Marcata cadenza veneta e lucidità analitica. Questi i due aspetti che si colgono sin dalla prime battute di Mauro Bonato, che è stato sindaco di Bosco Chiesanuova dal 1993 al 1999 e deputato della Lega Nord nell’XI° e XII° legislatura. Uno che ha militato nel Carroccio del senatùr sin da giovane, ricoprendo le cariche di segretario provinciale di Verona, responsabile del movimento giovanile e vice segretario nazionale.

Ed è alla Lega delle origini, quella delle autonomie e della lotta alla corruzione, che guarda Bonato, consigliere comunale a Verona e capogruppo consiliare del Carroccio fino all'8 marzo. Quando, cioè, si è dimesso per favorire l’elezione a consigliere provinciale di un suo fedelissimo quale Roberto Simeoni (la cui candidatura sarebbe stata altrimenti bocciata) e «togliere dall’imbarazzo» il partito, secondo le accuse dell’omologo scaligero Alberto Zelger, contro le cui dichiarazioni omofobe a La Zanzara proprio Bonato aveva fatto votare l’11 ottobre un odg di condanna in aula consiliare.

Quello stesso Zelger, componente del comitato esecutivo del Congresso mondiale delle Famiglie, che a Bonato (autore di numerose opere agiografiche e curatore di scritti di santi/e dell’area veronese nonché collaboratore del sito Santi e Beati.it) proprio non scende giù.

Consigliere, che cos’è che non le piace del World Congress of Families?

Tutto. È per me inaccettabile che possa godere del patrocinio delle istituzioni un convegno con relatori a dir poco imbarazzanti. Ho letto le dichiarazioni di alcuni di loro e le trovo agghiaccianti. Penso all’arciprete ortodosso Dmitry Smirnov che in riferimento a chi abortisce ha detto: «Una persona non può trovare nessun tipo di felicità se assassina i propri figli. Questi cannibali, come il nostro popolo, devono cancellati dalla faccia della terra». O a Silvana De Mari, recentemente condannata dal Tribunale di Torino, che ha affermato: «L’omosessualità è una condizione drammatica per la condizione anorettale. Il sesso anale causa danni all’organismo. Pensate all’espressione “ti faccio un culo così”. È un gesto di violenza e di sottomissione. È un gesto che viene sempre fatto nelle iniziazioni sataniche. Non tra quattro sfessati, ma nei piani alti». Giovedì prossimo presenterò al sindaco una serie di domande in Consiglio in merito alle posizioni di tali persone.

Si parla di famiglia ma dalle gerarchie vaticane, come dalla diocesi di Verona, nessun sostegno pubblico. Lei, che è stato presidente dell'Istituto veronese per la storia religiosa, come giudica un tale silenzio?

È quello che ho chiesto ieri in conferenza stampa alla Sala degli Arazzi. Come mai non c’è il patrocinio della diocesi di Verona e della Conferenza episcopale del Triveneto? L’ho domandato al sindaco. Il consigliere Zelger ha risposto che il vescovo di Verona porterà i suoi saluti. Ma che significa? Il vescovo, se è per questo, porta pure i saluti alle persone in carcere o agli assassini. È poi fin troppo chiaro che i vescovi del Triveneto non vogliono essere tirati per la giacchetta per non alimentare una polemica sterile.

Tra i pomotori del Congresso c’è un veronese e leghista come il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Neanche questo le piace?

Ma per nulla. Se il ministro Fontana voleva fare un convegno coi suoi fan, lo poteva fare ma senza il supporto delle istituzioni pubbliche e, in particolare, del Comune di Verona. Il Comune deve avere a cuore tutti e non soltanto una parte. Se concede il patrocinio al World Congress of Families, non può poi negarlo a eventi dedicati, ad esempio, alle donne o a persone discriminate sulla base del proprio orientamento sessuale o identità di genere. O lo concede a tutti o a nessuno. Ma poi Fontana con le sue idee di cattolicesimo...

Cioè?

Beh, l’ha dichiarato lui stesso. Partecipa ogni mattina alla messa in rito tridentino, celebrata a Roma dal suo confessore don Vilmar Pavesi, che è stato trasferito da Verona nella capitale. In un’intervista e a Pontida ha menzionato San Pio X. Per carità, un veneto illustre. Ma ne abbiamo avuto un altro di papa veneto: Giovanni Paolo I. E poi la Chiesa va avanti. Mica ci si può ancorare alle dichiarazioni di un pontefice di oltre 100 anni fa.

Mi sta dicendo che il Wcf è in chiave antibergogliana?

Da una parte mi appare chiaro che è in chiave antibergogliana. Dall’altra c’è l’intento di accaparrarsi i voti dei cattolici conservatori.

Insomma, è anche il segnale di una Lega sempre più aperta agli orientamenti cattoreazionari?

