In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

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Vladimir Luxuria è la nuova testimonial del brand italiano di moda femminile Coconuda. Una scelta importante anche perché implicitamente carica di messaggi “rivoluzionari” per il mondo del fashion – e non solo – italiano. Da metà settembre la campagna pubblicitaria Coconuda con Vladimir Luxuria “invaderà” le case e le città degli italiani.

Ma, intanto, la scelta ha sollevato discussioni e stimolato l’odio dei tanti che, sui social, hanno offeso in maniera volgare e violenta Luxuria. Grande sorpresa, invece, il pubblico sostegno di Vittorio Sgarbi, che non è certo noto per avere posizioni “friendly” nei confronti della comunità Lgbti.

Incontriamo Luxuria qualche giorno dopo la comunicazione ufficiale della sua collaborazione come testimonial con Coconuda.

Luxuria, come hai accolto il fatto di essere stata selezionata come testimonial da Coconuda?

È la prima volta che sono testimonial di una campagna pubblicitaria e mi fa piacere. Mi avrebbero potuto scegliere come testimonial di un detersivo o di una poltrona. Invece mi hanno chiesto di fare da testimonial per una linea di abiti da donna. Quando avevo 15 anni, sperimentavo la mia femminilità di nascosto dai miei genitori. Adesso sarà sui cartelloni in tutta Italia. Un bel passo in avanti, no? Quella di Coconuda è stata una scelta importante e nuova per l’Italia.

E cosa ne pensi dei vari haters che, appresa la notizia, hanno iniziato a offenderti sui social?

La cattiveria in Italia viene spesso declinata in forme omotransfobiche perché, vicende come questa, scatenano l’aggressività e l’ira delle persone omofobe e transfobiche. Io, sinceramente, me ne sono sempre fregata e sono contenta di poter lanciare, grazie all’opportunità offertami da Coconuda, un messaggio di femminilità ed eleganza.

Te l’aspettavi la solidarietà di Vittorio Sgarbi che, tra l’altro, ha dichiarato che tu sei una testimonial migliore di Anna Tatangelo?

Non intendo proprio mettermi in competizione con le testimonial precedenti di Coconuda, come Anna Tatangelo o Raffaella Fico. Il brand sceglie ogni anno una testimonial nuova e quest’anno ha scelto me che sono una testimonial “diversa” dalle precedenti. Le parole di Sgarbi in mio favore sono comunque molto significative perché lui è uno che se ne intende di opere d’arte!

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Proprio nei giorni in cui il giovanissimo calciatore Gianluigi Donnarumma ha deciso di “marinare” il proprio esame di maturità per correre a divertirsi a Ibiza, c'è chi invece ha fatto della scuola e dell'esame di Stato un'occasione di riscatto sociale e orgoglio individualeQuella che vi raccontiamo è la storia di Rosa Rubino, donna transessuale di 60 anni, che vive a Napoli e, qualche anno fa, ha deciso di tornare a scuola per darsi una seconda opportunità.

Rosa, che aveva interrotto gli studi a 14 anni, vedendosi poi costretta, suo malgrado, a prostituirsi, ha conseguito il diploma tessile presso l'Istituto Leonardo da Vinci di Napoli, dopo aver frequentato un anno di Ctp (Centro territoriale permanente) e tre di studi serali.

Incontriamo Rosa poche ore dopo il colloquio d'esame: la sua voce trema dalla gioia e dalla commozione.

Rosa, cosa significa per te questo diploma?

Significa moltissimo. Diplomarmi era il mio sogno e ora è diventato realtà. La maturità mi ha regalato una grande emozione.

Quando hai deciso di tornare a scuola?

Qualche anno fa, cioè quando avevo 55 anni, dopo aver fatto alcuni colloqui con gli operatori della cooperativa Dedalus, ho compreso che dovevo trovare il coraggio di mettermi di nuovo in gioco e perseguire il mio sogno.

Hai incontrato problemi nella realtà scolastica?

