L’uscita di Stefano Gabbana sulla questione omosessuale non è né nuova né originale. Si erano già pronunciati in merito persone più o meno ruotanti intorno alla collettività Lgbti.

È un dibattito che si svolge da tempo soprattutto per quanto riguarda i Pride (i Pride fanno bene o meno al movimento? Bisogna rivendicare o no la propria identità?). E ne approfitto per rimarcare un aspetto connesso alla questione. Aspetto che in realtà non ho mai accettato: l’eliminazione, cioè, del qualificativo gay dalla parola Pride in riferimento alle manifestazioni del 28 giugno. Cosa, in realtà, voluta e fatta dal movimento. Gabbana non dev’esserne informato. Altrimenti l’avrebbe potuto utilizzare come argomento. Naturalmente io continuo a parlare di Gay Pride forse perché sono un vecchio militante tradizionalista. Per utilizzare una frase di un film di Ozpetek, «Gay io? No, io sono frocio.

In questo annoso dibattito era intervenuto tempo fa anche Giorgio Armani – sia pur in modo diverso – dicendo: «Un uomo omosessuale è uomo al 100%. Non ha bisogno di vestirsi da omosessuale... Un uomo deve essere uomo».

Stupisce questa preoccupazione del maschile a tutti i costi. E stupisce per due ragioni.

In primo luogo uno è quello che è e non dovrebbe avere bisogno di sbandierarlo in giro per il mondo. Il doverlo fare rivelerebbe infatti l’esistenza di un problema. Se io, in riferimento all’identità di genere, sono e mi sento uomo (o donna) ma ho il bisogno di riaffermarlo su una maglietta, vuol dire che ho qualche problemino, e non da poco, al riguardo. Se invece non ho nessun problema, potrò conseguentemente decidere in piena libertà se dire di essere gay o meno.

E qui emerge l’altro punto dolente. Perché Gabbana mostra di confondere identità di genere con orientamento sessuale.

È vero che la distinzione al riguardo è recente. Distinzione dovuta alle culture della liberazione sessuale, al riconoscimento delle identità, ai Gay Studies, allo sviluppo degli studi scientifici in materia psicologica, alla militanza della collettività Lgbti. Ma l’errore è grossolano perché, come sappiamo tutti, è proprio su questo che si distingueva la vecchia guardia delle persone omosessuali in Italia.

Da questo punto di vista mi sovviene un ricordo dell’autunno dell’84. Era in corso una riunione con gli amici di Catania per dare vita al locale circolo dell’Arcigay (quello fu un periodo particolarmente importante per la nascita dei circoli, che poi avrebbero aderito, tra marzo e dicembre ’85, all’Arcigay Nazionale). In quell’incontro la metà dei presenti non si definiva omosessuale e sosteneva che l’omosessuale vero non si accompagna mai con un altro omosessuale. L’omosessuale vero, secondo gli intervenuti, sarebbe stato quello che si accompagna con un eterosessuale, aiutandolo a mettere su famiglia e, magari, ad allevare i di lui figli.

Sappiamo che Pasolini affermava più o meno la stessa cosa negli Scritti Corsari. Sappiamo anche che alcuni intellettuali d’orientamento omosessuale, appartenenti alla vecchia generazione, dicono tuttora che si stava meglio quando si stava peggio. Nel senso che nel periodo in cui la questione omosessuale non aveva un nome, non aveva una definizione, non era identificata, era impossibile non trovare un maschio che non fosse disponibile a fare sesso (magari da attivo) con un altro maschio. È noto che in passato (si parla di 40/50 anni fa) il ruolo dell’omosessuale di paese era quello di svezzare i ragazzi in modo che poi potessero finire sulla "retta via" sposandosi e facendo figli. È un’idea che non era solo delle persone omosessuali di vecchia generazione. Era un modo di pensare l’omosessualità condiviso anche dalla Chiesa cattolica che liquidava l’omosessualità quale fase transitoria dell’adolescenza.

