persone non-binarie, e l’uso delle terapie ormonali tra le donne in relazione al controllo delle nascite, la fertilità, la menopausa.

Come si struttura la mostra di video arte internazionale?

La mostra di video arte Transitional States si terrà alla LABS Gallery Arte Contemporanea in Via Santo Stefano, 38 dal 11 Novembre all’8 Dicembre 2018. Curata da Giulia Casalini e Diana Georgiou (Arts Feminism Queer) a seguito di un bando internazionale, questamostra  presenta il lavoro di14 artisti e collettiviche esplorano temi inerenti al mondo degli ormoni. Metà degli artisti che presentano il loro lavoro all’interno di Transitional States sono  persone trans e non-binary. Quest* offrono una visione unica di come le terapie ormonali abbiano cambiato la loro vita, trasportando lo spettatore nel viaggio emozionaleda loro intrapreso per aiutare il proprio corpo ad allinearsi con la propria identità di genere. Altr* esplorano l’effetto che l’uso di ormoni può avere sulle emozioni, sulle sensazioni e sul desiderio sessuale. Infine un ultimo gruppo di artisti mostra come la società contemporanea abbia medicalizzato il corpo delle donne attraverso l’utilizzo di ormoni nel controllo delle nascite, nella menopausa e nell’invecchiamento. Nel suo insieme questa mostra solleva questioni cruciali su come la società influenzi e regoli l’identità di genere, ed esamina da vicino il modo in cui i progressi della medicina condizionano le nostre vite.

Infine la mostra presenta artisti sia affermati che artisti emergenti provenienti da paesi come Argentina, Australia, Austria, Brasile, Colombia, Danimarca, Francia, Italia, Giappone, Svezia, Regno Unito, Uruguay e Stati Uniti. I video utilizzano varie tecniche artistiche nella loro produzione, incluse animazione 3D, stop motion e video a infrarossi, e fanno uso di formati diversi come video performance, video musicali, documentari, show televisivi e feed online.

Rispetto alle altre edizioni, quella bolognese presenta delle novità?

Il programma degli eventi e l’istallazione nella città di Bologna sono stati curati in collaborazione col MIT – Movimento Identità Trans, Tale collaborazione è stata seguita e condotta da Mario Di Martino (vice presidente del Mit e direttrice artistica del Festival Internazionale di Cinema Trans Divergenti) e Porpora Marcasciano (storica figura del movimento trans italiano, autrice e presidente onoraria del Mit) e le uniche differenze sono date dal programma dei dibattitti pubblici, diverso in tutte le città in cui è stato ospitato il progetto. 

Il programma dei dibattiti pubblici a Bologna comprende:

Trans/action! Prospettive intergenerazionali dell’attivismo trans

Venerdì 9 Novembre 2018
Ore 18:00, Sede Mit, via Polese 22, BolognaIntervengono: Diego Marchante (“GenderHacker”, attivista transfemminista e artista audiovisivo); Mijke van der Drift (attivista transfemminista, videomaker, Goldsmiths University of London; Porpora Marcasciano (attivista transfemminista, Mit.); Vick Virtù (attivista transfemminista, ricercatore precario, Mit). Questo dibatto è moderato da AG Arfini (ricercatore precario, attivista, CRAAZI Centro di Ricerca e Archivio Autonomo transfemministaqueer ‘Alessandro Zijno’).

Need-le it? Processi di autodeterminazione corporea

Lunedì 26 Novembre 2018
Ore 18:00, Atelier Sì, Via S. Vitale 69, Bologna. Intervengono: Chiara Beccalossi (University of Lincoln); Olivia/Roger Fiorilli (ricercat* Cermes3 di Parigi e attivista transfemminista); Valentina Coletta (attivista e operatrice Mit); Alessia/Leo Acquistapace (Consultoria Transfemminista queer Bologna). Moderano questo dibattito Stefania Voli e Vick Virtù (ricercat* precar* e attivist* transfemminist*).