È un’involuzione per la Lega. Vorrei ricordare a Salvini che quando mi sono iscritto alla Lega alla guida della Liga Veneta c’era una donna quale Marilena Marin. Con Marilena noi abbiamo fatto delle battaglie di civiltà. Lei non è mai stata un’intregralista e ha sempre sostenuto che i diritti civili non si toccano. Le nostre battaglie erano per l’autonomia e per il miglioramento delle classi sociali. Questa deriva integralista è preoccupante. Penso soprattutto alle posizioni di un Simone Pillon. Se vanno avanti certe idee sulla donna, che dev’essere al servizio dell’uomo e angelo del focolare, ho già detto alle mie colleghe: Fate le valigie. È a dir poco pazzesco. Su aborto e divorzio non possiamo tornare indietro: sono leggi di civiltà. Ovviamente sono certo che queste posizioni non potranno mai affermarsi.

Consigliere Bonato, ultima domanda. Lei sa che si terranno a Verona delle contromanifestazioni e che All Out ha lanciato una petizione per chiedere la revoca dei patrocini istituzionali, che ha superato le 100.000 adesioni. Che ne pensa?

Quello dei patrocini è uno dei più grandi pasticci. Chiederne la revoca attraverso petizioni popolari mi sembra un’operazione non solo legittima ma giustissima.

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11 pagine, di cui nove dedicate all’elucidazione dei motivi sottesi alla condanna della di Silvana De Mari per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa il movimento Lgbti

Condanna che, irrogata dalla giudice Maria Eugenia Cafiero il 14 dicembre, prevede una multa di 1500 euro (oltre al pagamento delle spese processuali) e un risarcimento danni tanto al Coordinamento Torino Pride  quato a Rete Lenford (costituitesi parte civile) per la somma di 2500 euro ciascuno, nonché la rifusione alle stesse della metà delle spese di costituzione, rappresentanza e difesa (quantificate in 4.860 euro per il Coordinamento e in 3.420 per Rete Lenford).

Per saperne di più abbiamo raggiunto l’avvocato Michele Potè, che nel processo a carico della medica d’origine casertana ha sostenuto le parti di Rete Lenford.

Avvocato Potè, qual è, a suo parere, il punto nodale della sentenza di condanna di Silvana De Mari?

Il punto nodale della sentenza sta nel riconoscimento di coordinamento Torino Pride e Rete Lenford quali espressione del movimento Lgbti, "soggetto organizzato e dotato di una considerazione sociale ed il cui decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o suoi membri considerati come unitaria entità capace di percepire l'offesa, è tutelabile".

Nell’aver individuato nel movimento Lgbti - a differenza delle persone Lgbti in genere - un soggetto collettivo, leso dalla dichiarazioni diffamatorie, la giudice Cafiero ha agito in maniera innovativa o c’è un continuum con una giurisprudenza precedente?

C'è un continuum con alcune recenti sentenze che avevano riconosciuto la sussistenza delle offese nei confronti di enti.

Nella sentenza è più volte toccato il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del proprio pensiero. In riferimento al caso De Mari e alla luce delle motivazioni addotte nella sentenza, che cosa implica nello specifico un tale diritto?

Il richiamo alla libertà di manifestazione del pensiero e ai suoi limiti è più che corretto nel senso che la stessa non è assoluta. Spetta al giudice valutare il superamento dei limiti alla libera manifestazione del pensiero alla luce della legislazione vigente.

Silvana De Mari cantò vittoria il 14 dicembre dicendo di non essere stata condannata per le sue dichiarazioni a carattere medico sull’omosessualità. Che cosa dice propriamente la sentenza nel merito?

Le frasi oggetto di assoluzione riguardano la generalità indifferenziata degli omosessuali e alla luce dell'attuale giurisprudenza l'assoluzione è corretta. Diverso sarebbe stato il verdetto nel caso fosse stata approvata una legge contro l'omofobia con l'estensione della legge Mancino a tali fattispecie. Del resto la giudice ha richiamato il principio di tassatività in materia penale.

Personalmente è soddisfatto di questa sentenza o si aspettava di più?

Sono soddisfatto della sentenza perché mi pare molto equilibrata alla luce dell'attuale giurisprudenza e legislazione. L'imputata ha preannunciato appello e dunque non è così soddisfatta.

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Sono state rese note le motivazioni della sentenza con cui la giudice Melania Eugenia Cafiero, il 14 dicembre scorso, ha condannato Silvana De Mari per diffamazione verso il Coordinamento Torino Pride. La sentenza prevede che paghi 1500 € di multa, 2500€ di risarcimento danni al Coordinamento Torino Pride e 2500€ a Rete Lenford, entrambe parti civili nel processo.

Il Coordinamento Torino Pride ha deciso di devolvere il risarcimento al dipartimento di Neuropsichiatria infantile dell'Ospedale Regina Margherita di Torino, dove la dottoressa Chiara Baietto e la sua equipe sono impegnati da anni nel supporto ai bamini, alle bambine e agli/alle adolescenti con disforia di genere.