In realtà, soprattutto nei piccoli centri, era fortissima la pressione sociale che spingeva a sposarsi e a farsi una famiglia. Al punto che persino molti giovani eterosessuali se ne lamentavano. Ricordo benissimo alcune mie conferenze nel corso delle quali, parlando di un tale argomento, intervenivano spesso 20/30enni etero dicendo: «I miei genitori e i miei amici mi hanno rotto le scatole perché non mi fidanzo». La stragrande maggioranza degli omosessuali finiva, d’altra parte, per sposarsi. Per poi continuare a frequentare i luoghi di battuage secondo una modalità ricorrente in passato e, in misura minore, ancora oggi.

Da un tale quanto complesso contesto deriva la su accennata preoccupazione. Preoccupazione che possiamo anche pensare come sincera. Non tutto, infatti, è sempre complotto, non tutto è sempre cattiveria, non tutto è sempre manipolazione. 

Personaggi come Gabbana od Ozpetek, intervenuti su questa materia, mostrano di essere sostanzialmente feriti da due realtà.

Da una parte, che sia dato finalmente un nome alle cose. Non avendo un nome, infatti, il movimento e la stessa questione omosessuale banalmente non esistevano. Dall'altra, che si siano rese conseguentemente visibili tutte le omosessualità. Perché, giova ricordarlo, non esiste un solo modo d’essere omosessuali. Visibilità emergente soprattutto durante le manifestazioni dei Pride, che - come già detto sopra - continuano a far discutere sulla loro necessità.

Com’è noto, io milito tra coloro che dicono che i Pride fanno benissimo. In primo luogo, perché consentono il ritrovarsi in una manifestazione corale che ci fa vedere in grande quantità. Quest’anno ci sono stati 24 Pride (il massimo della storia in Italia) e quasi dappertutto dominati dalla presenza di giovanissimi, che non troviamo più nelle manifestazioni di partiti o sindacati. I Pride sono anche l’occasione per ribadire le piattaforme locali e le richieste che esse avanzano: da quelle ai servizi socio-sanitari a quelle assistenziali, dalle case d’accoglienza alla lotta contro povertà delle persone Lgbti.

Tornando alla questione del nome, confesso di essere molto affezionato alla parola gay come a quella in parte sinonimica di omosessuale. Sono affezionato perché è un mezzo fondamentale per rendere visibile l’omosessualità. Perché, piaccia o non piaccia, noi abbiamo una religione civile che è quella della visibilità. Veniamo da un mondo dove sono vissuti i nostri critici, compresi alcuni militanti. Un mondo dove ci si doveva nascondere. Dove ci si vergognava di essere omosessuali. Dove l’essere gay significava il perdere lavoro o gli affetti più cari. La doppia vita e la clandestinità sono state le cifre che hanno caratterizzato per troppo tempo la vita delle persone omosessuali. Frutto di quel compromesso concretatizzatosi in Italia in quella che Giovanni Dall’Orto ha chiamato “tolleranza repressiva”, creando quella sofferenza aggiuntiva che Vittorio Lingiardi ha definito come “Minority Stress”.

Ci si deve infatti sempre chiedere quali sono i costi sociali del negare se stessi o se stesse. Quale livello di infelicità domini ancora in milioni di donne e uomini omosessuali che continuano a non “dirlo” a se stessi prima ancora che alla famiglia e agli amici.

È sufficiente per tutte queste persone dire "Io sono uomo” o "Io sono donna” per determinare un processo di liberazione e di vivibilità? Io direi di no.

Per non parlare, e qui torniamo alla preoccupazione di molti nel sottolineare la propria mascolinità, del rischio di un pericoloso ritorno del maschilismo anche in campo gay. Sappiamo bene che questa cultura incistata fin dalla nascita nei nostri cervelli e coltivata dalla scuola, dallo sport, dalla famiglia, ha prodotto i danni più rilevanti, i conflitti più dolorosi. Ha prodotto l'esercizio del potere escludente, il bullismo, la violenza verso la diversità (proprio quella che Trump vuole cancellare dai report dell’Acdc, l'agenzia sanitaria di Stato Usa).

Stiano attenti, quindi, alcuni amici: mettendosi controvento e obiettivamente dalla parte di tutti i nostri avversari storici, essi scherzano col fuoco. Si può essere - e, in non pochi casi, si deve essere - critici verso il movimento Lgbti. Ma senza toccare mai il fondamento della nostra esistenza e della nostra lotta.