Certo, chi non incontra problemi a scuola? Ma bisogna saperli superare. Nel complesso, sono stata accolta molto bene dalla classe. Con un prof, a dire il vero, ho avuto problemi, probabilmente dovuti al fatto che fossi trans. Però alla fine ho vinto io e mi sono diplomata. I miei compagni invece sono stati meravigliosi. Condividere i giorni prima della maturità, condividere l'ansia e la paura, piangere e prendersi in giro, stare insieme: sono stata così bene che io rifarei daccapo la maturità.

Cosa diresti a una giovane persona trans che ha abbandonato gli studi?

Direi di essere forte e di non abbandonare né gli studi né i sogni. Non è facile, lo so, ma dopo si è più ricchi. 

E adesso cosa farai?

Intanto ora sto lavorando presso la cooperativa Dedalus. Sto facendo tirocinio e a breve inizierò a lavorare in segreteria. Ho paura ma sono anche soddisfatta ed euforica per quest'occasione.  E poi vorrei iscrivermi all'università. Sarebbe davvero bellissimo! 

A chi dedichi questo diploma?

Lo dedico agli uomini della mia vita: a mio padre e al mio compagno Nando. 

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Lisa Williamson, classe 1980, è una scrittrice e attrice inglese. Conosciuta come attrice con lo pseudonimo di Lisa Cassidy, recita in molte pubblicità televisive. Tra il 2010 e il 2012 ha lavorato come amministratrice del Gender Identity Development Service (Gids), aiutando i minorenni alla ricerca della propria identità di genere. Questa esperienza ha ispirato la storia de L’arte di essere normale, opera prima e di grande successo dell’autrice inglese, vincitore del Waterstone’s Book Prize 2016 e del Leeds Book Award 2016, pubblicata in Italia da Il Castoro.

L’arte di essere normali racconta la storia del giovanissimo David Piper. David Piper ha quattordici anni e il tempo gli rema contro. I suoi genitori credono sia omosessuale. A scuola è vittima dei bulli. I suoi due migliori amici sono gli unici a sapere la verità. Leo Denton, al suo primo giorno alla prestigiosa scuola di Eden Park, ha un solo obiettivo: passare inosservato. Ma ben presto cominciano a circolare voci sulla sua espulsione dalla scuola precedente. E il fatto che la bella e popolarissima Alicia si innamori di lui non aiuta a tenerlo lontano dai riflettori e dai guai. Quando Leo prende le parti di David in un diverbio, tra i due nasce un’inaspettata amicizia. Ma le cose stanno per diventare ancora più complicate perché alla Eden Park i segreti non rimangono tali a lungo.

Con l’aiuto di Paola Malgrati abbiamo intervistato Lisa Williamson qualche giorno dopo la sua partecipazione al  Festival dei Ragazzi che leggono “Mare di Libri” di Rimini.

Lisa, Il tuo romanzo si chiama L'Arte di essere Normale. Cosa è per te la normalità? 

“Normale” è una parola che usiamo molto ogni giorno ma il suo significato è unico e personale per ognuno di noi, difficile da definire. Per me “normale” significa sentirsi a proprio agio e liberi.

Il tuo romanzo si rivolge a lettori anche molto giovani. Ma la lettura è sufficiente a salvare gli adolescenti, e soprattutto gli adolescenti Lgbti, dal pregiudizio e dall'isolamento? Cosa diresti a un adulto che non comprende i silenzi e la solitudine di un adolescente?

Ho ricevuto molte email davvero speciali da giovani lettori Lgbti che dopo aver letto il libro si sono sentiti meno soli. Riuscire a identificarsi nel personaggio di un libro è qualcosa che molti danno per scontato, ma per tanti adolescenti Lgbti, specialmente trans, è qualcosa che accade raramente. E credo che forse sia questo il motivo per cui il mio libro ha avuto un impatto così forte. Io spero che questo romanzo possa incoraggiare i più giovani a chiedere aiuto e, nello stesso tempo, possa diffondere consapevolezza e promuovere accettazione e sostegno in una più ampia comunità. Tuttavia i libri sono solo una parte di questo percorso e devono essere di un movimento più grande.

