Nell’ambito della nona edizione di Poetè, la rassegna letteraria ideata e diretta da Claudio Finelli, è stato ieri presentato il romanzo Cronaca di un delitto annunciato di Adriana Pannitteri, telegiornalista del Tg1. Come già preannunciato dal dinamico intellettuale partenopeo in un post su Facebook, l’evento è stato caratterizzato dagli interventi della filosofa Simona Marino e dall’«intensa testimonianza dell'attivista Arcigay Carmn Ferrara».

Compagno della responsabile delle politiche trans per Arcigay Nazionale Ottavia Voza, il giovane FtM ha iniziato da poco il suo percorso di transizione. Ma il toccante testo da lui scritto e letto dall’attore Antonio della Croce ha dischiuso un passato di sofferenza personale caratterizzato, in età minorile, da abusi sistematici. Abusi e violenze compiute da un vicino di casa in un clima di silenzio, paure e disinteresse familiare.

Ecco in esclusiva per Gaynews il testo integrale

Billy era il mio pupazzo di pezza ed era sempre con me. Lo portavo dal dottore, ai giardinetti e dormiva nel letto con me. Per fortuna me ne ero già sbarazzato quando ero ancora una bambina, ma avevo smesso di giocare. Nelle palazzine era tutto grigio, i muri senza intonaco, l’asfalto su cui mi sbucciavo spesso le ginocchia e la cantina del vecchio. Billy, invece, era rosa e bello. Non ricordo quando ho smesso di giocarci, ma avrei voluto tenerlo con me quando è iniziata la fine della mia infanzia. I miei genitori erano sempre assenti per motivi di lavoro.

Mia mamma era incinta di mio fratello quando io andavo in quinta elementare e mio padre era sempre in cerca di qualcosa da fare. Entrambi raccomandavano al vecchio “ve la guardate voi a Carmen?”. Lo vedevo come un nonno, sì, un nonno buono. Le sere d’estate uscivo fuori al palazzo e lui mi raccontava le storie. Storie di janare e lupi mannari, io non sono mai stato particolarmente coraggioso e mi faceva sedere in braccio a lui per darmi conforto.

Una volta mi raccontò una storia strana che faceva così: c’era una volta una principessa che cercava un principe. Il re esaminò una serie di pretendenti ai quali chiese di trovare un fagiolo, un chicco d’uva e una zucchina. Per non portarvela per le lunghe – anche perché non era affatto una storia avvincente – vi dico subito che questi pretendenti dovevano mettere nell’ordine: il fagiolo, il chicco d’uva e la zucchina nel deretano della principessa. A quell’età non capivo cosa ci fosse di divertente nel ficcare una zucchina in culo a una ragazza, ma il vecchio, toccandomi, mi disse che alla principessa piacque. Iniziavo così a silenziarmi e a divenire incapace di raccontare quelle storie assurde.

Non avevo paura di dire a mia mamma che Mastu Michele mi aveva parlato delle streghe janare e dei lupi mannari, ma avevo vergogna di quella zucchina e di quella mano sul seno che non avevo e tra le gambe.

Una sera in cui ero fuori al palazzo per giocare con gli altri bambini, mastu Michele mi chiese di aiutarlo per portare una cosa in cantina. Nelle palazzine non ci sono luci, soltanto tante ombre e tanti fantasmi. Scesi dunque con lui senza torcia e me lo ritrovai addosso. Scugnato – a Napoli si chiamano così le persone senza denti - , puzzolente e tanto tanto più grande di me. Mi baciò con la lingua. Ricordo ancora la sensazione di schifo. Gli dissi “cosa fate?” – gli davo del voi per educazione. Lui mi disse “non so cosa mi sia successo”. Io scappai, sputai e tornai a casa mia.

Qualche anno dopo riprendemmo a parlarci. In realtà non so se abbiamo mai smesso di farlo. Rammento che lui mi domandò una volta se fossi vergine e io gli risposi che ero bilancia. 