Broadcasting the trans self. Nuovi immaginari e prospettive trans mediatiche

Venerdi 7 Dicembre 2018
Ore 18:00, Cinema Lumiere, Via Azzo Gardino 65, Bologna. Intervengono: Fox & Owl (YouTuber- @MyGenderation, attivist* trans e videomakers); Richard Thunder (YouTuber e attivista LGBT); Storm Turchi (TMW Italia -Trans Media Watch). Modera Antonia Caruso (scrittrice e attivista trans/femminista).

Quale il messaggio, secondo te, che arriva da Transitional States alla società italiana attuale?

La capacità di ri-mediare argomenti e discussioni, delicate e spesso per soli “tecnici” come questa sugli ormoni attraverso la video arte è senza dubbio interessante e innovativo e può permettere ad un pubblico molto più vasto di approcciarvi senza paura.

Il Mit da sempre si preoccupa di intercettare nuove forme che aiutino e arricchiscano il troppo arido panorama italiano sulla cultura trans, e questo è l’ennesima dimostrazione di come fare politica oggi sia anche un atto di resistenza culturale.

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È indubbia la polarizzazione dell’attenzione statunitense e internazionale sulle elezioni di Mid-term per il rinnovo dei seggi alle due camere del Congresso e per la carica di governatore in 36 Stati.

Ma ieri gli americani di Massachusetts, Florida Alabama, Oregon, West Virginia, Michigan, North Dakota, Utah, Missouri nonché la cittadinanza di San Francisco sono stati chiamati al voto referendario su alcuni temi di rilievo. 

Quello svoltosi nel Massachusetts è stato un referendum storico, essendo il primo a livello statale sui diritti delle persone transgender. Elettori ed elettrici hanno così respinto la proposta d’abrogazione d'una legge del 2016, che proibisce le discriminazioni di genere nei luoghi pubblici, comprese toilet e spogliatoi.

L'esito referendario è stato d'enorme sollievo per attiviste e attivisti per i diritti Lgbti, per i quali la vittoria del fronte del no avrebbe potuto provocare un'ondata di tentativi simili per ridurre le protezioni antidiscriminatorie in altri Stati. Come noto, alcune protezioni a livello federale sono minacciate dall'amministrazione del presidente Donald Trump.

In Florida, invece, gli ex detenuti hanno riavuto il diritto di voto, mentre in Alabama, Oregon, West Virginia sono state adottate delle norme restrittive in materia d’aborto, che graveranno in particolare sulle donne non abbienti.

In Michigan, North Dakota, Utah, Missouri ci si è epressi sulla legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo (nei primi due) e medico (negli ultimi due). Ma con esito negativo solo in Nord Dakota.

La vittoria a favore della legalizzazione consentirà la vendita di cannabis a persone con alcune malattie nelle farmacie private dell’Utah, mentre in Missouri i pazienti potranno coltivarla privatamente a uso medico. Il Michigan è invece divenuto il primo stato del Midwest Usa (il decimo a livello nazionale) dove gli adulti di età superiore a 21 anni potranno detenere o coltivare modiche quantità di marijuana.

A San Francisco, infine, è stata approvata una controversa tassa sulle imprese per aiutare i senzatetto.

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L'amministrazione Trump prepara una stretta su diritti e tutele acquisiti dalle persone transgender sotto la presidenza di Barack Obama. A riportarlo il New York Times sulla base di un memorandum del Dipartimento della Sanità e dei servizi umani, di cui è entrato in posseso.

Dal documento emerge come il governo stia lavorando a una legge che restringe la definizione di genere d’una persona, determinato immutabilmente dai soli organi genitali alla nascita.

Se la norma dovesse essere approvata, ciò equivarrebbe all’affermazione della non esistenza delle persone transgender. Sarebbe infatti sradicato quel riconoscimento federale garantito a 1.400.000 statunitensi che hanno optato per riconoscersi - con intervento chirurgico o in altro modo - in un genere diverso rispetto a quello biologico.

