Giuseppe Sala dovrà registrare sul certificato di nascita di un bimbo, nato in California quattro anni fa grazie alla gpa, anche il nome del papà non biologico.

A deciderlo la scorsa settimana il Tribunale Civile di Milano, che, ancora una volta, ha accolto il ricorso dei ricorrenti a fronte del persistente diniego, da parte del sindaco, di soddisfare alle richieste di trascrizione d'atti di nascita esteri provenienti esclusivamente da coppie di  papà. È la quinta volta che il Tribunale è stato chiamato a intervenire al riguardo.

Nel caso in questione, quattro anni fa, pochi giorni dopo la nascita del piccolo negli Usa, il relativo atto era stato trascritto presso lo Stato civile del Comune di Milano con la sola indicazione del padre biologico conformemente all’originario certificato di nascita californiano. Successivamente i genitori avevano chiesto alle autorità americane la rettifica dei documenti del figlio e avevano ottenuto il riconoscimento della paternità anche per il genitore non biologico.

Da Palazzo Marino era stato però opposto un rifiuto a procedere alla rettificazione dell’atto di nascita trascritto in Italia. Tale rifiuto si è ripetuto per molte altre coppie di padri. Lo stesso Comune, invece, come noto, ha invece proceduto correttamente alla registrazione anagrafica di bambini/e con due madri.

Assistiti dagli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti LGBTI, i due papà hanno quindi chiesto e ottenuto dal Tribunale l’ordine di trascrizione integrale dell’atto di nascita rettificato negli Stati Uniti, recante l’indicazione di entrambi i padri.

La decisione del Tribunale di Milano viene a consolidare l’orientamento, secondo cui gli effetti della gravidanza per altri non sono contrari all’ordine pubblico, precisando che «l’assenza del legame genetico non può ritenersi lesivo di principi fondamentali a fronte di un quadro normativo e giurisprudenziale internazionale, comunitario ed interno che tende a valorizzare sempre meno detto legame in favore di altri aspetti della maternità/paternità correlati al consenso, alla volontarietà e all’assunzione di responsabilità genitoriale».

Nel commentare la vicenda, gli avvocati Giacomo Cardaci, Manuel Girola e Luca Di Gaetano, hanno invitato «il Comune di Milano, da sempre in prima linea nella tutela delle persone omosessuali, ad allinearsi alle amministrazioni che già da tempo riconoscono i diritti fondamentali dei figli di due papà, evitando per loro i gravi pregiudizi e i rischi che subiscono a causa della mancata trascrizione». Hanno inoltre sottolineato che «il rifiuto a trascrivere determina un inutile ricorso al Tribunale con aumento delle procedure, dei costi e dei tempi per l’intera collettività».

«Nel trascrivere gli atti di nascita - ha rilevato la presidente di Rete Lenford Miryam Camilleri - il sindaco è chiamato a seguire il diritto e non un indirizzo politico della sua maggioranza e i provvedimenti del Tribunale non lasciano dubbi sulla legittimità di tali trascrizioni, che garantiscono l’interesse del bambino ad avere due genitori, non rilevando nel caso concreto le modalità fecondative adottate».

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Classe 1986, udinese di nascita ma da tempo a Milano, Giacomo Cardaci è avvocato. Professione, la sua, che condivide col compagno Manuel Girola, che ha sposato a Copenaghen nel 2016.

Come Manuel anche Giacomo è socio di Rete Lenford e lotta per i diritti delle persone Lgbti. Ma dai 21 ai 23 anni Giacomo ha dovuto condurre una lotta ben diversa. Quella contro «un tumore aggressivo, inoperabile, recidivante», che lo ha «sbranato». Ma quella lotta Giacomo l’ha vinta e l’ha raccontata in un libro intitolato La forza chimica del dolore, leggendo il quale Manuel si è innamoraro di lui una decina d’anni fa.

Ieri Giacomo ne ha parlato in lungo post su Facebook, che ha commosso tante persone amiche. Perché questo post è stato scritto in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro, «giornata molto speciale», come lui stesso l’ha definita. 

