Simone Panella e Andrea Pacifici, soci nel lavoro e compagni nella vita, danno l’annuncio su Facebook: Vanity Dance Studio, l’accademia di danza che avevano sognato e realizzato a Roma in zona Centocelle, chiude. E non chiude certo perché è venuta meno la passione e l’abnegazione dei due artisti fondatori. Chiude perché è impossibile lavorare tra minacce e intimidazioni più o meno velate. E chiude perché, due settimane fa, le pareti della scuola di danza sono state imbrattate con scritte omofobe e disegni osceni. Froci via di qui: questo il messaggio ripetuto varie volte a caratteri cubitali e scritto con una vernice spray rossa sulle pareti bianche del Vanity Dance Studio.

E, mentre Imma Battaglia lancia un duro comunicato di condanna e chiede un incontro con la sindaca Virginia Raggi perché dia un segnale forte contro l'omofobia rimontante in Roma, abbiamo intervistato Simone Panella per saperne di più. 

Simone, come mai avete atteso quindici giorni prima di denunciare la grave aggressione che la vostra scuola ha subito?

Sinceramente non abbiamo denunciato immediatamente l’accaduto per una sorta di vergogna. Solo ieri abbiamo deciso di rendere pubblica la notizia, spinti dal consiglio di un amico. Ovviamente, oltre a pubblicare la notizia sulla pagina Facebook della Scuola, esporremo formale denuncia anche alle forze dell’ordine.

Da quanto si legge nel post. la violazione degli ambienti della scuola da parte di terzi con le offese omofobiche che vi “intimano” ad andare via sono solo l’ultimo atto di una serie di problemi che avete registrato durante l’anno…

Sì, infatti abbiamo avuto molti problemi, soprattutto con una coppia di vicini che hanno più volte manifestato il proprio fastidio per la nostra presenza. Erano molto aggressivi e una volta hanno anche fatto delle battute omofobiche. Chiamavano i vigili con la scusa che erano infastiditi dalla musica ma poi i vigili riscontravano che era tutto regolare e che non era materialmente possibile che la nostra musica si sentisse anche a casa loro perché il loro appartamento non è adiacente all’accademia.

Una volta sono state lanciate anche delle uova contro il nostro cancello d’ingresso. Naturalmente, non ho alcuna prova che mi consenta di dire che la coppia che mostrava insofferenza per la nostra presenza abbia una qualche responsabilità nella vicenda delle uova o in quella, assai più grave, delle scritte all’interno dell’accademia, fatto sta che il clima è diventato pesante e insostenibile e in queste condizioni non si può lavorare, ecco perché chiudiamo.

Aprirete altrove la vostra scuola?

Al momento posso dire solo che chiudiamo questa. Non so se ne apriremo un’altra. Non nell’immediato. Avevamo investito tantissimo in questa struttura e non abbiamo risorse per aprire altrove. Ma non possiamo neppure andare avanti così. Siamo costretti ad andare via e abbandonare il nostro sogno.

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Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha presentato la candidatura per organizzare il World Pride del 2025 a Roma. La storica associazione Lgbti, che da anni promuove importanti manifestazioni ed è stata promotrice di eventi come il World Pride del 2000 e l’Europride del 2011 con la partecipazione di Lady Gaga, ha diffuso la notizia in un comunicato.

Per saperne di più, abbiamo incontrato il presidente Mario Colamarino.

Come mai candidare proprio Roma per il World Pride del 2025 e che prospettive di successo ha la candidatura?

Il World Pride è nato a Roma nel 2000 su iniziativa del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ha rappresentato uno spartiacque nella storia del movimento Lgbti italiano e mondiale. Vogliamo perciò che il 2025 possa diventare un’altra tappa storica nel cammino della nostra comunità. Il comitato InterPride si è dimostrato favorevole alla nostra idea di riportare il World Pride a Roma. La candidatura è stata appena presentata: c'è un iter da seguire ma in poche ore è già arrivato il sostegno di tante realtà Lgbti e non. C'è tanto entusiasmo e non solo in Italia all'idea che il World Pride ritorni a Roma per celebrare un anniversario così importante.

È mera coincidenza che sia stato proposto proprio il 2025, anno in cui ricorrerà nuovamente il Giubileo?

