Pensavamo a una svolta in Sicilia con la candidatura di una donna transessuale sia pure tra le file dell’Udc. Invece ci sbagliavamo e, ancora una volta, dobbiamo tristemente verificare quanto diffuso sia lo stigma omotransfobico proprio tra le stesse persone Lgbti.

È il caso di Roberta Giulia Mezzasalma, candidata trans dell’Udc alle prossime regionali, che ieri mattina, ai microfoni di Radio Cusano Campus, non ha perso occasione per definire la condizione delle persone Lgbti una “disgrazia” che le rende infelici. Come se non bastasse, la ristoratrice di Vittoria ha definito il Pride un fenomeno da baraccone e ha rifiutato di essere accostata a Vladimir Luxuria, sostenendo che lei, a differenza di quest’ultima, si è sempre comportata correttamente e non ha mai dato scandalo.

Insomma, un vero e proprio florilegio di luoghi comuni e pregiudizi che, come tutti sanno, sono le fondamenta su cui si radica, nella nostra società, la sofferenza e l’esclusione sociale delle persone Lgbti. Luoghi comuni e pregiudizi ancora più odiosi se a esternarli è una persona transessuale, che ha compiuto il percorso di transizione da quasi vent’anni e che, dunque, sa bene come sia mortificante confrontarsi col subdolo pregiudizio e la palese discriminazione della società.

A tale proposito, raccogliamo lo sfogo accorato di Marco Igor Garofalo, presidente del comitato Arcigay di Ragusa che, indignato e deluso dalle esternazioni di Roberta Mezzasalma, le si è rivolto ricordandole che «non siamo qui per esprimere giudizi né epiteti sul transessualismo e sull’identità di genere. Stiamo a condividere lotte e diritti comuni che "altro" sono dallo stereotipo da te citato e cioè che essere omosessuali o transessuali sia una vera disgrazia». Rispetto ai Pride, aggiunge Garofalo, «siamo certamente lontano dai tempi di Sylvia Rivera che lanciò la bottiglia a Stonewall. Ma, se in passato non ci fossero state persone che con la loro visibilità o "baracconata", come asserito da Roberta Mezzasalma, fossero scese in piazza, oggi molti diritti, compresa la legge 164 del 1982, non avrebbero avuto modo di esistere».

Lo stesso Marco Igor Garofalo, pur augurandosi una rapida smentita della candidata dell’Udc, invita, infine, tutte e tutti a riflettere maggiormente prima di enfatizzare o generalizzare in situazioni pubbliche e mediatiche quelle che sono, casomai, semplici elucubrazioni personali sulla propria esperienza soggettiva.

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Iniziata l’11 settembre, la Pride Week di Belgrado si concluderà domenica 17 settembre con la marcia dell’orgoglio Lgbti. Oltre 50 gli eventi previsti nel corso della settimana: dalla conferenza internazionale sui crimini d’odio al festival cinematografico, dai dibattiti a cicli di letture fino ai party.

La situazione delle persone Lgbti in Serbia resta in ogni caso critica e gli scorsi Pride si sono sempre svolti in un clima di tensione. Sembrerebbe registrarsi una svolta col nuovo presidente Aleksandar Vucić che, eletto il 2 aprile scorso, ha nominato a capo del governo l’ex ministra lesbica Ana Brnabić. È stato però proprio Vucić a dichiarare, nel corso d’una conferenza stampa trasmessa in diretta dalla tv pubblica Rts il 12 settembre, che non parteciperà al Pride non apprezzandone il significato. «Non ho né voglia né interesse – ha così detto –. Non ho alcuna intenzione di prendere parte a tale manifestazione. Del resto domenica avrò molto da lavorare». Il presidente ha poi notificato la partecipazione alla parata della premier Brnabić, di altri ministri e del sindaco di Belgrado Siniša Mali.

E proprio il 12 settembre il noto sociologo serbo Jovo Bakić ha ricordato il legame tra il Partito Progressista Serbo (SNS) fondato da Vucić e i gruppi di estrema destra. Legame che risale ai tempi in cui l’attuale presidente militava nel Partito Radicale Serbo (SRS).

