Presidente onoraria del Mit, dopo esserne stata a capo dal 2010 al 2017, Porpora Marcasciano è una figura storica del transfemminismo italiano e autentica voce libera della collettività Lgbti.

Il suo impegno attivistico è andato sempre di pari passo con quello culturale. Anzi l’uno ha vicendevolmente sostanziato l’altro. Tangibile riprova ne sono i volumi Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestiti (Manifesto Libri, 2002), AntoloGaia. Sesso, genere e cultura degli anni ’70 (Il dito e la luna, 2007), Favolose Narranti. Storie di transessuali (Manifesto Libri, 2008).

A questi si aggiunge ora L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender, edito per i tipi romani Alegre. Porpora ce ne parla in esclusiva a poche ore dalla messa in commercio del volume

Porpora Marcasciano torna con il libro L’aurora delle trans cattive. Chi sono le trans cattive e perché l’aurora?

L’Aurora è luce, è l’inizio delle cose e quindi della visibilità. È tutta quella parte di storia trans e non solo, rimasta in penombra, che va restituita alla nostra contemporaneità. Aurora è anche il nome dell’incrociatore che bombardò il Palazzo d’Inverno dando avvio alla Rivoluzione d’Ottobre.

Nel libro affermi: “Se ti battezzano per disforica è chiaro che disforicamente ti costruisci”. Qual è il suggerimento di Porpora alle giovani generazioni trans e non solo?

È difficile dare suggerimenti specialmente nell’epoca dei social dove qualsiasi cosa, parola, azione diventa tutto e il contrario di tutto. Il suggerimento è insito nella testimonianza riportata nel mio libro ed è quella di costruire senso e significato trans che non è il mio o di qualcun altro ma responsabilità collettiva. Se si pone al centro del mondo e della propria vita il proprio transito senza collegarlo al mondo/contesto circostante diventa automatico che si resta inchiodati allo studio dello psichiatra, a quello dell’endocrinologo o alla sala operatoria. Penso che l’esperienza trans sia molto più ricca, complessa e interessante del percorso medicalizzato e medicalizzante. Non voglio assolutamente disconoscere  bisogni e  desideri che per loro peculiarità passano da quei contesti. Tantomeno disconoscere il discorso scientifico. Piuttosto togliergli centralità e allargare l’orizzonte delle proprie vite, mettendole in sinergie con tante altre esperienze altrettanto negate dal nostro sistema  

Incontri, racconti, vita quotidiana, strada, buio, luce, solidarietà, rispetto e favolosità. Queste sono le parole chiave che il mondo trans mi ha insegnato. E leggendo la premessa al tuo libro le ho ritrovate tutte. Ne manca qualcuna secondo te oggi?

Ne mancano tante! Del resto comincia a essere sotto gli occhi di tutti che il mondo (e l’Italia specialmente) si sia incarognito e imbruttito. Fino a qualche anno fa questa denuncia veniva liquidata come “retorica antagonista”. Bisognava sbatterci il muso per capire che la bellezza del mondo per essere goduta va difesa. Il fascismo, il razzismo, la violenza, la bruttura stanno dilagando, facendo scattare l’allarme. E pensare che solo qualche anno fa una delegazione Lgbt si recò in visita a CasaPound dicendo che erano bravi ragazzi e il problema era invece rappresentato dagli antagonisti: ve lo ricordate? Spero!

La foto della copertina del libro è bellissima. Perché l’hai scelta?

Intanto perché Lina Pallotta, che ne è autrice, ha seguito quasi tutta la mia vita carpendo le situazioni più importanti. E poi perché quella foto è orizzontale, evidenziando quindi il mondo attorno. Nel ritratto c’è Roberta Ferranti che è una delle pioniere dell’esperienza trans in Italia e Lucrezia che era la favolosità fatta trans.

Quando io andavo a ballare, diciamo più giovane, nei locali gay si diceva: no trans. E davanti alla porta del locale rimanevo stupito da tanta discriminazione. Esiste ancor oggi tutto questo?

