Complice soprattutto la mancanza d’informazione, le persone Hiv positive continuano a essere colpite da stigma e pregiudizi. Per abbattere in maniera originale attraverso l’arte lavorano i Conigli Bianchi. Associazione di persone sierocoinvolte che attraverso il fumetto e progetti artistici «hanno dichiarato guerra a un mondo che odia e teme la sieropositività».

Per saperne di più, abbiamo contattato Luca Modesti, “artivista” dei Conigli Bianchi.

Luca, puoi dirci attraverso la tua esperienza associativa come le persone eterosessuali vivono la sieropositività? Hai qualche esempio da raccontare?

Pur essendo la possibilità di contagio trasversale, il mondo eterosessuale si ostina a non sentirsi chiamato in causa quando si parla di Hiv. Dei circa 150mila sieropositivi italiani il 44% è eterosessuale e il 40% omosessuale. Un dato che non dovrebbe stupire ma che, non essendo il nostro Paese per metà omosessuale, racconta un'incidenza che riguarda da vicino anche la popolazione Lgbt.

I pregiudizi secondo i quali il virus sia appannaggio di una categoria specifica fanno sì che le persone non si proteggano e privino, in primis, gli eterosessuali degli strumenti per evitare oppure gestire un’eventuale diagnosi positiva. L’imbarazzo, la fiducia cieca (che si pretende e si concede anche quando non si fa un test da anni) e la faticosa negoziazione sull’uso del profilattico sono elementi, ad esempio, che aggravano la posizione di vulnerabilità delle donne, che nella maggioranza dei casi contraggono l’Hiv proprio dal marito o dal partner stabile.

Da sieropositivo quali sono per te e secondo la tua esperienza i punti di forza e di debolezza di questa condizione?

Per me è stato come scalare una montagna: faticoso ma adesso che sto sulla cima la vista mi ripaga di tutto. Credevo potesse isolarmi dagli altri o fratturarmi irreparabilmente, ma ho scoperto che mi ha avvicinato sia a me stesso sia al mio partner. Al netto dei giochi di parola, è un bilancio ‘positivo’.

In termini di stigma e pregiudizio quali sono le prime risposte che si hanno quando si dice di essere sieropositivo (amici, famiglia, lavoro)?

Il coming out ‘sierologico’ assomiglia agli altri coming out: le reazioni non sono mai scontate. Di certo il livello di ignoranza è altissimo e la sieropositività spaventa ancora come se fossimo negli anni ‘90. Di tutti i fronti caldi che illustriamo attraverso il progetto Conigli Bianchi, ce n’è uno su cui insistiamo sempre: nel 2017 una persona sieropositiva e in terapia non è infettiva. Per quanto stupore e diffidenza questa informazione possa generare, la comunità medica mondiale ha convenuto da anni che chi si cura correttamente ha una possibilità di trasmettere il virus pari allo 0%. Sono convinto che la lotta allo stigma sia l’altra faccia della prevenzione, perché alimentare la paura non serve, mentre abbattere il tabù può fare la differenza.

Il tema dell’Hiv è al centro di un film come 120 Battiti al Minuto, interessato da non poche polemiche. Che cosa ne pensi e quale considerazione puoi fare sul divieto ai minori di 14 anni? 

Amo questo film, ma ti premetto che il mio livello di coinvolgimento è alto, vivendo io con Hiv e militando in Act Up London. Trovo che renda giustizia a un movimento politico avanzato e riesca, pur essendo un’opera di finzione, a non infantilizzare l’attivismo come spesso fa il cinema. Rispetto ad altri film che hanno trattato il tema, ha il merito di rompere il binomio Hiv=morte e sostituire al pietismo la vitalità dei corpi, all’impotenza l’azione.

A chi ha posto il divieto ai minori di 14 anni ricorderei che la pubertà inizia a 11 anni e che il fatto che in Italia non si faccia educazione sessuale e affetiva è un dato di arretratezza culturale che si riflette nei comportamenti di tutti. 