Il World Pride è nato nel 2000: è normale che il 2025 rappresenti un anniversario importante. A noi non interessa un'inutile polemica con la Chiesa cattolica. Anche se è vero che l'attuale Chiesa non ha la stessa ostilità di quella del 2000, a noi interessa piuttosto realizzare un 'giubileo' per la nostra comunità. Una celebrazione di 25 anni di lungo lavoro per l'equiparazione dei diritti che, si spera, per allora pienamente raggiunta anche in Italia.

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Lunedì 31 luglio, alle 21.30, ai Giardini della Filarmonica di Roma (all’interno della rassegna I Solisti del Teatro) l’associazione culturale Dragqueenmania presenterà lo spettacolo TutteMie – Amiamo le differenze. Si tratta di uno spettacolo/concerto nato qualche anno fa da un’idea di Giovanni Amodeo, cantante e interprete. È un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Sul palcoscenico un susseguirsi di brani con arrangiamenti originali che raccontano la carriera e la personalità delle artiste.

In scena un Pinocchio/bambola/Alice che attraverso un racconto “pungente” restituirà il tema della diversità ma soprattutto il senso dell'essere. E Alice e Pinocchio sono in cerca di se stessi. Presenza straordinaria nello spettacolo sarà Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pignè, artista e militante Lgbti, che da anni porta in scena con successo la sua celebre drag chic, vintage e pop.

Incontriamo Andrea Berardicurti durante le prove di TutteMie e ne approfittiamo per avere qualche notizia in più sullo spettacolo e non solo.

Lo spettacolo a cui prenderai parte, con il tuo strepitoso personaggio de La Karl du Pignè, si intitola TutteMie - Amiamo le differenze. Che significato ha avuto e ha nella tua vita il termine "differenza"? Qual è, secondo te, il senso della differenza?

La differenza, nella mia vita, è stata croce e delizia. Quando ero meno corrazzato di adesso, era però una croce per via dell'inevitabile sensazione di inadeguatezza che essa portava nel quotidiano. Essere diverso (da chi nemmeno lo capivo) era un po' un marchio con connotazione negativa: era diverso  il pizzaiolo egiziano, era diverso il bambino down del sesto piano, era diverso il frocetto (io) del terzo. Solo col tempo, con l'esperienza e la fortuna di aver incontrato, nel mio percorso di vita, tante persone differenti, ho capito che per fortuna di persone differenti ce ne sono svariati miliardi su questo globo e che lo scambio di differenze porta quasi inevitabilmente ricchezza.

Lo spettacolo TutteMie è un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Ma se La Karl du Pignè dovesse eleggere la sua artista-icona del cuore, chi sceglierebbe? Che ruolo ha avuto la musica pop nella tua "educaZione sentimentale" e quale canzone ha segnato la tua vita, o un momento di essa, in maniera fondamentale?

A questa domanda non dovrei rispondere, perché non sarò più in grado di paludare la mia età. A parte gli scherzi ho avuto per anni una smisurata adorazione per Annie Lennox e gli Eurythmics ma in verità sono cresciuta a pane e Patty Pravo, Shirley Bassey, Blondie, Cindy Lauper, tanto per citarne alcune. Ma non ho nemmeno disdegnato U2,Pink Floyd, Genesis. Insomma una rockettara pop! Di loro ho amato quasi tutto e mi è difficile trovare una canzone guida, forse Diva di Annie Lennox ma solo perché era nel mio repertorio di drag shows.

TutteMie è uno spettacolo musicale che investiga la possibilità che abbiamo di conoscere a fondo le nostre identità. Il tema dell'identità è indubbiamente centrale in questo spettacolo. Cosa è l'identità per te che, proprio con l'identità, giochi continuamente in scena con il personaggio de La Karl du Pigné?

Di identità si parla ormai sempre più spesso. Non ti nascondo che per me il gioco tra Andrea e La Karl Du Pignè è ormai talmente connaturato che mi riesce difficile separare le due cose. Per tutte e tutti, sono a volte Andrea a volte La Karl senza che questo provochi in me o negli altri nessun tipo di crisi. Ti rispondo con una battuta che ho in scena in Tuttemie: "Ma che domanda è? Sono quello o quella che sono: sono me".

La società e il giudizio sociale ci portano spesso a smarrire la vera natura della nostra identità. Almeno nella sua interezza. C'è una parte della tua identità, di uomo, di attore e militante, che in questi anni hai smarrito e che ti piacerebbe recuperare?