Gli adulti devono imparare ad ascoltare. È molto comune e frequente ridurre i sentimenti degli adolescenti a una “fase” piuttosto che prenderli sul serio. Essere ascoltati ha un’importanza vitale per il nostro benessere di esseri umani e può davvero fare la differenza. Può essere molto faticoso per gli adolescenti parlare dei loro sentimenti. Perciò cercate di creare uno spazio sicuro in cui possano aprirsi senza paura. Chiedete loro che cosa leggono o quali canzoni ascoltano. Molto spesso avere una conversazione su un libro o un film o una canzone può essere un ottimo stimolo per iniziare a toccare argomenti difficili.

Il tuo romanzo è anche un romanzo sulla forza dell'amicizia. L'amicizia salva davvero?

Sicuramente. Una vita senza amici sarebbe davvero triste. Per il personaggio di Leo l’amicizia rappresenta qualcosa a cui ha cercato di resistere per lungo tempo. Sebbene al principio esiti, l’aprirsi poi agli altri innesca in lui davvero una trasformazione.

In quest'era in cui prevale l'immagine e la moltiplicazione dell'immagine (i social ne sono esempio evidente), stiamo perdendo di vista l'universo emotivo di chi ci sta vicino? E gli adolescenti stanno "disimparando" a comunicare in maniera autentica tra loro?

Penso che abbiamo sempre la stessa capacità di emozionarci, ma la esprimiamo in modi diversi e questo non è necessariamente negativo. Detto questo, mi rattrista osservare quanta comunicazione avvenga oggi online a scapito di ogni sfumatura. Preferirò sempre una telefonata o un incontro faccia a faccia a una riga di un messaggio di testo. Comunque non credo che questo tipo di comunicazione debba necessariamente essere letta come poco autentica. Incontrando ragazzi adolescenti e ascoltando come si rapportano ai libri, è così chiaro quanto siano in connessione con le loro emozioni. Mi chiedo solo se oggi sia maggiore la tendenza a interiorizzare le nostre emozioni o a non mostrarle per quello che sono. Allo stesso modo dobbiamo però tenere presente che per molti giovani Lgbti internet può essere un’ancora di salvezza, che li aiuta a connettersi con altri che stanno avendo esperienze simili. Ho incontrato molti ragazzi che attribuiscono agli amici online il merito di aver loro salvato la vita.

Cosa diresti a un genitore che non accetta la propria figlia o il proprio figlio perché transgender o omosessuale? Ti è capitato di essere testimone di casi di transfobia e omofobia?

In qualità di responsabile del centro Gender Identity Development Service a Londra, ho incontrato molte famiglie alcune delle quali in seria difficoltà nell’accettare la transizione dei loro figli. Fortunatamente, però, questi casi erano una minoranza e ho spesso assistito a cambiamenti radicali nell’atteggiamento di genitori o parenti a mano a mano che comprendevano la realtà. È sempre molto emozionante vedere un genitore, inizialmente preoccupato, sciogliere ogni riserva e sostenere poi con grande sincerità la scelta dei loro figli. Parlare aiuta. Così come rivolgersi ai servizi disponibili e cercare di essere disposti il più possibile a mettersi in discussione.

Che ruolo dovrebbe avere la scuola nella lotta alle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere?

L'istruzione è la chiave. Non solo le scuole dovrebbero attuare delle politiche di tolleranza zero nei confronti del bullismo in ogni sua forma, ma i ragazzi hanno necessità di capire perché è sbagliato. Gruppi Lgbti che coinvolgano sia studenti Lgbti sia i loro sostenitori possono essere davvero fantastici in questo, oltre a rappresentare un modo molto efficace attraverso il quale i ragazzi possono suggerire alle scuole come migliorare le loro politiche interne.

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A pochi giorni dalla polemica suscitata dagli appelli alla sobrità durante il Basilicata Pride abbiamo incontrato Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e voce libera della collettività Lgbti.