Certo che esiste anche se molto più camuffato e sotterraneo. Prima era esplicito e diretto – tu non puoi -. Oggi quella stessa negazione, posta sui social viene neutralizzata dai tanti pro e contro di un infinito chiacchiericcio che permette a ognuno di sparare la propria. Il silenzio dignitoso oramai non ci appartiene più. E ritornano i mostri.

Il mondo trans con le sue problematiche , almeno qui in Italia, è sempre lasciato dietro le quinte su un politica che vede prevalentemente l’attenzione sul mondo che potremo definire prevalentemente “gay”. A tuo parere è solo una questione culturale?

Culturale e politica, visto che i due piani sono strettamente legati. Nel mio libro emerge chiaramente come la subcultura trans sia stata marginalizzata ma non dai nostri nemici storici, quanto piuttosto dai compagni di viaggio. Sylvia Rivera è l’esempio emblematico di attivista trans assorbita, neutralizzata ed esclusa dal movimento mainstream. Penso di poter dire che la stessa cosa sia successa da noi e nel resto del mondo. Fino a quando le persone trans non riprenderanno la parola e parleranno in prima persona della propria esperienza non ci sarà emancipazione. Il registro narrativo del movimento Lgbt degli ultimi 30 anni è stato diretto fondamentalmente da omosessuali maschi. Successivamente da esponenti politici che hanno neutralizzato vocabolario, attivismo, senso e significato

Anni ‘70, ‘80, ‘90, ‘2000. Dov’ è oggi la favolosità di allora “tra le rose e le viole”?

La favolosità per fortuna continua e cresce ma va rivitalizzata riprendendo confronto, dibattito e critica (quella costruttiva). Ho l’impressione che negli ultimi anni la scena trans abbia conquistato una sua centralità. La presa di parola mi sembra più centrale e centrata.

Nel tuo libro scrivi di meravigliose creature. Raccontane una.  

Ognuna di quelle creature era grande perché raccoglieva in sé tutte le altre. Raccoglievano l’essenza stessa della transessualità, rendendola collettiva. Non si  appariva se non si era e noi lo eravamo, con il corpo, con la rabbia, con la sessualità/sensualità, con le nostre parole. Eravamo collocate ai margini perché eravamo degenerate, cattive e quella era la nostra favolosa bellezza!

Quali sono ora i rapporti con le grandi o piccole associazioni Lgbt? Qual è, se c’è, il tuo rammarico più forte alla luce del mondo che rappresenti nel tuo libro e quale invece la tua gioia  più grande?

Il rammarico è quello di non incontrarsi più fisicamente ma solo virtualmente. Di non dirsi, non dibattere, non volere entrare nelle contraddizioni per risolverle. Del resto la crescita personale e collettiva passa attraverso il confronto sulle contraddizioni e mi sembra che non ci sia più attitudine a questo. Abbiamo più o meno 50 anni di storia e pensiamo di esserci detto già tutto, quando abbiamo ancora tutto da costruire.

Cosa direbbe Marcella di Folco di questo libro ai potenziale lettori?

Marcellona si sarebbe commossa e tra le lacrime avrebbe ringraziato. La caratteristica dei grandi personaggi è l’umiltà.

Dov’ è ora Porpora Marcasciano? Tra le buone  o le cattive?  

La mia risposta sarebbe scontata, quindi non la dico. Rispondo con una citazione di Michel Faucault che mi è sempre piaciuta tanto: No, non sono dove mi cercate ma qui da dove vi guardo ridendo.

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Ricapitolando... Nel 2005 avevo domandato al Circolo Pink di Verona uno spazio per creare un punto di riferimento per le persone trans. Mi fu dato e fondai il Transgender Pink. Finalità di questo sportello scalcinato era quella di rendere tutte e tutti noi persone trans scienziate/i di noi stessi. Avevo la sensibilità di Antonietta Bernardoni, che conobbi personalmente negli anni ‘70 personalmente, e la conoscenza delle sue attività terapeutiche popolari. Avevo allora ben presente che, se fossi riuscita, avrei costituito un consultorio fatto da persone trans per le persone trans. Per una transizione medico-pedagogica senza il supporto di psicologi/psicologhe e psichiatri/psichiatre.