Onestamente no. Sarà per l'età, sarà per l'esperienza, sarà anche, mi ripeto, per avere avuto la fortuna di aver incontrato tante persone così grandi che mi hanno insegnato come muovermi e dalle quali ho assorbito così tanto, che da questo punto di vista mi sento una persona completa e realizzata. Posso solo dire che, se fosse possibile, ma questa è cosa facile col senno del poi, il mio percorso di accettazione della other side of me lo comincerei molto molto prima.

Spettacoli come TutteMie sono anche utili per scardinare stereotipi e luoghi comuni, pregiudizi e ruoli di genere. Come valuteresti oggi la società italiana relativamente alla capacità di includere e non discriminare chi è "differente"?

Paradossalmente ci sono stati periodi della mia vita nei quali mi sono sentito/a più leggera/o e quindi più libera/o. Ma la storia è ondivaga, così come la sensazione che una libertà acquisita diventi improvvisamente evanescente e sparisca. La società oggi sembra più incline e disponibile all'inclusione, ma vedo che ci sono delle sacche di resistenza piene di pregiudizio, discriminazione verso il diverso e che, rispetto alle libertà sessuali, esiste sempre quella sottile opposizione a un diritto acclarato ma, come dicono Wilkler e Strazio nel loro libro, considerato "abominevole" (e la citazione ci voleva), sta tutto lì, altrimenti non si spiegherebbe questa fottuta favola del gender, no?

Infine, La Karl du Pignè è una dragqueen ormai di fama internazionale. Andrea Berardicurti si è mai sentito "oppresso" dalla presenza ingombrante del personaggio che ha creato?

Macchè internazionale! Mi conoscono a Londra perché seimila gay romani si sono trasferiti, tutto lì. Sinceramente no, per fortuna questa simbiosi funziona perfettamente, a tal punto che ogni tanto mi chiedo se non sia La Karl Du Pignè che ha plasmato Andrea Berardicurti, e non viceversa. Siamo molto felici, entrambi, di condividere lo stesso corpo e lo stesso cervello.

 

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“L’unico possesso che accettiamo è il possesso palla”.  Questo lo slogan del primo torneo di calcio a 5 contro il femminicidio e la violenza di genere “Finchè vita non ci separi”,  svoltosi martedì a Roma.

Si tratta della prima iniziativa di questo tipo su scala nazionale ed è stata promossa da ASD Atletico San Lorenzo, ANPI Roma e Libera Repubblica di San Lorenzo.

 

 

Oltre 100 Altete accolte da un caloroso pubblico hanno dato vita ad una bella serata di sport e inclusione al campo dei Cavalieri di Colombo, situato al centro del quartiere romano di San Lorenzo. A battere il calcio di inizio la 90enne ed ex partigiana Tina Costa, e membro del comitato nazionale dell’ANPI, già staffetta lungo la Linea Gotica all'età di sette anni,

tra le principali figure simbolo della resistenza ancora viventi.

 

“Non dobbiamo mai arrenderci contro il sopruso di chi pensa di controllare le nostre vite”, ha scandito Tina Costa prima di battere il calcio d’inizio del torneo.

 

 “Abbiamo scelto lo sport per combattere femminicidio e violenza di genere perché è una pratica che ci vede impegnati e impegnate ogni giorno, come realtà fondata sul principio dello sport popolare, che si sostiene esclusivamente sulla partecipazione e il contributo del territorio”. Così Alessia Tino, attivista dell’Atletico San Lorenzo, che ha aggiunto: “Va ringraziata Tina Costa, perché ci ha permesso di sottolineare l’importanza della memoria e di ribadire il legame tra il machismo di ieri e quello di oggi, sempre legato a forme di autoritarismo che respingiamo con fermezza”.

 

In chiusura, le atlete hanno intonato un vero e proprio coro da stadio contro il sessismo e l’omofobia (video).

“Mi piacerebbe sentirlo in uno stadio da 100.000 posti un giorno, magari al posto di certi sfottò razzisti – ha spiegato michele, tifoso appassionato dell’Atletico San Lorenzo.  “Per adesso lo sento cantare durante le partite dell’Atletico, anche delle squadre maschili ed è già un bel risultato. Credo che siano stati i primi in Italia ha inventare qualcosa del genere”.

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Sull'edizione del Gay Village 2017 continuiamo la nostra chiacchierata con Carla Fabi, responsabile della Comunicazione e del Servizio Stampa.