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Si è tenuta stamane presso l'Hotel Sofitel Roma Villa Borghese la conferenza stampa del film 120 Battiti al Minuto, che sarà proiettato in anteprima questa sera presso il Cinema Eden alla presenza del regista e del cast 

La pellicola, che uscirà in Italia il 5 ottobre, è stata scritta e diretta da Robin Campillo. Siamo a Parigi nei primi anni '90 del secolo scorso: gli attivisti di Act Up (associazione nata nel 1989 nella capitale francese) lottano per rompere il silenzio sull’epidemia di Aids che proprio in quegli anni vede mietere numerose vittime. Su questo sfondo si dipana la storia di Nathan che decide di unirsi ai volontari di Act Up e condividere con loro anche azioni di protesta spettacolari. Azioni che sono una riprova della rabbia verso un establishment, la cui passività e i pregiudizi avevano prodotto una gestione irresponsabile di ciò che stava accadendo.

Una passività, un pregiudizio, uno stigma che comunicavano anche un messaggio sbagliato relegando “la malattia” solo alle persone omosessuali, drogate o a quelle che vivevano fuori dalla “regole”. È un film sulla presa di coscienza e della partecipazione attiva delle persone sieropositive e non solo. L’azione concreta di un'associazione che si era resa conto che la comunità sociale e non solo andava istruita. Vi era la voglia di essere visibili e tutto avveniva anche nel limite della legalità. E questo limite diveniva la forma più importante per far sentire la propria voce. Il film è stato selezionato per rappresentare la Francia ai Premi Oscar 2018 nella categoria Miglior film straniero. Lo stesso presidente della giuria  Pedro Almodóvar ha espresso la sua commozione. 

Presenti alla conferenza stampa, abbiamo chiesto al regista Robin Campillo:

Secondo lei qual è oggi rispetto al passato l’esperienza della sieropositività?

Dobbiamo dire che all'epoca avere una diagnosi di sieropositività e di Aids era una come una sentenza senza futuro e molte erano le difficoltà che le persone avevano per andare a fare il test, perché la paura era terribile. Anch'io subii questa paura. E il silenzio cadeva non solo fra le altre persone sieropositive ma anche nella stessa comunità Lgbti. Essere sieropositivo oggi è meno problematico: dà meno inquietudine e più che nel passato si vive e si può vivere.

Tuttavia le persone hanno paura di andare a fare il test, comprese quelle che avevano 20 anni all'epoca dei fatti. C’è bisogno di una maggiore comunicazione e dare maggiori informazioni sulla prevenzione, sulle diagnosi e sulle possibili terapie che sono molto avanzate. E, non dimentichiamo, inoltre, che oggi sussiste ancora un forte stigma nei riguardi delle persone sieropositive e omosessuali. Uno stigma che era assurdo nel passato e che lo è ancora di più oggi. 

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Antonello Dose, vero mattatore radiofonico con Il ruggito del coniglio su Rai Radio2, ha pubblicato da alcuni mesi una sua interessante autobiografia in cui, con la leggerezza e l’intelligenza che lo contraddistinugono, entra nelle pieghe anche più dolorose e sofferte della sua vita.

La rivoluzione del coniglio, pubblicato per Mondadori, è un vero e proprio talismano di consapevolezza in cui, anche attraverso il filtro della fede buddista secondo la pratica di Nichiren Daishonin, Dose si racconta e si mette a nudo, narrando anche la propria esperienza da omosessuale e da sieropositivo.

Incontriamo Antonello Dose qualche giorno dopo la presentazione del suo libro al Village di Padova.

Antonello, come mai hai deciso di scrivere La rivoluzione del coniglio? La parola scritta arriva più lontana di quella parlata alla radio?

Diciamo che un libro può arrivare a persone che non ascoltano il programma alla radio.

Qual è stata la rivoluzione più importante di Antonello Dose? Scrivere e raccontarsi, in un periodo di diffusa virtualità, può considerarsi un gesto rivoluzionario?

Il termine “rivoluzione” usato nel titolo del libro vuol essere una citazione dal romanzo La rivoluzione umana del mio maestro di vita, il leader buddista Daisaku Ikeda, che racconta di una vita spesa a propagare in tutto il mondo il buddismo di Nichiren Daishonin. Nella prefazione al romanzo Ikeda scrive: «Il cambiamento nel carattere di una singola persona, porterà al cambiamento di un intero Paese e alla fine dell’intera umanità»

La rivoluzione umana è qualcosa che avviene all’interno della mente e dei cuori delle persone. Se cambiano le menti e i cuori delle persone cambiano le società. La mia rivoluzione, negli anni, è stata trovare il coraggio di raccontarmi. Nella "diffusa virtualità" in genere ci si rappresenta molto ma ci si racconta poco.

