Ricorre quest’anno il decimo anniversario di fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford. Un’associazione che, grazie alla visione pioneristica e lungimirante di Antonio Rotelli, Francesco Bilotta e Saveria Ricci, ha contribuito all’ottenimento d’importanti traguardi per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali in Italia. Un’associazione che, anche grazie all'oculata presidenza di Maria Grazia Sangalli, è altresì cresciuta a vista d’occhio (al momento sono circa 180, tra soci e aderenti, i componenti) imponendosi per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico nazionale soprattutto nel contrasto alle dicriminazioni.

Il 1° dicembre Rete Lenford celebrerà i primi due lustri di attività col convegno Dieci anni di avvocatura Lgbti. Le conquiste e le prospetttive. Sede dell’incontro Palazzo Vecchio a Firenze, laddove, cioè, nacque l’associazione prima che la sede operativa fosse trasferita a Bergamo nel 2009.

Ad aprire i lavori convegnistici Francesco Bilotta, ricercatore di Diritto privato presso l’Università di Udine, che terrà una laudatio in memoriam di Stefano Rodotà. Cinque i relatori, i cui interventi di natura squisitamente giuridica saranno preceduti dalla testimonianza di chi s’è pubblicamente impegnato nello specifico ambito di volta in volta trattato: Claudio Rossi Marcelli introdurrà la relazione di Susanna Lollini, Camilla Vivian quella di Maria Acierno, Ivan Cotroneo quella di Antonio Rotelli, Lyas Laamari quella di Cristina Franchini e Diego Passoni di quella di Luciana Goisis.

Sul significato di un tale convegno, patrocinato dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana e dall’Università degli studi di Udine, così s’è espresso ai nostri microfoni il penalista Stefano Chinotti, coordinatore del comitato scientifico dell’associazione: «Il decennale dalla fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford costituirà senza dubbio un’occasione per celebrare i risultati che si è riusciti a raggiungere in questi dieci anni ma anche un momento di riflessione su quello che ancora manca.

Le legge sulle unioni civili ha certamente contribuito a riconoscere visibilità a una realtà, quella delle coppie omoaffettive, fino ad allora, di fatto, ignorata dal legislatore ma anche da ampi settori della società civile. Resta ancora molto da fare in tema di riconoscimento dell’omogenitorialità e della lotta contro i crimini d’odio. Il nostro obiettivo primario resta sempre e comunque quello del matrimonio egualitario.

Al convegno di Firenze si parlerà, dunque, di questi argomenti in una prospettiva più orientata sul da farsi piuttosto che sul già fatto».

e-max.it: your social media marketing partner

Non s'arresta il dibattito sulla Gpa, cui fanno ricorso all'estero sia single sia coppie di persone tanto eterosessuali (e queste in maniera maggioritaria) quanto omosessuali. Negli ultimi giorni, poi, il fronte contrario alla pratica è tornato ad agitare lo spettro della propaganda metodica. Propaganda che, condotta da "campagne gay", sarebbe in aperta violazione dell'art. 12, comma 6 della legge 40 recante Norme in materia di procreazione medicalmente assistita.

Per avere delucidazioni in merito, abbiamo raggiunto telefonicamente Stefano Chinotti, penalista e coordinatore del comitato scientifico di Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford.

Avvocato, sulla gpa i toni tornano ciclicamente a surriscaldarsi da ambo le parti. Il fronte contrario si richiama nello specifico al comma 6 dell'art. 12 della legge 40. Che cosa prevede? 

L'art. 12 introduce una serie di sanzioni conseguenti alla violazione della legge. La gestazione per altri viene contemplata al comma 6 che prevede la punizione di chi realizza (inteso in senso medico), organizza (inteso in senso professionale) e pubblicizza (inteso in senso commerciale) la surrogazione di maternità. Le pene, specialmente quelle pecuniarie - essendo il divieto indirizzato più che altro a evitare il fenomeno della commercializzazione professionale -, sono consistenti. Si va da quella detentiva da tre mesi a due anni a quella pecuniaria da 600.000 a un milione di euro. Non così consistenti, comunque, da poter evitare - per procedere nei confronti di cittadino italiano che faccia accesso a tale tecnica di procreazione medicalmente assistita all'estero - la necessaria e preventiva richiesta di avvio del procedimento da parte del ministro di Giustizia prevista dall'art. 9 del Codice penale.

Esprimere posizioni favorevoli alla Gpa, riportarle per iscritto in qualsiasi forma o dibatterne implica la violazione del comma 6? 

Assolutamente no. Ci mancherebbe altro. Se si ragionasse in questi termini, il discutere dell'abrogazione di un qualsivoglia reato potrebbe significare ricondurre le posizioni favorevoli alla depenalizzazione a una sorta di apologia del fatto illecito. È un'assurdità che, peraltro contrasta con il contenuto dell'art. 21 della Costituzione che tutela la libera espressione del pensiero. 

Che cosa pensa della proposta di reato universale per la Gpa?