«Sesso significa – così il memorandum - lo status di una persona come maschio o femmina basato su tratti biologici immutabili e identificabili prima della nascita. Quello elencato su un certificato di nascita, come originariamente rilasciato, costituirà una prova definitiva del sesso di una persona a meno che non venga confutato da prove genetiche affidabili».

Insomma un’ulteriore quanto definitiva offensiva di Trump contro le persone transgender, che ne ha più volte chiesto l'espulsione dalle forze armate e le ha poi bandite eccetto che per «circostanze limitate»eccetto che per «circostanze limitate».

Un’offensiva contro le collettività Lgbti tutta, se si tiene anche in conto che, oltre alle varie misure restrittive adottate dal tycoon, c’è da aggiungere la vacanza della posizione (creata dall'ex segretario di Stato John Kerry) di un inviato speciale che ne difenda i diritti in tutto il mondo.

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La Corte di appello di Firenze ha ieri ridotto a 28 anni di carcere la pena per il pellettiere Mirco Alessi, che il 29 giugno 2016 uccise con 94 coltellate la 45enne Kimberly da Silva, transgender brasiliana, e con altri 18 fendenti la 27enne dominicana Mariela Josefina Santos Cruz.

Il delitto avvenne nell’abitazione delle donne in via Fiume (nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella), dove Alessi, all’epoca dei fatti 42enne, si era recato anche quella mattina di giugno, essendo legato da una relazione sentimentale con Kimberly.

Un rapporto, il loro, caratterizzato però da continui litigi per richieste pressanti di denaro da parte dell’uomo. E una lite furibonda scoppiò anche quel 29 giugno di due anni fa. Nel corso d'essa l’artigiano fiorentino, che aveva precedentemente assunto cocaina, impugnò un coltello da cucina iniziando a colpire ripetutamente la compagna.

Si recò quindi nell’altra camera da letto, dove dormivano Mariela e una sua connazionale, Marlenis, di 25 anni. Mentre quest’ultima riuscì a salvarsi gettandosi dalla finestra (ma riportando fratture multiple agli arti inferiori e superiori), l’amica fu accoltellata per 18 volte.

Nonostante fosse riuscita a fuggire fino all’androne dello stabile, Mariela fu trovata agonizzante dagli operatori sanitari accorsi. Sarebbe morta dissanguata poco dopo l'arrivo in ospedale a seguito della recisione dell'arteria femorale provocata da una delle coltellate ricevute su un fianco. Riuscito a fuggire, l'uomo fu arrestato la sera di quello stesso giorno a Monticiano (Si).

Condannato in primo grado a 30 anni per omicidio e tentato omicidio pluriaggravato, Alessi ha successivamente risarcito pecuniariamente le famiglie delle due vittime e, recentemente, anche Marlenis.

Contro la sentenza la procura di Firenze aveva presentato ricorso in appello chiedendo l'ergastolo e l'isolamento diurno di due anni per l'imputato.

Ieri mattina, però, alla luce della confessione di Alessi e dell'atteggiamento sempre collaborativo nonché dell'ultimo risarcimento erogato alla 25enne ferita, il sostituto procuratore generale Filippo Di Benedetto ne ha chiesto la condanna senza contestare l'aggravante della premeditazione. Ha inoltre rinunciato a chiedere l'ergastolo e l'isolamento diurno per due anni. 

A loro volta Massimiliano Manzo e Maria Teresa Pisani, legali di Alessi, hanno rinunciato ad alcuni motivi difensivi.

«La vittoria, direi il miracolo, ci fu già in primo grado – hanno commentato - quando non fu inflitto l’ergastolo. Ma oggi registriamo un ulteriore calo della condanna: ora per il nostro assistito si accende una luce in fondo al tunnel di una vita che potrà riavere il suo corso».