Nella sentenza si legge «la dichiarazione scritta da Silvana De Mari nel suo blog sancisce che il reato contestato deve ritenersi sussistente sotto ogni profilo.

Per questo motivo Giziana Vetrano e Alessandro Battaglia del Torino Pride si dichiarano molto soddisfatti perché con questa sentenza si sancisce «la volontà di De Mari di offendere e diffamare le associazioni Lgbti e i propri associate. Per la prima volta una’associazione Lgbti raggiunge questo traguardo in tribunale».

Nella sentenza si legge altresì che «il movimento Lgbti, a cui De Mari si riferisce, è un soggetto collettivo individuato dalla imputata e individuabile dal lettore» e che quindi «non si tratta di una categoria indistinta di persone ma di un soggetto organizzato e dotato di una considerazione sociale ed il cui decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati… è tutelabile».

Sulle motivazioni sottese alla sentenza si è anche espresso Niccolò Ferraris, legale del Coordinamento Torino Pride, che ha dichiarato: «Siamo pienamente soddisfatti della sentenza poiché afferma in modo pieno la volontà diffamatoria di quanto affermato contro le organizzazioni per i diritti Lgbto e contro i loro aderenti.

Le associazioni costituitesi parte civile sono individuate quali persone offese dal reato, quali soggetti a cui è riferibile il movimento Lgbti. È la conferma di quanto da noi sostenuto e già riconosciuto dal gip in sede di rigetto della richiesta di archiviazione, a seguito dell'opposizione presentata proprio da noi».

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Condannata a 1.500 euro di multa per aver diffamato in maniera continuata e aggravata a mezzo stampa le persone Lgbti, accomunando omosessualità a pedofilia, nonché a risarcire di 2.500 euro ciascuno il Coordinamento Torino Pride e Rete Lenford. 

Questa la sentenza emessa oggi dalla giudice Maria Eugenia Cafiero nei riguardi dell’endoscopista Silvana De Mari, che è stata però assolta dagli altri due capi d'imputazione. Per i quali, secondo quanto dichiarato da Nicolò Ferraris, legale del Coordinamento Torino Pride, «attendiamo di leggere le motivazioni».

Come noto, la scrittrice di romanzi fantasy e collaboratrice del quotidiano La Verità, anche dopo l’istruzione del processo a suo carico presso la Sesta Sezione penale del tribunale di Torino, non ha mai smesso di presentare l’omosessualità quale «situazione da cui si può comunque uscire, è possibile guarire», a correlarla con la pedofilia, a indicarne gli atti quali pratica d’iniziazione al satanismo.

Cosa che aveva spinto ieri il pm Giuseppe Riccaboni a chiedere che il versamento della somma (fissata però a 1000 euro) fosse immediatamente esecutivo, non essendoci i presupposti per la sospensione condizionale. Il magistrato aveva infatti osservato come Silvana De Mari potrebbe in futuro continuare a tenere comportamenti analoghi anche sulla base di un recente intervento della stessa a una puntata della trasmissione Otto e Mezzo, come ricordato dagli avvocati di parte civile Nicolò Ferraris (Coordinamento Torino Pride) e Michele Potè (Rete Lenford).

Proprio l’avvocato Potè (che è anche il legale del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli nell’altro procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa a carico di Silvana De Mari, per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019) aveva ieri ricordato: «Non posso ancora credere che nel 2018 ci si debba occupare di affermazioni che ci riportano nel Medio Evo.

Silvana De Mari si presenta come psicoterapeuta ma le sue affermazioni non hanno nulla di scientifico. Sono state abbondantemente superate. Già Freud aveva chiarito che l'omosessualità non può essere considerata una malattia, ma l'imputata, per sua stessa ammissione, Freud lo ha studiato poco».

Viva soddisfazione è stata subito espressa da Alessandro Battaglia, componente del Coordinamento Torino Pride, che ha parlato di «sentenza storicaA quanto ci consta, mai è successo che un'associazione Lgbti venisse ammessa a un processo per diffamazione. Ci siamo affidati alla magistratura con esposto ed è già un coronamento».

In quanto assolta da due dei tre capi d'imputazione, non ha però mancato di cantare vittoria anche la stessa De Mari, che ha dichiarato: «La libertà di critica è salva. Il mio dovere di medico è lanciare l'allarme sanitario».

In ogni caso, la collaboratrice del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ha anche annunciato il ricorso in appello«Il movimento Lgbt - ha speigato - è un movimento politico che ho diritto di attaccare. Motivo per cui ricorreremo».

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Quarta udienza stamani, presso la sesta sezione penale del tribunale di Torino, del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari, accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Secondo quanto annunciato il 18 luglio, la giudice Melania Eugenia Cafiero aveva ammesso, il 21 settembre, la richiesta di costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride, che aveva presentato l'esposto contro la collaboratrice de La Verità nel 2017, e di Rete Lenford, rispettivamente rappresentati dagli avvocati Niccolò Ferraris e Michele Potè.