Ma non vi riuscii o meglio non ne fui capace, perché eravamo nella fascistissima Verona e perché io allora avevo appena fatto la mia transizione sociale e lavorativa perdendo il lavoro a 55 anni. Non conoscevo il mondo Lgbti. Ero perciò tutta presa a creare contatti e a capire cosa volesse dire vivere concretamente da trans come ero ma anche da gay, da lesbica, da donna. E gli eventi mi presero la mano. Sulla base del mio lavoro presso il Transgender Pink, scalcinato ma importantissimo, il Pink organizzò il Sat: tutta un'altra cosa da quello che io avrei voluto sul territori, cioè un consultorio con pedagoghi e con persone trans. Invece al primo corso di formazione ci furono quasi tutte presenze di studenti e laureati in psicologia.

In quegli anni scoprii che anche tutto il mondo Lgbti era psichiatrizzato – e lo è ancora – e frammentato. Personalmente leggo tutto ciò come la coda del capitalismo perché esso porta alla specializzazione e alla divisione tra gli esseri umani attraverso diagnosi. Infatti, se vogliamo tutt’oggi un diritto alla cura o cambiare nome sui documenti, è necessario avere presso  tutti i consultori d’Italia una diagnosi psichiatrica di disforia di genere. Quindi un diritto personale mi costa una diagnosi. E a tale prezzo non è più  un diritto o una conquista dal momento che dietro c’è una diagonsi psichiatrica. Diagnosi che è indice di eteronormatività. Checché se ne vogliamo pensare, la realtà, tragica realtà, è questa. Ma è da qui che bisogna partire: rifarsi cioè a Maria Montessori, ad Antonietta Bernardoni, a Leslie Feinberg, a Paul B. Preciado. Ma anche una bella analisi marxista e transfemminista non guasterebbe.

Io ho serie difficoltà di lettura e scrittura. Vado soggetta a blocchi, frutto di cattivi insegnanti che, invece di vedere perché non studiavo e mettersi a ragionare con me, mi mandarono, complice la mia famiglia, da psichiatri e psicologi con un netto peggioramento nel campo dello studio. Ora cerco di riscattarmi ma è dura. Vorrei però dare, visto l’imminente arrivo della mia anzianità. Vorrei apportare un contributo in tale senso, sebbene non sia laureata. Ma, avendo pure fatto l’operaio di fonderia per trenta anni, credo di avere un’ampia conoscenza di mondo lavorativo e sociale. Credo soprattutto di poter dare un valido contributo perché sono una trans che può pensare, scoprire, scrivere ed essere scienziata delle proprie esperienze.

Insomma, più pedagogia, meno psichiatria e psicologia. Più autodeterminazione e più libertà di espressione dei nostri generi e dei nostri sessi. Lasciatemi dire, anche più antifascismo e anticapitalismo. Mi riprometto di sviluppare in futuro questi concetti con delle pubblicazioni, se ne avrò forza e coraggio e se riuscirò a superare i blocchi di cui parlavo. Ora, già scriverne per la prima volta mi sembra positivo.

In fine ho un sogno: formare un movimento su questi concetti che sono nelle mia mente da molti anni. Movimento che si chiamerebbe TRANSFORMAZIONE e che parte da noi persone trans ma che vuole andare a tutto il genere umano. Movimento che, mi si passi l’ardire dichiarativo, conieremmo per futuro genere umano composto da 7 miliardi di persone in trans. Che, sulla scorta del termine originario latino, si riferisce a un transito permanente e continuo. Ne parleremo anche perché dovremmo iniziare una grande rivoluzione sociale anticapitalista per una cultura e una scienza dal volto umano. Per dei consultori trans dal volto umano.