Quanta gente lavora attorno al Gay Village e qual è l'indotto in termini lavorativi di un'impresa così grande?

Al Gay Village lavorano 400 persone, tutte regolarmente contrattualizzate. Imma Battaglia, Mauro Basso, Annachiara Marignoli e Paola Dee, i folli ideatori della kermesse, hanno anime diverse con storie diverse e investono ogni anno fior di milioni spesso in modo molto rischioso, perché un solo giorno di pioggia può causare reali perdite difficilmente recuperabili. E anche questo è un altro punto che mi fa impazzire, gli stessi esseri cortesi e gentili che non lesinano dolci parole, parlano di arricchimento, di imprenditori che si stanno gonfiando le tasche di soldi... Sarebbe bello poter mostrare loro i conti di una manifestazione cosi importante e capire per esempio, come siamo arrivati a fine stagione l'anno scorso, e quanto sia difficile restare in piedi in momenti come questi, quando la città sprofonda e la gente non ha un impiego...

Il Gay Village è diventato, negli anni, un luogo amato da tantissimi eterosessuali oltre che dalla comunità Lgbti. Qual è il segreto di questo successo "trasversale"?

Penso di avere risposto prima: al Gay Village ci si sta bene, i gay inventano le mode e gli altri le seguono. È successo anche questo con il Gay Village e io ne vado fiera. Tutte le manifestazioni arcobaleno che si svolgono in Italia sono un po' figlie di questa che rimane la capostipite.

Quali sono le azioni che mettete in campo per garantire la sicurezza degli avventori? Siete più preoccupati dal fatto che i vostri "clienti" non abbiano intenzioni omotransfobiche o dalla fobia, sempre più diffusa, per i luoghi d'assembramento di massa?

Garantire la sicurezza al pubblico dentro e fuori è per noi un punto fondamentale. Sono oltre 80 le unità impiegate nella sicurezza interna, siamo provvisti di telecamere interne e esterne e all’ingresso i clienti sono controllati da un metal detector. Coloro i quali all’interno vengono sorpresi o sentiti dire frasi omofobe o misogine, vengono immediatamente buttate fuori. È evidente che una cosa del genere non si può prevedere. Non avete idea dei ragazzi (etero e gay) in camicia stirata di tutto punto, che all'interno scatenano il mostro che è in loro. Noi cerchiamo di mantenere l'ambiente gradevole e quest'anno pare che tutto sia molto più sereno. Lo dicono i feedback, lo si respira la sera nel villaggio e, soprattutto, la già bassissima media delle risse giornaliere (massimo 1 al giorno fino all'anno scorso) quest'anno si è notevolmente abbassata. Vi invito però a informarvi sulle medie altrui, anche dei nostri vicini competitors.

Inoltre, per garantire ancora di più la sicurezza all’interno della manifestazione, abbiamo creato un gruppo interno di accoglienza, composto da ragazzi e ragazze gay che stanno diventando gli angeli del Gay Village. Si tratta del Gruppo Caring, che funge da supporto-vedetta per la security. I ragazzi accolgono la gente, la informano sugli spettacoli, indirizzano il flusso delle file verso i giusti ingressi e soprattutto, sono gli occhi del Gay Village dall'interno. Loro guardano e riportano alla direzione quello che non va bene. Un piccolo grande lavoro a cui il Gay Village tiene moltissimo, per operare sempre al meglio e migliorare laddove sia possibile.

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Anche quest’anno il Gay Village di Roma si sta proponendo come luogo di riferimento centrale per l’informazione, la cultura e il divertimento Lgbti, senza alcuna discriminazione. La  mission del Gay Village, d’altronde, è quella di creare un posto di aggregazione in grado di  combattere la ghettizzazione e l’esclusione sociale, puntando allo scambio di idee e posizioni, volte alla crescita personale e civile.

Il pubblico, attraverso il Gay Village, può nutrirsi di teatro, concerti, presentazioni di libri, live performance, dibattiti culturali e disco music a tematica gay o gayfriendly, testimonianza diretta di un progetto trasversale. All’intrattenimento si unisce lo spirito della manifestazione, che da sempre combatte le discriminazioni e apre il proprio palco a molteplici personalità che portano al pubblico il proprio messaggio di uguaglianza.