Avevo iniziato a fumare. Sarà stato il 2006, credo. Andavo in seconda media. Chiesi alle persone che erano fuori al palazzo se qualcuno avesse una sigaretta. Lui mi disse che doveva comprarle e mi fece salire in auto con lui per andare al tabacchi. Superammo però il bar in piazza. Io gli dissi che aveva “la macchinetta” (il distributore automatico), lui mi disse che le avremmo prese da un’altra parte, e viaggiammo per parecchio tempo. Io iniziai a non riconoscere i comuni che attraversavamo, cercavo di leggere le indicazioni stradali per capire dove stessimo andando. Giungemmo in un posto che dopo tanti anni ho scoperto essere in provincia di Caserta. Precisamente san Felice a Cancello.

Svoltò in una strada secondaria che portava in una terra. Intorno era tutta campagna. Spense l’auto, abbassò il sedile anteriore su cui ero seduta e iniziò a toccarmi. Io ero immobile. Mi spogliò. Mi aprì le gambe e iniziò a leccarmi. Poi entrò con un dito. Poi poggiò il suo pisello semieretto sulla mia vagina e cacciò del liquido che successivamente ho scoperto chiamarsi sperma. Soddisfatto prese una sigaretta. “Allora ce le avevate! Perché non me l’avete detto?” – gli dissi, non sapendo che altro dire. Me ne diede una. La accesi. “Non dire niente a nessuno di quello che è successo” – mi intimò. “Ma che siete scemo?” – gli risposi. E presi a fumare, guardando fuori dal finestrino. “Adesso andiamo a casa, vero?”. “Sì”. Quanto mi costò quella Merit.

Durante tutta l’adolescenza io e il vecchio ci vedevamo assiduamente, quasi ogni giorno. Lui abita sullo stesso pianerottolo della mia famiglia. Mi aspettava all’angolo ogni dì per accompagnarmi a scuola. Veniva a casa mia a bere il caffè e a trovare mio padre. Mi diceva nell’orecchio “ti aspetto fuori” e se non uscivo tornava, ma quasi sempre uscivo. Per cinque anni ogni sera e qualche volte anche di pomeriggio lui si appropriava del mio corpo. Già a tredici anni bevevo molto. Tris di vodka, rum, tequila, cointreau, campari & gin, Tennet’s super, Du Démon.

Fumavo Marijuana e hashish. Mi stordivo in modo che tutto fosse più sopportabile. Quando tornavo a casa, a volte vomitavo fuori al portone, altre riuscivo ad arrivare al cesso, abbracciare la tazza e addormentarmi. Quando capitava che il vecchio mi beccava di pomeriggio, ricordo che quando tornavo avevo sempre la testa bassa.

Mio padre mi diceva sempre “ailloc ‘a depressa!”, mia mamma non mi chiedeva mai cosa avessi. Ma non credo che se l’avesse fatto avrei saputo spiegarglielo. Ho trascorso gli anni delle scuole medie inferiori e superiori in un mondo fantastico. Sognavo ad occhi aperti di andar via di lì, scrivevo, piangevo quasi mai, ma avevo molti attacchi di panico e fissazioni varie. Parlavo da solo e avevo molti pensieri che mi frullavano per la testa.

Non avevo ancora dato un nome a quella violenza, ma sapevo che non mi piaceva affatto. Più passavano i giorni, i mesi, gli anni e più mi chiudevo in un’analisi tutta mia. Facevo la differenza con gli altri bambini e le altre bambine, poi con i ragazzini e le ragazzine. Iniziavo a capire che non a tutti succedeva di fare sesso contro la propria volontà. C’era qualcosa che non andava, ma non sapevo come liberarmene, né ero in grado di raccontarla.

Ho iniziato ad essere consapevole grazie a Barbara D’Urso. Vi farà ridere, ma è stato a Pomeriggio 5 che per la prima volta ho sentito parlare di violenza sulle donne e pedofilia. Con la storia di Sara Scazzi iniziai a pensare sempre di più che anche il vecchio si chiamava Michele, come Michele Misseri e non erano troppo diversi tra loro. Lavoravano la terra, non parlavano bene in italiano. Iniziavo ad avere sempre più paura e contestualmente cominciavo a dare un nome alle cose che mi accadevano. Un giorno ero a La Feltrinelli di piazza Garibaldi e per caso sfogliai un libro dal titolo “Amabili resti”. Lessi solo l’introduzione e la prima pagina. Era una storia raccapricciante ed ero sempre più convinto che anche la mia potesse finire così.