La tua affettività e il coming out sono tra i cardini del libro. Il coming out è un gesto rivoluzionario? Cosa diresti a un adolescente che ha paura di vivere alla luce del sole il suo amore?

Questa estate italiana è stata così ricca di omofobia da far paura. In questo senso direi a un adolescente di andarci cauto. Magari, all’inizio consigliere di parlarne a persone fidate. Per il buddismo noi e l’ambiente siamo un fenomeno unico. Personalmente, ho sperimentato che se hai paura e resti nascosto, l’ambiente percepisce questo come una tua debolezza e tende a infierire. Crescendo, ho scoperto che nel momento che tu stabilisci con coraggio la tua libertà di essere, l’ambiente, al contrario, si inchina e ti rispetta.

Anche la sieropositività è un argomento che affronti nel libro. Nel nostro Paese, a proposito di rivoluzioni, quanto è rivoluzionario raccontare la propria vita da sieropositivo? C'è, a tuo parere, ancora un grande stigma verso le persone hiv+ e, soprattutto, esiste una buona informazione sulla necessità di usare il preservativo o prevale un atteggiamento superficiale?

Parlando della mia sieropositività mi sono reso conto di aver scoperchiato un tombino. Semplicemente, in Italia negli ultimi lustri non si è parlato affatto di hiv. Non capisco come le nostre autorità sanitarie abbiano potuto essere così superficiali. L’effetto è che sono in grande aumento i contagi tra giovanissimi e nelle coppie eterosessuali. #viveresereniconhiv è l’hashtag che mi sono scelto per rappresentarmi su Twitter. Attualmente, un paziente in terapia, controllato dai medici, è teoricamente non più contagioso. Questo dovrebbe far crollare quell’aura drammatica delle campagne sanitarie degli anni ’90 che hanno fatto passare la sensazione che anche i rapporti umani potessero essere contagiosi. Con le cure attuali è una sciocchezza, per sé e per gli altri, non farsi il test. Da tempo è disponibile un test salivare che dà il risultato in 15 minuti. Raccontando di me ho ricevuto dall’ambiente affetto, incoraggiamento e calore umano. È stato molto liberatorio. Ai ragazzi dico di continuare a usare il preservativo che resta il presidio più sicuro insieme alla PrEP (andatevi a informare online). Eviterete tutta una serie di altre seccature.

La parte dedicata alla tua fede buddista ha grandissima rilevanza nel tuo libro. Che posizione ha il buddismo rispetto all’omosessualità?

Nel buddismo si afferma che ogni persona è degna del massimo rispetto e che ha già in sé tutte le potenzialità della Buddità, che può ottenere in questa vita, nella forma presente. Questa premessa include ogni genere di persona a prescindere dal gender, la classe sociale e l’età. Ho trovato un grande conforto in questo insegnamento che mi ha donato dignità spirituale nell’incoraggiarmi nel fatto che ognuno di noi va bene così com’è.

Infine, sei stato recentemente ospite del Padova Pride Village. Che impressione hai ricevuto da questa che è, senza dubbio, una delle realtà più attive nella diffusione della cultura lgbt?

Ci si sente coccolati quando il gruppo che organizza lavora in unità. Padova è anche un piccolo miracolo nella cultura religiosa del Nord-Est. È aperta all’Europa, è ariosa. Credo che questo bel Village sia anche espressione delle nuove generazioni, più libere, più espresse. Una bella festa la fanno gli organizzatori ma anche la gente che ci partecipa.

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(continua)

C'è sempre un gran discutere di numeri. Mi puoi dire quali sono i dati quantitativi di infezioni da Hiv nel Paese e se questi dati sono cresciuti negli ultimi cinque anni?