Un invito, il suo, a non cadere in «meschinerie, squallori, brutture». Un invito, il suo, a ricordare che «la vita è bella anche se è brutta, vivere è il miracolo dei miracoli, ma sopravvivere, credetemi, è il regalo dei regali. Vedrete che andrà tutto bene. Vi voglio bene, voglio bene alla mia famiglia, alla mia sorellina meravigliosa che mi starnutì sulla testa pelata e si mise a ridere e ad asciugarmi dal muco, amo il mio Manuel e sono l'uomo più felice del mondo».

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11 pagine, di cui nove dedicate all’elucidazione dei motivi sottesi alla condanna della di Silvana De Mari per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa il movimento Lgbti

Condanna che, irrogata dalla giudice Maria Eugenia Cafiero il 14 dicembre, prevede una multa di 1500 euro (oltre al pagamento delle spese processuali) e un risarcimento danni tanto al Coordinamento Torino Pride  quato a Rete Lenford (costituitesi parte civile) per la somma di 2500 euro ciascuno, nonché la rifusione alle stesse della metà delle spese di costituzione, rappresentanza e difesa (quantificate in 4.860 euro per il Coordinamento e in 3.420 per Rete Lenford).

Per saperne di più abbiamo raggiunto l’avvocato Michele Potè, che nel processo a carico della medica d’origine casertana ha sostenuto le parti di Rete Lenford.

Avvocato Potè, qual è, a suo parere, il punto nodale della sentenza di condanna di Silvana De Mari?

Il punto nodale della sentenza sta nel riconoscimento di coordinamento Torino Pride e Rete Lenford quali espressione del movimento Lgbti, "soggetto organizzato e dotato di una considerazione sociale ed il cui decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o suoi membri considerati come unitaria entità capace di percepire l'offesa, è tutelabile".

Nell’aver individuato nel movimento Lgbti - a differenza delle persone Lgbti in genere - un soggetto collettivo, leso dalla dichiarazioni diffamatorie, la giudice Cafiero ha agito in maniera innovativa o c’è un continuum con una giurisprudenza precedente?

C'è un continuum con alcune recenti sentenze che avevano riconosciuto la sussistenza delle offese nei confronti di enti.

Nella sentenza è più volte toccato il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del proprio pensiero. In riferimento al caso De Mari e alla luce delle motivazioni addotte nella sentenza, che cosa implica nello specifico un tale diritto?

Il richiamo alla libertà di manifestazione del pensiero e ai suoi limiti è più che corretto nel senso che la stessa non è assoluta. Spetta al giudice valutare il superamento dei limiti alla libera manifestazione del pensiero alla luce della legislazione vigente.

Silvana De Mari cantò vittoria il 14 dicembre dicendo di non essere stata condannata per le sue dichiarazioni a carattere medico sull’omosessualità. Che cosa dice propriamente la sentenza nel merito?

Le frasi oggetto di assoluzione riguardano la generalità indifferenziata degli omosessuali e alla luce dell'attuale giurisprudenza l'assoluzione è corretta. Diverso sarebbe stato il verdetto nel caso fosse stata approvata una legge contro l'omofobia con l'estensione della legge Mancino a tali fattispecie. Del resto la giudice ha richiamato il principio di tassatività in materia penale.

Personalmente è soddisfatto di questa sentenza o si aspettava di più?

Sono soddisfatto della sentenza perché mi pare molto equilibrata alla luce dell'attuale giurisprudenza e legislazione. L'imputata ha preannunciato appello e dunque non è così soddisfatta.

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Il Comune di Milano ha accolto il riconoscimento del nascituro, comunemente detto riconoscimento “in pancia”, per una coppia di gemelli con due mamme.

A portare all’attenzione degli ufficiali di Stato civile il caso della 43enne Marica Zanolin e della 38enne Irene Gualtieri, unite civilmente, l'associazione Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford, che ha avviato una procedura, ai sensi dell’art. 44 del decreto 396 del presidente della Repubblica (3 novembre 2000), prevista per le coppie eterosessuali non sposate.