Porpora, nel tuo libro Antologaia ti racconti e racconti un’epoca nella quale il senso di lotta di liberazione e d’uguaglianza per le persone Lgbti passava  attraverso la grande voglia di vivere per quello che si è e non per quello che gli altri vorrebbero che fossimo. Oggi  è ancora cosi? O il fabbisogno di omologazione è più forte perché è più rassicurante?

Il mio sforzo in Antologaia è stato quello di ricercare un continuum tra quella dimensione e l’attuale. Sarebbe assurdo che non ci fosse continuità, perché se così fosse neanche lo avrei scritto. In quel periodo noi tutte non avevamo nulla da perdere: tutto era in costruzione. Come scrivo nel libro – “non conoscevamo il futuro ma ci piaceva immaginarlo” -, uscendo da una storia di negazione, il futuro era nelle nostre mani e per questo lo costruivamo secondo la nostra visione, i nostri bisogni, le nostre fantasie. Tutto questo si chiama costruzione di senso. A mio avviso oggi quella costruzione la stanno facendo altri al posto nostro (la morale, la politica, il mercato) dando quindi il loro  senso, la loro visione, la loro morale. Possono sembrare concetti antiquati o vuoti, ma di questo si tratta. L’omologazione è purtroppo una tendenza in atto. Tanto in atto che neanche ce ne rendiamo conto. L’aspirazione ad avere una vita soddisfacente e dignitosa coincide purtroppo con l’uniformarsi a modelli che non possono e non potranno mai considerarci poiché sono la negazione stessa della nostra esperienza. 

C’è chi dice che il tempo di  “mostrarsi “ per ottenere diritti è passato. I Pride non hanno più necessità di culi e tette al vento? È proprio cosi?

Può darsi, ma la storia ci insegna che non sempre l’evoluzione corrisponde al progresso o, meglio, non sempre l’andare avanti comporta un automatico avanzamento sociale culturale, politico. Non è antagonismo il mio, ma realismo storico. Perché sia vero il contrario, tutte noi dovremmo essere più presenti, attive, vigili e non dare per scontato cose che scontate non sono. Forse è un mio limite ma non riesco a vedere oggi un orizzonte rassicurante. Del resto basta affacciarsi alla finestra. La sessualità, il genere, il corpo sono da sempre campi di battaglia su cui si decidono politiche e persino guerre. Non vedere questo è, a mio avviso, grave e irresponsabile. Nella nostra visione e percezione ci fermiamo di solito agli ultimi 40 anni, quelli della liberazione. Ma la storia è molto più ampia e ci dice altro. Se non ne prendiamo atto e agiamo, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Del resto si tratta della nostra vita.

Per Porpora Marcasciano che cosa è la libertà  dei corpi? E oggi, dopo la legge  sulle  unioni civili, ha ancora senso parlarne?

La libertà è libertà dei corpi. Attraverso il corpo possiamo capire e interpretare il mondo. Questo non è però scontato. Le trasformazioni sono spesso invisibili, impercettibili, insidiose e ce ne rendiamo conto solo quando è troppo tardi. Continuando a castigare il corpo secondo una tendenza in atto, lo ricollochiamo esattamente nelle paludi da cui lo avevamo tratto in salvo. Le opinioni a proposito possono divergere, è normale, ma a una visione attenta non può sfuggire un moralismo strisciante e un’omologazione imperante che stanno ricastigando il corpo, la sessualità, il desiderio. Non permettiamo che siano i posteri poi a dirlo: sarebbe una brutta cosa. Facciamolo noi con uno sforzo intellettivo prima ancora che intellettuale: guardiamo la storia, quello che ha prodotto e quello che, purtroppo, produce.

Siamo nate con la liberazione, l’emancipazione, la rivoluzione. Cerchiamo di non collocare questi concetti nella dimensione del passato. Attualizziamoli perché, se non lo facciamo noi, ci sono infinite “sentinelle” che lo faranno. La liberazione non è datata ma in atto: è qualcosa che procede e non va fermata, è movimento.