Nel 2015 in Italia ci sono state 3.444 nuove diagnosi, di cui l’85,5% per via sessuale, etero (44,9%) e MSM (40,6%). Tra i giovani tra i 18 e i 25 anni, peraltro, questa proporzione è ribaltata: quasi la metà delle nuove diagnosi è tra i giovani MSM (49,3%), contro il 37,7% di etero. In generale c’è stata negli ultimi cinque anni una progressiva diminuzione delle nuove diagnosi, tranne che per gli uomini che fanno sesso con uomini (MSM), che sono invece aumentati. Sull’età si può poi rispondere in tre modi. In primo luogo quelli diagnosticati di più, sul totale delle nuove diagnosi, sono stati quelli tra i 30 e i 49 anni. Quindi non i giovani. Poi però è vero che, se paragoniamo l’ampiezza di popolazione di ciascuna fascia di età, quelli tra i 25 e i 29 anni si infettano di più rispetto agli altri, cioè ci sono più diagnosi ogni 100.000 giovani (25-29) di quante ce ne siano ogni 100.000 over 30. Potrebbe essere una spia di una maggiore vulnerabilità di quella popolazione. E poi c’è il terzo modo di risponderti, guardando alla tendenza nel tempo, dunque se ci siano aumenti o diminuzioni, miglioramenti o peggioramenti. Focalizzandoci solo sugli MSM, a livello nazionale stiamo avendo negli ultimi 5 anni un aumento costante di nuove diagnosi tra gli over 50, mentre il dato è complessivamente stabile, tra aumenti e diminuzioni, tra i 25-50 e tra gli under 25. L’aumento tra i più adulti potrebbe anche essere una spia della fatica legata all’uso costante del condom dopo tanti anni tra i gay, ma non abbiamo dati per suffragare questa ipotesi. L’aumento tendenziale di nuove infezioni tra gli uomini che fanno sesso con uomini ci deve far riflettere sull’urgenza di introdurre nuovi strumenti di prevenzione.

Nelle scuole è sempre difficile  parlare di  prevenzione  ma è ancor più difficile far mettere  un distributore di profilattici. Qual è secondo te  il danno  che  questa  mancanza provoca?

Enorme. Ma noi che vediamo quanti danni facciano fenomeni come i no-gender, capiamo bene perché questo avvenga: mancanza profonda di laicità nelle istituzioni scolastiche, mancanza di cultura della salute sessuale in generale, sessuofobia, omofobia e correlati, istituzionali e culturali. I giovani gay e bisessuali, come abbiamo visto, ne fanno ancor più le spese. Ma ancor più fastidioso è sentire ogni anno questa retorica generica sui giovani a maggior rischio. Un po’ perché a volte vengono citati emergenze e aumenti che non esistono, e un po’ perché a fronte di queste lacrime di coccodrillo uno si aspetterebbe una bella strategia nazionale di educazione sessuale nelle scuole, una di quelle azioni che prendono talmente il toro per le corna sul tema sesso e rischio da far impallidire i no-gender, ad esempio rivolgendosi anche ai giovani gay e bisessuali. Invece nulla di tutto ciò. A mio parere la retorica sui giovani nasconde un problema culturale di fondo: l’Hiv in questo Paese non si è mai affrontato seriamente perché implica parlare di sesso. Le poche azioni sulle scuole spesso finiscono a parlare di Hiv e sesso in maniera talmente generica da sembrare lezioni sul sesso degli angeli.

Un giovane si vuole informare su Hiv e Mst e va in internet sfogliando diversi social. Quali sono secondo te le attenzioni che deve avere nel recupero delle informazioni per non cadere in siti o presentazioni individuali non corrette e che possono mettere a rischio la sua salute e quella degli altri ? 

Il consiglio generale è sempre di affidarsi solo a siti che citino fonti, come studi o siti istituzionali specializzati, magari europei o internazionali, verificabili. E di verificare, se si ha tempo, che quel che scrivono corrisponda a quel che dice la fonte. I blog e forum, per non parlare delle discussioni su facebook, sono pericolosi, spesso pieni di opinioni disinformate, quindi eviterei. C’è anche da dire che al momento mi affiderei meno a fonti istituzionali italiane, purtroppo abbastanza arretrate e quindi, su alcune questioni, fuorvianti. Mi è capitato di persone che mi scrivessero perché avevano letto delle cose corrette e aggiornate su siti associativi specializzati, ma poi non le avevano ritrovate su siti istituzionali italiani (ad esempio il terribile sito uniticontrolaids.it) fermi agli anni ‘90, ed erano giustamente confusi. È un problema se noi parliamo di TasP, come ne parla tutto il mondo aggiornato, e poi l’Istituto Superiore di Sanità o il Ministero, invece, ignorano totalmente la cosa nonostante siano ben al corrente di tutto. L’aggiornamento della comunicazione istituzionale italiana è un’altra delle nostre battaglie.