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Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Pubblichiamo oggi il video intervento Il "decoro" nella storia e l'annoso dibattito sui Pride dello storico dell'arte Valerio Mezzolani.

 

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Pensavamo a una svolta in Sicilia con la candidatura di una donna transessuale sia pure tra le file dell’Udc. Invece ci sbagliavamo e, ancora una volta, dobbiamo tristemente verificare quanto diffuso sia lo stigma omotransfobico proprio tra le stesse persone Lgbti.

È il caso di Roberta Giulia Mezzasalma, candidata trans dell’Udc alle prossime regionali, che ieri mattina, ai microfoni di Radio Cusano Campus, non ha perso occasione per definire la condizione delle persone Lgbti una “disgrazia” che le rende infelici. Come se non bastasse, la ristoratrice di Vittoria ha definito il Pride un fenomeno da baraccone e ha rifiutato di essere accostata a Vladimir Luxuria, sostenendo che lei, a differenza di quest’ultima, si è sempre comportata correttamente e non ha mai dato scandalo.

Insomma, un vero e proprio florilegio di luoghi comuni e pregiudizi che, come tutti sanno, sono le fondamenta su cui si radica, nella nostra società, la sofferenza e l’esclusione sociale delle persone Lgbti. Luoghi comuni e pregiudizi ancora più odiosi se a esternarli è una persona transessuale, che ha compiuto il percorso di transizione da quasi vent’anni e che, dunque, sa bene come sia mortificante confrontarsi col subdolo pregiudizio e la palese discriminazione della società.

A tale proposito, raccogliamo lo sfogo accorato di Marco Igor Garofalo, presidente del comitato Arcigay di Ragusa che, indignato e deluso dalle esternazioni di Roberta Mezzasalma, le si è rivolto ricordandole che «non siamo qui per esprimere giudizi né epiteti sul transessualismo e sull’identità di genere. Stiamo a condividere lotte e diritti comuni che "altro" sono dallo stereotipo da te citato e cioè che essere omosessuali o transessuali sia una vera disgrazia». Rispetto ai Pride, aggiunge Garofalo, «siamo certamente lontano dai tempi di Sylvia Rivera che lanciò la bottiglia a Stonewall. Ma, se in passato non ci fossero state persone che con la loro visibilità o "baracconata", come asserito da Roberta Mezzasalma, fossero scese in piazza, oggi molti diritti, compresa la legge 164 del 1982, non avrebbero avuto modo di esistere».

Lo stesso Marco Igor Garofalo, pur augurandosi una rapida smentita della candidata dell’Udc, invita, infine, tutte e tutti a riflettere maggiormente prima di enfatizzare o generalizzare in situazioni pubbliche e mediatiche quelle che sono, casomai, semplici elucubrazioni personali sulla propria esperienza soggettiva.

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Iniziata l’11 settembre, la Pride Week di Belgrado si concluderà domenica 17 settembre con la marcia dell’orgoglio Lgbti. Oltre 50 gli eventi previsti nel corso della settimana: dalla conferenza internazionale sui crimini d’odio al festival cinematografico, dai dibattiti a cicli di letture fino ai party.

La situazione delle persone Lgbti in Serbia resta in ogni caso critica e gli scorsi Pride si sono sempre svolti in un clima di tensione. Sembrerebbe registrarsi una svolta col nuovo presidente Aleksandar Vucić che, eletto il 2 aprile scorso, ha nominato a capo del governo l’ex ministra lesbica Ana Brnabić. È stato però proprio Vucić a dichiarare, nel corso d’una conferenza stampa trasmessa in diretta dalla tv pubblica Rts il 12 settembre, che non parteciperà al Pride non apprezzandone il significato. «Non ho né voglia né interesse – ha così detto –. Non ho alcuna intenzione di prendere parte a tale manifestazione. Del resto domenica avrò molto da lavorare». Il presidente ha poi notificato la partecipazione alla parata della premier Brnabić, di altri ministri e del sindaco di Belgrado Siniša Mali.

