Unitasi civilmente in aprile con Monica Burigo, Cinzia Dell’Olivo ha dato alla luce Gabriel, il 30 maggio, nell'ospedale Santa Maria del Prato in Feltre. Venerdì 8 giugno alla gioia d’essere mamme si è aggiunta quella del pubblico riconoscimento della loro genitorialità all’atto di iscrivere anagraficamente il loro piccolo. La coppia, che risiede a Mel, ha trovato piena disponibilità da parte del sindaco Stefano Cesa.

Il primo cittadino del comune del Bellunese aveva dichiarato, pochi giorni dopo la nascita di Gabriel, il suo impegno al riguardo: «Stiamo studiando la situazione. Non c’è una norma precisa in materia. E i nostri consulenti stanno vagliando tutte le ipotesi». Poi venerdì la soluzione tanto attesa da Cinzia e Monica, che hanno ringraziato non solo Cesa ma anche la sindaca di Trinchiana Fiorenza Da Canal per il fattivo sostegno.

Dopo Torino e Milano il piccolo Comune veneto viene ad allungare la lista dei casi d’iscrizione anagrafica di bambini nati in Italia a seguito di tecniche di pma (effettuate all’estero) col pubblico riconoscimento delle due mamme.

Oggi, invece, a Castel Maggiore (Bo) la sindaca Belinda Gottardi ha annunciato in un video d’aver proceduto a registrare sull’atto di nascita di due gemelli il nome della convivente della donna che ha dato alla luce i piccoli poco meno di due anni fa.

Come spiegato dalla prima cittadina del Comune di alle porte di Bologna, si è trattato di «una scelta fatta nell’interesse dei bambini, per estendere al massimo la loro tutela con la registrazione di entrambi i genitori sul loro atto di nascita. Le due donne convivono a tutti gli effetti e credo che sia importante sancire il diritto di maternità di questa coppia. I gemelli potranno crescere con le figure genitoriali di riferimento e avere una famiglia a tutti gli effetti.

I bambini sono stati iscritti al nido a Castel Maggiore dove il personale, adeguatamente formato anche per casi come questi, è stato in grado di esprimere una piena accoglienza.

Ritengo sia doveroso per un sindaco essere accogliente e inclusivo con tutti i suoi concittadini, è un contributo per la crescita civile della società».

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Si celebra oggi in alcune città italiane l’International Family Equality Day, promosso da Nelfa (Network of European Lgbti Families Associations) in ben 36 Paesi. In tale occasione Famiglie Arcobaleno organizza da dieci anni la Festa delle Famiglie all’insegna dell’inclusione e della condivisione a 360 gradi.

Per sapere di più sulle origini di tale evento, sul cammino percorso in questi anni dalle coppie omogenitoriali e sulle prospettive future, Gaynews ha intervistato Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Decima edizione della Festa delle Famiglie. Quanto è cambiata rispetto agli inizi?

La Festa delle Famiglie in Italia l’abbiamo iniziata nel 2009: volevamo fare qualcosa di diverso dal Pride. Volevamo essenzialmente incontrare le persone e stare insieme a loro in una giornata di festa. Oggi si è sviluppata in tutta Europa e anche in altre parti del mondo. Trovo questa manifestazione una evento bellissimo che, in qualunque luogo si realizzi, dà visibilità alle nostre famiglie.

Sono passati oltre dieci anni da quando insieme ad altri hai fondato Famiglie Arcobaleno. Cosa a tuo parere la caratterizza oggi di più rispetto a ieri?

Oggi, quello che abbiamo in più per l’Italia è sicuramente notevole di quanto solo ieri una lesbica o un gay potevano immaginare. Vivere ad esempio in coppia anche con dei figli per un futuro insieme. Quando abbiamo iniziato eravamo solo dei pionieri e abbiamo costruito molto. Ma ci sono voluti anni perché questo diventasse qualcosa di concreto. Non è la norma ma per me è comunque un risultato perché offre a molti la possibilità di scegliere la vita che si vuole realizzare.