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Due sono gli intellettuali cui più mi sento vicina. Sono Leslie Feinberg e Paul B. Preciado: il primo americano, il secondo spagnolo. Nessuno dei due, in ogni caso, proveniente da studi psichiatrici. Feinberg, nato donna e morto 65nne nel 2014, rifiutava la divisione eteronormativa. Preferiva i pronomi neutri e combatteva nell’ambito del femminismo le donne che rifiutavano le donne nate biologicamente maschi. Preciado, anche lui nato donna, è uno scrittore e filosofo contemporaneo, il cui lavoro si concentra su tematiche applicate e teoriche in materia di identità, sesso, pornografia, architettura. Preciado esamina la politicizzazione del corpo sotto la categoria del “farmacopornografico” denunciando le multinazionali del farmaco perché cause di molte delle difficoltà nonché delle morti delle persone trans.

Ho preferito fare un breve sunto storico/contemporaneo significativo ma di denuncia esplicita del sistema economico capitalista e delle connesse correnti di pensiero nonché della psichiatria e psicologia in una con buona parte del mondo medico e accademico. Sì, lo so: è una denuncia forte ma che faccio con tutto il cuore e l’amore che mantengo intatto per tutto il genere umano. Ho anche altresì citato quali movimenti e quali  persone stanno lottando per far emergere la vera essenza del genere umano attraverso la liberazione della propria identità condannando il sistema neoliberista stesso.

Io sono una persona trans. Da ora in poi mi definirò di identità di genere neutro o omnicomprensivo di tutti i generi e di tutti gli orientamenti sessuali, lottando per la liberta di espressione del mio corpo ma soprattutto della mia mente. Questa scelta la faccio a 67 anni dopo decenni di esperienze sul territorio veronese e italiano. Infatti per me i termini transessuale e transessualità sono vocaboli che esprimono una diagnosi psichiatrica e vogliono paragonarmi o a un uomo o a una donna. Fortunatamente al momento io, nato biologicamente maschile col nome di Lodovico, non ho mai fatto alcuna perizia di disforia di genere, come prevista da tutti protocolli, per ottenere il cambio dei documenti o qualsivoglia diritto sul posto di lavoro sotto il nome di Laurella. Negli ultimi dieci anni, attraverso buone e significative relazioni umane, sono riuscita a far apporre un tale nome d’elezione su tutta la documentazione lavorativa nonché sul cartellino personale identificativo dall’azienda ospedaliera di Verona presso la quale ho lavorato sino al gennaio 2017 prima della pensione. Purtroppo non sono ancora riuscita all’interno dell’azienda a far sì che la direzione ospedaliera veronese emani una delibera o un regolamento perché possano godere anche gli/le altre dipendenti quanto ho personalmente ottenuto. E magari con estensione a tutta la sanità regionale venata. Ma ci sto ancora lavorando con i sindacati, il Circolo Pink  e alcuni docenti dell’università.

La storia ci insegna che il nome transessuale/transessualità deriva da studi psichiatrici e che, da Hirschfeld a Cauldwell a Benjamin, sono i portatori dell’invenzione del termine transessualità come patologia psichiatrica di disforia di genere, cioè diversità di genere, e, come tale, inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentalie (DSM), di cui ho prima parlato. Questo manuale venne approntato nel 1952: in esso sono fatti passare per malattie psichiatriche stati facilmente affrontabili dalla persona stessa, dai genitori e dalla pedagogisti. Quindi un manuale, il DSM, che sembra quasi prefabbricato per poi dare pazienti a medici e psichiatri e aumentare soprattutto la vendita di psicofarmaci.