E proprio il 12 settembre il noto sociologo serbo Jovo Bakić ha ricordato il legame tra il Partito Progressista Serbo (SNS) fondato da Vucić e i gruppi di estrema destra. Legame che risale ai tempi in cui l’attuale presidente militava nel Partito Radicale Serbo (SRS).

Bollando gli estremisti quali «utili idioti», Jovo Bakić ha fatto notare come essi «attacchino a comando e, quando si vieta loro di attaccare, restano calmi. Le prove per questo sono costituite da tutte le Pride Parade che si sono tenute finora: quando Aleksandar Vucić era all’opposizione, questi gruppi avevano piena libertà e  Belgrado era quasi sotto assedio. Ma da quando è salito al potere, questi gruppi sono calmi e le persone Lgbti possono adesso marciare normalmente».

Ma, secondo Bakić, non bisogna illudersi perché gli estremisti sono i «pit bull di Vucić al guinzaglio: quando è necessario, li rilascia». Per il sociologo il Partito Progressista Serbo userebbe gruppi squadristi quando vuole distogliere l’attenzione del pubblico da questioni difficili. È allora che i «pit bull – conclude Bakić - attaccano capri espiatori come le associazioni Lgbti o altre organizzazioni non governative».

Insomma, se c’è da rallegrarsi dell’elezione di Vucić per alcuni segnali postitivi, è necessario evitare l’alea di valutazioni semplificative in riferimento alla Serbia. E non solo per quel che attiene alle questioni Lgbti.

 

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Iniziato il 28 luglio, si conclude oggi il Belfast Pride Festival. Dieci giorni caratterizzati da oltre 100 eventi ricreativi e culturali, che hanno visto riversarsi nella capitale dell’Irlanda del Nord oltre 50mila persone. Momento culminante della kermesse Lgbti è stata la parata che, partita ieri alle 11.30 da Custom House Square, si è snodata per le vie principali della città al grido We are One per concludersi alle 13.00 sul luogo d’avvio.

Decine di migliaia di persone hanno così ricalcato le orme di quei 100 pionieri che nel giugno 1991 organizzarono la prima marcia dell’orgoglio Lgbti in città. Ad aprire il corteo arcobaleno Mary Ellen Campbell, la prima vicesindaca di Belfast apertamente omosessuale. Presenti inoltre per la prima volta agenti in divisa del corpi di polizia dell’Irlanda del Nord (Psni) e della Repubblica d’Irlanda (An Garda Síochána). Non sono mancate piccole contromanifestazioni come quella di alcuni esponenti di confessioni cristiane che, davanti alla City Hall, hanno esposto cartelli con inviti evangelici alla conversione e penitenza.

Ma proprio nella mattinata d’ieri il neopremier irlandese Leo Eric Varadkar (entrato in carica il 14 giugno scorso), partecipando al Pride Breakfast in un pub di Belfast, ha dichiarato che il raggiungimento del matrimonio egualitario in Irlanda del Nord è solo «questione di tempo». Primo capo del governo della Repubblica d’Irlanda ad essersi dichiarato gay, Varadkar ha aggiunto: «Non sono qui per far arrabbiare nessuno ma per mostrare il mio sostegno e il sostegno del mio governo all'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge a prescindere da dove essi risiedano».

A differenza infatti della Repubblica d’Irlanda, dove il same-sex marriage è stato legalizzato nel 2015, e delle nazioni costitutive del Regno Unito il Northern Ireland non ha ancora normato le nozze tra persone dello stesso sesso. A essere fortemente contrari i conservatori di destra del Partito unionista democratico (Dup), il cui apporto è stato decisivo per la formazione del governo di Theresa May. Favorevoli, invece, i cattolici nazionalisti dello Sinn Féin, la cui leader Michelle O’Neill ha partecipato al Belfast Pride Breakfast col premier Varadkar ed esponenti di locali associazioni Lgbti. 

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Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha presentato la candidatura per organizzare il World Pride del 2025 a Roma. La storica associazione Lgbti, che da anni promuove importanti manifestazioni ed è stata promotrice di eventi come il World Pride del 2000 e l’Europride del 2011 con la partecipazione di Lady Gaga, ha diffuso la notizia in un comunicato.