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Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l'Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell'aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l'adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno - tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani - intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l'aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c'è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L'analisi della sociologa milanese - pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato - risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di 'cis' non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più 'cis' di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l'impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l'identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l'errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell'omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi - ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi - sulla "questione delle cause", mettendo all'angolo l'autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio - suggerisce sia meglio buttar via la parolina 'cis', e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è 'trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni '90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come "donna genetica" o "uomo genetico" per definire chi non era transgenere, o "ragazze XY" o "donne XY" per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l'idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l'articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l'idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l'assenza di posizionamenti ideologici

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Per la prima volta un film guatemalteco arriva alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che, iniziata il 29 agosto, terminerà l’8 settembre.

Si tratta di José che, girato dal regista cinese Li Cheng e prodotto da George Roberson (il quale ne è anche il co-autore), è in cartellone per le Giornate degli Autori e in gara per il Queer Lion Award. Due sezioni collaterali della Biennale, rispettivamente giunte alla 15° e 12° edizione.

La pellicola affronta il tema dell’amore e dell’omosessualità sullo sfondo sociale e politico di uno dei Paesi più pericolosi, violenti e religiosi al mondo qual è il Guatemala.

Il 19enne José (interpretato da Enrique Salanic) vive con sua madre, che si divide tra chiesa e vendita di panini. Il giovane passa le giornate consegnando cibo in strada e su bus affollati. Rassegnato e introverso, nei momenti liberi gioca col telefono e cerca sesso occasionale. L’incontro con Luis (interpretato da Manolo Herrera), però, spinge José verso passioni, sofferenze e una riflessione sulla propria esistenza che non aveva mai immaginato prima.

«La felicità sembra a portata di mano – commenta il critico cinematografico Fabio Canessa – ma acchiapparla richiede un passo decisivo che José forse non è pronto a fare. Perché non è facile uscire da una vita adagiata sulla rassegnazione, schiacciata da una realtà sociale difficile e anche contraddittoria come quella del Paese latino americano dove il machismo, la morale cattolica, la violenza segnano la comunità».

Violenza di cui sono spesso vittime le persone Lgbti e di cui sono stati testimoni, durante le riprese del film, Li Cheng e George Roberson.

Il film è infatti un forte richiamo alle attuali battaglie per i diritti civili in Guatemala. Aspetto, questo, che mette in luce tanto il coraggio dell’intero staff quanti i seri rischi cui vanno soprattutto incontro i due giovai attori protagonisti.

Nel corso di due anni di permanenza in Guatemala per le riprese di José, regista e produttore hanno personalmente sperimentato e assistito a vessazioni di ogni sorta. Una sera, nel corso di una visita d’entrambi a uno dei pochissimi gay bar della capitale, oltre 12 poliziotti fecero irruzione nel locale molestando e umiliando i clienti.

Da alcuni giorni, inoltre, attivisti Lgbti e associazioni umanitarie, a partire da Human Rights, stanno levando la voce contro il disegno di legge 5272 Para la protección de la vida y la familia in discussione al Congresso. Senza preambolo alcuno il ddl mira a introdurre norme e riforme per «proteggere il diritto alla vita, la famiglia, l'istituzione del matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà di coscienza e di espressione e il diritto dei genitori di orientare i loro figli nel campo della sessualità».

Il 31 agosto attivisti Lgbti si stavano organizzando nella zona 4 di Città del Guatemala per informare le persone sui rischi del disegno di legge 5272. Ma sono stati minacciati e costretti dalle forze dell’ordine a cancellare l’inizitiva. Intanto un'altra manifestazione di protesta è prevista per domani, 4 settembre, all’esterno della sede del Congresso lungo l'8° Avenida Zona 1.

Né si può dimenticare, infine, come la scorsa settimana due Commissioni del Parlamento monocamerale abbiano respinto una proposta di legge incentrata sul riconoscimento dell’identità di genere per le persone trans.