Come si può facilmente notare e capire, non solo il transessualismo ma molte patologie sono inventate per il bene delle multinazionali del farmaco e per far lavorare più psichiatri e psicologi. Voglio qui riportare quanto afferma un mio caro amico, il prof. Ermanno Tarracchini, biofarmacologo, insegnante di sostegno nonché docente universitario, sulle strategie biopedagogiche e antropoevolutive. «Certamente è più facile – scrive in un suo articolo – permettere allo psicologo o allo psichiatra di etichettare con pseudo-disturbi le persone tutte e, visto che insegno, i nostri figli studenti piuttosto che ammettere le responsabilità del mondo adulto e di una scuola non adeguata a rispondere alle nuove esigenze formative e ai bisogni specifici di apprendimento dei bambini e degli adolescenti di oggi. È più facile permettere e favorire, fare leggi per la caccia sfrenata di pseudo-disturbi in bambini poco più che neonati con il pretesto di diagnosi precoci, per prendere cattedre e finanziamenti,piuttosto che pretendere il cambiamento dell’adulto e riconoscere la responsabilità di una società clinico/medicalizzante». E, continuando il suo discorso, mi permetto di osservare che è più facile il permettere l’invasione totale di equipe medico-psichatriche nel mondo della scuola italiana con il totale abbandono della pedagogia.

Quindi la domanda che mi pongo è la seguente: perchè la psichiatria e la psicologia già nella scuola ma anche nel mondo lavorativo e sociale nonché per noi persone trans (poi spiegherp però in che senso siamo tutti tran) hanno soppiantato la pedagogia? Per interessi, come dicevo, di profitto?

Antonietta Bernardoni, medica pedagogista e scienziata di Modena degli anni ’70, affermava: «Nel campo dei giusti rapporti interpersonali tutti dovremmo essere ricercatori e scienziati affinchè nessuno lo debba essere in maniera specialistica e separata». Auspicava inoltre la necessità di una pedagogia dei genitori e degli insegnanti che è anche pedagogia dei figli studenti. Bernardoni è ora in Italia ricordata come la succeditrice di Maria Montessori, la più grande e famosa pedagogista del secolo scorso. Due grandissime donne. In anni non sospetti Antonietta Bernardoni mosse una vera critica alla psicologia, psicanalisi e psichiatria definendole quali false scienze. Ha fondato, proposto e poi realizzato assemblee di attività terapeutiche popolari, dove gli scienziati e gli animatori  erano le persone partecipanti stesse. Assemblee da non confondere con nessun gruppo Ama e varie forme simili di stampo psicanalitico non improntate a una caratteristica pedagogica.

(- continua)

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Il conoscere la derivazione dei termini con i quali si definiscono gli stati e le condizioni umane delle persone è, direi, fondamentale. Dalla loro vera origine si può spiegare la storia del mondo e la storia della persona umana.

Prendendo in considerazione epoche relativamente recenti, l’origne del nome transessualismo lo faremmo partire dalla metà del 1800 e, precisamente, da Karl Heinrich Ulrichs, scrittore e giurista tedesco, considerato il pioniere nell’epoca moderna del movimento di liberazione omosessuale. Infatti nel 1867 divenne il primo gay dichiarato a parlare pubblicamente dei diritti delle persone omosessuali al congresso di giuristi tedeschi a Monaco di Baviera. Nelle sue ricerche da scrittore e persona omosessuale Ulrichs iniziò a considerare per la prima volta l’identità di genere con riferimento a chi vestiva in abiti diversi dalla biologicità del proprio corpo.

Il punto di partenza per la ricerca sull’identità di genere non fu di tipo medico ma umano e con riferimento ai diritti, considerando che Ulrichs era un giurista. Ma subito dopo, verso il finire del 19° secolo, Magnus Hirschfeld, neuropsichiatra e scrittore tedesco - anche lui omosessuale e conosciuto nel mondo per l’attivismo contro il paragrafo 175 del Codice penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità dal 1871 - riprese il lavoro di Ulrichs e lo ampliò trasformando la ricerca di un diritto in quella di una diagnosi che venne ufficializzata mezzo secolo dopo. Hirschfeld infatti fu il primo, a proposito delle persone, a iniziare una catologazione delle differenti tipologie della sessualità contribuendo a separarle sempre con una visione patologizzante. Fu infatti lui che coniò il termine travestitismo considerato dal punto di vista non omosessuale quale lui era ma dignostico/psichiatrico. Nonostante ciò nel 1919 Hirschfeld fondò a Berlino l’Istituto per la ricerca sessuale, che abbracciava musei, biblioteca, servizi educativi e consulti medici. Questo stesso istituto fu distrutto e bruciato dalla Gioventù hitleriana nel 1933.