Carla Fabi è una delle memorie storiche del Gay Village, giunto ormai alla sua 16° edizione ( il Gay Village era localizzato nell’ex mattatoio di Testaccio nei primi anni mentre adesso è al Parco del Ninfeo all’Eur) e ne cura il coordinamento artistico e l’ufficio stampa. Incontriamo Carla subito dopo la presentazione del romanzo di Mariano Lamberti Una coppia perfetta. L’amore ai tempi di Grindr.

Carla, come sintetizzeresti il carattere dell'edizione 2017 del Gay Village? Quali sono gli artisti di punta che si esibiranno al Gay Village?

Per me questa è l’edizione del Gay Village più bella e interessante degli ultimi anni. Mi riferisco sia all’allestimento che al mood che vuole scatenare, quello di un mondo dove tutto è possibile, dove la leggerezza e la positività, vincono sulla pesantezza e sul degrado delle persone e in particolare di Roma, città dove sono nata e che amo pazzamente. Ed è per questo che soffro quando il disagio nel viverla supera il piacere, il Gay Village per me è il ribaltamento di questi due stati d’animo.

Curo il coordinamento artistico e l’ufficio stampa del Gay Village dal 2002, dopo quattro anni di direzione artistica di Vladimir Luxuria, con cui ho lavorato benissimo e che mi ha insegnato tante cose, siamo tornati ad una direzione corale, tra cui spicca il nome di Pino Strabioli, altro super professionista capace di passare dal contenuto profondo alla battuta, tenendo sempre la scena in modo impeccabile.

Molti artisti già si sono esibiti con grande successo, tra cui Elenoire Casalegno, Veronica Pivetti, Ludovico Fremont, Moreno, Arturo Brachetti, Cristina D'Avena, Patty Pravo, Enrico Lucherini, .Barbara D'Urso, Orietta Berti, Vladimir Luxuria, Frankie Hi-NRG, Mario Venuti, Eva Grimaldi, Paola Minaccioni, Silvia Salemi, Bianca Atzei, i Burningate, e stiamo aspettando  Massimo Di Cataldo, Barbara Palombelli, Steve Aoky, Chiara Francini, Alessandro Fullin, Moseek, Pierdavide Carone, Stag, Aula39, Nancy Coppola, Arisa, Vanessa Gravina, Francesco Montanari, Luca Zingaretti , Planet Funk…

Tu sei, senza alcun dubbio, la memoria storica del Gay Village. Cosa è cambiato in questi 16 anni di successi?

Nel 2002 quando abbiamo iniziato, venivamo dal primo World Pride del 2000, che aveva sdoganato l’esistenza di una comunità in lotta per diritti e visibilità, nutrendo l’orgoglio di appartenere ad un movimento centrato sulla libertà di “essere” Nonostante molti intorno a noi ci dicessero che eravamo pazzi a chiamare la manifestazione Gay Village, noi con fierezza andammo avanti, la manifestazione divenne immediatamente una casa per tutta la comunità lgbtq, un luogo di riferimento dove incontrarsi e divertirsi, poi ci siamo spostati all’Eur (causa proteste dei cittadini di Testaccio) e apriti cielo, sono cominciate a piovere critiche feroci, attacchi mostruosi per la presenza sempre più significativa di eterosessuali, attacchi per il carattere commerciale che il Gay Village stava assumendo. Allora, io non voglio sindacare sui gusti delle persone gay e non, ma se accendi la televisione e un programma non ti piace, non è sufficiente cambiare canale invece di spargere veleno? Tutte le feste a tematica gay in giro per il Paese sono momenti culturali o momenti commerciali utilizzati per far passare i contenuti lgbt? Siamo attaccati perché non facciamo abbastanza selezione alla porta... forse dovremmo chiedere all’anagrafe di stampare documenti legati all’identità sessuale? Sei brutto e te ne devi andare? Sinceramente vedo molto razzismo, snobismo e una gran voglia di stare isolati senza alcun desiderio di confronto con il resto della popolazione. Senza renderci conto che tutto questo appartiene ad un discorso prettamente discriminatorio... Non possiamo vietare a qualcuno di accedere ad un luogo pubblico o a pagamento. Applicheremmo così, la stessa discriminazione di cui siamo stati vittime in passato e continuiamo ad esserlo... Secondo me è follia. Ho fatto gli anni ’70 e questo bigottismo e chiusura mentale non mi appartengono e mi addolorano.  Se non mi piace un posto non ci vado e qui finisce. Non perdo il mio tempo a vomitare odio su un social network, senza nemmeno aver visto con i miei occhi... e vi assicuro che ce ne sono tanti che criticano per partito preso.