«Non si può ingiuriare dicendo la verità». Queste le parole con cui ha esordito oggi Silvana De Mari, per poi continuare: «La mia gravissima preoccupazione riguarda soprattutto la situazione sanitaria: i casi di Aids, gonorrea, sifilide sono in aumento. Se gli uomini continueranno ad avere rapporti con altri uomini assisteremo a una catastrofe mondiale».

La collaboratrice de La Verità, che ha prodotto quattro memorie di diverse centinaia di pagine, ha quindi parlato del sesso anale tra persone omosessuali maschili«che moltiplica per nove il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto per chi lo pratica in modo passivo». Né sono mancati i riferimenti all'omosessualità quale «situazione da cui si può comunque uscire, è possibile guarire».

L'imputata è quindi tornata ad associare pedofilia a omosessualità, dichiarando: «La pedofilia è un orientamento sessuale caratterizzato dall'attrazione erotica verso i minori. Penso che alcune persone del movimento Lgbt stiano diffondendo la pedofilia. L'ultimo libro di Mario Mieli, a cui è dedicato un circolo, dice: Noi faremo l'amore con loro e, a mio parere, si tratta di apologia all'abuso su minore. Senza dimenticare che personaggi di spicco del mondo gay hanno rilasciato dichiarazioni ambigue sulla libertà sessuale del bambino».

Nel corso dell'udienza è stato anche ascoltato il teste dell’accusa Alessandro Battaglia, coordinatore uscente del Torino Pride, che ha dichiarato a Gaynews«Ciò che abbiamo ascoltato stamane non è molto diverso da ciò che abbiamo già letto e denunciato. Quello di cui ci si dimentica è che le parole molto spesso sono pietre e le pietre fanno male a tutta la comunità Lgbtqi.

Siamo chiaramente pronti a qualsiasi conclusione della vicenda ma crediamo che, oltre agli insulti e alle ingiurie che ci sono state rivolte e che continuiamo a contestare con forza, il nostro pensiero debba andare ai ragazzi e alle ragazze più giovani e con meno strumenti di difesa di quelli che abbiamo noi e che vivono condizioni difficili di accettazione. Chiaro è che loro e i loro genitori sentendo affermazioni così umilianti non potranno essere aiutati nel superare le difficoltà connesse all'accettazione.

Stupisce infine che, secondo Silvana De Mari, la pedofilia sia un orientamento sessuale ed, essendo presenti in tutti gli statuti delle associazioni italiane Lgbti la difesa e la tutela contro le discriminazioni per orientamento sessuale, les stese non facciano altro che diffondere il messaggio che la pedofilia - e di conseguenza l'abuso su minori - siano pratiche lecite che tutti e tutte noi tuteliamo».

La giudice monacratica ha fissato la prossima udienza al 13 dicembre, data in cui, verosimilmente, si concluderà il dibattimento con la sentenza. 

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Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è tenuta, nella tarda mattinata, la terza udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari, accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Secondo quanto annunciato il 18 luglio, la giudice Melania Eugenia Cafiero ha ammesso la richiesta di costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride e di Rete Lenford. 

Nel fissare la prossima udienza al 30 ottobre, la giudice monocratica ha invece respinto in toto i consulenti presentati dalla difesa, l'avvocato Mauro Ronco, perché non rilevanti per il procedimento.

Prima d'entrare in aula Silvana De Mari aveva postato su Facebook un breve video, nel quale chiedeva ai suoi fan di sostenerla perché in gioco nel processo a suo carico «c'è la libertà di parola».

Per il Coordinamento Torino Pride, le cui parti sono affidate all'avvocato Niccolò Ferraris, si tratta di una decisione importante, che evita di trasformare un'aula di tribunale in un circo mediatico nel quale rovesciare assurde teorie antiscientifiche che rischierebbero di dileggiare e offendere ulteriormente un’intera comunità.

Al riguardo il coordinatore Alessandro Battaglia ha dichiarato: «Continuiamo a pensare che la giustizia debba fare il suo corso e massima è la nostra fiducia nei suoi confronti».

Viva soddisfazione ha espresso, a nome di Rete Lenford, l'avvocato Michele Potè, che ha dichiarato a Gaynews«L'ammissione della nostra associazione come parte civile è stata motivata dai fini statutari della stessa rispetto all'imputazione, che ha per oggetto la denigrazione della condizione omosessuale.

Siamo anche soddisfatti perché la giudice ha escluso la richiesta, avanzata dalla difesa dell'imputata, di ascoltare dei consulenti tecnici che avrebbero dovuto parlare dell'omosessualità a livello psichiatrico. Anche perché sono oramai decenni che la comunità scientifica, all'unanimità, considera l'omosessualità una variante naturale del comportamento umano».