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Una grande novità estiva sta per travolgere le notti della costiera amalfitana. Giovedì 19 luglio, presso il club Music On The Rocks di Positano, arriva la serata Beefcake, presentata da Alessandro Cecchi Paone con il drag queen show di Tiffany Romano & The Divas, la musica live degli Sha’Dong e la selezione musicale di Max Zanotti e Mario Iovieno +Lill8.

Special guest dell’evento sarà Vittoria Schisano, attrice nota, tra l’altro, per essere stata la prima donna ad aver compiuto un percorso di transizione di genere ad apparire sulla copertina dell’edizione italiana di PlayboyUn progetto davvero nuovo che intende offrire, nell’esclusiva e raffinata cornice di Positano, una serata gay-friendly.

Per saperne di più, abbiamo contattato per Gaynews Vittoria Schisano.

Vittoria, come definiresti la serata Beefcake che vi apprestate a inaugurare a Positano?

Credo si tratti di una serata che ha il vanto di essere italiana e internazionale, con un pubblico molto vario che arriva da qualsiasi parte del mondo. L’Italia è un Paese conservatore, questo è vero, ma talora è capace di elaborare progetti e prodotti di livello internazionale.

Beefcake è un progetto gay-friendly?

Mi sembra riduttivo dire solo che è gay-friendly. Beefcake vuole essere una serata in cui tutti possono stare bene senza alcuna forma di esclusione e separazione. Io solo lì anche per questo: io sono l’esempio vivente del superamento di ogni stereotipo di ruolo e di genere.

Pensi che serate del genere abbattano i pregiudizi?

Credo proprio di sì perché il nostro intento è creare un luogo estremamente inclusivo, in cui si possano incontrare persone che esprimono culture e valori diversi. L’incontro tra culture diverse procura arricchimento reciproco. Procura crescita e, inevitabilmente, abbatte il tasso di omotransfobia presente nella società.

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Si sono oggi chiusi ad Anversa i lavori del 7° Consiglio del Tgeu –Transgender Europe che, iniziati il 29 giugno, hanno soprattutto puntato sulla necessità di consolidare la prospettiva intersezionale all’interno delle specifiche strategie proprie.

È stato altresì discusso il tema del suprematismo bianco nell’universo trans con la rivendicazione di spazi autonomi da parte di associazioni come Black Trans e PoC (People of Colour).

Un ampio spazio è stato infine dedicato al sexwork declinato sotto molteplici aspetti.

Particolarmenti toccanti sono stati gli interventi di persone trans non udenti e disabili.

Sono state poi elette, per il prossimo biennio, al ruolo di co-presidente Clémence Zamora-Cruz (già componente del board di Tgeu) e Dinah de Riquet-Bons, attivista olandese, nera, sexworker.

Assente, purtroppo, la delegazione turca. Come ricordato da Ottavia Voza, refente nazionale d’Arcigay per le Politiche Trans e presente al VII° Consiglio, «a Janset Kalan, Buse Kiliçkaja e a tutti gli altri attivisti turchi le autorità turche hanno negato il permesso per partecipare al Council. A riprova del clima oppressivo prodotto in quel paese dal regime di Erdogan».

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Recentemente pubblicato dalla casa editrice novarese Interlinea, Dolore Minimo è una raccolta di poesie davvero unica nel panorama della produzione lirica italiana. Essa, infatti, restituisce al lettore il complesso iter esistenziale e spirituale di una donna transessuale che narra la sua luminosa rinascita in versi.

Contraddistinto da una rara potenza poetica, il libro di Giovanna Cristina Vivinetto è introdotto da una presentazione della scrittrice Dacia Maraini che, affrontando proprio il tema della rinascita e della fatica di essere madre di se stessa, spiega come la silloge racconti «il difficile compito di partorire un altro da sé che sarà sempre quell’io». Un compito che «assomiglia a uno straziante guardarsi indietro per ritrovare una se stessa lontana e quasi irriconoscibile nei giochi sempre uguali dell’infanzia».