Oltretutto è proprio la città ad essere cambiata, all’inizio degli anni 2000, non c’era la paura che si respira ora, quel senso di degrado di una città abbandonata a se stessa, governata senza strategie territoriali e culturali. Il Gay Village ha cercato di offrire sempre un’alternativa di aggregazione, proponendo un nuovo modello culturale con contenuti che formano un pre-serata che ha un costo molto importante, non venendo riconosciuto dalla maggioranza che si ostina a vedere la manifestazione solo come una grande discoteca a cielo aperto. Ora sono pronta ad essere crocifissa ma tanto non leggo e non rispondo a nessuno degli haters frustrati che circolano in rete e per strada.

Qual è, a tuo parere, l'importanza del Gay Village nel panorama degli eventi della capitale? Il gay Village è solo un luogo d'intrattenimento sociale o ha anche una rilevanza sociale e culturale?

Cultura è politica, incontrarsi è politica, guardare un bello spettacolo è politica, amarsi senza violenza è politica. Lo spazio è sempre a disposizione di incontri, dibattiti e gli spettacoli scelti seguono sempre il filo rosso della lotta alle discriminazioni di ogni tipo. Quindi si, per me il Gay Village non è solo un luogo di intrattenimento, ma è politica allo stato puro. Su quel palco vogliono salirci tutti, ve lo posso garantire...

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Oggi presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti a dieci anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità

Una delle primarie attività a sostegno dei migranti e richiedenti asilo Lgbti è svolta dagli sportelli assistenziali, gestiti a livello territoriale dalle varie associazioni. Tra questi è da segnalare su Roma il Gruppo internazionale del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, della cui esperienza Gaynews pubblica la sintesi curata da Mario Colamarino e Tiziano De Masi.

Il gruppo internazionale al Mieli nasce nel novembre del 2014 a seguito della presenza sempre più frequente di persone migranti all'interno dell'associazione. Lo sportello nacque all'epoca con la principale finalità di soddisfare a esigenze di natura giuridica. Si provò con il direttivo del tempo e alcuni volontari ad andare oltre l'aiuto legale ai singoli e a creare uno spazio sicuro per rifugiati, richiedenti asilo e migranti Lgbti, che si trovavano a Roma e avevano bisogno di un aiuto, di socializzare, di parlare e stare insieme.

Da allora, a cadenza settimanale, il gruppo si è riunito presso il Circolo senza mai fermarsi negli anni. In un primo momento ognuno che passava da noi si è raccontato, aperto, iniziando un percorso di consapevolezza della propria sessualità che nel proprio Paese era negato. Abbiamo organizzato eventi, corsi e workshop sulle maggiori tematiche Lgbti: dall'Hiv all'omofobia fino al Pride. I migranti sono stati sempre insieme con noi, in prima linea, ai presidi per la legge sulle unioni civili l'anno scorso, a sventolare le bandiere del Circolo al Pride, a fare i banchetti in strada. 

Ognuno di loro, venendo al Mieli, ha trovato una famiglia, un sostegno, un posto dove poter essere se stessi senza paure e timori. In quest'ultimo anno, a fianco alle iniziative prima accennate, abbiamo avviato un corso di italiano per migranti fatto grazie alla collaborazione di volontari esperti sul tema. 

Da quando esiste il Gruppo migranti, saranno passate orientativamente un'ottantina di persone, di cui alcune spesso solo di passaggio, altre, invece, fisse a Roma e presenti ancora al Mieli. La maggior parte di loro proviene da Paesi africani o dall'ex Urss, dove essere gay può essere pericoloso o addirittura portare all'arresto a causa di un'omofobia dilagante e stratificata nella società. Alcuni di loro hanno trovato lavoro e l'amore in Italia: il primo migrante gay rifugiato, che si è  unito civilmente, è Maxim, scappato dal Crimea anni fa. Unitosi civilmente col compagno un mese fa circa a Civitavecchia, Maxim è stato tra le colonne portanti in questi anni del gruppo rifugiati del Mieli. Di questo siamo fieri nonché felici che abbia trovato l'amore e una vita migliore qui in Italia.