La dichiarazione di nascita di norma deve farsi presso l’Ufficio anagrafe dell’ospedale entro tre giorni dalla nascita o, in Comune, entro dieci giorni. Nel caso i genitori siano sposati, la dichiarazione può essere fatta anche da uno solo dei genitori in quanto vige la presunzione di genitorialità per entrambi. Nel caso in cui, invece, i genitori non siano sposati, la dichiarazione di nascita deve essere resa dai due genitori contestualmente. Tale riconoscimento avviene con il consenso della madre che ha partorito.

L’ordinamento giuridico italiano prevede anche la possibilità per i genitori non sposati di riconoscere il nascituro prima del parto, in modo da agevolare le coppie in tutte le situazioni nelle quali al momento della nascita uno dei genitori non possa esserci, come ad esempio quando il padre viva all’estero per lavoro, o in caso di parto a rischio. Per il riconoscimento prima del parto i genitori devono presentare all’ufficiale di Stato civile un certificato di gravidanza e rilasciare una dichiarazione di riconoscimento di nascituro, che avrà efficacia solo dopo la nascita.

Nel caso un questione Marica era finita in rianimazione, il 2 ottobre, per problemi durante il parto.

«I nascituri hanno corso il rischio – così Valentina Pontillo e Maria Grazia Sangalli, legali della coppia – tanto di perdere la madre biologica, tanto quello di non poter essere riconosciuti dall’altra mamma, in quanto il consenso della gestante non era stato raccolto dall’ufficio di stato civile prima della nascita». Fortunatamente la situazione è migliorata e la coppia ha potuto riconoscere tardivamente i figli presso l’anagrafe del Comune.

Il riconoscimento “in pancia” ora è possibile anche per le coppie di madri presso il Comune di Milano e presso un altro comune lombardo che ha accolto un’identica richiesta.

«In questo modo - sottolineano Pontillo e Sangalli - viene garantito l’interesse del nascituro alla formazione dello status di figlio di entrambi i genitori anche in presenza di genitori dello stesso sesso, per i quali, anche se uniti civilmente, non sussiste alcun automatismo nel riconoscimento, come invece avviene per le coppie coniugate».

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Condannata a 1.500 euro di multa per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa le persone Lgbti, accomunando omosessualità a pedofilia, nonché a risarcire di 2.500 euro ciascuno il Coordinamento Torino Pride e Rete Lenford. 

Questa la sentenza emessa oggi dalla giudice Maria Eugenia Cafiero nei riguardi dell’endoscopista Silvana De Mari, che è stata però assolta dagli altri due capi d'imputazione. Per i quali, secondo quanto dichiarato da Nicolò Ferraris, legale del Coordinamento Torino Pride, «attendiamo di leggere le motivazioni».

Come noto, la scrittrice di romanzi fantasy e collaboratrice del quotidiano La Verità, anche dopo l’istruzione del processo a suo carico presso la Sesta Sezione penale del tribunale di Torino, non ha mai smesso di presentare l’omosessualità quale «situazione da cui si può comunque uscire, è possibile guarire», a correlarla con la pedofilia, a indicarne gli atti quali pratica d’iniziazione al satanismo.

Cosa che aveva spinto ieri il pm Giuseppe Riccaboni a chiedere che il versamento della somma (fissata però a 1000 euro) fosse immediatamente esecutivo, non essendoci i presupposti per la sospensione condizionale. Il magistrato aveva infatti osservato come Silvana De Mari potrebbe in futuro continuare a tenere comportamenti analoghi anche sulla base di un recente intervento della stessa a una puntata della trasmissione Otto e Mezzo, come ricordato dagli avvocati di parte civile Nicolò Ferraris (Coordinamento Torino Pride) e Michele Potè (Rete Lenford).

Proprio l’avvocato Potè (che è anche il legale del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli nell’altro procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa a carico di Silvana De Mari, per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019) aveva ieri ricordato: «Non posso ancora credere che nel 2018 ci si debba occupare di affermazioni che ci riportano nel Medio Evo.