A carico della medica d'origine casertana pende anche un procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. Imputazione per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019.

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Fu apprezzato da Moravia, Eco, Fellini. Firmò trasmissioni di prestigio in Rai. Pubblicò per i tipi Einaudi la sua tesi in filosofia morale col titolo Elementi di critica omosessuale, riedita poi dalla Feltrinelli e tradotta in numerose lingue. La Treccani gli ha dedicato tre anni fa un’ampia scheda prosopografica nel prestigioso Dizionario biografico degli Italiani.

Mai ci si sarebbe aspettati che su la vita, il pensiero e gli scritti di Mario Mieli si potesse riversare una tale ondata di fango in un’incontrollata sarabanda d’infima propaganda politica, ignoranza, malcelata omofobia.

Dopo l’operazione attuata nell’addietro da Malan, Giovanardi, De Mari – ma l’endoscopista ha rilanciato la sua tesi di Mieli pedofilo nel corso d’una recente puntata di Otto e mezzo – il discredito sull’intellettuale milanese sta ora vedendo come protagonisti i leghisti emiliani e la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, nel cui mirino è finito il film Gli anni amari.

La minaccia di una revoca dei fondi ministeriali alla pellicola dedicata a Mario Mieli, qualora incitasse alla pedofilia, ha indotto il regista Andrea Adriatico, fondatore di Teatri di Vita, a replicare ieri prontamente alla numero tre del Mibact con un fermo comunicato, in cui si precisa «che il film Gli anni amari è incentrato sulla biografia di Mario Mieli sullo sfondo della realtà sociale e culturale dell’Italia degli anni ’70.

La sceneggiatura è stata letta e apprezzata, senza alcuna considerazione negativa, da Rai Cinema, che opera in coproduzione, e dalle competenti commissioni di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Emilia Romagna Film Commission e Apulia Film Commission, che hanno hanno deliberato il sostegno economico».

Dopo aver enumerato le personalità del mondo culturale italiano degli anni ’70, che ammirarono Mieli, e rilevato l’apprezzamento internazionale nei riguardi degli Elementi, viene detto: «Respingiamo ogni volgare tentativo di associare questo film ad altro, con alterazioni e manipolazioni della realtà, come è stato fatto in questi giorni da persone che evidentemente non conoscono la figura di Mario Mieli e tantomeno hanno letto e studiato la sua opera saggistica.

Il nostro film è un incitamento alla libertà del pensiero e alla dignità della persona, non certo al crimine come paventato in malafede da persone che prendono a pretesto la nostra opera per altri interessi.

Il Sottosegretario Borgonzoni può accertarsene approfondendo la figura di Mario Mieli, venendo a trovarci durante le riprese oppure da spettatrice al cinema quando Gli anni amari uscirà».

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È stata capace di tornare a parlare di dittature delle minoranze con riferimento alle persone omosessuali (insieme – e sembrerebbe un ossimoro – con quelle musulmane) e del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, quale destinatario di un “fiume di denaro pubblico” pur essendo intitolato a un “suicida” e a un “pedofilo”, anche nel corso di una trasmissione dedicata alla manovra di bilancio.

Una vera e propria ossessione, dunque, quella che affligge Silvana De Mari nei confronti della collettività rainbow, il cui fine (secondo le tesi à la page del complottismo omosessualista) sarebbe quello di “gaizzare” ogni realtà e imporre le proprie vedute sì da sovvertire i tradizionali modelli valoriali, familiari, societari.

A stupire non sono le ennesime dichiarazioni discriminatorie e offensive nei riguardi delle persone Lgbti. L’endoscopista d’origine casertana, ma torinese d’adozione, è infatti fin troppa nota per i suoi interessi di cattivo gusto nonché antiscientifici su ciò che attiene all’area anorettale tanto da poter essere chiamata Doctrix culiNon per niente è stata rinviata a giudizio per diffamazione aggravata e continuata a mezzo stampa in ben due processi a suo carico: l’uno contro le persone Lgbti a nome del Coordinamento Torino Pride, l’altro contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

A stupire, invece, è stata la partecipazione di Silvana De Mari alla puntata di Otto e Mezzo che, andata in onda ieri sera e intitolata I conti non tornano, è stata incentrata sulla manovra di bilancio. Stupisce in riferimento al tema trattato, perché non si comprendono quali siano le competenze di De Mari al riguardo. Stupisce, soprattutto, in riferimento all’omofobia conclamata della medica, di cui si è sopra parlato. E infatti, come volevasi dimostare, Silvana De Mari è riuscita con le magiche parole “dittatura delle minoranze” a spostare rapidamente l’attenzione laddove desiderava.