Come Famiglie Arcobaleno abbiamo acquisito più forza, perché siamo più numerosi e meglio organizzati. Abbiamo sviluppato delle strategie condivise, ci sono sempre più persone pronte a mettersi in gioco e, dunque, più testimonianze, più storie raccontate apertamente, più presenza sul territorio. E tutto questo crea una rete ricca e incisiva.

Quale pensi sia il vero valore aggiunto delle famiglie arcobaleno in una società eteronormata?

Credo che il loro valore aggiunto sia proprio quello di far mutare ciò che tutti danno per scontato. O almeno davano per scontato fino a pochi anni fa, perché fortunatamente le cose cambiano. Ogni uomo e ogni donna, si diceva, hanno un ruolo da ricoprire basato su una presunta naturalità: alla donna compiti di cura e all’uomo quello del lavoro.

Il fatto che due persone dello stesso sesso crescano dei figli e lo faccianoo benissimo –  comunque non peggio delle coppie eterosessuali – dimostra semplicemente che tutti questi ruoli prestabiliti sono solo il prodotto di una cultura eteronormata. E sappiamo che esprimono una società tipicamente patriarcale Ovviamente questi ruoli non si modificheranno presto. Ma avremo sempre più persone con capacità, ruoli e abilità che cresceranno liberi da tali ruoli e stereotipi di genere.

Dopo le ultime elezioni quali sono a tuo parere i pericoli maggiori per le persone Lgbt e, in particolare, per le famiglie arcobaleno?

Se non erro, abbiamo da subito sentito proferire minacce da parte del centrodestra, la coalizione vincente così come il M5s è risultato il primo partito. A mio parere si tratta soltanto di minacce non attuabili. Come quelle, ad esempio, di eliminare le unioni civili o rendere reato universale la Gpa. Penso che dobbiamo continuare a pretendere diritti, rispetto e non discriminazione. E penso che dobbiamo chiederlo a tutti quelli che abbiamo di fronte.

Dobbiamo continuare a vivere in modo visibile E chiedere appoggio ai nostri amici, familiari e  a tutte le persone che condividono le battaglie di civiltà in cui da anni siamo impegnati. Non siamo più soli e la destra, anche se ha vinto, non è tutta l’Italia e non è tutta l’Europa. Dunque voglio essere fiduciosa e sperare che le cose, se non miglioreranno, almeno rimarranno per come sono.

Nelle ultime settimane in alcuni Comuni sono stati trascritti atti di nascita esteri di figlie di coppie omogenitoriali con l’indicazione dei due papà o delle due mamme. Quali emozioni hai provato a tali notizie?

Queste trascrizioni mi hanno riempito di gioia e di soddisfazione perché è l’unica via al momento possibile per i nostri figli nati grazie alla procreazione medicalmente assistita. Ho sempre trovato difficile dover pensare di adottare quelli che sono già i nostri figli fin dal concepimento. C’è una discriminazione lampante verso di noi e i nostri figli. Da quando la legge 40 è stata disgregata dalle associazioni di coppie etero sterili che hanno preteso, giustamente, di poter accedere all’eterologa in Italia, per noi si è rafforzata la giusta rivendicazione di poter riconoscere alla nascita i nostri figli.

I politici possono blaterare finché vogliono ma questa è la realtà in tanti Paesi come la Spagna, il Portogallo, il Belgio, il Regno Unito ed altri ancora. Primo poi lo sarà anche in Italia e nessuno potrà opporsi, perché è l’unica cosa giusta per tutelare le nostre famiglie e i nostri ragazzi. Sono felice che molti sindaci, come la sindaca Appendino, abbiano aperto la strada e che tanti li stiano seguendo.

Un giorno saremo un Paese nel quale la Gpa sarà considerata solo un atto d'amore?

