Il 21 gennaio del 1977 moriva in semipovertà e in condizioni di salute estremamente precarie Sandro Penna, uno dei poeti più originali e “rivoluzionari” della nostra tradizione letteraria. 

Cesare Garboli, suo biografo e studioso, nei Penna Papers scrive: «Penna è il solo poeta del Novecento il quale abbia tranquillamente rifiutato, senza dare in escandescenze, la realtà ideologica, morale, politica, sociale, intellettuale del mondo in cui viviamo». E Garboli ha davvero ragione. Del resto se c’è un intellettuale italiano che, già negli anni ‘30, ebbe il coraggio di raccontare liberamente in versi (e non solo) il suo amore per i ragazzi e il suo eros omosessuale fu senza dubbio Sandro Penna. 

Poeta epigrammatico e chiarissimo, allergico a qualsiasi ambiguità e compromesso, ebbe la determinazione di mettere tra parentesi la Storia e il Mondo, realizzando così un discorso poetico del tutto autonomo, lontano sia dalla “teologia negativa” di matrice montaliana sia da qualsiasi altra consolidata tradizione lirica nostrana. 

Il poeta Piero Bigongiari definì giustamente la poesia di Sandro Penna «un fiore senza gambo visibile». D’altronde, come poteva essere visibile il gambo “poetico” di una poesia che rifiutava, in nome della verità del desiderio e dell’amore, una Storia e un Mondo che erano da sempre ostili ed estranei alla natura di quell’amore e di quel desiderio?

Il gambo della poesia di Penna era nel suo anelito alla felicità e alla liberazione. Un anelito vissuto con pacatezza e pudicizia ma mai rinnegato. Mai dimenticato. 

La grandezza della  lirica di Penna sta proprio nella semplicità con cui il poeta perugino diede vita, per la prima volta nella storia della poesia italiana, all’universo dell’amore omosessuale, che era fatto sì di incontri occasionali e passionali rendez-vous negli orinatoi, ma raccoglieva anche il bisogno di essere amati, di essere riconosciuti, di essere visibili e felici incuranti di qualsiasi convezione borghese e di qualsiasi moralistica censura del tempo. Nei suoi componimenti, insomma, c’era sia la carne sia il cuore, sia l’amplesso fugace sia il grande amore. 

È d’uopo ricordare che Penna, pur rattristandosi per la censura, non censurò mai un suo verso, mai rinunciò alle armonie del suo immaginario poetico per compiacere i moralisti (Il mondo che vi pare di catene/ tutto è tessuto d’armonie profonde). 

Ecco perché oggi, in tempi di rigurgiti reazionari e “ideologie forti”, bisogna volgere lo sguardo alla bellezza che brilla ancora, sempre con lo stesso fulgore, nei versi di Sandro Penna, faro di libertà e coerenza per tutte e tutti. 

Luca Baldoni, poeta, saggista e autore dell’antologia di poesia gay Le parole tra gli uomini (Robin, 2012), a proposito di Sandro Penna ha dichiarato: «Sandro Penna è stato, oltre che grande poeta, un animo libero e coraggioso. Nell'Italia fascista e poi democristiana la sua voce avrebbe potuto indicare una strada diversa a molti. Purtroppo, come molti poeti, rimase un emarginato quando avrebbe potuto essere una guida.

Oggi il Comune di Roma apporrà una targa sulla sua casa di via della Mole dei Fiorentini, nel cuore della città che amava. Un omaggio frutto degli sforzi di Elio Pecora e Roberto Deidier, che da anni curano la memoria del poeta, e a cui mi unisco spiritualmente con molto affetto».

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Lo spettacolo La Felicità, prodotto dall'associazione culturale Madé per la regia di Nicola Alberto Orofino, andrà in scena, nell’ambito della VII° edizione del Roma Fringe Festival 2019, all’ex-Mattatoio di Roma, nello spazio "La Pelanda" (Piazza Orazio Giustiniani), il 10 gennaio alle ore 22.00, l’ 11 gennaio alle ore 19.00 e il 12 gennaio alle ore 20.30.
 
Si tratta del racconto di tre donne nella Catania del ‘68, donne che fanno cose da femmine. Recluse nei perimetri dei propri ruoli di genere e degli spazi, in cui la società le ha relegate. Una zitella, tutta casa e chiesa, baciapile e bacchettona, intollerante e maschilista. Una donna sposata con un uomo che non c’è mai perché si spacca la schiena, ma non le fa mancare nienteUna donna sposata con un imprenditore e che, a differenza delle altre due, inizia a sentire dentro di sé un desiderio di indipendenza e comincia a non sopportare più la subordinazione nei confronti del marito.
 