Bollando gli estremisti quali «utili idioti», Jovo Bakić ha fatto notare come essi «attacchino a comando e, quando si vieta loro di attaccare, restano calmi. Le prove per questo sono costituite da tutte le Pride Parade che si sono tenute finora: quando Aleksandar Vucić era all’opposizione, questi gruppi avevano piena libertà e  Belgrado era quasi sotto assedio. Ma da quando è salito al potere, questi gruppi sono calmi e le persone Lgbti possono adesso marciare normalmente».

Ma, secondo Bakić, non bisogna illudersi perché gli estremisti sono i «pit bull di Vucić al guinzaglio: quando è necessario, li rilascia». Per il sociologo il Partito Progressista Serbo userebbe gruppi squadristi quando vuole distogliere l’attenzione del pubblico da questioni difficili. È allora che i «pit bull – conclude Bakić - attaccano capri espiatori come le associazioni Lgbti o altre organizzazioni non governative».

Insomma, se c’è da rallegrarsi dell’elezione di Vucić per alcuni segnali postitivi, è necessario evitare l’alea di valutazioni semplificative in riferimento alla Serbia. E non solo per quel che attiene alle questioni Lgbti.

 

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Iniziato il 28 luglio, si conclude oggi il Belfast Pride Festival. Dieci giorni caratterizzati da oltre 100 eventi ricreativi e culturali, che hanno visto riversarsi nella capitale dell’Irlanda del Nord oltre 50mila persone. Momento culminante della kermesse Lgbti è stata la parata che, partita ieri alle 11.30 da Custom House Square, si è snodata per le vie principali della città al grido We are One per concludersi alle 13.00 sul luogo d’avvio.

Decine di migliaia di persone hanno così ricalcato le orme di quei 100 pionieri che nel giugno 1991 organizzarono la prima marcia dell’orgoglio Lgbti in città. Ad aprire il corteo arcobaleno Mary Ellen Campbell, la prima vicesindaca di Belfast apertamente omosessuale. Presenti inoltre per la prima volta agenti in divisa del corpi di polizia dell’Irlanda del Nord (Psni) e della Repubblica d’Irlanda (An Garda Síochána). Non sono mancate piccole contromanifestazioni come quella di alcuni esponenti di confessioni cristiane che, davanti alla City Hall, hanno esposto cartelli con inviti evangelici alla conversione e penitenza.

Ma proprio nella mattinata d’ieri il neopremier irlandese Leo Eric Varadkar (entrato in carica il 14 giugno scorso), partecipando al Pride Breakfast in un pub di Belfast, ha dichiarato che il raggiungimento del matrimonio egualitario in Irlanda del Nord è solo «questione di tempo». Primo capo del governo della Repubblica d’Irlanda ad essersi dichiarato gay, Varadkar ha aggiunto: «Non sono qui per far arrabbiare nessuno ma per mostrare il mio sostegno e il sostegno del mio governo all'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge a prescindere da dove essi risiedano».

A differenza infatti della Repubblica d’Irlanda, dove il same-sex marriage è stato legalizzato nel 2015, e delle nazioni costitutive del Regno Unito il Northern Ireland non ha ancora normato le nozze tra persone dello stesso sesso. A essere fortemente contrari i conservatori di destra del Partito unionista democratico (Dup), il cui apporto è stato decisivo per la formazione del governo di Theresa May. Favorevoli, invece, i cattolici nazionalisti dello Sinn Féin, la cui leader Michelle O’Neill ha partecipato al Belfast Pride Breakfast col premier Varadkar ed esponenti di locali associazioni Lgbti. 

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Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha presentato la candidatura per organizzare il World Pride del 2025 a Roma. La storica associazione Lgbti, che da anni promuove importanti manifestazioni ed è stata promotrice di eventi come il World Pride del 2000 e l’Europride del 2011 con la partecipazione di Lady Gaga, ha diffuso la notizia in un comunicato.

Per saperne di più, abbiamo incontrato il presidente Mario Colamarino.

Come mai candidare proprio Roma per il World Pride del 2025 e che prospettive di successo ha la candidatura?