C’è, secondo te, transfobia nel mondo Lgbti? Non parlo di quella  interiorizzata ma di quella palese. E, se c’è, come si manifesta?

Sarebbe semplicistico vedere la transfobia solo come atto di violenza e sopraffazione fisica. Essa è un prodotto culturale ed è radicata nel nostro sistema che, diciamolo, è transfobico, omofobo, razzista, classista poiché mette al centro dell’universo il proprio modello. Quel modello lo abbiamo interiorizzato e viene fuori quando meno ce lo aspettiamo: nei rapporti sessuali, politici, di amicizia e di movimento. Questo il motivo per cui le persone trans sono sempre escluse e restano le ultime. Fatta esclusione degli odierni Pride, dove finché si tratta di folklore va bene, quando mettiamo in discussione i cardini scoppia la bagarre.

Se tu dovessi indicare un poeta, uno scrittore o uno scienziato che ha fatto della non conformità la pietra centrale del suo genio, a chi penseresti?

Non è uno solo, ma diversi. E al primo posto non voglio mettere un uomo ma una trans. Quindi secondo la mia costruzione di senso, metterei Sylvia Rivera poetessa della ribellione, Mario Mieli poetessa della liberazione, Roberta Ferranti grande maestra di vita. Imprescindibili per me sono Michel Faucault, Pier Paolo Pasolini, Jean Genet. Da soli potrebbero darci la cassetta degli attrezzi per interpretare e cambiare il mondo. 

Vorrei chiudere  questa intervista con un pensiero rivolto a Marcella di Folco. Secondo te cosa griderebbe con il suo vocione  in piazza oggi  dopo l’emanazione della legge sulle unioni civili?

Marcella, anzi Marcellona, è il simbolo stesso della fisicità. In lei erano racchiuse tutte le identità negate: per questo le interpretava, le esternava e ce le sbatteva in faccia. Marcella aveva un’intelligenza sopra la norma, sapeva bene cosa dire, cosa fare e cosa chiedere in quel momento. La sua voce imperiosa era voce di movimento contro tutti i moralisti e i finti alleati. E ci ricorderebbe tutto ciò.

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Sembra strano, ma dopo anni di studi, attivismo e politica, bisogna impegnarsi ancora a difendere quelle che comunemente vengono chiamate tette. In particolare, si parla delle temibili “tette al vento” durante i Pride che fanno ancora tanto discutere, come è successo al Basilicata Pride dello scorso 3 giugno. 

Ma facciamo un passo indietro. Il Pride è fondamentalmente il ricordo dei moti di Stonewall e, per sua natura, presuppone che nessuna organizzazione possa dire a chi sta in piazza come vestirsi o non vestirsi. Altrimenti sarebbe una parata militare, una manifestazione in divisa sindacale o un flash mob con una direzione artistica. Premesso che trovare persone al Pride con le tette al vento sia sempre più difficile, vista la meravigliosa invasione degli ultimi anni di famiglie, passeggini e persone di ogni tipo, cosa c'è dietro a chi sceglie liberamente di mostrare il seno a un Pride

Prima di tutto c'è sofferenza. La maggior parte delle tette in questione appartengono alle persone trans, che hanno attraversato le più svariate vessazioni, violenze e discriminazioni per il semplice fatto di non riconoscersi nel proprio corpo e adesso rivendicano la libertà di essere quello che sono. Se appartengono invece a una donna, credo che basti pensare a quanto questa donna potrebbe essere accusata di essere z......la per il semplice fatto di mostrarsi. A far l'amore comincia tu, diceva molto semplicemente Raffaella Carrà

In secondo luogo c'è libertà. Le persone trans sono state tra le prime a ribellarsi a Stonewall nel lontano 1969 contro un sistema che condannava i rapporti omosessuali e imponeva per legge di vestirsi in maniera consona al proprio sesso. Questo è avvenuto perché erano, e sono tuttora, le persone che più sentono il peso degli stereotipi, dei pregiudizi, del fatto che un uomo non è uomo se non si comporta e non segue certi schemi e una donna non può certamente essere altro che un donna biologica. 