Quale primo suggerimento puoi dare a chi scopre di  essere sieropositivo ?

Di non abbattersi, di rimboccarsi le maniche e proseguire, perché ha una vita lunga davanti a sé, al pari di tutti i suoi coetanei che non hanno l’Hiv. Dovrà probabilmente dedicarsi un po’ di più alla propria salute, ma avrà tutti gli strumenti per farlo: controlli, farmaci, ecc. La TasP gli consentirà anche una vita sessuale molto più serena di un tempo, perché la sua infettività sarà praticamente eliminata. Il suo problema maggiore sarà la gente disinformata, che vive ancora con paure irrazionali e rimasta agli anni ’90. Ma per affrontare questo aspetto, per quel che possiamo e riusciamo e per quanto talvolta faticoso anche per noi, ci siamo anche noi assieme alle altre associazioni che lottano contro l’Hiv e a fianco delle persone con Hiv.

Chiudo col una rapida domanda: il preservativo è?

Lo strumento di prevenzione in assoluto più “versatile” per le varie infezioni sessualmente trasmissibili. E uno strumento di prevenzione dell’Hiv tra quelli con maggiore efficacia. Ma non più l’unico, per fortuna.

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Sull'incremento dei casi di persone Hiv positive e sui metodi di prevenzione si riaccende peridiocamente la polemica. A dividere gli animi è soprattutto uno strumento come la PrEp (o profilassi pre-espositiva), di cui il più delle volte si parla senza effettiva contezza. Per saperne di più, Gaynews ha intervistato Michele Breveglieri, responsabile nazionale di Arcigay per il settore Salute.

 

In questi giorni si è tornati a discutere nella collettività Lgbti sulla PrEp. Innanzitutto, che cos'è e come funziona? 

PrEP sta per Profilassi pre-esposizione. In pratica è un farmaco antiretrovirale, usato normalmente per curare persone con Hiv, che una persona sieronegativa può invece assumere prima del sesso per evitare di prendere l’Hiv. Al momento solo uno è registrato a questo scopo: Truvada. Protegge solo dall’Hiv ed è un farmaco che va assunto quotidianamente o con una posologia specifica al bisogno (quattro pillole nei giorni intorno a quello in cui si fa il sesso da proteggere). In pratica, per dirla in parole povere, è un farmaco che, con la giusta concentrazione nel sangue, impedisce al virus di attecchire e replicare. Deve però esserci una sufficiente concentrazione affinché sia efficace ed è per questo che il modo in cui lo si assume è essenziale. Se preso nel modo giusto, ha un’efficacia altissima e paragonabile al preservativo, sul lungo periodo. Del resto non staremmo qui a parlare di PrEP se in 30 anni di epidemia fossimo riusciti a convincere tutti a modificare il proprio comportamento sessuale sempre e comunque usando il preservativo costantemente a ogni incontro. Se stiamo ai dati Emis del 2010, su oltre 16.000 uomini che fanno sesso con uomini (MSM) in Italia, tra coloro che avevano fatto sesso con partner occasionali nell’ultimo anno il 40.4% non aveva usato il preservativo almeno una volta nel sesso anale. Oggi, puntando anche su altri strumenti complementari, prendiamo atto del fatto che il preservativo è uno strumento che ha grande efficacia preventiva, ma anche alcuni limiti intrinseci, e ci avvantaggiamo di uno strumento in più che evidentemente interferisce meno, per alcuni, con la dinamica spontanea del sesso. Il vantaggio della PrEP, come anche della TasP (la strategia che si basa sulla evidenza che una persona con Hiv in terapia e carica virale non rilevabile da almeno sei mesi non trasmette il virus, non è infettiva), è questo. Lo svantaggio è che potrebbe associarsi a una maggiore diffusione di altre infezioni sessualmente trasmissibili spesso considerate minori, se usata costantemente in sostituzione del preservativo. Gli effetti collaterali sono un altro svantaggio, ma sono minimi e quelli più importanti (penso ai danni ai reni o alle ossa) hanno in realtà effetti reversibili una volta che si smette di assumere il farmaco.

Qual è la posizione di Arcigay?