Fuori e lontana c’è la Catania che cresce, si allarga, s'allonga, si stira, come un pane in pasta, la Catania dei cantieri edili, con l’ambizione e la speranza di diventare la Milano del SudL’infelicità di queste donne ci appartiene, nonostante la storia sia ambientata nel ‘68, perché ci accorgiamo che dentro quel racconto ci siamo anche noi, qui e ora, in questo 2018, inverno del nostro scontento
 
A poche ore dalla prima messinscena romana incontriamo il regista Nicola Alberto Orofino.
Alberto, quale ragione ti ha spinto a portare in scena questo lavoro?
 
Lo spettacolo nasce da una studio fatto assieme ad un gruppo di attori sul '68 catanese. Anche nel profondo Sud, come del resto in Italia e in Europa, la contestazione, l’occupazione delle università, se pur di breve durata, produssero ragionamenti, immaginari, progetti di cambiamento nei campi della politica, della cultura, dei costumi. Ma interi strati sociali, e in particolare i ceti più popolari e le donne, anche quelle più culturalmente elevate di quelle che a Catania popolano "i quatteri", saggiarono poco o niente dei ragionamenti rivoluzionari che invece occupavano tanto i salotti borghesi. La vita per loro ha continuato a scivolare come sempre dentro le proprie case, gabbie ordinate e pulite. Dividersi tra marito, suoceri, figli e zii, spesso con l’aggravio di angherie, condizionamenti e violenze era percepito come l’unica possibilità per la propria vita. Così tra sofferenze intime e sorrisi finti, la vita “felice” di queste donne continuava a scorrere fino alla fine delle loro esistenze. La Felicità nasce con l’intento di raccontare queste donne, troppo dimenticate nei festeggiamenti, per la verità un po’ grotteschi, dei cinquant’anni dal '68.
 
La Felicità è uno spettacolo “al femminile” e racconta una storia di emancipazioni ed emancipazioni mancate. Oggi le donne vivono ancora un’urgenza “emancipazione”? Vivono ancora in strutture sociali e familiari maschiliste?
 
Basta fare un giro nella Catania dei “quatteri” e ci si rende immediatamente conto che le vite raccontate dalle nostre mamme o dalle nostre nonne sono ancora lì, immutate bloccate e solidissime. Detto questo però bisogna intendersi su cosa possa significare “urgenza di emancipazione” oggi. Le elaborazioni intellettuali e contestatarie, dal '68 ai nostri giorni, ci hanno lasciato tanto in termini legislativi e culturali. E oggi le possibilità di riscatto ci sono. Ma non possiamo nasconderci che in certe realtà si tratta di un percorso difficile, faticoso, che le donne possono compiere solo attraverso lotte solitarie e poco sostenute. Percorsi che richiedono in certe situazioni veri e propri atti di eroismo. Questa la ragione per cui manca in tante di loro una vera e propria assunzione di responsabilità per un vero riscatto. La conseguenza più immediata è che le strutture familiari e sociali di certi contesti permangono fortemente maschiliste. Mi sembra che sia questo il punto. Un misto di ignoranza e apatia, di solitudine e consuetudini ataviche portano le vite di certe donne di ieri, come di oggi, ad accettare che le loro esistenze siano totalmente gestite dagli uomini. Che forse la ricerca della propria felicità non possa risolversi nel declinare ogni responsabilità sulla propria vita? Si può essere veramente felici così? La felicità è un pensiero di rivoluzione, ma può anche essere un rimedio per evitarla… la rivoluzione.
 
L’emancipazione di cui narra il tuo spettacolo riguarda anche la città di Catania che, alla fine degli anni ‘60, sembrava destinata a diventare la Milano Glam del Sud Italia. Leggendo in prospettiva quel che è accaduto negli anni, Catania è oggi una città emancipata o ha definitivamente perso l’occasione di emanciparsi? E quali sono le responsabilità del fallimento del promesso boom degli anni '70?
 
Catania è una città alla ricerca perenne di felicità. Ma è una felicità di consumo, istantanea, che procura ebbrezze forti e momentanee. Catania è una città semplicemente disinteressata al riscatto. Non mi pare che abbiamo perso occasioni, perché una reale volontà di emancipazione dalla malavita, dal malaffare, da tutto ciò che è brutto e sporco è sempre stata soffocata. Ciclicamente è sembrato (è successo negli anni ‘70, all'inizio degli anni '90) che fermenti di rinnovamento potessero radicarsi. Abbiamo tante volte, troppe, parlato di rinascita, di primavera, di ripresa, di risveglio… Fuochi di paglia. La totale incapacità di una prospettiva lunga impedisce qualsiasi ipotesi progettuale. Catania ha dimostrato di interessarsi solo di felicità a basso costo. Non voglio rassegnarmi a ciò che è sempre stato. Ostinarsi a raccontare la propria comunità, può essere un tentativo piccolo ma concreto di sovvertire decenni di fallimento.
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All'Off/Off Theatre di Roma va in scena, fino al 13 gennaio, Salvatore Sasà Striano con il suo spettacolo dal titolo Il giovane criminaleGenet/Sasà.
 