Silvana De Mari si presenta come psicoterapeuta ma le sue affermazioni non hanno nulla di scientifico. Sono state abbondantemente superate. Già Freud aveva chiarito che l'omosessualità non può essere considerata una malattia, ma l'imputata, per sua stessa ammissione, Freud lo ha studiato poco».

Viva soddisfazione è stata subito espressa da Alessandro Battaglia, componente del Coordinamento Torino Pride, che ha parlato di «sentenza storicaA quanto ci consta, mai è successo che un'associazione Lgbti venisse ammessa a un processo per diffamazione. Ci siamo affidati alla magistratura con esposto ed è già un coronamento».

In quanto assolta da due dei tre capi d'imputazione, non ha però mancato di cantare vittoria anche la stessa De Mari, che ha dichiarato: «La libertà di critica è salva. Il mio dovere di medico è lanciare l'allarme sanitario».

In ogni caso, la collaboratrice del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ha anche annunciato il ricorso in appello«Il movimento Lgbt - ha speigato - è un movimento politico che ho diritto di attaccare. Motivo per cui ricorreremo».

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Venerdì 23 novembre a Napoli, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo (sede del Comune), si è svolto il Convegno nazionale della Rete Lenford dal titolo Crimini e discorsi d'odio: limiti e prospettive del sistema penale a partire dalla condizione delle persone LGBTI+. A fare gli onori di casa il sindaco Luigi De Magistris e Simona Marino, consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità.

Rivolto ad avvocati e giuristi, l'assise congressuale ha offerto un’importante occasione di approfondimento e discussione relativamente alla normativa in vigore nel nostro Paese, puntando l’attenzione sulla necessit di tutelare le numerose vittime di odio omotransfobico in primis attraverso l’intervento legislativo e, poi, anche attraverso interventi di altro tipo, in ambito culturale, educativo e scolastico.

La prima sessione è stata dedicata alla definizione dei crimini e discorsi d’odio nel sistema penalistico italiano, proponendo un confronto stringente con quanto emerge dalla letteratura giuridica non italiana, con particolare attenzione alla normativa anglosassone. Relatori sono stati Paola Di Nicola, gip presso il Tribunale di Roma, Matteo Winkler, (Law Department, Hec Paris) e Mark Walters (School of Law, University of Sussex).

La seconda sessione del convegno ha focalizzato la propria attenzione su il tema dei discorsi d’odio e il loro bilanciamento con il diritto alla libertà di manifestazione del pensiero. L’argomento è stato analizzato alla luce della nostra Costituzione e, come nella precedente sessione, anche nella prospettiva degli studi comparati. Ne hanno discusso Michela Manetti (Università degli studi di Siena) e Francesco Deana (Università degli studi di Udine).

Infine, l’ ultima sessione è stata dedicata ad alcune questioni specifiche: la sanzionabilità dei discorsi d’odio attraverso il reato di diffamazione; gli ostacoli che si frappongono all'effettiva tutela delle vittime di reati commessi per motivi di omofobia e transfobia; la funzione della pena nel nostro ordinamento. A parlarne Carlotta Campeis (avvocata del foro di Udine), Giacomo Viggiani (Università degli studi di Brescia), Valentina Masarone (Università degli studi di Napoli Federico II).

L'evento è stato patrocinato dal Comune di Napoli, dal Consiglio Nazionale Forense, dal Consiglio degli Avvocati di Napoli, dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, dalla Camera Penale di Napoli e dall’Ente Biblioteca di Castelcapuano Alfredo De Marisco.

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Nuova sentenza del Tribunale dei Minori di Venezia a favore d’una coppia di donne in materia di adozione coparentale da parte della madre non biologica. «Si realizza - ha stabilito la Corte - il preminente interesse del minore».

Il 26 ottobre il collegio, presieduto da Rocco Valeggia e composto da Patrizia Botteri, Fabrizio Gori, Cinzia Rossato, ha infatti accolto il ricorso presentato dagli avvocati Umberto Saracco e Valentina Pizzol (socia di Rete Lenford) sulla base della lettera d dell’art. 44 della legge 184/83, che consente l’adozione di minori «quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo». 