Per saperne di più, abbiamo incontrato il presidente Mario Colamarino.

Come mai candidare proprio Roma per il World Pride del 2025 e che prospettive di successo ha la candidatura?

Il World Pride è nato a Roma nel 2000 su iniziativa del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ha rappresentato uno spartiacque nella storia del movimento Lgbti italiano e mondiale. Vogliamo perciò che il 2025 possa diventare un’altra tappa storica nel cammino della nostra comunità. Il comitato InterPride si è dimostrato favorevole alla nostra idea di riportare il World Pride a Roma. La candidatura è stata appena presentata: c'è un iter da seguire ma in poche ore è già arrivato il sostegno di tante realtà Lgbti e non. C'è tanto entusiasmo e non solo in Italia all'idea che il World Pride ritorni a Roma per celebrare un anniversario così importante.

È mera coincidenza che sia stato proposto proprio il 2025, anno in cui ricorrerà nuovamente il Giubileo?

Il World Pride è nato nel 2000: è normale che il 2025 rappresenti un anniversario importante. A noi non interessa un'inutile polemica con la Chiesa cattolica. Anche se è vero che l'attuale Chiesa non ha la stessa ostilità di quella del 2000, a noi interessa piuttosto realizzare un 'giubileo' per la nostra comunità. Una celebrazione di 25 anni di lungo lavoro per l'equiparazione dei diritti che, si spera, per allora pienamente raggiunta anche in Italia.

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38° edizione del Berliner Christopher Street Day. È con tale nome, volto a richiamare la strada newyorkese in cui ebbero inizio i moti di Stonewall, che la capitale tedesca celebra dal 1979 il proprio Pride. Pride che, quest’anno, ha assunto un significato tutto particolare.

Le decine di migliaia di partecipanti hanno marciato non solo per ribadire il proprio no a ogni rigurgito di destra secondo lo slogan Mehr von Uns. Jede Stimme gegen Rechts. Ma hanno voluto anche festeggiare la recente approvazione da parte del Bunstedag della legge sul matrimonio egualitario, promulgata venerdì 21 luglio dal presidente federale Frank-Walter Steinmeier. Tra i tanti carri presenti un unicum assoluto: quello della Chiesa evangelica di Berlino, Brandeburgo, Slesia e Alta Lusazia che, per la prima volta, ha preso parte alla parata. Quella berlinese è una delle 20 comunità regionali dell' Evangelische Kirche in Deutschland: si tratta della massima federazione di comunità riformate del Paese e ne è componente anche la cancelliera federale Angela Merkel.

Nonostante la pioggia battente la marcia dell’orgoglio Lgbti è partita intorno alle 12.30 da Charlottenburg e si è snodata lungo Wittenbergplatz, Nollendorfplatz, Lützowplatz e la Siegessäule per terminare alle nei pressi della porta di Brandeburgo. Qui si è tenuta l’adunata finale che ha dato il via anche agli eventi lungo la Straße des 17. Juni: un vero e proprio Pride Village che, per l’estensione di un chilometro, si è caratterizzato fino alla mezzanotte per una serie di eventi politici, culturali e musicali. Tra le esibizioni anche quelle di Maite Kelly, Conchita Wurst e Tyna.

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Sense8 non è una serie ma è la serie. Scritta, come si sa, a sei mani da Lana e Lilly Wachowski - autrici di Matrix e Cloud Atlas - e da J. Michael Straczynski, sceneggiatore di film, fumetti e serie tv come Babylon5. Sarebbe complicato spiegarla in due parole. Ma è una delle cose più strane e narrativamente innovative che si sia mai vista negli ultimi anni nel contesto della narrativa audiovisiva seriale. È contemporaneamente un tech-thriller, un'avventura sci-fi e una ingarbugliata serie action. 