Il World Pride è nato a Roma nel 2000 su iniziativa del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ha rappresentato uno spartiacque nella storia del movimento Lgbti italiano e mondiale. Vogliamo perciò che il 2025 possa diventare un’altra tappa storica nel cammino della nostra comunità. Il comitato InterPride si è dimostrato favorevole alla nostra idea di riportare il World Pride a Roma. La candidatura è stata appena presentata: c'è un iter da seguire ma in poche ore è già arrivato il sostegno di tante realtà Lgbti e non. C'è tanto entusiasmo e non solo in Italia all'idea che il World Pride ritorni a Roma per celebrare un anniversario così importante.

È mera coincidenza che sia stato proposto proprio il 2025, anno in cui ricorrerà nuovamente il Giubileo?

Il World Pride è nato nel 2000: è normale che il 2025 rappresenti un anniversario importante. A noi non interessa un'inutile polemica con la Chiesa cattolica. Anche se è vero che l'attuale Chiesa non ha la stessa ostilità di quella del 2000, a noi interessa piuttosto realizzare un 'giubileo' per la nostra comunità. Una celebrazione di 25 anni di lungo lavoro per l'equiparazione dei diritti che, si spera, per allora pienamente raggiunta anche in Italia.

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38° edizione del Berliner Christopher Street Day. È con tale nome, volto a richiamare la strada newyorkese in cui ebbero inizio i moti di Stonewall, che la capitale tedesca celebra dal 1979 il proprio Pride. Pride che, quest’anno, ha assunto un significato tutto particolare.

Le decine di migliaia di partecipanti hanno marciato non solo per ribadire il proprio no a ogni rigurgito di destra secondo lo slogan Mehr von Uns. Jede Stimme gegen Rechts. Ma hanno voluto anche festeggiare la recente approvazione da parte del Bunstedag della legge sul matrimonio egualitario, promulgata venerdì 21 luglio dal presidente federale Frank-Walter Steinmeier. Tra i tanti carri presenti un unicum assoluto: quello della Chiesa evangelica di Berlino, Brandeburgo, Slesia e Alta Lusazia che, per la prima volta, ha preso parte alla parata. Quella berlinese è una delle 20 comunità regionali dell' Evangelische Kirche in Deutschland: si tratta della massima federazione di comunità riformate del Paese e ne è componente anche la cancelliera federale Angela Merkel.

Nonostante la pioggia battente la marcia dell’orgoglio Lgbti è partita intorno alle 12.30 da Charlottenburg e si è snodata lungo Wittenbergplatz, Nollendorfplatz, Lützowplatz e la Siegessäule per terminare alle nei pressi della porta di Brandeburgo. Qui si è tenuta l’adunata finale che ha dato il via anche agli eventi lungo la Straße des 17. Juni: un vero e proprio Pride Village che, per l’estensione di un chilometro, si è caratterizzato fino alla mezzanotte per una serie di eventi politici, culturali e musicali. Tra le esibizioni anche quelle di Maite Kelly, Conchita Wurst e Tyna.

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Sense8 non è una serie ma è la serie. Scritta, come si sa, a sei mani da Lana e Lilly Wachowski - autrici di Matrix e Cloud Atlas - e da J. Michael Straczynski, sceneggiatore di film, fumetti e serie tv come Babylon5. Sarebbe complicato spiegarla in due parole. Ma è una delle cose più strane e narrativamente innovative che si sia mai vista negli ultimi anni nel contesto della narrativa audiovisiva seriale. È contemporaneamente un tech-thriller, un'avventura sci-fi e una ingarbugliata serie action. 

La storia? In breve, è l'avventura di otto personaggi, legati tra loro da un legame sensoriale molto più che telepatico e appartenenti a una specie umana parallela alla sapiens, l'homo sensorium. Sense8 è anche una narrazione che scardina il concetto di genere sessuale ed etnia e ci mette sul tavolo, senza che ci rendiamo nemmeno conto ancora di quanto ci serve, l'arma per superare il sessismo e i pregiudizi dilaganti

Il primo giugno scorso, però, Netflix, la piattaforma streaming mondiale, famosa per le sue serie originali e innovative come Orange is the new black, 13 Reasons Why e Narcos, aveva annunciato a sorpresa la cancellazione della serieMilioni di fan in tutto il mondo si sono mobilitati con petizioni e cascate virali di twitt per protestare e cercare di convincere le "alte sfere" della società americana a dare un seguito alla serie. Il 29 giugno un twitt di Lana Wachowski comunica al mondo che Netflix produrrà un episodio conclusivo di 120 minuti entro il 2018. 