Come rilevato dalla stessa Corte veneziana, la domanda d’adozione era stata successivamente integrata a seguito dell’unione civile celebrata tra le due donne residenti nel Veronese.

Integrazione formulata ai sensi della lettera b del medesimo articolo, che prevede l’adozione «dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge», equiparando così la posizione della partner unita civilmente a quella del coniuge.

L’adozione è stata in ogni caso accolta sulla sola base della primitiva richiesta, senza però motivare perchè la lettera b non fosse appropriata.

È chiaro che il Tribunale dei Minori di Venezia, nel concedere l’adozione coparentale, si è attenuto all’impostazione tradizionale così come sancita dalla Corte di Cassazione con la sentenza 12692 del 2016.

Un riconoscimento comunque fondamentale per la coppia e il loro figlio. Un ulteriore passo in avanti, inoltre, nella battaglia per la parità dei diritti.

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Quarta udienza stamani, presso la sesta sezione penale del tribunale di Torino, del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari, accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Secondo quanto annunciato il 18 luglio, la giudice Melania Eugenia Cafiero aveva ammesso, il 21 settembre, la richiesta di costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride, che aveva presentato l'esposto contro la collaboratrice de La Verità nel 2017, e di Rete Lenford, rispettivamente rappresentati dagli avvocati Niccolò Ferraris e Michele Potè.

«Non si può ingiuriare dicendo la verità». Queste le parole con cui ha esordito oggi Silvana De Mari, per poi continuare: «La mia gravissima preoccupazione riguarda soprattutto la situazione sanitaria: i casi di Aids, gonorrea, sifilide sono in aumento. Se gli uomini continueranno ad avere rapporti con altri uomini assisteremo a una catastrofe mondiale».

La collaboratrice de La Verità, che ha prodotto quattro memorie di diverse centinaia di pagine, ha quindi parlato del sesso anale tra persone omosessuali maschili«che moltiplica per nove il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto per chi lo pratica in modo passivo». Né sono mancati i riferimenti all'omosessualità quale «situazione da cui si può comunque uscire, è possibile guarire».

L'imputata è quindi tornata ad associare pedofilia a omosessualità, dichiarando: «La pedofilia è un orientamento sessuale caratterizzato dall'attrazione erotica verso i minori. Penso che alcune persone del movimento Lgbt stiano diffondendo la pedofilia. L'ultimo libro di Mario Mieli, a cui è dedicato un circolo, dice: Noi faremo l'amore con loro e, a mio parere, si tratta di apologia all'abuso su minore. Senza dimenticare che personaggi di spicco del mondo gay hanno rilasciato dichiarazioni ambigue sulla libertà sessuale del bambino».

Nel corso dell'udienza è stato anche ascoltato il teste dell’accusa Alessandro Battaglia, coordinatore uscente del Torino Pride, che ha dichiarato a Gaynews«Ciò che abbiamo ascoltato stamane non è molto diverso da ciò che abbiamo già letto e denunciato. Quello di cui ci si dimentica è che le parole molto spesso sono pietre e le pietre fanno male a tutta la comunità Lgbtqi.

Siamo chiaramente pronti a qualsiasi conclusione della vicenda ma crediamo che, oltre agli insulti e alle ingiurie che ci sono state rivolte e che continuiamo a contestare con forza, il nostro pensiero debba andare ai ragazzi e alle ragazze più giovani e con meno strumenti di difesa di quelli che abbiamo noi e che vivono condizioni difficili di accettazione. Chiaro è che loro e i loro genitori sentendo affermazioni così umilianti non potranno essere aiutati nel superare le difficoltà connesse all'accettazione.

Stupisce infine che, secondo Silvana De Mari, la pedofilia sia un orientamento sessuale ed, essendo presenti in tutti gli statuti delle associazioni italiane Lgbti la difesa e la tutela contro le discriminazioni per orientamento sessuale, les stese non facciano altro che diffondere il messaggio che la pedofilia - e di conseguenza l'abuso su minori - siano pratiche lecite che tutti e tutte noi tuteliamo».

La giudice monacratica ha fissato la prossima udienza al 13 dicembre, data in cui, verosimilmente, si concluderà il dibattimento con la sentenza. 