Io penso di sì. Non so quando accadrà. Ma sicuramente succederà. Il punto ora è che dobbiamo crescere ancora come persone Lgbti e come popolo arcobaleno. Spogliandoci, sempre di più di tanti miti che abbiamo, ancora, sulla maternità.  Ho avuto la fortuna di conoscere alcune delle donne che hanno portato in grembo figli per altri. Mi hanno dato una grande forza e la ferma convinzione che quanto fanno è prima di tutto un atto d’amore verso l’altro che non può essere genitore senza il loro sostegno.

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Continua la primavera virtuosa dei sindaci arcobalenoCon tali parole il Coordinamento Torino Pride ha annunciato la decisione da parte di dieci primi cittadini piemontesi (tutti di centrosinistra) di trascrivere gli atti di nascita dei figli nati all’estero da coppie omogenitoriali. Si tratta di Roberta Avola Faraci (Piossasco), Francesco Casciano (Collegno), Pacifico Banchieri (Caselette), Paolo Cugini (Gassino), Claudio Gambino (Borgaro Torinese), Claudio Martano (Chieri), Paolo Montagna (Moncalieri), Maurizio Piazza (Beinasco), Fabrizio Puppo (Settimo Torinese), Giampiero Tolardo (Nichelino).

È probabile che a essi verranno presto ad aggiungersi Roberto Falcone e Luca Salvai, rispettivamente sindaci pentastellati di Venaria e Pinerolo.

Una sorta d’effetto domino innescato dalla nota presa di posizione della sindaca torinese M5S Chiara Appendino. Anche se, quanto successo contemporaneamente a Gabicce Mare (PU) e, soprattutto, poco prima prima a Roma e a Catania – si tratta in tutti e tre i casi di bambini nati all’estero tramite gestazione per altri e registrati anagraficamente quali figli di entrambi i componenti delle rispettive coppie omogenitoriali, che sono soci di Famiglie Arcobaleno –, dimostrano che c’è in realtà una diffusa quanto indipendente sensibilità da parte degli amministratori locali. Diffusa sensibilità a fronte dell’inazione del Parlamento che relega di fatto i figlie delle tante coppie omogenitoriali in un vero e proprio limbo giuridico.

Quanto mai rilevanti, dunque, le parole di Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che commentando quale significativa la scelta di Catania «anche per il profilo istituzionale di altissimo livello del sindaco, già ministro degli Interni e attualmente presidente del Consiglio nazionale di Anci», ha giustamente osservato: «Sono molti i Comuni che stanno muovendosi in questa direzione, anche piccoli centri. La strada da percorrere, tuttavia, è ancora molto lunga, ma continueremo a percorrerla con costanza e determinazione».

Ma si può parlare di forzatura della legge con riferimento a tali sindaci come stanno facendo da giorni esponenti del centrodestra, che ne invocano le dimissioni in una con l’invio d’ispettori governativi in loco?

Per saperne di più, Gaynews è tornato a rivolgersi all’avvocato trentino Alexander Schuster, che ha seguito le tre coppie torinesi (compresa quella di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni) nonché quella dei due papà di Gabicce e Roma.

Avvocato Schuster, ci troviamo insomma a di fronte dei sindaci fuorilegge?

Assolutamente no. Non c’è stata nessuna forzatura della norma. Bisogna considerare come il nostro legislatore ignori perfettamente, anche per le coppie eterosessuali, che in Italia sono nati bambini attraverso tecniche di fecondazione assistita. L’ignora dal momento che li fa passare come nati da un rapporto sessuale. È semplicemente ridicolo voler passare sotto silenzio una realtà diffusa. Quella cioè riguardante i bambini, che a partire dagli anni ’70, sono concepiti con tecniche di pma. Questa realtà il legislatore non l’ha gestita. Non c’è da meravigliarsi che ci sia un vuoto ma questo vuoto viene colmato coi principi creati dalla Corte Costituzionale e dalle sentenze dei giudici.