Raggiungiamo telefonicamente Giovanna Cristina che, originaria di Siracusa, vive a Roma dove studia filologia moderna all’Università La Sapienza.

La tua silloge poetica si chiama Dolore Minimo. Qual è il dolore cui alludi nel titolo?

Il dolore raccontato nel mio libro è quello legato alla transizione e al passaggio travagliato da un corpo, che si perde non senza lacerazioni, a un altro, che si conquista faticosamente. Ed è “minimo” perché è la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo – quello appunto del mutamento di genere – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene.

Le tue poesie narrano, in versi, le diverse stazioni di un processo, quello della transizione, fatto di sofferenze e scoperte. Da cosa nasce l’urgenza di raccontare con la poesia questo tuo iter?

C’è stato un momento all’inizio in cui mi imposi fermamente di non trasporre in letteratura la mia esperienza di vita. Ritenevo, oltre a non disporne i mezzi, fosse un oltraggio all’intimità del mio percorso e un dato inutile da sapere per i lettori; qualcosa, insomma, di troppo personale da mettere in un libro. Col passare del tempo, tuttavia, si è fatta strada in me una necessità di comunicazione fortissima, un bisogno di chiarificazione che non ho potuto controllare. Dolore minimo nasce da questa crisi e, col senno del poi, posso dire che è anche stato la soluzione a questa stessa frattura interiore.

Attraverso la poesia, infatti, non solo ho messo in atto un processo terapeutico che mi ha permesso di conoscermi meglio, accettarmi per quella che ero senza vergognarmi dei cambiamenti, ma ho capito anche che il mezzo letterario era in realtà l’unico con il quale avrei potuto esprimere la mia storia rendendola però universale, comprensibile a tutti. E questo perché la lingua poetica crea delle indiscutibili connessioni viscerali che vanno ben oltre la singola esperienza di vita.

Il tuo libro è anche un libro sulla rinascita e sulla “maternità”. In alcuni versi, racconti che nei riti di rinascita c’è un prezzo da pagare. Tu che prezzo hai pagato per rinascere? E quale prezzo temi debba ancora pagare per esserti fatta “madre di te stessa”?

C’è una strofa di una poesia contenuta nella prima sezione di Dolore minimo che, affrontando il tema della maternità e del rimettersi al mondo, parla molto bene proprio di questo: Ho rinunciato a qualcosa / consegnandoti a questo mondo: / per esempio a un po’ dell’anima / e all’innocenza che usavamo / come schermo ai graffi della vita. È chiaro che in un percorso del genere ci si interroghi sulla portata stessa di tale transito, analizzando i vantaggi e i rischi del caso. Se da un lato, infatti, nel transito ho sempre visto l’unico modo per essere ciò che effettivamente ero, quindi un mezzo per la realizzazione piena di me stessa, dall’altro mi è sembrato a volte una soffocazione di qualcosa che poteva svilupparsi e crescere in un altro modo, quasi un “omicidio” di un’identità pregressa la quale, tuttavia, senza questo volontario annientamento, non avrebbe avuto futuro.

Ogni cambiamento porta con sé una conquista ed una perdita (si vedano, ad esempio, le tre poesie all’inizio del libro che parlano esattamente di questo). E perdita e conquista non si possono scindere. Ho perso e perderò sicuramente qualcosa, ne guadagnerò altre: ciò che è importante è essere consapevoli di questo processo incessante e riconoscere in tutto ciò un’innegabile possibilità di conoscenza continua, di crescita.

Nel tuo libro racconti con orgoglio il tuo percorso e ne affermi la forza e il valore contro il giudizio della società dei presunti “normali”. Ti è mai capitato di essere discriminata perché transessuale? 