Se per reato universale ci si riferisce a un fatto illecito punibile in ogni dove, occorrerà ottenere che gli ordinamenti di tutti gli Stati del globo si conformino in tal senso. Mi pare una via poco percorribile. Se invece ci si riferisce all'introduzione, nel nostro sistema interno, di una fattispecie delittuosa che, se anche commessa all'estero, possa essere punita in Italia, non vedo alcuna novità. Già con le leggi in vigore la Gpa praticata all'estero da cittadino italiano potrebbe, astrattamente, essere punita. Serve, come dicevo, la richiesta da parte del ministro di Giustizia. È già accaduto. Certo questo tipo di procedimenti si scontra inevitabilmente col principio del l'impossibilità di punire qualcuno che, seppur ha commesso un illecito per le leggi della propria nazione di appartenenza, ha, nello stesso tempo, utilizzato un mezzo assolutamente lecito nello Stato ove vi ha fatto ricorso. La condotta, quindi, se praticata in Paesi che la consentono, non è punibile. Anche per questo motivo, ad eccezione del caso cui ho già fatto riferimento, i tribunali non sono mai stati investiti di decidere sulla questione. E peraltro è talmente chiaro di come la legge intendesse punire il sorgere di fenomeni di commercializzazione in Italia. 

 

È possibile infine una revisione della legge 40?

Possibile senz'altro. Nel senso dell'inasprimento delle pene che potrebbero portare a introdurre un massimo edittale tale da non rendere, per la procedibilità, più necessaria la richiesta da parte del ministro di Giustizia che è prevista, solo, per i reati puniti con la reclusione fino a tre anni. Ma, se anche questo avvenisse, rimarrebbe aperta la questione dell'impossibilità di punire, in Italia, un cittadino che ha posto in essere, all'estero, una condotta assolutamente consentita.

e-max.it: your social media marketing partner

A meno da una settimana dalle amministrative, che hanno visto il centrodestra vincere a Genova, si terrà domani nella città nota come La Superba il Liguria Pride. Per saperne di più, Gaynews ha incontrato l'avvocata Ilaria Gibelli, socia di Rete Lenford e componente del Coordinamento organizzatore.

Quali iniziative avete messo in campo per coinvolgere più gente possibile al Pride 2017?

Durante tutto l'anno abbiamo lavorato creando reti e sinergie con le diverse associazioni e persone presenti sul territorio, organizzando eventi di formazione per insegnanti, concerti di musica, eventi di teatro e feste. Avendo ottenuto il patrocinio del Comune, abbiamo potuto affiggere due grandi striscioni in due strade centrali di Genova. 

Quali sono le parole d'ordine di questo Pride?

Partecipazione, inclusione, condivisione.

Da famiglia a "nuove" famiglie. Qual è l'esatto messaggio che volete lanciare con questo Pride?

Anche noi siamo famiglie e desideriamo una società accogliente, dove tutti e tutte abbiano il loro posto, in cui nessuno debba rinunciare a qualcosa per essere accettato e amato. Chi pone l'esclusiva, fa del male alle bambine e ai bambini nati in Italia da genitori non italiani nonché alle bambine e ai bambini nati nelle famiglie omogenitoriali, privandoli dei loro diritti, esponendoli alla violenza dell'offesa e della marginalità; come fa del male alle coppie omosessuali e lesbiche, alle madri single, alle coppie senza figli e a tutti quanti non si riconoscono nella famiglia come era descritta negli anni '50

La Regione Liguria è da tempo al centro di un dibattito politico forte senza dimenticare le ultime amministrative a Genova. Voi del Coordinamento che rapporti avete con le istituzioni?

Questo è il terzo Pride che il Coordinamento Liguria Rainbow organizza in totale autonomia, autofinanziandosi, ma godendo dei benefici e della collaborazione del Comune che ha concesso il suo patrocinio. Questo potrebbe essere l'ultimo anno di una collaborazione proficua che ci ha visti lavorare insieme su diversi settori come, ad esempio, la costruzione della Rete Respect, un centro di formazione sui temi della educazione alla affettività e al rispetto; l'iniziativa Coloratamente poi seguita dalla Coloratacena, una piazza d'incontro e scambio conviviale per celebrare la Giornata internazionale contro l'omofobia; il concerto lirico per ricordare le vittime di Orlando. Questi solo alcuni degli eventi che speriamo la nuova Giunta continui a favorire per la diffusione di una cultura di accoglienza e rispetto delle differenze.

La Regione Liguria ad oggi si è distinta per aver portato in discussione  la proposta di una legge per la famiglia, quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna durante il dibattito parlamentare sulle unioni civili, e poi per aver votato una mozione per istituire lo sportello antigender. Entrambe si sono rivelate aria fritta, perché non interessava realizzare altro se non creare un clima di paura e intimidazione contro chi fa studi di genere nella università, diffusione della minaccia del gender nelle scuole, discredito verso i soggetti che si occupano di contrasto a bullismo, omofobia, stereotipi di genere.