E non si tratta effettivamente neppure di un vuoto. Questi principi, infatti, consentono alla fine d’identificare la norma da utilizzare quando la situazione è inedita e non c’è una disciplina del Parlamento che chiarisca cosa fare in contingenze nuove. Il Parlamento ha ignorato colpevolmente la fecondazione assistita fino al 2004. Poi è intervenuto unicamente con divieti senza regolarmentarla né disciplinarla. Non si lamenti se le risposte le danno adesso i tecnici dei Comuni, i sindaci o gli stessi giudici.

Perché la trascrizione capitolina dell’atto di nascita della bambina nata in Canada e registrata quale figlia della coppia di uomini romani è secondo lei di primaria importanza?

Il caso di Roma è importante perché è il Comune più grande d’Italia e con la gestione numericamente più consistente, a livello nazionale, di trascrizioni di atti di nascita. Negli scorsi giorni si è raggiunto nella capitale un punto di svolta rilevantissimo per cui due padri sono potuti andare all’Anagrafe capitolina e hanno potuto vedere riconosciuta la propria genitorialità senza dover avviare una causa con ritardi e costi. Si tratta d’una trascrizione spontanea da parte dei tecnici del Comune

Un tale importante risultato è stato reso possibile, in ogni caso, da un’altra coppia di due uomini che aveva bussato alla porta del Comune per gli stessi motivi nel maggio 2017 con riferimento ai loro tre bambini nati in Canada attraverso la gpa. All’epoca la risposta fu negativa. Ne seguì un ricorso legale a me affidato. E poi, il 15 febbraio 2018, ecco la pronuncia della Corte di appello di Roma (Pres. Ricciardi, rel. Dedato) che, tenuta riservata fino ad alcuni giorni fa, conferma che non è contrario all’ordine pubblico il riconoscimento delle sentenze canadesi che riconoscono ai tre figli della coppia il secondo padre. Da qui l’ordine a Roma Capitale, che non aveva proceduto alla trascrizione, di dare seguito alla richiesta dei padri. Gli uffici comunali hanno eseguito prontamente l’ordine giudiziario e oggi i tre bambini hanno documenti che menzionano a pieno titolo entrambi i genitori.

Non senza confusione taluni, nel fare riferimento ai vari recenti casi, hanno parlato indistintamente di trascrizione e iscrizione anagrafica. Lo stesso Luigi De Magistris è caduto in tale confusione dicendo che quanto fatto da Appendino a Torino è stato fatto per la prima volta da lui a Napoli.

Infatti. A Torino si è realizzata una situazione del tutto inedita perché è stato registrato anagraficamente, per la prima volta, un bambino (Niccolò Pietro) nato in Italia quale figlio di due donne (Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni) indicando altresì che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca.

In questo caso, dunque, non c’è stata una trascrizione o riconoscimento di un atto estero di nascita ma un’iscrizione, ossia la creazione ex novo d’un atto. Ogni volta che un bimbo nasce in Italia si attua infatti un’iscrizione.  

Quanto successo a Napoli nell’autunno 2015 è stato dunque una trascrizione e, comunque, pur sempre preceduto dai casi analoghi di Torino (7 gennaio 2015) e Roma (4 febbraio 2015). Ma nessuna di queste mamme delle rispettive coppie indicate aveva potuto far nascere il proprio bambino in Italia.

Secondo il senatore Lucio Malan tutto ciò incoraggerebbe «altri a trasgredire la legge e ad avvalersi della inumana schiavitù dell’intero in affitto» e stravolge il concetto di genitorialità: è così?

Il senatore Malan ha fatto una considerazione del tutto sbagliata perché ignora quello che è successo a Torino. Le due mamme non sono ricorse a quello che lui chiama utero in affitto bensì alla fecondazione eterologa, cui ricorrono anche coppie eterosessuali.

Diversi sono i casi delle coppie di due papà che ricorrono o all’adozione all’estero o alla gpa – come nel caso delle coppie di Gabicce, Roma e Catania – laddove è consentita.  Ma laddove è consentita, è normata e dunque lecita.

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Niccolò Pietro è nato a Torino il 13 aprile presso l’ospedale ostetrico-ginecologico Sant’Anna. Una gioia indescrivibile per Chiara Foglietta, consigliera comunale dem, e per la sua compagna Micaela Ghisleni.