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Giuseppe Sala dovrà registrare sul certificato di nascita della piccola Anna, nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa, anche il nome del papà non biologico.

A deciderlo il Tribunale Civile di Milano che ha oggi accolto il ricorso presentato, in maggio, da Gianni Tofanelli e Andrea Simone contro il Comune, i cui Ufficiali di Stato civile avevano sospeso la richiesta di trascrizione e correzione dell’atto di nascita statunitense della loro figlia con esplicita menzione della doppia paternità. 

La sentenza, dunque, riconosce e tutela il supremo interesse della bambina ad avere il legame di filiazione con entrambi i papà.

A sostenerne le parti legalmente gli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano di Rete Lenford. I due papà hanno espresso la loro soddisfazione a Gaynews, che proprio dal nostro giornale avevano mosso un duro j'accuse al doppiopesismo di Sala e un appello a riconoscerli entrambi come papà di Anna.

E, a distanza d'un giorno, è stato pubblicato sulla pagina Fb di Rete Lenford un comunicato, in cui fra l'altro si dice: «Il Tribunale, all’esito di una puntuale ricostruzione del concetto di ordine pubblico nell’evoluzione della giurisprudenza italiana e transnazionale, ha aderito al principio espresso dalla Corte di Cassazione nella importante sentenza n. 19599/2016 e ha confermato che non è contraria all’ordine pubblico la trascrizione dell’atto di nascita con due padri. Il provvedimento si colloca sulla scia di quanto già sancito dai Tribunali di Livorno, Pisa, Roma e ne ribadisce le motivazioni.

Per Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, «la decisione dei giudici di Milano è ricca di spunti interessanti e ribadisce come la rettificazione dell’atto di nascita corrisponda al best interest del bambino rispetto alle conseguenze giuridiche ad essa connesse.

Tra queste conseguenze, il Collegio cita i ‘diritti alla bigenitorialità, alla certezza giuridica, all’unicità della propria condizione giuridica e sociale e dunque all’identità personale, nonché alla stabilità dei legami acquisiti fin dalla nascita nel contesto familiare’. Il decreto di Milano, infatti, ribadisce un sentire diffuso nella nostra società: non conta come si diventa genitori ma quanto affetto e cura si riesce a dare ai bambini».

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La Corte Costituzionale, dopo la pubblica audizione in mattinata dell’avvocato Stefano Chinotti, componente di Rete Lenford, ha valutato per la prima volta la legittimità della disciplina delle unioni civili tra persone dello stesso sesso per quanto attiene al "cognome comune" scelto dalle rispettive parti.

Nello specifico, come si legge nel comunicato ufficiale la Consulta ha ritenuto che la «funzione del cognome comune - come cognome d'uso senza valenza anagrafica - non determini alcuna violazione dei diritti al nome, all'identità e alla dignità personale. Deve pertanto ritenersi legittima la disposizione dell'articolo 3 del D.lgs. n. 5 del 2017, là dove prevede che la scelta del "cognome comune" non modifica la scheda anagrafica individuale, nella quale rimane il cognome precedente alla costituzione dell'unione.

Resta fermo che la scelta effettuata viene invece iscritta negli atti dello stato civile, ai sensi dell'articolo 63, primo comma, lettera g-sexies, del DPR n. 396 del 2000.

 La Corte ha ritenuto, inoltre, che ciò realizzi il coerente sviluppo dei principi posti dalla legge delega n. 76 del 2016, attraverso l'adeguamento delle disposizioni dell'ordinamento dello stato civile alle previsioni della legge sulle unioni civili, e in particolare a quella del suo comma 10. Da ciò consegue la legittimità dell'annullamento delle modifiche anagrafiche intervenute prima dell'adozione del D.lgs. n. 5 del 2017.

La dichiarata transitorietà del DPCM n. 44 del 2016 e la brevità del suo orizzonte temporale portano ad escludere che le novità introdotte da tale fonte di rango secondario abbiano determinato l'emersione e il consolidamento di un nuovo tratto identificativo della persona»

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