Il lavoro è ispirato al Giovane criminale di Jean Genet, il monologo con cui Salvatore Sasà Striano si rivolge direttamente agli spettatori, provocandoli e spingendoli alla comprensione della realtà criminale e carceraria. Un invito ad aprire gli occhi su verità dimenticate o ignorate. Sono quelle verità che Sasà racconta agli spettatori, a ruotare costantemente intorno alla vita di un giovane criminale, che nasce e cresce miezz'a vie, proprio com'è accaduto a se stessoCome Genet, Striano indicherà la via d'uscita che egli ha imboccato, la via definita dalla capacità salvifica dell'arte, della poesia, della letteratura e soprattutto, del teatro.
 
Incontriamo Sasà Striano a due giorni dal debutto romano per saperne di più sul suo spettacolo. 
 
Sasà, come mai hai sentito l’esigenza di portare in scena un lavoro ispirato a Genet? 
Perché l’amico mio Genet è stato più volte imbavagliato sia per limitarne la libertà d’espressione sia per frenarne la libertà sessuale. E darò voce sempre alla sua anima!
 
Il giovane criminale è anche un lavoro teatrale sulla verità e sulla necessità di fare i conti con le verità che il mondo borghese preferisce ignorare o rimuovere. Guardare in faccia le verità, anche le più scomode, ci libera o ci danna? Qual è la verità più scomoda con cui Sasà ha dovuto fare i conti? 
 
Guardare in faccia le nostre verità non potrà mai essere una cosa dannosa ma anzi liberatoria. Se non guardi in faccia la tua verità non puoi liberarti. Quindi dobbiamo gridarle sempre più forte e senza vergogna. Personalmente, poi, non credo che esistano verità scomode. Le bugie sono scomode, perché facciamo fatica a nasconderle e ci mettono in pericolo.
 
Da quale pregiudizio dobbiamo liberarci per poter guardare in maniera più autentica la vita?
 
Le persone che hanno pregiudizi vivono in carcere. Sono in galera con sé stessi. Si creano delle prigioni dentro di loro.
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Sarà ancora aperta al pubblico fino al 7 dicembre, presso Officine Fotografiche a Roma, la retrospettiva fotografica che Lina Pallotta, da sempre attratta dalla cultura underground e dalle storie di rivalsa e riscatto, ha dedicato all’amica e attivista Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo internazionale e presidente onoraria del Movimento Identità Trans (Mit).

La mostra, che intreccia evocazioni biografico-affettive con le trasformazioni socio-culturali della società contemporanea, è un’occasione importante per riflettere sulla potenza dell’immagine e sul valore dell’esperienza, ora umana e ora artistica, che si realizza nel sodalizio tra due sguardi profondi: quello di Lina Pallotta e quello di Porpora Marcasciano.

Incontriamo Lina Pallotta per avere qualche notizia in più sulla mostra.

Lina, se dovessi restituire, in maniera sintetica, il senso  della mostra fotografica su Porpora, cosa ti sentiresti di dire?

È un viaggio personale nella vita di Porpora: una visione, intima, personale e soggettiva. Un tentativo di restituire attraverso questo approccio una visione che restituisca una dimensione umana e complessa a una figura e a un mondo, marginalizzato e stereotipato dalla maggior parte delle immagini che lo rappresentano. 

Quanto deve, a tuo parere, l’emancipazione sociale e culturale di questo Paese a Porpora  Marcasciano? 

Questa è una domanda difficile per me, perché non voglio dire cose imprecise. Le figure che rappresentano il variegato paesaggio dei movimenti possono rispondere in maniera adeguata meglio di me. Personalmente penso che Porpora e tante altre figure e associazioni, hanno determinato un cambiamento profondo e positivo del panorama socio-culturale del nostro Paese. L'attivismo, le lotte hanno cambiato leggi che penalizzavano e ghettizzavano queste categorie. Nonostante ci sia ancora tanto lavoro da fare, il muro di segretezza e paura della mia infanzia è crollato.