Dopo la seconda guerra mondiale David Olivier Cauldwell, medico sessuologo statunitense, riprendendo a sua volta gli studi sulla sessualità di Hirschfeld, introdusse per la prima volta il termine transessualismo come patologia vera e propria per indicare chi desiderava cambiare il proprio sesso fisiologico.

Fu un contemporaneo di Cauldwell, il sessuologo ed endocrinologo tedesco Harry Benjamin, a determinarne definitivamente la patologia di disforia di genere e a condurre al riguardo studi psichiatrici di approfondimento. Fu lui a ispirare numerosi saggi di ricerca in tal senso contribuendo a fondare l’Harry Benjamin International Gender Dysphoria Association. Quest’organismo, attualmente conosciuto come Associazione Mondiale professionale per la salute transgender (Wpath), se da un lato è prezioso per quanto riguarda la salute fisica delle persone trans, dall’altro è troppo rivolto alla patologia di genere, patologia psichiatrica che si rifà molto al modello binario maschio-femmina, uomo-donna. Famosa rimane di Harry Benjamin l’opera Il fenomeno transessuale (1966), dove si definì come affetta da disturbi dell’orientamento sessuale la persona trans aprendo più tardi la strada alla coniazione dell’espressione disforia di genere quale patologia psichiatrica del transessualismo, inserita dal 1980 nel Dsm (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Negli anni questo manuale è stato “arrichito” di diverse versioni: dalla prima del 1952 (DSM1) a quella del 2013 (DSM5). E, nella sola versione del 1973, s’espulse l’omosessualità dalla classificazione psicopatologica.

Comunque sono vari i movimenti cresciuti dagli anni ’80 del secolo scorso in poi per contrastare la patologia che pesa sulla testa delle persone trans. Il transgenderismo, ad esempio, è nato negli Usa nel 1980 e rilanciato in Italia da Helena Velena, attivista, scrittrice e musicista trans, negli anni immediatamente successivi. Esso indica un movimento politico che contesta la logica eteronormata e binaria secondo la quale i sessi dell’essere umano sono solo due.  Nel 1990 nacque la teoria queer. A coniarne la formula fu Teresa de Lauretis, scrittrice e accademica italiana. La teoria nacque  sulla scia delle opere di Michel Foucault e dagli studi di genere e dalle teorie femministe e lesbiche oltre che gay. La pansessualità, invece, è una teoria che definisce la persona umana onnicomprensiva di qualsiasi orientamento sessuale.

Nel contesto e nell’epoca in cui viviamo ci fa bene rivisitare la storia, riconsiderare che, al contrario, non è tutto statico. Ma che il nostro è un mondo in divenire, dove le certezze vengono messe in discussione e le speranze e i sogni possono, se vogliamo, prendere il loro giusto posto. Non è una favola quella che dico ma una realtà e una concreta risposta di speranza sul genere umano. Ci hanno rubato le nostre libertà, le nostre  aspirazioni, i nostri desideri e le nostre identità in divenire. Non ci hanno solo sfruttato fisicamente ma con il sistema economico capitalistico ci hanno rubato la capacità dei nostri cervelli, hanno messo dei freni alle nostre intelligenze e impedito di vivere la vita alla ricerca della felicità O, alla maniera di noi donne e uomini trans, ci hanno impedito di capire cosa vuol dire la favolosità, la serenità interiore.

Così al termine transessualismo continua a essere sottesa l’accezione di diagnosi di malattia, tuttora presente nel DSM5, come diagnosi psichiatrica. Quindi, sino ad ora, gli studiosi - quasi tutti sessuologi e psichiatri - hanno studiato, visto, considerato le persone trans come persone con difficoltà psichiche dalla nascita e, quindi, come classificazione/categoria psichiatrica.

(- continua)

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