A tal proposito, abbiamo avuto il piacere di raggiungere Roberto Malerba, uno dei produttori di Sense8, e di rivolgergli alcune domande. 

Puoi raccontarci la tua esperienza come produttore di Sense8

Su questa domanda potrei scrivere un libro. Diciamo che andare in 17 città e, per farlo, lavorare 100 ore a settimana per 9 mesi è stato da una parte molto affaticante ma ha unito cast e troupe in una maniera unica e indimeticabile: è un'esperienza di vita che non si può ripetere. Sapevamo che era per qualcosa di molto speciale e diverso dal solito lavoro. Questo ci ha dato la volontà mentale per mettere da parte le nostre vite private per nove mesi per fare qualcosa di importante. Una grande soddisfazione. 

La scelta di trattare temi scottanti come l'omosessualità, la diversità di razza e tanti altri che in molti Paesi sono ancora tabù, come è avvenuta? Netflix non ha avuto nessun tentennamento in merito?  

Quando è cominciato Sense8, Netflix faceva streaming in 8 Paesi. Adesso sono 180. Devo dire onestamente che Netflix ci ha dato il massimo del supporto e ci ha sempre creduto.

In un periodo socio/culturale come quello di oggi, dove poni Sense8? 

È una serie di importanza sociale e di temi attuali nel mondo che è unica sotto questo profilo. Merito delle sorelle Wachowski. 

Avete avuto qualche problema nel realizzare e distribuire Sense8, viste le censure che vigono in alcuni Paesi? 

No, però è ovvio che in certi Paesi arabi e asiatici non è stato possibile girare, purtroppo.

Sei stato uno dei primi "attivisti" del #RenewSense8. Ti ha colpito la grande risposta a livello globale per avere un seguito di questa serie unica nel mondo dello spettacolo? Ti aspettavi una mobilitazione del genere? 

Sì, mi ha colpito il grande sentimento di tantissimi individui che si sono identificati in uno o più personaggi della serie. Come se adesso anche loro avessero i loro supereroi. Leggere la disperazione quando la serie è stata cancellata mi è dispiaciuto enormemente a livello umano ed è per quello che la lotta mi sembrava più che giusta. Specialmente come persona e non come produttore. Penso che questa protesta, se si può chiamare così, non abbia precedenti: è anche stata appoggiata dalla stampa americana e, in meno di un mese, è riuscita a far cambiare una decisone finale che era già stata presa. Pertanto sono molto fiero di farne parte. D'altronde è, giustamente, il significato della parola Pride. 

I vari comunicati stampa ufficiali di Netflix hanno sempre ribadito la fermezza del web network a non dar seguito alla serie. Anche i contratti degli attori sono stati recessi. Adesso, la notizia ufficiale e confermata di un episodio conclusivo di due ore. Erano state date motivazioni di budget e scarsa audience. Cos'è successo? Cos'è cambiato? 

Netflix ha cancellato le due serie più costose Sense8 e The Getdown: una decisione puramente finanziaria. Quando abbiamo cominciato la prima stagione facevano cinque serie originali. Adesso ne fanno una quarantina. Questa non è certo una giustificazione e non sono certo d'accordo con loro. Mentre al cinema si  contano i biglietti in una società di streaming si contano gli abbonamenti e, pertanto, è molto difficile capire come fanno questi conteggi. Quello che è cambiato è che non si immaginavano, ma neache noi, una protesta cosi forte. Ne hanno preso atto. Tanto di cappello a chi ha protestato e a chi ha accolto la protetsta e cambiato idea. È così che il mondo dovrebbe funzionare. 

L'annuncio del cambio di rotta con la realizzazione dell'episodio conclusivo è stato dato durante il mese dei Pride e proprio alla vigilia della parata del Word Pride di Madrid. Non sarà stata un'operazione di marketing?

Sicuramente l'annuncio della cancellazione di Sense8 il 1 giugno, che è il primo giorno di Pride in America, non è stata una scelta felice.  Ma né il giorno di cancellazione né l'annuncio di un final episode sono state operazioni di marketing. Una cosa solo è certa: senza protesta non ci sarebbe stato un episodio finale di Sense8. Questo decisone è merito dei fans e basta, come scritto nella lettera di Lana.