La storia? In breve, è l'avventura di otto personaggi, legati tra loro da un legame sensoriale molto più che telepatico e appartenenti a una specie umana parallela alla sapiens, l'homo sensorium. Sense8 è anche una narrazione che scardina il concetto di genere sessuale ed etnia e ci mette sul tavolo, senza che ci rendiamo nemmeno conto ancora di quanto ci serve, l'arma per superare il sessismo e i pregiudizi dilaganti

Il primo giugno scorso, però, Netflix, la piattaforma streaming mondiale, famosa per le sue serie originali e innovative come Orange is the new black, 13 Reasons Why e Narcos, aveva annunciato a sorpresa la cancellazione della serieMilioni di fan in tutto il mondo si sono mobilitati con petizioni e cascate virali di twitt per protestare e cercare di convincere le "alte sfere" della società americana a dare un seguito alla serie. Il 29 giugno un twitt di Lana Wachowski comunica al mondo che Netflix produrrà un episodio conclusivo di 120 minuti entro il 2018. 

A tal proposito, abbiamo avuto il piacere di raggiungere Roberto Malerba, uno dei produttori di Sense8, e di rivolgergli alcune domande. 

Puoi raccontarci la tua esperienza come produttore di Sense8

Su questa domanda potrei scrivere un libro. Diciamo che andare in 17 città e, per farlo, lavorare 100 ore a settimana per 9 mesi è stato da una parte molto affaticante ma ha unito cast e troupe in una maniera unica e indimeticabile: è un'esperienza di vita che non si può ripetere. Sapevamo che era per qualcosa di molto speciale e diverso dal solito lavoro. Questo ci ha dato la volontà mentale per mettere da parte le nostre vite private per nove mesi per fare qualcosa di importante. Una grande soddisfazione. 

La scelta di trattare temi scottanti come l'omosessualità, la diversità di razza e tanti altri che in molti Paesi sono ancora tabù, come è avvenuta? Netflix non ha avuto nessun tentennamento in merito?  

Quando è cominciato Sense8, Netflix faceva streaming in 8 Paesi. Adesso sono 180. Devo dire onestamente che Netflix ci ha dato il massimo del supporto e ci ha sempre creduto.

In un periodo socio/culturale come quello di oggi, dove poni Sense8? 

È una serie di importanza sociale e di temi attuali nel mondo che è unica sotto questo profilo. Merito delle sorelle Wachowski. 

Avete avuto qualche problema nel realizzare e distribuire Sense8, viste le censure che vigono in alcuni Paesi? 

No, però è ovvio che in certi Paesi arabi e asiatici non è stato possibile girare, purtroppo.

Sei stato uno dei primi "attivisti" del #RenewSense8. Ti ha colpito la grande risposta a livello globale per avere un seguito di questa serie unica nel mondo dello spettacolo? Ti aspettavi una mobilitazione del genere? 

Sì, mi ha colpito il grande sentimento di tantissimi individui che si sono identificati in uno o più personaggi della serie. Come se adesso anche loro avessero i loro supereroi. Leggere la disperazione quando la serie è stata cancellata mi è dispiaciuto enormemente a livello umano ed è per quello che la lotta mi sembrava più che giusta. Specialmente come persona e non come produttore. Penso che questa protesta, se si può chiamare così, non abbia precedenti: è anche stata appoggiata dalla stampa americana e, in meno di un mese, è riuscita a far cambiare una decisone finale che era già stata presa. Pertanto sono molto fiero di farne parte. D'altronde è, giustamente, il significato della parola Pride. 

I vari comunicati stampa ufficiali di Netflix hanno sempre ribadito la fermezza del web network a non dar seguito alla serie. Anche i contratti degli attori sono stati recessi. Adesso, la notizia ufficiale e confermata di un episodio conclusivo di due ore. Erano state date motivazioni di budget e scarsa audience. Cos'è successo? Cos'è cambiato? 

Netflix ha cancellato le due serie più costose Sense8 e The Getdown: una decisione puramente finanziaria. Quando abbiamo cominciato la prima stagione facevano cinque serie originali. Adesso ne fanno una quarantina. Questa non è certo una giustificazione e non sono certo d'accordo con loro. Mentre al cinema si  contano i biglietti in una società di streaming si contano gli abbonamenti e, pertanto, è molto difficile capire come fanno questi conteggi. Quello che è cambiato è che non si immaginavano, ma neache noi, una protesta cosi forte. Ne hanno preso atto. Tanto di cappello a chi ha protestato e a chi ha accolto la protetsta e cambiato idea. È così che il mondo dovrebbe funzionare. 