In quest'anno il gruppo fisso di ragazzi gay e ragazze lesbiche è stato composto da circa 15 persone, provenienti da Pakistan, Uganda, Senegal, Bielorussia, Georgia, la maggior parte dei quali sono arrivati da pochissimi mesi qui in Italia e non parlano italiano. Tra questi almeno una decina si è rivolto al Mieli come prima fonte di aiuto e sostegno alla socializzazione e all'incontro con altre persone Lgbti prima ancora di comparire davanti alla commissione per l'ottenimento dello status di rifugiati.

 

 

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Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

In preparazione di tale appuntamento Gaynews pubblica la testimonianza di Farzan Farzanegan che, fuggito dall'Iran, ha ottenuto lo status di rifugiato grazie anche al supporto del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Mi chiamo Farzan e sono iraniano. Come saprete, l'Iran è uno di quei 79 Paesi in cui le persone omosessuali possono essere condannate a morte o subire altre forme punitive. Spesso ragazzi omosessuali sono perciò costretti a dichiararsi transessuali e intraprendere un percorso sanitario. La transessualità è infatti considerata una malattia e, come tale, nel mio Paese è possibile solo essere operati così da essere accettati.

Non sono qui per parlare della mia storia personale, di cosa mi sia accaduto o dell'Iran. Voglio invece dirvi alcune cose che hanno riguardato la mia vita come richiedente asilo e, ora, come rifugiato. Condizioni che, credo, tanti altri come me hanno sperimentato e sperimentano in questo percorso che porta a fuggire dal proprio Paese fino a quando non si ottiene - anche con un po' di fortuna, se nel nostro percorso troviamo persone, associazioni, istituzioni competenti - il diritto di poter rimanere nel nuovo Paese.

Molti di noi lasciano il proprio Paese probabilmente con una consapevolezza di chi si è, della possibilità di andare altrove e chiedere protezione (anche se non si sa bene come funziona e quali siano le regole, i diritti, i doveri) ma senza sapere come realmente sarà, chi incontreremo, quali possibilità si avranno. In Iran, pur non essendoci un associazionismo gay visibile e ufficiale, vi sono però diverse persone che in qualche modo e con attività diverse, cercano di portare avanti le richieste delle persone Lgbti.

Per quanto mi riguarda, avevo paura di venire in Italia. Sapevo che non ci sono leggi che proteggono i gay e che non ci sono leggi che riconoscono i matrimoni delle persone Lgbti. Avevo sentito dire che l'Italia non ha buone politiche per i richiedenti asilo e i rifugiati. Che molto probabilmente la mia domanda sarebbe stata rifiutata e mi avrebbero rimandato in Iran. Queste paure le abbiamo in tanti. Ma io ho avuto la fortuna di essere messo in contatto con un'associazione che mi ha spiegato come sarebbe stata la procedura della mia domanda di asilo e che avrei avuto un aiuto per questa. Un'associazione, che mi ha dato una mano per trovare un posto dove stare e che mi ha dato l'occasione di frequentare altre persone Lgbti.

Ma questo non accade sempre. Molti di coloro che scappano dal proprio Paese non sanno nulla della possibilità della domanda di asilo in quanto persone Lgbti. Molti hanno paura di dichiararsi tali. Spesso non sono in grado di entrare in contatto con chi potrebbe aiutarli e restano molto isolati. In questo modo la loro domanda può essere rifiutata proprio perché non sono stati in grado di spiegare bene cosa è successo. Entrare in contatto con le associazioni Lgbti non è poi sempre facile. Sia per problemi linguistici sia per problemi organizzativi in quanto non sono sempre aperte o hanno orari particolari. Molte non sono neppure preparate ad accogliere migranti Lgbti e non sembra abbiano neppure l'interesse a farlo.

A Roma, fortunatamente, c'è un progetto del Mario Mieli, che dà la possibilità d'incontrarsi un giorno alla settimana. Questo permette di entrare in contatto con l'associazione, conoscere persone ed avere anche eventualmente un aiuto per la domanda di asilo. Le associazioni possono essere molto importanti per i richiedenti asilo e rifugiati gay. Offrono la possibilità di conoscere nuovi amici a chi non ha altri contatti in Italia. Noi che scappiamo dal nostro Paese, difficilmente abbiamo nel nuovo Paese dei connazionali disposti ad aiutarci se sanno che siamo gay. Poter frequentare le associazioni aiuta a toglierci dall'isolamento, che per tanto tempo abbiamo avuto. 

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