Cosa dovremo aspettarci da questo episodio speciale? 

Un degno finale che tutti i fans si meritano. Lana ancora deve cominciare a scriverlo pertnato più di questo non so…

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52 carri e oltre un milione di persone anche se le relative stime, al solito, variano fino ad arrivare alla cifra di quattro milioni. Ma poco importa. La quinta edizione del World Pride, che si è tenuto a Madrid, è stata all'insegna d'un successo straordinario. Numerosi i partecipanti italiani. Tra questi anche Angelo Leggieri, che ha ideato il personaggio di Gender Parisi in una con Tele Gender (canale YouTube e pagina Facebook). Nato per ridicolizzare le posizioni omofobe ampiamente diffuse in Italia, il canale ha in cantiere una Sit Com e servizi su aggressioni nei riguardi delle persone Lgbti. Inoltre è prevista per metà luglio l'uscita del video ufficiale de Il mio nome è gender presentata in anteprima live al Lazio Pride di Latina. 

Nei panni di Gender Parisi Leggieri ha intervistato durante il World Pride Jesús Cosano, giornalista di Telemadrid. Tra le domande poste anche una sulla presunta correlazione tra Pride e picchi di malattie sessualmente trasmissibili come l'epatite A. Cosano ha risposto che si tratta, a suo parere, di enormi stupidità ma anche d'azioni volte a impaurire quanti partecipano al Pride anche per sconfiggere la paura dell'Hiv e delle malattie sessualmente trasmissibili. Argomento, fra l'altro, cui si ricorre ancora ampiamente in maniera distorta per stigmatizzare le persone omosessuali e transessuali.

Guarda la video intervista integrale.

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Un migliaio di persone hanno partecipato al primo Pride di Cosenza nella serata di sabato 1° luglio. La parata si è snodata per le vie del centro storico del capoluogo calabrese e ha visto prendervi parte anche alcuni esponenti politici del centrosinistra locale.

Molti i cartelli e gli striscioni con i quali si sono voluti richiamare i principi di autodeterminazione e libertà sessuale di contro a un clima di repressione del dissenso e di conformismo. Il Pride si è svolto in un clima festoso e non è stata registrata alcuna forma di contestazione.

Al termine della parata Gaynews ha raggiunto telefonicamente Livia Durantini, componente del comitato organizzatore, che ha dichiarato: «Il primo Gay Pride di Cosenza si è concluso da meno di un giorno, ma la nostra città è ancora pervasa da un'onda di gioia e colore, orgoglio e libertà. 

L'onda che ieri ha travolto le nostre strade è stata in grado di riscattare anni e anni di lotta ed attesa per una comunità Lgbti e non solo, che da tempo attendeva il giorno in cui anche nella nostra città si sarebbe potuto sfilare alla luce del sole per rivendicare chi siamo. 

E l'emozione più grande è stata proprio data dalla partecipazione enorme, trasversale, entusiasta e viva: famiglie, associazioni, partiti, sindaci con la fascia tricolore, anziani, migranti. Tutti un'unica famiglia in questa Cosenza che ha dimostrato quanto il Sud così tanto additato come retrogrado in realtà sia in grado, in molti casi e con esempi virtuosi, di spianare la strada dei diritti e della lotta unita a discriminazioni e razzismo. Cosenza ieri c'era».

 

 

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Sesto sabato dell’Onda Pride il 1° luglio. A celebrare la marcia dell’orgoglio Lgbti saranno domani Bari, Cosenza, Genova, Palermo e una città simbolo per il movimento come Bologna. Al riguardo Gaynews ha intervistato Vincenzo Branà, presidente del Cassero.

Nel logo del documento politico del Pride l’astronauta osserva e non sappiamo chi è. Perché non dobbiamo saperlo? 