È vero che i tre ospiti in studio, Giovanni Floris, Aldo Cazzullo e Paolo Giordano, hanno tacitato con validi argomenti e ridicolizzato la collaboratrice de La VeritàMa resta pur sempre difficilmente accettabile l’avere dato alla stessa occasione di parlare in una trasmissione in prima serata e così seguita come Otto e Mezzo. In un momento politico così complesso e difficile, in cui si assiste a un'escalation di violenza verbale e fisica a danno delle persone Lgbti nonché di appartenenti alle varie minoranze, dare spazio a Silvana De Mari significa aumentarne la visibilità e contribuire ad alimentare un clima omotransfobico tra ascoltatori e ascoltatrici meno attente. Di cui sinceramente ne faremmo proprio a meno. 

Conoscendo il personaggio De Mari – ed è difficile credere che una giornalista di vaglia come Lilli Gruber non ne fosse al corrente –, un ulteriore sbaglio è stato il non aver invitato in studio qualche esperto del pensiero e degli scritti di Mario Mieli. Lo avrebbe richiesto il contesto visto che, come da copione, Silvana De Mari ha poi sciorinato a memoria il ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, per inferirne ancora una volta che Mario Mieli era pedofilo e per ribadire con supponenza: «Questa è la verità». Affermazione, cui tanto Gruber quanto gli ospiti sono stati incapaci di controbbattere non avendo strumenti cognitivi al riguardo.

Al di là della corretta o meno valutazione del passo a interessare veramente è stato l’attacco al Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli sulla linea di quanto già dichiarato al quotidiano adinolfiano La Croce il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?». 

Un modo di argomentare, questo, che fa acqua da tutte le parti perché l’aver intitolato un’associazione a una figura storica del movimento contemporaneo di liberazione sessuale  quale Mario Mieli (volendo ipoteticamente ammettere una valutazione letteralista ed estrapolata dal contesto dell’incriminato passo dell'intellettuale milanese) non comporta affatto il ritenerne pensiero, scritti, vita quali interamente infallibili e indefettibili. Né tantomeno come interamente validi per i tempi attuali.

D’altra parte, secondo il ragionamento di Silvana De Mari bisognerebbe, ad esempio, chiedere la cancellazione di odonimi riferentesi al cardinale Giovan Battista De Luca e chiederne la rimozione della statua dal Palazzaccio, visto che l’esimio giurista nel suo Dottor volgare ebbe a parlare in termini difensivi di «quello stimolo, ovvero istinto naturale, il quale si suol dare verso i giovanetti di bello aspetto».

Oppure bisognerebbe, ad esempio, deprecare l’intitolazione di associazioni e scuole a un Ugo Foscolo che con le Ultime lettere di Jacopo Ortis fu cantore, sulle orme di Alfieri, del suicidio come vera manifestazione dell’ultima libertà. Già, perché Silvana De Mari non ha potuto esimersi dal ricordare che Mieli morì suicida nel tratteggiarne a tinte fosche il profilo.

Insomma, una serie di errori che non ci saremmo aspettati nel corso di una trasmissine di qualità come Otto e mezzo.

D’altra parte appare parimenti erronea la valutazione di chi, ex post, sostiene che Silvana De Mari non abbia diritto, in generale, a esprimere le sue opinioni. È un clamoroso autogol da parte di militanti Lgbti. Con un tale argomento (di fondo comprensibile perché dettato dall’esasperazione nel vedere le violenze omotransfobiche pressoché sdoganate), non si fa che alimentare quella che Adolfo Omodeo chiamava “la querula retorica vittimale dei clericali”. Della quale, anche, faremmo volentieri a meno.

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Quid est veritas? La domanda, che Pilato pose a Cristo, è il motto in esergo a La Verità. Tale quesito andrebbe in realtà posto all’intera redazione del quotidiano di Maurizio Belpietro, tra i cui temi ricorrenti ci sono quelli relativi alle persone Lgbti.

Il tratto caratteristico con cui tali argomenti sono affrontati è quello del discredito e della ferma opposizione alle loro battaglie, intese come volontà d’affermare le presunte ideologie omossesualista e gender. È noto, ad esempio, che tra le collaboratrici de La Verità ci sia quella Silvana De Mari, la cui ossessione per l’omosessualità (intesa come patologia da curare) e le presunte conseguenze del sesso anale potrebbe farla ironicamente salutare come Doctrix culi.

In tale intento è da cogliere anche la critica serrata a Bergoglio (la quale va comunque letta alla luce di molteplici elementi a partire dalle sue posizioni in materia di migranti e dell’antisalvinismo dell’episcopato italiano bergogliano), contro il quale La Verità ha pubblicato l’oramai celebre dossier Viganò. Ripubblicandolo come inserto speciale, il quotidiano è tornato oggi a sferrare l'ennesimo attacco alle persone Lgbti con un articolo in prima pagina (taglio in alto) dal titolo La Chiesa prepara il suo Gay Pride in riferimento al prossimo Forum dei Cristiani Lgbt (5-7 ottobre).

Abbiamo perciò raggiunto Andrea Rubera, portavoce di Cammini di speranza – Associazione italiana cristiani Lgbt, che è uno degli organismi componenti il Comitato organizzatore.