Questa Regione ha patrocinato invece un convegno per la famiglia naturale presieduto da Adinolfi, Miriano e co., dove presidente e assessori erano in prima fila, proprio per far vedere il loro impegno nella città di Bagnasco. È la Regione del consigliere di maggioranza De Paoli, quello che ha detto. "Se avessi un figlio gay lo metterei nella caldaia e gli darei fuoco", difeso dalla Giunta regionale nonostante la palese malafede. Non stupisce che Toti ci eviti, eluda le nostre richieste di interlocuzione e patrocinio per il Pride.

E in futuro con la nuova amministrazione?  

Siamo preoccupati per le politiche condotte finora dalla Regione e temiamo che vengano seguite anche in Comune. Questo significherebbe un totale scollamento tra le istituzioni e la complessità della realtà cittadina, dove molte sono le persone che credono nelle famiglie plurali, nella libertà di espressione e di amore. Al di là di quanto farà la nuova Giunta comunale, purtroppo un risultato negativo che già vediamo sui social e nelle strade è quello di avere liberato gli umori più viscerali, rabbiosi, omofobi e razzisti, annidati nella insoddisfazione che il senso di precarietà infonde tra i cittadini. Bucci ha detto di voler essere il sindaco di tutti, dichiarando già di non partecipare al nostro Pride: poteva essere la prima occasione per confermare con i fatti le sue parole.

Il Coordinamento Liguria Rainbow è una rete di associazioni e singole persone. Qual è il suo punto di forza per questo Pride? 

Il nostro punto di forza è la trasversalità delle associazioni e delle persone singole che compongono il Coordinamento. Siamo una ventina di associazioni che spaziano da una forte componente di femministe ad associazioni Lgbti come Agedo o Famiglie Arcobaleno solo per citarne alcune, a associazioni legate al mondo universitario, al mondo del sociale, e da ultimo si è aggiunta la Comunità di San Benedetto al Porto di Don Gallo. Credo che la nostra forza sia data dal fatto che ci siamo rivolti alla società civile per affermare che i diritti Lgbti sono diritti umani e riguardano tutte e tutti, perché la società civile ci fa sentire una grande famiglia dove possiamo tutti/e essere liberi/e di essere noi stessi senza dover fare compromessi.

e-max.it: your social media marketing partner

Anche Varese come Torino e Brescia ha vissuto il suo Pride nel pomeriggio del 17 giugno. Pride che, giunto alla seconda edizione, si è snodato per le vie del capoluogo lombardo al grido We are one per riaffermare la necessità di contrastare il risorgere di tendenze fasciste sul territorio locale e impegnarsi insieme perché si giunga al matrimonio egualitario, alla legge contro l’omotransfobia, alla ridiscussione del tema della gestazione per altri. Tra i circa 3mila partecipanti anche quattro assessori della giunta Galimberti, il viceconsole statunitense Rami Shakra, il presidente di Arcigay Flavio Romani e l’attivista Stuart Milk, nipote del celebre Harvey. 

Presente anche una delegazione di Rete Lenford, un cui socio, Marco D’Aloi, ha ripercorso i momenti salienti della parata: «Il corteo - così l'avvocato d'origine partenopea - è partito da Via Sacco alle ore 15:00 ed è terminato intorno alle ore 17:00 in Piazza Monte Grappa, dove la festa, tra interventi dal palco e successivo intrattenimento musicale, si è protratta fino alle 20:00. Tra i vari interventi mi ha molto colpito quello del presidente di Arcigay Flavio Romani, che ha giustamente posto l’accento sull’importanza di un attivismo intersezionale auspicando un sempre maggiore dialogo e confronto tra le minoranze discriminate (non solo quelle Lgbti). Personalmente ho sempre creduto che il riconoscimento dei diritti sia un fatto innanzitutto culturale: se ciascun individuo o gruppo sociale imparasse a vivere e riconoscere come propri i diritti altrui, tutto sarebbe molto più semplice. Uniche note dolenti l’assenza del sindaco (nonostante il patrocinio del Comune) e la recita pubblica del rosario presso una delle cappelle del Sacro Monte che, tuttavia, non hanno, in modo alcuno, ridimensionato il valore di questo splendido evento». Evento, la cui riuscita è da ascrivere per D’Aloi «all’ottimo lavoro svolto in questi ultimi anni da Arcigay Varese e dal suo presidente, Giovanni Boschini, cui va il merito di essere riusciti a “espugnare” una città ostica come Varese. Fino a un paio di anni fa nessuno avrebbe mai creduto nella realizzazione d’un Pride in città».

Raggiunto telefonicamente, proprio Giovanni Boschini ha espresso la propria soddisfazione per la riuscita del Varese Pride dichiarando: «Rispetto allo scorso anno si è potuto contare su un percorso più centrale e sull'installazione di diverse bandiere arcobaleno in città. Sembra una cosa da nulla ma rappresenta un inedito per una città come Varese, con la cui amministrazione è migliorato sensibilmente il rapporto. Tant’è vero che quest'anno abbiamo ottenuto il patrocinio all'evento e la collaborazione. Posso dire che il Pride ha smosso ancora una volta moltissimo le coscienze di tutta la cittadinanza. La comunità locale non vuole più nascondersi o muoversi a Milano per ottenere spazi di libertà».

e-max.it: your social media marketing partner

Featured Video