In terzo luogo c'è la sessualità. Il corpo al Pride è un valore. È uno strumento politico contro l'ipocrisia di una società che di sesso non vuole ancora parlare, nonostante nell'epoca della connettività di massa è purtroppo la pornografia a fare scuola a bambini e bambine sul sesso. Quelle tette, tra i molteplici significati, stanno lì a dire: "Vogliamo parlare di sessualità invece di fare i moralisti di giorno e i consumatori di porno e prostituzione di notte?". È una provocazione che, specialmente nel nostro Paese, è più che legittima, considerando anche il fatto che la maggior parte dei bambini e delle bambine, oggi, non hanno gli strumenti concettuali per distinguere la pornografia dalla realtà con conseguenze pericolosissime in termini di salute e bullismo, come spiega anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità (e non le pericolose trans a seno nudo). Siamo davvero sicuri che le trans a seno nudo siano pericolose per i più e le più giovani, quando non ci curiamo minimamente della quantità di violenza e messaggi negativi a cui oggi sono sovraesposti e sovraesposte ogni giorno? Blue Whale dovrebbe insegnarci qualcosa. Il bullismo a sfondo sessuale è una delle prime cause di depressione e perdita di autostima nelle giovani generazione e si alimenta con chat e social media. 

In quarto luogo c'è la parità. Spesso si sente dire: "A che serve sfilare con le tette al vento per chiedere uguali diritti? Gay e trans non fanno certo questa vita tutti i giorni". 

La parità non è fatta solo di leggi. Le leggi sono solo un pilastro. Poi c'è la sostanza, la cultura, l'immaginario, le opportunità concrete. Non è un caso che nonostante la Costituzione repubblicana del 1948, il diritto di famiglia sia stato riformato solo nel 1975. Perché il petto di un uomo non fa scandalo e il seno di una donna sì? A pensarci bene, la nostra sessualità è costruita intorno al concetto di virilità maschile. La donna deve coprirsi perché è sessualmente complementare all'uomo ed è sconveniente che prenda l'iniziativa. L'idea di un seno scoperto ci turba perché scuote un sostrato culturale fatto di maschilismo e patriarcato

Non si tratta allora solo di un banale spogliarello, solo di un'esibizione. Quello spogliarsi e quell'esibirsi al Pride hanno un valore: sono il ricordo di una battaglia di liberazione che deve essere tramandato e di cui oggi abbiamo  più che mai bisogno. Qualcuno dice che i tempi sono cambiati e che le persone trans come anche le associazioni Lgbti devono rivendicare la quotidianità, la possibilità di svolgere qualunque tipo di lavoro e di educare dei figli. 

Siamo d'accordo, ma esistono marce, sit in e tantissime altre manifestazioni che non sono il Pride. Il Pride, ricordiamolo, è orgoglio di se stessi, del proprio corpo e della propria identità.  Nessuno e nessuna di noi vorrà trovare un lavoro in cui i colleghi insultino chi si traveste o ha manifestato in passato con le famose tette al vento. Nessuno e nessuna di noi vorrà vivere un quotidiano in cui rinnega il momento della lotta e della provocazione. Nessuno e nessuna di noi vorrà nascondere al proprio figlio o figlia le foto di anni e anni di Pride rinunciando a spiegare il valore di quelle tette. 

La provocazione serve ancora oggi, perché non c'è solo un'identità da affermare, ma un tema che riguarda la consapevolezza, la libertà e l'educazione al corpo e alla sessualità. Proibire, creare il senso della vergogna, costruire il meccanismo della colpa sono purtroppo strumenti del potere che ci portiamo addosso da secoli, nei quali viviamo e con i quali ci esprimiamo, anche senza rendercene conto. Per questo, si tratta di un tema sul quale c'è una lunghissima strada da fare, affrontando moltissime forze che remano in direzione contraria per portarci indietro rispetto a quanto conquistato: per compiere questa strada abbiamo bisogno anche delle tette. 