Non so come, ma il 15 o il 16 ottobre del 2012 mi ruppi il cazzo e mandai a cagare il vecchio. Lo feci con un tono di supplica, telefonicamente. Gli dissi che “non me la sentivo più”. Uno o due giorni dopo avrei compiuto 18 anni. Stentavo a credere che fosse stato così semplice. Bastava così poco per liberarmi di lui? Perché non ci ho pensato prima? Perché non ho detto di no dal primo momento?

Quando ho iniziato a raccontare alle persone che mi circondavano cosa avessi vissuto, però, ho capito che non era così facile liberarmi del vecchio. Perché lo sognavo la notte, lo incontravo sempre e una volta mi fermò e mi disse “tu tieni un brutto vizio: parli <troppo assai>”.

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Francesco e Giuseppe sono due giovani, rispettivamente di 18 e 20 anni, che, originari del Napoletano, sono stati cacciati di casa perché gay e innamorati l’uno dell’altro. Francesco è stato allontanato dalla madre nel mese di febbraio in quanto «ritenuto un pericolo – come lui stesso ci ha detto – per la sorella più piccola». Giuseppe, invece, ha dovuto lasciare l’abitazione di famiglia dopo che i suoi ne hanno scoperto il fidanzamento. Con tempi e modalità diversa i due hanno trascorso una vita da bohémien alternando soggiorni in casa di amici a notti all’addiaccio.

Situazione, questa, che si è verificata negli ultimi quindici giorni quando privi di soldi e di beni di prima necessità hanno vissuto in strada o in spiaggia. Alla fine Francesco e Giuseppe sono stati soccorsi dal comitato provinciale Arcigay di Napoli. Raggiunto telefonicamente, il presidente Antonello Sannino ha espresso tutto il suo rammarico per l’accaduto e ha affermato di «aver chiesto una possibilità d’allogio presso un’abitazione che, confiscata alla camorra, è stata assegnata nel 2009 a un’associazione Lgbti locale quale casa d’accoglienza per giovani omosessuali. Ma mi è stato risposto che la struttura è inagibile».

Alla vicenda ha mostrato subito grande attenzione il Comune di Napoli che, attraverso la delegata alle Pari Opportunità Simona Marino, sta cercando una soluzione d’alloggio e inserimento lavorativo per Francesco e Giuseppe. È stata proprio la professoressa Marino a offrire delucidazioni al riguardo, dichiarando a Gaynews che «la struttura, confiscata alla camorra e destinata a centro polifunzionale per l’accoglienza di giovani omosessuali e transessuali, è quella assegnata anni fa senza bando dalla giunta Jervolino e riconfermata da quella de Magistris nel 2014 all’associazione I Ken. Si tratta d’un appartamento di poco più di 50 mq, non ancora adibito all’uso prefissato per mancanza di fondi finalizzati alla ristrutturazione.

Per questo ho proposto sia ad Arcigay Napoli sia ad Atn (Associazione transessuale Napoli, ndr) d’individuare un immobile di proprietà del Comune da utilizzare nell’arco di due anni per allogiare persone omosessuali e transessuali in difficoltà. Soluzione temporanea, questa, in attesa che venga presentato un progetto specifico per l’assegnazione d’uno dei beni confiscati alle mafie. Ho a cuore che si trovi quanto prima una degna soluzione abitativa per Francesco e Giuseppe nonché per tanti giovani che, come loro, sono costretti a vivere l’esperienza dell’abbandono familiare a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere».

Gaynews nel frattempo si associa all’impegno di Arcigay Napoli e della delegata comunale alle Pari Opportunità, ricordando anche ai propri lettori e lettrici che è possibile fare una donazione per aiutare i due ragazzi

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