L'annuncio del cambio di rotta con la realizzazione dell'episodio conclusivo è stato dato durante il mese dei Pride e proprio alla vigilia della parata del Word Pride di Madrid. Non sarà stata un'operazione di marketing?

Sicuramente l'annuncio della cancellazione di Sense8 il 1 giugno, che è il primo giorno di Pride in America, non è stata una scelta felice.  Ma né il giorno di cancellazione né l'annuncio di un final episode sono state operazioni di marketing. Una cosa solo è certa: senza protesta non ci sarebbe stato un episodio finale di Sense8. Questo decisone è merito dei fans e basta, come scritto nella lettera di Lana.

Cosa dovremo aspettarci da questo episodio speciale? 

Un degno finale che tutti i fans si meritano. Lana ancora deve cominciare a scriverlo pertnato più di questo non so…

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52 carri e oltre un milione di persone anche se le relative stime, al solito, variano fino ad arrivare alla cifra di quattro milioni. Ma poco importa. La quinta edizione del World Pride, che si è tenuto a Madrid, è stata all'insegna d'un successo straordinario. Numerosi i partecipanti italiani. Tra questi anche Angelo Leggieri, che ha ideato il personaggio di Gender Parisi in una con Tele Gender (canale YouTube e pagina Facebook). Nato per ridicolizzare le posizioni omofobe ampiamente diffuse in Italia, il canale ha in cantiere una Sit Com e servizi su aggressioni nei riguardi delle persone Lgbti. Inoltre è prevista per metà luglio l'uscita del video ufficiale de Il mio nome è gender presentata in anteprima live al Lazio Pride di Latina. 

Nei panni di Gender Parisi Leggieri ha intervistato durante il World Pride Jesús Cosano, giornalista di Telemadrid. Tra le domande poste anche una sulla presunta correlazione tra Pride e picchi di malattie sessualmente trasmissibili come l'epatite A. Cosano ha risposto che si tratta, a suo parere, di enormi stupidità ma anche d'azioni volte a impaurire quanti partecipano al Pride anche per sconfiggere la paura dell'Hiv e delle malattie sessualmente trasmissibili. Argomento, fra l'altro, cui si ricorre ancora ampiamente in maniera distorta per stigmatizzare le persone omosessuali e transessuali.

Guarda la video intervista integrale.

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Un migliaio di persone hanno partecipato al primo Pride di Cosenza nella serata di sabato 1° luglio. La parata si è snodata per le vie del centro storico del capoluogo calabrese e ha visto prendervi parte anche alcuni esponenti politici del centrosinistra locale.

Molti i cartelli e gli striscioni con i quali si sono voluti richiamare i principi di autodeterminazione e libertà sessuale di contro a un clima di repressione del dissenso e di conformismo. Il Pride si è svolto in un clima festoso e non è stata registrata alcuna forma di contestazione.

Al termine della parata Gaynews ha raggiunto telefonicamente Livia Durantini, componente del comitato organizzatore, che ha dichiarato: «Il primo Gay Pride di Cosenza si è concluso da meno di un giorno, ma la nostra città è ancora pervasa da un'onda di gioia e colore, orgoglio e libertà. 

L'onda che ieri ha travolto le nostre strade è stata in grado di riscattare anni e anni di lotta ed attesa per una comunità Lgbti e non solo, che da tempo attendeva il giorno in cui anche nella nostra città si sarebbe potuto sfilare alla luce del sole per rivendicare chi siamo. 

E l'emozione più grande è stata proprio data dalla partecipazione enorme, trasversale, entusiasta e viva: famiglie, associazioni, partiti, sindaci con la fascia tricolore, anziani, migranti. Tutti un'unica famiglia in questa Cosenza che ha dimostrato quanto il Sud così tanto additato come retrogrado in realtà sia in grado, in molti casi e con esempi virtuosi, di spianare la strada dei diritti e della lotta unita a discriminazioni e razzismo. Cosenza ieri c'era».

 

 

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