Dr Rubera, la Chiesa insomma prepara il suo Gay Pride ad Albano?

Il Forum dei Cristiani Lgbt Italiani 2018 (che si terrà ad Albano come sempre è stato e alla cui organizzazione non sono però quest’anno direttamente impegnato) è il quinto che viene organizzato. Il primo fu nel 2010. È un evento sorto, come iniziativa spontanea di vari gruppi e persone appartenenti alla galassia dei cristiani Lgbt italiani, per cercare di fare rete tra le varie realtà che, dai primi anni ’80, sono sorte in Italia. Come autoespressione, cioè, dei cristiani Lgbt che, in assenza di luoghi ufficiali (nelle parrocchie, nei movimenti, nelle varie realtà ecclesiali) dove poter fare un serio cammino di conciliazione tra la propria fede e omosessualità, hanno sentito l’esigenza di creare degli spazi specifici autorganizzati. Inizialmente si trattava di case private, poi di spazi concessi da alcune chiese cristiane, quale la Valdese in primis.

Quindi, dire che la Chiesa prepara il suo Gay Pride mi sembra una totale mistificazione della realtà. L’evento è organizzato autonomamente (con hosting della casa di accoglienza dei Somaschi di Albano, con le stesse modalità che sarebbero utilizzate per qualunque gruppo o associazione) dal Comitato Forum dei cristiani Lgbt italiani, un gruppo di lavoro appositamente costituito per organizzare il Forum e con partecipazione di persone appartenenti a varie realtà della galassia dei cristiani Lgbt, inclusa l’associazione nazionale Cammini di Speranza. Non c’è alcuna componente della Chiesa istituzione dentro l’organizzazione dell’evento che, ripeto, è totalmente autorganizzato dai cristiani Lgbt.

Si dice che guest star sarà "padre Martin, il quale vuole rivoluzionare la dottrina e cancellare la castità dei preti". Eppure Martin non è la prima volta che parla al Forum....

Il gesuita padre James Martin (che mi risulta da programma dovrebbe intervenire al Forum in videoconferenza) sta proponendo una nuova visione pastorale inclusiva, in cui si fac riferimento alla persona in primis, accogliendola a partire dalla condizione esistenziale in cui si trova. Non mi risulta che, in nessuno dei suoi discorsi né tantomeno nel suo libro Building a bridge, Martin faccia intendere in alcun modo di rivoluzionare la dottrina. Quello che ci ha colpito da subito nell’impianto pastorale che offre padre Martin è la serenità con cui si rivolge, spesso direttamente agli operatori pastorali, per offrire chiavi di lettura e spunti per far sentire anche le persone Lgbt a casa propria nella chiesa. Questo si chiama rivoluzionare la dottrina?

Padre Martin è stato invitato a maggio già alla conferenza annuale dell'European Forum of Lgbt Christians (che si è tenuto sempre ad Albano, ospitando circa 150 delegati provenienti da oltre 25 Paesi europei) ed è intervenuto in video. Personalmente credo che il lavoro di padre Martin sia importante e molto valido proprio perché mira al benessere della persona e delle comunità attraverso l’accoglienza e l’inclusione. Martin parte spesso dall’analisi di dati sociodemografici che mostrano come ci sia maggior probabilità (cita il suo paese natio, gli Usa) per un ragazzo Lgbt di commettere suicidio a causa della pressione sociale e famigliare e di finire per strada, come senza tetto, in quanto cacciato dalle famiglie.

C'è qualche differenza tra il prossimo Forum rispetto al passato?

La struttura del Forum Italiano dei Cristiani Lgbt è molto semplice: creare uno spazio in cui le persone Lgbt cristiane si possano incontrare, fare rete, parlarsi, guardarsi negli occhi, scambiarsi i propri vissuti, ecc. Ovvio che, con il passare degli anni, e anche con l’evoluzione della consapevolezza e delle modalità di partecipazione alla vita comunitaria cristiana delle persone Lgbt, l’organizzazione e i contenuti siano evoluto. Non c’è alcuna “novità organizzativa” quest’anno, contrariamente a quanto voglia far intendere La Verità.

Ovvio anche che, negli ultimi anni, grazie anche al percorso di evoluzione sociale generale ma anche alla crescita della capacità di accoglienza delle comunità cristiane, finalmente i cristiani Lgbt stanno trovando sempre di più modalità e spazi dove poter vivere la loro fede non più in spazi solo autogestiti ma anche in contesti allargati, parrocchiali e non, in cui sentirsi a casa propria. E questo mi sembra un bene per tutti. L’inclusione è un grande valore e ce ne stiamo forse scordando, presi dalla foga di erigere muri verso ogni cosa che è diversa da noi. In realtà la scienza (antropologia, economia, storia, …) ci ha oramai inequivocabilmente dimostrato che i contesti inclusivi sono quelli dove regna maggior benessere per la persona, per il contesto complessivo, maggiore capacità di generare innovazione ecc.