Gioia purtroppo turbata dalla secco rifiuto che l’Ufficio Anagrafe (tanto quello presente presso la struttura ospedaliera quanto quello centrale del capoluogo sabaudo) ha opposto il 16 aprile alle due donne in merito al riconoscimento del neonato quale figlio d’entrambe.

Come se non bastasse, è stata ritenuta irricevibile la dichiarazione di Chiara sul concepimento di Niccolò Pietro a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo con gamete maschile di donatore anonimo come peraltro indicato in tutta la cartella clinica.

«Oggi a noi – ha dichiarato la consigliera comunale - viene negato il diritto di inserire dichiarazioni veritiere nell’atto di riconoscimento e a nostro figlio il diritto a un’identità corrispondente alla realtà, il diritto a conoscere l’insieme di eventi che hanno determinato la sua esistenza».

Soliderità piena a Chiara e a Micaela è stata subito espressa dal Coordinamento Torino Pride, che in una nota ha affermato: «Oggi più che mai è necessario che la politica si assuma la responsabilità di gesti importanti soprattutto che non costano nulla e che non incidono in nessun modo sui bilanci o sui conti martoriati ma che invece possono risolvere problemi che rendano una Famiglia, come quella di Chiara e Micaela o di Piero e Francesco, più sicura e felice.

Chiediamo quindi alla sindaca, Chiara Appendino, di agire con forza, energia e in coscienza per risolvere questi problemi confermando con i fatti che un Assessorato alle Famiglie è e resta un punto fermo della sua amministrazione e che, dove esiste un vuoto normativo, il coraggio, la tenacia e l’amore lo possono riempire».

Sull’incresciosa vicenda Gaynews ha chiesto il parere all’avvocato Alexander Schuster, che sta seguendo legalmente Chiara e Micaela.

Avvocato Schuster, per l’Ufficio Anagrafe di Torino Niccolò Pietro non può essere registrato come figlio di Chiara e di Micaela: perché?

Gli ufficiali di Stato civile (come peraltro anche alcuni giudici) tendono a seguire di più circolari e regolamenti che principi contenuti nella Costituzione, nelle convenzioni internazionali, ma anche nella stessa legge n. 40/2004 sulla p.m.a. E poiché nessuna norma prevede il riconoscimento di due madri (ma nessuna espressamente lo vieta), si sostiene che solo la partoriente può divenire genitore e poco importa che il bambino avrà solo uno e non due genitori. Ma anche gli ufficiali di Stato civile devono rispettare la Costituzione e realizzare i suoi importanti obiettivi.

La Corte costituzionale ha detto in più occasioni che il bambino deve essere tutelato rispetto all’adulto, a tutti gli adulti che hanno deciso di farlo nascere. Micaela non vuole sottrarsi a questa sua responsabilità, ma il Comune per ora glielo impedisce.

L’Ufficio Anagrafe ignora volutamente che Niccolò Pietro è stato generato mediante pma e lo registra come “nato da un’unione naturale con un uomo”. Come giudica tale situazione?

È assolutamente una situazione ridicola e imbarazzante per un “ordinamento” giuridico. Questo profilo della vicenda testimonia di un disordine più che di un ordine. Da una parte abbiamo diversi reati nel codice penale per chi fa false dichiarazione negli atti dello stato civile. Dall’altra, si chiede a Chiara Foglietta di dichiarare che il bambino è nato da un rapporto sessuale quando non solo è dichiarata una realtà diversa, ma questa è pure documentata.

Ad oggi sono riuscito a convincere solo un Comune toscano ad adeguare la formula con cui scrivere l’atto di nascita alla realtà e a riconoscere che c’è stata una fecondazione assistita con donatore. È la causa del Tribunale di Pisa che recentemente è giunta in Corte costituzionale. Un risultato importante che oggi è diventato pubblico, ma che è l’esito di mesi di lavoro e frutto della fortuna di avere dall’altra parte un funzionario che è fra gli esperti nazionali in materia di stato civile.