Favorevole. Arcigay ha discusso del tema anche nell’ultimo congresso, uscendo con una posizione chiara sulla “prevenzione combinata”, ovvero sulla strategia secondo cui a ogni bisogno individuale di prevenzione deve corrispondere lo strumento più adeguato, e la prevenzione è una sinergia di azioni combinate, non è più solo “preservativo”. C’è il preservativo e gli altri strumenti “di barriera”: c’è la PrEP, c’è la TasP, ci sono le azioni di testing diffuso e che deve essere sempre più accessibile, ecc. Oggi la PrEP è già prescrivibile in Italia ma non è accessibile a causa dei costi. Ci stiamo battendo, assieme ad altre organizzazioni, affinché sia accessibile in un modo o nell’altro. Abbiamo co-firmato documenti, stiamo collaborando anche nell’ambito del Piano nazionale Aids del Ministero e di altri documenti istituzionali di indirizzo affinché la PrEP diventi strumento di prevenzione. La posizione è chiara.

La discussione sulla PrEP mette in evidenza anche l'aspetto commerciabile e i grandi guadagni che  le case farmaceutiche possono avere. Che ne pensi in proposito? 

In generale, penso che in un regime capitalistico questo è. Ma l’efficacia è scientificamente provata, non l’ha decisa il capitale. Mi pare un po’ riduttivo subordinare ragionamenti di efficacia a ragionamenti dietrologici sull’interesse economico. Ne capisco il valore critico, ma dal mio punto di vista conta di più il fatto che una persona non si infetti. Peraltro, una volta introdotto il generico Truvada, credo che sia più quel che non guadagnano a causa del calo di nuovi infetti. Ricordiamoci che allo stato attuale una persona sieropositiva vive una vita lunga come tutti gli altri. Sotto farmaci. Che hanno un elevato costo. Il costo evitato (traducibile in mancato guadagno per altri) non è indifferente. Semmai mi preoccuperei di più del fatto che il generico sia introdotto presto, per accelerare l’accessibilità. Il brevetto di Truvada scade in questi giorni, ma Gilead ha una protezione aggiuntiva fino al 2020, a meno che non vi rinunci. Il mantenimento e il rispetto di questa protezione è evidentemente un problema che ci auguriamo sia superato al più presto.

Sappiamo che riguardo alla prevenzione e all'informazione su Hiv e malattie sessualmente trasmessibili l'Italia presenta molti ritardi. Quali sono quelli maggiori e quali quelli più urgenti da affrontare?

Guarda, proprio perché la chiave per battere l’Hiv definitivamente è la prevenzione combinata, i ritardi del nostro Paese sono davvero dannosi. E sono tanti. Non si tratta solo di informazione. Si tratta di strategia che manca da tempo. Ora il Ministero, anche grazie a noi e ad altre organizzazioni che siedono nella sua sezione consultiva sull’Hiv, ha definito per la prima volta in trent’anni un Piano nazionale per sconfiggere l’Hiv, dove c’è tutto quel che serve. Allo stato dei fatti, è un ottimo strumento di pressione utilizzabile dalle organizzazioni di lotta all’Hiv, ma non so quanto stringente sul piano dell’impegno concreto della sanità pubblica, che è demandato alle Regioni. Non c’è impegno economico nazionale per sostanziare tutto ciò che c’è scritto in quel piano. Ma per tornare alla tua domanda… In un mondo della prevenzione che cambia e diventa sempre più complesso perché combina strumenti diversi e si orienta a target differenziati, devi avere una visione che tenga insieme tutto: dovresti avere centri clinici di salute sessuale che non solo fanno il test Hiv o danno la PrEP, per esempio, ma che fanno un check up completo di tutte le altre Mst, dovresti avere l’intelligenza di fare campagne differenziate con linguaggi differenziati a seconda delle persone a cui ti stai rivolgendo (uomini gay o persone trans, migranti, popolazione generale, donne, sex workers, ecc.), dovresti investire in quei servizi di comunità che aumentano l’accessibilità delle persone delle comunità più esposte, dovresti avere una comunicazione pubblica aggiornata (ad esempio col Numero Verde Aids del Ministero, per dirne solo una) che tiene conto di tutti i nuovi strumenti (TasP, PrEP, i servizi di testing rapido di comunità, ecc.). Ad oggi direi quasi niente di tutto ciò.

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