Si accusa il Comitato organizzatore di una certa presunzione con riferimento al titolo scelto. Che cosa ne pensa?

Se per “titolo” si fa riferimento al versetto del Nuovo Testamento scelto per caratterizzare il programma Quali segni e prodigi Dio ha compiuto per mezzo di loro (Atti, 15, 12) non vedo presunzione ma un invito universale a considerare la bellezza e la verità delle vite di ogni persona. Ciascuno di noi è una ricchezza e ciascuno di noi può, seguendo anche l’invito del Vangelo all’Amore e al considerare l’altro non come un ostacolo ma come un’opportunità, essere una gemma che brilla nel buio e, quindi, riferimento per altre persone che non sono ancora riuscite a accendere il loro potenziale. Ricordo, tanti anni fa, ospitammo un incontro a Roma con la teologa Antonietta Potente che ci rivolse un invito che è stato illuminante per la crescita dei nostri gruppi. Ci disse che era finito il tempo di stare nascosti e di attendere che qualcuno o qualcosa ci venisse a scuotere da questa dimensione di nascondimento. Le nostre vite erano preziose come quelle di qualunque altra persona e pertanto dovevamo metterle in circolo per la crescita della comunità cristiana generale.

Abbiamo raccolto questo invito ed eccoci qui. Oggi esiste un’associazione nazionale di cristiani Lgbt, Cammini di Speranza, una associazione europea, l'European Forum of Lgbt Christian Groups, e un’associazione internazionale, il Global Network of Rainbow Catholics. Sempre di più, e dico per fortuna, le persone Lgbt non hanno più bisogno dei nostri gruppi per trovare luoghi accoglienti nelle parrocchie e nelle comunità cristiane di riferimento. Questo mi sembra un bene e un nuovo orizzonte a cui siamo fieri di aver contribuito.

Viene poi puntato il dito contro il vescovo d’Albano indicato quale “padre spirituale d'eccezione”, per poi attaccare l'entourage curiale di Bergoglio. Qual è la sua valutazione sul dossier Viganò pubblicato da La Verità?

Monsignor Semeraro è stato sempre molto gentile con noi e ha sempre svolto il ruolo che gli spetta: ovvero di vescovo di Albano. Ci ha mandato, nelle ultime edizioni (incluso il forum europeo di maggio), dei messaggi di benvenuto nella sua diocesi (come immagino abbia fatto con molti altri gruppi e realtà) ma, ripeto, non è parte dell’organizzazione dell’evento che è autonomamente organizzato da varie realtà cristiane Lgbt.

La mia personale interpretazione della prima pagina de La Verità e del loro pompaggio mediatico del dossier Viganò è che stiano cavalcando da protagonisti una strategia (che percepisco molto nettamente), in cui si mira a far pagare a papa Bergoglio le posizioni di critica a quanto stiamo tutti assistendo in questi giorni in tema dei migranti e del contrasto al dilagare di un razzismo indotto anche da una campagna mediatica ben orchestrata. Papa Bergoglio è una delle figure più influenti al mondo, anche politicamente. Il suo pontificato mira all’inclusione come forma di coesione sociale e al recupero della persona come bagaglio di ricchezza.

Questo lo hanno ben chiaro evidentemente alcuni politici, che hanno ne La Verità un loro quotidiano di riferimento, che vedono papa Francesco come uno degli ostacoli al loro percorso di demonizzazione del diverso come chiave di spaccatura sociale su cui affermare il proprio consenso. Questo è ogni giorno più chiaro. Per fortuna abbiamo delle capacità di lettura trasversali che da un lato ci rendono impermeabili a questi messaggi dall’altro ci consentono di replicare riportando le questioni ai fatti concreti e non alle mere supposizioni su cui l’intero articolo d'apertura de La Verità sul forum dei cristiani Lgbt italiani è costruito.

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Si è conclusa poco dopo le 15:00 l'udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è discusso delle questioni preliminari e della costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride, del Comune di Torino e di Rete Lenford.

Ha eccepito al riguardo la difesa che ha tentato - entrando fra l'altro anche nel merito del processo definito quale ideologico -, inoltre, di sostenere la mancanza di querela non essendo questa ascrivibile, a parere dell'avvocato Mauro Ronco, a una persona omosessuale determinata ma a più enti.

Eccezione, quest'ultima, prontamente respinta dalla giudice Melania Eugenia Cafiero. Su quelle, invece, relative alle costituzioni di parte civile la magistrata si è riservata di decidere nella prossima udienza fissata al 14 settembre.

Da segnalare, infine, la reazione di Silvana De Mari quando, nel darne le generalità, sono state ovviamente indicate le qualifiche professionali della stessa al feminnile. Cosa che l'ha spinta a precisare di essere "medico e scrittore".

 

 

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