Esiste in tale materia una giurisprudenza di legittimità cui adeguarsi?

Attenzione, qui non stiamo parlando di trascrizione, cioè di riconoscere un atto di nascita straniero che già esiste. Qui il bambino è nato in Italia e quindi non c’è ancora nessun atto di nascita. D’altra parte, non è nemmeno concepibile che una donna al nono mese si metta in macchina alla volta della Spagna per ottenere un certificato con due madri da riportare in Italia (e la giurisprudenza è unanime sul fatto che vada integralmente riconosciuto). Un tale risultato deve essere possibile, proprio per i principi richiamati dai giudici italiani, sin dall’inizio, se il bambino nasce in Italia.

Quale responsabilità grava a suo parere sul legislatore in riferimento alla mancanza di tutela piena dei minori nati in coppie omogenitoriali o da single attraverso pma?

Il Ministero dovrebbe innanzitutto adeguare le formule. Un bambino su venti nasce in Italia da tecniche di riproduzione assistita, però per lo Stato civile italiano tutti sono nati da un rapporto sessuale. Questo è un problema di verità che riguarda tanto coppie etero- quanto omosessuali. Poi c’è il problema specifico delle coppie arcobaleno. Il Legislatore ha preferito lasciare che la materia venisse regolata dai giudici. Chissà, forse è meglio, certo è un percorso più laborioso e lungo.

Comunque a Torino si sta iniziando ad affrontare la questione e speriamo che la sindaca Appendino e l’assessore Pisano diano un segnale importante a tutela del piccolo Niccolò Pietro e delle sue mamme. Noi siamo pronti a difendere davanti ai giudici il passo avanti che stiamo chiedendo ai vertici politici. Da qualche parte occorre pur cominciare.

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Si è tenuto ieri a Roma presso il Centro Congressi Frentani il convegno Gestazione per altre e per altri. Genitorialità tra desideri, diritti e doveri: aspetti psicologici, giuridici e socio-antropologici. Organizzato da Famiglie Arcobaleno, la cui presidente Marilena Grassadonia ha dato il via ai lavori, l’evento si è strutturato in tre sessioni. La seconda di esse dal titolo La Gpa tra diritto ed esprienze è stata presieduta dal giudice Marco Gattuso.

Al magistrato, fondatore e direttore di Articolo 29, Gaynews ha rivolto alcune domande per fare il punto della situazione su una pratica di procreazione medicalmente assistita che anche nell’ultima campagna elettorale ha diviso non pochi gli animi.

Giudice Gattuso, il convegno tenutosi a Roma ha dedicato una specifica sessione agli aspetti giuridici della gpa. Che cosa ha messo in luce la discussione?

È stato finalmente un momento di confronto pacato e informato sulla gpa, che ha visto la partecipazione di studiosi provenienti da diverse esperienze e competenze. In particolare per me è stato bello vedere finalmente un palco tutto di donne, con importanti intellettuali del femminismo, discutere in modo ragionato del diritto delle donne di autodeterminarsi e delle regole entro le quali può esercitarsi tale diritto.

La sentenza 162/2014 della Corte Costituzionale si è espressa sull’illegittimità del divieto della fecondazione eterologa. Secondo lei un tale pronunciamento può essere letto anche in riferimento a altre pratiche di pma come la gpa?

Da quella sentenza viene la conferma di una idea laica e aperta di genitorialità e, soprattutto, di una genitorialità che non può essere confinata al solo aspetto genetico.

Da non poche femministe della differenza viene affermato che l’esprimere opinione favorevole alla gpa e lo scriverne sarebbe una violazione dell’art. 12 (comma 6) della legge 40 in materia di pubblicizzazione della gpa. È così?

La legge vieta di fare pubblicità alla gpa a scopi commerciali. Certo non comprime in alcun modo la libertà di manifestazione del pensiero. Per fortuna siamo in una democrazia e nessuno può comprimere la libertà di ognuno e ognuna di esprimere la proprie opinioni, neppure di quelle apertamente favorevoli alla gpa e alla sua depenalizzazione e regolamentazione. Ci mancherebbe.