Porpora, oltre al suo lavoro di attivismo attraverso il Mit e altre situazioni, ha contribuito con i suoi libri a diffondere verità sul tema e a dare voce e dignità a tante persone che hanno fatto la storia e l'hanno cambiata. Le narrative dal basso sono la fonte a cui Porpora attinge e anche il mio approccio al tema. 

Tra gli scatti che sono presenti nell’allestimento, quale credi sia più rappresentativo o a quale sei più affezionata umanamente e artisticamente? 

Non ho scatti preferiti e ho difficoltà a scegliere un singolo scatto. Anche la selezione delle immagini presenti nella mostra è stato un processo complicato per me. Lavoro su storie e quindi l'insieme per me è sempre più importante del singolo scatto. Credo nella costruzione di uno spazio visivo dove le persone possano usufruire di una visione ampia e libera di mondi che non sempre conoscono.  

Infine, come definiresti la tua fotografia? Che valore credi di poterle attribuire? 

La mia fotografia si inserisce all'interno della tradizione documentaristica, personale, soggettiva e intima. Credo che solo la vicinanza e i momenti di intimità possano restituire brandelli di verità difficili da cogliere data la sovraesposizione mediatica del nostro momento storico. Ovviamente è complicato attribuire alla mia fotografia del valori, preferisco lasciare agli altri questo compito. Siamo in tanti ad attribuire al nostro lavoro concetti e virtù che sono solo nella nostra testa! Posso solo sperare che attraverso le mie immagini, le persone sentano il bisogno di rivalutare i loro pregiudizi, di avvicinarsi  e cercare informazioni approfondite e specifiche sul tema.

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Tra le iniziative per la Giornata Mondiale contro l’Aids (1° dicembre) è stato presentato ieri a Roma, presso la Federaziona Nazionale della Stampa, il progetto nazionale We Test - Mettiamo la salute in circolo, che prevede il test rapido Hiv nei circoli Arco e nelle associazioni Lgbti.

A intervenire, fra gli altri, alla conferenza stampa di presentazione Roberto Dartenuc (presidente di Arco), Sebastiano Secci (presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Giulio Maria Corbelli (vicepresidente di Plus Onlus), Michele Breveglieri (Arcigay), lo storico miliante del movimento di liberazione omosessuale Vanni Piccolo.

L'iniziativa si svilupperà in oltre 15 città, con 9 associazioni coinvolte e oltre 3000 test previsti in più di 30 fra circoli e associazioni locali, direttamente nei luoghi di ritrovo della collettività Lgbti. L'obiettivo - si legge nel comunicato congiunto - è quello di ampliare la possibilità di fare il test, diffonderne la periodicità, contrastare il ritardo nella diagnosi da Hiv, tra i principali responsabili della continua diffusione del virus.

Tra le novità dell'iniziativa l'ampio partenariato che sostiene il progetto, che include anche associazioni non strettamente legate alla prevenzione nel gruppo MSM (maschi che fanno sesso con maschi): ArcigayArc Onlus, Arco - Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali, Asa - Associazione Solidarietà Aids MilanoCircolo di Cultura Omosessuale Mario MieliIreos - Comunità queer autogestitaNps Italia OnlusNudi - Nessuno Uguale Diversi InsiemePlus Onlus.

Il tema principale secondo i promotori, che riprendono i dati dell'Istituto Superiore di Sanità è quello delle diagnosi tardive, dovute all'assenza di una cultura del test abituale.

«Oltre la metà (55,8%) delle persone che hanno avuto una diagnosi di infezione da Huv nel 2017 (3443) aveva già il sistema immunitario compromesso (definito come un numero di cellule CD4 inferiore a 350). Inoltre - proseguono - va rilevato che tra le motivazioni che hanno indotto le persone con nuova diagnosi Hiv a fare il test, si registra una percentuale stabile (32%) di persone che lo hanno fatto a seguito di sintomi Hiv correlati, mentre solo un 26% lo ha fatto in seguito a comportamenti a rischio infezione

Tutto questo rappresenta una situazione critica di grave rischio per la salute: se diagnosticata per tempo l’infezione da Hiv è perfettamente gestibile con la terapia antiretrovirale (che può rendere il virus non trasmissibile), mentre in caso contrario compromette il sistema immunitario e diventa più facilmente trasmissibile».

Come ribadito dai promotori in conferenza stampa, We Test mira a rendere strutturali esperienze di collaborazione già rodate sul territorio per raggiungere le persone direttamente nei luoghi di ritrovo, ampliare la possibilità di fare il test e ottenere informazioni sulla salute, sensibilizzare alla periodicità dei test in strutture pubbliche e associative». 