L’astronauta rilancia la vocazione esplorativa dei movimenti, la loro attitudine a adottare punti di vista e prospettive inedite e plurali. Non sappiamo chi si cela dietro allo scafandro ma possiamo scoprirlo: questa è la scommessa. Perché l’identità è una scoperta e non un presupposto, perché esistono nel tessuto sociale zone che sfuggono alle regole e alle regolarità e che non vanno necessariamente ricondotte o forzate dentro a uno schema. Svestirsi dai pregiudizi, da tutti i pregiudizi, è uno sforzo quotidiano, una pratica costante che non va banalizzata e che richiede un impegno preciso anche a chi nei movimenti opera da molto tempo. 

Bologna è la città storica del movimento Lgbti ed è la città che, per prima, ha creduto nel valore delle differenze. È ancora  cosi?

Bologna è una città che in passato ha saputo far crescere sguardi critici: questo è il tratto più caratteristico del suo dna. Dalle radio libere, ai centri sociali alla “presa” del Cassero, il filo rosso è quello di una cessione di una parte dello spazio politico alle comunità dal basso. Il punto è che la politica – o meglio: i partiti – oggi reprimono il dissenso per reagire alla loro evidente crisi di consenso: su questo, a Bologna come altrove, bisogna tenere alta la guardia. 

La realtà transessuale è un punto rilevante del  documento politico del Pride.  Su questo mondo i pregiudizi e gli stereotipi costruiscono  culture violente di sfruttamento e  di disprezzo. Come educare i più giovani e con quali strumenti? 

Per parlare ai giovani bisogna innanzitutto raggiungerli nei loro luoghi, condividere tratti di strada con loro, includerli nei nostri ragionamenti. Non è un processo indolore: nelle nuove generazioni categorie come “destra” e “sinistra”, chiare e irrinunciabili per le generazioni precedenti, hanno perso di senso e di nitidezza. Incolpare i giovani di questo è evidentemente un’ingiustizia. Diciamo sempre che la riproduzione non è solo un fatto biologico o genetico: a chi sostiene la sterilità degli omosessuali, abbiamo sempre risposto non solo con le nostre (s)famiglie ma anche con il nostro riprodurre cultura, idee, pratiche. I giovani oggi sono figli di quella riproduzione, che è anche nostra: se li sentiamo distanti tocca alle generazioni precedenti farsi carico di quella distanza.

Omofobia e transfobia nel mondo del lavoro. Quali gli strumenti per contrastarle?

Servono leggi, innanzitutto, tanto sul piano nazionale quanto su quello locale. Servono cioè strumenti che definiscano con chiarezza i contorni di un fenomeno, che lo rendano leggibile, del tutto visibile. E che mettano in moto percorsi efficaci di risposta a quei bisogni. E poi servono reti, capaci di attraversare mondi diversi e che non si accontentino di costruire relazioni solo tra “simili”, escludendo ciò che percepiscono come diverso. 

Unioni civili e concetto di famiglia che muta. Cosa c'è di valore aggiunto  per  la comunità sociale  e cosa non c'è?

Il valore aggiunto è senza dubbio la visibilità, il riconoscimento delle relazioni nello spazio pubblico. Non è l’esito di una legge, sia ben chiaro, ma di un percorso che parte da molto più lontano e che di certo nella legge trova uno dei suoi snodi più importanti. Uno snodo, però, e non un traguardo. La coppia non è l’unica dimensione di vita che persone lgbti scelgono e dobbiamo essere consapevoli dell’egemonia che quel modello esercita, con tutto ciò che comporta in termini di esclusione. 

Anche in Emilia  Romagna si chiede  una legge  contro l'omotransfobia. C'è già un testo?

Il testo esiste: fu depositato da Franco Grillini durante il passato mandato amministrativo. Ora finalmente qualcosa si sta muovendo: è in corso un lavoro di costruzione del percorso che potrà portare all’approvazione di quel testo. Per la prima volta, su questo tema, possiamo essere ottimisti.

Molto dibattito su gpa e autodeterminazione. Cosa manca  alla discussione aperta in questi  giorni?

Manca innanzitutto il riconoscimento reciproco e il superamento di una contrapposizione che riduce questo dibattito a due sole posizioni. Nel documento del Bologna Pride c’è un richiamo esplicito a questo aspetto. E non ci sono invece categorie che in questo dibattito vanno per la maggiore: abbiamo scelto deliberatamente ad esempio di non usare la parola “etica”, molto abusata in questa discussione e utile solo a tracciare un discrimine – del tutto discutibile – tra gestatrici accettabili o non accettabili. Una definizione dall’alto, che poco ha a che fare con l’autodeterminazione delle donne – altra formula inflazionatissima – che deve necessariamente riguardare tutte le donne, non sono quelle bianche, occidentali, ricche. 