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Il Basilicata Pride è stato un indubbio successo come ricordava ieri Nadia Girardi, presidente del locale comitato d’Arcigay, al termine della parata. Un successo dovuto alla tenacia e al coraggio di una donna trans che da anni si batte per i diritti Lgbti in una regione non pienamente sensibile a certe istanze come la Lucania. Quella Lucania che diede i natali a don Marco Bisceglia, uno dei fondatori dell’Arcigay, che l’attivista Morena Rapolla ha ricordato in relazione «a quei germogli lasciatici da un prete che qualcuno ha definito un prete scomodo. Invece no. Don Marco Bisceglia stasera è qui con noi. Io sento il suo spirito. Stasera fa festa qui con noi perché è tanto orgoglioso di noi. Quando i diritti non saranno più desidero allora non avremo più bisogno dei Pride. Ma la stagione dei Pride è solo iniziata».

Parole toccanti che sono state precedute dal discorso vibrante e forte di Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno, che senza mezzi termini ha attaccato il comunicato Utero in affitto diramato tre giorni prima dell’inizio dell’Onda Pride: «Siamo qui con tante famiglie. Ma ci mancano ancora tanti diritti come l’accesso alla gpa per tutti. Non dobbiamo permettere a nessuno d’insultarci. Nessuno ci deve insultare. Nemmeno certe vecchie lesbiche rimbambite. Nemmeno  certi gay rimbambiti. Non dobbiamo farci insultare da nessuno».

Non sono però mancati momenti di tensione, provocati da un pubblico appello di Morena Rapolla alla sobrietà e alla compostezza nello sfilare prima della partenza del Pride. Pronunciato dal palco, l'invito si è caricato d'indubbia connotazione politica sì da indurre Laura Maria Santonicola, vicepresidente di Rain Arcigay Caserta, Daniela Falanga, componente di Arcigay Napoli, e Ottavia Voza, componente della segreteria nazionale d'Arcigay con delega per le politiche e i diritti trans, a un gesto dal forte impatto provocatorio: mostrare i propri seni quale protesta a un messaggio compromettente il principio dell’autodeterminazione e 30 anni di rivendicazioni. Rivendicazioni contro una società sessista che vuole le persone omologate e schiave d’una non meglio precisata moralità

Questo gesto ha indotto Nadia Girardi a far interrompere la musica e a prendere la parola: «Vi prego caldamente perché ho visto una mia amica che si è tolta il reggiseno. Allora: questa non è un’esibizione. Vi prego. Vi chiedo questa cortesia perché l’amministrazione comunale ci ha appoggiato e io ci tengo a portare in alto il nome di Arcigay Basilicata. Anch’io sono vestita da drag queen ma non sono volgare. Vi prego perciò di non spogliarvi e di rimanere composti perché questa è la Potenza dell’Amore e non uno spogliarello».

Parole che hanno suscitato l’immediata reazione del comitato Rain Arcigay Caserta che ha ritirato le sue diciotto bandiere in segno di protesta. «È possibile – così la stessa Laura Maria Santonicola, le cui dichiarazioni sono state riportate nell’odierno comunicato del comitato casertano -  nel paese che vanta il triste primato europeo per omicidi di persone trans, che siamo costrette da istituzioni sorde e bigotte a coprirci, ricomporci e nasconderci nel nome di una morale individuale che non è legge? In che modo un seno scoperto è dannoso, a confronto di quello che subiamo come singoli e come comunità ogni giorno? Censuriamo i nostri corpi e non le parole d’odio di chi ci vorrebbe morti e ci condanna all’inferno?».

In  ogni caso la stessa Ottavia Voza Daniela Falanga non hanno esitato  a riconoscere a Nadia Girardi il merito della non facile organizzazione del Basilicata Pride e a sottolineare come le indubbie pressioni provenenienti da più parti l’abbiano portata all’infelice appello pubblico. D’altra parte la stessa presidente di Arcigay Basilicata, interpellata da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, ha ribadito tutto ciò e, oltre a dirsi dispiaciuta per quanto successo, ha anche comunicato d’aver chiamato personalmente Laura per chiederle scusa.

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