A quante e quanti sono sostenitori del reato universale della gpa cosa è da obiettare a livello giuridico?

È un’idea irrealizzabile. Al momento solo la Turchia di Edorgan, la Malesia e alcuni stati dell’Australia puniscono i cittadini che fanno la gpa all’estero. E con scarso successo.

Tra i motivi addotti a contrarietà della gpa si ripete l’assunto: “I figli non sono un diritto”. Che cosa ne pensa?

È uno slogan ad effetto, ma poco centrato. Avere figli è un desiderio profondamente umano e bellissimo. Se una coppia infertile vuole avere un bambino e la scienza dà la possibilità di averlo, lo Stato non si può frapporre in modo autoritario fra cittadino e scienza. Salvo che per fare un bimbo si procuri una lesione di diritti di terzi. Nel caso della gpa, mentre ci sono casi di intollerabile sfruttamento in vari Paesi (dove peraltro le coppie di persone dello stesso sesso non possono andare), in altri, come il Regno Unito, il Canada o la California, non emergono situazioni di sfruttamento. Se non vi è sfruttamento e vi è libera scelta, la Corte Suprema della California sin dal 1993 ha ritenuto, giustamente, che non si possa comprimere il diritto delle donne ad autodeterminarsi.

Non crede che al deciso rigetto della gpa sia sottesa una concezione univoca e biologistica di maternità sì da ridurre - portata alle logiche conseguenze - anche quella adottiva a una mera fictio?

Credo che ridurre la genitorialità al dato biologico tradisca una concezione molto povera e materialisica delle relazioni umane. La psicanalasta Fraire ci ha spiegato ieri come la genitorialità e anche la maternità sorgano con il distacco del bambino dal grembo materno e il riconoscimento che il bimbo è ormai un essere autonomo. La genitorialità è una relazione.

Per altro verso, credo che sia giusto porre le donne al centro di ogni ragionamento sulla generazione. Perché solo le donne possono fare un bambino. Da questo potere delle donne di generare, dunque dalle loro scelte, dalla loro libera volontà, si deve partire. Per questo bisogna ascoltare le donne che fanno la gpa, lasciarle parlare senza imporre etichette. Queste donne ci spiegano che loro non sono, e non vogliono essere chiamate, “madri” dei bambini che aiutano a nascere e che non sono neppure legati geneticamente a loro. Portano in grembo bambini di altre donne (o uomini), che non possono avere una gravidanza, e a loro li restituiranno. Non cedono nè cederebbero mai figli propri.

Solo se capiamo questo, possiamo capire perché questa pratica è stata ammessa dalle corti americane ed è socialmente accettata in America. In America non sarebbe tollerata la “vendita” di bambini americani. La gpa è accettata solo perché è chiaro che si tratta di far nascere bambini che sin dal concepimento sono figli dei genitori che hanno dato l’embrione che la portarice aiuterà a far nascere.

Insomma, per il giudice Gattuso che cosa bisognerebbe fare in Italia in materia di gpa?

Oggi, dobbiamo tutelare ogni bambino e ogni bambina che nasce con gpa, assicurando loro i diritti che ha qualsiasi altro bambino o bambina. Domani, dobbiamo ragionare sulle regole che ci consentano di andare anche in Italia oltre il divieto. Ragionare, confrontarci, capire, per costruire insieme alcune regole condivise che mettano al centro la libertà di autodeterminazione della donna. Poiché le donne sono al centro di questo percorso è indispensabile avere sempre avere la certezza che le donne che fanno la gpa siano libere, che siano libere da vincoli sociali, culturali, economici.