L’iniziativa si svilupperà in tutto il 2019 e vedrà per la prima volta un'azione coordinata di monitoraggio e raccolta dati su scala nazionale.

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Da mercoledì 28 novembre a domenica 9 dicembre, l’Off/Off Theatre, il nuovo spazio teatrale romano di via Giulia con la direzione artistica di Silvano Spada, ospiterà Carta Straccia di Mario Gelardi: unas storia romantica, ambientata nella Roma del 1968, con Pino Strabioli, Sabrina Knaflitz e Barnaba Bonafaccia e le musiche di Carlo Vannini.

I protagonisti di Carta Straccia sono Teresa e Agostino, due fratelli immersi nel loro laboratorio di carta artigianale, molto lontani dagli accadimenti rivoluzionari del ‘68 che cambieranno nel profondo il volto del mondo. Teresa e Agostino saranno sorpresi dall’inatteso arrivo del giovane e bellissimo Remo, un nipote che rivoluziona le loro vite ma cela un terribile segreto, destabilizzante come la rivoluzione che avanza.

Per sapere qualcosa in più sullo spettacolo, abbiamo incontrato Pino Strabioli che porta in scena il personaggio di Agostino, un omosessuale che ama Patty Pravo e vive con la sorella, vivendo ora con timidezza, ora con disinvoltura, il proprio orientamento sessuale.

Il protagonista di Carta Straccia è Agostino, omosessuale che vive la propria sessualità alla fine degli anni 60 e tu ne sei l’interprete. Come descriveresti il tuo personaggio? Cosa ti sentiresti di dire a quanti, come Agostino, hanno vissuto la propria omosessualità in una società certamente più omofoba di quella attuale?

Mario gelardi mi ha fatto un altro regalo, dopo il sartino del nostro fortunato precedente spettacolo (L’abito della sposa) questa volta ha creato per me Agostino, un operaio della carta nato negli anni ‘20 che alle soglie dei cinquant’anni si trova a fare i conti con lo scorrere di un’esistenza fatta di lavoro, famiglia e fughe notturne alla ricerca di emozioni erotiche. Siamo nel 1968 e per lui non era certo facile vivere appieno la propria omosessualità. Ha un rapporto morboso con una sorella e nutre un amore smodato per Patty Pravo che in quell’anno infilava un successo dietro l’altro.

Erano anni di rivoluzione per alcuni, di fatica per altri. Era un’Italia sicuramente più omofoba sotto certi aspetti ma forse più rilassata sotto altri. Anche oggi, in alcuni angoli del Paese, purtroppo, continuano ad esistere situazioni faticose, a volte addirittura inaccettabili da vivere.

La nostra è una commedia che mischia la tenerezza alla risata, la solitudine all’evasione, attraverso la musica.

La pièce tocca in maniera brillante le dinamiche “insane” ed esasperate che si manifestano all’interno dell’ambiente domestico. Insomma, è giusto pensare che Carta Straccia, col sorriso sulle labbra, voglia anche suggerirci che tutte le famiglie, pure quelle tradizionali, possono diventare luogo di recriminazioni ed egoismo? 

Assolutamente sì, in quella casa-laboratorio si consumano dinamiche insane e prepotenti, come spesso accade nella tipica famiglia italiana, quella tradizionale, quella “perfetta”.

Lo spettacolo ci racconta anche la “potenza” della bellezza fisica che seduce e conquista tutti, rivelandosi poi in tutta la sua natura violenta. Quanto conta, secondo te, la bellezza nel successo personale di un individuo?

Il tema della bellezza vuole essere e un omaggio al grande Palazzeschi: il giovane Remo che irrompe nella vita delle mitiche Sorelle Materassi. Ma anche l’illusione di poter possedere la bellezza, in qualche maniera comprarla, è un gioco teatrale toccante, violento e comico. Comunque sì, oggi sembra che la bellezza conti molto, ma per fortuna contando contando non si arriva mai a cento....passata una bellezza ecco che ne arriva un’altra. Come diceva l’indimenticabile Bette Davis, la bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza: dura.

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Decine di migliaia, soprattutto donne, le persone che stanno partecipando a Roma alla manifestazione nazionale, partita alle 14:00 da piazza della Repubblica. Promosso da Non una di meno, il corteo viene a cadere alla vigilia della Giornata internazionale per l'eliminazione della la violenza sulle donne

Secondo l’aggiornamento statistico curato da Eures – Ricerche economiche e sociali, sono state 106 le donne uccise in Italia nei primi dieci mesi del 2018. Dall’1 gennaio al 31 ottobre 2018, in riferimento al totale degli omicidi commessi in Italia, i femminicidi sono saliti al 37,6% rispetto al 2017, quando erano al 34,8%. I dati mostrano che le violenze avvengono in famiglia (il 79,2%) e in coppia (il 70,2%).