Il 28 giugno è ricorso il 35° anniversario dell’inaugurazione del Cassero. Ora l'astronauta che cosa sta vedendo?  

La storia del Cassero è ogni giorno una sorpresa anche per chi la attraversa nella propria quotidianità. Oggi di quella storia fanno parte tanti e tante giovani, che sono la garanzia (e l’augurio) di una lunga storia, che è ancora tutta da scrivere. 

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Saggista, autore di testi teatrali, giornalista, Piergiorgio Paterlini è il fondatore del periodico satirico Cuore con Michele Serra e Andrea Aloi. Tra le sue opere è da ricordare soprattutto la raccolta d'interviste Ragazzi che amano ragazzi che, pubblicata per la prima volta nel 1991 dalla Feltrinelli, è giunta alla 15° edizione.

Gaynews l'ha intervistato per sapere il suo parere su alcune tematiche Lgbti da sempre al centro della sua attenzione.

Nel libro Matrimoni del 2004 hai raccontato storie gay di “normale quotidianità”. Oggi po la legge sulle unioni civili, quella  quotidianità è sempre la stessa o qualcosa è mutato?

La quotidianità, diciamo relazione, è sempre la medesima. Allo stesso tempo l’acquisizione di diritti – che sempre ha  anche un benefico effetto sul piano sociale – modifica, a volte anche molto, le relazioni interpersonali. In meglio, ovviamente.  Sembra una risposta contradditoria. Penso invece siano vere entrambe le prospettive.

La richiesta di rivoluzione nei ruoli di generi non è più quella di un tempo?

La domanda è troppo ampia per una breve intervista. Risponderò con ciò che a me sembra più importante. Non i ruoli, ma la differenza di genere per me rimane cruciale, a tutti gli effetti (e dunque sbagliata ogni cosa che tende a negare, uniformare, rendere volubile questo aspetto della persona e della personalità). La differenza di genere rimane assai diversa, e assai più significativa, anche qui sotto ogni punto di vista, rispetto alle differenze di orientamento sessuale.

Le rappresentazioni delle unioni civili (feste, inviti, torte, confetti, ristoranti) non sono un po’ troppo omologate a quelle del matrimonio "classico"?

Ci sono fasi storiche in cui è utile sottolineare la “diversità”. E fasi in cui è utile sottolineare la parità, l’uguaglianza di fondo, la “normalità” di ciò che viene ritenuto – a torto – anormale, contro natura, eccetera. Non c’è una cosa più giusta dell’altra. Al di là delle scelte personali, tutte legittime e indiscutibili, sul piano della lotta per i diritti, a decidere cosa è meglio e cosa no (ripeto: nel senso di utile o controproducente) dovrebbe guidarci una lucida e responsabile visione politica (in senso lato), una valutazione di opportunità (non opportunismo) e di congruità/efficacia rispetto all’obiettivo. Questo dovrebbe valere a maggior ragione per la “forma” dei Pride. Senza aprire qui, adesso, un’annosa ma non abbastanza approfondita discussione, colpisce e dovrebbe fare riflettere che le immagini dei Pride di oggi (quasi vent’anni dall’inizio del nuovo secolo) siano pressoché indistinguibili da quelle degli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso.

Famiglie etero, famiglie omosessuali, famiglie allargate. Cosa è per te la famiglia?