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Non s'arresta il dibattito sulla Gpa, cui fanno ricorso all'estero sia single sia coppie di persone tanto eterosessuali (e queste in maniera maggioritaria) quanto omosessuali. Negli ultimi giorni, poi, il fronte contrario alla pratica è tornato ad agitare lo spettro della propaganda metodica. Propaganda che, condotta da "campagne gay", sarebbe in aperta violazione dell'art. 12, comma 6 della legge 40 recante Norme in materia di procreazione medicalmente assistita.

Per avere delucidazioni in merito, abbiamo raggiunto telefonicamente Stefano Chinotti, penalista e coordinatore del comitato scientifico di Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford.

Avvocato, sulla gpa i toni tornano ciclicamente a surriscaldarsi da ambo le parti. Il fronte contrario si richiama nello specifico al comma 6 dell'art. 12 della legge 40. Che cosa prevede? 

L'art. 12 introduce una serie di sanzioni conseguenti alla violazione della legge. La gestazione per altri viene contemplata al comma 6 che prevede la punizione di chi realizza (inteso in senso medico), organizza (inteso in senso professionale) e pubblicizza (inteso in senso commerciale) la surrogazione di maternità. Le pene, specialmente quelle pecuniarie - essendo il divieto indirizzato più che altro a evitare il fenomeno della commercializzazione professionale -, sono consistenti. Si va da quella detentiva da tre mesi a due anni a quella pecuniaria da 600.000 a un milione di euro. Non così consistenti, comunque, da poter evitare - per procedere nei confronti di cittadino italiano che faccia accesso a tale tecnica di procreazione medicalmente assistita all'estero - la necessaria e preventiva richiesta di avvio del procedimento da parte del ministro di Giustizia prevista dall'art. 9 del Codice penale.

Esprimere posizioni favorevoli alla Gpa, riportarle per iscritto in qualsiasi forma o dibatterne implica la violazione del comma 6? 

Assolutamente no. Ci mancherebbe altro. Se si ragionasse in questi termini, il discutere dell'abrogazione di un qualsivoglia reato potrebbe significare ricondurre le posizioni favorevoli alla depenalizzazione a una sorta di apologia del fatto illecito. È un'assurdità che, peraltro contrasta con il contenuto dell'art. 21 della Costituzione che tutela la libera espressione del pensiero. 

Che cosa pensa della proposta di reato universale per la Gpa?

Se per reato universale ci si riferisce a un fatto illecito punibile in ogni dove, occorrerà ottenere che gli ordinamenti di tutti gli Stati del globo si conformino in tal senso. Mi pare una via poco percorribile. Se invece ci si riferisce all'introduzione, nel nostro sistema interno, di una fattispecie delittuosa che, se anche commessa all'estero, possa essere punita in Italia, non vedo alcuna novità. Già con le leggi in vigore la Gpa praticata all'estero da cittadino italiano potrebbe, astrattamente, essere punita. Serve, come dicevo, la richiesta da parte del ministro di Giustizia. È già accaduto. Certo questo tipo di procedimenti si scontra inevitabilmente col principio del l'impossibilità di punire qualcuno che, seppur ha commesso un illecito per le leggi della propria nazione di appartenenza, ha, nello stesso tempo, utilizzato un mezzo assolutamente lecito nello Stato ove vi ha fatto ricorso. La condotta, quindi, se praticata in Paesi che la consentono, non è punibile. Anche per questo motivo, ad eccezione del caso cui ho già fatto riferimento, i tribunali non sono mai stati investiti di decidere sulla questione. E peraltro è talmente chiaro di come la legge intendesse punire il sorgere di fenomeni di commercializzazione in Italia. 

 

È possibile infine una revisione della legge 40?

Possibile senz'altro. Nel senso dell'inasprimento delle pene che potrebbero portare a introdurre un massimo edittale tale da non rendere, per la procedibilità, più necessaria la richiesta da parte del ministro di Giustizia che è prevista, solo, per i reati puniti con la reclusione fino a tre anni. Ma, se anche questo avvenisse, rimarrebbe aperta la questione dell'impossibilità di punire, in Italia, un cittadino che ha posto in essere, all'estero, una condotta assolutamente consentita.

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