Sulla base invece dei dati Istat (che per la prima volta ha svolto l'indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza della Rete D.i.Re in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità, le Regioni e il Consiglio nazionale della ricerca), le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152; di queste 29.227 hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Il 26,9% delle donne che si sono rivolte ai centri sono straniere e il 63,7% ha figli, minorenni in più del 70% dei casi.  

Tante le sigle presenti alla manifestazione di Roma. Tra queste la Casa Internazionale delle donne, la Rete D.i.Re, molti collettivi della sinistra e anche una delegazione dell'Anpi.

Numerose, inoltre, le associazioni Lgbti partecipanti, che in mattinata si sono incontrate, presso la sede del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli in via Efeso, per una prima riunione di movimento: dal Mit a Di’ Gay Project, da Gaycs a Famiglie Arcobaleno, dal Coordinamemto Torino Pride al Mieli, da Gaynet ad Arco, da Omphalos Lgbti Perugia a Il Cassero di Bologna, da Antinoo di Napoli ad Agedo finoad Arcigay.

Una sola voce per dire no alla violenza di genere e a un progetto di legge, lesivo della dignità delle donne, qual è quello del senatore gandolfiniano Simone Pillon sull’affido condiviso. 

In tutta Italia sono in corso cortei e manifestazioni. In serata, infine, in molti Comuni saranno illuminate di arancione le facciate dei Municipi.

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Sarà presentato il 3 dicembre a Roma, presso Cappella Orsini (via di Grotta Pinta, 21), il volume collettaneo Infami macchie. Sessualità maschili e indisciplina in età moderna.

A intervenire, oltre al padrone di casa Roberto Lucifero, Vincenzo Lavenia (professore associato di Storia moderna, Università degli studi di Bologna), Vincenzo Lagioia (assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Università degli studi di Bologna), la senatrice Monica Cirinnà (Pd), il deputato Ivan Scalfarotto (Pd). Modererà il dibattito il caporedattore di Gaynews Francesco Lepore.

Curato da Fernanda Alfieri e Vincenzo Lagioia, Infami Macchie si compone di sei contributi, redatti da storici del mondo accademico nazionale sulla base di un ampio materiale documentale proveniente da archivi italiani ed europei.

Essi consegnano al pubblico di lettori, non solo specializzati del settore, pagine interessanti di indagine sui sui modi in cui la sessualità, nei secoli dell’era moderna, si è espressa o spesso si è repressa. Storia sociale e storia religiosa. Ma anche storia di genere che analizza, attraverso le carte processuali, l’identità maschile nella sua formazione e nel suo modo d’essere.

Dalle prediche del santo domenicano Vincenzo Ferreri, caratterizzate dalle retoriche narrative richiamanti il disciplinamento dei costumi e accompagnate dalle pratiche odiose del fuoco purificatore che tocca e annienta le vite di sodomiti senza nome, alle molestie criminali del confessore e teologo del granduca Ferdinando I de’ Medici.

Saggi che rivelano con estrema attualità le pratiche di controllo sulle vite di uomini e donne ai quali non viene data altra possibilità d’essere che quella richiesta dalla società nel suo bacio con la religione. Vite e ruoli di persone che, in base al ceto, ricevono trattamenti più o meno tutelanti rispetto ai crimini commessi.

Ancora una volta l’attualità è stringente. Coprire per non punire il reo. Interessante appare la modalità attraverso la quale si ingaggia una resistenza verso il potere costituito attraverso il racconto licenzioso e sovversivo che coinvolge addirittura i progenitori Adamo ed Eva. Quale fu il peccato commesso da loro?

Un ambasciatore omosessuale bloccato nella sua carriera diplomatica a motivo di una fama evidentemente considerata cattiva e strumentalizzata politicamente. Ancora, il racconto di vicende riguardanti due religiosi indisciplinati che male sopportano il celibato e le sue regole ferree che trasgrediscono attraverso pensieri e pratiche licenziose.

Gli autori dei saggi, nella messa in scena delle diverse storie, permettono al lettore di entrare in un mondo che, se da un lato appare cronologicamente distante, dall’altro ci riporta al centro della dimensione problematica di una sessualità spesso non vissuta. I temi, quindi, che in qualche modo si richiamano nelle pagine di ricca documentazione, sono quelli di una sessuofobia e omofobia diffusa come pure quelli di pratiche sessuali lesive verso persone più deboli per età e per posizione sociale.