Nella mia vita non ho mai subito alcun gesto di discriminazione perché persona transessuale. Sarà per questo che oggi sono una ragazza soddisfatta di sé e della propria esistenza, realizzata e fondamentalmente serena. Forse sono stata fortunata, ma mi piace di più immaginare di essermi sempre circondata di persone “giuste”, cioè intelligenti, sensibili ed in grado di andare oltre le apparenze, d’altro canto allontanando ed evitando i possibili “fattori di rischio”. Ma questa è una “scrematura” che chiunque fa: ognuno di noi, in fondo, si crea delle conoscenze fertili per la propria crescita ed i propri interessi, e tutto ciò che non è utile, anzi dannoso, viene prontamente evitato.

C’è stato recentemente un attacco nei miei confronti da parte degli antiabortisti cattolici ProVita, i quali hanno parlato male del mio libro poiché l’autrice è una trans. Ma questa penosa situazione non la considero un gesto di esclusione poiché da essa è nata, anzi, un’enorme solidarietà che ha fatto solo bene alla diffusione del libro. Dal canto mio, ho le spalle abbastanza larghe per farmi colpire da queste scemenze.

Infine, una donna transessuale che scrive poesia è anche una figura eversiva e di implicito valore politico nell’Italia di oggi?

Una poetessa transessuale è non soltanto una figura eversiva in letteratura, perché mette in crisi le teorie di chi vuole a tutti i costi individuare una “scrittura femminile” e una “scrittura maschile”, introducendo infatti un’autorialità del tutto nuova. È certamente anche una figura che ha un certo peso politico, perché attraverso la sua presenza veicola, implicitamente o meno, tutta una serie di riflessioni sullo “stato di salute” del modo in cui la società rappresenta, tutela e favorisce una minoranza, in questo caso quella transessuale.

Ma la valenza politica è tipica di qualsiasi letteratura: ogni cosa che scriviamo avrà sempre una certa risonanza dal carattere politico, dal quale, quindi, non si può prescindere.

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Il 24 giugno centinaia di migliaia di persone hanno percorso la 5th Avenue in occasione del 49° Pride di New York.

Partita dalla 16th Street e terminata alla 29th al Greenwich Village nel cuore di Manhattan, la marcia dell’orgoglio Lgbti è stata accompagnata dall’interesse di milioni di spettatori lungo il percorso.

A un anno dal 50° anniversario dei Moti, che ebbero luogo proprio a Greenwich nel bar Stonewall Inn e diedero inizio al movimento di liberazione Lgbti, la parata del 2018  ha puntato sullo slogan Defiantly Different.

A darne il via le parole del governatore di New York Andrew Cuomo. Sulle note di Born this way di Lady Gaga (presente anche lei al Pride) si è quindi mosso il corteo, guidato dalla leggenda del tennis Billie Jean King e dall'avvocato transgender Tyler Ford.

Presente anche l'attrice Cynthia Nixon, che affronterà Cuomo alle primarie del 13 settembre per la candidatura alle elezioni governative.

«Direi che il nostro coming out non è mai stato più importante di adesso – ha dichiarato la nota protagonista di Sex & the City –. Sia che siamo lesbiche o gay o transgender o musulmane o messicane o qualsiasi altra categoria, siamo alleate unite dalla nostra alterità».

Mai come quest’anno il Pride di New York si è caricato d’un chiaro significato politico. Un messaggio inequivocabile a Donald Trump, che ha varato nuove disposizioni per la messa al bando delle persone transgender dalle forze armate, e al vicepresidente Michael Pence, sostenitore delle terapie di conversione.

E in tanti hanno anche puntato il dito contro le politiche presidenziali in materia d’immigrazione. Non puoi ingabbiarci tutti: queste le parole gridate dai partecipanti con riferimento alle recenti immagini shock dei bimbi messicani in gabbia dopo essere stati strappati alle loro famiglie.

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