Una mia cara amica, Luciana Castellina, ricordando le battaglie importanti e giustificate contro la famiglia degli anni Sessanta e Settanta, dice che lei alla “famiglia” preferisce la “tribù”, sottolineando con questo il valore della scelta delle persone con cui dividere la vita rispetto alle formule classiche (siano esse il matrimonio o il “sangue”). Mi piace questa immagine, ma – negli anni – mi è venuta sempre più piacendo proprio la parola “famiglia”, che io preferisco di gran lunga alla definizione di “coppia”. Famiglia dice – come la intendo e cerco di viverla io – legami forti ma anche aperti e soprattutto accoglienti in molte direzioni, coppia mi parla invece di qualcosa di chiuso e limitato a due sole persone. Ragionando così, famiglia e tribù finiscono per avere, alla fine, lo stesso significato. Scelta, appartenenza, luogo caldo. Protezione reciproca. Ma anche accoglienza. La ricerca mai data una volta per tutte fra quando chiudere la porta e quando aprirla, fra quando scaldarsi davanti al camino e quando farsi attraversare dalla forza imprevedibile, a volte sconquassante ma anche esaltante del vento (il vento che toglie il respiro mentre corri, riempirsi la bocca di vento).

C’è un ampia discussione nel mondo Lgbti, e non solo, sulla gpa. Tu cosa ne pensi?

Che la discussione sia legittima e debba continuare. Che manchi soprattutto la chiarezza, la capacità di non fare di ogni erba un fascio, di distinguere fra cose apparentemente simili in realtà diversissime fra loro. Senza questo passaggio preliminare, ogni discussione è insensata e non produce nulla, anzi fa danni enormi, oltre a essere insopportabilmente ignorante e sciocca. Allora, per esempio, un conto è una donna che sceglie liberamente e fuori da ogni logica di bisogno di donare un figlio portato nel proprio utero a una coppia/famiglia, un conto è chi lo fa in stato di schiavitù, di estrema necessità, debolezza, inferiorità. Vale anche per la prostituzione, per dire. E sono ogni giorno scandalizzato dal constatare che abbiamo dimenticato la differenza fra stuprare e uccidere un bambino di tre anni e innamorarsi di una ragazza di diciassette (“minorenne”) da parte di un uomo o una donna più grandi. Anche questo non solo non risolve nulla, ma ha tutti e due i piedi dentro la barbarie. A dirlo così sembra ovvio. Nella realtà purtroppo questa confusione estrema è ciò che domina il senso comune.

Quello che una volta si chiamava Gay Pride oggi è indicato con la sola parola Pride in quanto, si dice, è di tutti. Sei d’accordo?

Non molto. Qui sembra si vada nella direzione che io auspico ma facendo un salto inutile e che rischia il ridicolo. Hai presente quelle scene in cui volendo balzare su un cavallo si prende troppa rincorsa e si cade dall’altra parte? Ecco. Il Pride è di tutti perché i diritti di una minoranza sono questione di tutti, certo. Ma se io organizzo un corteo di disoccupati, è un corteo di disoccupati, al quale auspico partecipi più gente possibile e anche chi un lavoro ce l’ha. Ma non per questo lo chiamo genericamente “corteo” (corteo di cosa? per cosa?). Se organizzo una manifestazione contro i voucher, è una manifestazione contro i voucher. Non la chiamo genericamente “manifestazione” illudendomi che così partecipino tutti i cittadini. E via dicendo.

Nel Paese e in Europa crescono le forze massimaliste e populiste, che portano con loro i germi ancora vivi del fascismo e accrescono quelli del razzismo, dell'omofobia e della transfobia. Siamo un Paese che dimentica la propria storia?

Siamo un Paese che dimentica tutto. Il futuro, più ancora del passato. Abbiamo dimenticato il futuro e, questa, mi pare la tragedia più irreparabile.

Dalla prima uscita di quel meraviglioso libro, che è “Ragazzi  che amano i ragazzi” (1991), a oggi che cosa è cambiato?

Grazie per il “meraviglioso”. Non è mai scontato e fa sempre piacere. Anche questa domanda però abbisognerebbe almeno di un intero libro. Non tutto si può riassumere in poche righe. Quasi tutto. Ma non tutto. Ho tentato una risposta, comunque, lunga alcune pagine, nell’introduzione e nella postfazione scritte appositamente per l’edizione del ventennale, quella uscita nel 2012 appunto.

Sei scrittore, giornalista, autore televisivo e sceneggiatore. Quale testo della letteratura classica suggeriresti a un giovane che ha appena fatto coming out?

Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini (Feltrinelli). Scusami, ma te la sei cercata.

Dentro di noi, nessuno escluso, siamo tutti brutti anatroccoli, come recita il titolo di un altro tuo libro?

No.

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