Un libro che permette di discutere di temi diversi e attuali in una prospettiva seria di indagine storiografica. Indagine che aiuta maggiormente a non dimenticare ciò che la pratica sistematica di repressione dei sentimenti, delle emozioni e delle sessualità può comportare.

Se in piena epoca moderna il peccato, considerato tale, della sodomia o di una sessualità non disciplinata secondo i canoni sociali e religiosi, costituiva reato, ancora oggi nella contemporaneità le forme, in cui l’identità si esprime attraverso i suoi modi, costituisce peccato e, in molti Paesi, reato.

Un libro che ci aiuta a non dimenticare ciò che è stato e ciò che ancora è.  

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Sono ben 369 le persone uccise per odio transfobico dal 1 ottobre 2017 al 30 settembre 2018, di cui la maggioranza assoluta sono donne trans. 44 casi di omicidi in più rispetto al precedente anno, che ne aveva registrato 325. Senza dimenticare, però, che «queste vittime – come rilevato giorni fa da Cristina Leo, portavoce di Co.LT (Coordinamento Lazio Trans) – sono solo la punta di un iceberg, perché in molti Paesi non c’è una registrazione dei casi e alle vittime viene attribuito semplicemente il genere assegnato alla nascita, ignorando di fatto la loro vera identità».

Secodo l’analisi del Trans Murder Monitoring Project, curato dal Tgeu e dalla rivista accademica Liminalis, il numero maggiore di omicidi di persone trans è avvenuto in Brasile (167), subito seguito da Messico (71), Usa (28) e Colombia (21). In Europa l’Italia è al secondo posto con cinque casi di transfemminicidio.

In loro ricordo è oggi celebrata la Giornata della memoria transgender o Transgender Day of Remembrance. 

Fissata al 20 novembre da Gwendolyn Ann Smith in ricordo dell’omicidio della donna transgender afroamericana Rita Hester (assassinata il 28 novembre 1998 ad Allston nel Massachusetts), l’annua celebrazione si configura, per l’appunto, quale memoria attiva delle tante persone uccise per odio o pregiudizio transfobico. All’iniziale progetto web Remembering Our Dead si aggiunse una veglia a lume di candela, tenutasi per la prima volta nel 1999 a San Francisco.

Attualmente il TDoR viene osservato in centinaia di città di oltre 20 Paesi ed è caratterizzato da una serie di eventi che, coprendo in taluni casi più giorni, sono volti non solo a commemorare le vittime della transfobia ma a sensibilizzare la pubblica opinione sulle sofferenze di chi è discriminato per la propria identità di genere.

In Italia la Giornata delle memoria transgender è celebrata in vari capoluoghi. Ma è indubbiamente Torino a imporsi per le numerose iniziative al riguardo. Punto centrale delle celebrazioni resta la Trans Freedom March che, giunta alla 5° edizione e organizzata dal Coordinamento Torino Pride in collaborazione con Sunderam Identità Transgender Onlus (alla cui presidente Sandeh Veet si deve l’ideazione nel 2014), è stata quest’anno celebrata il 17 novembre.

Una marcia, quella torinese, che si riannoda alla fiaccolata tenutasi ieri in piazza del Gesù a Napolidove per inizitiva di Atn (Associazione Transessuale Napoli) e col sostegno del locale comitato Arcigay le persone transgender sfilano, in occasione del TDoR, a partire dal 2009.

Sempre a Napoli, nell'ambito della prestigiosa rassegna letteraria Poetè, ideata e diretta da Claudio Finelli, avrà luogo, giovedì 22 novembre, lo Speciale TDoR con Paola Nasti, autrice di Cronache dell'antiterra, e Giovanna Cristina Vivinettola cui raccolta Dolore Minimo ha attirato l'attenzione e la stima di un grande poeta e intellettuale quale Franco Buffoni. Interveranno anche Paolo Valerio (presidente Fondazione Genere Identità Cultura) e Daniela Lourdes Falanga (delegata Arcigay Napoli per le Politiche Trans).

A Roma, invece, la tradizionale candlelight si è tenuta, domenica 18, presso la stazione Termini. La manifestazione in forma stanziale è stata organizzata dal Co.LT in collaborazione col Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.

A Bologna l’appuntamento è per stasera, alle 19:00, in piazza del Nettuno. A presentare ieri in conferenza stampa la manifestazione, strettamente correlata alla mostra di video arte internazionale Transitional State (che si terrà presso la LABS Gallery Arte Contemporanea in via Santo Stefano, 38 dal 22 novembre all’8 dicembre), l’assessora comunale alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria, la presidente del Mit Nicole Di Leo, la presidente onoraria dell’associazione Porpora Marcasciano. A Porpora è fra l’altro dedicata l’omonima mostra fotografica che, in corso a Roma, presso Officine Fotografiche, fino al 7 dicembre, raccoglie gli scatti realizzati tra gli anni ’70 e ’80 da Lina Pallotta.

Altre manifestazioni previste in serata sono da segnalare a Genova (alle ore 18:00, in piazza Don Andrea Gallo, per iniziativa di Associazione Rainbow Pangender Pansessuale Genova-Liguria Gaynet in collaborazione con Coordinamento Liguria Rainbow, Associazione Princesa e Comunità di San Benedetto al Porto); a Padova (alle ore 18:00, in via VIII Febbraio, per iniziativa del locale comitato Arcigay e in collaborazione con SAT – Servizio Accoglienza Trans e con il Comune di Padova, Coro Canone Inverso, Kosmos, Anteros Padova); a Verona (alle ore 19:30 in piazzetta Scalette Rubiani per iniziativa del Circolo Pink, Nudm Verona, Sat Pink, Arcigay).

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In vista del TDoR Transgender Day Of Remembrance (20 novembre), giornata internazionale di commemorazione delle vittime della transfobia, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli con il Co.LT (Coordinamento Lazio Trans), costituito da Associazione Libellula, Beyond Differences Onlus, Gruppo Amati, Sportello Lili e Tgenus Lazio, organizzano a Roma una manifestazione stanziale per porre all’attenzione dei media e della società civile il tema dei diritti negati alle persone trans e sulle violenze perpetrate ai loro danni. 

La giornata del Tdor è fondamentale per la lotta contro il pregiudizio e la transfobia e a sostegno dei diritti civili delle persone trans. Non si tratta solo di un momento di denuncia della violenza di cui sono vittime le persone trans nei vari Paesi del mondo, ma anche un’occasione per riflettere sui diritti negati, sui pregiudizi e sulle discriminazioni che le persone trans incontrano ancora oggi in ogni aspetto della vita quotidiana: in famiglia, a scuola, nelle università, nel mondo del lavoro. 

Dal 1 ottobre 2017 al 30 settembre 2018 sono state 369 le persone trans e gender variant uccise nel mondo, nella maggioranza assoluta dei casi le vittime sono donne trans, si tratta di veri e propri femminicidi, che molto spesso non assurgono alle cronache.

Per Cristina Leo, portavoce del Co.LT, «queste vittime sono solo la punta di un iceberg, perché in molti Paesi non c’è una registrazione dei casi e alle vittime viene attribuito semplicemente il genere assegnato alla nascita, ignorando di fatto la loro vera identità».

Come dichiarato da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, «più volte negli ultimi mesi abbiamo denunciato il clima pesante che stiamo vivendo nel nostro Paese. Aggressioni e minacce ai nostri attivisti,  alle sedi delle nostre associazioni, discriminazioni sui posti di lavoro, nella ricerca di una casa. Le persone trans sono purtroppo le prime a subire quotidianamente il peso della discriminazione, arrivando troppo spesso a perdere la vita per mano dell’odio transfobico.

È dovere di tutta la nostra comunità lottare in prima linea e, per questo, domenica, insieme alle amiche e agli amici del Co.LT ricorderemo ancora una volta tutte le vittime dell’odio transfobico. Abbiamo il dovere di esserci, non possiamo e dobbiamo lasciare indietro nessuno».

Al riguardo sempre Cristina Leo ha dichiarato: «Sarà l’occasione per chieder giustizia per Ximena Garcia e per tutte le vittime dimenticate della transfobia e della transmisoginia».

All’evento sarà presente Valeria Catania, che presenterà l'installazione Le pagine che non ho scrittoSecondo l’artista «la battaglia contro la transfobia e l’omofobia deve partire dal mondo dell’arte. È una strage continua, in Italia e a Roma, quella che registriamo ogni giorno: e chi sopravvive alle violenze subisce per tutta la vita le conseguenze di atti che mortificano la sensibilità di ogni essere umano.

La lotta della cultura contro l’ignoranza della sopraffazione e del disprezzo, e anche del bene contro il male, deve avere come protagonisti coloro che ogni giorno creano grazie alla loro mente quadri, sculture, danze, musiche, spettacoli, film. Lo scrittore sudcoreano ha detto che “la bellezza dell'arte salva dalla crudeltà della vita". Facciamoci tutti promotori di questo messaggio, non lasciamo altro spazio alla violenza. L’arte ci salverà: può salvare l’umanità. Dobbiamo volerlo, con tutte le nostre forze».

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